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lunedì 26 ottobre 2026

Empatia e generosità

Era una notte d’inverno, di quelle in cui il gelo penetra nelle ossa e il vento sembra voler entrare perfino nelle case.
Un uomo povero si presentò dal rabbino del villaggio. Aveva gli occhi pieni di preoccupazione: sua moglie aveva appena dato alla luce un bambino e in casa non c’era legna per accendere il fuoco. Non aveva denaro per comprarne e temeva per la salute della moglie e del neonato.
Il rabbino lo ascoltò in silenzio. Poi si mise il mantello sulle spalle e gli disse:
«Vieni con me».
I due raggiunsero la casa di un uomo molto ricco. Il rabbino bussò alla porta e, quando il padrone di casa aprì, questi lo invitò subito a entrare per ripararsi dal freddo.
Ma il rabbino rispose: «Ti ringrazio, ma preferirei che fossi tu a uscire un momento. Ho bisogno di parlarti».
Il ricco rimase sorpreso, ma, per rispetto verso il rabbino, indossò il mantello e lo seguì fuori. Non appena mise piede all’aperto, una folata di vento gelido gli sferzò il viso. Rabbrividì e si strinse nel mantello.
Allora il rabbino gli raccontò la situazione del povero: la moglie appena diventata madre, il bambino appena nato, la casa fredda e l’impossibilità di acquistare legna.
Il ricco non esitò un istante.
«Povera gente!», esclamò. «Andate subito nella mia legnaia e prendete tutta la legna di cui avete bisogno. Non dovrete pagare nulla».
L’uomo povero lo ringraziò commosso e si allontanò per andare a riscaldare la sua casa.
A quel punto, il ricco si rivolse nuovamente al rabbino:
«Ora che abbiamo aiutato quel pover’uomo, vieni dentro. Qui potremo parlare al caldo. Ma dimmi una cosa: perché mi hai fatto uscire con questo freddo? Avrei dato volentieri la legna anche se me lo avessi chiesto restando in casa».
Il rabbino lo guardò con dolcezza e rispose:
«Forse è vero. Ma mentre eri al caldo, potevi soltanto immaginare il freddo che quella famiglia stava soffrendo. Quando sei uscito, invece, ne hai sentito il morso sulla tua pelle. Per un momento, hai provato qualcosa della loro condizione. E quando il cuore comprende davvero, spesso la mano diventa più generosa».
Il ricco rimase in silenzio. Poi abbassò lo sguardo, pensieroso, mentre il rabbino entrava finalmente in casa.


L'esperienza trasforma la compassione da un'idea astratta in qualcosa di immediato e personale. La storia richiama un principio fondamentale della saggezza ebraica: diventiamo più capaci di comprendere gli altri quando cerchiamo di vedere il mondo dalla loro prospettiva.
A volte, per aprire il cuore di qualcuno, non basta raccontargli della sofferenza di un'altra persona. Dobbiamo aiutarli a sentire, anche solo per un momento, cosa significa quella sofferenza.
La compassione nasce quando smettiamo di guardare il dolore degli altri da lontano e proviamo a metterci nei loro panni. Perché, a volte, per aprire il cuore alla generosità, bisogna prima imparare a sentire il freddo che l’altro sente.


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Versione originale tratta dal sito: www.torchweb.org

Rav Eliyahu Chayim Meisels, rabbino di Łódź, Polonia, alla fine del 1800, raccoglieva fondi per le poverie vedove e gli orfani della sua città. Durante un inverno particolarmente gelido, andò a trovare uno dei membri più importanti della sua comunità, Reb Isaac, un banchiere che era presidente del consiglio comunitario.

Avvolto in un cappotto e una sciarpa, il rabbino si avvicinò alla villa del banchiere e bussò alla porta. Il valletto che aprì la porta rimase scioccato nel vedere il grande rabbino Meisels fuori nel freddo pungente. Gli chiese subito di entrare in casa dove disse che ci sarebbe stato un tè caldo ad attenderlo. Il rabbino Meisels rifiutò. «Non è necessario. Per favore, di' a Reb Isaac di venire qui vicino alla porta».

Il banchiere sentì che il rabbino stava aspettando vicino all'ingresso e corse con la giacca da sera per salutarlo. Vedendo il rabbino in piedi al freddo, esclamò. «Rebbe, per favore entra. Ho il camino acceso, e il mio maggiordomo preparerà un tè caldo per te! Non c'è bisogno che tu aspetti fuori!».

«Va bene,- ribatté Rav Eliyahu Chayim - non ci vorrà molto, e tutto ciò di cui ho bisogno si può fare parlando proprio qui. Sono sicuro che non ti dispiacerà. Comunque, perché dovrei sporcare la tua casa con i miei stivali coperti di neve?» A quel punto, Reb Isaac si trovava in un dilemma. L'aria gelida soffiava dentro casa sua. Non voleva chiudere la porta e parlare fuori al freddo, eppure il Rabbino non voleva entrare! «Per favore, rabbino, non so te, ma io sto gelando, - gridò il banchiere - non mi dispiace se i tuoi stivali sono bagnati! Entra pure!» Ma il rabbino non si mosse, iniziò a parlare della condizione di alcuni membri sfortunati della comunità mentre i denti del banchiere battevano in risposta. «Per favore, Rebbe, dimmi solo di cosa hai bisogno! Ti darò tutto quello che vuoi, entra pure!».

Detto ciò, Rav Eliyahu Chayim cedette davvero. Entrò nella casa dell'uomo e lo seguì fino alla tana, dove un fuoco ardente riscaldava la stanza. Poi iniziò: «Ho bisogno di legna da ardere per 50 famiglie questo inverno». Il banchiere sorrise. «Nessun problema, mi impegno a fornire la legna. Solo una domanda. Sai che faccio la carità, allora perché mi hai fatto stare fuori?» «Reb Isaac, - sorrise Rav Eliyahu Chayim - so che dai, ma volevo assicurarmi che capissi cosa stanno passando queste povere persone. Sapevo che cinque minuti al freddo gelido ti avrebbero dato una prospettiva diversa rispetto a quella che avevo chiesto all'inizio mentre ti crogiolavi nel calore del tuo camino».


giovedì 9 aprile 2026

La legge universale

La legge universale è di amare il prossimo come noi stessi, ma quest'affermazione sarebbe una burla se non racchiudesse un significato più profondo: dare la precedenza a chi ha meno di noi.

Non è vero che amiamo il prossimo come noi stessi se non abbiamo un'attenzione e una premura tutta particolare per chi è meno felice di noi. L'amore non è autentico se non comincia col cercare la giustizia.

Vi parla l'abbé Pierre, Milano, Ed. Istituto Propaganda Libraria, 1956, p. 25-26

Henri Antoine Grouès


Amore, lo spazio vitale di cui ha bisogno la società

Anche se, per ipotesi impossibile, una società riuscisse a votare tutte le leggi della giustizia, capaci di rispondere a tutti i diritti umani dei suoi membri e a soddisfare tutti i loro bisogni, si dovrebbe però dichiarare impotente a superare i dislivelli delle povertà morali e spirituali, ai quali la stessa agiatezza economica reca talvolta più pena che sollievo.

Fate dunque ed operate tutta la giustizia possibile; ne avete il sacrosanto dovere; ma non illudetevi: resteranno ancora tante forme di povertà. Che cosa ci vuole dunque? L'amore. Ecco lo spazio vitale di cui ha bisogno la società.

AA. VV., Ordine nuovo, Amare, Verona, Ed. Casa Buoni Fanciulli, 1946, p. 132-134

giovedì 26 marzo 2026

Decalogo della gentilezza

1. Sorridi nella monotonia del dovere quotidiano, per non rattristare chi ti vive accanto.

2. Taci, quando ti accorgi che qualcuno ha sbagliato, per non ferirlo con l'umiliazione.

3. Elogia il fratello che ha fatto il bene.

4. Rendi un servizio a chi ti è sottoposto.

5. Stringi cordialmente. la mano a chi è nella preoccupazione o nella tristezza.

6. Guarda con affetto chi nasconde un dolore e forse è più nervoso del solito.

7. Riconosci umilmente il tuo torto e chiedi perdono se hai offeso qualcuno.

8. Saluta affabilmente gli umili, quelli che si sentono abbandonati o messi da parte.

9. Parla con dolcezza agli impazienti e agli importuni.

10. Fa' tutto in modo che Dio, nel tuo fratello, sia sempre contento di te.

Dal «Cavaliere dell'Immacolata»

domenica 1 marzo 2026

Una preghiera! Un ricordo! Il testamento di San Bartolo Longo

O fratelli e sorelle in Gesù Cristo! O divoti della Madonna di Valle di Pompei esistenti in ogni terra cristiana! Giammai mi prese tanto ardente desiderio di comunicarvi l’animo mio, come in queste ore tormentose!

Da lunghissimi mesi un’infermità ribelle alle cure dell’uomo mi ha tolto all’usuale lavoro, alle mie predilette occupazioni, alla mia ininterrotta attività, costringendomi ad una penosissima esistenza. Sento sgorgare dal fondo dell’animo mio il grido del santo Giobbe: Spiritus meus attenuabitur... In amaritudinibus moratur oculus meus...[ Il mio respiro è affannoso... Fra i loro insulti veglia il mio occhio ](Gb 17,1-2)

Benedetta sia la mano del Signore!

Dall’alba alla sera, durante le lunghe, amarissime vigilie, io non mi stanco di adorare la sua santa volontà e di benedirne i sapientissimi e misericordiosissimi disegni.

Oramai vi posso dire, o fratelli e sorelle, che il mio pane sono le lagrime e le preghiere.

E pure il bisogno che la mia voce rivolta al Signore e alla carissima Madre e Regina del Santo Rosario sia corroborata da quella di anime fedeli e sincere è ardentissimo nel mio cuore ed è questa la preghiera ch’io voglio indirizzarvi dal letto de’ miei dolori.

O fratelli e sorelle! Per cinquant’anni e più, dall’istante che una prima pietra scese per iniziare Te fondamenta di questo Tempio in cui la Regina del Rosario ha mostrato di trovar le sue celesti compiacenze, dal momento che un primo cuore, un'anima a me sconosciuta si rivolse invocante preghiere, da quell’ora che la Madonna con un primo prodigio iniziò le meraviglie di Valle di Pompei, io non mi sono mai, mai stancato di pregare per ogni dolore, per ogni affanno, per ogni calamità.

Era la preghiera d'un povero peccatore, è vero, ma era pure un desiderio sincero, una brama ardente delle altrui consolazione, del benessere del prossimo: era insomma quanto poteva far l’anima mia, confidando nella onnipotenza di Dio e nella intercessione della sua Madre Divina.

Quale giorno ho dimenticato i benefattori e i divoti di Valle di Pompei? In quale ora io non ho invocato Maria per i suoi figlioli sparsi per ogni terra della cristianità?

E voi pure, o sorelle e fratelli in Gesù, voi pure avete pregato per me, come tante volte mi avete attestato e come, più spesso, ho dovuto riconoscere nel veder compiute opere e intraprese che sarebbero state follie soltanto ad immaginare, senza una straordinaria benedizione del Cielo, senza l’altrui spirituale cooperazione.

Ma ora più che mai io ho bisogno di preghiere, ora più che mai l’anima mia confida nella vostra divozione, nella vostra bontà.

Innalzatela dunque una preghiera speciale al Signore, o fratelli e sorelle, rivolgete un più fidente e affettuoso grido alla nostra cara Madre è Regina perché si degni di rivolgere dal suo trono uno sguardo pietoso sul suo vecchio, sofferente servitore.

Quale sarà l’alba del mio domani?

É il pensiero che mi persiste nella mente, ma a cui quando pure con calma e con grande rassegnazione, con quella rassegnazione che il Signore si compiace di donarmi in queste ore di tribolazioni e di prove.

Ma che importa il domani della mia povera vita, della mia tribolata esistenza?

O fratelli e sorelle, alla preghiera aggiungete un ricordo!

Con la vostra carità, con la vostra generosità voi, da cinquant’anni e più, avete alimentato un vero popolo di piccole anime così care a Dio e alla Madonna e le donate ricche di religiosità e di utili conoscenze alla società; con la vostra fede, con la vostra divozione e con le vostre elargizioni avete reso celebre per bellezza e suntuosità questo Tempio del Rosario. Per le mie mani son passati veri fiumi di danaro, fiumi di cui le sorgenti erano ne' vostri cuori, fiumi che sono scesi ad irrigare una squallida Valle e renderla un prodigioso giardino, fiumi che hanno prodotto opere meravigliose a cui guardiamo benedicendo il Signore, ringraziando voi e rallegrandoci di poter discender nella tomba, quando che sia, ripetendo le parole del santo Giobbe: Nudus egressus sum de utero matris meae et nudus revertar illuc… [Nudo uscii dal grembo di mia madre e nudo vi ritornerò...] (Gb 1,21)

Ma, ohimè, che sarebbe se per poco s’interrompesse questo slancio della vostra beneficenza e del vostro amore?

Non si estinguano, dunque, queste sorgenti della vostra carità!

Chi di voi ha dato in limitata o in generosissima misura o fino al punto talvolta da rasentare il prodigio, chi di voi, ripeto, ha dovuto mai pentirsi d’esser stato così caritatevole?

Continuate, continuate, senza l’interruzione neppure d’un minuto solo nell’opera del vostro amore e della vostra carità.

Vada la vostra preghiera per le mie sofferenze, per i bisogni dell’anima mia; vadano le vostre nobili obla-zioni per il popolo de’ miei figlioli, per quelli che ora vedo e benedico, per tutti quelli che verranno un giorno e ch’io amerò con più perfetto amore, quando si saranno chiusi questi occhi mortali. 

Ricordate infine che non da ieri data la nostra incondizionata, illimitata, fiduciosissima rinunzia fatta al Vicario di Gesù Cristo di quanto si riferisce al Santuario e a tutte le annesse Opere di cristiana beneficenza.

Ricordate che dal giorno della rinunzia ad oggi, la sapienza del Papa e lo zelo ardente di chi lo ha rap-presentato sono stati di immenso giovamento a queste istituzioni; che anzi non solo se ne sono avvantaggiate, ma si sono consolidate su più duraturo fondamento e hanno prodotto uno sviluppò sempre più crescente.

All’Eminentissimo Cardinal Augusto Silj che fu uomo zelantissimo e tutto acceso d’amore per Gesù, per Maria, per le anime innocenti, è succeduto un Prelato oltremodo insigne per pietà, per saggezza, per doti preclarissime di governo: io vi parlo del venerato attuale Rappresentante del Papa, Monsignor Carlo Cremonesi.

Queste ragioni più che ogni altra starei per dire alimentino e accrescano la vostra generosità.

O fratelli e sorelle! Come mai mi riuscirebbe di esprimervi e di enumerarvi tutto quello ch’io dovrò dire per voi, giunto quando sarò, al trono della carissima Madre e Regina del santo Rosario?!...

Negli anni mortali, in mezzo a tanti affanni e a tante occupazioni, giammai m’è sfuggito neppure un solo o minimo particolare di ciò che voi – che pur formate migliaia, migliaia e migliaia – avete fatto per questo Tempio e per le sue Opere, per l’onore di Dio e per la gloria della Madonna.

Oh, quanto più mi saranno vivi e luminosi questi ricordi, spogliato del mortale ingombro, avvicinatomi al mare della luce infinita! Fate ch’io allora debba senza termine pregare non solo per ciò che voi avete fatto nella mia vita, ma, vorrei dire quasi di più, per quanto voi farete allorché al Signore, o presto o tardi, piacerà di togliermi agli affanni della terra.

Con quale inenarrabile gioia vedrò intorno al trono della Celeste Regina non solo quella schiera di santi uomini che mi furono di luce, di consiglio, d’incoraggiamento, ma anche tutto lo stuolo innumerevole dei primi benefattori, dei primi zelatori, dei primi divoti di questo Santuario e delle sue Opere!...

Fratelli e sorelle! Io provo un profondo conforto, io sento un’incrollabile sicurezza nella continuazione della vostra beneficenza, della vostra carità, della vostra generosità, della vostra preghiera, e questo bene che farete l’attribuisco a un sorriso celeste, a un’altra prova di celestiale amore e di protezione che la Regina del Rosario vuol dare al suo vecchio, affezionatissimo per quanto indegno servitore.

Festa dell’Assunta del 1926.

Avv. Bartolo Longo


*   *   *   *

Molte volte, arrivati – dopo lotte e dolori non pochi – al compimento d’un opera voluta dal Cielo, abbiamo detto dal fondo dell’animo: O Signore, sciogli ora i lacci di questa povera anima.
Vivo come sempre e incessante è anche ora in noi il desiderio del Cielo, anzi esso è ormai il nostro unico desiderio.

(8 maggio 1926)

Da: S. Piccolo, Bartolo Longo. L'uomo della Valle, Napoli - Roma, Ed. LER, 1980, p. 95 - 99

San Bartolo Longo (1841 - 1926), avvocato, filantropo e pedagogo, fondatore della Congregazione delle Suore del Rosario e promotore del santuario di Pompei (Napoli)


sabato 24 gennaio 2026

Un giorno vennero a prendere me...

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari 
e fui contento perchè rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei 
e stetti zitto perchè mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali 
e fui sollevato perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti 
ed io non dissi niente perchè non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me 
e non c'era rimasto nessuno a protestare

Martin Niemoller

sabato 10 gennaio 2026

La casa di mio padre è in fiamme!

Un uomo decise di macellare un grosso vitello. Accese la griglia e disse alla figlia: "Figlia, vai a chiamare parenti, amici e vicini perché si uniscano a noi... Dobbiamo festeggiare!".

La figlia uscì in strada e gridò: "Aiutatemi, per favore! La casa di mio padre è in fiamme!".

Dopo un po', solo poche persone uscirono per offrire il proprio aiuto, mentre molte altre ffecero finta di non aver sentito nulla. Chi vi andò restò, mangiando e si godendo il pranzo fino a tardi.

Il padre, confuso, si guardò intorno e disse alla figlia: "Non conosco la maggior parte di queste persone. Alcune non le ho mai viste prima. Dove sono i nostri amici, la nostra famiglia e i nostri vicini?".

La figlia rispose con calma: "Quelle persone non sono venute per una festa. Sono venute perché pensavano che fossimo nei guai. Queste sono le persone a cui teniamo. Sono quelle che meritano di festeggiare con noi".


Coloro che non si presentano quando sei in difficoltà non meritano di stare con te quando hai successo.

mercoledì 24 dicembre 2025

Pensa agli altri

Mentre prepari la tua colazione, pensa agli altri, 
non dimenticare il cibo delle colombe. 

Mentre fai le tue guerre, pensa agli altri, 
non dimenticare coloro che chiedono la pace. 

Mentre paghi la bolletta dell’acqua, pensa agli altri, 
coloro che mungono le nuvole. 

Mentre stai per tornare a casa, casa tua, pensa agli altri, 
non dimenticare i popoli delle tende. 

Mentre dormi contando i pianeti, pensa agli altri, 
coloro che non trovano un posto dove dormire. 

Mentre liberi te stesso con le metafore, pensa agli altri, 
coloro che hanno perso il diritto di esprimersi. 

Mentre pensi agli altri, quelli lontani, pensa a te stesso, 
e di': magari fossi una candela in mezzo al buio.

Mahmud Darwish (1941 - 2008), poeta e scrittore palestinese

venerdì 5 dicembre 2025

Prima dell'anno duemila fiorirà una nuova primavera

É a tutti che mi rivolgo.

Ho settantatré anni. Da cinquanta dura la mia lotta contro la lebbra, e contro tutte le altre «lebbre» che sono l'egoismo il fanatismo, la vigliaccheria.

In aiuto e al servizio delle più sofferenti minoranze oppresse del mondo, ho fatto trentadue volte il giro del mondo. Ho visto un universo inimmaginabile di orrori, di sofferenze, di disperazioni.

Prima dell'anno duemila fiorirà una nuova primavera!

Bisogna risvegliare la speranza

Dedito al materialismo sottomesso alla sua avvilente dittatura, il progresso e diventato un enorme strumento di assassinio.

Il marciume onnipotente del denaro ha fatto spuntare deserti di anima.

Si è seppellito Mozart nella fossa comune, messo il Vangelo in archivio e il Buon Dio nella cella frigorifera.

Si è creato la civiltà del disgusto e della disperazione.

Eppure la piccola fiamma, talora vacillante mai spenta, della speranza permane m ciascuno di noi.

Questa fiamma bisogna rianimarla. Che ci riscaldi e ci taccia luce. 

Sperare è mettersi all'ascolto di Dio.

Si ha sempre la libertà di amare

I tabu le proibizioni, le costrizioni degradanti, tutti questi fili spinati che lacerano la nostra condizione di uomini liberi: noi possiamo evadere da loro per la strada della fratellanza e seppellire, a forza di amore, la storia inumana dell’umanità. Non vi è altra gerarchia che la capacita di servire ed il potere di amare.

Vedere in ogni essere umano un uomo e in ogni uomo, un fratello: questa è la nostra legge.

Amare, non è donare, ma condividere

Al povero, non si tratta di concedergli un po' del nostro superfluo, ma di dargli il suo posto nella nostra vita.

Non accontentarsi di fargli cadere in mano gli spiccioli del nostro portamonete, ma vivere la sua sofferenza, la sua collera, la sua speranza o la sua gioia: questo è amarlo veramente.

Non immolare l’umano al sociale 

L’anonimo, l’irresponsabile: ecco il nemico. Rifugio vergognoso della vigliaccheria: in lui il mondo va disumanizzandosi.

Nelle sue ambizioni ingenue di dare a tutti un destino standardizzato, una felicità a prezzo unico che egli tema di smarrire gli uomini nella foresta umana e di sacrificare al sociale l’umano.

Perché la vita? Per servire

Quando vi capita di dire «Va tutto male» tutto va peggio a causa vostra. Non acconsentite a un pessimismo paralizzante a quel «a che serve» troppo comodo e che mimetizza tanti tradimenti. La vita è bella, ricca, esaltante e giovane per l'eternità. Non dà la nausea se non a quelli che sono già marci.

Giovani, ho fiducia in voi

Che importano pochi eccentrici, i loro eccessi e le loro irrequietezze?

lo credo nel vostro cuore.

Siete voi che provocherete la caduta della menzogna e la sconfitta del denaro.

Siate intransigenti sul dovere di amare. Non cedete, non venite a patti, non tornate indietro.

Ridete in faccia agli egoisti sempre soddisfatti di se stessi, agli ipocriti ben pasciuti delle loro virtù levigate, a quelli che nella vita non si interessano che alla loro vita, persuasi che in Paradiso il Buon Dio ha loro riservato posti numerati. Quelli che pensavano già alla pensione quand'erano ancora in fasce.

Rifiutate di mettere in garage il vostro avvenire. Lottate a viso aperto, denunciate ad alta voce, non permettete l’inganno attorno a voi.

Tenete presente che la più grande disgrazia che vi possa capitare è di non essere utili a nessuno e che la vostra vita non serve a niente.

Denunciate la violenza, che è l'arma dei vigliacchi

Infame colui che cerca di imporre la sua legge a forza di pugni o di grida.

Colui che colpisce e uno che fugge. Qualsiasi cosa riesca a strappare, è un vinto.

Perché ha perduto il suo volto di uomo. Lasciate perdere i «senza domicilio» dell’intelligenza. Aridi e sterili, essi vi condurranno per strade senza fiori e che sboccano nel nulla.

Colui che avrà sempre ragione, colui al quale il domani appartiene, colui che alla fine sarà il vincitore, è colui che è il più capace di amore.

Siate i seminatori di questo amore

Dall'intelligenza che tradisce, dalla macchina che rende schiavi, dal denaro che imputridisce salvate l'amore.

Portate in voi il fermento rivoluzionario e misericordioso del Vangelo.

Comprendete bene che l'importante non è ciò che si raccoglie, ma ciò che si semina. Non è ciò che si è, ma ciò che si offre.

Fare ciascuno il possibile sapendo che è la Provvidenza che fa tutto e che Essa ci ama di un amore che non finisce.

Siate i seminatori di questo amore. Rendetelo contagioso, radioattivo e che contamini il mondo.

Domarti all’aurora sarete pronti?

Prima dell’anno duemila fiorirà una nuova primavera!

Un messaggio di Raoul Follereau, 1976

Raoul Follereau (1903 - 1977), giornalista, filantropo e poeta francese


mercoledì 26 novembre 2025

Avvicinarsi a Dio accostandosi all'uomo

Il Samaritano per avvicinarsi al poveraccio battuto ai margini si è avvicinato a Dio accostandosi all'uomo. Ha trovato il Dio invisibile, reso visibile, a portato di mano, nella persona dell'estraneo, del ferito, della vittima. Ha “visto” Dio vedendo il povero e provando compassione nei sui confronti.  

Il sacerdote e il levita, invece, hanno tirato dritto lungo il loro itinerario religioso, nell'illusione che la presenza di Dio fosse confinata esclusivamente nell'area del tempio. Non hanno capito che non esiste un cammino diretto per arrivare a Dio. Si arriva a Dio unicamente deviando in direzione del prossimo. Per arrivare sicuramente a Dio bisogna fermarsi di fronte a quell'uomo (non importa chi sia) che reclama attenzione, il riconoscimento della sua dignità e la quota di amore che gli spetta. Soltanto l'umanità, il fremito nelle viscere, la fitta avvertita dalle parti del cuore è “sinonimo” inequivocabile del divino. È il caso di farci accompagnare dal Samaritano, proposto come guida ed esempio da Gesù stesso, per compiere il pellegrinaggio al santuario dell'uomo. Pellegrinaggio che implica, letteralmente, un uscir fuori dal campo, dalla città, dal recinto delle abitudini devozionali.  

Con le pratiche religiose rischiamo di essere soltanto dei “buoni cristiani”. Con la pratica della misericordia, con i riti della tenerezza e della compassione, abbiamo la possibilità di diventare “cristiani buoni”, che è la cosa più utile per tutti. L'indulgenza più preziosa è quella che ci concede Cristo allorché riusciamo a “farci prossimo” a Lui negli innumerevoli suoi travestimenti da poverocristo. 

Sulle orme del Samaritano. Pellegrinaggio al santuario dell'uomo, Gribaudi, pp. 5-6. 

Alessandro Pronzato


sabato 30 agosto 2025

Il segreto per sopravvivere

Ángel era ebreo e proprietario di uno dei forni più famosi di tutta la Germania.
Quando gli chiedevano come avesse fatto a sopravvivere all’Olocausto, raccontava sempre la stessa storia:
«Vuoi sapere perché sono vivo oggi?
Da ragazzo, i nazisti ci caricarono su un treno diretto ad Auschwitz.
Giorni interi senza cibo, né acqua, né riparo.
Nevicava. Il freddo era insopportabile. La morte era ovunque, nel vagone.
Accanto a me, c’era un vecchio che tremava senza sosta. Anch’io stavo per congelarmi, ma usai le mani per scaldargli le sue, il viso, le gambe. Lo abbracciai tutta la notte, gli parlai, gli dissi di non mollare.
Quando arrivò il sole… mi accorsi di qualcosa che mi fece rabbrividire: tutti gli altri nel vagone erano morti congelati.
Solo noi due eravamo vivi.
Lui… perché l’avevo scaldato.
Io… perché avevo deciso di tenerlo in vita».

E poi Ángel aggiungeva sempre:
«Il segreto per sopravvivere è scaldare il cuore degli altri.
Quando dai calore… lo ricevi anche tu.
Quando aiuti qualcuno a vivere… vivi anche tu».

lunedì 3 febbraio 2025

Aneddoti della vita di San Serapione

San Serapione il Sindonita è stato un monaco cristiano egiziano vissuto nel IV secolo ad Alessandria d'Egitto e successivamente a Roma. È chiamato "il Sindonita" poiché era solito vestirsi unicamente con un lenzuolo di lino spinato, chiamata  appunto "sindone". Viene venerato come santo dalla Chiesa ortodossa, copta e cattolica. Serapione viaggiò per tutta la zona del Mediterraneo, digiunando, predicando e donandosi agli altri fino alla morte. Per il bene delle anime era felice di non possedere nulla, neanche la propria libertà. 

Si narra che Serapione, camminando per le strade di Alessandria, avesse notato un uomo che, nonostante le basse temperature, mendicava nudo per la strada. Colpito dall'idea che, nel caso in cui questi fosse morto di freddo, sarebbe apparso come un omicida al cospetto del Signore decise di donargli la propria veste, rimanendo in tal modo nudo. Un suo discepolo, incontrandolo per strada, gli chiese allora chi gli avesse tolto l'abito. A tale domanda il santo indicò il Vangelo che portava con sé esclamando "è questo che mi ha svestito". Poco dopo, mentre si aggirava nudo per le vie di Alessandria vide due guardie che stavano per incarcerare un uomo per debiti. Avendo con sé solo il proprio Vangelo Serapione lo vendette e consegnò il ricavato al povero perché saldasse il proprio creditore. Di ritorno alla sua cella un suo discepolo, vedendolo in quello stato, gli chiese dove fosse finito il suo Vangelo. a quella domanda il santo rispose: "il Vangelo mi ripeteva in continuazione: Vendi tutto quello che possiedi e dallo ai poveri (Mt 19, 21). Ho ubbidito per ottenere la grazia divina" (1).

Si racconta che un filosofo greco, per testare la moralità di Serapione, gli avesse donato una moneta d'oro e l'avesse poi seguito per osservare l'uso che ne avrebbe fatto. Il santo, ricevuto il dono, diede la moneta a un mercante in cambio di una fetta di pane, non avendo nessun riguardo al valore della stessa.

Leggenda vuole che Serapione si fosse venduto come schiavo per ben tre volte: una volta per riscattare un giovane fatto prigioniero, un'altra per aiutare una vedova che soffriva la fame e la restante per convertire al cristianesimo un attore greco. In quest'ultimo caso ebbe un così grande successo che l'attore decise di farsi battezzare insieme a tutta la famiglia, donò la libertà al Santo e lo implorò di rimanere nella sua casa in qualità di guida spirituale, offrendogli anche uno stipendio senza tuttavia riuscire ad impedire che questi se ne andasse.

Serapione si preoccupava talmente delle necessità altrui che, quando un altro monaco che possedeva molti libri gli chiese una parola di saggezza, rispose: “Cosa devo dirti? Hai preso la sussistenza di vedove e orfani per metterla sui tuoi scaffali”.

Serapione capiva però che i beni materiali potevano essere usati anche per fare il bene. Una volta andò in un bordello e chiese una prostituta per la serata. Spiegandole che doveva finire di pregare prima di poter stare con lei, Serapione iniziò a pregare ad alta voce con il suo breviario, implorando il Signore di convertire quella donna. Mentre pregava, lo Spirito iniziò a muoversi nel cuore di lei. Alla fine della preghiera si era completamente convertita e alla fine divenne una donna di profonda preghiera e virtù (2).


(1) Lucio Coco e Alex Sivag, Le sante stolte della Chiesa russa, Roma, Città nuova editrice, 2006
(2) Dal sito www.aleteia.org




venerdì 1 novembre 2024

Chiedere ciò che è necessario alla vita di tutti

Una pagina della catechesi sul Padre Nostro di San Guido Maria Conforti, datata 8 dicembre 1917. Siamo nel mezzo della Prima guerra mondiale; in Russia è in atto la "Rivoluzione di ottobre". Commentando il Padre Nostro, Monsignor Guido Maria Conforti  al versetto: “dacci oggi il nostro pane quotidiano” afferma che ciò significa chiedere il necessario per la vita di tutti...


[ Gesù ] col precetto della carità fraterna che tutti obbliga a venire in aiuto di chi versa nel bisogno, ha costituito in certo qual modo ministri della sua bontà quanti avrebbero creduto in lui. E per questo appunto ci ha insegnato a chiedere il pane necessario alla vita di tutti; ha voluto che lo chiamassimo nostro per ammonirci che il pane e gli altri beni donatici da Dio non sono talmente propri di ciascheduno di noi che non debbano essere comuni anche agli altri ove il loro bisogno lo esiga e le nostre forze il comportino. Secondo la legge della carità quel pane che abbonda negli uni deve dispensarsi a beneficio degli altri che ne mancano, onde tutti vengano sostentati e provveduti del necessario.

Oh, se queste massime sante fossero state sempre praticate, dopo diciannove secoli di Cristianesimo non saremmo spettatori di quell'equilibrio sociale, che produce tanto malessere e minaccia le più tremende reazioni. Il Cristianesimo, che presiede coi suoi grandi principii alla produzione e distribuzione delle ricchezze, ci presenta anche le sue dottrine intorno al loro consumo; ed esso nonostante le recriminazioni della scienza economica materialistica che proclama: consumate quanto più potete, proclama in quella vece che le ricchezze si hanno ad usare con saggia parsimonia. Ci inculca quindi l'astinenza, la sobrietà, la temperanza e condanna il lusso.

…Vi ha un lusso che è utile e permesso dalle dottrine del Vangelo. Egli è quel lusso decente che vien richiesto dalla propria condizione e dalle convenienze sociali; quel lusso dignitoso che è l’appannaggio esteriore dell’uomo, l’onesto compimento della bellezza del corpo che anch'esso è fattura di Dio.

Ma il lusso eccessivo, il lusso inonesto ed immoderato è altamente condannato dal buon senso e dal Vangelo. Ah, non mi dite che esso è una sorgente economica per un popolo, che esso tiene in moto le braccia di mille operai, in agiatezza la vita di mille famiglie che vivono a spese del lusso altrui. Ammetto il gran movimento dell'industria per opera del lusso, ma nego francamente che esso arricchisca la nazione; invece sperpera le sostanze, diminuisce le entrate; procaccia dei piccoli guadagni a molti, ma è anche fomite di tutti i vizi. Il lusso non arricchisce per ordinario; invece impoverisce chi lo pratica.

Bando al lusso perché esso è nocivo al civile consorzio e cagione di perturbamenti sociali, giacché quando è esagerato, quando è un lusso che abbaglia allora diviene un insulto alla miseria, una sfida, una provocazione al proletariato ed all'indigente. Bando al lusso giacché snerva i caratteri, cimenta l’onore, abbruttisce la coscienza. Gli uomini spinti dal lusso venderanno in contanti ciò che vi ha di più sacro al mondo, i propri principii la propria dignità, il proprio onore, essi non indietreggeranno dinnanzi al furto ed al suicidio. Bando al lusso che spopola gli stati, ed attirando l'attenzione delle omicide dottrine maltusiane leva bene spesso ad una nazione la sua prima forza viva, che è il numero dei suoi abitanti. Bando al lusso in quest’ora grave che attraversiamo in cui son tanti quelli che piangono, tanti quelli che hanno bisogno della carità dei fratelli.

Secondo il Vangelo i ricchi si debbono considerare come i depositari e gli economi dei beni che Dio ha loro elargito. Egli li ha colmati di ricchezza non solo perché ne possano godere cristianamente secondo i bisogni e le convenienze della loro condizione sociale, ma anche perché ne rendano partecipi i loro fratelli, versando sulle loro miserie le onde ristoratrici delle loro beneficenze.

Quando l'operaio sarà infermo quando diverrà invalido alla fatica, quando vecchio stenderà la mano all’obolo della pietà, quando la sua vedova, quando i suoi orfanelli saranno costretti a stentare la vita, allora la carità del ricco sia visibile ed operosa.

Questa, o fratelli, è la legge della carità che Cristo ci inculca ad ogni pagina del Vangelo e ci insinua anche colla petizione che abbiamo insieme commentata. “Dacci oggi il nostro pane” diciamo ogni giorno a Dio perché noi siamo un'immensa famiglia.

Abbiamo un padre comune Adamo, ma più abbiamo un Padre divino che sta nei cieli. Formiamo un'immensa famiglia, perciò la carità deve creare la comunanza dei beni, stabilire il vero comunismo, l'unico comunismo possibile, il comunismo cristiano.

Il ricco rende partecipe delle sue sostanze il povero, il possidente aiuta il diseredato della fortuna. E così, come dice l'Apostolo, si avrà la vera uguaglianza, il vero comunismo cristiano opposto al comunismo socialistico, il quale ha per suo principio l'egoismo alla sua suprema potenza. Quanto asserisco, o fratelli, non è una semplice opinione; le mie asserzioni sono eco fedele del precetto di Cristo, il quale ha detto: Quod superest date pauperibus. Tutto ciò che vi sopravanza sia dato ai poveri. Non è consiglio od insinuazione, ma precetto nella sua forma più imperativa.

Tutto il superfluo non è più vostro, o ricchi; quali siano i vostri bisogni legittimi, diversi secondo le diverse condizioni sociali, Gesù Cristo non ha indicato, ma tutto ha lasciato alla libertà e discrezione di ciascheduno. Però là dove cessano questi bisogni legittimi e l'assicurazione dell'incerto avvenire per voi ed i figli vostri, oh! allora il resto è superfluo ed ivi cessa l'uso legittimo della proprietà. Quello che avanza al dire dell'eloquente Lacordaire, è patrimonio dei poveri: quod superest date pauperibus.

E nell'ora difficile che attraversiamo s'impone più che mai l'osservanza di questo precetto evangelico, crescendo ogni giorno più i bisogni, come s’impone il dovere e la necessità di raddoppiare la nostra fiducia in quell'amorosa Provvidenza da cui tutto possiamo riprometterci.

Oggi in cui la preoccupazione dei pochi diseredati minaccia d'estendersi a molti, oggi, in cui la questione del pane quotidiano ci si presenta con carattere d'imperiosa attualità, per la ridotta disponibilità di braccia sui campi fecondi del lavoro, ripetiamo con fede più viva del solito la preghiera che il maestro divino ci ha posta sul labbro: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”.

Ed il pane non ci verrà meno neppure in questi difficili momenti e per la solerte e previdente intelligenza di coloro che presiedono alla pubblica cosa e per raddoppiato sforzo di coloro che sapranno dedicare alla terra le energie di cui possono disporre e soprattutto per l'efficace aiuto di quell'amorosa Provvidenza in cui mai si confida invano.

Catechesi sul Padre Nostro, 8 Dicembre, 1917

Guido Maria Conforti (1865 – 1931) arcivescovo cattolico italiano, fondatore della Pia Società di San Francesco Saverio per le Missioni Estere (Saveriani), santo


Fonte: www.saveriani.org



martedì 16 aprile 2024

Empatia

Un topo, guardando attraverso un buco nel muro, vide il contadino aprire un pacco davanti alla moglie e tirò fuori una trappola per topi. Spaventato corse ad avvisare tutti gli altri animali. 

"In casa c'è una trappola per topi!" urlò il topo. 

Il pollo che ridacchiava e scavava disse al topo: "Mi scusi signor topo, comprendo che per lei sia un problema, ma a me non fa alcun male". 

Allora il topo andò dall' agnello che rispose in egual modo. 

Il topo andò dalla mucca che gli chiese: "...ma sono in pericolo?" Il topo ci pensò un attimo e disse che la mucca non era in pericolo. 

Il topo decise di tornare a casa, ma quella notte sentì un forte rumore. Si affacciò con timore e vide che la trappola per topi era entrata in funzione, prendendo la coda del serpente Willy. Nonostante la trappola il serpente riuscì a mordere la moglie del contadino, causandole febbre e tremore.

Il contadino pensò di prepararle un brodo caldo, quindi andò a prendere il pollo.

Non essendoci però miglioramenti, gli amici del vicino andarono a trovare la moglie ed il contadino per sfamarli prese l'agnello e lo cucinò.

Quella notte la moglie morì ed il contadino per coprire le spese funebri dovette vendere la mucca.

La morale è che, la prossima volta che qualcuno ci parla di un problema e pensiamo che non possa colpirci perché non è un nostro problema, pensiamoci bene. 
Il mondo non va male per la cattiveria dei cattivi, ma per l'apatia e l'indifferenza dei buoni. 
Quindi, quando qualcuno ha bisogno di noi per i suoi problemi, rendiamoci sempre disponibili ad ascoltare ed eventualmente ad aiutarlo: che non ti manchi mai l'empatia.

giovedì 28 marzo 2024

Abbi cura di me

Adesso chiudi dolcemente gli occhi e stammi ad ascoltare

Sono solo quattro accordi ed un pugno di parole

Più che perle di saggezza sono sassi di miniera

Che ho scavato a fondo a mani nude in una vita intera

Non cercare un senso a tutto perché tutto ha senso

Anche in un chicco di grano si nasconde l’universo

Perché la natura è un libro di parole misteriose

Dove niente è più grande delle piccole cose

È il fiore tra l’asfalto lo spettacolo del firmamento

È l’orchestra delle foglie che vibrano al vento

È la legna che brucia che scalda e torna cenere

La vita è l’unico miracolo a cui non puoi non credere

Perché tutto è un miracolo tutto quello che vedi

E non esiste un altro giorno che sia uguale a ieri

Tu allora vivilo adesso come se fosse l’ultimo

E dai valore ad ogni singolo attimo


Ti immagini se cominciassimo a volare

Tra le montagne e il mare

Dimmi dove vorresti andare

Abbracciami se avrò paura di cadere

Che siamo in equilibrio

Sulla parola insieme

Abbi cura di me ... Abbi cura di me


Il tempo ti cambia fuori, l’amore ti cambia dentro

Basta mettersi al fianco invece di stare al centro

L’amore è l’unica strada, è l’unico motore

È la scintilla divina che custodisci nel cuore

Tu non cercare la felicità semmai proteggila

È solo luce che brilla sull’altra faccia di una lacrima

È una manciata di semi che lasci alle spalle

Come crisalidi che diventeranno farfalle

Ognuno combatte la propria battaglia

Tu arrenditi a tutto, non giudicare chi sbaglia

Perdona chi ti ha ferito, abbraccialo adesso

Perché l’impresa più grande è perdonare se stesso

Attraversa il tuo dolore arrivaci fino in fondo

Anche se sarà pesante come sollevare il mondo

E ti accorgerai che il tunnel è soltanto un ponte

E ti basta solo un passo per andare oltre


Ti immagini se cominciassimo a volare

Tra le montagne e il mare

Dimmi dove vorresti andare

Abbracciami se avrai paura di cadere

Che nonostante tutto

Noi siamo ancora insieme

Abbi cura di me qualunque strada sceglierai, amore

Abbi cura di me ... Abbi cura di me


Che tutto è così fragile

Adesso apri lentamente gli occhi e stammi vicino

Perché mi trema la voce come se fossi un bambino

Ma fino all’ultimo giorno in cui potrò respirare

Tu stringimi forte e non lasciarmi andare.

Abbi cura di me

Album Abbi cura di me (2019)

Simone Cristicchi, cantautore italiano




lunedì 15 gennaio 2024

Vuoi onorare il corpo di Cristo?

Adorna il tempio, ma non trascurare i poveri

Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non permettere che sia oggetto di disprezzo nelle sue membra cioè nei poveri, privi di panni per coprirsi. Non onorarlo qui in chiesa con stoffe di seta, mentre fuori lo trascuri quando soffre per il freddo e la nudità. Colui che ha detto: «Questo è il mio corpo», confermando il fatto con la parola, ha detto anche: Mi avete visto affamato e non mi avete dato da mangiare (Cf Mt 25, 42), e: Ogni volta che non avete fatto queste cose a uno dei più piccoli tra questi, non l’avete fatto neppure a me (Cf Mt 25, 45). Il corpo di Cristo che sta sull’altare non ha bisogno di mantelli, ma di anime pure; mentre quello che sta fuori ha bisogno di molta cura.

Impariamo dunque a pensare e a onorare Cristo come egli vuole. Infatti l’onore più gradito che possiamo rendere a colui che vogliamo venerare è quello che lui stesso vuole, non quello escogitato da noi. Anche Pietro credeva di onorarlo impedendo a lui di lavargli i piedi. Questo non era onore, ma vera scortesia. Così anche tu rendigli quell’onore che egli ha comandato, fa’ che i poveri beneficino delle tue ricchezze. Dio non ha bisogno di vasi d’oro, ma di anime d’oro.

Con questo non intendo certo proibirvi di fare doni alla chiesa. No. Ma vi scongiuro di elargire, con questi e prima di questi, l’elemosina. Dio infatti accetta i doni alla sua casa terrena, ma gradisce molto di più il soccorso dato ai poveri.

Nel primo caso ne ricava vantaggio solo chi offre, nel secondo invece anche chi riceve. Là il dono potrebbe essere occasione di ostentazione; qui invece è elemosina e amore. Che vantaggio può avere Cristo se la mensa del sacrificio è piena di vasi d’oro, mentre poi muore di fame nella persona del povero? Prima sazia l’affamato, e solo in seguito orna l’altare con quello che rimane. Gli offrirai un calice d’oro e non gli darai un bicchiere d’acqua? Che bisogno c’è di adornare con veli d’oro il suo altare, se poi non gli offri il vestito necessario? Che guadagno ne ricava egli? Dimmi: se vedessi uno privo del cibo necessario e, senza curartene, adornassi d’oro solo la sua mensa, credi che ti ringrazierebbe o piuttosto non si infurierebbe contro di te? E se vedessi uno coperto di stracci e intirizzito dal freddo, trascurando di vestirlo, gli innalzassi colonne dorate, dicendo che lo fai in suo onore, non si riterrebbe forse di essere beffeggiato e insultato in modo atroce?

Pensa la stessa cosa di Cristo, quando va errante e pellegrino, bisognoso di un tetto. Tu rifiuti di accoglierlo nel pellegrino e adorni invece il pavimento, le pareti, le colonne e i muri dell’edificio sacro. Attacchi catene d’argento alle lampade, ma non vai a visitarlo quando lui è incatenato in carcere. Dico questo non per vietarvi di procurare tali addobbi e arredi sacri, ma per esortarvi a offrire, insieme a questi, anche il necessario aiuto ai poveri, o, meglio, perché questo sia fatto prima di quello. Nessuno è mai stato condannato per non aver cooperato ad abbellire il tempio, ma chi trascura il povero è destinato alla geenna, al fuoco inestinguibile e al supplizio con i demoni. Perciò mentre adorni l’ambiente del culto, non chiudere il tuo cuore al fratello che soffre. Questi è un tempio vivo più prezioso di quello.

Omelie sul vangelo di Matteo (50, 3-4; PG 58, 508-509)

Giovanni Crisostomo, Vescovo, Santo (ca. 350-407)


Aforismi Giustizia sociale - Padri della Chiesa

Aiuta il tuo prossimo debole in ciò che tu puoi e meriterai di essere aiutato dall'Onnipotente in ciò che tu non puoi. (Agostino di Ippona)

Il superfluo dei ricchi è il necessario dei poveri: si possiede la cosa di altri quando si possiede il superfluo.  (Agostino di Ippona)

Il superfluo del ricco è il necessario del povero; e se il ricco lo tiene per sé, tiene la roba degli altri. (Agostino di Ippona)

Quando desideri fare elemosina e il pensiero ti mette in dubbio se non sia meglio il non farla, esamina il tuo pensiero e se ti accorgi che il dubbio nasce dall'avarizia, dà un po' di più di quanto avevi intenzione di dare. (Barsanofio di Gaza, Lettere ascetiche)

Il pane che a voi sopravanza è il pane dell'affamato; la tunica appesa al vostro armadio è la tunica di colui che è nudo; le scarpe che voi non portate sono le scarpe di chi è scalzo; il denaro che voi tenete nascosto è il denaro del povero; le opere di carità che voi non compite sono altrettante ingiustizie che voi commettete. (Basilio Magno, Omelia VI in Luca, XII, 18: PG XXXI, col. 275)

Se ciascuno si accontentasse del necessario e donasse ai poveri il superfluo, non vi sarebbero né ricchi né poveri.(Basilio Magno)

Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non permettere che sia oggetto di disprezzo nelle sue membra, cioè nei poveri. Non onorare Cristo qui in chiesa con stoffe di seta, mentre fuori lo trascuri quando soffre. Colui che ha detto: "Questo è il mio Corpo", ha detto anche: "Mi avete visto affamato e non mi avete dato da mangiare".  (San Giovanni Crisostomo, Omelie sul Vangelo di Matteo)

Vuoi onorare il corpo di Cristo? Dopo averlo onorato in chiesa, non disprezzarlo quando è coperto di stracci fuori della porta della chiesa. Colui che ha detto "questo è il mio corpo" ha detto anche "questa è la mia fame". Che importa che la mensa del Signore scintilli di calici d'oro, mentre lui muore di fame? Che senso ha offrirgli porpora e oro, e rifiutargli un bicchiere d'acqua? Rendi bella la casa del Signore, ma non disprezzare il mendicante, perché il tempio di carne di questo fratello è più prezioso del tempio di pietre.  (San Giovanni Crisostomo, Omelie sul Vangelo di Matteo)

Dio accoglie anche i doni che fate alla Chiesa, ma gradisce assai di più quelli che fate ai poveri. (San Giovanni Crisostomo)

Niente può renderti imitatore di Cristo, come il prenderti cura del prossimo. Anche se tu digiunassi e dormissi per terra, ma poi non ti prendi cura del prossimo, tu non hai fatto niente di grande e resti lontano dal Modello. (San Giovanni Crisostomo)

Il corpo di Cristo è contenuto in vasi splendidi e preziosi e intanto le membra di Cristo rimangono nella miseria. (San Giovanni Crisostomo)


mercoledì 13 dicembre 2023

Il dilemma dei porcospini


Una metafora delle relazioni umane o della difficoltà del vivere insieme agli altri e di mantenere la giusta distanza nei rapporti, per non ferirsi a vicenda.

Alcuni porcospini, in una fredda giornata d'inverno, si strinsero vicini, vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l'uno dall'altro. Quando poi il bisogno di riscaldarsi li portò nuovamente a stare insieme, si ripeté quell'altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro fra due mali. Questo finché non riuscirono a trovare una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione.

Così il bisogno di società, che scaturisce dal vuoto e dalla monotonia della propria interiorità, spinge gli uomini l'uno verso l'altro; le loro molteplici repellenti qualità e i loro difetti insopportabili, però, li respingono di nuovo l'uno lontano dall'altro. La distanza media, che essi riescono finalmente a trovare e grazie alla quale è possibile una coesistenza, si trova nella cortesia e nelle buone maniere.

Parerga e Paralipomena (1851)

Arthur Schopenhauer (1788 - 1860), filosofo tedesco

domenica 22 ottobre 2023

Ci alzeremo in piedi


Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata.

Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita.

Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata.

Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione

e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio.

Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano.

e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale.

Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche.

e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo, ma anche per quello della società.

Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia.

Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine

e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto.


Testo tratto dall'omelia della Santa Messa celebrata Domenica, 7 Ottobre 1979, a Washington, Capitol Mall

Giovanni Paolo II / Karol Jozef Wojtyla (1920 - 2005), papa 

Ogni uomo è creatura di Dio e fratello di Cristo

Tutti gli esseri umani dovrebbero apprezzare l’individualità di ogni persona come creatura di Dio, chiamata ad essere fratello o sorella di Cristo in ragione dell’Incarnazione e Redenzione universale. Per noi la sacralità della persona umana è fondata su queste premesse. Ed è su queste stesse premesse che si fonda la nostra celebrazione della vita, di ogni vita umana. Ciò spiega i nostri sforzi per difendere la vita umana contro qualsiasi influenza o azione che la possa minacciare o indebolire, come pure i nostri sforzi per rendere ogni vita più umana in tutti i suoi aspetti.

Quindi reagiremo ogni volta che la vita umana è minacciata. 

Quando il carattere sacro della vita prima della nascita viene attaccato, noi reagiremo per proclamare che nessuno ha il diritto di distruggere la vita prima della nascita. 

Quando si parla di un bambino come un peso o lo si considera come mezzo per soddisfare un bisogno emozionale, noi interverremo per insistere che ogni bambino è dono unico e irripetibile di Dio, che ha diritto ad una famiglia unita nell’amore. 

Quando l’istituzione del matrimonio è abbandonata all’egoismo umano e ridotta ad un accordo temporaneo e condizionale che si può rescindere facilmente, noi reagiremo affermando l’indissolubilità del vincolo matrimoniale. 

Quando il valore della famiglia è minacciato da pressioni sociali ed economiche, noi reagiremo riaffermando che la famiglia è necessaria non solo per il bene privato di ogni persona, ma anche per il bene comune di ogni società, nazione e stato. 

Quando poi la libertà viene usata per dominare i deboli, per sperperare le ricchezze naturali e l’energia, e per negare agli uomini le necessità essenziali, noi reagiremo per riaffermare i principi della giustizia e dell’amore sociale. 

Quando i malati, gli anziani o i moribondi sono abbandonati, noi reagiremo proclamando che essi sono degni di amore, di sollecitudine e di rispetto.

Omelia della Santa Messa celebrata Domenica, 7 ottobre 1979 a Washington, Capitol Mall

Giovanni Paolo II / Karol Jozef Wojtyla (1920 - 2005), papa