giovedì 22 ottobre 2026

La madre speciale

Ti sei mai chiesto come vengano scelte le madri dei bambini con disabilità?

In qualche modo immagino Dio che aleggia sopra la terra, scegliendo con grande cura e attenzione i suoi strumenti per la generazione della vita. Mentre osserva, istruisce i suoi angeli affinché prendano nota su un enorme registro.

"Questa avrà una figlia. La sua santa patrona sarà Cecilia."

"Questa avrà due gemelli. Il suo santo patrono sarà Matteo."

"Questa avrà un figlio. Il suo santo patrono... datele Gerardo. È abituato alle imprecazioni."

Infine passa davanti a un nome, sorride e dice a un angelo:

"Datele un bambino con una disabilità."

L'angelo è incuriosito.

"Perché proprio lei, Signore? È così felice."

"Appunto", risponde Dio sorridendo. "Potrei forse affidare un bambino con una disabilità a una madre che non conosce la gioia del sorriso? Sarebbe crudele."

"Ma ha la pazienza necessaria?" chiede l'angelo.

"Non voglio che ne abbia troppa, altrimenti annegherebbe in un mare di dolore e disperazione. Quando lo shock e il risentimento saranno passati, saprà affrontare la situazione.
L'ho osservata oggi. Possiede quel senso di identità e quella indipendenza che sono così necessarie a una madre. Vedi, il bambino che sto per darle vive in un mondo tutto suo. E lei dovrà riuscire a farlo vivere anche nel mondo degli altri. Non sarà facile."

"Ma, Signore, non credo che lei creda nemmeno in Te."

Dio sorride.

"Non importa. A questo posso rimediare. Questa donna è perfetta. Ha esattamente la giusta dose di egoismo."

L'angelo sussulta.

"Egoismo? È una virtù?"

Dio annuisce.

"Se non saprà separarsi dal bambino di tanto in tanto, non riuscirà a sopravvivere. Sì, questa è una donna che benedirò con un figlio meno che perfetto.
Ancora non lo sa, ma sarà oggetto d'invidia.
Non darà mai per scontata una parola pronunciata.
Non considererà mai un semplice passo qualcosa di ordinario.
Quando suo figlio dirà per la prima volta «Mamma», assisterà a un miracolo e ne sarà pienamente consapevole.
Le permetterò di vedere con chiarezza ciò che vedo anch'io: l'ignoranza, la crudeltà e il pregiudizio. E le permetterò di elevarsi al di sopra di tutto questo.
Non sarà mai sola.
Sarò al suo fianco ogni minuto di ogni giorno della sua vita, perché sta compiendo la mia opera con la stessa certezza di chi si trova qui accanto a me."

"E per quanto riguarda il suo santo patrono?" chiede l'angelo, con la penna sospesa a mezz'aria.

Dio sorride.

"Le basterà uno specchio."


Erma Louise Bombeck (1927 – 1996), scrittrice americana


Testo originale:


The Special Mother

Did you ever wonder how mothers of disabled children were chosen?

Somehow I visualize God hovering over the earth selecting his instruments of propagation with great care and deliberation. As He observes, He instructs His angels to make notes in a giant ledger.

“This one gets a daughter. The Patron saint will be Cecelia”.

“This one gets twins. The Patron saint will be Matthew”.

“This one gets a son. The Patron saint… give her Gerard. He’s used to profanity”. 

Finally He passes a name to an angel and smiles.

“Give her a disabled child”. 

The angel is curious. “Why this one God? She’s so happy”.

“Exactly,” smiles God. “Could I give a disabled child to a mother who does not know laughter? That would be cruel!”.

“But has she patience?” asks the angel.

“I don’t want her to have too much patience or she will drown in a sea of sorrow and despair. Once the shock and resentment wears off, she’ll handle it. I watched her today, she has that feeling of self and independence that is so necessary in a mother. You see, the child I’m going to give her has her own world. She has to make her live in her world and that’s not going to be easy”.

“But Lord, I don’t think she even believes in you”.

God smiles, “No matter, I can fix that. This one is perfect – she has just enough selfishness”.

The angel gasps – “Selfishness? is that a virtue?”

God nods. “If she can’t separate herself from the child occasionally she won’t survive. Yes here is a woman whom I will bless with a child less than perfect. She doesn’t realize it yet, but she is to be envied. She will never take for granted a ‘spoken word’. She will never consider any ‘step’ ordinary. When her child says “Momma” for the first time she will be present at a miracle and will know it. I will permit her to see clearly the things I see… ignorance, cruelty and prejudice…and allow her to rise above them. She will never be alone. I will be at her side every minute of every day of her life because she is doing my work as surely as if she is here by my side”.

“And what about her Patron saint?” asks the angel, his pen poised in midair.

God smiles… “A mirror will suffice”. 


Se potessi ricominciare tutto daccapo, mi impadronirei di ogni minuto

Qualcuno mi ha chiesto giorni fa se, potendo rinascere, avrei vissuto la vita in maniera diversa. Lì per lì ho risposto di no, poi ci ho pensato un po’ su e... potendo rivivere la mia vita, avrei parlato meno ed ascoltato di più. 

Non avrei rinunciato ad invitare a cena gli amici soltanto perché il mio tappeto aveva qualche macchia e la fodera del divano era stinta. 

Avrei mangiato briciolosi panini nel salotto buono e mi sarei preoccupata molto meno dello sporco prodotto dal caminetto acceso. 

Avrei trovato il tempo di ascoltare il nonno quando rievocava gli anni della sua giovinezza. 

Non avrei mai preteso in un giorno di estate, che i finestrini della macchina fossero alzati perché avevo appena fatto la messa in piega. 

Non avrei lasciato che la candela a forma di rosa si sciogliesse, dimenticata, nello sgabuzzino. L’avrei consumata io a forza di accenderla.

Mi sarei stesa sul prato con i bambini senza badare alle macchie d’erba sui vestiti. 

Avrei pianto e riso di meno guardando la televisione e di più osservando la vita. 

Avrei condiviso maggiormente le responsabilità di mio marito. 

Mi sarei messa a letto quando stavo male, invece di andare febbricitante al lavoro, quasi che, mancando io dall’ufficio, il mondo si sarebbe fermato. 

Invece di non vedere l’ora che finissero i nove mesi della gravidanza, ne avrei amato ogni attimo, consapevole del fatto che la cosa stupenda che mi viveva dentro era la mia unica occasione di collaborare con Dio alla realizzazione di un miracolo. 

A mio figlio che mi baciava con trasporto non avrei detto: “Su, su, basta. Va a lavarti che la cena è pronta”.

Avrei detto più spesso: “Ti voglio bene”... ma soprattutto, potendo ricominciare tutto daccapo, mi impadronirei di ogni minuto... lo guarderei fino a vederlo veramente... lo vivrei... e non lo restituirei mai più.


Erma Louise Bombeck (1927 – 1996), scrittrice americana


Amare fino a stare male (Love till it hurts)

“Tu non mi vuoi bene!”

Quante volte i tuoi figli ti hanno detto una frase del genere? E quante volte tu, come genitore, hai resistito alla tentazione di spiegare loro quanto invece li ami?

Un giorno, quando i miei figli saranno abbastanza grandi da comprendere la logica che guida una madre, glielo dirò.

Ti ho amato abbastanza da chiederti con insistenza dove andavi, con chi eri e a che ora saresti tornato a casa.

Ti ho amato abbastanza da pretendere che ti comprassi una bicicletta con i tuoi soldi, anche se noi avremmo potuto permettercela e tu no.

Ti ho amato abbastanza da restare in silenzio e lasciarti scoprire che l'amico che avevi scelto con tanta convinzione era una cattiva compagnia.

Ti ho amato abbastanza da farti riportare al negozio una barretta Milky Way con un morso già dato e confessare: “L'ho rubata”.

Ti ho amato abbastanza da restare accanto a te per due ore mentre riordinavi la tua stanza, un lavoro che io avrei fatto in quindici minuti.

Ti ho amato abbastanza da dirti: “Sì, puoi andare a Disney World nel giorno della Festa della Mamma”.

Ti ho amato abbastanza da lasciarti vedere rabbia, delusione, disgusto e lacrime nei miei occhi.

Ti ho amato abbastanza da non cercare scuse per la tua mancanza di rispetto o per le tue cattive maniere.

Ti ho amato abbastanza da ammettere quando avevo torto e chiederti perdono.

Ti ho amato abbastanza da ignorare ciò che facevano o dicevano “tutte le altre mamme”.

Ti ho amato abbastanza da lasciarti inciampare, cadere, soffrire e fallire.

Ti ho amato abbastanza da lasciarti assumere la responsabilità delle tue azioni, a 6, 10 o 16 anni.

Ti ho amato abbastanza da capire che avresti potuto mentire sulla sorveglianza a una festa, ma da perdonarti... dopo aver scoperto che avevo ragione.

Ti ho amato abbastanza da farti scendere dalle mie ginocchia, lasciare la tua mano, non cedere alle tue suppliche e sembrare insensibile alle tue richieste... affinché imparassi a stare in piedi da solo.

Ti ho amato abbastanza da accettarti per ciò che sei, non per ciò che avrei voluto che fossi.

Ma soprattutto, ti ho amato abbastanza da dirti di no quando mi odiavi per questo. Quella era la parte più difficile di tutte.


Erma Louise Bombeck (1927 – 1996), scrittrice americana


Testo originale:


Love till it hurts

“You don't love me!”

How many times have your kids laid that one on you? And how many times have you, as a parent, resisted the urge to tell them how much?

Someday, when my children are old enough to understand the logic that motivates a mother, I'll tell them.

I loved you enough to bug you about where you were going, with whom, and what time you would get home.

I loved you enough to insist you buy a bike with your own money that we could afford and you couldn't.

I loved you enough to be silent and let you discover your handpicked friend was a creep.

I loved you enough to make you return a Milky Way with a bite out of it to a drugstore and confess, “I stole this.”

I loved you enough to stand over you for two hours while you cleaned your bedroom, a job that would have taken me 15 minutes.

I loved you enough to say, “Yes, you can go to Disney World on Mother's Day”.

I loved you enough to let you see anger, disappointment, disgust and tears in my eyes.

I loved you enough to not make excuses for your lack of respect or your bad manners.

I loved you enough to admit I was wrong and ask your forgiveness.

I loved you enough to ignore “what every other mother” did or said.

I loved you enough to let you stumble, fall, hurt, and fail.

I loved you enough to let you assume the responsibility for your own actions, at 6, 10 or 16.

I loved you enough to figure you would lie about the party being chaperoned, but forgive you for it ... after discovering I was right.

I loved you enough to shove you off my lap, let go of your hand, be mute to your pleas, and insensitive to your demands ... so that you had to stand alone.

I loved you enough to accept you for what you are, not what I wanted you to be.

But most of all, I loved you enough to say no when you hated me for it. That was the hardest part of all.


martedì 20 ottobre 2026

Ateismo

È la dottrina filosofica che nega l'esistenza di Dio. 

Tralasciando gli aspetti religiosi e culturali che gli sono connessi, sul piano metafisico l'ateismo costituisce una duplice contraddizione. Innanzitutto come negazione dell'Assoluto. Infatti la proposizione: «L'Assoluto necessariamente esiste» è una evidenza del sapere originario, innegabile. Ciò diviene più chiaro se, al posto di Assoluto, poniamo: la totalità assoluta dell'essere. E allora se c'è qualcosa - ed è innegabile che c'è qualcosa -, necessariamente c'è la totalità assoluta dell'essere. Ciò per il fatto che, o questo qualcosa è quella totalità, o vi appartiene come parte o come momento. In ogni caso, la totalità deve necessariamente essere ed essere posta. Quindi la negazione dell'Assoluto è un'autonegazione. Da qui si dovrà ulteriormente procedere alla determinazione essenziale della totalità assoluta dell'essere, e in particolare al riconoscimento del suo carattere divino e alla sua identificazione con Dio. L'ateismo può insorgere su questo percorso, e allora si potranno incontrare tutte quelle forme di ateismo che si caratterizzano come ricerca di Dio. Ma il punto metafisico essenziale - la contraddittorietà della negazione dell'Assoluto - resta inconfutabile.

In secondo luogo, l'ateismo è contraddittorio in quanto si chiude nell'affermazione del mondo, della totalità dell'essere che appare. Qui l'ateismo si scontra con la contraddizione il male, l'assurdo, la caducità, la morte, in una parola la negatività. Ma, anziché procedere al suo superamento, vi si arresta, vive ed esiste nella contraddizione, riscontrando anzi in essa un motivo valido per la negazione dell'Assoluto. Questa seconda dimensione dell'ateismo si qualifica come antiteismo, e si accompagna frequentemente con un atteggiamento di smisurata tracotanza (hýbris) o di esaltazione del finito - l'uomo, la libertà, l'emancipazione, la tecnica -, alle quali l'Assoluto impone invece un limite, un ostacolo, un impedimento, un'obiezione. Anche qui, anzi soprattutto qui, intervengono fattori culturali, che però lasciano intatto il problema metafisico della contraddizione.

Lessico di metafisica, Cinisello Balsamo, Ed. Paoline, 1998, p. 29 -30

Aniceto Molinaro (1936 - 2011), presbitero cattolico, scrittore, filosofo e docente universitario italiano


domenica 18 ottobre 2026

Giustizia e pace si baceranno

Non c’è nessuno che rifugga dal volere la pace, mentre al contrario non tutti sono disposti a praticare la giustizia. […] Esegui però le opere di giustizia: tenendo presente che giustizia e pace si baciano, non sono in discordia (Cf Sal 85,11b). Perché vuoi tu porti in contrasto con la giustizia? Eccoti, ad esempio, la giustizia che ti dice di non rubare, ma tu non le dai retta; di non commettere adulterio, e fai il sordo; di non fare agli altri ciò che a te non piacerebbe subire; di non dire, nei riguardi del prossimo, le cose che non vorresti fossero dette sul tuo conto. […] Vuoi dunque conseguire la pace? Pratica la giustizia!

Enarrationes in Psalmos, 84, 12: CCSL 39

Sant'Agostino di Ippona 

martedì 13 ottobre 2026

Ogni giorno di guerra è un passo indietro per l'umanità

Ogni giorno in cui la guerra continua, l’umanità viene essenzialmente fatta regredire di un passo, mentre ogni passo verso la pace dà a tutta l'umanità una vera speranza per la pace. Dobbiamo passare dalla guerra senza fine alla fine della guerra, a una cessazione delle ostilità. E dovremo muoverci proprio in questa direzione: è fondamentale per tutta l’umanità. [...] La terra di Gandhi e la terra di Buddha condividono un unico messaggio: la via della pace.

Discorso al summit Shanghai Cooperation Organisation di Bishkek (Kirghizistan), 31 agosto 2026

Narendra Modi, premier indiano

sabato 10 ottobre 2026

L’essenza del cristianesimo

Il cristianesimo non è una teoria della Verità, o una interpretazione della vita. Esso è anche questo, ma non in questo consiste il suo nucleo essenziale. Questo è costituito da Gesù di Nazaret, dalla sua concreta esistenza, dalla sua opera, dal suo destino — cioè da una personalità storica. Una certa analogia di tale situazione avverte colui per il quale un uomo acquista un significato essenziale. Non «l’Umanità» o «l’umano» divengono in tal caso importanti, ma questa persona. Essa determina tutto il resto, e tanto più profondamente e universalmente quanto più intensa è la relazione. Ciò può avvenire in un modo così possente che tutto, mondo, destino, compito si attua attraverso la persona amata; essa è come contenuta in tutto, tutto la fa ricordare, a tutto essa dà un senso. Nell’esperienza di un grande amore tutto il mondo si raccoglie nel rapporto Io-Tu, e tutto ciò che accade diventa un avvenimento nel suo ambito. L’elemento personale a cui in ultima analisi intende l’amore e che rappresenta ciò che di più alto c’è fra le realtà che il mondo abbraccia, penetra e determina ogni altra forma: spazio e paesaggio, pietre, alberi, animali.

Tutto ciò è vero, ma ha una risonanza solo tra questo Io e questo Tu. A misura che l’amore si fa più illuminato, sempre meno pretenderà che ciò che costituisce per lui il centro focale del mondo debba esserlo anche per gli altri. Una simile pretesa potrebbe essere sincera dal punto di vista lirico, ma per il resto sarebbe stolta. Nel cristianesimo le cose stanno altrimenti. Non si fa dipendere dal presentarsi di un incontro d’amore che la persona unica di Gesù diventi per l’uomo la realtà religiosa decisiva, ma essa è tale incondizionatamente e per se stessa. E che essa sia afferrata come tale dal singolo uomo, non è una possibilità lasciata al libero accadere, come lo svegliarsi di una inclinazione, che viene quando viene, ma è un’esigenza posta alla coscienza.

Il cristianesimo afferma che per l’incarnazione del Figlio di Dio, per la sua morte e la sua risurrezione, per il mistero della fede e della grazia, a tutta la creazione è richiesto di rinunciare alla sua - apparente -autonomia e di mettersi sotto la signoria di una persona concreta, cioè di Gesù Cristo, e di fare di ciò la propria norma decisiva. Dal punto di vista della logica questo è un paradosso, perché sembra mettere in pericolo la stessa realtà della persona. Ma anche il sentimento personale si ribella contro questo. Poiché l’accettare una legge generale che si è dimostrata giusta - sia essa una legge della natura o del pensiero o della moralità - non è difficile per la persona. Essa avverte che in tale legge essa continua ad essere se stessa; anzi, che il riconoscimento di siffatte leggi generali può tradursi senz’altro in un’azione personale. Ma all’esigenza di riconoscere un’«altra» persona come legge suprema di tutta la sfera della vita religiosa e con ciò della propria esistenza - la persona contrasta con vivacità elementare, e si capisce che cosa può significare la richiesta di «rinunciare alla propria anima».

L’essenza del cristianesimo

Romano Guardini, prete, teologo, scrittore italiano (1885 - 1968)

Gesù Cristo misura del reale e giudizio del mondo

Di fronte a Cristo si esige la conversione del pensiero.  Non solo quella della volontà e dell’azione, ma anche quella del pensiero. La quale consiste nel non riflettere più su Cristo partendo dal mondo, ma nell’assumere Cristo come criterio di misura del reale e del possibile e nel giudicare sul mondo da quella prospettiva.

Questa conversione è difficile a intendersi e ancora molto più difficile a compiersi. Tanto più difficile, quanto più chiaro diviene nel procedere del tempo il contrasto con essa dell’esistenza del mondo, e quanto più manifestamente chiunque vi si impegni appare come uno stolto. Nella misura, però, in cui il pensiero tenta di attuarla, si dischiude la realtà che prende il nome di Gesù Cristo. E, a partire da lui, ogni restante realtà è dischiusa: svelata, ma anche elevata nella speranza del farsi nuova.

Il Signore. Riflessioni sulla persona e la vita di Gesù Cristo, Vita e pensiero - Morcelliana, Milano - Brescia 2005, p. 721

Romano Guardini, prete, teologo, scrittore italiano (1885 - 1968)

Il segno di croce

Quando fai il segno di croce, fallo bene. Non così affrettato, rattrappito, tale che nessuno capisce cosa debba significare. No, un segno della croce giusto, cioè lento, ampio, dalla fronte al petto, da una spalla all'altra.

Senti come esso ti abbraccia tutto? Raccogliti dunque bene; raccogli in questo segno tutti i pensieri e tutto l'animo tuo, mentre esso si dispiega dalla fronte al petto, da una spalla all'altra. Allora tu lo senti: ti avvolge tutto, ti consacra, ti santifica. Perché? Perché è il segno della totalità ed il segno della redenzione.

Sulla croce nostro Signore ci ha redenti tutti. Mediante la croce egli santifica l'uomo nella sua totalità, fin nelle ultime fibre del suo essere. Perciò lo facciamo prima della preghiera, affinché esso ci raccolga e ci metta spiritualmente in ordine; concentri in Dio pensieri, cuore e volere; dopo la preghiera, affinché rimanga in noi quello che Dio ci ha donato.

Nella tentazione, perché ci irrobustisca. Nel pericolo, perché ci protegga. Nell'atto di benedizione, perché la pienezza della vita divina penetri nell'anima e vi renda feconda e consacri ogni cosa.

Pensa quanto spesso fai il segno della croce, il segno più santo che ci sia!

Fallo bene: lento, ampio, consapevole. Allora esso abbraccia tutto il tuo essere, corpo e anima, pensieri e volontà, senso e sentimento, agire e patire, tutto vi viene irrobustito, segnato, consacrato nella forza del Cristo, nel nome del Dio uno e Trino.

Romano Guardini, prete, teologo, scrittore italiano (1885 - 1968)

Il diavolo ha paura della nostra santità

Il Beato Alfredo Ildefonso Schuster, Cardinale e Arcivescovo di Milano, prima di morire, ha lasciato ai seminaristi di Venegono queste parole, quasi un testamento spirituale...

Voi desiderate un ricordo da me. Altro ricordo non ho da darvi che un invito alla santità.
La gente pare che non si lasci più convincere dalla nostra predicazione, ma di fronte alla santità, ancora crede, ancora si inginocchia e prega. La gente pare che viva ignara delle realtà soprannaturali, indifferente ai problemi della salvezza. Ma se un Santo autentico, o vivo o morto, passa, tutti accorrono al suo passaggio.
Ricordate le folle intorno alla bara di don Orione? Non dimenticate che il diavolo non ha paura dei nostri campi sportivi e dei nostri cinematografi: ha paura, invece, della nostra santità.

Alfredo Ildefonso Schuster (1880 - 1954), Cardinale e Arcivescovo di Milano

Il razzismo è una eresia

Pochi mesi dopo la pubblicazione del Manifesto della razza e delle leggi razziali fasciste, il Cardinale Alfredo Ildefonso Schuster, Arcivescovo di Milano, il 13 novembre 1938, nell'omelia pronunciata in occasione dell'apertura dell'avvento ambrosiano, condannò il razzismo definendolo una eresia.

È nata all'estero e serpeggia un po' dovunque una specie di eresia, che non solamente attenta alle fondamenta soprannaturali della cattolica Chiesa, ma materializza nel sangue umano i concetti spirituali di individuo, di Nazione e di Patria, rinnega all'umanità ogni altro valore spirituale, e costituisce così un pericolo internazionale non minore di quello dello stesso bolscevismo. È il cosiddetto razzismo.

Alfredo Ildefonso Schuster (1880 - 1954), Cardinale e Arcivescovo di Milano



mercoledì 23 settembre 2026

Il governo esiste per il bene comune

È un giusto motivo, anzi il solo giusto motivo d'annullare un governo, l'esser questo una causa permanente e irreformabile di pubblico male, o, che torna a un di presso al medesimo, un impedimento ostinato e perpetuo al bene pubblico. E la ragione di questo è che, non essendo un governo altro che un mezzo per ottenere il bene pubblico, e non avendo per conseguenza alcun diritto, se non in relazione a quel fine, viene a perdere per conseguenza alcun diritto quando si trovi in aperta e ostinata opposizione col fine medesimo.

La rivoluzione francese del 1789 e la rivoluzione italiana del 1859

Alessandro Manzoni


Il governo esiste per il bene comune. Se agisce in modo stabile e irrimediabile contro il bene comune, perde la propria legittimità. Perciò può essere giustificata la sua rimozione.

martedì 22 settembre 2026

Heidegger: Essere per la morte

Das Sein zur Möglichkeit als Sein-zum-Tode soll aber zu ihm sich so verhalten, daß er sich in diesem Sein und für es als Möglichkeit enthüllt. Solches Sein zur Möglichkeit fassen wir terminologisch als Vorlaufen in die Möglichkeit.

L'essere per la possibilità, in quanto essere-per-la-morte, deve tuttavia comportarsi verso di esso in modo tale che esso si sveli come possibilità in questo essere e per esso. Un simile essere per la possibilità lo cogliamo terminologicamente come il precorrere (o anticipare) la possibilità.

Sein und Zeit (Essere e tempo), 1927, p. 262

Martin Heidegger (1889 - 1976), filosofo tedesco 


In questo passo, Heidegger non parla del momento biologico del decesso, ma di come dovremmo vivere sapendo di dover morire. 

Nel testo cogliamo tre passaggi logici: 

1. La morte come "possibilità" e non come un semplice fatto. Normalmente pensiamo alla morte come a un evento futuro, una scadenza inevitabile che capiterà prima o poi. Questa visione viene ribaltata: per l'essere umano, la morte è la possibilità più grande di tutte. In che senso? Perché finché siamo vivi, abbiamo infinite possibilità (comprare una casa, cambiare lavoro, fare un viaggio). La morte, invece, è la possibilità che cancella tutte le altre, la fine dei nostri giochi. È l'unica cosa che nessuno può fare al posto nostro: è un'esperienza strettamente individuale.

2. Fuggire la morte. Heidegger nota che di solito viviamo in modo "inautentico". Sappiamo che si muore, ma lo consideriamo un fatto generico ("tutti muoiono", "capita agli altri"). In questo modo, allontaniamo il pensiero della nostra fine per non provare l'ansia del vuoto.

3. Che cos'è il "precorrere"? In sostanza Heidegger dice questo: per vivere in modo autentico, non dobbiamo aspettare che la morte arrivi passivamente, né dobbiamo far finta che non esista. Dobbiamo anticiparla mentalmente. 

 "Vorlaufen", cioè, precorrere la morte significa guardare coraggiosamente in avanti, verso la fine del nostro cammino, e accettare che la nostra vita è limitata e finita.

Quando accettiamo davvero che il nostro tempo ha una fine (cioè ci comportiamo verso la morte riconoscendola come l'ultima ed estrema possibilità della nostra esistenza), la nostra vita cambia sapore. Invece di perdere tempo dietro alle banalità di ogni giorno o a fare scelte dettate da quello che "fanno tutti", l'anticipazione della fine ci dà la spinta per riprendere in mano il timone. Ci permette di scegliere cosa è veramente importante per noi adesso. Guardare in faccia la morte svela la vita per quello che è: un'occasione unica e ma limitata da non sprecare.

venerdì 18 settembre 2026

Perdono

Cristo sottolinea con tanta insistenza la necessità di perdonare gli altri che a Pietro, il quale gli aveva chiesto quante volte avrebbe dovuto perdonare il prossimo, indicò la cifra simbolica di «settanta volte sette», volendo dire con questo che avrebbe dovuto saper perdonare a ciascuno ed ogni volta.

È ovvio che una così generosa esigenza di perdonare non annulla le oggettive esigenze della giustizia. La giustizia propriamente intesa costituisce per cosi dire lo scopo del perdono. In nessun passo del messaggio evangelico il perdono, e neanche la misericordia come sua fonte, significano indulgenza verso il male, verso lo scandalo, verso il torto o l’oltraggio arrecato […]. La riparazione del male e dello scandalo, il risarcimento del torto, la soddisfazione dell’oltraggio sono condizione del perdono […].

La misericordia però ha la forza di conferire alla giustizia un contenuto nuovo, che si esprime nel modo più semplice e pieno nel perdono. Esso infatti manifesta che, oltre al processo, che è specifico della giustizia, è necessario l’amore, perché l’uomo si affermi come tale. L’adempimento delle condizioni della giustizia è indispensabile, soprattutto affinché l’amore possa rivelare il proprio volto […]. La Chiesa ritiene giustamente come proprio dovere, come scopo della propria missione, quello di custodire l’autenticità del perdono. 

Dives in misericordia, 14

San Giovanni Paolo II


sabato 12 settembre 2026

Aforismi Ecologia

#natura #caccia #animali

L'uomo moderno non si percepisce come parte della natura, ma come una forza esterna destinata a dominarla e conquistarla. Parla persino di una battaglia con la natura, dimenticando che, se avesse vinto la battaglia, si sarebbe ritrovato dalla parte dei perdenti. (Ernst Friedrich Schumacher,  Small is beautiful)

Stiamo distruggendo il nostro pianeta. Abbiamo intrapreso una guerra contro la natura. Se la vinciamo, siamo persi. (Hubert Reeves)

Quando avranno inquinato l'ultimo fiume, abbattuto l'ultimo albero, preso l'ultimo bisonte, pescato l'ultimo pesce, solo allora si accorgeranno di non poter mangiare il denaro accumulato nelle loro banche. (Toro seduto [attribuita])



domenica 6 settembre 2026

Credo in Dio...



Credo in Dio. E non perché così sia più facile vivere, ma perché senza di Lui tutto perde senso.

L’uomo senza fede è come un albero senza radici: può ancora stare in piedi, ma il primo vento lo spezzerà.

La fede non è una fuga dalla realtà, ma un modo per vederla nella verità.

Noi, ucraini, abbiamo resistito per secoli perché abbiamo creduto che non tutto si decide qui e ora.

Sopra di noi c’è una Verità superiore, che vede ogni lacrima e ascolta ogni cuore.


Vasyl Stus (1938 – 1985), poeta, traduttore, critico letterario, giornalista ucraino, morto dopo13 anni di detenzione in un campo di lavoro forzato sovietico per prigionieri politici in Mordovia. 


venerdì 4 settembre 2026

Etica e politica. Quanta attualità in Ratzinger

Due convegni, tenutisi rispettivamente a Milano e a Orvieto, hanno raccolto intellettuali e politici cattolici il 18 gennaio scorso. Entrambi traevano ispirazione dalla Settimana sociale dei cattolici di Trieste (luglio 2024) e si proponevano di far riprendere “parola politica” ai cattolici italiani, orfani della Democrazia Cristiana e ancora senza una vera casa, sia a sinistra che a destra, nonostante le sirene che tendono ad attrarli da una parte o dall’altra. Volendo meglio distinguere le due anime ispiratrici va ricordato che il Convegno di Milano è stato promosso dai cattolici democratici, avendo come mentore Romano Prodi e come conduttore Graziano Delrio, quello di Orvieto è stato organizzato dai cattolici liberali, con Paolo Gentiloni e sullo sfondo Mario Draghi come ispiratori e Stefano Ceccanti e Giorgio Tonini come animatori. Nessuno dei due Convegni si proponeva di dar vita a un nuovo partito cattolico o di promuovere raggruppamenti interni alle forze politiche attuali, anche se entrambi intendevano formulare idee valoriali tali da smuovere e orientare la vita politica nel nostro Paese.  

Alla luce di questo rinnovato interesse per la presenza dei cattolici in ambito politico mi è tornato alla mente un prezioso documento della Congregazione per la Dottrina della Fede, pubblicato il 24 novembre 2002: la Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, firmata dall’allora Prefetto il Card. Joseph Ratzinger. In uno scenario culturale e politico dove non mancavano, come avviene anche oggi, quelli che in nome del pluralismo e della democrazia proclamano la separazione dell’agire politico dalla sfera etica, la Nota rilanciava l’attenzione sul rapporto fra etica e politica come esigenza irrinunciabile: se la politica non può essere separata dalla morale, nessun appello al presunto rispetto del pluralismo in democrazia potrà mai giustificare il relativismo etico, vero cancro di ogni società e dell’agire politico in essa. Con chiarezza la Nota descrive questo suo bersaglio critico: “È oggi verificabile un certo relativismo culturale che offre evidenti segni di sé nella teorizzazione e difesa del pluralismo etico che sancisce la decadenza e la dissoluzione della ragione e dei principi della legge morale naturale. A seguito di questa tendenza non è inusuale, purtroppo, riscontrare in dichiarazioni pubbliche affermazioni in cui si sostiene che tale pluralismo etico è la condizione per la democrazia... La storia del XX secolo basta a dimostrare che la ragione sta dalla parte di quei cittadini che ritengono del tutto falsa la tesi relativista secondo la quale non esiste una norma morale, radicata nella natura stessa dell’essere umano, al cui giudizio si deve sottoporre ogni concezione dell’uomo, del bene comune e dello Stato” (n. 2). 

Già Dietrich Bonhoeffer, in polemica col nazionalsocialismo di cui sarebbe stato martire, scriveva nella sua Etica, rimasta incompiuta a causa del suo arresto da parte della Gestapo: “Non essendovi nulla di durevole, vien meno il fondamento della vita storica, cioè la fiducia, in tutte le sue forme. E poiché non si ha fiducia nella verità, la si sostituisce con i sofismi della propaganda. Mancando la fiducia nella giustizia, si dichiara giusto ciò che conviene... Tale è la singolarissima situazione del nostro tempo, che è un tempo di vera e propria decadenza”. Reagire a questo processo di sottile e pervasiva decadenza etica è l’intento della Nota: i temi concreti che vi sono accennati - dall’aborto all’eutanasia, dai diritti dell’embrione umano alla salvaguardia della famiglia, dalla libertà educativa alla tutela sociale dei minori, dal diritto alla libertà religiosa all’impegno per un’economia che sia al servizio della persona e del bene comune nel rispetto della giustizia e della pace - toccano l’essenza della moralità, traducendo nel vivo delle problematiche attuali le esigenze di quel grande Codice della coscienza rappresentato dal Decalogo. “Se il cristiano è tenuto ad ammettere la legittima molteplicità e diversità delle opzioni temporali, - afferma la Nota - egli è ugualmente chiamato a dissentire da una concezione del pluralismo in chiave di relativismo morale, nociva per la stessa vita democratica, la quale ha bisogno di fondamenti veri e solidi, vale a dire, di principi etici che per la loro natura e per il loro ruolo di fondamento della vita sociale non sono negoziabili” (n. 3).  

Il richiamo alla forza liberante della Verità vuole insomma dare risalto a quella convivenza costruita sul Codice etico fondamentale, senza cui sono la menzogna e la barbarie a trionfare su tutto e su tutti. Il richiamo a San Tommaso Moro sintetizza bene questo scopo della Nota, cui ogni tentativo di rilancio della presenza dei cattolici in politica dovrebbe ispirarsi: pur sottoposto a varie forme di pressione psicologica, egli rifiutò ogni compromesso e, senza abbandonare «la costante fedeltà all’autorità e alle istituzioni legittime», affermò con la sua vita e con la sua morte che «l’uomo non si può separare da Dio, né la politica dalla morale». Specialmente i cattolici che si impegnano nella vita politica, allora, dovrebbero ricordare quanto affermava con appassionata lucidità Corrado Alvaro: e cioè che “la tentazione più grande che possa impadronirsi di una società è credere che agire rettamente sia inutile”.

Avvenire, 12 febbraio 2025, pag. 1.13 

Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto 

Cattolici in politica

Il problema non è la mancanza di principi, ma la mancanza di cattolici che li vivano con coraggio. (Card. Camillo Ruini)

Il fallimento politico dei cattolici in Italia è prima di tutto un fallimento religioso. Hanno voluto salvare le strutture e il potere sacrificando la Verità. Hanno firmato e ratificato leggi che distruggono l'uomo e la famiglia pur di sopravvivere politicamente, diventando servi del mondo. (Divo Barsotti, Diario di quegli anni, Note ed estratti di spiritualità politica)

La politica è una delle forme più alte della carità, perché cerca il bene comune. (Papa Francesco, Evangelii Gaudium, 205)

I cattolici non devono essere spettatori della storia, ma costruttori. (Papa Francesco)

La separazione tra fede e vita è uno dei drammi del nostro tempo. (San Giovanni Paolo II, Christifideles Laici, 59)

La politica deve essere servizio, non ricerca di potere. (San Giovanni Paolo II)

La politica è la forma secolare della speranza. (Giorgio La Pira)

Non si può governare senza la luce della fede e senza la passione per l’uomo. (Giorgio La Pira)

Quando i cristiani rinunciano alla verità per compiacere il mondo, diventano sale che ha perso sapore. (Joseph Ratzinger)

Una politica senza verità è destinata a trasformarsi in dominio arbitrario degli uomini sugli uomini. (Joseph Ratzinger / Papa Benedetto XVI, Messaggio per la Giornata della Pace, 2006)

Il cristiano non può rinunciare alla lotta per la giustizia. (Joseph Ratzinger, Introduzione al Cristianesimo)

Ai liberi e forti dico: non cedete alla tentazione del potere. (Don Luigi Sturzo)

La politica è moralità in atto. (Don Luigi Sturzo)

Il cristiano che non si sporca le mani nella storia è un cristiano dimezzato. (Don Primo Mazzolari)

Il fallimento dei cristiani nella vita pubblica nasce dal loro timore di apparire diversi. (Romano Guardini)


lunedì 31 agosto 2026

Morire giovani

Nell'Antichità classica è un concetto tragico già presente in Erodoto nel mito di Cleobi e Bitone e ripresentato da Menandro nella sua commedia Il doppio ingannatore. Non era inteso come una maledizione, ma come un dono compassionevole: morire giovani risparmiava all'essere umano le sofferenze, le malattie, la decadenza della vecchiaia e il dolore inevitabile della vita.

Chi muore giovane è caro agli dei. (Menandro [342 a.C. – 291 a.C. ca.] da un frammento della sua commedia Dis Exapaton (Il doppio ingannatore)

Quem di diligunt, adolescens moritur. (Plauto, Bacchides)


Il giusto, anche se muore prematuramente, si troverà in un luogo di riposo.
Vecchiaia veneranda non è quella longeva, né si misura con il numero degli anni; ma canizie per gli uomini è la saggezza, età senile è una vita senza macchia.
Divenuto caro a Dio, fu amato da lui e, poiché viveva fra peccatori, fu portato altrove.
Fu rapito, perché la malvagità non alterasse la sua intelligenza o l’inganno non seducesse la sua anima,
poiché il fascino delle cose frivole oscura tutto ciò che è bello e il turbine della passione perverte un animo senza malizia.
Giunto in breve alla perfezione, ha conseguito la pienezza di tutta una vita. La sua anima era gradita al Signore, perciò si affrettò a uscire dalla malvagità.
La gente vide ma non capì, non ha riflettuto su un fatto così importante: grazia e misericordia sono per i suoi eletti e protezione per i suoi santi.

(Bibbia, Libro della Sapienza, 2, 7-15 [50 a.C. circa])


Enea, appena disceso nel regno dell'oltretomba, è colpito dalle voci e dai pianti dei bambini morti... 

Subito si udirono voci ed un enorme vagito
di infanti, anime piangenti, sul far della soglia:
un nero giorno li strappò, privi della dolce vita
e rapiti dalla poppa li sommerse con morte acerba.
(Virgilio, Eneide VI, 426-429 [29 - 19 a.C.])


Abba Antonio, scrutando l’abisso dei giudizi di Dio, chiese: «Signore, come mai alcuni muoiono giovani, altri vecchissimi? E perché alcuni sono poveri e altri ricchi? E come mai degli ingiusti sono ricchi e dei giusti sono in miseria?». E giunse a lui una voce che disse: «Antonio, bada a te stesso. Questi giudizi spettano a Dio e non guadagni nulla a saperli». (Sant'Atanasio di Alessandria, Vita di Antonio) 


La morte di un figlio è una delle prove più dure, se non la più dura, che un genitore possa affrontare nella vita. Nessun genitore si aspetta di sopravvivere ai propri figli e quando questo capita ci si sente in colpa per il solo fatto di essere vivi, al punto da non riuscire più a continuare a vivere come prima...


On My First Son

Versi per il figlio primogenito morto a 7 anni. 

Addio, tu figlio della mia destra, e gioia;
Il mio peccato fu sperare troppo in te, amato ragazzo.
Sette anni mi fosti prestato, e io ti restituisco,
Esatto dal tuo fato, nel giorno giusto.

Oh, potessi io perdere ora ogni paternità! Perché
L’uomo dovrebbe lamentare lo stato che dovrebbe invidiare?
Aver così presto sfuggito la rabbia del mondo e della carne,
E, se non altra miseria, almeno la vecchiaia?

Riposa in dolce pace, e, se ti chiedono, di’: «Qui giace
La migliore poesia di Ben Jonson».
Per amore suo d’ora in poi tutti i suoi voti siano tali
Che ciò che ama non possa mai piacergli troppo.

(Ben Jonson, On My First Son" [1603])


Pria che l'etade inanimata e vile / il vivo amor ti spenga... (Giacomo Leopardi, A un vincitore nel pallone)

Che gli dei amano muoiono giovani. (Lord Byron, Don Giovanni)


Demain, dès l'aube...

Scritta da Victor Hugo dopo la morte della figlia diciannovenne Léopoldine, annegata nella Senna. L'ultima immagine è la più straziante: l'agrifoglio verde e l'erica sono fiori invernali, semplici e selvatici. Non una corona solenne, ma un mazzo raccolto per strada, da padre.

Domani, all'alba, nell'ora in cui la campagna imbianca,
partirò. Vedi, so che mi aspetti.
Andrò per la foresta, andrò per la montagna.
Non posso restare lontano da te più a lungo.

Camminerò con gli occhi fissi sui miei pensieri,
senza vedere nulla fuori, senza udire alcun rumore,
solo, sconosciuto, la schiena curva, le mani incrociate,
triste, e il giorno per me sarà come la notte.

Non guarderò né l'oro della sera che cade,
né le vele in lontananza che scendono verso Harfleur,
e quando arriverò, poserò sulla tua tomba
un mazzo di agrifoglio verde e di erica in fiore.

(Victor Hugo, Demain, dès l'aube... [1856])


Pianto antico

Scritta dopo la morte, a soli tre anni, del figlio Dante. È una delle elegie più intense e famose della poesia italiana dell’Ottocento. Il contrasto tra la vita che rinasce in primavera e il fiore spezzato del figlio è straziante.

L’albero a cui tendevi
la pargoletta mano,
il verde melograno
da’ bei vermigli fior,
nel muto orto solingo
rinverdì tutto or ora,
e giugno lo ristora
di luce e di calor.

Tu fior de la mia pianta
percossa e inaridita,
tu de l’inutil vita
estremo unico fior,
sei ne la terra fredda,
sei ne la terra negra
né il sol più ti rallegra
né ti risveglia amor.

(Giosuè Carducci, Pianto antico [1871])


Funere mersit acerbo

O tu che dormi là su la fiorita
collina tosca, e ti sta il padre a canto;
non hai tra l'erbe del sepolcro udita
pur ora una gentil voce di pianto?


È il fanciulletto mio, che a la romita
tua porta batte: ei che nel grande e santo
nome te rinnovava, anch'ei la vita
fugge, o fratel, che a te fu amara tanto.


Ahi no! giocava per le pinte aiole,
e arriso pur di vision leggiadre
l'ombra l'avvolse, ed a le fredde e sole

vostre rive lo spinse. Oh, giù ne l'adre
sedi accoglilo tu, chè al dolce sole
ei volge il capo ed a chiamar la madre.

(Giosuè Carducci, Funere mersit acerbo [1877])


Morte del bambino

Tagore scrisse questi versi dopo aver conosciuto lui stesso il dolore della perdita in pochi anni della moglie, dei due figli e del padre. Sono un dialogo furioso tra il poeta e la Natura accusata di essere crudele proprio perché è infinita e non aveva bisogno di prendersi anche lui.

Era vivo, rideva,
camminava e giocava.
Natura, prendendolo che hai avuto?
Tu hai milioni di uccelli colorati, foreste,
stelle, oceani, il cielo infinito. 

Perché l'hai strappato
dal seno della madre,
l'hai nascosto in seno alla terra
e l'hai ricoperto di fiori?

O Potente Natura
di miriadi di stelle e di fiori,
hai rubato un bambino!
S'è forse ingrandito
il tuo tesoro infinito?

Hai così aumentato d'un granello
La tua felicità?
Eppure, un cuore di mamma,
immenso come il tuo,
con la perdita del bambino
ha perduto tutto!

(Rabindranath Tagore, Morte del bambino [1902-1903])


Giorno per giorno

La poesia è una delle opere più emozionanti e significative della carriera di Giuseppe Ungaretti. É dedicata alla memoria di Antonietto, il figlio scomparso a soli nove anni a causa di un'appendicite mal curata.

1. "Nessuno, mamma, ha mai sofferto tanto..."
E il volto già scomparso
ma gli occhi ancora vivi
dal guanciale volgeva alla finestra,
e riempivano passeri la stanza
verso le briciole dal babbo sparse
per distrarre il suo bimbo…

2. Ora potrò baciare solo in sogno
le fiduciose mani…
E discorro, lavoro,
sono appena mutato, temo, fumo…
Come si può ch’io regga a tanta notte?…

3. Mi porteranno gli anni
chissà quali altri orrori,
ma ti sentivo accanto,
m’avresti consolato…

4. Mai, non saprete mai come m’illumina
l’ombra che mi si pone a lato, timida,
quando non spero più…

5. Ora dov’è, dov’è l’ingenua voce
che in corsa risuonando per le stanze,
sollevava dai crucci un uomo stanco?…
La terra l’ha disfatta, la protegge
un passato di favola…

6. Ogni altra voce è un’eco che si spegne
ora che una mi chiama
dalle vette immortali…

7. In cielo cerco il tuo felice volto,
ed i miei occhi in me null’altro vedano
quando anch’essi vorrà chiudere Iddio…

8. E t’amo, t’amo, ed è continuo schianto!…

9. Inferocita terra, immane mare
mi separa dal luogo della tomba
dove ora si disperde
il martoriato corpo…
Non conta… Ascolto sempre più distinta
quella voce d’anima
che non seppi difendere quaggiù…
M’isola, sempre più festosa e amica
di minuto in minuto,
nel suo segreto semplice…

10. Sono tornato ai colli, ai pini amati
e del ritmo dell’aria il patrio accento
che non riudrò con te,
mi spezza ad ogni soffio…

11. Passa la rondine e con essa estate,
e anch’io, mi dico, passerò…
Ma resti dell’amore che mi strazia
non solo segno un breve appannamento
se dall’inferno arrivo a qualche quiete…

12. Sotto la scure il disilluso ramo
cadendo si lamenta appena, meno
che non la foglia al tocco della brezza…
E fu la furia che abbatté la tenera
forma e la premurosa
carità d’una voce mi consuma…

13. Non più furori reca a me l’estate,
né primavera i suoi presentimenti;
puoi declinare, autunno,
con le tue stolte glorie:
per uno spoglio desiderio, inverno
distende la stagione più clemente!…

14. Già m’è nelle ossa scesa
l’autunnale secchezza,
ma, protratto dalle ombre,
sopravviene infinito
un demente fulgore:
la tortura segreta del crepuscolo
inabissato…

15. Rievocherò senza rimorso sempre
un’incantevole agonia di sensi?
Ascolta, cieco: “Un’anima è partita
dal comune castigo ancora illesa…”

Mi abbatterà meno di non più udire
i gridi vivi della sua purezza
che di sentire quasi estinto in me
il fremito pauroso della colpa?

16. Agli abbagli che squillano dai vetri
squadra un riflesso alla tovaglia l’ombra,
tornano al lustro labile d’un orcio
gonfie ortensie dall’aiuola, un rondone ebbro,
il grattacielo in vampe delle nuvole,
sull’albero, saltelli d’un bimbetto…

Inesauribile fragore di onde
si dà che giunga allora nella stanza
e alla freschezza inquieta d’una linea
azzurra, ogni parete si dilegua…

17. Fa dolce e forse qui vicino passi
dicendo: “Questo sole e tanto spazio
ti calmino. Nel puro vento udire
puoi il tempo camminare e la mia voce.
Ho in me raccolto a poco a poco e chiuso
Lo slancio muto della tua speranza.
Sono per te l’aurora e intatto giorno”.

(Giuseppe Ungaretti, Giorno per giorno [1946])


Gridasti: Soffoco…

Nel viso tuo scomparso già nel teschio,
gli occhi, che erano ancora luminosi
solo un attimo fa,
gli occhi si dilatarono… si persero…

Un bimbo è morto…
Nove anni, chiuso cerchio,
nove anni cui né giorni, né minuti
mai più s’aggiungeranno…

(Giuseppe Ungaretti, Gridasti: Soffoco… [1946])



Théoden: «Simbelmynë. Sempre è fiorito sulle tombe dei miei avi. Ora crescerà sulla tomba di mio figlio. Ahimè, per i giorni oscuri nei quali siamo caduti. I giovani periscono e i vecchi indugiano. Che io debba vivere per vedere la fine della mia casata...»
Gandalf: «La morte di Théodred non è dipesa dalla tua volontà.»
Théoden: «Un genitore non dovrebbe mai seppellire il proprio figlio.»
Théoden: «Cosa deve fare l'uomo contro il male sconsiderato?»

(Dialogo tratto dal film Il Signore degli Anelli: Le due torri (2002) di Peter Jackson)




sabato 29 agosto 2026

Preghiera per gli animali di San Basilio

Signore e salvatore del mondo, 
noi ti preghiamo anche per gli animali, 
che umilmente portano con noi il peso e il calore del giorno 
e offrono le loro semplici vite, aiutandoci a vivere bene. 

Noi ti preghiamo anche per le creature selvagge 
che tu hai creato sapienti, forti, belle. 

Ti preghiamo per tutte le creature, 
anche quelle che non sono intelligenti 
perché esse hanno una loro missione, 
sebbene noi siamo incapaci di riconoscerla. 

E supplichiamo la tua grande tenerezza, 
perché tu hai promesso di salvare insieme l’uomo e gli animali  (Cf Sal 36,7)
e hai concesso a tutti il tuo amore infinito.



O Dio, accresci in noi 
il senso di fraternità con tutti gli esseri viventi,  
con i nostri fratelli animali 
a cui Tu hai concesso di soggiornare con noi su questa terra.  

Proviamo un senso di vergogna nel ricordare  
che abbiamo esercitato la nostra signoria  
con spietata crudeltà,  
cosicché la voce della terra,  
che sarebbe dovuta salire fino a Te come una canzone, 
è stata invece un gemito di dolore. 

Facci comprendere che essi non vivono soltanto per noi,  
ma anche per se stessi e per Te;  
facci capire che essi amano al pari nostro la dolcezza della vita
e si sentono meglio al loro posto, di quanto non ci sentiamo noi al nostro!
 

San Basilio Magno

domenica 16 agosto 2026

Il cardo selvatico

Tutti i pastori che accorrevano verso la grotta al segnale della Cometa erano felici. Tutti tranne uno. Per lui, durante tutta la vita, ogni segnale era stato scaturigine di angoscia; il suo desiderio sarebbe stato di vivere una vita senza accadimenti, prove, intoppi che non fossero quelli che si poneva da se stesso, continuamente.

La luce della stella allertò il suo cuore, perché era chiara e netta. Ma il suo era un cuore che pareva incapace di gioia e di serenità. Per un motivo che gli era sempre stato incomprensibile, ogni suo sentire era sempre avvelenato da un’amarezza e da una paura che sembravano provenire dalla notte dei tempi e che lo stringevano in una morsa. Per il suo cuore così infreddolito, la mente gli era insieme di sostegno e d’impaccio: di sostegno quando il cuore diveniva ghiaccio, d’impaccio quando diveniva fuoco.

In perenne dissidio con se stesso, quel pastore dubitava di tutto, a cominciare da sé, e mentiva senza volerlo, con un riprovevole candore. Esitò a lungo, prima di mettersi in cammino, preda dell’angoscia: valeva o no la pena di muoversi? E se la stella avesse mentito? Vatti a fidare delle stelle! Poi, quando chiamò le sue quattro pecore e si avviò, lo sospinse l’angoscia di dover arrivare primo, se no, altrimenti, che razza di pastore era? Fu allora che gli piombò addosso, come un macigno, il coro degli Angeli che cantava: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che Dio ama».

Quel canto, che per ogni altro era di esultanza e conforto, gli fu fatale. Perché «agli uomini che Dio ama» e non a tutti gli uomini? Che significava quella frase se non che esistono uomini che Dio ama e, quindi, altri che Dio non ama? Lui era uno di questi. Inamabile perché colpevole di qualcosa di cui era impastata la sua stessa carne. Quella notte di luce e di pace divenne per lui una notte d’inferno e disperazione. Lasciò le pecore presso un sicomoro e si avvicinò ad un pozzo. L’acqua rifletteva una manciata di brillanti del cielo, ma a lui parvero barbagli d’occhi di biscia. Sollevò una gamba per salire sul bordo del pozzo, quando una spina gli si conficcò nell’alluce dolorosamente.

Era un cardo selvatico fiaccato dalla polvere e cento volte calpestato, la cui unica spina viva era destinata a lui. «Maledetto!», gli sibilò nel silenzio. Ed era un silenzio così compatto che quella maledizione gli parve un sasso lanciato a se stesso. Il cardo parlò: «Che razza di uomo sei che maledici un cardo per l’unica e l’ultima sua dote?». L’uomo rispose, manco sapesse che i cardi non parlano: «E la tua dannata spina la chiami una dote?». «Non ne ho altre», rispose il cardo.

«E come io benedico Iddio ogni giorno per questo unico dono che mi ha fatto, così tu dovresti imitarmi, simile a me quale tu sei». L’uomo tacque. Il silenzio si popolava di un nuovo tipo di affanno, mai prima provato, molto simile a un pianto che voglia prorompere ad ogni costo. Il cardo diceva il vero: Dio ama le sue creature per quello che sono, e «gli uomini che Dio ama» sono quelli che accettano di essere amati per quello che sono. "Uomini palma", "uomini frumento" ed anche "uomini cardo".

«Anzi», a questo punto il cardo riprese a parlare, «Dio ama in modo particolare, tenerissimo, gli uomini cardo, perché, se li ha fatti così, aveva le sue buone ragioni». «Quali?», incalzò l’uomo, che vedeva tutta la sua vita capovolgersi. «Forse, come la mia spina, una sola: di far soffrire gli altri; o — come nel tuo caso — di pungerli con la tua angoscia e gli aculei della tua natura». «Non è una grande funzione…», disse il pastore.

«Che io ti abbia salvato la vita non ti pare una cosa grande? Il fatto è», riprese con forza il cardo selvatico, «che tu non accetti di essere amato per quello che sei, con tutte le tue spine, e forse veleni e chissà che altro. Vorresti essere amato per quello che non sei: ecco la tua superbia che ti separa dal mondo e dagli uomini. È essa che chiude il fiotto dell’Amore di Dio, e che gli vieta di spandersi come tanto vorrebbe». L’uomo tacque di nuovo. Come gli era facile e difficile tutto ciò. Facile capire, difficile accettare. Solo quando s’inginocchiò, ancora confuso ed incerto, accanto al Bimbo e ne sentì la piccola mano sul capo, ebbe la rivelazione finale. Sulla sua testa ispida di pensieri da cardo, il Bimbo tenne la mano per l’intera notte, a dire a lui ed a tutto l’universo che, se si era fatto carne, lo aveva fatto precisamente, quasi unicamente per gli "uomini cardo".

Che le loro spine lo avrebbero crocifisso già lo sapeva. Ma non poteva, proprio non poteva rinunciare a loro, i suoi figli più difficili, più egoisti, più ingrati. Altrimenti, che razza di Amore sarebbe stato?

Fiabe della Notte Santa

Piero Gribaudi (1933 - 2019), scrittore, editore e bibliofilo italiano

venerdì 14 agosto 2026

La Dichiarazione di Pace di Hiroshima

Testo integrale della Dichiarazione di Pace letta il 6 agosto dal sindaco di Hiroshima Kazumi Matsui durante una cerimonia per commemorare gli 81 anni dal bombardamento atomico della città del 1945. (foto Kyodo News / Associated Press)

Ancora oggi, a 81 anni dai bombardamenti atomici, proprio qui sulla Terra dove viviamo, assistiamo a invasioni militari che usano le armi nucleari come strumenti di intimidazione, oltre ad altre azioni prepotenti da parte delle grandi potenze in violazione del diritto internazionale. Quest'anno, la Conferenza di esame del Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) non è riuscita a adottare un documento finale per la terza volta consecutiva. La responsabilità di questo fallimento ricade sui leader politici che danno la colpa agli altri per giustificare il proprio comportamento. Le parole e le azioni di questi leader scuotono le fondamenta della pace e della stabilità globale, ignorando gli obblighi stabiliti dal TNP.

Se la situazione attuale dovesse persistere, la diffidenza si radicherà in tutto il mondo, riportandoci alla sfrenata avidità dell'era della Seconda Guerra Mondiale. Sminuire la disumanità delle armi nucleari e accettare l'uso della forza per perseguire la propria prosperità rischia di innescare cicli di violente ritorsioni. Questo potrebbe culminare in un'altra Hiroshima o Nagasaki.

Vi prego di dedicare un momento all'ascolto, ancora una volta, delle testimonianze degli hibakusha sopravvissuti alla devastazione. Una donna, che all'epoca aveva 16 anni, ricorda la sua affettuosa sorella maggiore. Vede il volto di sua sorella, con la pelle che si decomponeva sul cranio e i denti esposti in una bocca senza più labbra. Fu un incubo talmente grande da non poter credere ai propri occhi. Un'altra donna, esposta alla bomba all'età di 3 anni, ha sofferto per anni a causa di una serie di malattie, fino ad ammalarsi di leucemia a 55 anni. Dopo la diagnosi di patologia da bomba atomica, ha vissuto nel terrore costante di dove il male avrebbe colpito la volta successiva. Un uomo che allora aveva 9 anni, di fronte all'invasione russa dell'Ucraina che ha causato la morte di molti civili, ci supplica di superare i nostri conflitti interni. Ci chiede di accogliere le prospettive reciproche per costruire un mondo senza scontri violenti. Esorta in particolare i nostri giovani a iniziare riflettendo profondamente sulla propria vita quotidiana.

Ispirata dalle voci dei nostri hibakusha e dalle iniziative per tramandare la loro volontà, la società civile ha continuato il suo attivismo per la pace e per l'abolizione delle armi nucleari, superando generazioni e confini nazionali. Tuttavia, troppi leader politici, considerando ancora la deterrenza nucleare un approccio realistico, accettano che la comunità internazionale legittimi la violenza. Questo non fa che allontanare un mondo libero da armi nucleari. In un'epoca in cui lo sbiadire della memoria della guerra potrebbe portare all'uso di armi nucleari, dobbiamo riscoprire le lezioni del passato. Sono le stesse lezioni che portarono alla fondazione delle Nazioni Unite e alla spinta per abolire gli arsenali atomici. Ognuno di noi deve rifiutare ogni forma di violenza e agire per costruire una società internazionale determinata a rendere realtà l'ideale dell'abolizione nucleare.

A tal fine, rivolgo questa richiesta ai nostri giovani. Vi prego di stringere legami più profondi con persone che hanno valori diversi dai vostri, oltre i confini nazionali, e in questo percorso di condividere gioia, divertimento, sogni e speranze. Molti giovani in tutto il mondo stanno approfondendo le loro relazioni imparando, qui a Hiroshima e altrove, la storia dei bombardamenti atomici. Vi esorto a esprimere i vostri pensieri, a impegnarvi nelle vostre comunità e a fare, nella vostra vita quotidiana, tutto ciò che potete per la pace. Questi sforzi aiuteranno a coltivare una cultura globale della pace basata sul rispetto reciproco. Sdoganando l'abolizione delle armi nucleari come puro buon senso all'interno della comunità internazionale, contribuirete a creare un contesto che non permetta più ai decisori politici di fare affidamento sulla deterrenza nucleare. La Città di Hiroshima collaborerà con i nostri 8.589 comuni membri di Mayors for Peace (Sindaci per la Pace) per promuovere questa cultura in tutto il mondo e rafforzare gli sforzi per trasmetterla alle generazioni future. Continueremo a fare campagna per diffondere lo Spirito di Hiroshima.

Decisori politici di tutto il mondo, la società civile esige l'immediata abolizione delle armi nucleari. Per quanto tempo ancora avete intenzione di deluderci? Comprendete di certo che qualsiasi uso di armi nucleari infliggerebbe danni catastrofici all'umanità, e che la non proliferazione e il disarmo nucleare possono essere affrontati solo attraverso sforzi multilaterali. Leader degli Stati militarmente nucleari, a voi spetta la responsabilità primaria del disarmo. Dovete assolutamente riconoscere l'imperativo di dare il buon esempio. Governanti del mondo, venite di persona a visitare Hiroshima e Nagasaki. Confrontatevi direttamente con le nostre tragedie e ascoltate le aspirazioni di pace dei nostri hibakusha. La società civile spera fervidamente che, durante le vostre visite, lancerete messaggi al mondo per esprimere la vostra determinazione ad abolire le armi nucleari, per poi attuare politiche concrete volte a raggiungere tale obiettivo.

Esortiamo il governo giapponese a rimanere profondamente consapevole degli alti ideali sanciti dalla Costituzione del Giappone e a continuare a occupare un posto d'onore nella società internazionale. Proprio perché affrontiamo un contesto di sicurezza difficile, che potrebbe portare a divisioni e persino a conflitti con altre nazioni, chiediamo una diplomazia tenace e persistente, senza imporre sacrifici alla popolazione. Il Giappone deve manifestare e attuare contributi continui alla pace e alla stabilità internazionale. A tal fine, esortiamo il Giappone a iniziare partecipando come osservatore alla Conferenza di esame del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari di questo novembre, per poi ratificare il trattato senza indugio. Inoltre, chiediamo con forza che le misure a sostegno degli hibakusha, la cui età media ha superato gli 86 anni, siano potenziate in modo da rispondere alle loro continue sofferenze e difficoltà, sulla base di quadri normativi adeguati a sostenere tutti i sopravvissuti, compresi quelli che vivono all'estero.

Oggi, nel giorno che segna l'81° anniversario del bombardamento atomico, porgiamo le nostre più sentite condoglianze alle anime delle vittime e ci impegniamo a fare tutto il possibile per ottenere l'abolizione delle armi nucleari, portando a una pace mondiale duratura. Ancora una volta, rivolgiamo il nostro appello alla società civile nel suo complesso. Guidati dallo Spirito di Hiroshima ispirato dagli hibakusha, lavoriamo insieme in una sincera unità per cambiare il mondo.

Kazumi Matsui, sindaco di Hiroshima

mercoledì 5 agosto 2026

Le guerre le perdono tutti!


Erminio Bonafè (George Wilson): "La guerra è una parentesi bestiale e solo quando è finita ci si accorge della sua inutilità!"

Primo Arcovazzi (Ugo Tognazzi): "Se si perde!... ma se si vince?"  

Erminio Bonafè: "Le guerre le perdono tutti!" 

Dal film: Il federale (1961), regia di Luciano Salce

martedì 4 agosto 2026

Argo

Briton Riviere, Ulysses and Argus (1885)

...un cane, che giaceva lì nei pressi, alzò la testa e le orecchie:
era Argo
, il cane del valoroso Ulisse, che un tempo
l’eroe allevò e nutrì ma senza goderne, poiché dovette
partire per la sacra Ilio. Un tempo i giovani lo portavano
a caccia di capre selvatiche, di cervi e di lepri; ma ora,                                                            
senza il padrone, egli giaceva abbandonato in disparte
in un mucchio di sterco di muli e di buoi,
che si ammucchiava sino a quando i servi di Ulisse
non lo portavano via per concimare i campi.
Qui il cane Argo giaceva, tutto pieno di zecche.                                                                        
Quando l’animale sentì che Ulisse era vicino,
mosse la coda e abbassò entrambe le orecchie,
ma non riuscì ad accostarsi al padrone.
Ulisse distolse lo sguardo e si asciugò una lacrima
di nascosto da Eumeo e poi gli domandò:                                                                                  
“Eumeo, questo cane che giace nel letame fa impressione:
a me sembra bellissimo ma non so dire bene
se oltre che bello era altrettanto veloce a correre
o se era invece come quei cani da mensa
dei signori, che i padroni allevano per vanità”
.                                                                         
E tu, porcaro Eumeo, così gli rispondesti:
“Questo è il cane di un uomo che è morto lontano.
Se nel corpo e nelle azioni fosse com’era
quando Ulisse lo lasciò veleggiando per Troia,
ti stupiresti nel vederne la velocità e la forza.                                                                             
Nel folto della foresta profonda non gli sfuggiva
nessuna preda, era esperto nel fiutare le tracce.
Ora la sventura lo ha colto: il padrone è morto lontano,
le donne disattente non si prendono più cura di lui.
Quando i padroni non comandano più,                                                                                     
i servi non hanno più voglia di lavorare.
Zeus, il signore del tuono, toglie all’uomo
metà della sua virtù, quando lo rende schiavo”
.
Così disse ed entrò nella bella dimora;
andò verso la sala, tra i nobili pretendenti.                                                                                
E la morte oscura scese su Argo, che aveva
potuto rivedere Ulisse, dopo venti anni.

Omero, Odissea XVII, 290 -325

lunedì 3 agosto 2026

Tra il ponte e l'acqua la grazia della conversione

Un giorno, una donna desolata per il suicidio del marito che si era gettato da un ponte riuscì a avvicinare San Giovanni Maria Vianney. Il Santo Curato d’Ars le disse che il marito era salvo e si trovava in Purgatorio, spiegando che nel breve istante tra il salto dal parapetto del ponte e l’impatto con l’acqua aveva avuto il tempo di fare un atto di contrizione e di pentirsi.

Quindi: la breve distanza tra il ponte e l’acqua è sufficiente per la grazia della conversione e quella distanza ci proibisce di giudicare!


...e poi morire

 Un giovane sacerdote confidò un giorno a San Filippo Neri:

“Qui a Roma è facile a molte persone fare fortuna. Spero anch’io di avere buona sorte, e di ottenere, prima o poi, uno zucchetto da Monsignore”

“Ve lo auguro di tutto cuore - rispose il santo - , ma poi, giunto a quel punto, quali sarebbero le vostre aspirazioni?”

“Vi dirò in confidenza che, dopo lo zucchetto di monsignore, spero di ottenere l’anello di Vescovo”.

“Benissimo, e poi che cosa intendete fare?”

“Sapete come va il mondo: una volta Vescovo, non dispero di ricevere il rosso cappello cardinalizio”.

“E poi, via!…”

“Sapete bene che è tra i Cardinali che viene scelto il nuovo papa e la fortuna, a volte, fa certi scherzi!”

“E poi?”

“E poi! Ma sapete che mi fate ridere con questo: ‘E poi?’

“Vi sembra cosa da nulla essere Sommo Pontefice, capo di tutta la cristianità?

“Allora sarebbe il momento di godersi finalmente la vita e rallegrarsi del destino glorioso che ci è stato riservato.”

“E poi?”

“E poi basta. Che cosa volete di più?”

“Ve lo dirò io.”

Fece il santo curvandosi all’orecchio del prete ambizioso.

E così facendo disse tre volte, con voce tagliente:

“E poi morire! ...e poi morire! ...e poi morire!”

San Filippo Neri

Preghiere per il Natale

Signore Gesù, nella corsa ai prepara vi per il Natale, può sfuggirci il motivo della festa: la tua venuta in mezzo a noi!

Come il poeta che si ferma assorto e me e in rima i suoi versi, anche noi siamo chiama a sostare di fronte alla mangiatoia e cogliere la speranza che nasce dall’annuncio della tua nascita.

Aiutaci Signore a vivere il Natale con lo stupore negli occhi e la gratitudine nel cuore per questo grande dono. Amen

Preghiera per la mia famiglia

La mia famiglia non è santa come la tua, Signore.

Ha i suoi difetti, le sue pause, le sue discussioni, le sue ripicche.

Ha tanti passi da fare per crescere a immagine della tua.

Eppure io la amo, mi piace, ne faccio parte con fierezza.

Per questo ti chiedo di benedirla, senza negare i suoi errori e le sue paure,

affinché il tuo pensiero positivo le metta le ali.

Abbiamo bisogno della tua verità per vivere la quotidianità

con sapienza, ottimismo e speranza.

Abbiamo bisogno della tua pace

per trovare le strade migliori di concordia e tolleranza.

Abbiamo bisogno del tuo amore per farci carico gli uni degli altri,

per sperimentare creatività, sicurezza, fiducia.

Abbiamo bisogno di ricordare le tue parole

per trovare risposte, senso e sapore della vita.

Abbiamo bisogno di sognare con te per raggiungere le mete che

hai immaginato per la nostra felicità. Amen

Offerta della Giornata a Maria

O Maria Madre del Verbo incarnato e Madre nostra dolcissima,

siamo qui ai tuoi Piedi mentre sorge un nuovo giorno,

un altro grande dono del Signore.

Deponiamo nelle tue mani e nel tuo cuore tutto il nostro essere.

Noi saremo tuoi nella volontà, nel pensiero, nel cuore, nel corpo.

Tu forma in noi con materna bontà in questo giorno una vita nuova, la vita del tuo Gesù.

Previeni e accompagna o Regina del Cielo,

anche le nostre più piccole azioni con la tua ispirazione materna

affinché ogni cosa sia pura e accetta al momento del Sacrificio santo e immacolato.

Rendici santi o Madre buona;

santi come Gesù ci ha comandato,

come il tuo cuore ci chiede e ardentemente desidera. Amen


Santa Caterina Labouré (1806 – 1876), religiosa francese della Compagnia delle Figlie della Carità

sabato 1 agosto 2026

Non omnis moriar

Non omnis moriar multaque pars mei
vitabit Libitinam usque ego postera
crescam laude recens...

Ho innalzato un monumento più duraturo del bronzo
e più alto della regale maestà delle piramidi, 
che né la pioggia che corrode, né il vento impetuoso
potrà abbattere né l’interminabile corso degli anni e la fuga del tempo.

Non morirò del tutto, anzi una gran parte di me
eviterà la morte; per sempre

io crescerò rinnovato dalla lode dei posteri
finché il pontefice salirà in Campidoglio
con la processione silenziosa delle vergini.

Si dirà che io, dove strepita scrosciante l’Ofanto
e dove Dauno povero d’acque regnò su popoli agresti
da umili origini fatto potente, per primo
ho portato a ritmi italiani la poesia eolica.

Assumiti questo traguardo
conquistato per tuo merito e con l’alloro di Delfi,
Melpomene, di buon grado cingimi i capelli.

Odi III 30

Orazio

venerdì 31 luglio 2026

Il mistero della morte

I tragici avvenimenti di questi tempi di stragi, causate dalle guerre e dal terrorismo, rischiano di banalizzare la morte. Tuttavia essa incute angoscia e paura. Perciò si fa ogni sforzo per non pensare ad essa, per dimenticarla e renderla invisibile. Ma la morte ha un senso? La risposta è che, se la morte biologica è naturale, spiritualmente è una violenza fatta allo spirito umano. Perché, allora, la morte? In realtà, essa è un enigma o, meglio, è un mistero che soltanto la fede cristiana svela pienamente. Questa, infatti, dice che nel piano divino della creazione dell’essere umano non c’era la morte, ma essa è entrata nel mondo attraverso il peccato. Dice, inoltre, che Dio ha salvato l’uomo dal peccato e dalla morte, mediante la morte e la risurrezione del suo Figlio Gesù, il Dio fatto uomo.

La civiltà cattolica, Quaderno 3705, Anno 2004, Volume IV, pag. 209 

Aforismi Defunti

# Comunione dei santi  # Morte

Beati coloro […] che si sono addormentati nell'amore! Perché anche noi vivremo certamente. (Bibbia, Siracide 48,1-4.9-11)

Alla morte di un uomo si rivelano le sue opere. (Bibbia, Siracide 11, 27)

Poi udii una voce dal cielo che diceva: «Scrivi: Beati d'ora in poi, i morti che muoiono nel Signore. Sì, dice lo Spirito, riposeranno dalle loro fatiche, perché le loro opere li seguono». (Bibbia, Apocalisse 14, 13)

Tutto è vostro: ...il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio. (Bibbia, 1Cor 3,23)

Una lacrima per i defunti evapora; un fiore sulla tomba appassisce; una preghiera, invece, arriva sino al cuore dell'Altissimo. (Sant'Agostino di Ippona)

I morti non sono degli assenti, sono degli invisibili. Tengono i loro occhi pieni di luce fissi nei nostri pieni di lacrime. (Sant'Agostino di Ippona)

Non ti chiedo, Signore, perché ce lo hai tolto. Ti ringrazio per il tempo che ce lo hai lasciato. (Sant'Agostino di Ippona)

Coloro che amiamo e che abbiamo perduto, non sono più dov'erano, ma sono ovunque noi siamo. (Sant'Agostino di Ippona)

Beatus qui amat te et amicum in te et inimicum propter te. Solus enim nullum carum amittit cui omnes in illo cari sunt, qui non amittitur.
Beato chi ama te e l'amico in te e il nemico per te. Non perde nessuna persona cara solo colui al quale sono tutti cari nell'unico che non si può perdere, te. (Sant'Agostino di Ippona, Confessioni, 4, 9, 14)
Non si perdono mai coloro che amiamo, perché possiamo amarli in colui che non si può perdere.

Quando mi sarò a te unito con tutto il mio essere, più non vi sarà per me né dolore, né travaglio, e viva sarà la mia vita tutta piena di te. (Sant’Agostino di Ippona, Confessioni, X, 28)

La morte non è cattiva, se non siamo diventati noi stessi cattivi. La morte è la grazia, il più grande dono di grazia che Dio concede alle persone che credono in lui. La morte è mansueta, la morte è dolce e gentile... (Dietrich Bonhoeffer)

Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore. (San Giovanni della Croce)

Io non muoio, entro nella vita. (Santa Teresa di Lisieux)

Ricordatevi che i morti non solo umanamente si onorano, ma cristianamente si suffragano, beneficando i vivi. (P. Giovanni Semeria)

Il più grande dolore che tu sentirai per i tuoi poveri morti sarà sempre il pensiero di non averli amati abbastanza. (Guido da Borsara)

Non bisogna seppellire i morti due volte: sotto i fiori e dentro i cuori. Ma farli risorgere al nostro fianco, intorno alle cose che hanno amato e amiamo. E al magico richiamo dei nomi, delle date e dei ricordi, saranno vivi con noi, in noi e per noi. Non piangerli con inutili lacrime, ma rievocarli con opere di bene. Non rischiararli con le lampade votive, ma illuminarli con l'amore. Bisogna seppellire i corpi sotterra, ma esaltare le anime nella luce. (Nino Salvaneschi)

I morti aiutano i vivi a portare la vita. (Renzo Pezzani)

É mia abitudine, appresa in famiglia, il pio ricordo dei morti: essi mi hanno fatto sempre buona compagnia. (Giovanni XXIII)

A questo mondo tutto finisce, ma non finisce mai senza dare inizio ad una cosa più bella. (San Gregorio di Nissa)

Il nostro dolore è immenso, ma noi siamo cristiani, noi possiamo anche sentire e trovare un sollievo nella morte. ...Non piangete sui nostri posti vuoti. Le famiglie cristiane non si scompongono mai: la lontananza accresce nel desiderio del ritorno l'amore, e la morte lo consacra in un vincolo eterno. Non piangete, e se mai non potete trattenere questo umano sollievo, fate che le vostre lacrime non siano senza speranza. Siamo cristiani! (Primo Mazzolari)

Se qualsiasi immaginazione vien meno di fronte alla morte, la Chiesa invece, istruita dalla Rivelazione divina, afferma che l'uomo è stato creato da Dio per un fine di felicità oltre i confini della miseria terrena. (Gaudium et spes, 18)

A questo mondo tutto finisce ma, non finisce mai, senza dare inizio ad una cosa più bella. (San Gregorio di Nissa)

No, noi non moriamo! Cambiamo semplicemente casa. Questa è la speranza che arride per mezzo della fede e dell'amore a noi cristiani; una speranza che è certezza. Non si tratta d'altro che di un arrivederci. Dio non agisce come un cacciatore in attesa della più piccola negligenza della preda per colpirla. Dio è come un giardiniere che cura i fiori, li irriga, li protegge; li coglie soltanto quando sono più belli e rigogliosi. Dio prende con sè le anime quando sono mature.

Distaccandoci dai nostri cari cominciamo a morire. (Giuseppe Giusti)

Fa' che la mia anima si innalzi dove il vivere è calma, e senza morte. (Giuseppe Ungaretti)

La morte non è una luce che si spegne. É mettere fuori la lampada perché è arrivata l'alba. (Rabindranath Tagore)

Tutti quelli che ameranno i poveri in vita non avranno alcuna timore della morte. (San Vincenzo De' Paoli)

La distanza tra il Cielo e la terra non potrà mai separare i cuori che Dio ha unito. (San Francesco di Sales)

È un grande dolore averlo perduto, ma ti ringraziamo, o Dio, di averlo avuto, anzi di averlo ancora, perché chi torna al Signore non esce di casa. (San Girolamo)



lunedì 20 luglio 2026

Ti dicono non piangere

 Ti dicono non piangere.

Ti dicono che è solo un cane, non una persona.

Ti dicono che passerà.

Ti dicono che gli animali non sanno che devono morire.

Ti dicono che l'importante è non farli soffrire.

Ti dicono che puoi averne un altro.

Ti dicono che succederà.

Ti dicono che ci sono dolori più insopportabili.

Ma non sanno quante volte hai guardato il tuo cane negli occhi.

Non sanno quante volte sei stato tu e il tuo cane a guardare nell'oscurità.

Non sanno quante volte è stato il tuo cane l'unico che è stato al tuo fianco.

Non sanno che l'unico che non ti ha giudicato è il tuo cane.

Non sanno quanta paura hai avuto la notte in cui ti hanno svegliato i suoi lamenti.

Non sanno quante volte ha dormito il tuo cane vicino a te.

Non sanno quanto sei cambiato da quando il cane è diventato parte della tua vita.

Non sanno quante volte lo hai abbracciato quando era malato.

Non sanno quante volte hai finto di non vedere quando i suoi capelli diventavano sempre più bianchi.

Non sanno quante volte hai parlato al tuo cane, l'unico che ti ascolta davvero.

Non sanno quanto sei stato bello per il tuo cane.

Non sanno che è stato solo il tuo cane a sapere che stavi soffrendo.

Non sanno quali sentimenti ti ha fatto provare il tuo cane.

Non sanno cosa si prova a vedere il tuo cane anziano che si sforza a venire a salutarti.

Non sanno che quando le cose andavano male, l'unico che non se ne è andato è il tuo cane.

Non sanno che il tuo cane si fida di te, in ogni istante della sua vita, anche all'ultimo.

Non sanno quanto il tuo cane ti ha amato, e quel poco che gli bastava per essere felice, perché a lui bastavi tu.

Non sanno che piangere per un cane è una delle cose più nobili, significative, vere e pulite che puoi fare.

Non sanno dell'ultima volta che lo hai spostato con difficoltà... facendo attenzione a non fargli del male.

Non sanno cosa hai sentito quando gli hai accarezzato la faccia negli ultimi momenti della sua vita... 


E. Grandi

sabato 18 luglio 2026

Si cerca per la Chiesa un uomo...

Si cerca per la Chiesa
un prete capace di rinascere
nello Spirito ogni giorno.

Si cerca per la Chiesa un uomo
senza paura del domani
senza paura dell'oggi
senza complessi del passato.

Si cerca per la Chiesa un uomo
che non abbia paura di cambiare
che non cambi per cambiare
che non parli per parlare.

Si cerca per la Chiesa un uomo
capace di vivere insieme agli altri
di lavorare insieme
di piangere insieme
di ridere insieme
di amare insieme
di sognare insieme.

Si cerca per la Chiesa un uomo
capace di perdere senza sentirsi distrutto
di mettere in dubbio senza perdere la fede
di portare la pace dove c'è inquietudine
e inquietudine dove c'è pace.

Si cerca per la Chiesa un uomo
che sappia usare le mani per benedire
e indicare la strada da seguire.

Si cerca per la Chiesa un uomo
senza molti mezzi,
ma con molto da fare,
un uomo che nelle crisi
non cerchi altro lavoro,
ma come meglio lavorare.

Si cerca per la Chiesa un uomo
che trovi la sua libertà
nel vivere e nel servire
e non nel fare quello che vuole.

Si cerca per la Chiesa un uomo
che abbia nostalgia di Dio,
che abbia nostalgia della Chiesa,
nostalgia della gente,
nostalgia della povertà di Gesù,
nostalgia dell'obbedienza di Gesù.

Si cerca per la Chiesa un uomo
che non confonda la preghiera
con le parole dette d'abitudine,
la spiritualità col sentimentalismo,
la chiamata con l'interesse,
il servizio con la sistemazione.

Si cerca per la Chiesa un uomo
capace di morire per lei,
ma ancora più capace di vivere per la Chiesa;
un uomo capace di diventare ministro di Cristo,
profeta di Dio, un uomo che parli con la sua vita.
Si cerca per la Chiesa un uomo.

Don Primo Mazzolari