domenica 16 agosto 2026

Il cardo selvatico

Tutti i pastori che accorrevano verso la grotta al segnale della Cometa erano felici. Tutti tranne uno. Per lui, durante tutta la vita, ogni segnale era stato scaturigine di angoscia; il suo desiderio sarebbe stato di vivere una vita senza accadimenti, prove, intoppi che non fossero quelli che si poneva da se stesso, continuamente.

La luce della stella allertò il suo cuore, perché era chiara e netta. Ma il suo era un cuore che pareva incapace di gioia e di serenità. Per un motivo che gli era sempre stato incomprensibile, ogni suo sentire era sempre avvelenato da un’amarezza e da una paura che sembravano provenire dalla notte dei tempi e che lo stringevano in una morsa. Per il suo cuore così infreddolito, la mente gli era insieme di sostegno e d’impaccio: di sostegno quando il cuore diveniva ghiaccio, d’impaccio quando diveniva fuoco.

In perenne dissidio con se stesso, quel pastore dubitava di tutto, a cominciare da sé, e mentiva senza volerlo, con un riprovevole candore. Esitò a lungo, prima di mettersi in cammino, preda dell’angoscia: valeva o no la pena di muoversi? E se la stella avesse mentito? Vatti a fidare delle stelle! Poi, quando chiamò le sue quattro pecore e si avviò, lo sospinse l’angoscia di dover arrivare primo, se no, altrimenti, che razza di pastore era? Fu allora che gli piombò addosso, come un macigno, il coro degli Angeli che cantava: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che Dio ama».

Quel canto, che per ogni altro era di esultanza e conforto, gli fu fatale. Perché «agli uomini che Dio ama» e non a tutti gli uomini? Che significava quella frase se non che esistono uomini che Dio ama e, quindi, altri che Dio non ama? Lui era uno di questi. Inamabile perché colpevole di qualcosa di cui era impastata la sua stessa carne. Quella notte di luce e di pace divenne per lui una notte d’inferno e disperazione. Lasciò le pecore presso un sicomoro e si avvicinò ad un pozzo. L’acqua rifletteva una manciata di brillanti del cielo, ma a lui parvero barbagli d’occhi di biscia. Sollevò una gamba per salire sul bordo del pozzo, quando una spina gli si conficcò nell’alluce dolorosamente.

Era un cardo selvatico fiaccato dalla polvere e cento volte calpestato, la cui unica spina viva era destinata a lui. «Maledetto!», gli sibilò nel silenzio. Ed era un silenzio così compatto che quella maledizione gli parve un sasso lanciato a se stesso. Il cardo parlò: «Che razza di uomo sei che maledici un cardo per l’unica e l’ultima sua dote?». L’uomo rispose, manco sapesse che i cardi non parlano: «E la tua dannata spina la chiami una dote?». «Non ne ho altre», rispose il cardo.

«E come io benedico Iddio ogni giorno per questo unico dono che mi ha fatto, così tu dovresti imitarmi, simile a me quale tu sei». L’uomo tacque. Il silenzio si popolava di un nuovo tipo di affanno, mai prima provato, molto simile a un pianto che voglia prorompere ad ogni costo. Il cardo diceva il vero: Dio ama le sue creature per quello che sono, e «gli uomini che Dio ama» sono quelli che accettano di essere amati per quello che sono. "Uomini palma", "uomini frumento" ed anche "uomini cardo".

«Anzi», a questo punto il cardo riprese a parlare, «Dio ama in modo particolare, tenerissimo, gli uomini cardo, perché, se li ha fatti così, aveva le sue buone ragioni». «Quali?», incalzò l’uomo, che vedeva tutta la sua vita capovolgersi. «Forse, come la mia spina, una sola: di far soffrire gli altri; o — come nel tuo caso — di pungerli con la tua angoscia e gli aculei della tua natura». «Non è una grande funzione…», disse il pastore.

«Che io ti abbia salvato la vita non ti pare una cosa grande? Il fatto è», riprese con forza il cardo selvatico, «che tu non accetti di essere amato per quello che sei, con tutte le tue spine, e forse veleni e chissà che altro. Vorresti essere amato per quello che non sei: ecco la tua superbia che ti separa dal mondo e dagli uomini. È essa che chiude il fiotto dell’Amore di Dio, e che gli vieta di spandersi come tanto vorrebbe». L’uomo tacque di nuovo. Come gli era facile e difficile tutto ciò. Facile capire, difficile accettare. Solo quando s’inginocchiò, ancora confuso ed incerto, accanto al Bimbo e ne sentì la piccola mano sul capo, ebbe la rivelazione finale. Sulla sua testa ispida di pensieri da cardo, il Bimbo tenne la mano per l’intera notte, a dire a lui ed a tutto l’universo che, se si era fatto carne, lo aveva fatto precisamente, quasi unicamente per gli "uomini cardo".

Che le loro spine lo avrebbero crocifisso già lo sapeva. Ma non poteva, proprio non poteva rinunciare a loro, i suoi figli più difficili, più egoisti, più ingrati. Altrimenti, che razza di Amore sarebbe stato?

Fiabe della Notte Santa

Piero Gribaudi (1933 - 2019), scrittore, editore e bibliofilo italiano

venerdì 14 agosto 2026

La Dichiarazione di Pace di Hiroshima

Testo integrale della Dichiarazione di Pace letta il 6 agosto dal sindaco di Hiroshima Kazumi Matsui durante una cerimonia per commemorare gli 81 anni dal bombardamento atomico della città del 1945. (foto Kyodo News / Associated Press)

Ancora oggi, a 81 anni dai bombardamenti atomici, proprio qui sulla Terra dove viviamo, assistiamo a invasioni militari che usano le armi nucleari come strumenti di intimidazione, oltre ad altre azioni prepotenti da parte delle grandi potenze in violazione del diritto internazionale. Quest'anno, la Conferenza di esame del Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) non è riuscita a adottare un documento finale per la terza volta consecutiva. La responsabilità di questo fallimento ricade sui leader politici che danno la colpa agli altri per giustificare il proprio comportamento. Le parole e le azioni di questi leader scuotono le fondamenta della pace e della stabilità globale, ignorando gli obblighi stabiliti dal TNP.

Se la situazione attuale dovesse persistere, la diffidenza si radicherà in tutto il mondo, riportandoci alla sfrenata avidità dell'era della Seconda Guerra Mondiale. Sminuire la disumanità delle armi nucleari e accettare l'uso della forza per perseguire la propria prosperità rischia di innescare cicli di violente ritorsioni. Questo potrebbe culminare in un'altra Hiroshima o Nagasaki.

Vi prego di dedicare un momento all'ascolto, ancora una volta, delle testimonianze degli hibakusha sopravvissuti alla devastazione. Una donna, che all'epoca aveva 16 anni, ricorda la sua affettuosa sorella maggiore. Vede il volto di sua sorella, con la pelle che si decomponeva sul cranio e i denti esposti in una bocca senza più labbra. Fu un incubo talmente grande da non poter credere ai propri occhi. Un'altra donna, esposta alla bomba all'età di 3 anni, ha sofferto per anni a causa di una serie di malattie, fino ad ammalarsi di leucemia a 55 anni. Dopo la diagnosi di patologia da bomba atomica, ha vissuto nel terrore costante di dove il male avrebbe colpito la volta successiva. Un uomo che allora aveva 9 anni, di fronte all'invasione russa dell'Ucraina che ha causato la morte di molti civili, ci supplica di superare i nostri conflitti interni. Ci chiede di accogliere le prospettive reciproche per costruire un mondo senza scontri violenti. Esorta in particolare i nostri giovani a iniziare riflettendo profondamente sulla propria vita quotidiana.

Ispirata dalle voci dei nostri hibakusha e dalle iniziative per tramandare la loro volontà, la società civile ha continuato il suo attivismo per la pace e per l'abolizione delle armi nucleari, superando generazioni e confini nazionali. Tuttavia, troppi leader politici, considerando ancora la deterrenza nucleare un approccio realistico, accettano che la comunità internazionale legittimi la violenza. Questo non fa che allontanare un mondo libero da armi nucleari. In un'epoca in cui lo sbiadire della memoria della guerra potrebbe portare all'uso di armi nucleari, dobbiamo riscoprire le lezioni del passato. Sono le stesse lezioni che portarono alla fondazione delle Nazioni Unite e alla spinta per abolire gli arsenali atomici. Ognuno di noi deve rifiutare ogni forma di violenza e agire per costruire una società internazionale determinata a rendere realtà l'ideale dell'abolizione nucleare.

A tal fine, rivolgo questa richiesta ai nostri giovani. Vi prego di stringere legami più profondi con persone che hanno valori diversi dai vostri, oltre i confini nazionali, e in questo percorso di condividere gioia, divertimento, sogni e speranze. Molti giovani in tutto il mondo stanno approfondendo le loro relazioni imparando, qui a Hiroshima e altrove, la storia dei bombardamenti atomici. Vi esorto a esprimere i vostri pensieri, a impegnarvi nelle vostre comunità e a fare, nella vostra vita quotidiana, tutto ciò che potete per la pace. Questi sforzi aiuteranno a coltivare una cultura globale della pace basata sul rispetto reciproco. Sdoganando l'abolizione delle armi nucleari come puro buon senso all'interno della comunità internazionale, contribuirete a creare un contesto che non permetta più ai decisori politici di fare affidamento sulla deterrenza nucleare. La Città di Hiroshima collaborerà con i nostri 8.589 comuni membri di Mayors for Peace (Sindaci per la Pace) per promuovere questa cultura in tutto il mondo e rafforzare gli sforzi per trasmetterla alle generazioni future. Continueremo a fare campagna per diffondere lo Spirito di Hiroshima.

Decisori politici di tutto il mondo, la società civile esige l'immediata abolizione delle armi nucleari. Per quanto tempo ancora avete intenzione di deluderci? Comprendete di certo che qualsiasi uso di armi nucleari infliggerebbe danni catastrofici all'umanità, e che la non proliferazione e il disarmo nucleare possono essere affrontati solo attraverso sforzi multilaterali. Leader degli Stati militarmente nucleari, a voi spetta la responsabilità primaria del disarmo. Dovete assolutamente riconoscere l'imperativo di dare il buon esempio. Governanti del mondo, venite di persona a visitare Hiroshima e Nagasaki. Confrontatevi direttamente con le nostre tragedie e ascoltate le aspirazioni di pace dei nostri hibakusha. La società civile spera fervidamente che, durante le vostre visite, lancerete messaggi al mondo per esprimere la vostra determinazione ad abolire le armi nucleari, per poi attuare politiche concrete volte a raggiungere tale obiettivo.

Esortiamo il governo giapponese a rimanere profondamente consapevole degli alti ideali sanciti dalla Costituzione del Giappone e a continuare a occupare un posto d'onore nella società internazionale. Proprio perché affrontiamo un contesto di sicurezza difficile, che potrebbe portare a divisioni e persino a conflitti con altre nazioni, chiediamo una diplomazia tenace e persistente, senza imporre sacrifici alla popolazione. Il Giappone deve manifestare e attuare contributi continui alla pace e alla stabilità internazionale. A tal fine, esortiamo il Giappone a iniziare partecipando come osservatore alla Conferenza di esame del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari di questo novembre, per poi ratificare il trattato senza indugio. Inoltre, chiediamo con forza che le misure a sostegno degli hibakusha, la cui età media ha superato gli 86 anni, siano potenziate in modo da rispondere alle loro continue sofferenze e difficoltà, sulla base di quadri normativi adeguati a sostenere tutti i sopravvissuti, compresi quelli che vivono all'estero.

Oggi, nel giorno che segna l'81° anniversario del bombardamento atomico, porgiamo le nostre più sentite condoglianze alle anime delle vittime e ci impegniamo a fare tutto il possibile per ottenere l'abolizione delle armi nucleari, portando a una pace mondiale duratura. Ancora una volta, rivolgiamo il nostro appello alla società civile nel suo complesso. Guidati dallo Spirito di Hiroshima ispirato dagli hibakusha, lavoriamo insieme in una sincera unità per cambiare il mondo.

Kazumi Matsui, sindaco di Hiroshima

mercoledì 5 agosto 2026

Le guerre le perdono tutti!


Erminio Bonafè (George Wilson): "La guerra è una parentesi bestiale e solo quando è finita ci si accorge della sua inutilità!"

Primo Arcovazzi (Ugo Tognazzi): "Se si perde!... ma se si vince?"  

Erminio Bonafè: "Le guerre le perdono tutti!" 

Dal film: Il federale (1961), regia di Luciano Salce

martedì 4 agosto 2026

Argo

Briton Riviere, Ulysses and Argus (1885)

...un cane, che giaceva lì nei pressi, alzò la testa e le orecchie:
era Argo
, il cane del valoroso Ulisse, che un tempo
l’eroe allevò e nutrì ma senza goderne, poiché dovette
partire per la sacra Ilio. Un tempo i giovani lo portavano
a caccia di capre selvatiche, di cervi e di lepri; ma ora,                                                            
senza il padrone, egli giaceva abbandonato in disparte
in un mucchio di sterco di muli e di buoi,
che si ammucchiava sino a quando i servi di Ulisse
non lo portavano via per concimare i campi.
Qui il cane Argo giaceva, tutto pieno di zecche.                                                                        
Quando l’animale sentì che Ulisse era vicino,
mosse la coda e abbassò entrambe le orecchie,
ma non riuscì ad accostarsi al padrone.
Ulisse distolse lo sguardo e si asciugò una lacrima
di nascosto da Eumeo e poi gli domandò:                                                                                  
“Eumeo, questo cane che giace nel letame fa impressione:
a me sembra bellissimo ma non so dire bene
se oltre che bello era altrettanto veloce a correre
o se era invece come quei cani da mensa
dei signori, che i padroni allevano per vanità”
.                                                                         
E tu, porcaro Eumeo, così gli rispondesti:
“Questo è il cane di un uomo che è morto lontano.
Se nel corpo e nelle azioni fosse com’era
quando Ulisse lo lasciò veleggiando per Troia,
ti stupiresti nel vederne la velocità e la forza.                                                                             
Nel folto della foresta profonda non gli sfuggiva
nessuna preda, era esperto nel fiutare le tracce.
Ora la sventura lo ha colto: il padrone è morto lontano,
le donne disattente non si prendono più cura di lui.
Quando i padroni non comandano più,                                                                                     
i servi non hanno più voglia di lavorare.
Zeus, il signore del tuono, toglie all’uomo
metà della sua virtù, quando lo rende schiavo”
.
Così disse ed entrò nella bella dimora;
andò verso la sala, tra i nobili pretendenti.                                                                                
E la morte oscura scese su Argo, che aveva
potuto rivedere Ulisse, dopo venti anni.

Omero, Odissea XVII, 290 -325

lunedì 3 agosto 2026

Tra il ponte e l'acqua la grazia della conversione

Un giorno, una donna desolata per il suicidio del marito che si era gettato da un ponte riuscì a avvicinare San Giovanni Maria Vianney. Il Santo Curato d’Ars le disse che il marito era salvo e si trovava in Purgatorio, spiegando che nel breve istante tra il salto dal parapetto del ponte e l’impatto con l’acqua aveva avuto il tempo di fare un atto di contrizione e di pentirsi.

Quindi: la breve distanza tra il ponte e l’acqua è sufficiente per la grazia della conversione e quella distanza ci proibisce di giudicare!


...e poi morire

 Un giovane sacerdote confidò un giorno a San Filippo Neri:

“Qui a Roma è facile a molte persone fare fortuna. Spero anch’io di avere buona sorte, e di ottenere, prima o poi, uno zucchetto da Monsignore”

“Ve lo auguro di tutto cuore - rispose il santo - , ma poi, giunto a quel punto, quali sarebbero le vostre aspirazioni?”

“Vi dirò in confidenza che, dopo lo zucchetto di monsignore, spero di ottenere l’anello di Vescovo”.

“Benissimo, e poi che cosa intendete fare?”

“Sapete come va il mondo: una volta Vescovo, non dispero di ricevere il rosso cappello cardinalizio”.

“E poi, via!…”

“Sapete bene che è tra i Cardinali che viene scelto il nuovo papa e la fortuna, a volte, fa certi scherzi!”

“E poi?”

“E poi! Ma sapete che mi fate ridere con questo: ‘E poi?’

“Vi sembra cosa da nulla essere Sommo Pontefice, capo di tutta la cristianità?

“Allora sarebbe il momento di godersi finalmente la vita e rallegrarsi del destino glorioso che ci è stato riservato.”

“E poi?”

“E poi basta. Che cosa volete di più?”

“Ve lo dirò io.”

Fece il santo curvandosi all’orecchio del prete ambizioso.

E così facendo disse tre volte, con voce tagliente:

“E poi morire! ...e poi morire! ...e poi morire!”

San Filippo Neri

Preghiere per il Natale

Signore Gesù, nella corsa ai prepara vi per il Natale, può sfuggirci il motivo della festa: la tua venuta in mezzo a noi!

Come il poeta che si ferma assorto e me e in rima i suoi versi, anche noi siamo chiama a sostare di fronte alla mangiatoia e cogliere la speranza che nasce dall’annuncio della tua nascita.

Aiutaci Signore a vivere il Natale con lo stupore negli occhi e la gratitudine nel cuore per questo grande dono. Amen

Preghiera per la mia famiglia

La mia famiglia non è santa come la tua, Signore.

Ha i suoi difetti, le sue pause, le sue discussioni, le sue ripicche.

Ha tanti passi da fare per crescere a immagine della tua.

Eppure io la amo, mi piace, ne faccio parte con fierezza.

Per questo ti chiedo di benedirla, senza negare i suoi errori e le sue paure,

affinché il tuo pensiero positivo le metta le ali.

Abbiamo bisogno della tua verità per vivere la quotidianità

con sapienza, ottimismo e speranza.

Abbiamo bisogno della tua pace

per trovare le strade migliori di concordia e tolleranza.

Abbiamo bisogno del tuo amore per farci carico gli uni degli altri,

per sperimentare creatività, sicurezza, fiducia.

Abbiamo bisogno di ricordare le tue parole

per trovare risposte, senso e sapore della vita.

Abbiamo bisogno di sognare con te per raggiungere le mete che

hai immaginato per la nostra felicità. Amen

Offerta della Giornata a Maria

O Maria Madre del Verbo incarnato e Madre nostra dolcissima,

siamo qui ai tuoi Piedi mentre sorge un nuovo giorno,

un altro grande dono del Signore.

Deponiamo nelle tue mani e nel tuo cuore tutto il nostro essere.

Noi saremo tuoi nella volontà, nel pensiero, nel cuore, nel corpo.

Tu forma in noi con materna bontà in questo giorno una vita nuova, la vita del tuo Gesù.

Previeni e accompagna o Regina del Cielo,

anche le nostre più piccole azioni con la tua ispirazione materna

affinché ogni cosa sia pura e accetta al momento del Sacrificio santo e immacolato.

Rendici santi o Madre buona;

santi come Gesù ci ha comandato,

come il tuo cuore ci chiede e ardentemente desidera. Amen


Santa Caterina Labouré (1806 – 1876), religiosa francese della Compagnia delle Figlie della Carità

sabato 1 agosto 2026

Non omnis moriar

Non omnis moriar multaque pars mei
vitabit Libitinam usque ego postera
crescam laude recens...

Ho innalzato un monumento più duraturo del bronzo
e più alto della regale maestà delle piramidi, 
che né la pioggia che corrode, né il vento impetuoso
potrà abbattere né l’interminabile corso degli anni e la fuga del tempo.

Non morirò del tutto, anzi una gran parte di me
eviterà la morte; per sempre

io crescerò rinnovato dalla lode dei posteri
finché il pontefice salirà in Campidoglio
con la processione silenziosa delle vergini.

Si dirà che io, dove strepita scrosciante l’Ofanto
e dove Dauno povero d’acque regnò su popoli agresti
da umili origini fatto potente, per primo
ho portato a ritmi italiani la poesia eolica.

Assumiti questo traguardo
conquistato per tuo merito e con l’alloro di Delfi,
Melpomene, di buon grado cingimi i capelli.

Odi III 30

Orazio

venerdì 31 luglio 2026

Il mistero della morte

I tragici avvenimenti di questi tempi di stragi, causate dalle guerre e dal terrorismo, rischiano di banalizzare la morte. Tuttavia essa incute angoscia e paura. Perciò si fa ogni sforzo per non pensare ad essa, per dimenticarla e renderla invisibile. Ma la morte ha un senso? La risposta è che, se la morte biologica è naturale, spiritualmente è una violenza fatta allo spirito umano. Perché, allora, la morte? In realtà, essa è un enigma o, meglio, è un mistero che soltanto la fede cristiana svela pienamente. Questa, infatti, dice che nel piano divino della creazione dell’essere umano non c’era la morte, ma essa è entrata nel mondo attraverso il peccato. Dice, inoltre, che Dio ha salvato l’uomo dal peccato e dalla morte, mediante la morte e la risurrezione del suo Figlio Gesù, il Dio fatto uomo.

La civiltà cattolica, Quaderno 3705, Anno 2004, Volume IV, pag. 209 

Aforismi Defunti

# Comunione dei santi  # Morte

Beati coloro […] che si sono addormentati nell'amore! Perché anche noi vivremo certamente. (Bibbia, Siracide 48,1-4.9-11)

Alla morte di un uomo si rivelano le sue opere. (Bibbia, Siracide 11, 27)

Poi udii una voce dal cielo che diceva: «Scrivi: Beati d'ora in poi, i morti che muoiono nel Signore. Sì, dice lo Spirito, riposeranno dalle loro fatiche, perché le loro opere li seguono». (Bibbia, Apocalisse 14, 13)

Tutto è vostro: ...il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio. (Bibbia, 1Cor 3,23)

Una lacrima per i defunti evapora; un fiore sulla tomba appassisce; una preghiera, invece, arriva sino al cuore dell'Altissimo. (Sant'Agostino di Ippona)

I morti non sono degli assenti, sono degli invisibili. Tengono i loro occhi pieni di luce fissi nei nostri pieni di lacrime. (Sant'Agostino di Ippona)

Non ti chiedo, Signore, perché ce lo hai tolto. Ti ringrazio per il tempo che ce lo hai lasciato. (Sant'Agostino di Ippona)

Coloro che amiamo e che abbiamo perduto, non sono più dov'erano, ma sono ovunque noi siamo. (Sant'Agostino di Ippona)

Beatus qui amat te et amicum in te et inimicum propter te. Solus enim nullum carum amittit cui omnes in illo cari sunt, qui non amittitur.
Beato chi ama te e l'amico in te e il nemico per te. Non perde nessuna persona cara solo colui al quale sono tutti cari nell'unico che non si può perdere, te. (Sant'Agostino di Ippona, Confessioni, 4, 9, 14)
Non si perdono mai coloro che amiamo, perché possiamo amarli in colui che non si può perdere.

Quando mi sarò a te unito con tutto il mio essere, più non vi sarà per me né dolore, né travaglio, e viva sarà la mia vita tutta piena di te. (Sant’Agostino di Ippona, Confessioni, X, 28)

La morte non è cattiva, se non siamo diventati noi stessi cattivi. La morte è la grazia, il più grande dono di grazia che Dio concede alle persone che credono in lui. La morte è mansueta, la morte è dolce e gentile... (Dietrich Bonhoeffer)

Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore. (San Giovanni della Croce)

Io non muoio, entro nella vita. (Santa Teresa di Lisieux)

Ricordatevi che i morti non solo umanamente si onorano, ma cristianamente si suffragano, beneficando i vivi. (P. Giovanni Semeria)

Il più grande dolore che tu sentirai per i tuoi poveri morti sarà sempre il pensiero di non averli amati abbastanza. (Guido da Borsara)

Non bisogna seppellire i morti due volte: sotto i fiori e dentro i cuori. Ma farli risorgere al nostro fianco, intorno alle cose che hanno amato e amiamo. E al magico richiamo dei nomi, delle date e dei ricordi, saranno vivi con noi, in noi e per noi. Non piangerli con inutili lacrime, ma rievocarli con opere di bene. Non rischiararli con le lampade votive, ma illuminarli con l'amore. Bisogna seppellire i corpi sotterra, ma esaltare le anime nella luce. (Nino Salvaneschi)

I morti aiutano i vivi a portare la vita. (Renzo Pezzani)

É mia abitudine, appresa in famiglia, il pio ricordo dei morti: essi mi hanno fatto sempre buona compagnia. (Giovanni XXIII)

A questo mondo tutto finisce, ma non finisce mai senza dare inizio ad una cosa più bella. (S. Gregorio di Nissa)

Il nostro dolore è immenso, ma noi siamo cristiani, noi possiamo anche sentire e trovare un sollievo nella morte. ...Non piangete sui nostri posti vuoti. Le famiglie cristiane non si scompongono mai: la lontananza accresce nel desiderio del ritorno l'amore, e la morte lo consacra in un vincolo eterno. Non piangete, e se mai non potete trattenere questo umano sollievo, fate che le vostre lacrime non siano senza speranza. Siamo cristiani! (Primo Mazzolari)

Se qualsiasi immaginazione vien meno di fronte alla morte, la Chiesa invece, istruita dalla Rivelazione divina, afferma che l'uomo è stato creato da Dio per un fine di felicità oltre i confini della miseria terrena. (Gaudium et spes, 18)

A questo mondo tutto finisce ma, non finisce mai, senza dare inizio ad una cosa più bella. (S. Gregorio di Nissa)

No, noi non moriamo! Cambiamo semplicemente casa. Questa è la speranza che arride per mezzo della fede e dell'amore a noi cristiani; una speranza che è certezza. Non si tratta d'altro che di un arrivederci. Dio non agisce come un cacciatore in attesa della più piccola negligenza della preda per colpirla. Dio è come un giardiniere che cura i fiori, li irriga, li protegge; li coglie soltanto quando sono più belli e rigogliosi. Dio prende con se le anime quando sono mature.

Distaccandoci dai nostri cari cominciamo a morire. (Giuseppe Giusti)

Fa' che la mia anima si innalzi dove il vivere è calma, e senza morte. (Giuseppe Ungaretti)

La morte non è una luce che si spegne. É mettere fuori la lampada perché è arrivata l'alba. (Rabindranath Tagore)

Tutti quelli che ameranno i poveri in vita non avranno alcuna timore della morte. (San Vincenzo De' Paoli)

La distanza tra il Cielo e la terra non potrà mai separare i cuori che Dio ha unito. (San Francesco di Sales)

È un grande dolore averlo perduto, ma ti ringraziamo, o Dio, di averlo avuto, anzi di averlo ancora, perché chi torna al Signore non esce di casa. (San Girolamo)



lunedì 20 luglio 2026

Ti dicono non piangere

 Ti dicono non piangere.

Ti dicono che è solo un cane, non una persona.

Ti dicono che passerà.

Ti dicono che gli animali non sanno che devono morire.

Ti dicono che l'importante è non farli soffrire.

Ti dicono che puoi averne un altro.

Ti dicono che succederà.

Ti dicono che ci sono dolori più insopportabili.

Ma non sanno quante volte hai guardato il tuo cane negli occhi.

Non sanno quante volte sei stato tu e il tuo cane a guardare nell'oscurità.

Non sanno quante volte è stato il tuo cane l'unico che è stato al tuo fianco.

Non sanno che l'unico che non ti ha giudicato è il tuo cane.

Non sanno quanta paura hai avuto la notte in cui ti hanno svegliato i suoi lamenti.

Non sanno quante volte ha dormito il tuo cane vicino a te.

Non sanno quanto sei cambiato da quando il cane è diventato parte della tua vita.

Non sanno quante volte lo hai abbracciato quando era malato.

Non sanno quante volte hai finto di non vedere quando i suoi capelli diventavano sempre più bianchi.

Non sanno quante volte hai parlato al tuo cane, l'unico che ti ascolta davvero.

Non sanno quanto sei stato bello per il tuo cane.

Non sanno che è stato solo il tuo cane a sapere che stavi soffrendo.

Non sanno quali sentimenti ti ha fatto provare il tuo cane.

Non sanno cosa si prova a vedere il tuo cane anziano che si sforza a venire a salutarti.

Non sanno che quando le cose andavano male, l'unico che non se ne è andato è il tuo cane.

Non sanno che il tuo cane si fida di te, in ogni istante della sua vita, anche all'ultimo.

Non sanno quanto il tuo cane ti ha amato, e quel poco che gli bastava per essere felice, perché a lui bastavi tu.

Non sanno che piangere per un cane è una delle cose più nobili, significative, vere e pulite che puoi fare.

Non sanno dell'ultima volta che lo hai spostato con difficoltà... facendo attenzione a non fargli del male.

Non sanno cosa hai sentito quando gli hai accarezzato la faccia negli ultimi momenti della sua vita... 


E. Grandi

sabato 18 luglio 2026

Si cerca per la Chiesa un uomo...

Si cerca per la Chiesa
un prete capace di rinascere
nello Spirito ogni giorno.

Si cerca per la Chiesa un uomo
senza paura del domani
senza paura dell'oggi
senza complessi del passato.

Si cerca per la Chiesa un uomo
che non abbia paura di cambiare
che non cambi per cambiare
che non parli per parlare.

Si cerca per la Chiesa un uomo
capace di vivere insieme agli altri
di lavorare insieme
di piangere insieme
di ridere insieme
di amare insieme
di sognare insieme.

Si cerca per la Chiesa un uomo
capace di perdere senza sentirsi distrutto
di mettere in dubbio senza perdere la fede
di portare la pace dove c'è inquietudine
e inquietudine dove c'è pace.

Si cerca per la Chiesa un uomo
che sappia usare le mani per benedire
e indicare la strada da seguire.

Si cerca per la Chiesa un uomo
senza molti mezzi,
ma con molto da fare,
un uomo che nelle crisi
non cerchi altro lavoro,
ma come meglio lavorare.

Si cerca per la Chiesa un uomo
che trovi la sua libertà
nel vivere e nel servire
e non nel fare quello che vuole.

Si cerca per la Chiesa un uomo
che abbia nostalgia di Dio,
che abbia nostalgia della Chiesa,
nostalgia della gente,
nostalgia della povertà di Gesù,
nostalgia dell'obbedienza di Gesù.

Si cerca per la Chiesa un uomo
che non confonda la preghiera
con le parole dette d'abitudine,
la spiritualità col sentimentalismo,
la chiamata con l'interesse,
il servizio con la sistemazione.

Si cerca per la Chiesa un uomo
capace di morire per lei,
ma ancora più capace di vivere per la Chiesa;
un uomo capace di diventare ministro di Cristo,
profeta di Dio, un uomo che parli con la sua vita.
Si cerca per la Chiesa un uomo.

Don Primo Mazzolari

Ti sto offrendo solo la verità

Morpheus: Capisco perfettamente ciò che intendi. Adesso ti dico perché sei qui. Sei qui perché intuisci qualcosa che non riesci a spiegarti. Senti solo che c'è. È tutta la vita che hai la sensazione che ci sia qualcosa che non quadra, nel mondo. Non sai bene di che si tratta ma l'avverti. È un chiodo fisso nel cervello. Da diventarci matto. È questa sensazione che ti ha portato da me. Tu sai di cosa sto parlando.

Neo: Di Matrix.

Morpheus: Ti interessa sapere di che si tratta? Che cos'è? Matrix è ovunque. È intorno a noi. Anche adesso, nella stanza in cui siamo. È quello che vedi quando ti affacci alla finestra, o quando accendi il televisore. L'avverti quando vai al lavoro, quando vai in chiesa, quando paghi le tasse. È il mondo che ti è stato messo davanti agli occhi per nasconderti la verità.

Neo: Quale verità?

Morpheus: Che tu sei uno schiavo, Neo. Come tutti gli altri, sei nato in catene, sei nato in una prigione che non ha sbarre, che non ha mura, che non ha odore. Una prigione per la tua mente. Nessuno di noi è in grado, purtroppo, di descrivere Matrix agli altri. Dovrai scoprire con i tuoi occhi che cos'è.

Morpheus: È la tua ultima occasione, se rinunci non ne avrai altre. Pillola azzurra, fine della storia: domani ti sveglierai in camera tua, e crederai a quello che vorrai. Pillola rossa, resti nel paese delle meraviglie, e vedrai quant'è profonda la tana del bianconiglio. Ti sto offrendo solo la verità, ricordalo. Niente di più. Seguimi.

[...]

Neo: Questo non è reale...?

Morpheus: Che vuol dire "reale"? Dammi una definizione di "reale". Se ti riferisci a quello che percepiamo, a quello che possiamo odorare, toccare e vedere, quel reale sono semplici segnali elettrici interpretati dal cervello. Questo è il mondo che tu conosci. Il mondo com'era alla fine del XX secolo. E che ora esiste solo in quanto parte di una neuro-simulazione interattiva che noi chiamiamo Matrix. Sei vissuto in un mondo fittizio, Neo. Questo è il mondo che esiste oggi. 

[Tutt'attorno si materializza la desertica superficie di quel che è rimasto del pianeta Terra] 

Benvenuto nella tua desertica nuova realtà. Abbiamo pochi bit, brandelli d'informazione. Ma quello che sappiamo per certo è che un bel giorno, all'inizio del XXI secolo, l'umanità intera si ritrovò unita all'insegna dei festeggiamenti. Grande fu la meraviglia per la nostra magnificenza mentre davamo alla luce I.A.

Neo: I.A. "Vuol dire "intelligenza artificiale".

Morpheus: La cui sinistra coscienza produsse una nuova generazione di macchine. Ancora non sappiamo chi colpì per primo, se noi o loro. Sappiamo però che fummo noi ad oscurare il cielo. A quell'epoca loro dipendevano dall'energia solare, e si pensò che forse non sarebbero riuscite a sopravvivere senza una fonte energetica abbondante come il sole. Nel corso della storia il genere umano è dipeso dalle macchine per sopravvivere. Al destino, come sappiamo, non manca il senso dell'ironia. Un corpo umano genera più bioelettricità di una batteria da 120 volt, ed emette oltre sei milioni di calorie. Sfruttando contemporaneamente queste due fonti, le macchine si assicurarono a tempo indefinito tutta l'energia di cui avevano bisogno. Ci sono campi, campi sterminati dove gli esseri umani non nascono: vengono coltivati. A lungo non ci ho voluto credere, poi ho visto quei campi con i miei occhi. Ho visto macchine liquefare i morti affinché nutrissero i vivi per via endovenosa. Dinanzi a quello spettacolo, potendo constatare la loro limpida, raccapricciante precisione, mi è balzata agli occhi l'evidenza della verità. Che cos'è Matrix? È controllo. Matrix è un mondo virtuale elaborato al computer, creato per tenerci sotto controllo, al fine di convertire l'essere umano in questa. [mostra una batteria]

[Neo sanguina dopo una caduta all'interno della simulazione di salto in Struttura]

Neo: Credevo che non fosse reale.

Morpheus: La tua mente lo rende reale.


Dal film Matrix, regia di Andy e Larry Wachowski (1999)


martedì 14 luglio 2026

Io ti conosco gioia, gioia, gioia, lacrime di gioia...

Blaise Pascal il grande genio enciclopedico segnò la sua data d'incontro personale con Dio il lunedì 23 novembre 1654. Non riusciva a dormire per il male che soffriva e per la sua acuta ricerca interiore. Prese il vangelo e il suo occhio cadde sul capitolo 17 di Giovanni a quelle parole: "Ho custodito coloro che mi hai affidati. Padre, il mio desiderio è che coloro che mi hai dato, siano là dove sono io...".

Queste parole sfolgorarono nell'anima di Pascal come un lampo improvviso e come una rivelazione profonda. Egli subito volle porre per iscritto quella sua esperienza che chiamò suo memoriale e se lo portò sempre con sè cucito nell’interno della giacca. Gli fu trovato addosso il giorno della sua morte.  Ecco quelle sue parole: 

Anno di grazia 1654, lunedì 23 novembre, giorno di S. Clemente, papa e martire, e di altri del martirologio. Vigilia di S. Crisogono martire e di altri. Dalle dieci e mezzo di sera, fino a mezzanotte e mezza circa.

Fuoco.

Dio d'Abramo, Dio d'Isacco, Dio di Giacobbe, non dei filosofi e dei sapienti.

Certezza, certezza, sentimento, gioia, pace!

Dio di Gesù Cristo! 

"Deum meum et Deum vestrum". "Il tuo Dio sarà il mio Dio".

Oblio del mondo e di tutto, fuor che di Dio.

Non lo si trova che per le vie insegnate dal vangelo. Grandezza dell'anima umana.

"Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto".

Gioia, gioia, gioia, lacrime di gioia...

Me ne sono separato. 

"Dereliquerunt me fontem aquae vivae". "Mio Dio, mi abbandonerai?".

Che non ne sia mai più separato.

"Questa è la vita eterna che conoscano te solo vero Dio e colui che hai mandato, Gesù Cristo". 

Gesù Cristo! Gesù Cristo!

Me ne sono separato. Io l’ho fuggito, rinnegato, crocifisso.

Che non ne sia mai più separato.

Egli non lo si conserva che per le vie insegnate dal Vangelo. 

Rinuncia totale e dolce. 

Sottomissione totale a Gesù Cristo e al mio direttore. 

Eternamente in gioia, per un giorno di prova sulla terra.

"Non obliviscar sermones tuos". Amen.


Blaise Pascal

martedì 7 luglio 2026

Aforismi Umiltà

Vuoi essere un grande? Comincia con l’essere piccolo. Vuoi erigere un edificio che arrivi fino al cielo? Costruisci prima le fondamenta dell’umiltà. (Sant’Agostino)

Quando chiude la casa dei nonni...

Uno dei momenti più tristi della nostra vita arriva quando la porta della casa dei nonni si chiude per sempre, e cioè, quando quella porta è chiusa, finiamo gli incontri con tutti i membri della famiglia, che in occasioni speciali quando si ritrovano, esaltano i cognomi, come se fossero una famiglia reale, e sempre portati dall'amore dei nonni, come una bandiera.

Quando chiudiamo la casa dei nonni, finiamo pomeriggi gioiosi con zii, cugini, nipoti, nipoti, genitori, fratelli e persino fidanzati temporanei che si innamorano dell'atmosfera che si respira lì.

Non devi nemmeno uscire, stare a casa dei tuoi nonni è ciò di cui tutta la famiglia aveva bisogno per essere felice.

Le riunioni di Natale che ogni anno che vengono pensi se sarà l'ultima volta... È difficile accettare che questa abbia una scadenza, che un giorno tutto sarà coperto di polvere e le risate saranno un ricordo lontano di tempi forse migliori.

L'anno passa in attesa di questi momenti, e senza rendercene conto si passa dall'essere bambini che aprono regali, a sedersi accanto agli adulti allo stesso tavolo, giocando dal dolce a pranzo al caffè a cena, perché quando si è in famiglia, il tempo non passa e quel caffè è sacro.

Le case dei nonni sono sempre piene di sedie, non si sa mai se un cugino porterà una fidanzata, o un amico o un vicino, perché qui tutti sono i benvenuti. Ci sarà sempre una tazza di caffè o qualcuno disposto a farlo.

Saluti le persone che passano dalla porta, anche se sono estranei, perché le persone per strada dei tuoi nonni sono la tua gente, sono la tua città.

Chiudere la casa dei nonni, cioè dire addio ai momenti più belli della vita!

mercoledì 1 luglio 2026

San Paolino da Nola: «Questo è l’uomo vecchio; dell’uomo nuovo sto ancora lavorando»

Paolino, già uomo politico di grande prestigio, dopo la conversione abbracciò una vita radicalmente ascetica. Era noto per la sua umiltà e per la convinzione che il cristiano vive sempre in un processo di trasformazione interiore: spogliarsi dell’uomo vecchio e rivestirsi dell’uomo nuovo (Ef 4,22‑24).

Secondo la tradizione, un amico gli chiese un suo ritratto. Paolino, che non amava essere celebrato, inviò un’immagine che lo rappresentava in modo semplice e severo. Nel farlo, aggiunse la celebre frase: «Questo è l’uomo vecchio; dell’uomo nuovo sto ancora lavorando». La battuta non era solo ironica: è una sintesi perfetta della sua teologia: ciò che si vede esteriormente è solo la parte mortale, fragile, segnata dal passato. L’“uomo nuovo”, invece, è Cristo che si forma nel credente - e questo lavoro non è mai concluso.


Paolino viveva ormai da anni a Nola, immerso nella quiete della sua comunità. Le giornate scorrevano tra la preghiera, la cura dei poveri e la corrispondenza con gli amici lontani. Era diventato un punto di riferimento: non più il brillante aristocratico di Bordeaux, ma un uomo che aveva scelto di essere piccolo.

Un mattino arrivò un messaggero. Portava una lettera di un vecchio amico, uno di quelli che lo avevano conosciuto quando ancora frequentava i salotti dell’Impero. Il tono era affettuoso, ma anche un po’ mondano: gli chiedeva un ritratto per ricordarlo com’era e per mostrarlo agli altri.

Paolino sorrise. Non era offeso né infastidito. Ma quella richiesta gli sembrava appartenere a un mondo che aveva lasciato alle spalle.  

Tuttavia, non voleva deludere l’amico. Così cercò tra le sue cose un’immagine che lo raffigurasse: un piccolo ritratto, semplice, quasi severo, che risaliva ai tempi della sua vita precedente.

Lo guardò a lungo. Vide il volto di un uomo che non era più: elegante, sicuro, ancora pieno di sé.  

Poi lo avvolse con cura e lo affidò al messaggero, insieme a una breve nota.

Quando l’amico aprì il pacchetto, trovò il ritratto e un foglio con poche parole: «Questo è l’uomo vecchio; dell’uomo nuovo sto ancora lavorando».

Era una frase che non cercava effetto. Era la verità di Paolino: ciò che si vedeva nel ritratto era solo la scorza, la parte che si stava consumando. L’“uomo nuovo”, quello che nasce in Cristo, non si può dipingere. È un cantiere aperto, un’opera che nessun artista può fissare su tavola.

L’amico rimase colpito. Non dal ritratto, ma da quella frase che sembrava venire da un altro mondo. Capì che Paolino non era semplicemente cambiato: era stato trasformato.  

Quel piccolo episodio, passato di mano in mano nelle lettere dei Padri, divenne un esempio luminoso di umiltà cristiana. Paolino non aveva rifiutato il ritratto: aveva trasformato la richiesta in un’occasione per dire ciò che contava davvero.  Il volto che vale la pena mostrare non è quello dipinto, ma quello che Dio sta scolpendo dentro di noi.

domenica 28 giugno 2026

Una giustizia fragile e un amore discreto

La sovranità di Cristo rimanda a Gesù di Nazareth che ha preferito, nel suo percorso, scartare l'onnipotenza immaginaria e assumere il rischio che corrono in questo mondo la giustizia fragile e l'amore discreto. Egli ha ritenuto più benefico per gli uomini questo ritiro al di fuori di ogni clamore. Il Risorto, mediante il dono dello Spirito, invita la Chiesa e i credenti a seguire una via analoga: rompe con la speranza illusoria, apre a una speranza lucida e solida, e ha come fondamento la fede che supera il dubbio generato dallo splendore attenuato del Regno che viene.

L’unique Christ. La symphonie différée, Paris, Ed. Cerf, 2002, p. 255

Christian Duquoc (1926–2008), scrittore e teologo domenicano francese



Un Dio diverso

Ho esitato a lungo sulla scelta del titolo di quest'opera. Ero stato molto tentato dal titolo Un Dio prigioniero: mi sembrava che rispecchiasse la denuncia che anima questo libro. Un simile titolo avrebbe tradotto un'impressione oggi diffusa: Dio non è libero né nella nostra società né nella nostra Chiesa.‌

‌Nella nostra società, Dio è stato, ed è ancora spesso mobilitato per cause interessate, equivoche e violente. Ci sono narrazioni e gruppi che si appropriano di Lui, pregiudizi che lo incatenano, immagini che lo mettono in caricatura. Si discute di un Dio come se fosse un oggetto di consumo o di rifiuto: quelli che lo esaltano percorrono strade troppo spesso analoghe a quelle di coloro che lo rifiutano.  Giorno dopo giorno, si svolge il processo contro Dio: la creazione manca di equità, la Provvidenza è inefficace, il Suo amore troppo discreto. I suoi difensori sono molte volte goffi: credono di onorarlo esacerbando il senso di colpa, descrivendolo come un Dio assetato di giustizia vendicativa fino ad esigere delle immolazioni, un Dio pieno di risentimento contro ogni forma di felicità umana.‌

‌Ma Dio, non sarà diverso, Lui che se ne sta silenzioso mentre si istruisce il suo processo?‌

‌Anche la nostra Chiesa contribuisce a questa cattività di Dio: basta pensare alle pretese dei catecheti, dei predicatori e dei teologi. Essi intimano a Dio ciò che egli deve fare, conoscono il suo piano, impongono ordini e comandamenti a nome Suo, invocano la sua autorità a tempo e fuori tempo, lo fanno intervenire in questioni prive di importanza, mentre lo rendono indifferente e noncurante quando ne va della vita o della felicità.‌

‌Ma Dio, non sarà diverso dall'immagine che di Lui costruiscono tanti discorsi ecclesiastici?‌

‌Duemila anni fa, è apparso qualcuno che ha osato parlare liberamente di Dio: Gesù. Gli specialisti della religione lo giudicarono un bestemmiatore e venne giustiziato per aver compromesso Dio in situazioni e decisioni indegne della sua gloria.‌

‌Dopo questo assassinio, nessuno, in Occidente, può interrogarsi su Dio, nessuno può negarlo o affermarlo senza far memoria di Colui che mise in crisi le nostre immaginazioni e le nostre pratiche religiose. La morte di Gesù non è l'ultima parola su Gesù: egli è ormai vivo grazie allo Spirito. Interrogarsi su Dio, significa entrare in un movimento al centro del quale la figura di Gesù ci fa volgere verso due figure misteriose che, fin dai tempi della Chiesa primitiva, i cristiani nominavano nelle loro preghiere: il Padre e lo Spirito. Interrogarsi su Dio non può significare soltanto descrivere come Gesù libera dagli idoli, ma significa anche sforzarsi di stabilire quale figura di Dio egli evoca nella duplice relazione che suscita con Colui che chiama Padre e con Colui che egli dona a coloro che lo confessano Cristo: lo Spirito.‌

‌Il Dio di Gesù non è prigioniero, è un Dio diverso.‌ ‌Questa diversità lo strappa alla cattività delle nostre immagini, delle nostre paure e delle nostre forme di pietà. Per questo, alla fine ho preferito per titolo Un Dio diverso.‌

‌Questo titolo esprimeva ciò che il libro vuole mettere in luce: l'originalità del Dio di Gesù significata nella simbolica trinitaria.

Un Dio diverso. Saggio sulla simbolica trinitaria, Brescia, Ed Queriniana, 1978, 2 ed., p. 142

Christian Duquoc (1926–2008), scrittore e teologo domenicano francese


giovedì 25 giugno 2026

Loretta e la sua lotta contro la realtà


Giuditta: Io sono convinta, Reggie, che un gruppo antimperialista come il nostro debba rispecchiare una divergenza di interessi all'interno della base di potere. 

Reggie: Sono d'accordo. Francis? 

Francis: Punto di vista mente parlando, quello che dice Giuditta è valido, purché il movimento non dimentichi mai che è un diritto inalienabile di ogni uomo... 

Stan: O donna. 

Francis: O donna... di affrontare se stesso.

Stan: O se stessa. 

Francis: O se stessa, giusto.

Stan: Grazie, fratello. 

Francis: O sorella. 

Stan: O sorella. Dov'ero rimasto?

Reggie: Avevi finito.

Francis: Oh, per concludere, è un diritto naturale di ogni uomo... 

Stan: O donna. 

Reggie: Perché non la pianti con queste donne, ci confondi le idee e basta. 

Stan: Perché le donne hanno il sacrosanto diritto di svolgere un ruolo nel movimento.

Reggie: Perché continui a tirare in ballo le donne? 

Stan: Voglio essere donna. 

Reggie: Cosa? 

Stan: Voglio essere donna. E d'ora in poi voglio che mi chiamiate Loretta.

Reggie: Come? 

Stan: È un mio diritto di uomo! 

Giuditta: Scusa, ma perché vuoi essere Loretta, Stan? 

Stan: Voglio avere dei bambini.

Reggie: Vuoi avere dei bambini?! 

Stan: È un diritto di ogni uomo averne, se li vuole. 

Reggie: Ma tu non puoi avere dei bambini!

Stan: Oh, non mi opprimere, eh!

Reggie: Non ti sto opprimendo, è che tu non hai... l'utero! Dove si dovrebbe sviluppare il feto? Lo vuoi tenere in un barattolo?

Giuditta: Sentite, guardiamo in faccia la realtà. Supponiamo di stabilire che lui non possa avere bambini perché non ha l'utero, il che non è colpa di nessuno, semmai dei romani, ma comunque il diritto di avere dei bambini ce l'ha. 

Francis: Concettualmente parlando, sì. Combatteremo gli oppressori per il tuo diritto ad avere bambini, sorella... fratello... Loretta.

Reggie: Ma che senso ha? 

Francis: Cosa?

Reggie: Che senso ha combattere per il suo diritto ad avere bambini se non può avere bambini?

Francis: Simbolicamente parlando, è la nostra lotta contro l'oppressione.

Reggie: Simbolicamente parlando, è la sua lotta contro la realtà.

Dal film Brian di Nazaret (Monty Python) di Terry Jones (1979)







lunedì 22 giugno 2026

La parabola dell’aragosta

Tanto tempo fa, quando il mondo era stato creato da poco, una certa aragosta ritenne che il Creatore aveva fatto un errore. Così fissò un appuntamento per discutere con lui la questione. “Con tutto il dovuto rispetto”, disse l’aragosta, “vorrei protestare per il modo in cui hai disegnato il mio guscio. Vedi, non appena mi abituo al mio rivestimento esterno, ecco che devo abbandonarlo per un altro scomodo, e oltre tutto è una perdita di tempo”. Al che il Creatore replicò: “Capisco, ma ti rendi conto che è proprio il lasciare un guscio che ti permette di andare a crescere dentro un altro?”. “Ma io mi piaccio così come sono”, disse l’aragosta. “Hai proprio deciso così?”, chiese il Creatore. “Certo”, rispose l’aragosta. “Molto bene”, sorrise il Creatore, “d’ora in poi il tuo guscio non cambierà e tu continuerai a essere così come sei ora”. “Molto gentile da parte Tua”, disse l’aragosta e se ne andò.

L’aragosta era molto contenta di poter continuare a indossare lo stesso vecchio guscio ma giorno dopo giorno quel che prima era una leggera e confortevole protezione cominciò a diventare ingombrante e scomodo. Alla fine arrivò al punto di non riuscire neanche più a respirare dentro il vecchio guscio. Allora, con un grande sforzo, tornò a parlare al Creatore. “Con tutto il rispetto”, sospirò l’aragosta, “contrariamente a quello che mi avevi promesso, il mio guscio non è rimasto lo stesso. Continua a restringersi sempre di più”. “No di certo”, disse il Creatore, “il tuo guscio potrà essere diventato più duro col passare del tempo ma è rimasto della stessa misura. Tu sei cambiato dentro, all’interno del guscio. Vedi, tutto cambia continuamente. Nessuno resta lo stesso, è così che ho creato le cose. La possibilità più interessante che tu hai è quella di poter lasciare il tuo vecchio guscio, quando cresci”.“Ah…capisco!”, disse l’aragosta, “ma devi ammettere che ciò è abbastanza scomodo”. “Sì”, rispose il Creatore, “ma ricorda…ogni crescita porta con sé la possibilità di un disagio…insieme alla grande gioia nello scoprire nuovo aspetti di se stesso. Ma non si può avere l’una senza l’altra”. “Tutto ciò è molto saggio”, disse l’aragosta. “Se permetti, ti dirò qualcosa ancora”, disse il creatore. “Te ne prego!”, rispose l’aragosta. “Ogni volta che lascerai il tuo vecchio guscio e sceglierai di crescere, costruirai una forza nuova dentro di te. E in questa forza troverai una nuova capacità di amare te stessa e di amare coloro che ti sono accanto, di amare la vita stessa. É questo il mio progetto per ognuno di voi.

da: M. Novellino, Seminari clinici, Milano, 2002

Anonimo


Lo psichiatra americano Abraham J. Twerski (1930 - 2021) descrive lo stimolo che permette all’aragosta di crescere come una interessante parabola per ciascuno di noi:

“L’aragosta è un animale soffice, molle, che vive all’interno di un guscio rigido. Questo rigido guscio non si espande. Allora, come fa l’animale a crescere? Beh, con la crescita dell’aragosta, quel guscio diventa estremamente limitante e l’aragosta si sente sotto pressione, a disagio.

Così si nasconde sotto una roccia, per proteggersi dai pesci predatori, si libera dal guscio e ne produce uno nuovo.

Con il tempo e con la crescita anche questo guscio diventa scomodo, così torna sotto la roccia e ripete questo processo più volte. Lo stimolo che permette all’aragosta di crescere nasce da una sensazione di disagio.

Ora, se le aragoste avessero dei dottori, non crescerebbero più, perché al primo segnale di disagio andrebbero dal dottore a prendersi un Valium o un antidolorifico e si sentirebbero momentaneamente bene, ma non si libererebbero mai del proprio guscio.

Quindi, credo che sia ora di capire che i momenti difficili sono anche i momenti di crescita maggiore, che non fanno altro che aiutarci; se mettiamo a buon uso le avversità, possiamo crescere grazie a esse”.

Chi ha creato questa meraviglia?

Padre Atanasio Kircher (1602 - 1680), è riconosciuto come uno dei più grandi scienziati del suo tempo. Fu professore di filosofia, lingue orientali, matematica ed egittologia. Autore prolifico di opere di matematica e scienze fisiche, la sua celebre opera "Mundus Subterranous" fu una vera e propria enciclopedia, comprendente tutte le conoscenze geologiche dell'epoca. A Roma raccolse un'enorme collezione di strumenti scientifici, oggetti naturali, modelli e antichità, e costruì personalmente molti strumenti straordinari. Padre Kircher possedeva un magnifico globo terrestre che rappresentava il nostro sistema planetario. Grazie a una molla segreta, l'intero globo poteva essere messo in movimento, riproducendo in miniatura il moto della Terra e degli altri pianeti intorno al Sole. Un giorno, un giovane amico del grande scienziato si presentò a casa sua proprio mentre il sacerdote stava per assistere una donna morente. Il sacerdote, con gentilezza, invitò il giovane nel suo studio, dove avrebbe atteso il suo ritorno. Naturalmente, l'attenzione del giovane fu presto attratta dallo splendido globo e, mentre accarezzava lo strumento, toccò accidentalmente la molla segreta, mettendo in moto l'intero meccanismo. Perso nell'ammirazione di questa meravigliosa imitazione dell'universo, il prete lo trovò al suo ritorno. La prima domanda che il giovane, che tra l'altro era un miscredente dichiarato, gli pose fu: "Padre, chi è il genio che ha creato questo meraviglioso strumento?". "Beh", rispose il prete, "nessuno l'ha creato, si è creato da solo". "Padre", disse il giovane, "mi state prendendo in giro; è contro la ragione; è assolutamente impossibile che questa splendida e meravigliosa miniatura del nostro universo si sia creata da sola o sia opera del caso". "Come", replicò il prete, "ammettete che fosse necessario un genio per creare questa povera, insignificante miniatura del vasto universo, eppure affermate che il grande universo, di cui un singolo filo d'erba viva contiene più meraviglie di questo misero globo, non abbia avuto un creatore?". Per un attimo il giovane rifletté, poi, inginocchiandosi, pronunciò la sua prima professione di fede: "Dio mio, io credo".

Short answers to common objections against religion

Louis Gaston de Ségur

domenica 21 giugno 2026

Il silenzio

 Il silenzio è mitezza

quando non rispondi alle offese,

quando non reclami i tuoi diritti,

quando lasci la tua difesa a Dio.

Il silenzio è misericordia

quando non infierisci sulle colpe dei fratelli,

quando dimentichi senza frugare nel passato,

quando il tuo cuore non condanna, ma perdona.

Il silenzio è pazienza

quando soffri senza lamentarti,

quando non cerchi di esser consolato, ma consoli,

quando attendi che il seme germogli lentamente.

Il silenzio è umiltà

quando accogli nel segreto il dono di Dio,

quando non opponi la resistenza all’arroganza,

quando lasci agli altri la gloria e il merito.

Il silenzio è fede

quando ti fermi a contemplare il Suo volto,

quando ascolti la Sua presenza nella bufera,

quando taci, perchè Egli parla al tuo cuore.

Il silenzio è adorazione

quando non chiedi perché nella prova,

quando t’immergi nella Sua volontà,

quando dici: “Tutto è compiuto”.


Frederik W. Faber (1814-1863), presbitero religioso, teologo e scrittore britannico 

domenica 14 giugno 2026

L'esistenza di Dio e l'atto di fede nel nulla

Noi siamo l'unica forma di materia vivente dotata della straordinaria proprietà detta ragione. È grazie a questa proprietà che è stata inventata la memoria collettiva permanente, meglio nota come scrittura. È così che possiamo sapere cosa pensava Voltaire sulla catastrofe naturale che distrusse Lisbona. Ed è sempre grazie alla scrittura che i nostri posteri potranno sapere cosa stiamo facendo noi avendo a disposizione la logica rigorosa teorica (meglio nota come matematica) e la logica rigorosa sperimentale (meglio nota come scienza). 

La scienza ci dice che non è possibile derivare dal caos la logica che regge il mondo, dall'universo sub-nucleare all'universo fatto con stelle e galassie. Se c'è una logica deve esserci un Autore. L'ateismo, partendo dall'esistenza di tutti i drammi che affliggono l'umanità, sostiene che se Dio esistesse queste tragedie non potrebbero esistere. Cristo è il simbolo della difesa dei valori della vita e della dignità umana. Che sia figlio di Dio è un problema che riguarda la sfera trascendentale della nostra esistenza. 

Negare l'esistenza di Dio però equivale a dire che non esiste l'autore della logica rigorosa che regge il mondo. Tutto dovrebbe esaurirsi nella sfera dell'immanente la cui più grande conquista è la scienza. La scienza però non ha mai scoperto nulla che sia in contrasto con l'esistenza di Dio. L'ateismo, quindi, non è un atto di rigore logico teorico, ma un atto di fede nel nulla.

Antonino Zichichi (1929 - 2026), fisico e divulgatore scientifico italiano

A tutti i cavalieri erranti

A tutti gli illusi, a quelli che parlano al vento. 

Ai pazzi per amore, ai visionari, a coloro che darebbero la vita per realizzare un sogno. 

Ai reietti, ai respinti, agli esclusi. 

Ai folli veri o presunti. 

Agli uomini di cuore, a coloro che si ostinano a credere nel sentimento puro. 

A tutti quelli che ancora si commuovono. 

Un omaggio ai grandi slanci, alle idee e ai sogni. 

A chi non si arrende mai, a chi viene deriso e giudicato. 

Ai poeti del quotidiano. 

Ai “vincibili” dunque, e anche agli sconfitti che sono pronti a risorgere e a combattere di nuovo. 

Agli eroi dimenticati e ai vagabondi. 

A chi dopo aver combattuto e perso per i propri ideali, ancora si sente invincibile.

A chi non ha paura di dire quello che pensa. 

A tutti i cavalieri erranti.

A chi ha fatto il giro del mondo e a chi un giorno lo farà.

In qualche modo, forse è giusto e ci sta bene… a tutti i teatranti.

Dall'opera teatrale "Don Chisciotte, diario intimo di un sognatore"

Corrado D'Elia, attore e regista italiano 


La preghiera del "come"

Signore Gesù,

accetta la nostra preghiera:

Come hai accettato dalla vedova la povera offerta

Come i bambini, Tuoi preferiti, trasformami

Come i pastori stupiti, chiamami presso di Te

Come il cieco nato, toccami affinché io Ti veda

Come il paralitico, guariscimi affinché io cammini con Te

Come la cananea che Ti supplicava, esaudiscimi

Come Maria che Ti ascoltava, parlami di Te

Come a Pietro che Ti ha rinnegato, fissa il Tuo sguardo su di me

Come Maria Maddalena che Ti ha molto amato, perdonami

Come Zaccheo, chiamami e vieni da me

Come la figlia di Giairo, rialzami

Come alla Samaritana, donami la Tua acqua che disseta

Come Giovanni, il discepolo prediletto, prendimi con Te

Come al buon ladrone, alla fine di questa vita, dimmi:

"Oggi tu sarai con Me, in Paradiso!"

Amen

Da un inno della liturgia orientale

sabato 16 maggio 2026

Gli albori della mia conversione

Dio fece molto bella quella domenica. Splendeva un bel sole; mi stupì l'atmosfera chiara e quieta del centro con le vie deserte... Arrivai per la Messa delle undici nella piccola chiesa di mattoni del Corpus Christi. Come sembrava risplendere il piccolo edificio! La gente entrava per la porta spalancata nella fresca penombra e a un tratto mi ritornarono al pensiero tutte le chiese dell'Italia e della Francia. Ritrovai all'improvviso l'atmosfera ricca e piena del Cattolicesimo.

Trovai un posto che mi pareva abbastanza in ombra e mi inginocchiai. Mentre mi mettevo in ginocchio, la prima cosa che notai fu una ragazza molto graziosa, forse di quindici o sedici anni, che, in ginocchio, ma bene diritta, pregava con molto fervore. Mi impressionò vedere che una persona giovane e bella potesse con tanta semplicità andare in chiesa per la vera, seria e principale ragione di pregare. Era evidente che stava in ginocchio proprio per questo, non per farsi vedere, e pregava con un raccoglimento che, se non aveva la profondità di quello dei santi, era però abbastanza serio da dimostrare che non stava pensando affatto a chi le stava intorno.

Che rivelazione fu per me scoprire tante persone comuni riunite nello stesso luogo e consce, più che della presenza reciproca, della presenza di Dio. Persone che non erano venute a far pompa di cappelli e abiti, ma a pregare o almeno ad adempiere un dovere non umano, ma religioso. Perché anche quelli che potevano essere venuti per il semplice motivo che vi erano obbligati si mostravano almeno liberi da quel disagio e da quell'imbarazzo che non mancano mai in una chiesa protestante dove tutti rimangono persone singole, e non tralasciano mai di sorvegliarsi a vicenda con un occhio, quando non con tutti e due (...).

Alla fine, dopo una rapida genuflessione, mi affrettai ad uscire di chiesa. (...)

Presi a passeggiare sotto il sole di Broadway e ai miei occhi apparve un mondo nuovo. Non riuscivo a capire che cosa fosse avvenuto che mi rendesse tanto felice, e perché mi sentissi tanto in pace e soddisfatto della vita: non ero ancora abituato al sapore limpido di una grazia attuale.

 Da "La Montagna dalle sette balze"

Thomas Merton (1915 - 1968), monaco cistercense, poeta e scrittore statunitense 


Non è possibile narrare le avventure interiori di tutti coloro che ebbero il primo stimolo - richiamo dalla parola di Gesù, attraverso il vangelo: S. Francesco d'Assisi, i santi fondatori e tutti coloro che finalmente accolsero il Dio silenziosamente operante in loro. Chi seppe emergere da una vita comune, limitata al sensibile o al momentaneo, è perché ha accolto prima il germe della parola divina e l'ha fatta crescere in sè. Caratteristico il rapporto iniziale di Ignazio di Loyola con Francesco Saverio, suo professore alla Sorbona di Parigi. Ignazio non lasciava occasione per ripetergli quella parola del Maestro divino: "Che giova, all'uomo guadagnare anche tutto il mondo se poi perde l'anima?". Francesco Saverio divenne un altro San Paolo.



"Maledetto denaro che sei diventato la misura del mondo..."

È attraverso il denaro che il demonio è entrato nel mondo con le sue schiere. È per il denaro che l’uomo ha reso schiavo l’altro uomo. Che l’uomo è diventato avaro. Che l’uomo è diventato schiavo di ciò che ha e di ciò che vuole avere. È per il denaro che l’uomo ha cominciato ad uccidere. Che l’uomo continua ad uccidere. Maledetto denaro che sei diventato la misura del mondo. L’unità di misura dell’uomo e del suo lavoro e del prodotto della sua mente.

commento alla "Regola non bollata" di San Francesco d’Assisi (1182 c. – 1226) ]

in A. Paoli – G. De Gennaro, Il dio denaro, Cooperativa editoriale l’altrapagina, Città di Castello, 2007, pag. 52 

Preghiera di Santa Bernadette Soubirous

Gesù, datemi, ve ne prego: 

il pane dell’umiltà, 

il pane dell’obbedienza, 

il pane della carità, 

il pane della forza per spezzare la mia volontà e fonderla con la vostra, 

il pane della mortificazione interiore, 

il pane del distacco dalle creature, 

il pane della pazienza per sopportare le pene che il mio cuore soffre, 

il pane della forza per soffrire bene, 

il pane per non vedere che voi solo in tutto e sempre, 

Gesù, Maria, Giuseppe, la Croce e i Santi, io non voglia altri amici che questi. 

O Gesù, voi mi volete crocifissa: Fiat!


Santa Bernadette Soubirous (1844 - 1879), veggente di Lourdes, religiosa francese 

Grazie! Il testamento spirituale di Santa Bernadette Soubirous

Per l’indigenza di mamma e di papà, per la rovina del mulino,  
per il vino della stanchezza, per le pecore rognose: grazie, mio Dio! 

Bocca di troppo da sfamare che ero;  
per i bambini accuditi, per le pecore custodite, grazie! 

Grazie, o mio Dio, per il Procuratore, per il Commissario,  
per i Gendarmi, per le dure parole di Don Peyremale,  
per i giorni in cui siete venuta, Vergine Maria,  
per quelli in cui non siete venuta,  
non vi saprò rendere grazie altro che in Paradiso. 

Ma per lo schiaffo  ricevuto, per le beffe, per gli oltraggi,  
per coloro che mi hanno presa per pazza,  
per coloro che mi hanno presa per bugiarda,  
per coloro che mi hanno presa per interessata, grazie Madonna! 

Per l’ortografia che non ho mai saputa,  
per la memoria che non ho mai avuta,  
per la mia ignoranza e la mia stupidità, grazie! 

Grazie, grazie, perché se ci fosse stata sulla terra  
una bambina più stupida di me, avreste scelta quella! 

Per mia madre morta lontano,  
per la pena che ebbi quando mio padre,  
invece di tendere le braccia alla sua piccola Bernadette,  
mi chiamò Suor Marie Bernarde: grazie, Gesù! 

Grazie per aver abbeverato di amarezza  
questo cuore troppo tenero che mi avete dato. 

Per Madre Giuseppina che mi ha proclamata “Buona a nulla”. grazie! 
Per i sarcasmi della Madre Maestra, la sua voce dura, 
le sue ingiustizie, le sue ironie, e per il pane dell’umiliazione,  grazie! 

Grazie per essere stata quella cui Madre Teresa  
poteva dire: “Non me ne combini mai abbastanza”.  
Grazie per essere stata quella privilegiata dai rimproveri,  
di cui le mie Sorelle dicevano: “Che fortuna non essere Bernadette!”  

Grazie di essere stata Bernadette,  
minacciata di prigione perché vi avevo vista, Vergine Santa!  
Guardata dalla gente come bestia rara;  
quella Bernadette così meschina, che a vederla si diceva: “Non è che questa?”  

Per questo corpo miserando che mi avete dato,  
per questa malattia di fuoco e di fumo,             
per le mie carni in putrefazione, per le mie ossa cariate,  
per i miei sudori, per la mia febbre,  
per i miei dolori sordi e acuti, grazie, mio Dio!  

Per quest’anima che mi avete data,  
per il deserto dell’aridità interiore,  
per la vostra notte e per i vostri baleni,  
per i vostri silenzi e i vostri fulmini;   
per tutto, per Voi assente e presente, grazie, grazie, o Gesù! 


“Non avrei mai creduto di soffrire tanto per morire, Santa Maria Madre di Dio, santa Maria madre di Dio prega per me peccatrice!” queste sono state le ultime parole di Santa Bernadette Soubirous (1844-1879). Vent’anni prima la Vergine  Santa durante un'apparizioni le disse: “Non vi prometto di farvi felice in questa vita, ma nell’altra!”.  

Bernadette morì il 16 aprile 1879 ad appena 35 anni. Redigendo la sua biografia, la scrittrice cattolica Marcelle Auclair, sulla base di testimonianze e scritti, ha tradotto e messo in ordine questo testo noto come il suo testamento Spirituale. 

giovedì 7 maggio 2026

Essere preti secondo Don Mazzolari

Il vero prete muore per gli altri, accetta tutto, meno il male. Il dolore non è un male. Dobbiamo avere la disponibilità a "rimanere". Cristo si è lasciato inchiodare per non fuggire, per non staccarsi dalle sorti del mondo! Nessuno può scacciarlo o strapparlo dal mondo: nemmeno la persecuzione. 

Se durante le nostre giornate non troviamo il modo di levare al cielo gli occhi ed il cuore, non possiamo vivere la vita sacerdotale! ...La nostra forza viene dal cielo: è giusto, quindi, volgersi spesso al cielo, per respirare un po' aria di cielo...

Solo una cosa deve esserci estranea: il male. 

Quando vado con i preti torno sempre meno prete. 

La gioia del sacerdozio è la gioia di una giovinezza che si rinnova ogni giorno.

Tutte le volte che tratteniamo il dono divino, siamo dei ladri e dei profanatori. 

La santità sacerdotale è in funzione degli altri. 

In questo tempo in cui gli uomini si sostituiscono a Dio, quale gioia il poter dire: io sono sacerdote dell'unico vero Dio! 

Prima di portare al popolo il messaggio di Cristo, dobbiamo portare a Cristo i desideri, i bisogni del popolo. Sentire nelle nostre anime il sospiro, le sofferenze, i desideri, e anche le rivolte del nostro popolo. Pur "non essendo del mondo, siamo nel mondo"! 

É uno dei più gravi torti del prete, quello di chiudere gli occhi e il cuore. In un libro di un polacco ho letto che, un giorno, un prete chiedeva a un contadino se conoscesse il Vangelo; e quello, per risposta, disse: "E tu conosci il dolore?". La possibilità di far conoscere il Vangelo è in rapporto alla capacità di conoscere il dolore ... Una delle cose che tornano meno a nostro onore è l'assenza del sacerdote in certi momenti e in certi luoghi in cui solo chi è presente è in diritto di dire parola. Il prete deve essere il presente, il sensibile! Chi ama ha gli occhi aperti! Occorre tenere gli occhi aperti sulla vita e sulle difficoltà della propria gente, sulla maniera di pensare della propria gente ... "Rimanere": è una disposizione a cui il sacerdote non può rifiutarsi; rimanere nella vita, nella realtà del mondo. 

Guai se il prete si dimentica di essere uomo! 

A volte, per colpa nostra, molte anime non vedono il Padre! 

Se il gregge è buono, oh! il merito è del sacerdote! ...Se va male ...ah! la colpa è dei lupi! 

Ci vuole calore, ci vuole anima nel predicare! Il popolo ha bisogno di sapere che il sacerdote vive la verità che predica! 

Perché sono così numerosi i sacerdoti belli? ...O forse i begli uomini trovano che il sacerdozio è un rifugio dalle conseguenze del loro aspetto? ...Ho imparato da un pezzo a non badare alle ragazze malate d'amore. Ogni prete sotto i cinquanta diviene il bersaglio di qualcuna di loro, e un prete sotto i trentacinque è di solito il bersaglio di tutte ...

Chi capisce il Vangelo trova la risposta a tutte le difficoltà. Il metodo per fare il buon prete è di seguire il Vangelo. 

In noi nascerà un sentimento di gioia per la sicurezza di mettere la nostra vita nelle mani di Colui che non la perde. Non si perde niente! È così poco soddisfacente il mondo! ...Sappiamo comprendere la bellezza della vita sacerdotale! Dio ci ripagherà in misura sovrabbondante: non vuole gente insoddisfatta! Non c'è gioia maggiore di quella di dare!

Ricordiamoci che nel mondo l'assente ha sempre torto e non ha influenza. Ai nostri tempi, la cosa più avvertita è l'assenza del sacerdote. Le nostre chiese non devono divenire una muraglia tra le attività sacerdotali e il mondo. 

La gente difficilmente conosce il prete, se non per alcuni aspetti secondari, che nascono dalla sua immagine umana, mescolati ai dati della fede, spesso deformati da altre immagini.

Noi siamo, secondo una bella frase francese: "des faiseurs d'éternité!": facitori di vita, facitori di eternità! 

Che contrasto, quando la nostra vita spegne la vita delle anime! Preti che sono soffocatori di vita! Invece di accendere l'eternità, spegniamo la vita... 

Primo Mazzolari


Domande che portano al cuore

Invece di cercare soddisfazioni superficiali e di recitare una parte davanti agli altri, la cosa migliore è lasciar emergere domande che contano: chi sono veramente, che cosa cerco, che senso voglio che abbiano la mia vita, le mie scelte o le mie azioni, perché e per quale scopo sono in questo mondo, come valuterò la mia esistenza quando arriverà alla fine, che significato vorrei che avesse tutto ciò che vivo, chi voglio essere davanti agli altri, chi sono davanti a Dio. Queste domande mi portano al mio cuore.

Dilexit nos, 8

Papa Francesco



Aforismi Prete

Meno il presbitero è intelligente, più il laico gli sembra stupido.

La gente accanto a me ha imparato a stimare un prete che parla umilmente della sua fede.

Certi preti, valgon bene una messa.

Credo che la vita del sacerdote non sia comprensibile senza l'amore. Il primo dovere di un sacerdote che voglia essere fedele al compito che Dio gli ha assegnato è quello di amare la gente che avvicina.

I sacerdoti devono essere disposti a tutto: a soffrire, a operare, a incarnarsi.

I sacerdoti sono troppo di parte per parlarci di Dio.

Mi fido del sacerdote solo se conosco prima l'uomo.

Sacerdote: un uomo che assume la cura della nostra vita spirituale per migliorare le condizioni della sua vita temporale. (Ambrose Bierce)

I sacerdoti sono i ministri della pazienza di Cristo. (Bruce Marshall) 

Perché tanti attacchi violenti al sacerdote? Perché egli è il cuore della Chiesa. Ucciso il pastore, si disperdono le pecore. (Ernest Hello) 

Il sacerdote dev'essere un uomo di Dio, un uomo degli uomini, un uomo della Chiesa. (Gaston Courtois)

È nella Chiesa, con la Chiesa, e per la Chiesa che noi preti realizziamo la nostra missione. (Gaston Courtois)

Il più gran dono che Dio possa fare a una famiglia è un figlio sacerdote. (S. Giovanni Bosco)

Quando un giovane si fa sacerdote, Gesù prende il suo posto nella famiglia. (S. Giovanni Bosco)

Non ci sono miserie umane che non possiamo nascondere nel cuore di un sacerdote. (J. Aizin)

Un prete irrequieto non è per niente attraente. (Roland Breitenbach)

Ho orrore dei sacerdoti e dei prelati che parlano una lingua impenetrabile, ma sono sicuri di sé e, giovani o vecchi, resistono. (Eugene Ionesco)

Il compito dei sacerdoti non è di insegnare una propria sapienza, bensì di insegnare la Parola di Dio e di invitare tutti insistentemente alla conversione e alla santità. (Presbyterorum ordinis, 4)

Dalla formazione dei sacerdoti dipende sommamente la istituzione e formazione spirituale dei fedeli e dei religiosi. (Unitatis redintegratio, 10)

I difetti dei preti sono due: primo, quello di essere preti e quindi di non servire a niente. Secondo, quello di aver bisogno di mangiare anche quando servono a qualcosa. (Giovanni Guareschi)

Il vecchio Vescovo levò gli occhi al cielo. "Gesù," sospirò "portatemi via alla sveltina da questa terra o costui mi spingerà alla perdizione. Egli approfitta di me perché sono vecchio e debole mentre lui è ancor giovane e forte come un elefante. Ma tu figliolo, perché invece di fare il prete non hai fatto l'elefante?"
"Monsignore, gli elefanti sono animali intelligenti mentre io ..."
"Vade retro! Tu mi diffami il clero, qui davanti a me!"
(Giovanni Guareschi)

O ignoranza nemica dei sacerdoti! Quanto sei nociva ad essi, quanto indecorosa! Il sacerdote ha nelle sue mani delle anime ... è suo compito pascere il popolo che gli è stato affidato con la sua dottrina e con il suo esempio ... Quali intoppi porta a tutto ciò l'ignoranza! A quale severo giudizio sarà sottoposto il sacerdote senza erudizione, incapace di adempiere a qualcuno dei suoi uffici pastorali! Credetemi: nessuno mai è sufficientemente sapiente per portare degnamente il peso del suo ministero! Se questo è vero per chiunque abbia la necessità di sapere per sé ed anche in modo eccellente che dovremo dire di coloro che devono essere sapienti per sé e per gli altri? (S. Carlo Borromeo)

Lasciate per vent'anni una parrocchia senza prete, e vi si adoreranno le bestie. (S. Jean-Baptiste Vianney)

Che gran cosa essere sacerdote! Se il sacerdote stesso lo capisse, ne morirebbe! (S. Jean-Baptiste Vianney)

Pare che, secondo i princìpi universalmente accettati e la convenienza sociale, sia necessario a un prete o ad un curato credere soltanto un poco per non essere un ipocrita, e non sentirsi sicuro del fatto suo per non riuscire intollerante. Il vicario generale può sorridere su qualche discorso antireligioso, il vescovo ridere del tutto, e il cardinale aggiungervi il suo frizzo. (Nicholas de Chamfort)

Il pastore sia accorto nel tacere e tempestivo nel parlare, per non dire ciò che è doveroso tacere e non passare sotto silenzio ciò che deve essere svelato. Un discorso imprudente trascina nell'errore, così un silenzio inopportuno lascia in una condizione falsa coloro che potevano evitarla... Il rimprovero è una chiave. Apre infatti la coscienza a vedere la colpa, che spesso è ignorata anche da quello che l'ha commessa... Chiunque accede al sacerdozio, si assume l'incarico di araldo, e avanza gridando prima dell'arrivo del giudice, che lo seguirà con aspetto terribile. Ma se il sacerdote non sa compiere il ministero della predicazione, egli, araldo muto qual è, come farà sentire la sua voce? (S. Gregorio Magno)

Il pastore di anime dialoghi con Dio senza dimenticare gli uomini, e dialoghi con gli uomini senza dimenticare Dio. (S. Gregorio Magno)

E' molto più facile raddrizzare le zampe ad un bassotto che predicare ai preti o privare le monache della confessione. (Roland Breitenbach)

Un tale, attratto dalla carriera del sacerdozio, esclamava: "Dovessi morir dannato, bisogna che mi faccia prete". (Nicholas de Chamfort)

Per me, e per tutti i miei compagni, che, senza alcun nostro merito, siamo stati scelti all'alto privilegio di servir Cristo in voi; io vi chiedo umilmente perdono se non abbiamo degnamente adempiuto un sì gran ministero. Se la pigrizia, se l'indocilità della carne ci ha resi meno attenti alle vostre necessità, men pronti alle vostre chiamate; se una ingiusta impazienza, se un colpevole tedio ci ha fatti qualche volta comparirvi davanti con un volto annoiato e severo; se qualche volta il miserabile pensiero che voi aveste bisogno di noi, ci ha portati a non trattarvi con quell'umiltà, che si conveniva, se la nostra fragilità ci ha fatti trascorrere a qualche azione che vi sia stata di scandalo; perdonateci! Così Dio rimetta a voi ogni vostro debito, e vi benedica. (Alessandro Manzoni)

Prete: gentiluomo che sostiene di conoscere la giusta direzione per raggiungere il paradiso e pretende di estorcerci un pedaggio per quel tratto di strada. (Ambrose Bierce)

Non vi è opera più sublime di quella che fanno i sacerdoti, né vi può essere lavoro più utile. Guai se il sacerdote cattolico cedesse il suo posto! Guai se la sua voce, che si leva così spesso a gettare l'allarme, si tacesse. Il mondo in meno di vent'anni ripiomberebbe nella barbarie. (Victor Hugo)

Preghiamo per i sacerdoti! Ogni giorno ci si accorge quanto siano rari gli amici di Gesù. Mi sembra che sia questo ciò che lo ferisce più profondamente: l'ingratitudine, soprattutto il vedere anime a lui consacrate dare ad altri quel cuore che gli appartiene in maniera assoluta. (S. Teresa di Lisieux)

Sento la vocazione del sacerdote. Con quale amore, Gesù, ti porterei nelle mie mani quando, alla mia voce, discenderesti dal cielo! Con quale amore ti darei alle anime! Ma, pur desiderando di essere sacerdote, ammiro e invidio umiltà di san Francesco di Assisi e sento la vocazione d'imitarlo, rifiutando la dignità sublime del sacerdozio. (S. Teresa di Lisieux)

Dio si è rivelato all'uomo per mezzo del Cristo, il Cristo continua a rivelarsi all'uomo per mezzo del sacerdote. Il sacerdote, dopo Cristo, è dunque una rivelazione visibile e sensibile di Dio attraverso i secoli: è una misericordiosa estensione del grande mistero dell'Incarnazione. (Madre Luisa Margherita Claret de La Touche)

Gesù Cristo coi miracoli ottenne l'ammirazione; crocifisso ottenne la conversione... Il sacerdote con le opere straordinarie ottiene l'ammirazione, invece quando è posto sulla croce delle amarezze e delle umiliazioni, ottiene le conversioni. (Beato Giuseppe Baldo)


mercoledì 29 aprile 2026

Decalogo dell’amore

1.   Amare tutti

Piccoli e grandi, uomini e donne, amici e nemici, di tutte le razze e religioni, come ha fatto Gesù che è morto per tutti. Siamo tutti figli dello stesso Padre e perciò tutti fratelli.


2.     Amare ciascuno personalmente

Gesù parlava alle folle, certo, ma conosceva ciascuno e lo chiamava per nome.  Accettare ognuno così com'è.


3.     Amare come se stessi

É la regola d'oro: "Fa agli altri ciò che vuoi sia fatto a te" e "Non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te".


4.     Amare per primi

Non aspettare che te lo chiedano, ma fa tu il primo passo, come Gesù che non ha aspettato che diventassimo buoni per dare la vita per noi; e come Maria che "partì in fretta" senza farsi pregare per andare ad aiutare la cugina Elisabetta.


5.     Amare è farsi "uno" con l’altro

cioè ascoltare, fare il vuoto dentro di sé per capire i sentimenti dell'altro e farsi carico dei suoi problemi; insomma condividere gioie e dolori.

 

6.     Amare è servire

cioè amare a fatti non a parole, consumarsi le mani facendo servizi concreti, come Gesù che lava i piedi agli apostoli.


7.     Amare è perdonare

...quante volte? "Settanta volte sette" ha detto Gesù, cioè sempre. "Se non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro celeste perdonerà a voi". "Chi è senza peccato scagli per primo la pietra". "Il giudizio sarà senza misericordia per chi non ha avuto misericordia". "Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno".


8.     Amare è chiedere scusa

"Se presenti la tua offerta all'altare e lì ti ricordi che un tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia il tuo dono davanti all'altare e va' prima a riconciliarti con tuo fratello, poi torna ad offrire il tuo dono". "Non tramonti il sole sopra la vostra ira".


9.     Amare è vedere Gesù nell’altro

"Avevo fame, avevo sete, ero nudo, malato, senza casa, senza mezzi, senza lavoro, incompreso, ignorato, immigrato, drogato".

"L'hai fatto a me", dirà Gesù quel giorno.


10.      Amare è sacrificio di sé  

Amare non è sempre facile, non sempre è gratificante, non sempre l'amore è capito e ricambiato. L'amore vero non è un bel sentimento: è dono di sé, è responsabilità verso l'altro, è fedeltà agli impegni, è mantenere la parola anche se costa, è non mollare quando sei stanco e sfiduciato, è ricominciare sempre anche quando sembra inutile continuare ad amare.


Come Gesù che "avendo amato i suoi, li amò fino alla fine".


domenica 26 aprile 2026

Dammi un cuore nuovo

Ho fuggito la santità,
ho avuto timore,
ho tergiversato, esitato,
proceduto con calcoli meschini,
proprio quando più si imponeva
una piena disponibilità.

Gesù, Signore,
eccomi con le mie viltà
e i miei sciocchi desideri.

Concedimi la tua benevolenza
e il tuo aiuto:
ho veramente bisogno
della tua infinita bontà.

Dimentica il pessimo amico
che sono stato:
vorrei iniziare con te
un’amicizia nuova,
un’amicizia giovane e ardente,
un’amicizia in cui tutto
sia veramente comune,
un’amicizia per la vita e per la morte.

Dammi un cuore nuovo,
un cuore fedele ed umile
come quello di Maria,
entusiasta e fiero
come quello di Paolo.

Pierre Lyonnet (1906-1949), presbitero gesuita e scrittore francese

lunedì 20 aprile 2026

Quell’amore rimarrà sempre con te

Quando muore un animale che abbiamo amato, il mondo non si ferma.

L’orologio continua a ticchettare, le giornate vanno avanti, le responsabilità chiamano. La gente continua a parlare, a ridere, a lavorare. Tutto sembra procedere come sempre.

E quasi nessuno si accorge che, per qualcuno, quel giorno è cambiato tutto.

Perché quando perdi un animale non perdi “solo un animale”.

Perdi una presenza che faceva parte della tua vita ogni giorno.

Perdi quei passi che ti seguivano per casa.

Perdi quello sguardo che ti cercava appena entravi dalla porta.

Perdi quel silenzioso conforto che arrivava senza bisogno di parole.

Perché loro non sono semplicemente animali.

Sono famiglia.

Sono compagnia quotidiana.

Sono rifugio nei giorni difficili.

Sono quell’amore puro e semplice che non chiede nulla in cambio.

Eppure questo tipo di lutto spesso rimane invisibile.

Non ci sono giorni di permesso per il dolore.

Non sempre c’è comprensione.

A volte c’è perfino chi sorride con imbarazzo o dice:

“Era solo un cane.”

“Era solo un gatto.”

Come se l’amore potesse essere misurato.

Come se potesse dipendere dalla specie.

Ma chi ha amato davvero un animale sa la verità.

La loro perdita rompe qualcosa dentro.

Disarma il cuore.

Lascia un vuoto che nessun rumore riesce a riempire.

Fa male allo stesso modo.

Fa male davvero.

Perché quando un animale entra nella tua vita, entra nei tuoi giorni, nei tuoi gesti, nelle tue abitudini. Entra nella tua storia.

E quando se ne va, non se ne va solo un compagno.

Se ne va un pezzo della tua vita.

Il mondo continua a girare, sì.

Ma dentro di te tutto si ferma per un momento.

I silenzi diventano più pesanti.

La casa sembra improvvisamente più grande.

E ogni angolo ricorda qualcosa.

Perché amare qualcuno con quella purezza, con quella fedeltà assoluta… significa anche soffrire profondamente quando arriva il momento di lasciarlo andare.

E se stai attraversando qualcosa di simile, voglio dirti questo:

Il tuo dolore è reale.

Il tuo pianto è reale.

Il tuo tempo per guarire è reale.

Non stai esagerando.

Non sei “troppo sensibile”.

Stai semplicemente salutando una parte della tua storia.

Una parte della tua vita che ti ha dato amore senza condizioni.

E quell’amore, anche se fa male,
rimarrà sempre con te.