domenica 6 settembre 2026

Credo in Dio...



Credo in Dio. E non perché così sia più facile vivere, ma perché senza di Lui tutto perde senso.

L’uomo senza fede è come un albero senza radici: può ancora stare in piedi, ma il primo vento lo spezzerà.

La fede non è una fuga dalla realtà, ma un modo per vederla nella verità.

Noi, ucraini, abbiamo resistito per secoli perché abbiamo creduto che non tutto si decide qui e ora.

Sopra di noi c’è una Verità superiore, che vede ogni lacrima e ascolta ogni cuore.


Vasyl Stus (1938 – 1985), poeta, traduttore, critico letterario, giornalista ucraino, morto dopo13 anni di detenzione in un campo di lavoro forzato sovietico per prigionieri politici in Mordovia. 


venerdì 4 settembre 2026

Etica e politica. Quanta attualità in Ratzinger

Due convegni, tenutisi rispettivamente a Milano e a Orvieto, hanno raccolto intellettuali e politici cattolici il 18 gennaio scorso. Entrambi traevano ispirazione dalla Settimana sociale dei cattolici di Trieste (luglio 2024) e si proponevano di far riprendere “parola politica” ai cattolici italiani, orfani della Democrazia Cristiana e ancora senza una vera casa, sia a sinistra che a destra, nonostante le sirene che tendono ad attrarli da una parte o dall’altra. Volendo meglio distinguere le due anime ispiratrici va ricordato che il Convegno di Milano è stato promosso dai cattolici democratici, avendo come mentore Romano Prodi e come conduttore Graziano Delrio, quello di Orvieto è stato organizzato dai cattolici liberali, con Paolo Gentiloni e sullo sfondo Mario Draghi come ispiratori e Stefano Ceccanti e Giorgio Tonini come animatori. Nessuno dei due Convegni si proponeva di dar vita a un nuovo partito cattolico o di promuovere raggruppamenti interni alle forze politiche attuali, anche se entrambi intendevano formulare idee valoriali tali da smuovere e orientare la vita politica nel nostro Paese.  

Alla luce di questo rinnovato interesse per la presenza dei cattolici in ambito politico mi è tornato alla mente un prezioso documento della Congregazione per la Dottrina della Fede, pubblicato il 24 novembre 2002: la Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, firmata dall’allora Prefetto il Card. Joseph Ratzinger. In uno scenario culturale e politico dove non mancavano, come avviene anche oggi, quelli che in nome del pluralismo e della democrazia proclamano la separazione dell’agire politico dalla sfera etica, la Nota rilanciava l’attenzione sul rapporto fra etica e politica come esigenza irrinunciabile: se la politica non può essere separata dalla morale, nessun appello al presunto rispetto del pluralismo in democrazia potrà mai giustificare il relativismo etico, vero cancro di ogni società e dell’agire politico in essa. Con chiarezza la Nota descrive questo suo bersaglio critico: “È oggi verificabile un certo relativismo culturale che offre evidenti segni di sé nella teorizzazione e difesa del pluralismo etico che sancisce la decadenza e la dissoluzione della ragione e dei principi della legge morale naturale. A seguito di questa tendenza non è inusuale, purtroppo, riscontrare in dichiarazioni pubbliche affermazioni in cui si sostiene che tale pluralismo etico è la condizione per la democrazia... La storia del XX secolo basta a dimostrare che la ragione sta dalla parte di quei cittadini che ritengono del tutto falsa la tesi relativista secondo la quale non esiste una norma morale, radicata nella natura stessa dell’essere umano, al cui giudizio si deve sottoporre ogni concezione dell’uomo, del bene comune e dello Stato” (n. 2). 

Già Dietrich Bonhoeffer, in polemica col nazionalsocialismo di cui sarebbe stato martire, scriveva nella sua Etica, rimasta incompiuta a causa del suo arresto da parte della Gestapo: “Non essendovi nulla di durevole, vien meno il fondamento della vita storica, cioè la fiducia, in tutte le sue forme. E poiché non si ha fiducia nella verità, la si sostituisce con i sofismi della propaganda. Mancando la fiducia nella giustizia, si dichiara giusto ciò che conviene... Tale è la singolarissima situazione del nostro tempo, che è un tempo di vera e propria decadenza”. Reagire a questo processo di sottile e pervasiva decadenza etica è l’intento della Nota: i temi concreti che vi sono accennati - dall’aborto all’eutanasia, dai diritti dell’embrione umano alla salvaguardia della famiglia, dalla libertà educativa alla tutela sociale dei minori, dal diritto alla libertà religiosa all’impegno per un’economia che sia al servizio della persona e del bene comune nel rispetto della giustizia e della pace - toccano l’essenza della moralità, traducendo nel vivo delle problematiche attuali le esigenze di quel grande Codice della coscienza rappresentato dal Decalogo. “Se il cristiano è tenuto ad ammettere la legittima molteplicità e diversità delle opzioni temporali, - afferma la Nota - egli è ugualmente chiamato a dissentire da una concezione del pluralismo in chiave di relativismo morale, nociva per la stessa vita democratica, la quale ha bisogno di fondamenti veri e solidi, vale a dire, di principi etici che per la loro natura e per il loro ruolo di fondamento della vita sociale non sono negoziabili” (n. 3).  

Il richiamo alla forza liberante della Verità vuole insomma dare risalto a quella convivenza costruita sul Codice etico fondamentale, senza cui sono la menzogna e la barbarie a trionfare su tutto e su tutti. Il richiamo a San Tommaso Moro sintetizza bene questo scopo della Nota, cui ogni tentativo di rilancio della presenza dei cattolici in politica dovrebbe ispirarsi: pur sottoposto a varie forme di pressione psicologica, egli rifiutò ogni compromesso e, senza abbandonare «la costante fedeltà all’autorità e alle istituzioni legittime», affermò con la sua vita e con la sua morte che «l’uomo non si può separare da Dio, né la politica dalla morale». Specialmente i cattolici che si impegnano nella vita politica, allora, dovrebbero ricordare quanto affermava con appassionata lucidità Corrado Alvaro: e cioè che “la tentazione più grande che possa impadronirsi di una società è credere che agire rettamente sia inutile”.

Avvenire, 12 febbraio 2025, pag. 1.13 

Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto 

Cattolici in politica

Il problema non è la mancanza di principi, ma la mancanza di cattolici che li vivano con coraggio. (Card. Camillo Ruini)

Il fallimento politico dei cattolici in Italia è prima di tutto un fallimento religioso. Hanno voluto salvare le strutture e il potere sacrificando la Verità. Hanno firmato e ratificato leggi che distruggono l'uomo e la famiglia pur di sopravvivere politicamente, diventando servi del mondo. (Divo Barsotti, Diario di quegli anni, Note ed estratti di spiritualità politica)

La politica è una delle forme più alte della carità, perché cerca il bene comune. (Papa Francesco, Evangelii Gaudium, 205)

I cattolici non devono essere spettatori della storia, ma costruttori. (Papa Francesco)

La separazione tra fede e vita è uno dei drammi del nostro tempo. (San Giovanni Paolo II, Christifideles Laici, 59)

La politica deve essere servizio, non ricerca di potere. (San Giovanni Paolo II)

La politica è la forma secolare della speranza. (Giorgio La Pira)

Non si può governare senza la luce della fede e senza la passione per l’uomo. (Giorgio La Pira)

Quando i cristiani rinunciano alla verità per compiacere il mondo, diventano sale che ha perso sapore. (Joseph Ratzinger)

Una politica senza verità è destinata a trasformarsi in dominio arbitrario degli uomini sugli uomini. (Joseph Ratzinger / Papa Benedetto XVI, Messaggio per la Giornata della Pace, 2006)

Il cristiano non può rinunciare alla lotta per la giustizia. (Joseph Ratzinger, Introduzione al Cristianesimo)

Ai liberi e forti dico: non cedete alla tentazione del potere. (Don Luigi Sturzo)

La politica è moralità in atto. (Don Luigi Sturzo)

Il cristiano che non si sporca le mani nella storia è un cristiano dimezzato. (Don Primo Mazzolari)

Il fallimento dei cristiani nella vita pubblica nasce dal loro timore di apparire diversi. (Romano Guardini)


lunedì 31 agosto 2026

Morire giovani

Nell'Antichità classica è un concetto tragico già presente in Erodoto nel mito di Cleobi e Bitone e ripresentato da Menandro nella sua commedia Il doppio ingannatore. Non era inteso come una maledizione, ma come un dono compassionevole: morire giovani risparmiava all'essere umano le sofferenze, le malattie, la decadenza della vecchiaia e il dolore inevitabile della vita.

Chi muore giovane è caro agli dei. (Menandro [342 a.C. – 291 a.C. ca.] da un frammento della sua commedia Dis Exapaton (Il doppio ingannatore)

Quem di diligunt, adolescens moritur. (Plauto, Bacchides)


Il giusto, anche se muore prematuramente, si troverà in un luogo di riposo.
Vecchiaia veneranda non è quella longeva, né si misura con il numero degli anni; ma canizie per gli uomini è la saggezza, età senile è una vita senza macchia.
Divenuto caro a Dio, fu amato da lui e, poiché viveva fra peccatori, fu portato altrove.
Fu rapito, perché la malvagità non alterasse la sua intelligenza o l’inganno non seducesse la sua anima,
poiché il fascino delle cose frivole oscura tutto ciò che è bello e il turbine della passione perverte un animo senza malizia.
Giunto in breve alla perfezione, ha conseguito la pienezza di tutta una vita. La sua anima era gradita al Signore, perciò si affrettò a uscire dalla malvagità.
La gente vide ma non capì, non ha riflettuto su un fatto così importante: grazia e misericordia sono per i suoi eletti e protezione per i suoi santi.

(Bibbia, Libro della Sapienza, 2, 7-15 [50 a.C. circa])


Enea, appena disceso nel regno dell'oltretomba, è colpito dalle voci e dai pianti dei bambini morti... 

Subito si udirono voci ed un enorme vagito
di infanti, anime piangenti, sul far della soglia:
un nero giorno li strappò, privi della dolce vita
e rapiti dalla poppa li sommerse con morte acerba.
(Virgilio, Eneide VI, 426-429 [29 - 19 a.C.])


Abba Antonio, scrutando l’abisso dei giudizi di Dio, chiese: «Signore, come mai alcuni muoiono giovani, altri vecchissimi? E perché alcuni sono poveri e altri ricchi? E come mai degli ingiusti sono ricchi e dei giusti sono in miseria?». E giunse a lui una voce che disse: «Antonio, bada a te stesso. Questi giudizi spettano a Dio e non guadagni nulla a saperli». (Sant'Atanasio di Alessandria, Vita di Antonio


La morte di un figlio è una delle prove più dure, se non la più dura, che un genitore possa affrontare nella vita. Nessun genitore si aspetta di sopravvivere ai propri figli e quando questo capita ci si sente in colpa per il solo fatto di essere vivi, al punto da non riuscire più a continuare a vivere come prima...


On My First Son

Versi per il figlio primogenito morto a 7 anni. 

Addio, tu figlio della mia destra, e gioia;
Il mio peccato fu sperare troppo in te, amato ragazzo.
Sette anni mi fosti prestato, e io ti restituisco,
Esatto dal tuo fato, nel giorno giusto.

Oh, potessi io perdere ora ogni paternità! Perché
L’uomo dovrebbe lamentare lo stato che dovrebbe invidiare?
Aver così presto sfuggito la rabbia del mondo e della carne,
E, se non altra miseria, almeno la vecchiaia?

Riposa in dolce pace, e, se ti chiedono, di’: «Qui giace
La migliore poesia di Ben Jonson».
Per amore suo d’ora in poi tutti i suoi voti siano tali
Che ciò che ama non possa mai piacergli troppo.

(Ben Jonson, On My First Son" [1603])


Pria che l'etade inanimata e vile / il vivo amor ti spenga... (Giacomo Leopardi, A un vincitore nel pallone)

Che gli dei amano muoiono giovani. (Lord Byron, Don Giovanni)


Demain, dès l'aube...

Scritta da Victor Hugo dopo la morte della figlia diciannovenne Léopoldine, annegata nella Senna. L'ultima immagine è la più straziante: l'agrifoglio verde e l'erica sono fiori invernali, semplici e selvatici. Non una corona solenne, ma un mazzo raccolto per strada, da padre.

Domani, all'alba, nell'ora in cui la campagna imbianca,
partirò. Vedi, so che mi aspetti.
Andrò per la foresta, andrò per la montagna.
Non posso restare lontano da te più a lungo.

Camminerò con gli occhi fissi sui miei pensieri,
senza vedere nulla fuori, senza udire alcun rumore,
solo, sconosciuto, la schiena curva, le mani incrociate,
triste, e il giorno per me sarà come la notte.

Non guarderò né l'oro della sera che cade,
né le vele in lontananza che scendono verso Harfleur,
e quando arriverò, poserò sulla tua tomba
un mazzo di agrifoglio verde e di erica in fiore.

(Victor Hugo, Demain, dès l'aube... [1856])


Pianto antico

Scritta dopo la morte, a soli tre anni, del figlio Dante. È una delle elegie più intense e famose della poesia italiana dell’Ottocento. Il contrasto tra la vita che rinasce in primavera e il fiore spezzato del figlio è straziante.

L’albero a cui tendevi
la pargoletta mano,
il verde melograno
da’ bei vermigli fior,
nel muto orto solingo
rinverdì tutto or ora,
e giugno lo ristora
di luce e di calor.

Tu fior de la mia pianta
percossa e inaridita,
tu de l’inutil vita
estremo unico fior,
sei ne la terra fredda,
sei ne la terra negra
né il sol più ti rallegra
né ti risveglia amor.

(Giosuè Carducci, Pianto antico [1871])


Funere mersit acerbo

O tu che dormi là su la fiorita
collina tosca, e ti sta il padre a canto;
non hai tra l'erbe del sepolcro udita
pur ora una gentil voce di pianto?


È il fanciulletto mio, che a la romita
tua porta batte: ei che nel grande e santo
nome te rinnovava, anch'ei la vita
fugge, o fratel, che a te fu amara tanto.


Ahi no! giocava per le pinte aiole,
e arriso pur di vision leggiadre
l'ombra l'avvolse, ed a le fredde e sole

vostre rive lo spinse. Oh, giù ne l'adre
sedi accoglilo tu, chè al dolce sole
ei volge il capo ed a chiamar la madre.

(Giosuè Carducci, Funere mersit acerbo [1877])


Morte del bambino

Tagore scrisse questi versi dopo aver conosciuto lui stesso il dolore della perdita in pochi anni della moglie, dei due figli e del padre. Sono un dialogo furioso tra il poeta e la Natura accusata di essere crudele proprio perché è infinita e non aveva bisogno di prendersi anche lui.

Era vivo, rideva,
camminava e giocava.
Natura, prendendolo che hai avuto?
Tu hai milioni di uccelli colorati, foreste,
stelle, oceani, il cielo infinito. 

Perché l'hai strappato
dal seno della madre,
l'hai nascosto in seno alla terra
e l'hai ricoperto di fiori?

O Potente Natura
di miriadi di stelle e di fiori,
hai rubato un bambino!
S'è forse ingrandito
il tuo tesoro infinito?

Hai così aumentato d'un granello
La tua felicità?
Eppure, un cuore di mamma,
immenso come il tuo,
con la perdita del bambino
ha perduto tutto!

(Rabindranath Tagore, Morte del bambino [1902-1903])


Giorno per giorno

La poesia è una delle opere più emozionanti e significative della carriera di Giuseppe Ungaretti. É dedicata alla memoria di Antonietto, il figlio scomparso a soli nove anni a causa di un'appendicite mal curata.

1. "Nessuno, mamma, ha mai sofferto tanto..."
E il volto già scomparso
ma gli occhi ancora vivi
dal guanciale volgeva alla finestra,
e riempivano passeri la stanza
verso le briciole dal babbo sparse
per distrarre il suo bimbo…

2. Ora potrò baciare solo in sogno
le fiduciose mani…
E discorro, lavoro,
sono appena mutato, temo, fumo…
Come si può ch’io regga a tanta notte?…

3. Mi porteranno gli anni
chissà quali altri orrori,
ma ti sentivo accanto,
m’avresti consolato…

4. Mai, non saprete mai come m’illumina
l’ombra che mi si pone a lato, timida,
quando non spero più…

5. Ora dov’è, dov’è l’ingenua voce
che in corsa risuonando per le stanze,
sollevava dai crucci un uomo stanco?…
La terra l’ha disfatta, la protegge
un passato di favola…

6. Ogni altra voce è un’eco che si spegne
ora che una mi chiama
dalle vette immortali…

7. In cielo cerco il tuo felice volto,
ed i miei occhi in me null’altro vedano
quando anch’essi vorrà chiudere Iddio…

8. E t’amo, t’amo, ed è continuo schianto!…

9. Inferocita terra, immane mare
mi separa dal luogo della tomba
dove ora si disperde
il martoriato corpo…
Non conta… Ascolto sempre più distinta
quella voce d’anima
che non seppi difendere quaggiù…
M’isola, sempre più festosa e amica
di minuto in minuto,
nel suo segreto semplice…

10. Sono tornato ai colli, ai pini amati
e del ritmo dell’aria il patrio accento
che non riudrò con te,
mi spezza ad ogni soffio…

11. Passa la rondine e con essa estate,
e anch’io, mi dico, passerò…
Ma resti dell’amore che mi strazia
non solo segno un breve appannamento
se dall’inferno arrivo a qualche quiete…

12. Sotto la scure il disilluso ramo
cadendo si lamenta appena, meno
che non la foglia al tocco della brezza…
E fu la furia che abbatté la tenera
forma e la premurosa
carità d’una voce mi consuma…

13. Non più furori reca a me l’estate,
né primavera i suoi presentimenti;
puoi declinare, autunno,
con le tue stolte glorie:
per uno spoglio desiderio, inverno
distende la stagione più clemente!…

14. Già m’è nelle ossa scesa
l’autunnale secchezza,
ma, protratto dalle ombre,
sopravviene infinito
un demente fulgore:
la tortura segreta del crepuscolo
inabissato…

15. Rievocherò senza rimorso sempre
un’incantevole agonia di sensi?
Ascolta, cieco: “Un’anima è partita
dal comune castigo ancora illesa…”

Mi abbatterà meno di non più udire
i gridi vivi della sua purezza
che di sentire quasi estinto in me
il fremito pauroso della colpa?

16. Agli abbagli che squillano dai vetri
squadra un riflesso alla tovaglia l’ombra,
tornano al lustro labile d’un orcio
gonfie ortensie dall’aiuola, un rondone ebbro,
il grattacielo in vampe delle nuvole,
sull’albero, saltelli d’un bimbetto…

Inesauribile fragore di onde
si dà che giunga allora nella stanza
e alla freschezza inquieta d’una linea
azzurra, ogni parete si dilegua…

17. Fa dolce e forse qui vicino passi
dicendo: “Questo sole e tanto spazio
ti calmino. Nel puro vento udire
puoi il tempo camminare e la mia voce.
Ho in me raccolto a poco a poco e chiuso
Lo slancio muto della tua speranza.
Sono per te l’aurora e intatto giorno”.

(Giuseppe Ungaretti, Giorno per giorno [1946])


Gridasti: Soffoco…

Nel viso tuo scomparso già nel teschio,
gli occhi, che erano ancora luminosi
solo un attimo fa,
gli occhi si dilatarono… si persero…

Un bimbo è morto…
Nove anni, chiuso cerchio,
nove anni cui né giorni, né minuti
mai più s’aggiungeranno…

(Giuseppe Ungaretti, Gridasti: Soffoco… [1946])



Théoden: «Simbelmynë. Sempre è fiorito sulle tombe dei miei avi. Ora crescerà sulla tomba di mio figlio. Ahimè, per i giorni oscuri nei quali siamo caduti. I giovani periscono e i vecchi indugiano. Che io debba vivere per vedere la fine della mia casata...»
Gandalf: «La morte di Théodred non è dipesa dalla tua volontà.»
Théoden: «Un genitore non dovrebbe mai seppellire il proprio figlio
Théoden: «Cosa deve fare l'uomo contro il male sconsiderato?»

(Dialogo tratto dal film Il Signore degli Anelli: Le due torri (2002) di Peter Jackson)




sabato 29 agosto 2026

Preghiera per gli animali di San Basilio

Signore e salvatore del mondo, 
noi ti preghiamo anche per gli animali, 
che umilmente portano con noi il peso e il calore del giorno 
e offrono le loro semplici vite, aiutandoci a vivere bene. 

Noi ti preghiamo anche per le creature selvagge 
che tu hai creato sapienti, forti, belle. 

Ti preghiamo per tutte le creature, 
anche quelle che non sono intelligenti 
perché esse hanno una loro missione, 
sebbene noi siamo incapaci di riconoscerla. 

E supplichiamo la tua grande tenerezza, 
perché tu hai promesso di salvare insieme l’uomo e gli animali  (Cf Sal 36,7)
e hai concesso a tutti il tuo amore infinito.



O Dio, accresci in noi 
il senso di fraternità con tutti gli esseri viventi,  
con i nostri fratelli animali 
a cui Tu hai concesso di soggiornare con noi su questa terra.  

Proviamo un senso di vergogna nel ricordare  
che abbiamo esercitato la nostra signoria  
con spietata crudeltà,  
cosicché la voce della terra,  
che sarebbe dovuta salire fino a Te come una canzone, 
è stata invece un gemito di dolore. 

Facci comprendere che essi non vivono soltanto per noi,  
ma anche per se stessi e per Te;  
facci capire che essi amano al pari nostro la dolcezza della vita
e si sentono meglio al loro posto, di quanto non ci sentiamo noi al nostro!
 

San Basilio Magno

domenica 16 agosto 2026

Il cardo selvatico

Tutti i pastori che accorrevano verso la grotta al segnale della Cometa erano felici. Tutti tranne uno. Per lui, durante tutta la vita, ogni segnale era stato scaturigine di angoscia; il suo desiderio sarebbe stato di vivere una vita senza accadimenti, prove, intoppi che non fossero quelli che si poneva da se stesso, continuamente.

La luce della stella allertò il suo cuore, perché era chiara e netta. Ma il suo era un cuore che pareva incapace di gioia e di serenità. Per un motivo che gli era sempre stato incomprensibile, ogni suo sentire era sempre avvelenato da un’amarezza e da una paura che sembravano provenire dalla notte dei tempi e che lo stringevano in una morsa. Per il suo cuore così infreddolito, la mente gli era insieme di sostegno e d’impaccio: di sostegno quando il cuore diveniva ghiaccio, d’impaccio quando diveniva fuoco.

In perenne dissidio con se stesso, quel pastore dubitava di tutto, a cominciare da sé, e mentiva senza volerlo, con un riprovevole candore. Esitò a lungo, prima di mettersi in cammino, preda dell’angoscia: valeva o no la pena di muoversi? E se la stella avesse mentito? Vatti a fidare delle stelle! Poi, quando chiamò le sue quattro pecore e si avviò, lo sospinse l’angoscia di dover arrivare primo, se no, altrimenti, che razza di pastore era? Fu allora che gli piombò addosso, come un macigno, il coro degli Angeli che cantava: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che Dio ama».

Quel canto, che per ogni altro era di esultanza e conforto, gli fu fatale. Perché «agli uomini che Dio ama» e non a tutti gli uomini? Che significava quella frase se non che esistono uomini che Dio ama e, quindi, altri che Dio non ama? Lui era uno di questi. Inamabile perché colpevole di qualcosa di cui era impastata la sua stessa carne. Quella notte di luce e di pace divenne per lui una notte d’inferno e disperazione. Lasciò le pecore presso un sicomoro e si avvicinò ad un pozzo. L’acqua rifletteva una manciata di brillanti del cielo, ma a lui parvero barbagli d’occhi di biscia. Sollevò una gamba per salire sul bordo del pozzo, quando una spina gli si conficcò nell’alluce dolorosamente.

Era un cardo selvatico fiaccato dalla polvere e cento volte calpestato, la cui unica spina viva era destinata a lui. «Maledetto!», gli sibilò nel silenzio. Ed era un silenzio così compatto che quella maledizione gli parve un sasso lanciato a se stesso. Il cardo parlò: «Che razza di uomo sei che maledici un cardo per l’unica e l’ultima sua dote?». L’uomo rispose, manco sapesse che i cardi non parlano: «E la tua dannata spina la chiami una dote?». «Non ne ho altre», rispose il cardo.

«E come io benedico Iddio ogni giorno per questo unico dono che mi ha fatto, così tu dovresti imitarmi, simile a me quale tu sei». L’uomo tacque. Il silenzio si popolava di un nuovo tipo di affanno, mai prima provato, molto simile a un pianto che voglia prorompere ad ogni costo. Il cardo diceva il vero: Dio ama le sue creature per quello che sono, e «gli uomini che Dio ama» sono quelli che accettano di essere amati per quello che sono. "Uomini palma", "uomini frumento" ed anche "uomini cardo".

«Anzi», a questo punto il cardo riprese a parlare, «Dio ama in modo particolare, tenerissimo, gli uomini cardo, perché, se li ha fatti così, aveva le sue buone ragioni». «Quali?», incalzò l’uomo, che vedeva tutta la sua vita capovolgersi. «Forse, come la mia spina, una sola: di far soffrire gli altri; o — come nel tuo caso — di pungerli con la tua angoscia e gli aculei della tua natura». «Non è una grande funzione…», disse il pastore.

«Che io ti abbia salvato la vita non ti pare una cosa grande? Il fatto è», riprese con forza il cardo selvatico, «che tu non accetti di essere amato per quello che sei, con tutte le tue spine, e forse veleni e chissà che altro. Vorresti essere amato per quello che non sei: ecco la tua superbia che ti separa dal mondo e dagli uomini. È essa che chiude il fiotto dell’Amore di Dio, e che gli vieta di spandersi come tanto vorrebbe». L’uomo tacque di nuovo. Come gli era facile e difficile tutto ciò. Facile capire, difficile accettare. Solo quando s’inginocchiò, ancora confuso ed incerto, accanto al Bimbo e ne sentì la piccola mano sul capo, ebbe la rivelazione finale. Sulla sua testa ispida di pensieri da cardo, il Bimbo tenne la mano per l’intera notte, a dire a lui ed a tutto l’universo che, se si era fatto carne, lo aveva fatto precisamente, quasi unicamente per gli "uomini cardo".

Che le loro spine lo avrebbero crocifisso già lo sapeva. Ma non poteva, proprio non poteva rinunciare a loro, i suoi figli più difficili, più egoisti, più ingrati. Altrimenti, che razza di Amore sarebbe stato?

Fiabe della Notte Santa

Piero Gribaudi (1933 - 2019), scrittore, editore e bibliofilo italiano

venerdì 14 agosto 2026

La Dichiarazione di Pace di Hiroshima

Testo integrale della Dichiarazione di Pace letta il 6 agosto dal sindaco di Hiroshima Kazumi Matsui durante una cerimonia per commemorare gli 81 anni dal bombardamento atomico della città del 1945. (foto Kyodo News / Associated Press)

Ancora oggi, a 81 anni dai bombardamenti atomici, proprio qui sulla Terra dove viviamo, assistiamo a invasioni militari che usano le armi nucleari come strumenti di intimidazione, oltre ad altre azioni prepotenti da parte delle grandi potenze in violazione del diritto internazionale. Quest'anno, la Conferenza di esame del Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) non è riuscita a adottare un documento finale per la terza volta consecutiva. La responsabilità di questo fallimento ricade sui leader politici che danno la colpa agli altri per giustificare il proprio comportamento. Le parole e le azioni di questi leader scuotono le fondamenta della pace e della stabilità globale, ignorando gli obblighi stabiliti dal TNP.

Se la situazione attuale dovesse persistere, la diffidenza si radicherà in tutto il mondo, riportandoci alla sfrenata avidità dell'era della Seconda Guerra Mondiale. Sminuire la disumanità delle armi nucleari e accettare l'uso della forza per perseguire la propria prosperità rischia di innescare cicli di violente ritorsioni. Questo potrebbe culminare in un'altra Hiroshima o Nagasaki.

Vi prego di dedicare un momento all'ascolto, ancora una volta, delle testimonianze degli hibakusha sopravvissuti alla devastazione. Una donna, che all'epoca aveva 16 anni, ricorda la sua affettuosa sorella maggiore. Vede il volto di sua sorella, con la pelle che si decomponeva sul cranio e i denti esposti in una bocca senza più labbra. Fu un incubo talmente grande da non poter credere ai propri occhi. Un'altra donna, esposta alla bomba all'età di 3 anni, ha sofferto per anni a causa di una serie di malattie, fino ad ammalarsi di leucemia a 55 anni. Dopo la diagnosi di patologia da bomba atomica, ha vissuto nel terrore costante di dove il male avrebbe colpito la volta successiva. Un uomo che allora aveva 9 anni, di fronte all'invasione russa dell'Ucraina che ha causato la morte di molti civili, ci supplica di superare i nostri conflitti interni. Ci chiede di accogliere le prospettive reciproche per costruire un mondo senza scontri violenti. Esorta in particolare i nostri giovani a iniziare riflettendo profondamente sulla propria vita quotidiana.

Ispirata dalle voci dei nostri hibakusha e dalle iniziative per tramandare la loro volontà, la società civile ha continuato il suo attivismo per la pace e per l'abolizione delle armi nucleari, superando generazioni e confini nazionali. Tuttavia, troppi leader politici, considerando ancora la deterrenza nucleare un approccio realistico, accettano che la comunità internazionale legittimi la violenza. Questo non fa che allontanare un mondo libero da armi nucleari. In un'epoca in cui lo sbiadire della memoria della guerra potrebbe portare all'uso di armi nucleari, dobbiamo riscoprire le lezioni del passato. Sono le stesse lezioni che portarono alla fondazione delle Nazioni Unite e alla spinta per abolire gli arsenali atomici. Ognuno di noi deve rifiutare ogni forma di violenza e agire per costruire una società internazionale determinata a rendere realtà l'ideale dell'abolizione nucleare.

A tal fine, rivolgo questa richiesta ai nostri giovani. Vi prego di stringere legami più profondi con persone che hanno valori diversi dai vostri, oltre i confini nazionali, e in questo percorso di condividere gioia, divertimento, sogni e speranze. Molti giovani in tutto il mondo stanno approfondendo le loro relazioni imparando, qui a Hiroshima e altrove, la storia dei bombardamenti atomici. Vi esorto a esprimere i vostri pensieri, a impegnarvi nelle vostre comunità e a fare, nella vostra vita quotidiana, tutto ciò che potete per la pace. Questi sforzi aiuteranno a coltivare una cultura globale della pace basata sul rispetto reciproco. Sdoganando l'abolizione delle armi nucleari come puro buon senso all'interno della comunità internazionale, contribuirete a creare un contesto che non permetta più ai decisori politici di fare affidamento sulla deterrenza nucleare. La Città di Hiroshima collaborerà con i nostri 8.589 comuni membri di Mayors for Peace (Sindaci per la Pace) per promuovere questa cultura in tutto il mondo e rafforzare gli sforzi per trasmetterla alle generazioni future. Continueremo a fare campagna per diffondere lo Spirito di Hiroshima.

Decisori politici di tutto il mondo, la società civile esige l'immediata abolizione delle armi nucleari. Per quanto tempo ancora avete intenzione di deluderci? Comprendete di certo che qualsiasi uso di armi nucleari infliggerebbe danni catastrofici all'umanità, e che la non proliferazione e il disarmo nucleare possono essere affrontati solo attraverso sforzi multilaterali. Leader degli Stati militarmente nucleari, a voi spetta la responsabilità primaria del disarmo. Dovete assolutamente riconoscere l'imperativo di dare il buon esempio. Governanti del mondo, venite di persona a visitare Hiroshima e Nagasaki. Confrontatevi direttamente con le nostre tragedie e ascoltate le aspirazioni di pace dei nostri hibakusha. La società civile spera fervidamente che, durante le vostre visite, lancerete messaggi al mondo per esprimere la vostra determinazione ad abolire le armi nucleari, per poi attuare politiche concrete volte a raggiungere tale obiettivo.

Esortiamo il governo giapponese a rimanere profondamente consapevole degli alti ideali sanciti dalla Costituzione del Giappone e a continuare a occupare un posto d'onore nella società internazionale. Proprio perché affrontiamo un contesto di sicurezza difficile, che potrebbe portare a divisioni e persino a conflitti con altre nazioni, chiediamo una diplomazia tenace e persistente, senza imporre sacrifici alla popolazione. Il Giappone deve manifestare e attuare contributi continui alla pace e alla stabilità internazionale. A tal fine, esortiamo il Giappone a iniziare partecipando come osservatore alla Conferenza di esame del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari di questo novembre, per poi ratificare il trattato senza indugio. Inoltre, chiediamo con forza che le misure a sostegno degli hibakusha, la cui età media ha superato gli 86 anni, siano potenziate in modo da rispondere alle loro continue sofferenze e difficoltà, sulla base di quadri normativi adeguati a sostenere tutti i sopravvissuti, compresi quelli che vivono all'estero.

Oggi, nel giorno che segna l'81° anniversario del bombardamento atomico, porgiamo le nostre più sentite condoglianze alle anime delle vittime e ci impegniamo a fare tutto il possibile per ottenere l'abolizione delle armi nucleari, portando a una pace mondiale duratura. Ancora una volta, rivolgiamo il nostro appello alla società civile nel suo complesso. Guidati dallo Spirito di Hiroshima ispirato dagli hibakusha, lavoriamo insieme in una sincera unità per cambiare il mondo.

Kazumi Matsui, sindaco di Hiroshima

mercoledì 5 agosto 2026

Le guerre le perdono tutti!


Erminio Bonafè (George Wilson): "La guerra è una parentesi bestiale e solo quando è finita ci si accorge della sua inutilità!"

Primo Arcovazzi (Ugo Tognazzi): "Se si perde!... ma se si vince?"  

Erminio Bonafè: "Le guerre le perdono tutti!" 

Dal film: Il federale (1961), regia di Luciano Salce

martedì 4 agosto 2026

Argo

Briton Riviere, Ulysses and Argus (1885)

...un cane, che giaceva lì nei pressi, alzò la testa e le orecchie:
era Argo
, il cane del valoroso Ulisse, che un tempo
l’eroe allevò e nutrì ma senza goderne, poiché dovette
partire per la sacra Ilio. Un tempo i giovani lo portavano
a caccia di capre selvatiche, di cervi e di lepri; ma ora,                                                            
senza il padrone, egli giaceva abbandonato in disparte
in un mucchio di sterco di muli e di buoi,
che si ammucchiava sino a quando i servi di Ulisse
non lo portavano via per concimare i campi.
Qui il cane Argo giaceva, tutto pieno di zecche.                                                                        
Quando l’animale sentì che Ulisse era vicino,
mosse la coda e abbassò entrambe le orecchie,
ma non riuscì ad accostarsi al padrone.
Ulisse distolse lo sguardo e si asciugò una lacrima
di nascosto da Eumeo e poi gli domandò:                                                                                  
“Eumeo, questo cane che giace nel letame fa impressione:
a me sembra bellissimo ma non so dire bene
se oltre che bello era altrettanto veloce a correre
o se era invece come quei cani da mensa
dei signori, che i padroni allevano per vanità”
.                                                                         
E tu, porcaro Eumeo, così gli rispondesti:
“Questo è il cane di un uomo che è morto lontano.
Se nel corpo e nelle azioni fosse com’era
quando Ulisse lo lasciò veleggiando per Troia,
ti stupiresti nel vederne la velocità e la forza.                                                                             
Nel folto della foresta profonda non gli sfuggiva
nessuna preda, era esperto nel fiutare le tracce.
Ora la sventura lo ha colto: il padrone è morto lontano,
le donne disattente non si prendono più cura di lui.
Quando i padroni non comandano più,                                                                                     
i servi non hanno più voglia di lavorare.
Zeus, il signore del tuono, toglie all’uomo
metà della sua virtù, quando lo rende schiavo”
.
Così disse ed entrò nella bella dimora;
andò verso la sala, tra i nobili pretendenti.                                                                                
E la morte oscura scese su Argo, che aveva
potuto rivedere Ulisse, dopo venti anni.

Omero, Odissea XVII, 290 -325

lunedì 3 agosto 2026

Tra il ponte e l'acqua la grazia della conversione

Un giorno, una donna desolata per il suicidio del marito che si era gettato da un ponte riuscì a avvicinare San Giovanni Maria Vianney. Il Santo Curato d’Ars le disse che il marito era salvo e si trovava in Purgatorio, spiegando che nel breve istante tra il salto dal parapetto del ponte e l’impatto con l’acqua aveva avuto il tempo di fare un atto di contrizione e di pentirsi.

Quindi: la breve distanza tra il ponte e l’acqua è sufficiente per la grazia della conversione e quella distanza ci proibisce di giudicare!


...e poi morire

 Un giovane sacerdote confidò un giorno a San Filippo Neri:

“Qui a Roma è facile a molte persone fare fortuna. Spero anch’io di avere buona sorte, e di ottenere, prima o poi, uno zucchetto da Monsignore”

“Ve lo auguro di tutto cuore - rispose il santo - , ma poi, giunto a quel punto, quali sarebbero le vostre aspirazioni?”

“Vi dirò in confidenza che, dopo lo zucchetto di monsignore, spero di ottenere l’anello di Vescovo”.

“Benissimo, e poi che cosa intendete fare?”

“Sapete come va il mondo: una volta Vescovo, non dispero di ricevere il rosso cappello cardinalizio”.

“E poi, via!…”

“Sapete bene che è tra i Cardinali che viene scelto il nuovo papa e la fortuna, a volte, fa certi scherzi!”

“E poi?”

“E poi! Ma sapete che mi fate ridere con questo: ‘E poi?’

“Vi sembra cosa da nulla essere Sommo Pontefice, capo di tutta la cristianità?

“Allora sarebbe il momento di godersi finalmente la vita e rallegrarsi del destino glorioso che ci è stato riservato.”

“E poi?”

“E poi basta. Che cosa volete di più?”

“Ve lo dirò io.”

Fece il santo curvandosi all’orecchio del prete ambizioso.

E così facendo disse tre volte, con voce tagliente:

“E poi morire! ...e poi morire! ...e poi morire!”

San Filippo Neri

Preghiere per il Natale

Signore Gesù, nella corsa ai prepara vi per il Natale, può sfuggirci il motivo della festa: la tua venuta in mezzo a noi!

Come il poeta che si ferma assorto e me e in rima i suoi versi, anche noi siamo chiama a sostare di fronte alla mangiatoia e cogliere la speranza che nasce dall’annuncio della tua nascita.

Aiutaci Signore a vivere il Natale con lo stupore negli occhi e la gratitudine nel cuore per questo grande dono. Amen

Preghiera per la mia famiglia

La mia famiglia non è santa come la tua, Signore.

Ha i suoi difetti, le sue pause, le sue discussioni, le sue ripicche.

Ha tanti passi da fare per crescere a immagine della tua.

Eppure io la amo, mi piace, ne faccio parte con fierezza.

Per questo ti chiedo di benedirla, senza negare i suoi errori e le sue paure,

affinché il tuo pensiero positivo le metta le ali.

Abbiamo bisogno della tua verità per vivere la quotidianità

con sapienza, ottimismo e speranza.

Abbiamo bisogno della tua pace

per trovare le strade migliori di concordia e tolleranza.

Abbiamo bisogno del tuo amore per farci carico gli uni degli altri,

per sperimentare creatività, sicurezza, fiducia.

Abbiamo bisogno di ricordare le tue parole

per trovare risposte, senso e sapore della vita.

Abbiamo bisogno di sognare con te per raggiungere le mete che

hai immaginato per la nostra felicità. Amen

Offerta della Giornata a Maria

O Maria Madre del Verbo incarnato e Madre nostra dolcissima,

siamo qui ai tuoi Piedi mentre sorge un nuovo giorno,

un altro grande dono del Signore.

Deponiamo nelle tue mani e nel tuo cuore tutto il nostro essere.

Noi saremo tuoi nella volontà, nel pensiero, nel cuore, nel corpo.

Tu forma in noi con materna bontà in questo giorno una vita nuova, la vita del tuo Gesù.

Previeni e accompagna o Regina del Cielo,

anche le nostre più piccole azioni con la tua ispirazione materna

affinché ogni cosa sia pura e accetta al momento del Sacrificio santo e immacolato.

Rendici santi o Madre buona;

santi come Gesù ci ha comandato,

come il tuo cuore ci chiede e ardentemente desidera. Amen


Santa Caterina Labouré (1806 – 1876), religiosa francese della Compagnia delle Figlie della Carità

sabato 1 agosto 2026

Non omnis moriar

Non omnis moriar multaque pars mei
vitabit Libitinam usque ego postera
crescam laude recens...

Ho innalzato un monumento più duraturo del bronzo
e più alto della regale maestà delle piramidi, 
che né la pioggia che corrode, né il vento impetuoso
potrà abbattere né l’interminabile corso degli anni e la fuga del tempo.

Non morirò del tutto, anzi una gran parte di me
eviterà la morte; per sempre

io crescerò rinnovato dalla lode dei posteri
finché il pontefice salirà in Campidoglio
con la processione silenziosa delle vergini.

Si dirà che io, dove strepita scrosciante l’Ofanto
e dove Dauno povero d’acque regnò su popoli agresti
da umili origini fatto potente, per primo
ho portato a ritmi italiani la poesia eolica.

Assumiti questo traguardo
conquistato per tuo merito e con l’alloro di Delfi,
Melpomene, di buon grado cingimi i capelli.

Odi III 30

Orazio

venerdì 31 luglio 2026

Il mistero della morte

I tragici avvenimenti di questi tempi di stragi, causate dalle guerre e dal terrorismo, rischiano di banalizzare la morte. Tuttavia essa incute angoscia e paura. Perciò si fa ogni sforzo per non pensare ad essa, per dimenticarla e renderla invisibile. Ma la morte ha un senso? La risposta è che, se la morte biologica è naturale, spiritualmente è una violenza fatta allo spirito umano. Perché, allora, la morte? In realtà, essa è un enigma o, meglio, è un mistero che soltanto la fede cristiana svela pienamente. Questa, infatti, dice che nel piano divino della creazione dell’essere umano non c’era la morte, ma essa è entrata nel mondo attraverso il peccato. Dice, inoltre, che Dio ha salvato l’uomo dal peccato e dalla morte, mediante la morte e la risurrezione del suo Figlio Gesù, il Dio fatto uomo.

La civiltà cattolica, Quaderno 3705, Anno 2004, Volume IV, pag. 209 

Aforismi Defunti

# Comunione dei santi  # Morte

Beati coloro […] che si sono addormentati nell'amore! Perché anche noi vivremo certamente. (Bibbia, Siracide 48,1-4.9-11)

Alla morte di un uomo si rivelano le sue opere. (Bibbia, Siracide 11, 27)

Poi udii una voce dal cielo che diceva: «Scrivi: Beati d'ora in poi, i morti che muoiono nel Signore. Sì, dice lo Spirito, riposeranno dalle loro fatiche, perché le loro opere li seguono». (Bibbia, Apocalisse 14, 13)

Tutto è vostro: ...il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio. (Bibbia, 1Cor 3,23)

Una lacrima per i defunti evapora; un fiore sulla tomba appassisce; una preghiera, invece, arriva sino al cuore dell'Altissimo. (Sant'Agostino di Ippona)

I morti non sono degli assenti, sono degli invisibili. Tengono i loro occhi pieni di luce fissi nei nostri pieni di lacrime. (Sant'Agostino di Ippona)

Non ti chiedo, Signore, perché ce lo hai tolto. Ti ringrazio per il tempo che ce lo hai lasciato. (Sant'Agostino di Ippona)

Coloro che amiamo e che abbiamo perduto, non sono più dov'erano, ma sono ovunque noi siamo. (Sant'Agostino di Ippona)

Beatus qui amat te et amicum in te et inimicum propter te. Solus enim nullum carum amittit cui omnes in illo cari sunt, qui non amittitur.
Beato chi ama te e l'amico in te e il nemico per te. Non perde nessuna persona cara solo colui al quale sono tutti cari nell'unico che non si può perdere, te. (Sant'Agostino di Ippona, Confessioni, 4, 9, 14)
Non si perdono mai coloro che amiamo, perché possiamo amarli in colui che non si può perdere.

Quando mi sarò a te unito con tutto il mio essere, più non vi sarà per me né dolore, né travaglio, e viva sarà la mia vita tutta piena di te. (Sant’Agostino di Ippona, Confessioni, X, 28)

La morte non è cattiva, se non siamo diventati noi stessi cattivi. La morte è la grazia, il più grande dono di grazia che Dio concede alle persone che credono in lui. La morte è mansueta, la morte è dolce e gentile... (Dietrich Bonhoeffer)

Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore. (San Giovanni della Croce)

Io non muoio, entro nella vita. (Santa Teresa di Lisieux)

Ricordatevi che i morti non solo umanamente si onorano, ma cristianamente si suffragano, beneficando i vivi. (P. Giovanni Semeria)

Il più grande dolore che tu sentirai per i tuoi poveri morti sarà sempre il pensiero di non averli amati abbastanza. (Guido da Borsara)

Non bisogna seppellire i morti due volte: sotto i fiori e dentro i cuori. Ma farli risorgere al nostro fianco, intorno alle cose che hanno amato e amiamo. E al magico richiamo dei nomi, delle date e dei ricordi, saranno vivi con noi, in noi e per noi. Non piangerli con inutili lacrime, ma rievocarli con opere di bene. Non rischiararli con le lampade votive, ma illuminarli con l'amore. Bisogna seppellire i corpi sotterra, ma esaltare le anime nella luce. (Nino Salvaneschi)

I morti aiutano i vivi a portare la vita. (Renzo Pezzani)

É mia abitudine, appresa in famiglia, il pio ricordo dei morti: essi mi hanno fatto sempre buona compagnia. (Giovanni XXIII)

A questo mondo tutto finisce, ma non finisce mai senza dare inizio ad una cosa più bella. (S. Gregorio di Nissa)

Il nostro dolore è immenso, ma noi siamo cristiani, noi possiamo anche sentire e trovare un sollievo nella morte. ...Non piangete sui nostri posti vuoti. Le famiglie cristiane non si scompongono mai: la lontananza accresce nel desiderio del ritorno l'amore, e la morte lo consacra in un vincolo eterno. Non piangete, e se mai non potete trattenere questo umano sollievo, fate che le vostre lacrime non siano senza speranza. Siamo cristiani! (Primo Mazzolari)

Se qualsiasi immaginazione vien meno di fronte alla morte, la Chiesa invece, istruita dalla Rivelazione divina, afferma che l'uomo è stato creato da Dio per un fine di felicità oltre i confini della miseria terrena. (Gaudium et spes, 18)

A questo mondo tutto finisce ma, non finisce mai, senza dare inizio ad una cosa più bella. (S. Gregorio di Nissa)

No, noi non moriamo! Cambiamo semplicemente casa. Questa è la speranza che arride per mezzo della fede e dell'amore a noi cristiani; una speranza che è certezza. Non si tratta d'altro che di un arrivederci. Dio non agisce come un cacciatore in attesa della più piccola negligenza della preda per colpirla. Dio è come un giardiniere che cura i fiori, li irriga, li protegge; li coglie soltanto quando sono più belli e rigogliosi. Dio prende con se le anime quando sono mature.

Distaccandoci dai nostri cari cominciamo a morire. (Giuseppe Giusti)

Fa' che la mia anima si innalzi dove il vivere è calma, e senza morte. (Giuseppe Ungaretti)

La morte non è una luce che si spegne. É mettere fuori la lampada perché è arrivata l'alba. (Rabindranath Tagore)

Tutti quelli che ameranno i poveri in vita non avranno alcuna timore della morte. (San Vincenzo De' Paoli)

La distanza tra il Cielo e la terra non potrà mai separare i cuori che Dio ha unito. (San Francesco di Sales)

È un grande dolore averlo perduto, ma ti ringraziamo, o Dio, di averlo avuto, anzi di averlo ancora, perché chi torna al Signore non esce di casa. (San Girolamo)



lunedì 20 luglio 2026

Ti dicono non piangere

 Ti dicono non piangere.

Ti dicono che è solo un cane, non una persona.

Ti dicono che passerà.

Ti dicono che gli animali non sanno che devono morire.

Ti dicono che l'importante è non farli soffrire.

Ti dicono che puoi averne un altro.

Ti dicono che succederà.

Ti dicono che ci sono dolori più insopportabili.

Ma non sanno quante volte hai guardato il tuo cane negli occhi.

Non sanno quante volte sei stato tu e il tuo cane a guardare nell'oscurità.

Non sanno quante volte è stato il tuo cane l'unico che è stato al tuo fianco.

Non sanno che l'unico che non ti ha giudicato è il tuo cane.

Non sanno quanta paura hai avuto la notte in cui ti hanno svegliato i suoi lamenti.

Non sanno quante volte ha dormito il tuo cane vicino a te.

Non sanno quanto sei cambiato da quando il cane è diventato parte della tua vita.

Non sanno quante volte lo hai abbracciato quando era malato.

Non sanno quante volte hai finto di non vedere quando i suoi capelli diventavano sempre più bianchi.

Non sanno quante volte hai parlato al tuo cane, l'unico che ti ascolta davvero.

Non sanno quanto sei stato bello per il tuo cane.

Non sanno che è stato solo il tuo cane a sapere che stavi soffrendo.

Non sanno quali sentimenti ti ha fatto provare il tuo cane.

Non sanno cosa si prova a vedere il tuo cane anziano che si sforza a venire a salutarti.

Non sanno che quando le cose andavano male, l'unico che non se ne è andato è il tuo cane.

Non sanno che il tuo cane si fida di te, in ogni istante della sua vita, anche all'ultimo.

Non sanno quanto il tuo cane ti ha amato, e quel poco che gli bastava per essere felice, perché a lui bastavi tu.

Non sanno che piangere per un cane è una delle cose più nobili, significative, vere e pulite che puoi fare.

Non sanno dell'ultima volta che lo hai spostato con difficoltà... facendo attenzione a non fargli del male.

Non sanno cosa hai sentito quando gli hai accarezzato la faccia negli ultimi momenti della sua vita... 


E. Grandi

sabato 18 luglio 2026

Si cerca per la Chiesa un uomo...

Si cerca per la Chiesa
un prete capace di rinascere
nello Spirito ogni giorno.

Si cerca per la Chiesa un uomo
senza paura del domani
senza paura dell'oggi
senza complessi del passato.

Si cerca per la Chiesa un uomo
che non abbia paura di cambiare
che non cambi per cambiare
che non parli per parlare.

Si cerca per la Chiesa un uomo
capace di vivere insieme agli altri
di lavorare insieme
di piangere insieme
di ridere insieme
di amare insieme
di sognare insieme.

Si cerca per la Chiesa un uomo
capace di perdere senza sentirsi distrutto
di mettere in dubbio senza perdere la fede
di portare la pace dove c'è inquietudine
e inquietudine dove c'è pace.

Si cerca per la Chiesa un uomo
che sappia usare le mani per benedire
e indicare la strada da seguire.

Si cerca per la Chiesa un uomo
senza molti mezzi,
ma con molto da fare,
un uomo che nelle crisi
non cerchi altro lavoro,
ma come meglio lavorare.

Si cerca per la Chiesa un uomo
che trovi la sua libertà
nel vivere e nel servire
e non nel fare quello che vuole.

Si cerca per la Chiesa un uomo
che abbia nostalgia di Dio,
che abbia nostalgia della Chiesa,
nostalgia della gente,
nostalgia della povertà di Gesù,
nostalgia dell'obbedienza di Gesù.

Si cerca per la Chiesa un uomo
che non confonda la preghiera
con le parole dette d'abitudine,
la spiritualità col sentimentalismo,
la chiamata con l'interesse,
il servizio con la sistemazione.

Si cerca per la Chiesa un uomo
capace di morire per lei,
ma ancora più capace di vivere per la Chiesa;
un uomo capace di diventare ministro di Cristo,
profeta di Dio, un uomo che parli con la sua vita.
Si cerca per la Chiesa un uomo.

Don Primo Mazzolari

Ti sto offrendo solo la verità

Morpheus: Capisco perfettamente ciò che intendi. Adesso ti dico perché sei qui. Sei qui perché intuisci qualcosa che non riesci a spiegarti. Senti solo che c'è. È tutta la vita che hai la sensazione che ci sia qualcosa che non quadra, nel mondo. Non sai bene di che si tratta ma l'avverti. È un chiodo fisso nel cervello. Da diventarci matto. È questa sensazione che ti ha portato da me. Tu sai di cosa sto parlando.

Neo: Di Matrix.

Morpheus: Ti interessa sapere di che si tratta? Che cos'è? Matrix è ovunque. È intorno a noi. Anche adesso, nella stanza in cui siamo. È quello che vedi quando ti affacci alla finestra, o quando accendi il televisore. L'avverti quando vai al lavoro, quando vai in chiesa, quando paghi le tasse. È il mondo che ti è stato messo davanti agli occhi per nasconderti la verità.

Neo: Quale verità?

Morpheus: Che tu sei uno schiavo, Neo. Come tutti gli altri, sei nato in catene, sei nato in una prigione che non ha sbarre, che non ha mura, che non ha odore. Una prigione per la tua mente. Nessuno di noi è in grado, purtroppo, di descrivere Matrix agli altri. Dovrai scoprire con i tuoi occhi che cos'è.

Morpheus: È la tua ultima occasione, se rinunci non ne avrai altre. Pillola azzurra, fine della storia: domani ti sveglierai in camera tua, e crederai a quello che vorrai. Pillola rossa, resti nel paese delle meraviglie, e vedrai quant'è profonda la tana del bianconiglio. Ti sto offrendo solo la verità, ricordalo. Niente di più. Seguimi.

[...]

Neo: Questo non è reale...?

Morpheus: Che vuol dire "reale"? Dammi una definizione di "reale". Se ti riferisci a quello che percepiamo, a quello che possiamo odorare, toccare e vedere, quel reale sono semplici segnali elettrici interpretati dal cervello. Questo è il mondo che tu conosci. Il mondo com'era alla fine del XX secolo. E che ora esiste solo in quanto parte di una neuro-simulazione interattiva che noi chiamiamo Matrix. Sei vissuto in un mondo fittizio, Neo. Questo è il mondo che esiste oggi. 

[Tutt'attorno si materializza la desertica superficie di quel che è rimasto del pianeta Terra] 

Benvenuto nella tua desertica nuova realtà. Abbiamo pochi bit, brandelli d'informazione. Ma quello che sappiamo per certo è che un bel giorno, all'inizio del XXI secolo, l'umanità intera si ritrovò unita all'insegna dei festeggiamenti. Grande fu la meraviglia per la nostra magnificenza mentre davamo alla luce I.A.

Neo: I.A. "Vuol dire "intelligenza artificiale".

Morpheus: La cui sinistra coscienza produsse una nuova generazione di macchine. Ancora non sappiamo chi colpì per primo, se noi o loro. Sappiamo però che fummo noi ad oscurare il cielo. A quell'epoca loro dipendevano dall'energia solare, e si pensò che forse non sarebbero riuscite a sopravvivere senza una fonte energetica abbondante come il sole. Nel corso della storia il genere umano è dipeso dalle macchine per sopravvivere. Al destino, come sappiamo, non manca il senso dell'ironia. Un corpo umano genera più bioelettricità di una batteria da 120 volt, ed emette oltre sei milioni di calorie. Sfruttando contemporaneamente queste due fonti, le macchine si assicurarono a tempo indefinito tutta l'energia di cui avevano bisogno. Ci sono campi, campi sterminati dove gli esseri umani non nascono: vengono coltivati. A lungo non ci ho voluto credere, poi ho visto quei campi con i miei occhi. Ho visto macchine liquefare i morti affinché nutrissero i vivi per via endovenosa. Dinanzi a quello spettacolo, potendo constatare la loro limpida, raccapricciante precisione, mi è balzata agli occhi l'evidenza della verità. Che cos'è Matrix? È controllo. Matrix è un mondo virtuale elaborato al computer, creato per tenerci sotto controllo, al fine di convertire l'essere umano in questa. [mostra una batteria]

[Neo sanguina dopo una caduta all'interno della simulazione di salto in Struttura]

Neo: Credevo che non fosse reale.

Morpheus: La tua mente lo rende reale.


Dal film Matrix, regia di Andy e Larry Wachowski (1999)


martedì 14 luglio 2026

Io ti conosco gioia, gioia, gioia, lacrime di gioia...

Blaise Pascal il grande genio enciclopedico segnò la sua data d'incontro personale con Dio il lunedì 23 novembre 1654. Non riusciva a dormire per il male che soffriva e per la sua acuta ricerca interiore. Prese il vangelo e il suo occhio cadde sul capitolo 17 di Giovanni a quelle parole: "Ho custodito coloro che mi hai affidati. Padre, il mio desiderio è che coloro che mi hai dato, siano là dove sono io...".

Queste parole sfolgorarono nell'anima di Pascal come un lampo improvviso e come una rivelazione profonda. Egli subito volle porre per iscritto quella sua esperienza che chiamò suo memoriale e se lo portò sempre con sè cucito nell’interno della giacca. Gli fu trovato addosso il giorno della sua morte.  Ecco quelle sue parole: 

Anno di grazia 1654, lunedì 23 novembre, giorno di S. Clemente, papa e martire, e di altri del martirologio. Vigilia di S. Crisogono martire e di altri. Dalle dieci e mezzo di sera, fino a mezzanotte e mezza circa.

Fuoco.

Dio d'Abramo, Dio d'Isacco, Dio di Giacobbe, non dei filosofi e dei sapienti.

Certezza, certezza, sentimento, gioia, pace!

Dio di Gesù Cristo! 

"Deum meum et Deum vestrum". "Il tuo Dio sarà il mio Dio".

Oblio del mondo e di tutto, fuor che di Dio.

Non lo si trova che per le vie insegnate dal vangelo. Grandezza dell'anima umana.

"Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto".

Gioia, gioia, gioia, lacrime di gioia...

Me ne sono separato. 

"Dereliquerunt me fontem aquae vivae". "Mio Dio, mi abbandonerai?".

Che non ne sia mai più separato.

"Questa è la vita eterna che conoscano te solo vero Dio e colui che hai mandato, Gesù Cristo". 

Gesù Cristo! Gesù Cristo!

Me ne sono separato. Io l’ho fuggito, rinnegato, crocifisso.

Che non ne sia mai più separato.

Egli non lo si conserva che per le vie insegnate dal Vangelo. 

Rinuncia totale e dolce. 

Sottomissione totale a Gesù Cristo e al mio direttore. 

Eternamente in gioia, per un giorno di prova sulla terra.

"Non obliviscar sermones tuos". Amen.


Blaise Pascal

martedì 7 luglio 2026

Aforismi Umiltà

Vuoi essere un grande? Comincia con l’essere piccolo. Vuoi erigere un edificio che arrivi fino al cielo? Costruisci prima le fondamenta dell’umiltà. (Sant’Agostino)

Quando chiude la casa dei nonni...

Uno dei momenti più tristi della nostra vita arriva quando la porta della casa dei nonni si chiude per sempre, e cioè, quando quella porta è chiusa, finiamo gli incontri con tutti i membri della famiglia, che in occasioni speciali quando si ritrovano, esaltano i cognomi, come se fossero una famiglia reale, e sempre portati dall'amore dei nonni, come una bandiera.

Quando chiudiamo la casa dei nonni, finiamo pomeriggi gioiosi con zii, cugini, nipoti, nipoti, genitori, fratelli e persino fidanzati temporanei che si innamorano dell'atmosfera che si respira lì.

Non devi nemmeno uscire, stare a casa dei tuoi nonni è ciò di cui tutta la famiglia aveva bisogno per essere felice.

Le riunioni di Natale che ogni anno che vengono pensi se sarà l'ultima volta... È difficile accettare che questa abbia una scadenza, che un giorno tutto sarà coperto di polvere e le risate saranno un ricordo lontano di tempi forse migliori.

L'anno passa in attesa di questi momenti, e senza rendercene conto si passa dall'essere bambini che aprono regali, a sedersi accanto agli adulti allo stesso tavolo, giocando dal dolce a pranzo al caffè a cena, perché quando si è in famiglia, il tempo non passa e quel caffè è sacro.

Le case dei nonni sono sempre piene di sedie, non si sa mai se un cugino porterà una fidanzata, o un amico o un vicino, perché qui tutti sono i benvenuti. Ci sarà sempre una tazza di caffè o qualcuno disposto a farlo.

Saluti le persone che passano dalla porta, anche se sono estranei, perché le persone per strada dei tuoi nonni sono la tua gente, sono la tua città.

Chiudere la casa dei nonni, cioè dire addio ai momenti più belli della vita!

mercoledì 1 luglio 2026

San Paolino da Nola: «Questo è l’uomo vecchio; dell’uomo nuovo sto ancora lavorando»

Paolino, già uomo politico di grande prestigio, dopo la conversione abbracciò una vita radicalmente ascetica. Era noto per la sua umiltà e per la convinzione che il cristiano vive sempre in un processo di trasformazione interiore: spogliarsi dell’uomo vecchio e rivestirsi dell’uomo nuovo (Ef 4,22‑24).

Secondo la tradizione, un amico gli chiese un suo ritratto. Paolino, che non amava essere celebrato, inviò un’immagine che lo rappresentava in modo semplice e severo. Nel farlo, aggiunse la celebre frase: «Questo è l’uomo vecchio; dell’uomo nuovo sto ancora lavorando». La battuta non era solo ironica: è una sintesi perfetta della sua teologia: ciò che si vede esteriormente è solo la parte mortale, fragile, segnata dal passato. L’“uomo nuovo”, invece, è Cristo che si forma nel credente - e questo lavoro non è mai concluso.


Paolino viveva ormai da anni a Nola, immerso nella quiete della sua comunità. Le giornate scorrevano tra la preghiera, la cura dei poveri e la corrispondenza con gli amici lontani. Era diventato un punto di riferimento: non più il brillante aristocratico di Bordeaux, ma un uomo che aveva scelto di essere piccolo.

Un mattino arrivò un messaggero. Portava una lettera di un vecchio amico, uno di quelli che lo avevano conosciuto quando ancora frequentava i salotti dell’Impero. Il tono era affettuoso, ma anche un po’ mondano: gli chiedeva un ritratto per ricordarlo com’era e per mostrarlo agli altri.

Paolino sorrise. Non era offeso né infastidito. Ma quella richiesta gli sembrava appartenere a un mondo che aveva lasciato alle spalle.  

Tuttavia, non voleva deludere l’amico. Così cercò tra le sue cose un’immagine che lo raffigurasse: un piccolo ritratto, semplice, quasi severo, che risaliva ai tempi della sua vita precedente.

Lo guardò a lungo. Vide il volto di un uomo che non era più: elegante, sicuro, ancora pieno di sé.  

Poi lo avvolse con cura e lo affidò al messaggero, insieme a una breve nota.

Quando l’amico aprì il pacchetto, trovò il ritratto e un foglio con poche parole: «Questo è l’uomo vecchio; dell’uomo nuovo sto ancora lavorando».

Era una frase che non cercava effetto. Era la verità di Paolino: ciò che si vedeva nel ritratto era solo la scorza, la parte che si stava consumando. L’“uomo nuovo”, quello che nasce in Cristo, non si può dipingere. È un cantiere aperto, un’opera che nessun artista può fissare su tavola.

L’amico rimase colpito. Non dal ritratto, ma da quella frase che sembrava venire da un altro mondo. Capì che Paolino non era semplicemente cambiato: era stato trasformato.  

Quel piccolo episodio, passato di mano in mano nelle lettere dei Padri, divenne un esempio luminoso di umiltà cristiana. Paolino non aveva rifiutato il ritratto: aveva trasformato la richiesta in un’occasione per dire ciò che contava davvero.  Il volto che vale la pena mostrare non è quello dipinto, ma quello che Dio sta scolpendo dentro di noi.

domenica 28 giugno 2026

Una giustizia fragile e un amore discreto

La sovranità di Cristo rimanda a Gesù di Nazareth che ha preferito, nel suo percorso, scartare l'onnipotenza immaginaria e assumere il rischio che corrono in questo mondo la giustizia fragile e l'amore discreto. Egli ha ritenuto più benefico per gli uomini questo ritiro al di fuori di ogni clamore. Il Risorto, mediante il dono dello Spirito, invita la Chiesa e i credenti a seguire una via analoga: rompe con la speranza illusoria, apre a una speranza lucida e solida, e ha come fondamento la fede che supera il dubbio generato dallo splendore attenuato del Regno che viene.

L’unique Christ. La symphonie différée, Paris, Ed. Cerf, 2002, p. 255

Christian Duquoc (1926–2008), scrittore e teologo domenicano francese



Un Dio diverso

Ho esitato a lungo sulla scelta del titolo di quest'opera. Ero stato molto tentato dal titolo Un Dio prigioniero: mi sembrava che rispecchiasse la denuncia che anima questo libro. Un simile titolo avrebbe tradotto un'impressione oggi diffusa: Dio non è libero né nella nostra società né nella nostra Chiesa.‌

‌Nella nostra società, Dio è stato, ed è ancora spesso mobilitato per cause interessate, equivoche e violente. Ci sono narrazioni e gruppi che si appropriano di Lui, pregiudizi che lo incatenano, immagini che lo mettono in caricatura. Si discute di un Dio come se fosse un oggetto di consumo o di rifiuto: quelli che lo esaltano percorrono strade troppo spesso analoghe a quelle di coloro che lo rifiutano.  Giorno dopo giorno, si svolge il processo contro Dio: la creazione manca di equità, la Provvidenza è inefficace, il Suo amore troppo discreto. I suoi difensori sono molte volte goffi: credono di onorarlo esacerbando il senso di colpa, descrivendolo come un Dio assetato di giustizia vendicativa fino ad esigere delle immolazioni, un Dio pieno di risentimento contro ogni forma di felicità umana.‌

‌Ma Dio, non sarà diverso, Lui che se ne sta silenzioso mentre si istruisce il suo processo?‌

‌Anche la nostra Chiesa contribuisce a questa cattività di Dio: basta pensare alle pretese dei catecheti, dei predicatori e dei teologi. Essi intimano a Dio ciò che egli deve fare, conoscono il suo piano, impongono ordini e comandamenti a nome Suo, invocano la sua autorità a tempo e fuori tempo, lo fanno intervenire in questioni prive di importanza, mentre lo rendono indifferente e noncurante quando ne va della vita o della felicità.‌

‌Ma Dio, non sarà diverso dall'immagine che di Lui costruiscono tanti discorsi ecclesiastici?‌

‌Duemila anni fa, è apparso qualcuno che ha osato parlare liberamente di Dio: Gesù. Gli specialisti della religione lo giudicarono un bestemmiatore e venne giustiziato per aver compromesso Dio in situazioni e decisioni indegne della sua gloria.‌

‌Dopo questo assassinio, nessuno, in Occidente, può interrogarsi su Dio, nessuno può negarlo o affermarlo senza far memoria di Colui che mise in crisi le nostre immaginazioni e le nostre pratiche religiose. La morte di Gesù non è l'ultima parola su Gesù: egli è ormai vivo grazie allo Spirito. Interrogarsi su Dio, significa entrare in un movimento al centro del quale la figura di Gesù ci fa volgere verso due figure misteriose che, fin dai tempi della Chiesa primitiva, i cristiani nominavano nelle loro preghiere: il Padre e lo Spirito. Interrogarsi su Dio non può significare soltanto descrivere come Gesù libera dagli idoli, ma significa anche sforzarsi di stabilire quale figura di Dio egli evoca nella duplice relazione che suscita con Colui che chiama Padre e con Colui che egli dona a coloro che lo confessano Cristo: lo Spirito.‌

‌Il Dio di Gesù non è prigioniero, è un Dio diverso.‌ ‌Questa diversità lo strappa alla cattività delle nostre immagini, delle nostre paure e delle nostre forme di pietà. Per questo, alla fine ho preferito per titolo Un Dio diverso.‌

‌Questo titolo esprimeva ciò che il libro vuole mettere in luce: l'originalità del Dio di Gesù significata nella simbolica trinitaria.

Un Dio diverso. Saggio sulla simbolica trinitaria, Brescia, Ed Queriniana, 1978, 2 ed., p. 142

Christian Duquoc (1926–2008), scrittore e teologo domenicano francese


giovedì 25 giugno 2026

Loretta e la sua lotta contro la realtà


Giuditta: Io sono convinta, Reggie, che un gruppo antimperialista come il nostro debba rispecchiare una divergenza di interessi all'interno della base di potere. 

Reggie: Sono d'accordo. Francis? 

Francis: Punto di vista mente parlando, quello che dice Giuditta è valido, purché il movimento non dimentichi mai che è un diritto inalienabile di ogni uomo... 

Stan: O donna. 

Francis: O donna... di affrontare se stesso.

Stan: O se stessa. 

Francis: O se stessa, giusto.

Stan: Grazie, fratello. 

Francis: O sorella. 

Stan: O sorella. Dov'ero rimasto?

Reggie: Avevi finito.

Francis: Oh, per concludere, è un diritto naturale di ogni uomo... 

Stan: O donna. 

Reggie: Perché non la pianti con queste donne, ci confondi le idee e basta. 

Stan: Perché le donne hanno il sacrosanto diritto di svolgere un ruolo nel movimento.

Reggie: Perché continui a tirare in ballo le donne? 

Stan: Voglio essere donna. 

Reggie: Cosa? 

Stan: Voglio essere donna. E d'ora in poi voglio che mi chiamiate Loretta.

Reggie: Come? 

Stan: È un mio diritto di uomo! 

Giuditta: Scusa, ma perché vuoi essere Loretta, Stan? 

Stan: Voglio avere dei bambini.

Reggie: Vuoi avere dei bambini?! 

Stan: È un diritto di ogni uomo averne, se li vuole. 

Reggie: Ma tu non puoi avere dei bambini!

Stan: Oh, non mi opprimere, eh!

Reggie: Non ti sto opprimendo, è che tu non hai... l'utero! Dove si dovrebbe sviluppare il feto? Lo vuoi tenere in un barattolo?

Giuditta: Sentite, guardiamo in faccia la realtà. Supponiamo di stabilire che lui non possa avere bambini perché non ha l'utero, il che non è colpa di nessuno, semmai dei romani, ma comunque il diritto di avere dei bambini ce l'ha. 

Francis: Concettualmente parlando, sì. Combatteremo gli oppressori per il tuo diritto ad avere bambini, sorella... fratello... Loretta.

Reggie: Ma che senso ha? 

Francis: Cosa?

Reggie: Che senso ha combattere per il suo diritto ad avere bambini se non può avere bambini?

Francis: Simbolicamente parlando, è la nostra lotta contro l'oppressione.

Reggie: Simbolicamente parlando, è la sua lotta contro la realtà.

Dal film Brian di Nazaret (Monty Python) di Terry Jones (1979)







lunedì 22 giugno 2026

La parabola dell’aragosta

Tanto tempo fa, quando il mondo era stato creato da poco, una certa aragosta ritenne che il Creatore aveva fatto un errore. Così fissò un appuntamento per discutere con lui la questione. “Con tutto il dovuto rispetto”, disse l’aragosta, “vorrei protestare per il modo in cui hai disegnato il mio guscio. Vedi, non appena mi abituo al mio rivestimento esterno, ecco che devo abbandonarlo per un altro scomodo, e oltre tutto è una perdita di tempo”. Al che il Creatore replicò: “Capisco, ma ti rendi conto che è proprio il lasciare un guscio che ti permette di andare a crescere dentro un altro?”. “Ma io mi piaccio così come sono”, disse l’aragosta. “Hai proprio deciso così?”, chiese il Creatore. “Certo”, rispose l’aragosta. “Molto bene”, sorrise il Creatore, “d’ora in poi il tuo guscio non cambierà e tu continuerai a essere così come sei ora”. “Molto gentile da parte Tua”, disse l’aragosta e se ne andò.

L’aragosta era molto contenta di poter continuare a indossare lo stesso vecchio guscio ma giorno dopo giorno quel che prima era una leggera e confortevole protezione cominciò a diventare ingombrante e scomodo. Alla fine arrivò al punto di non riuscire neanche più a respirare dentro il vecchio guscio. Allora, con un grande sforzo, tornò a parlare al Creatore. “Con tutto il rispetto”, sospirò l’aragosta, “contrariamente a quello che mi avevi promesso, il mio guscio non è rimasto lo stesso. Continua a restringersi sempre di più”. “No di certo”, disse il Creatore, “il tuo guscio potrà essere diventato più duro col passare del tempo ma è rimasto della stessa misura. Tu sei cambiato dentro, all’interno del guscio. Vedi, tutto cambia continuamente. Nessuno resta lo stesso, è così che ho creato le cose. La possibilità più interessante che tu hai è quella di poter lasciare il tuo vecchio guscio, quando cresci”.“Ah…capisco!”, disse l’aragosta, “ma devi ammettere che ciò è abbastanza scomodo”. “Sì”, rispose il Creatore, “ma ricorda…ogni crescita porta con sé la possibilità di un disagio…insieme alla grande gioia nello scoprire nuovo aspetti di se stesso. Ma non si può avere l’una senza l’altra”. “Tutto ciò è molto saggio”, disse l’aragosta. “Se permetti, ti dirò qualcosa ancora”, disse il creatore. “Te ne prego!”, rispose l’aragosta. “Ogni volta che lascerai il tuo vecchio guscio e sceglierai di crescere, costruirai una forza nuova dentro di te. E in questa forza troverai una nuova capacità di amare te stessa e di amare coloro che ti sono accanto, di amare la vita stessa. É questo il mio progetto per ognuno di voi.

da: M. Novellino, Seminari clinici, Milano, 2002

Anonimo


Lo psichiatra americano Abraham J. Twerski (1930 - 2021) descrive lo stimolo che permette all’aragosta di crescere come una interessante parabola per ciascuno di noi:

“L’aragosta è un animale soffice, molle, che vive all’interno di un guscio rigido. Questo rigido guscio non si espande. Allora, come fa l’animale a crescere? Beh, con la crescita dell’aragosta, quel guscio diventa estremamente limitante e l’aragosta si sente sotto pressione, a disagio.

Così si nasconde sotto una roccia, per proteggersi dai pesci predatori, si libera dal guscio e ne produce uno nuovo.

Con il tempo e con la crescita anche questo guscio diventa scomodo, così torna sotto la roccia e ripete questo processo più volte. Lo stimolo che permette all’aragosta di crescere nasce da una sensazione di disagio.

Ora, se le aragoste avessero dei dottori, non crescerebbero più, perché al primo segnale di disagio andrebbero dal dottore a prendersi un Valium o un antidolorifico e si sentirebbero momentaneamente bene, ma non si libererebbero mai del proprio guscio.

Quindi, credo che sia ora di capire che i momenti difficili sono anche i momenti di crescita maggiore, che non fanno altro che aiutarci; se mettiamo a buon uso le avversità, possiamo crescere grazie a esse”.

Chi ha creato questa meraviglia?

Padre Atanasio Kircher (1602 - 1680), è riconosciuto come uno dei più grandi scienziati del suo tempo. Fu professore di filosofia, lingue orientali, matematica ed egittologia. Autore prolifico di opere di matematica e scienze fisiche, la sua celebre opera "Mundus Subterranous" fu una vera e propria enciclopedia, comprendente tutte le conoscenze geologiche dell'epoca. A Roma raccolse un'enorme collezione di strumenti scientifici, oggetti naturali, modelli e antichità, e costruì personalmente molti strumenti straordinari. Padre Kircher possedeva un magnifico globo terrestre che rappresentava il nostro sistema planetario. Grazie a una molla segreta, l'intero globo poteva essere messo in movimento, riproducendo in miniatura il moto della Terra e degli altri pianeti intorno al Sole. Un giorno, un giovane amico del grande scienziato si presentò a casa sua proprio mentre il sacerdote stava per assistere una donna morente. Il sacerdote, con gentilezza, invitò il giovane nel suo studio, dove avrebbe atteso il suo ritorno. Naturalmente, l'attenzione del giovane fu presto attratta dallo splendido globo e, mentre accarezzava lo strumento, toccò accidentalmente la molla segreta, mettendo in moto l'intero meccanismo. Perso nell'ammirazione di questa meravigliosa imitazione dell'universo, il prete lo trovò al suo ritorno. La prima domanda che il giovane, che tra l'altro era un miscredente dichiarato, gli pose fu: "Padre, chi è il genio che ha creato questo meraviglioso strumento?". "Beh", rispose il prete, "nessuno l'ha creato, si è creato da solo". "Padre", disse il giovane, "mi state prendendo in giro; è contro la ragione; è assolutamente impossibile che questa splendida e meravigliosa miniatura del nostro universo si sia creata da sola o sia opera del caso". "Come", replicò il prete, "ammettete che fosse necessario un genio per creare questa povera, insignificante miniatura del vasto universo, eppure affermate che il grande universo, di cui un singolo filo d'erba viva contiene più meraviglie di questo misero globo, non abbia avuto un creatore?". Per un attimo il giovane rifletté, poi, inginocchiandosi, pronunciò la sua prima professione di fede: "Dio mio, io credo".

Short answers to common objections against religion

Louis Gaston de Ségur

domenica 21 giugno 2026

Il silenzio

 Il silenzio è mitezza

quando non rispondi alle offese,

quando non reclami i tuoi diritti,

quando lasci la tua difesa a Dio.

Il silenzio è misericordia

quando non infierisci sulle colpe dei fratelli,

quando dimentichi senza frugare nel passato,

quando il tuo cuore non condanna, ma perdona.

Il silenzio è pazienza

quando soffri senza lamentarti,

quando non cerchi di esser consolato, ma consoli,

quando attendi che il seme germogli lentamente.

Il silenzio è umiltà

quando accogli nel segreto il dono di Dio,

quando non opponi la resistenza all’arroganza,

quando lasci agli altri la gloria e il merito.

Il silenzio è fede

quando ti fermi a contemplare il Suo volto,

quando ascolti la Sua presenza nella bufera,

quando taci, perchè Egli parla al tuo cuore.

Il silenzio è adorazione

quando non chiedi perché nella prova,

quando t’immergi nella Sua volontà,

quando dici: “Tutto è compiuto”.


Frederik W. Faber (1814-1863), presbitero religioso, teologo e scrittore britannico 

domenica 14 giugno 2026

L'esistenza di Dio e l'atto di fede nel nulla

Noi siamo l'unica forma di materia vivente dotata della straordinaria proprietà detta ragione. È grazie a questa proprietà che è stata inventata la memoria collettiva permanente, meglio nota come scrittura. È così che possiamo sapere cosa pensava Voltaire sulla catastrofe naturale che distrusse Lisbona. Ed è sempre grazie alla scrittura che i nostri posteri potranno sapere cosa stiamo facendo noi avendo a disposizione la logica rigorosa teorica (meglio nota come matematica) e la logica rigorosa sperimentale (meglio nota come scienza). 

La scienza ci dice che non è possibile derivare dal caos la logica che regge il mondo, dall'universo sub-nucleare all'universo fatto con stelle e galassie. Se c'è una logica deve esserci un Autore. L'ateismo, partendo dall'esistenza di tutti i drammi che affliggono l'umanità, sostiene che se Dio esistesse queste tragedie non potrebbero esistere. Cristo è il simbolo della difesa dei valori della vita e della dignità umana. Che sia figlio di Dio è un problema che riguarda la sfera trascendentale della nostra esistenza. 

Negare l'esistenza di Dio però equivale a dire che non esiste l'autore della logica rigorosa che regge il mondo. Tutto dovrebbe esaurirsi nella sfera dell'immanente la cui più grande conquista è la scienza. La scienza però non ha mai scoperto nulla che sia in contrasto con l'esistenza di Dio. L'ateismo, quindi, non è un atto di rigore logico teorico, ma un atto di fede nel nulla.

Antonino Zichichi (1929 - 2026), fisico e divulgatore scientifico italiano