martedì 7 luglio 2026

Aforismi Umiltà

Vuoi essere un grande? Comincia con l’essere piccolo. Vuoi erigere un edificio che arrivi fino al cielo? Costruisci prima le fondamenta dell’umiltà. (Sant’Agostino)

Quando chiude la casa dei nonni...

Uno dei momenti più tristi della nostra vita arriva quando la porta della casa dei nonni si chiude per sempre, e cioè, quando quella porta è chiusa, finiamo gli incontri con tutti i membri della famiglia, che in occasioni speciali quando si ritrovano, esaltano i cognomi, come se fossero una famiglia reale, e sempre portati dall'amore dei nonni, come una bandiera.

Quando chiudiamo la casa dei nonni, finiamo pomeriggi gioiosi con zii, cugini, nipoti, nipoti, genitori, fratelli e persino fidanzati temporanei che si innamorano dell'atmosfera che si respira lì.

Non devi nemmeno uscire, stare a casa dei tuoi nonni è ciò di cui tutta la famiglia aveva bisogno per essere felice.

Le riunioni di Natale che ogni anno che vengono pensi se sarà l'ultima volta... È difficile accettare che questa abbia una scadenza, che un giorno tutto sarà coperto di polvere e le risate saranno un ricordo lontano di tempi forse migliori.

L'anno passa in attesa di questi momenti, e senza rendercene conto si passa dall'essere bambini che aprono regali, a sedersi accanto agli adulti allo stesso tavolo, giocando dal dolce a pranzo al caffè a cena, perché quando si è in famiglia, il tempo non passa e quel caffè è sacro.

Le case dei nonni sono sempre piene di sedie, non si sa mai se un cugino porterà una fidanzata, o un amico o un vicino, perché qui tutti sono i benvenuti. Ci sarà sempre una tazza di caffè o qualcuno disposto a farlo.

Saluti le persone che passano dalla porta, anche se sono estranei, perché le persone per strada dei tuoi nonni sono la tua gente, sono la tua città.

Chiudere la casa dei nonni, cioè dire addio ai momenti più belli della vita!

mercoledì 1 luglio 2026

San Paolino da Nola: «Questo è l’uomo vecchio; dell’uomo nuovo sto ancora lavorando»

Paolino, già uomo politico di grande prestigio, dopo la conversione abbracciò una vita radicalmente ascetica. Era noto per la sua umiltà e per la convinzione che il cristiano vive sempre in un processo di trasformazione interiore: spogliarsi dell’uomo vecchio e rivestirsi dell’uomo nuovo (Ef 4,22‑24).

Secondo la tradizione, un amico gli chiese un suo ritratto. Paolino, che non amava essere celebrato, inviò un’immagine che lo rappresentava in modo semplice e severo. Nel farlo, aggiunse la celebre frase: «Questo è l’uomo vecchio; dell’uomo nuovo sto ancora lavorando». La battuta non era solo ironica: è una sintesi perfetta della sua teologia: ciò che si vede esteriormente è solo la parte mortale, fragile, segnata dal passato. L’“uomo nuovo”, invece, è Cristo che si forma nel credente - e questo lavoro non è mai concluso.


Paolino viveva ormai da anni a Nola, immerso nella quiete della sua comunità. Le giornate scorrevano tra la preghiera, la cura dei poveri e la corrispondenza con gli amici lontani. Era diventato un punto di riferimento: non più il brillante aristocratico di Bordeaux, ma un uomo che aveva scelto di essere piccolo.

Un mattino arrivò un messaggero. Portava una lettera di un vecchio amico, uno di quelli che lo avevano conosciuto quando ancora frequentava i salotti dell’Impero. Il tono era affettuoso, ma anche un po’ mondano: gli chiedeva un ritratto per ricordarlo com’era e per mostrarlo agli altri.

Paolino sorrise. Non era offeso né infastidito. Ma quella richiesta gli sembrava appartenere a un mondo che aveva lasciato alle spalle.  

Tuttavia, non voleva deludere l’amico. Così cercò tra le sue cose un’immagine che lo raffigurasse: un piccolo ritratto, semplice, quasi severo, che risaliva ai tempi della sua vita precedente.

Lo guardò a lungo. Vide il volto di un uomo che non era più: elegante, sicuro, ancora pieno di sé.  

Poi lo avvolse con cura e lo affidò al messaggero, insieme a una breve nota.

Quando l’amico aprì il pacchetto, trovò il ritratto e un foglio con poche parole: «Questo è l’uomo vecchio; dell’uomo nuovo sto ancora lavorando».

Era una frase che non cercava effetto. Era la verità di Paolino: ciò che si vedeva nel ritratto era solo la scorza, la parte che si stava consumando. L’“uomo nuovo”, quello che nasce in Cristo, non si può dipingere. È un cantiere aperto, un’opera che nessun artista può fissare su tavola.

L’amico rimase colpito. Non dal ritratto, ma da quella frase che sembrava venire da un altro mondo. Capì che Paolino non era semplicemente cambiato: era stato trasformato.  

Quel piccolo episodio, passato di mano in mano nelle lettere dei Padri, divenne un esempio luminoso di umiltà cristiana. Paolino non aveva rifiutato il ritratto: aveva trasformato la richiesta in un’occasione per dire ciò che contava davvero.  Il volto che vale la pena mostrare non è quello dipinto, ma quello che Dio sta scolpendo dentro di noi.

domenica 28 giugno 2026

Una giustizia fragile e un amore discreto

La sovranità di Cristo rimanda a Gesù di Nazareth che ha preferito, nel suo percorso, scartare l'onnipotenza immaginaria e assumere il rischio che corrono in questo mondo la giustizia fragile e l'amore discreto. Egli ha ritenuto più benefico per gli uomini questo ritiro al di fuori di ogni clamore. Il Risorto, mediante il dono dello Spirito, invita la Chiesa e i credenti a seguire una via analoga: rompe con la speranza illusoria, apre a una speranza lucida e solida, e ha come fondamento la fede che supera il dubbio generato dallo splendore attenuato del Regno che viene.

L’unique Christ. La symphonie différée, Paris, Ed. Cerf, 2002, p. 255

Christian Duquoc (1926–2008), scrittore e teologo domenicano francese



Un Dio diverso

Ho esitato a lungo sulla scelta del titolo di quest'opera. Ero stato molto tentato dal titolo Un Dio prigioniero: mi sembrava che rispecchiasse la denuncia che anima questo libro. Un simile titolo avrebbe tradotto un'impressione oggi diffusa: Dio non è libero né nella nostra società né nella nostra Chiesa.‌

‌Nella nostra società, Dio è stato, ed è ancora spesso mobilitato per cause interessate, equivoche e violente. Ci sono narrazioni e gruppi che si appropriano di Lui, pregiudizi che lo incatenano, immagini che lo mettono in caricatura. Si discute di un Dio come se fosse un oggetto di consumo o di rifiuto: quelli che lo esaltano percorrono strade troppo spesso analoghe a quelle di coloro che lo rifiutano.  Giorno dopo giorno, si svolge il processo contro Dio: la creazione manca di equità, la Provvidenza è inefficace, il Suo amore troppo discreto. I suoi difensori sono molte volte goffi: credono di onorarlo esacerbando il senso di colpa, descrivendolo come un Dio assetato di giustizia vendicativa fino ad esigere delle immolazioni, un Dio pieno di risentimento contro ogni forma di felicità umana.‌

‌Ma Dio, non sarà diverso, Lui che se ne sta silenzioso mentre si istruisce il suo processo?‌

‌Anche la nostra Chiesa contribuisce a questa cattività di Dio: basta pensare alle pretese dei catecheti, dei predicatori e dei teologi. Essi intimano a Dio ciò che egli deve fare, conoscono il suo piano, impongono ordini e comandamenti a nome Suo, invocano la sua autorità a tempo e fuori tempo, lo fanno intervenire in questioni prive di importanza, mentre lo rendono indifferente e noncurante quando ne va della vita o della felicità.‌

‌Ma Dio, non sarà diverso dall'immagine che di Lui costruiscono tanti discorsi ecclesiastici?‌

‌Duemila anni fa, è apparso qualcuno che ha osato parlare liberamente di Dio: Gesù. Gli specialisti della religione lo giudicarono un bestemmiatore e venne giustiziato per aver compromesso Dio in situazioni e decisioni indegne della sua gloria.‌

‌Dopo questo assassinio, nessuno, in Occidente, può interrogarsi su Dio, nessuno può negarlo o affermarlo senza far memoria di Colui che mise in crisi le nostre immaginazioni e le nostre pratiche religiose. La morte di Gesù non è l'ultima parola su Gesù: egli è ormai vivo grazie allo Spirito. Interrogarsi su Dio, significa entrare in un movimento al centro del quale la figura di Gesù ci fa volgere verso due figure misteriose che, fin dai tempi della Chiesa primitiva, i cristiani nominavano nelle loro preghiere: il Padre e lo Spirito. Interrogarsi su Dio non può significare soltanto descrivere come Gesù libera dagli idoli, ma significa anche sforzarsi di stabilire quale figura di Dio egli evoca nella duplice relazione che suscita con Colui che chiama Padre e con Colui che egli dona a coloro che lo confessano Cristo: lo Spirito.‌

‌Il Dio di Gesù non è prigioniero, è un Dio diverso.‌ ‌Questa diversità lo strappa alla cattività delle nostre immagini, delle nostre paure e delle nostre forme di pietà. Per questo, alla fine ho preferito per titolo Un Dio diverso.‌

‌Questo titolo esprimeva ciò che il libro vuole mettere in luce: l'originalità del Dio di Gesù significata nella simbolica trinitaria.

Un Dio diverso. Saggio sulla simbolica trinitaria, Brescia, Ed Queriniana, 1978, 2 ed., p. 142

Christian Duquoc (1926–2008), scrittore e teologo domenicano francese


giovedì 25 giugno 2026

Loretta e la sua lotta contro la realtà


Giuditta: Io sono convinta, Reggie, che un gruppo antimperialista come il nostro debba rispecchiare una divergenza di interessi all'interno della base di potere. 

Reggie: Sono d'accordo. Francis? 

Francis: Punto di vista mente parlando, quello che dice Giuditta è valido, purché il movimento non dimentichi mai che è un diritto inalienabile di ogni uomo... 

Stan: O donna. 

Francis: O donna... di affrontare se stesso.

Stan: O se stessa. 

Francis: O se stessa, giusto.

Stan: Grazie, fratello. 

Francis: O sorella. 

Stan: O sorella. Dov'ero rimasto?

Reggie: Avevi finito.

Francis: Oh, per concludere, è un diritto naturale di ogni uomo... 

Stan: O donna. 

Reggie: Perché non la pianti con queste donne, ci confondi le idee e basta. 

Stan: Perché le donne hanno il sacrosanto diritto di svolgere un ruolo nel movimento.

Reggie: Perché continui a tirare in ballo le donne? 

Stan: Voglio essere donna. 

Reggie: Cosa? 

Stan: Voglio essere donna. E d'ora in poi voglio che mi chiamiate Loretta.

Reggie: Come? 

Stan: È un mio diritto di uomo! 

Giuditta: Scusa, ma perché vuoi essere Loretta, Stan? 

Stan: Voglio avere dei bambini.

Reggie: Vuoi avere dei bambini?! 

Stan: È un diritto di ogni uomo averne, se li vuole. 

Reggie: Ma tu non puoi avere dei bambini!

Stan: Oh, non mi opprimere, eh!

Reggie: Non ti sto opprimendo, è che tu non hai... l'utero! Dove si dovrebbe sviluppare il feto? Lo vuoi tenere in un barattolo?

Giuditta: Sentite, guardiamo in faccia la realtà. Supponiamo di stabilire che lui non possa avere bambini perché non ha l'utero, il che non è colpa di nessuno, semmai dei romani, ma comunque il diritto di avere dei bambini ce l'ha. 

Francis: Concettualmente parlando, sì. Combatteremo gli oppressori per il tuo diritto ad avere bambini, sorella... fratello... Loretta.

Reggie: Ma che senso ha? 

Francis: Cosa?

Reggie: Che senso ha combattere per il suo diritto ad avere bambini se non può avere bambini?

Francis: Simbolicamente parlando, è la nostra lotta contro l'oppressione.

Reggie: Simbolicamente parlando, è la sua lotta contro la realtà.

Dal film Brian di Nazaret (Monty Python) di Terry Jones (1979)







lunedì 22 giugno 2026

La parabola dell’aragosta

Tanto tempo fa, quando il mondo era stato creato da poco, una certa aragosta ritenne che il Creatore aveva fatto un errore. Così fissò un appuntamento per discutere con lui la questione. “Con tutto il dovuto rispetto”, disse l’aragosta, “vorrei protestare per il modo in cui hai disegnato il mio guscio. Vedi, non appena mi abituo al mio rivestimento esterno, ecco che devo abbandonarlo per un altro scomodo, e oltre tutto è una perdita di tempo”. Al che il Creatore replicò: “Capisco, ma ti rendi conto che è proprio il lasciare un guscio che ti permette di andare a crescere dentro un altro?”. “Ma io mi piaccio così come sono”, disse l’aragosta. “Hai proprio deciso così?”, chiese il Creatore. “Certo”, rispose l’aragosta. “Molto bene”, sorrise il Creatore, “d’ora in poi il tuo guscio non cambierà e tu continuerai a essere così come sei ora”. “Molto gentile da parte Tua”, disse l’aragosta e se ne andò.

L’aragosta era molto contenta di poter continuare a indossare lo stesso vecchio guscio ma giorno dopo giorno quel che prima era una leggera e confortevole protezione cominciò a diventare ingombrante e scomodo. Alla fine arrivò al punto di non riuscire neanche più a respirare dentro il vecchio guscio. Allora, con un grande sforzo, tornò a parlare al Creatore. “Con tutto il rispetto”, sospirò l’aragosta, “contrariamente a quello che mi avevi promesso, il mio guscio non è rimasto lo stesso. Continua a restringersi sempre di più”. “No di certo”, disse il Creatore, “il tuo guscio potrà essere diventato più duro col passare del tempo ma è rimasto della stessa misura. Tu sei cambiato dentro, all’interno del guscio. Vedi, tutto cambia continuamente. Nessuno resta lo stesso, è così che ho creato le cose. La possibilità più interessante che tu hai è quella di poter lasciare il tuo vecchio guscio, quando cresci”.“Ah…capisco!”, disse l’aragosta, “ma devi ammettere che ciò è abbastanza scomodo”. “Sì”, rispose il Creatore, “ma ricorda…ogni crescita porta con sé la possibilità di un disagio…insieme alla grande gioia nello scoprire nuovo aspetti di se stesso. Ma non si può avere l’una senza l’altra”. “Tutto ciò è molto saggio”, disse l’aragosta. “Se permetti, ti dirò qualcosa ancora”, disse il creatore. “Te ne prego!”, rispose l’aragosta. “Ogni volta che lascerai il tuo vecchio guscio e sceglierai di crescere, costruirai una forza nuova dentro di te. E in questa forza troverai una nuova capacità di amare te stessa e di amare coloro che ti sono accanto, di amare la vita stessa. É questo il mio progetto per ognuno di voi.

da: M. Novellino, Seminari clinici, Milano, 2002

Anonimo


Lo psichiatra americano Abraham J. Twerski (1930 - 2021) descrive lo stimolo che permette all’aragosta di crescere come una interessante parabola per ciascuno di noi:

“L’aragosta è un animale soffice, molle, che vive all’interno di un guscio rigido. Questo rigido guscio non si espande. Allora, come fa l’animale a crescere? Beh, con la crescita dell’aragosta, quel guscio diventa estremamente limitante e l’aragosta si sente sotto pressione, a disagio.

Così si nasconde sotto una roccia, per proteggersi dai pesci predatori, si libera dal guscio e ne produce uno nuovo.

Con il tempo e con la crescita anche questo guscio diventa scomodo, così torna sotto la roccia e ripete questo processo più volte. Lo stimolo che permette all’aragosta di crescere nasce da una sensazione di disagio.

Ora, se le aragoste avessero dei dottori, non crescerebbero più, perché al primo segnale di disagio andrebbero dal dottore a prendersi un Valium o un antidolorifico e si sentirebbero momentaneamente bene, ma non si libererebbero mai del proprio guscio.

Quindi, credo che sia ora di capire che i momenti difficili sono anche i momenti di crescita maggiore, che non fanno altro che aiutarci; se mettiamo a buon uso le avversità, possiamo crescere grazie a esse”.

Chi ha creato questa meraviglia?

Padre Atanasio Kircher (1602 - 1680), è riconosciuto come uno dei più grandi scienziati del suo tempo. Fu professore di filosofia, lingue orientali, matematica ed egittologia. Autore prolifico di opere di matematica e scienze fisiche, la sua celebre opera "Mundus Subterranous" fu una vera e propria enciclopedia, comprendente tutte le conoscenze geologiche dell'epoca. A Roma raccolse un'enorme collezione di strumenti scientifici, oggetti naturali, modelli e antichità, e costruì personalmente molti strumenti straordinari. Padre Kircher possedeva un magnifico globo terrestre che rappresentava il nostro sistema planetario. Grazie a una molla segreta, l'intero globo poteva essere messo in movimento, riproducendo in miniatura il moto della Terra e degli altri pianeti intorno al Sole. Un giorno, un giovane amico del grande scienziato si presentò a casa sua proprio mentre il sacerdote stava per assistere una donna morente. Il sacerdote, con gentilezza, invitò il giovane nel suo studio, dove avrebbe atteso il suo ritorno. Naturalmente, l'attenzione del giovane fu presto attratta dallo splendido globo e, mentre accarezzava lo strumento, toccò accidentalmente la molla segreta, mettendo in moto l'intero meccanismo. Perso nell'ammirazione di questa meravigliosa imitazione dell'universo, il prete lo trovò al suo ritorno. La prima domanda che il giovane, che tra l'altro era un miscredente dichiarato, gli pose fu: "Padre, chi è il genio che ha creato questo meraviglioso strumento?". "Beh", rispose il prete, "nessuno l'ha creato, si è creato da solo". "Padre", disse il giovane, "mi state prendendo in giro; è contro la ragione; è assolutamente impossibile che questa splendida e meravigliosa miniatura del nostro universo si sia creata da sola o sia opera del caso". "Come", replicò il prete, "ammettete che fosse necessario un genio per creare questa povera, insignificante miniatura del vasto universo, eppure affermate che il grande universo, di cui un singolo filo d'erba viva contiene più meraviglie di questo misero globo, non abbia avuto un creatore?". Per un attimo il giovane rifletté, poi, inginocchiandosi, pronunciò la sua prima professione di fede: "Dio mio, io credo".

Short answers to common objections against religion

Louis Gaston de Ségur

domenica 21 giugno 2026

Il silenzio

 Il silenzio è mitezza

quando non rispondi alle offese,

quando non reclami i tuoi diritti,

quando lasci la tua difesa a Dio.

Il silenzio è misericordia

quando non infierisci sulle colpe dei fratelli,

quando dimentichi senza frugare nel passato,

quando il tuo cuore non condanna, ma perdona.

Il silenzio è pazienza

quando soffri senza lamentarti,

quando non cerchi di esser consolato, ma consoli,

quando attendi che il seme germogli lentamente.

Il silenzio è umiltà

quando accogli nel segreto il dono di Dio,

quando non opponi la resistenza all’arroganza,

quando lasci agli altri la gloria e il merito.

Il silenzio è fede

quando ti fermi a contemplare il Suo volto,

quando ascolti la Sua presenza nella bufera,

quando taci, perchè Egli parla al tuo cuore.

Il silenzio è adorazione

quando non chiedi perché nella prova,

quando t’immergi nella Sua volontà,

quando dici: “Tutto è compiuto”.


Frederik W. Faber (1814-1863), presbitero religioso, teologo e scrittore britannico 

domenica 14 giugno 2026

L'esistenza di Dio e l'atto di fede nel nulla

Noi siamo l'unica forma di materia vivente dotata della straordinaria proprietà detta ragione. È grazie a questa proprietà che è stata inventata la memoria collettiva permanente, meglio nota come scrittura. È così che possiamo sapere cosa pensava Voltaire sulla catastrofe naturale che distrusse Lisbona. Ed è sempre grazie alla scrittura che i nostri posteri potranno sapere cosa stiamo facendo noi avendo a disposizione la logica rigorosa teorica (meglio nota come matematica) e la logica rigorosa sperimentale (meglio nota come scienza). 

La scienza ci dice che non è possibile derivare dal caos la logica che regge il mondo, dall'universo sub-nucleare all'universo fatto con stelle e galassie. Se c'è una logica deve esserci un Autore. L'ateismo, partendo dall'esistenza di tutti i drammi che affliggono l'umanità, sostiene che se Dio esistesse queste tragedie non potrebbero esistere. Cristo è il simbolo della difesa dei valori della vita e della dignità umana. Che sia figlio di Dio è un problema che riguarda la sfera trascendentale della nostra esistenza. 

Negare l'esistenza di Dio però equivale a dire che non esiste l'autore della logica rigorosa che regge il mondo. Tutto dovrebbe esaurirsi nella sfera dell'immanente la cui più grande conquista è la scienza. La scienza però non ha mai scoperto nulla che sia in contrasto con l'esistenza di Dio. L'ateismo, quindi, non è un atto di rigore logico teorico, ma un atto di fede nel nulla.

Antonino Zichichi (1929 - 2026), fisico e divulgatore scientifico italiano

A tutti i cavalieri erranti

A tutti gli illusi, a quelli che parlano al vento. 

Ai pazzi per amore, ai visionari, a coloro che darebbero la vita per realizzare un sogno. 

Ai reietti, ai respinti, agli esclusi. 

Ai folli veri o presunti. 

Agli uomini di cuore, a coloro che si ostinano a credere nel sentimento puro. 

A tutti quelli che ancora si commuovono. 

Un omaggio ai grandi slanci, alle idee e ai sogni. 

A chi non si arrende mai, a chi viene deriso e giudicato. 

Ai poeti del quotidiano. 

Ai “vincibili” dunque, e anche agli sconfitti che sono pronti a risorgere e a combattere di nuovo. 

Agli eroi dimenticati e ai vagabondi. 

A chi dopo aver combattuto e perso per i propri ideali, ancora si sente invincibile.

A chi non ha paura di dire quello che pensa. 

A tutti i cavalieri erranti.

A chi ha fatto il giro del mondo e a chi un giorno lo farà.

In qualche modo, forse è giusto e ci sta bene… a tutti i teatranti.

Dall'opera teatrale "Don Chisciotte, diario intimo di un sognatore"

Corrado D'Elia, attore e regista italiano 


La preghiera del "come"

Signore Gesù,

accetta la nostra preghiera:

Come hai accettato dalla vedova la povera offerta

Come i bambini, Tuoi preferiti, trasformami

Come i pastori stupiti, chiamami presso di Te

Come il cieco nato, toccami affinché io Ti veda

Come il paralitico, guariscimi affinché io cammini con Te

Come la cananea che Ti supplicava, esaudiscimi

Come Maria che Ti ascoltava, parlami di Te

Come a Pietro che Ti ha rinnegato, fissa il Tuo sguardo su di me

Come Maria Maddalena che Ti ha molto amato, perdonami

Come Zaccheo, chiamami e vieni da me

Come la figlia di Giairo, rialzami

Come alla Samaritana, donami la Tua acqua che disseta

Come Giovanni, il discepolo prediletto, prendimi con Te

Come al buon ladrone, alla fine di questa vita, dimmi:

"Oggi tu sarai con Me, in Paradiso!"

Amen

Da un inno della liturgia orientale

sabato 16 maggio 2026

Gli albori della mia conversione

Dio fece molto bella quella domenica. Splendeva un bel sole; mi stupì l'atmosfera chiara e quieta del centro con le vie deserte... Arrivai per la Messa delle undici nella piccola chiesa di mattoni del Corpus Christi. Come sembrava risplendere il piccolo edificio! La gente entrava per la porta spalancata nella fresca penombra e a un tratto mi ritornarono al pensiero tutte le chiese dell'Italia e della Francia. Ritrovai all'improvviso l'atmosfera ricca e piena del Cattolicesimo.

Trovai un posto che mi pareva abbastanza in ombra e mi inginocchiai. Mentre mi mettevo in ginocchio, la prima cosa che notai fu una ragazza molto graziosa, forse di quindici o sedici anni, che, in ginocchio, ma bene diritta, pregava con molto fervore. Mi impressionò vedere che una persona giovane e bella potesse con tanta semplicità andare in chiesa per la vera, seria e principale ragione di pregare. Era evidente che stava in ginocchio proprio per questo, non per farsi vedere, e pregava con un raccoglimento che, se non aveva la profondità di quello dei santi, era però abbastanza serio da dimostrare che non stava pensando affatto a chi le stava intorno.

Che rivelazione fu per me scoprire tante persone comuni riunite nello stesso luogo e consce, più che della presenza reciproca, della presenza di Dio. Persone che non erano venute a far pompa di cappelli e abiti, ma a pregare o almeno ad adempiere un dovere non umano, ma religioso. Perché anche quelli che potevano essere venuti per il semplice motivo che vi erano obbligati si mostravano almeno liberi da quel disagio e da quell'imbarazzo che non mancano mai in una chiesa protestante dove tutti rimangono persone singole, e non tralasciano mai di sorvegliarsi a vicenda con un occhio, quando non con tutti e due (...).

Alla fine, dopo una rapida genuflessione, mi affrettai ad uscire di chiesa. (...)

Presi a passeggiare sotto il sole di Broadway e ai miei occhi apparve un mondo nuovo. Non riuscivo a capire che cosa fosse avvenuto che mi rendesse tanto felice, e perché mi sentissi tanto in pace e soddisfatto della vita: non ero ancora abituato al sapore limpido di una grazia attuale.

 Da "La Montagna dalle sette balze"

Thomas Merton (1915 - 1968), monaco cistercense, poeta e scrittore statunitense 


Non è possibile narrare le avventure interiori di tutti coloro che ebbero il primo stimolo - richiamo dalla parola di Gesù, attraverso il vangelo: S. Francesco d'Assisi, i santi fondatori e tutti coloro che finalmente accolsero il Dio silenziosamente operante in loro. Chi seppe emergere da una vita comune, limitata al sensibile o al momentaneo, è perché ha accolto prima il germe della parola divina e l'ha fatta crescere in sè. Caratteristico il rapporto iniziale di Ignazio di Loyola con Francesco Saverio, suo professore alla Sorbona di Parigi. Ignazio non lasciava occasione per ripetergli quella parola del Maestro divino: "Che giova, all'uomo guadagnare anche tutto il mondo se poi perde l'anima?". Francesco Saverio divenne un altro San Paolo.



"Maledetto denaro che sei diventato la misura del mondo..."

È attraverso il denaro che il demonio è entrato nel mondo con le sue schiere. È per il denaro che l’uomo ha reso schiavo l’altro uomo. Che l’uomo è diventato avaro. Che l’uomo è diventato schiavo di ciò che ha e di ciò che vuole avere. È per il denaro che l’uomo ha cominciato ad uccidere. Che l’uomo continua ad uccidere. Maledetto denaro che sei diventato la misura del mondo. L’unità di misura dell’uomo e del suo lavoro e del prodotto della sua mente.

commento alla "Regola non bollata" di San Francesco d’Assisi (1182 c. – 1226) ]

in A. Paoli – G. De Gennaro, Il dio denaro, Cooperativa editoriale l’altrapagina, Città di Castello, 2007, pag. 52 

Preghiera di Santa Bernadette Soubirous

Gesù, datemi, ve ne prego: 

il pane dell’umiltà, 

il pane dell’obbedienza, 

il pane della carità, 

il pane della forza per spezzare la mia volontà e fonderla con la vostra, 

il pane della mortificazione interiore, 

il pane del distacco dalle creature, 

il pane della pazienza per sopportare le pene che il mio cuore soffre, 

il pane della forza per soffrire bene, 

il pane per non vedere che voi solo in tutto e sempre, 

Gesù, Maria, Giuseppe, la Croce e i Santi, io non voglia altri amici che questi. 

O Gesù, voi mi volete crocifissa: Fiat!


Santa Bernadette Soubirous (1844 - 1879), veggente di Lourdes, religiosa francese 

Grazie! Il testamento spirituale di Santa Bernadette Soubirous

Per l’indigenza di mamma e di papà, per la rovina del mulino,  
per il vino della stanchezza, per le pecore rognose: grazie, mio Dio! 

Bocca di troppo da sfamare che ero;  
per i bambini accuditi, per le pecore custodite, grazie! 

Grazie, o mio Dio, per il Procuratore, per il Commissario,  
per i Gendarmi, per le dure parole di Don Peyremale,  
per i giorni in cui siete venuta, Vergine Maria,  
per quelli in cui non siete venuta,  
non vi saprò rendere grazie altro che in Paradiso. 

Ma per lo schiaffo  ricevuto, per le beffe, per gli oltraggi,  
per coloro che mi hanno presa per pazza,  
per coloro che mi hanno presa per bugiarda,  
per coloro che mi hanno presa per interessata, grazie Madonna! 

Per l’ortografia che non ho mai saputa,  
per la memoria che non ho mai avuta,  
per la mia ignoranza e la mia stupidità, grazie! 

Grazie, grazie, perché se ci fosse stata sulla terra  
una bambina più stupida di me, avreste scelta quella! 

Per mia madre morta lontano,  
per la pena che ebbi quando mio padre,  
invece di tendere le braccia alla sua piccola Bernadette,  
mi chiamò Suor Marie Bernarde: grazie, Gesù! 

Grazie per aver abbeverato di amarezza  
questo cuore troppo tenero che mi avete dato. 

Per Madre Giuseppina che mi ha proclamata “Buona a nulla”. grazie! 
Per i sarcasmi della Madre Maestra, la sua voce dura, 
le sue ingiustizie, le sue ironie, e per il pane dell’umiliazione,  grazie! 

Grazie per essere stata quella cui Madre Teresa  
poteva dire: “Non me ne combini mai abbastanza”.  
Grazie per essere stata quella privilegiata dai rimproveri,  
di cui le mie Sorelle dicevano: “Che fortuna non essere Bernadette!”  

Grazie di essere stata Bernadette,  
minacciata di prigione perché vi avevo vista, Vergine Santa!  
Guardata dalla gente come bestia rara;  
quella Bernadette così meschina, che a vederla si diceva: “Non è che questa?”  

Per questo corpo miserando che mi avete dato,  
per questa malattia di fuoco e di fumo,             
per le mie carni in putrefazione, per le mie ossa cariate,  
per i miei sudori, per la mia febbre,  
per i miei dolori sordi e acuti, grazie, mio Dio!  

Per quest’anima che mi avete data,  
per il deserto dell’aridità interiore,  
per la vostra notte e per i vostri baleni,  
per i vostri silenzi e i vostri fulmini;   
per tutto, per Voi assente e presente, grazie, grazie, o Gesù! 


“Non avrei mai creduto di soffrire tanto per morire, Santa Maria Madre di Dio, santa Maria madre di Dio prega per me peccatrice!” queste sono state le ultime parole di Santa Bernadette Soubirous (1844-1879). Vent’anni prima la Vergine  Santa durante un'apparizioni le disse: “Non vi prometto di farvi felice in questa vita, ma nell’altra!”.  

Bernadette morì il 16 aprile 1879 ad appena 35 anni. Redigendo la sua biografia, la scrittrice cattolica Marcelle Auclair, sulla base di testimonianze e scritti, ha tradotto e messo in ordine questo testo noto come il suo testamento Spirituale. 

giovedì 7 maggio 2026

Essere preti secondo Don Mazzolari

Il vero prete muore per gli altri, accetta tutto, meno il male. Il dolore non è un male. Dobbiamo avere la disponibilità a "rimanere". Cristo si è lasciato inchiodare per non fuggire, per non staccarsi dalle sorti del mondo! Nessuno può scacciarlo o strapparlo dal mondo: nemmeno la persecuzione. 

Se durante le nostre giornate non troviamo il modo di levare al cielo gli occhi ed il cuore, non possiamo vivere la vita sacerdotale! ...La nostra forza viene dal cielo: è giusto, quindi, volgersi spesso al cielo, per respirare un po' aria di cielo...

Solo una cosa deve esserci estranea: il male. 

Quando vado con i preti torno sempre meno prete. 

La gioia del sacerdozio è la gioia di una giovinezza che si rinnova ogni giorno.

Tutte le volte che tratteniamo il dono divino, siamo dei ladri e dei profanatori. 

La santità sacerdotale è in funzione degli altri. 

In questo tempo in cui gli uomini si sostituiscono a Dio, quale gioia il poter dire: io sono sacerdote dell'unico vero Dio! 

Prima di portare al popolo il messaggio di Cristo, dobbiamo portare a Cristo i desideri, i bisogni del popolo. Sentire nelle nostre anime il sospiro, le sofferenze, i desideri, e anche le rivolte del nostro popolo. Pur "non essendo del mondo, siamo nel mondo"! 

É uno dei più gravi torti del prete, quello di chiudere gli occhi e il cuore. In un libro di un polacco ho letto che, un giorno, un prete chiedeva a un contadino se conoscesse il Vangelo; e quello, per risposta, disse: "E tu conosci il dolore?". La possibilità di far conoscere il Vangelo è in rapporto alla capacità di conoscere il dolore ... Una delle cose che tornano meno a nostro onore è l'assenza del sacerdote in certi momenti e in certi luoghi in cui solo chi è presente è in diritto di dire parola. Il prete deve essere il presente, il sensibile! Chi ama ha gli occhi aperti! Occorre tenere gli occhi aperti sulla vita e sulle difficoltà della propria gente, sulla maniera di pensare della propria gente ... "Rimanere": è una disposizione a cui il sacerdote non può rifiutarsi; rimanere nella vita, nella realtà del mondo. 

Guai se il prete si dimentica di essere uomo! 

A volte, per colpa nostra, molte anime non vedono il Padre! 

Se il gregge è buono, oh! il merito è del sacerdote! ...Se va male ...ah! la colpa è dei lupi! 

Ci vuole calore, ci vuole anima nel predicare! Il popolo ha bisogno di sapere che il sacerdote vive la verità che predica! 

Perché sono così numerosi i sacerdoti belli? ...O forse i begli uomini trovano che il sacerdozio è un rifugio dalle conseguenze del loro aspetto? ...Ho imparato da un pezzo a non badare alle ragazze malate d'amore. Ogni prete sotto i cinquanta diviene il bersaglio di qualcuna di loro, e un prete sotto i trentacinque è di solito il bersaglio di tutte ...

Chi capisce il Vangelo trova la risposta a tutte le difficoltà. Il metodo per fare il buon prete è di seguire il Vangelo. 

In noi nascerà un sentimento di gioia per la sicurezza di mettere la nostra vita nelle mani di Colui che non la perde. Non si perde niente! È così poco soddisfacente il mondo! ...Sappiamo comprendere la bellezza della vita sacerdotale! Dio ci ripagherà in misura sovrabbondante: non vuole gente insoddisfatta! Non c'è gioia maggiore di quella di dare!

Ricordiamoci che nel mondo l'assente ha sempre torto e non ha influenza. Ai nostri tempi, la cosa più avvertita è l'assenza del sacerdote. Le nostre chiese non devono divenire una muraglia tra le attività sacerdotali e il mondo. 

La gente difficilmente conosce il prete, se non per alcuni aspetti secondari, che nascono dalla sua immagine umana, mescolati ai dati della fede, spesso deformati da altre immagini.

Noi siamo, secondo una bella frase francese: "des faiseurs d'éternité!": facitori di vita, facitori di eternità! 

Che contrasto, quando la nostra vita spegne la vita delle anime! Preti che sono soffocatori di vita! Invece di accendere l'eternità, spegniamo la vita... 

Primo Mazzolari


Domande che portano al cuore

Invece di cercare soddisfazioni superficiali e di recitare una parte davanti agli altri, la cosa migliore è lasciar emergere domande che contano: chi sono veramente, che cosa cerco, che senso voglio che abbiano la mia vita, le mie scelte o le mie azioni, perché e per quale scopo sono in questo mondo, come valuterò la mia esistenza quando arriverà alla fine, che significato vorrei che avesse tutto ciò che vivo, chi voglio essere davanti agli altri, chi sono davanti a Dio. Queste domande mi portano al mio cuore.

Dilexit nos, 8

Papa Francesco



Aforismi Prete

Meno il presbitero è intelligente, più il laico gli sembra stupido.

La gente accanto a me ha imparato a stimare un prete che parla umilmente della sua fede.

Certi preti, valgon bene una messa.

Credo che la vita del sacerdote non sia comprensibile senza l'amore. Il primo dovere di un sacerdote che voglia essere fedele al compito che Dio gli ha assegnato è quello di amare la gente che avvicina.

I sacerdoti devono essere disposti a tutto: a soffrire, a operare, a incarnarsi.

I sacerdoti sono troppo di parte per parlarci di Dio.

Mi fido del sacerdote solo se conosco prima l'uomo.

Sacerdote: un uomo che assume la cura della nostra vita spirituale per migliorare le condizioni della sua vita temporale. (Ambrose Bierce)

I sacerdoti sono i ministri della pazienza di Cristo. (Bruce Marshall) 

Perché tanti attacchi violenti al sacerdote? Perché egli è il cuore della Chiesa. Ucciso il pastore, si disperdono le pecore. (Ernest Hello) 

Il sacerdote dev'essere un uomo di Dio, un uomo degli uomini, un uomo della Chiesa. (Gaston Courtois)

È nella Chiesa, con la Chiesa, e per la Chiesa che noi preti realizziamo la nostra missione. (Gaston Courtois)

Il più gran dono che Dio possa fare a una famiglia è un figlio sacerdote. (S. Giovanni Bosco)

Quando un giovane si fa sacerdote, Gesù prende il suo posto nella famiglia. (S. Giovanni Bosco)

Non ci sono miserie umane che non possiamo nascondere nel cuore di un sacerdote. (J. Aizin)

Un prete irrequieto non è per niente attraente. (Roland Breitenbach)

Ho orrore dei sacerdoti e dei prelati che parlano una lingua impenetrabile, ma sono sicuri di sé e, giovani o vecchi, resistono. (Eugene Ionesco)

Il compito dei sacerdoti non è di insegnare una propria sapienza, bensì di insegnare la Parola di Dio e di invitare tutti insistentemente alla conversione e alla santità. (Presbyterorum ordinis, 4)

Dalla formazione dei sacerdoti dipende sommamente la istituzione e formazione spirituale dei fedeli e dei religiosi. (Unitatis redintegratio, 10)

I difetti dei preti sono due: primo, quello di essere preti e quindi di non servire a niente. Secondo, quello di aver bisogno di mangiare anche quando servono a qualcosa. (Giovanni Guareschi)

Il vecchio Vescovo levò gli occhi al cielo. "Gesù," sospirò "portatemi via alla sveltina da questa terra o costui mi spingerà alla perdizione. Egli approfitta di me perché sono vecchio e debole mentre lui è ancor giovane e forte come un elefante. Ma tu figliolo, perché invece di fare il prete non hai fatto l'elefante?"
"Monsignore, gli elefanti sono animali intelligenti mentre io ..."
"Vade retro! Tu mi diffami il clero, qui davanti a me!"
(Giovanni Guareschi)

O ignoranza nemica dei sacerdoti! Quanto sei nociva ad essi, quanto indecorosa! Il sacerdote ha nelle sue mani delle anime ... è suo compito pascere il popolo che gli è stato affidato con la sua dottrina e con il suo esempio ... Quali intoppi porta a tutto ciò l'ignoranza! A quale severo giudizio sarà sottoposto il sacerdote senza erudizione, incapace di adempiere a qualcuno dei suoi uffici pastorali! Credetemi: nessuno mai è sufficientemente sapiente per portare degnamente il peso del suo ministero! Se questo è vero per chiunque abbia la necessità di sapere per sé ed anche in modo eccellente che dovremo dire di coloro che devono essere sapienti per sé e per gli altri? (S. Carlo Borromeo)

Lasciate per vent'anni una parrocchia senza prete, e vi si adoreranno le bestie. (S. Jean-Baptiste Vianney)

Che gran cosa essere sacerdote! Se il sacerdote stesso lo capisse, ne morirebbe! (S. Jean-Baptiste Vianney)

Pare che, secondo i princìpi universalmente accettati e la convenienza sociale, sia necessario a un prete o ad un curato credere soltanto un poco per non essere un ipocrita, e non sentirsi sicuro del fatto suo per non riuscire intollerante. Il vicario generale può sorridere su qualche discorso antireligioso, il vescovo ridere del tutto, e il cardinale aggiungervi il suo frizzo. (Nicholas de Chamfort)

Il pastore sia accorto nel tacere e tempestivo nel parlare, per non dire ciò che è doveroso tacere e non passare sotto silenzio ciò che deve essere svelato. Un discorso imprudente trascina nell'errore, così un silenzio inopportuno lascia in una condizione falsa coloro che potevano evitarla... Il rimprovero è una chiave. Apre infatti la coscienza a vedere la colpa, che spesso è ignorata anche da quello che l'ha commessa... Chiunque accede al sacerdozio, si assume l'incarico di araldo, e avanza gridando prima dell'arrivo del giudice, che lo seguirà con aspetto terribile. Ma se il sacerdote non sa compiere il ministero della predicazione, egli, araldo muto qual è, come farà sentire la sua voce? (S. Gregorio Magno)

Il pastore di anime dialoghi con Dio senza dimenticare gli uomini, e dialoghi con gli uomini senza dimenticare Dio. (S. Gregorio Magno)

E' molto più facile raddrizzare le zampe ad un bassotto che predicare ai preti o privare le monache della confessione. (Roland Breitenbach)

Un tale, attratto dalla carriera del sacerdozio, esclamava: "Dovessi morir dannato, bisogna che mi faccia prete". (Nicholas de Chamfort)

Per me, e per tutti i miei compagni, che, senza alcun nostro merito, siamo stati scelti all'alto privilegio di servir Cristo in voi; io vi chiedo umilmente perdono se non abbiamo degnamente adempiuto un sì gran ministero. Se la pigrizia, se l'indocilità della carne ci ha resi meno attenti alle vostre necessità, men pronti alle vostre chiamate; se una ingiusta impazienza, se un colpevole tedio ci ha fatti qualche volta comparirvi davanti con un volto annoiato e severo; se qualche volta il miserabile pensiero che voi aveste bisogno di noi, ci ha portati a non trattarvi con quell'umiltà, che si conveniva, se la nostra fragilità ci ha fatti trascorrere a qualche azione che vi sia stata di scandalo; perdonateci! Così Dio rimetta a voi ogni vostro debito, e vi benedica. (Alessandro Manzoni)

Prete: gentiluomo che sostiene di conoscere la giusta direzione per raggiungere il paradiso e pretende di estorcerci un pedaggio per quel tratto di strada. (Ambrose Bierce)

Non vi è opera più sublime di quella che fanno i sacerdoti, né vi può essere lavoro più utile. Guai se il sacerdote cattolico cedesse il suo posto! Guai se la sua voce, che si leva così spesso a gettare l'allarme, si tacesse. Il mondo in meno di vent'anni ripiomberebbe nella barbarie. (Victor Hugo)

Preghiamo per i sacerdoti! Ogni giorno ci si accorge quanto siano rari gli amici di Gesù. Mi sembra che sia questo ciò che lo ferisce più profondamente: l'ingratitudine, soprattutto il vedere anime a lui consacrate dare ad altri quel cuore che gli appartiene in maniera assoluta. (S. Teresa di Lisieux)

Sento la vocazione del sacerdote. Con quale amore, Gesù, ti porterei nelle mie mani quando, alla mia voce, discenderesti dal cielo! Con quale amore ti darei alle anime! Ma, pur desiderando di essere sacerdote, ammiro e invidio umiltà di san Francesco di Assisi e sento la vocazione d'imitarlo, rifiutando la dignità sublime del sacerdozio. (S. Teresa di Lisieux)

Dio si è rivelato all'uomo per mezzo del Cristo, il Cristo continua a rivelarsi all'uomo per mezzo del sacerdote. Il sacerdote, dopo Cristo, è dunque una rivelazione visibile e sensibile di Dio attraverso i secoli: è una misericordiosa estensione del grande mistero dell'Incarnazione. (Madre Luisa Margherita Claret de La Touche)

Gesù Cristo coi miracoli ottenne l'ammirazione; crocifisso ottenne la conversione... Il sacerdote con le opere straordinarie ottiene l'ammirazione, invece quando è posto sulla croce delle amarezze e delle umiliazioni, ottiene le conversioni. (Beato Giuseppe Baldo)


mercoledì 29 aprile 2026

Decalogo dell’amore

1.   Amare tutti

Piccoli e grandi, uomini e donne, amici e nemici, di tutte le razze e religioni, come ha fatto Gesù che è morto per tutti. Siamo tutti figli dello stesso Padre e perciò tutti fratelli.


2.     Amare ciascuno personalmente

Gesù parlava alle folle, certo, ma conosceva ciascuno e lo chiamava per nome.  Accettare ognuno così com'è.


3.     Amare come se stessi

É la regola d'oro: "Fa agli altri ciò che vuoi sia fatto a te" e "Non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te".


4.     Amare per primi

Non aspettare che te lo chiedano, ma fa tu il primo passo, come Gesù che non ha aspettato che diventassimo buoni per dare la vita per noi; e come Maria che "partì in fretta" senza farsi pregare per andare ad aiutare la cugina Elisabetta.


5.     Amare è farsi "uno" con l’altro

cioè ascoltare, fare il vuoto dentro di sé per capire i sentimenti dell'altro e farsi carico dei suoi problemi; insomma condividere gioie e dolori.

 

6.     Amare è servire

cioè amare a fatti non a parole, consumarsi le mani facendo servizi concreti, come Gesù che lava i piedi agli apostoli.


7.     Amare è perdonare

...quante volte? "Settanta volte sette" ha detto Gesù, cioè sempre. "Se non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro celeste perdonerà a voi". "Chi è senza peccato scagli per primo la pietra". "Il giudizio sarà senza misericordia per chi non ha avuto misericordia". "Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno".


8.     Amare è chiedere scusa

"Se presenti la tua offerta all'altare e lì ti ricordi che un tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia il tuo dono davanti all'altare e va' prima a riconciliarti con tuo fratello, poi torna ad offrire il tuo dono". "Non tramonti il sole sopra la vostra ira".


9.     Amare è vedere Gesù nell’altro

"Avevo fame, avevo sete, ero nudo, malato, senza casa, senza mezzi, senza lavoro, incompreso, ignorato, immigrato, drogato".

"L'hai fatto a me", dirà Gesù quel giorno.


10.      Amare è sacrificio di sé  

Amare non è sempre facile, non sempre è gratificante, non sempre l'amore è capito e ricambiato. L'amore vero non è un bel sentimento: è dono di sé, è responsabilità verso l'altro, è fedeltà agli impegni, è mantenere la parola anche se costa, è non mollare quando sei stanco e sfiduciato, è ricominciare sempre anche quando sembra inutile continuare ad amare.


Come Gesù che "avendo amato i suoi, li amò fino alla fine".


domenica 26 aprile 2026

Dammi un cuore nuovo

Ho fuggito la santità,
ho avuto timore,
ho tergiversato, esitato,
proceduto con calcoli meschini,
proprio quando più si imponeva
una piena disponibilità.

Gesù, Signore,
eccomi con le mie viltà
e i miei sciocchi desideri.

Concedimi la tua benevolenza
e il tuo aiuto:
ho veramente bisogno
della tua infinita bontà.

Dimentica il pessimo amico
che sono stato:
vorrei iniziare con te
un’amicizia nuova,
un’amicizia giovane e ardente,
un’amicizia in cui tutto
sia veramente comune,
un’amicizia per la vita e per la morte.

Dammi un cuore nuovo,
un cuore fedele ed umile
come quello di Maria,
entusiasta e fiero
come quello di Paolo.

Pierre Lyonnet (1906-1949), presbitero gesuita e scrittore francese

lunedì 20 aprile 2026

Quell’amore rimarrà sempre con te

Quando muore un animale che abbiamo amato, il mondo non si ferma.

L’orologio continua a ticchettare, le giornate vanno avanti, le responsabilità chiamano. La gente continua a parlare, a ridere, a lavorare. Tutto sembra procedere come sempre.

E quasi nessuno si accorge che, per qualcuno, quel giorno è cambiato tutto.

Perché quando perdi un animale non perdi “solo un animale”.

Perdi una presenza che faceva parte della tua vita ogni giorno.

Perdi quei passi che ti seguivano per casa.

Perdi quello sguardo che ti cercava appena entravi dalla porta.

Perdi quel silenzioso conforto che arrivava senza bisogno di parole.

Perché loro non sono semplicemente animali.

Sono famiglia.

Sono compagnia quotidiana.

Sono rifugio nei giorni difficili.

Sono quell’amore puro e semplice che non chiede nulla in cambio.

Eppure questo tipo di lutto spesso rimane invisibile.

Non ci sono giorni di permesso per il dolore.

Non sempre c’è comprensione.

A volte c’è perfino chi sorride con imbarazzo o dice:

“Era solo un cane.”

“Era solo un gatto.”

Come se l’amore potesse essere misurato.

Come se potesse dipendere dalla specie.

Ma chi ha amato davvero un animale sa la verità.

La loro perdita rompe qualcosa dentro.

Disarma il cuore.

Lascia un vuoto che nessun rumore riesce a riempire.

Fa male allo stesso modo.

Fa male davvero.

Perché quando un animale entra nella tua vita, entra nei tuoi giorni, nei tuoi gesti, nelle tue abitudini. Entra nella tua storia.

E quando se ne va, non se ne va solo un compagno.

Se ne va un pezzo della tua vita.

Il mondo continua a girare, sì.

Ma dentro di te tutto si ferma per un momento.

I silenzi diventano più pesanti.

La casa sembra improvvisamente più grande.

E ogni angolo ricorda qualcosa.

Perché amare qualcuno con quella purezza, con quella fedeltà assoluta… significa anche soffrire profondamente quando arriva il momento di lasciarlo andare.

E se stai attraversando qualcosa di simile, voglio dirti questo:

Il tuo dolore è reale.

Il tuo pianto è reale.

Il tuo tempo per guarire è reale.

Non stai esagerando.

Non sei “troppo sensibile”.

Stai semplicemente salutando una parte della tua storia.

Una parte della tua vita che ti ha dato amore senza condizioni.

E quell’amore, anche se fa male,
rimarrà sempre con te.

1° Maggio


Mi chiamo Paolo, 47 anni e faccio il muratore.

Cioè, faccio…

Diciamo che io sono un muratore.

Perché io da quando ho memoria, ho memoria di calce, di cazzuole e di foratini.

A scuola non m’è mai piaciuto andarci.

Troppo noioso.

Invece quando c’era da andare al cantiere col nonno era festa.

Che a me quella cosa di mettere i mattoni in fila è sempre piaciuta.

Io a 10 anni sapevo già impastare il cemento.

A 13 bevevo già la birra con la gazzosa e a 14 ho tirato su il primo muro tutto da solo.

A 16 il primo contratto vero e a 20 sono entrato in un’impresa edile bella grossa.

Da lavorare c’è sempre.

Magari certi momenti c’è crisi ma tra lo stipendio e i lavoretti alla fine me la cavo sempre.

È un mestiere duro e diventa sempre peggio.

La gente ha fretta ma io non mi faccio fregare.

Il presto è nemico del bene.

I clienti se c’è da aspettare aspettano, che i tempi di consegna tanto sono solo un’opinione.

Al cantiere si cerca di lavorare sicuri.

Ma a volte tutta quella dannata fretta toglie un po’ di prudenza.

Quando ci sono penali da pagare i tempi di consegna diventano un’ opinione decisamente convincente.

Ultimamente cerco di lavorare un po’ meno.

Almeno la domenica cerco di evitare qualche lavoretto.

Mia figlia Giorgia adesso ha 12 anni e voglio stare un pochino di più con lei.

I suoi primi anni di vita me li sono persi.

Sempre in giro per cantieri.

I soldi non bastano mai.

Ma neanche il tempo basta mai.

E io non lo so come ho fatto a buttare via in quel modo stupido tutto quel tempo.

No.

Non il tempo passato a lavorare. Quello ho dovuto.

Parlo del tempo futuro.

Più di 30 anni di esperienza ed è bastato un piede messo male sul ponteggio.

Avevo pure il caschetto ma quando cadi da tre metri non è che te ne fai un granché.

Sono stato proprio un fesso.

Però tutta quella fretta e tutta quella stanchezza.

Provateci voi a stare attenti 12 ore al giorno.

Adesso gli inquirenti indagano, i giornali si indignano e il mio padrone suda freddo.

Ma tanto ormai che indagano a fare.

Io non voglio mica niente.

A me porca miseria servivano solo 10 minuti in più.

Adesso sto qua che aspetto di passare dall'altra parte.

C’è una fila da non credere.

Solo dall'Italia ogni anno arriviamo più di 1.000 come quelli di Garibaldi, ma niente giubbe rosse.

Solo teli bianchi a coprire i nostri corpi freddi.

1.000 persone che la mattina escono per andare a lavoro e poi si ritrovano qui a far la fila per passare dall’altra parte.

E io mai avrei pensato di trovarmi in fila con questi mille.

A me m’hanno messo in camera con un bracciante che non ha visto arrivare il trattore e c’è anche un camionista che ha avuto un colpo di sonno.

Io sto qua e mi dispiace un casino.

Mi sarebbero bastati 10 minuti.

Un minuto per fare gli auguri a tutti i lavoratori.

Oggi è la loro festa e nonostante tutto è la festa anche di noi 1.000.

Un paio di minuti sarebbero stati per nonno.

Volevo dirgli di non sentirsi in colpa.

Io sono stato felice di essere diventato un muratore come mi ha insegnato lui.

Che a me sta cosa di mettere i mattoni in fila è sempre piaciuta.

Un paio di minuti per mia moglie.

Ci sono un sacco di cose che non sono mai riuscito a dirle.

E di certo non sarei riuscito a dirgliele in due minuti.

Ma volevo esser certo che le abbia capite.

Cinque minuti con Giorgia.

L’avrei solo abbracciata.

E le avrei detto di ricordarsi sempre di chiudersi il giubbotto.

Che quella di inverno va in giro col giubbotto aperto e poi s’ammala.

E io da quassù non glielo posso più abbottonare…

venerdì 17 aprile 2026

La voce della mamma

Una pecora brucava tranquilla l'erba del prato. Intorno a lei scherzavano i suoi tre agnellini. Sembravano tre gomitoli di lana bianca.
Saltavano, si rincorrevano, andavano a tuffare il musino rosa nell'acqua del ruscello, che scorreva in mezzo al prato.
Tutto il giorno passò in giuochi. Scese la sera e il pastore venne a riprendere la pecora e gli agnellini.
Subito si accorse che ne mancava uno.
Allora si mise in bocca due dita e fischiò. Ma l'agnello non apparve.
Anche il cane pastore si accorse che mancava un agnellino.
Abbaiò, ma l'agnellino non si fece vivo.
Finalmente la pecora alzò il muso dal prato e vide vicino a sè soltanto due agnellini.
Dalla sua bocca uscì allora un tremulo e disperato: Bèeh, bèeh, bèeh!
Quel belato insegnò all'agnellino la via del ritorno e presto ricomparve sul prato.
Il pastore, quando lo vide, rise contento. Il cane scodinzolò.
I fratellini gli saltarono addosso.
E la pecora, allungando il muso, si dette a leccarlo, che sarebbe come a dire, baciarlo.
La voce della mamma è più forte di ogni richiamo.

Piero Bargellini

giovedì 16 aprile 2026

Il primo giorno di una nuova creazione

All'alba del terzo giorno, gli amici di Cristo, arrivati sul posto, videro la tomba vuota e la pietra rotolata di lato. In vari modi realizzarono la nuova meraviglia; Ma anche allora non si resero conto che il mondo era morto durante la notte. Ciò che videro fu il primo giorno di una nuova creazione, un nuovo Paradiso e una nuova Terra.

E con l'espressione di un giardiniere, Dio camminò di nuovo nel giardino, nella brezza, non nel pomeriggio, ma nelle prime ore del mattino.

L'uomo eterno (1925)

G.K. Chesterton

Riflessioni per ogni giorno dell'anno

Sarà vero che con i soldi si fa tutto... ma io non ci credo.
Sarà vero che una bella moglie fa felice un uomo... ma io non ci credo.
Sarà vero che una casa di lusso rende splendida la vita... ma io non ci credo.
Sarà vero che il benessere è una meta raggiungibile... ma io non ci credo. 
Sarà vero che la scuola rende l'uomo sapiente... ma io non ci credo.
Sarà vero che la droga ti regala il paradiso... ma io non ci credo.
Sarà vero che qualcuno è capace di fare giustizia... ma io non ci credo.

Allora...

Io credo che non di solo pane vive l'uomo, lo credo che l'uomo non ha bisogno di droga e di illusione ma di verità e di amore, 
io credo che senza pace dell'anima anche la più splendida casa può essere una prigione, 
io credo che una donna, se è solo bella e non buona, può essere un veleno «dolce», e nulla più, 
io credo che l'uomo è mio fratello e che deve essere amato ma non «adorato»,
io credo che una scuola e una scienza, senza umiltà, producono solo divisione ed invidia, 
io credo che il vero benessere deve essere prima nell'anima e poi nelle tasche, 
io credo che l'ingiustizia è inevitabile se uno non vede le cose come Dio ci ha insegnato a vederle.

Giovanni Papini


É morendo che si risorge

Signore, 
ti hanno messo nel sepolcro
e hanno rotolato la pietra.

Si sono illusi di averti finito
e invece Tu
stai già respirando
per risorgere.

Signore,
anche per noi 
il sepolcro sia come il grembo
e come il solco della terra.

Quando ci sembra 
di essere troppo stanchi
facci accorgere
che stiamo camminando spediti.

Quando ci sembra 
di non aver concluso niente
facci scoprire
che forse stiamo prendendo tutto.

Quando ci sembra
di aver perduto tutto
facci trovare con le mani piene.

Quando crediamo
di essere col cuore a terra,
fa che ci ritroviamo
a cantare di gioia.

Perché è dando che si riceve.
Perché è morendo che si risorge.

giovedì 9 aprile 2026

Ricchi e poveri

Nel mondo i ricchi hanno ogni vantaggio e sono ai primi posti; nel regno di Gesù Cristo la preminenza appartiene ai poveri, che sono i primogeniti della Chiesa e i suoi veri figli. Nel mondo i poveri sono sottomessi ai ricchi, e non sembrano nati che per servirli; al contrario nella santa Chiesa i ricchi non vi sono ammessi che a condizione di servire i poveri. Nel mondo le grazie e i privilegi sono per i potenti e i ricchi; i poveri non vi hanno parte che a mezzo del loro appoggio, mentre nella volontà di Gesù Cristo, le grazie e le benedizioni sono per i poveri e i ricchi non hanno privilegi che per mezzo di loro.
Giacché i poveri sono gli ultimi nel mondo, sono i primi nella Chiesa.

L'eminente dignità dei poveri nella Chiesa, Roma, Ed. Liturgiche e missionarie, 1943, p. 17

Jacques Bénigne Bossuet (1627 - 1704), scrittore e vescovo francese

La legge universale

La legge universale è di amare il prossimo come noi stessi, ma quest'affermazione sarebbe una burla se non racchiudesse un significato più profondo: dare la precedenza a chi ha meno di noi.

Non è vero che amiamo il prossimo come noi stessi se non abbiamo un'attenzione e una premura tutta particolare per chi è meno felice di noi. L'amore non è autentico se non comincia col cercare la giustizia.

Vi parla l'abbé Pierre, Milano, Ed. Istituto Propaganda Libraria, 1956, p. 25-26

Henri Antoine Grouès


Ciò che ci rende insensibili

Ciò che ci rende insensibili ai mali degli altri è di essere pieni di noi stessi, affascinati dai piaceri, inebriati dal successo di quanto si sperava. Tutto va bene... basta così... sono a mio agio... sono soddisfatto... Si amerà sempre se stessi e non si amerà altro che se stessi fino a quando non si ha avrà amato qualcuno di più che se stessi e questo qualcuno non può essere che Dio. Chi dunque vuol diventare capace di amare sinceramente, deve tenere presente che è necessario un oggetto superiore che ci attiri fuori di noi. Non basta; è necessaria anche una forza interiore che ci spinga fuori di noi, che scuotendo fin dalla radice l'amor proprio, ci strappi quasi a noi stessi. Se riusciremo ad amare Dio più di noi stessi, potremo diventare capaci di amare il prossimo come noi stessi.

Il divino e l’umano nel mondo

Jacques Bénigne Bossuet (1627 - 1704), scrittore e vescovo francese



Amore, lo spazio vitale di cui ha bisogno la società

Anche se, per ipotesi impossibile, una società riuscisse a votare tutte le leggi della giustizia, capaci di rispondere a tutti i diritti umani dei suoi membri e a soddisfare tutti i loro bisogni, si dovrebbe però dichiarare impotente a superare i dislivelli delle povertà morali e spirituali, ai quali la stessa agiatezza economica reca talvolta più pena che sollievo.

Fate dunque ed operate tutta la giustizia possibile; ne avete il sacrosanto dovere; ma non illudetevi: resteranno ancora tante forme di povertà. Che cosa ci vuole dunque? L'amore. Ecco lo spazio vitale di cui ha bisogno la società.

AA. VV., Ordine nuovo, Amare, Verona, Ed. Casa Buoni Fanciulli, 1946, p. 132-134

lunedì 30 marzo 2026

Ai mercanti della morte

Il 8 marzo 2026, l'arcivescovo di Napoli, don Mimmo Battaglia, ha pubblicato un testo rivolto a chi trae profitto dalla produzione e vendita di armi, definendoli "mercanti della morte" e denunciando il cinismo con cui si guadagna sulla sofferenza umana, in particolare dei civili, dei bambini e delle madri coinvolti nei conflitti. 

Ai mercanti della morte,
a voi che fate affari con il sangue degli uomini,
a voi che contate i profitti mentre le madri contano i figli,
a voi che chiamate “strategia” ciò che il Vangelo chiama scandalo,
rivolgo parole che non nascono dalla diplomazia, ma dalla ferita.
 
Vi scrivo da questa terra che trema.
Trema sotto i passi dei poveri,
sotto il pianto dei bambini,
sotto il silenzio degli innocenti,
sotto il rumore feroce delle armi che avete costruito, venduto, benedetto dal vostro cinismo.
 
Vi scrivo mentre il mondo sembra aver imparato di nuovo il linguaggio di Caino.
Quel linguaggio antico e terribile che domanda:
“Sono forse io il custode di mio fratello?”
E invece sì, lo siamo.
Lo siamo tutti.
E voi, più di altri, perché avete scelto non soltanto di voltare lo sguardo, ma di trarre guadagno dalla ferita del fratello.

Ci sono notti, in questo tempo, in cui l’umanità sembra smarrirsi.
Notti lunghe, dove il cielo non consola e la terra restituisce soltanto macerie.
Eppure proprio lì, nel cuore della notte, il Vangelo continua a ostinarsi.
Continua a dire che nessun uomo è nato per essere bersaglio.
Che nessun bambino ha il destino della polvere.
Che nessuna madre deve imparare a riconoscere il figlio da un brandello di stoffa.
Che la pace non è una debolezza da deridere, ma la forma più alta della forza.
 
Voi fate il contrario del pane.
Il pane si spezza per sfamare.
Le armi spezzano i corpi per affamare il futuro.
Il pane mette gli uomini a tavola.
Le armi scavano fosse, svuotano case, allungano tavole senza commensali.
Il pane ha il profumo delle mani.
Le armi hanno l’odore freddo dei bilanci.
 
E ditemi: come fate?
Come riuscite a dormire sapendo che dietro ogni contratto c’è una carne aperta?
Che dietro ogni firma c’è una scuola svuotata, un ospedale abbattuto, un volto cancellato?
Come fate a chiamare “mercato” ciò che, davanti a Dio, ha il nome più semplice e più terribile: peccato?
 
Non vi parlo da giudice.
Non ho tribunali da aprire.
Vi parlo da uomo e da pastore.
Da credente ferito dalla ferocia dei tempi.
Da vescovo che sente nelle viscere il grido di Cristo ancora crocifisso nei popoli umiliati, nelle città devastate, nei corpi senza nome che il mare restituisce e la guerra nasconde.
 
Perché il Crocifisso oggi ha le mani dei civili sepolti sotto le bombe.
Ha gli occhi sbarrati dei bambini che non sanno dare un nome all’orrore.
Ha il volto delle donne che stringono fotografie invece di abbracciare figli.
Ha la sete dei profughi, la paura dei vecchi, il tremore di chi non ha più una casa e nemmeno una lingua per raccontare il dolore.
 
E voi, mercanti della morte, continuate a passare sotto quella croce 
come passarono un giorno i soldati, spartendovi le vesti del condannato.
Solo che oggi non tirate a sorte una tunica:
tirate a sorte interi popoli.
Scommettete sulle frontiere, sui rancori, sulle escalation, sugli equilibri armati.
E intanto chiamate pace la paura, chiamate ordine il dominio, 
chiamate sicurezza la minaccia permanente.
 
Ma non c’è sicurezza dove si semina morte.
Non c’è futuro dove si educano i giovani al sospetto.
Non c’è giustizia se la ricchezza di pochi si fonda sul lutto di molti.
E non ci sarà pace finché la guerra resterà un investimento accettabile.
 
Il Vangelo, invece, non tratta.
Il Vangelo non benedice le industrie della distruzione.
Il Vangelo non si abitua ai morti.
Il Vangelo non sopporta che il dolore diventi statistica e che i massacri si consumino dentro il commento stanco di un notiziario.
 
Il Vangelo mette un bambino al centro.
Sempre.
E quando un bambino è al centro, tutte le vostre ragioni crollano.
Crollano le dottrine militari, le alleanze opportunistiche, le giustificazioni geopolitiche, i linguaggi tecnici con cui nascondete la vergogna.
Perché davanti a un bambino ucciso non esiste più destra o sinistra, oriente o occidente, amico o nemico:
esiste solo l’abisso.
 
Io vi chiedo, allora, non solo di fermarvi.
Vi chiedo di convertirvi.
Sì, convertirvi.
Parola antica, parola scandalosa, parola necessaria.
Convertirsi significa smettere di pensare che tutto abbia un prezzo.
Significa riconoscere che la vita umana è sacra, o non sarà più umana.
Significa uscire dalla logica del profitto per entrare in quella della custodia.
Significa avere il coraggio, finalmente, di perdere denaro per salvare uomini.
 
Abbiate un sussulto.
Uno solo, ma vero.
Lasciate che vi raggiunga il pianto che avete tenuto fuori dalle vostre stanze.
Lasciate entrare il nome dei morti nei vostri consigli di amministrazione.
Lasciate che una madre vi venga a disturbare i conti.
Lasciate che il Vangelo vi rovini la quiete.
 
Perché non c’è pace senza disarmo del cuore,
e non c’è disarmo del cuore finché la mano resta aggrappata al profitto.
La guerra non comincia quando cade la prima bomba.
Comincia molto prima:
quando il fratello diventa un ostacolo,
quando il povero diventa irrilevante,
quando la compassione viene giudicata ingenua,
quando l’economia smette di servire la vita e decide di usarla.
 
Eppure io non vi scrivo per consegnarvi alla disperazione.
Vi scrivo perché persino per voi esiste una strada.
Dio non smette di bussare nemmeno alle porte più blindate.
Anche per voi c’è una possibilità di riscatto.
Anche per voi c’è un Venerdì Santo che può aprirsi alla Pasqua.
Ma dovete scendere.
Scendere dai piedistalli del potere, dai linguaggi che assolvono, dalle stanze dove la morte viene progettata senza odore e senza volto.
Dovete tornare uomini.
Prima che dirigenti, azionisti, strateghi, intermediari: uomini.
Uomini capaci di vergogna, e quindi di verità.
 
Io sogno il giorno in cui le vostre fabbriche cambieranno vocazione.
In cui il ferro non diventerà proiettile ma aratro,
in cui l’ingegno non servirà a perfezionare l’offesa ma a custodire la vita,
in cui i capitali saranno spesi per curare, istruire, ricostruire, accogliere.
Sogno il giorno in cui la parola “profitto” non farà più rima con “funerale”.
 
E so che qualcuno sorriderà, chiamando tutto questo ingenuità.
Ma l’unica vera ingenuità, oggi, è credere che la guerra salvi.
L’unica vera follia è pensare che si possa continuare a incendiare il mondo senza bruciare con esso.
L’unico realismo possibile, ormai, è la pace.
 
Per questo vi affido una domanda che non vi lascerà in pace, spero:
quanto sangue vi basta?
Quanto dolore deve ancora attraversare la storia perché comprendiate che state trafficando non con merci, ma con figli, con madri, con volti, con carne amata da Dio?
 
Fermatevi.
Prima che sia troppo tardi per i popoli.
Prima che sia troppo tardi per voi.
Fermatevi, e ascoltate il Vangelo della pace, che non urla ma insiste, che non schiaccia ma converte, che non umilia ma chiama per nome.
Ascoltate Cristo, disarmato e vero, che continua a dire:
“Beati gli operatori di pace.”
 
Non i calcolatori di guerra.
Non i garanti dell’equilibrio armato.
Non i venditori di paura.
Gli operatori di pace.
Il mondo ha bisogno di mani che rialzino, non di mani che armino.
Ha bisogno di coscienze sveglie, non di profitti ciechi.
Ha bisogno di profeti, non di mercanti.
 
E noi, Chiesa del Vangelo, non taceremo.
Non per ideologia, ma per fedeltà.
Non per ingenuità, ma per obbedienza a Cristo.
Non perché ignoriamo la complessità della storia, ma perché conosciamo il valore infinito di ogni vita.
 
A voi, mercanti della morte, dico dunque l’ultima parola non come condanna, ma come supplica:
restituite il futuro.
Restituite il respiro.
Restituite i figli alle madri, i padri alle case, i sogni alla terra.
Restituitevi alla vostra umanità.
 
La pace vi giudicherà.
Ma, se lo vorrete, la pace potrà ancora salvarvi.
Con dolore, con speranza, con il Vangelo tra le mani.
 

Mons. Mimmo Battaglia, Arcivescovo di Napoli

Perdonaci la guerra, Signore...

Perdonaci la guerra, Signore!

Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi misericordia di noi peccatori!

Signore Gesù, nato sotto le bombe di Kiev, abbi pietà di noi!

Signore Gesù, morto in braccio alla mamma in un bunker di Kharkiv, abbi pietà di noi!

Signore Gesù, mandato ventenne al fronte, abbia pietà di noi!

Signore Gesù, che vedi ancora le mani armate all’ombra della tua croce, abbi pietà di noi!

Perdonaci Signore, se non contenti dei chiodi con i quali trafiggemmo la tua mano, 
continuiamo ad abbeverarci al sangue dei morti dilaniati dalle armi.

Perdonaci, se queste mani che avevi creato per custodire, 
si sono trasformate in strumenti di morte.

Perdonaci, Signore, se continuiamo ad uccidere nostro fratello, 
se continuiamo come Caino a togliere le pietre dal nostro campo per uccidere Abele.

Perdonaci, se continuiamo a giustificare con la nostra fatica la crudeltà, 
se con il nostro dolore legittimiamo l’efferatezza dei nostri gesti.

Perdonaci la guerra, Signore.
Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, ti imploriamo! Ferma la mano di Caino!

Illumina la nostra coscienza,
non sia fatta la nostra volontà,
non abbandonarci al nostro agire! Fermaci, Signore, fermaci!

E quando avrai fermato la mano di Caino, abbi cura anche di lui. È nostro fratello.

O Signore, poni un freno alla violenza! Fermaci, Signore!


Mons. Mimmo Battaglia, Arcivescovo di Napoli


Questa preghiera è stata letta da Papa Francesco all'udienza generale del 16 marzo 2022

giovedì 26 marzo 2026

Decalogo della gentilezza

1. Sorridi nella monotonia del dovere quotidiano, per non rattristare chi ti vive accanto.

2. Taci, quando ti accorgi che qualcuno ha sbagliato, per non ferirlo con l'umiliazione.

3. Elogia il fratello che ha fatto il bene.

4. Rendi un servizio a chi ti è sottoposto.

5. Stringi cordialmente. la mano a chi è nella preoccupazione o nella tristezza.

6. Guarda con affetto chi nasconde un dolore e forse è più nervoso del solito.

7. Riconosci umilmente il tuo torto e chiedi perdono se hai offeso qualcuno.

8. Saluta affabilmente gli umili, quelli che si sentono abbandonati o messi da parte.

9. Parla con dolcezza agli impazienti e agli importuni.

10. Fa' tutto in modo che Dio, nel tuo fratello, sia sempre contento di te.

Dal «Cavaliere dell'Immacolata»

giovedì 19 marzo 2026

Tanti nenti ammazzaru u sceccu


Tanti nenti ammazzaru u sceccu... Molte inezie uccisero l'asino

Il proverbio nasce da questo aneddoto.

Un giorno un contadino si recò in montagna con il suo asinello per raccogliere legna. Dopo averne raccolta e affardellata un bel po' la caricò sulla groppa dell'asinello che già traballava sotto quel peso e iniziò a fare ritorno a valle verso casa. Strada facendo trovava qua e là rami e tronchi che continuava a caricare sul povero asino. Chistu è nenti diceva tra sè e sè, quantu po' pisari? Nenti!... Questo è niente, quanto può pesare? Niente!

E cosi ramo dopo ramo, tronco dopo tronco, che a sua giudizio non pesavano niente, il povero somaro collassò, cadde per terra e morì.

"That's the last straw" - dicono gli inglesi - "...è l'ultimo stelo di paglia che spezza la schiena del cammello", oppure: "La goccia che fa traboccare il vaso": massime che mettono in rilievo lo stesso concetto: non sottovalutare i piccoli problemi ed affrontarli prima che diventino insostenibili. Questo perchè una serie di problemi o preoccupazioni apparentemente insignificanti, accumulandosi nel tempo, possono avere conseguenze disastrose.

In positivo, invece, possiamo dire che il cambiamento spesso nasce da un lungo processo di accumulo, piuttosto che da un singolo evento isolato. 



lunedì 16 marzo 2026

Aforismi Quaresima

Non dimenticare mai che ci sono solo due filosofie che possono governare la tua vita: quella della croce, che inizia con il digiuno e termina con la festa; e quella di Satana, che inizia con la festa e termina con il mal di testa. (Card. Fulton John Sheen)


Cristo, l'uomo nuovo

In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo.

Adamo, infatti, il primo uomo, era figura di quello futuro (1) (Rm 5,14) e cioè di Cristo Signore.

Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l'uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione.

Nessuna meraviglia, quindi, che tutte le verità su esposte in lui trovino la loro sorgente e tocchino il loro vertice. Egli è «l'immagine dell'invisibile Iddio» (Col 1,15) (2) è l'uomo perfetto che ha restituito ai figli di Adamo la somiglianza con Dio, resa deforme già subito agli inizi a causa del peccato.

Poiché in lui la natura umana è stata assunta, senza per questo venire annientata (3) per ciò stesso essa è stata anche in noi innalzata a una dignità sublime.

Con l'incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo.

Ha lavorato con mani d'uomo, ha pensato con intelligenza d'uomo, ha agito con volontà d'uomo (4) ha amato con cuore d'uomo. Nascendo da Maria vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché il peccato (5). Agnello innocente, col suo sangue sparso liberamente ci ha meritato la vita; in lui Dio ci ha riconciliati con se stesso e tra noi (6) e ci ha strappati dalla schiavitù del diavolo e del peccato; così che ognuno di noi può dire con l'Apostolo: il Figlio di Dio «mi ha amato e ha sacrificato se stesso per me» (Gal 2,20). Soffrendo per noi non ci ha dato semplicemente l'esempio perché seguiamo le sue orme (7) ma ci ha anche aperta la strada: se la seguiamo, la vita e la morte vengono santificate e acquistano nuovo significato.

Concilio Vaticano II, Lumen Gentium, 22


(1) Cf. Rm 5,14. Cf. TERTULLIANO, De carnis resurr., 6: "Tutto quello che il fango significava, si riferiva a Cristo, l’uomo futuro": PL 2, 802 (848); CSEL 47, p. 33, l. 12-13
(2) Cf. 2 Cor 4,4
(3) Cf. CONCILIO DI COSTANTINOP. II, can. 7: "Né il Verbo Dio passato nella natura della carne, né la carne si trasformata nella natura del Verbo": Dz 219 (428) [Collantes 4.026]. - Cf. anche CONC. DI COSTANTINOP. III: "Come la santissima, immacolata, animata sua carne deificata non fu distrutta ( theótheisa ouk anèrethè), ma rimase nel suo proprio stato e modo d’essere": Dz 291 (556) [Collantes 4.071]. - Cf. CONC. DI CALCED.: "Dev’essere riconosciuto inconfusamente, immutabilmente, senza divisione, inseparabilmente in due nature": Dz 148 (302) [Collantes 4.012]
(4) Cf. CONC. DI COSTANTINOP. III: "Così non stata distrutta la sua volontà umana": Dz 291 (556) [Collantes 4.071]
(5) Cf. Eb 4,15
(6) Cf. 2 Cor 5,18-19; Col 1,20-22
(7) Cf. 1 Pt 2,21; Mt 16,24; Lc 14,27

Oggi sulla terra c'è grande silenzio, grande silenzio e solitudine

La discesa agli inferi del Signore

Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c'è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi.

Certo egli va a cercare il primo padre, come la pecorella smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell'ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva che si trovano in prigione.

Il Signore entrò da loro portando le armi vittoriose della croce. Appena Adamo, il progenitore, lo vide, percuotendosi il petto per la meraviglia, gridò a tutti e disse: «Sia con tutti il mio Signore». E Cristo rispondendo disse ad Adamo: «E con il tuo spirito». E, presolo per mano, lo scosse, dicendo: «Svegliati, tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà.

Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio; che per te e per questi, che da te hanno avuto origine, ora parlo e nella mia potenza ordino a coloro che erano in carcere: Uscite! A coloro che erano nelle tenebre: Siate illuminati! A coloro che erano morti: Risorgete! A te comando: Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell'inferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti. Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui! Tu in me e io in te siamo infatti un'unica e indivisa natura.

Per te io, tuo Dio, mi sono fatto tuo figlio. Per te io, il Signore, ho rivestito la tua natura di servo. Per te, io che sto al di sopra dei cieli, sono venuto sulla terra e al di sotto della terra. Per te uomo ho condiviso la debolezza umana, ma poi son diventato libero tra i morti. Per te, che sei uscito dal giardino del paradiso terrestre, sono stato tradito in un giardino e dato in mano ai Giudei, e in un giardino sono stato messo in croce. Guarda sulla mia faccia gli sputi che io ricevetti per te, per poterti restituire a quel primo soffio vitale. Guarda sulle mie guance gli schiaffi, sopportati per rifare a mia immagine la tua bellezza perduta.

Guarda sul mio dorso la flagellazione subita per liberare le tue spalle dal peso dei tuoi peccati. Guarda le mie mani inchiodate al legno per te, che un tempo avevi malamente allungato la tua mano all'albero. Morii sulla croce e la lancia penetrò nel mio costato, per te che ti addormentasti nel paradiso e facesti uscire Eva dal tuo fianco. Il mio costato sanò il dolore del tuo fianco. Il mio sonno ti libererà dal sonno dell'inferno. La mia lancia trattenne la lancia che si era rivolta contro di te.

Sorgi, allontaniamoci di qui. Il nemico ti fece uscire dalla terra del paradiso. Io invece non ti rimetto più in quel giardino, ma ti colloco sul trono celeste. Ti fu proibito di toccare la pianta simbolica della vita, ma io, che sono la vita, ti comunico quello che sono. Ho posto dei cherubini che come servi ti custodissero. Ora faccio sì che i cherubini ti adorino quasi come Dio, anche se non sei Dio.

Il trono celeste è pronto, pronti e agli ordini sono i portatori, la sala è allestita, la mensa apparecchiata, l'eterna dimora è addobbata, i forzieri aperti. In altre parole, è preparato per te dai secoli eterni il Regno dei Cieli».

Da un'antica Omelia sul Sabato santo (PG 43, 439. 451. 462-463)

domenica 15 marzo 2026

Credere nel Risorto

Credere nel Risorto è rifiutarsi di accettare che la nostra vita sia solo una piccola parentesi fra due immensi vuoti. Appoggiandoci su Gesù risuscitato da Dio, intuiamo, desideriamo e crediamo che Dio sta conducendo verso la sua vera pienezza l’anelito di vita, di giustizia e di pace racchiuso nel cuore dell’umanità e della creazione intera.

Credere nel Risorto è ribellarci con tutte le nostre forze a che l’immensa maggioranza di uomini, di donne e di bambini che in questa vita hanno conosciuto solo miseria, umiliazione e sofferenza, restino dimenticati per sempre.

Credere nel Risorto è confidare in una vita in cui non ci sarà più povertà né dolore, nessuno sarà triste, nessuno dovrà piangere. Alla fine potremo vedere quelli che vengono sui barconi arrivare alla loro vera patria.

Credere nel Risorto è accostarci con speranza a tante persone senza salute, malati cronici, disabili fisici e psichici, persone infossate nella depressione, stanche di vivere e di lottare. Un giorno conosceranno cosa è vivere in pace e in piena salute. Ascolteranno le parole del Padre: «Entra per sempre nella gioia del tuo Signore».

Credere nel Risorto è non rassegnarci a che Dio continui ad essere per sempre un «Dio nascosto», di cui non possiamo conoscere lo sguardo, la tenerezza e gli abbracci. Troveremo Colui che si è incarnato gloriosamente in Gesù.

Credere nel Risorto è confidare che i nostri sforzi per un mondo più umano e più felice non si perderanno nel vuoto. Un felice giorno, gli ultimi saranno i primi e le prostitute ci precederanno nel Regno.

Credere nel Risorto è sapere che tutto quello che qui è rimasto a metà, quel che non ha potuto essere, quello che abbiamo sciupato perché siamo maldestri o con il nostro peccato, tutto arriverà in Dio alla sua pienezza. Niente si perderà di quello che abbiamo vissuto con amore o di quello a cui abbiamo rinunciato per amore.

Credere nel Risorto è sperare che le ore di gioia e le esperienze amare, le «impronte» che abbiamo lasciato nelle persone e nelle cose, quel che abbiamo costruito o di cui abbiamo fruito generosamente, sarà trasfigurato. Non conosceremo più l’amicizia e la festa che finisce né il commiato che intristisce. Dio sarà tutto in tutti.

Credere nel Risorto è credere che un giorno ascolteremo queste incredibili parole che il libro dell’Apocalisse mette in bocca a Dio: «Io sono il Principio e la Fine. A colui che ha sete io darò gratuitamente da bere alla fonte dell’acqua della vita». Non ci sarà più morte, non ci sarà più lamento, non ci saranno pianti né affanni, perché tutto questo sarà passato.

José Antonio Pagola, presbitero e teologo spagnolo

lunedì 9 marzo 2026

Povero è nato, povero visse, povero morì

 Non temiamo, fratelli poveri, ascoltiamo il Povero che raccomanda ai poveri la povertà. Crediamo alla sua esperienza. Povero è nato, povero visse, povero morì. Ha voluto morire, non volle arricchire. Crediamo perciò alla Verità che ci indica la strada che conduce alla vita. Via stretta, ma breve; e la beatitudine sarà eterna. Via stretta, ma che mena alla vita, al largo, e ci farà camminare per vaste distese.

Eppure è un cammino scosceso, perché si eleva e così camminiamo verso il cielo. Di qui la necessità di alleggerirci, di non essere pesanti nel nostro andare. Che cosa vogliamo? Cerchiamo davvero la felicità? La Verità ci mostra la vera beatitudine. Vogliamo poi la ricchezza? Il Re distribuisce i regni e fa i re. Gli uomini si sono lasciati prendere alla rete di questa peste disastrosa che è la vana ricerca: quello che è insufficiente costa poco sforzo; ci si sfinisce per il superfluo.

Cinque paia di buoi, ecco il pretesto che li priva delle nozze e del cielo, le nozze che fanno passare dalla povertà all’abbondanza, dall’ultimo posto al primo, dall’abiezione alla dignità, dalla fatica al riposo. Eliseo ha sacrificato i buoi per seguire più facilmente Elia e noi facciamo lo stesso e seguiamo Cristo!

Isacco della Stella (1100 – 1169), monaco cristiano, teologo e filosofo inglese, venerato come beato dalla Chiesa cattolica

Magnificat! Il testamento spirituale del Card. Eduardo Pironio

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen! Magnificat!

Fui battezzato nel nome della Trinità Santissima; credetti fermamente in Essa, per la misericordia di Dio; ne gustai l’amorosa presenza nella piccolezza della mia anima (mi sono sentito abitato dalla Trinità). Ora entro «nella gioia del mio Signore», nella contemplazione diretta, «faccia a faccia», della Trinità. Finora «ho pellegrinato da lontano verso il Signore», adesso «lo vedo quale Egli è». Sono felice. Magnificat!

«Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo, e vado al Padre». Grazie, Signore e Dio mio, Padre delle misericordie, perché mi chiami e mi attendi. Perché mi abbracci nella gioia del tuo perdono.

Non piangete per la mia dipartita! «Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado dal Padre». Vi chiedo solo di continuare ad accompagnarmi con il vostro affetto e con la vostra supplica e di pregare molto per la mia anima.

Magnificat! Mi affido al cuore di Maria, mia buona Madre, la Vergine Fedele, affinché mi aiuti a rendere grazie al Padre e a chiedere perdono per i miei innumerevoli peccati.

Magnificat! Ti rendo grazie, Padre, per il dono della vita. Quanto è bello vivere! Tu ci ha fatti, Signore, per la Vita. La amo, la offro, la attendo, Tu sei la Vita, come sei sempre stato la mia Verità e la mia Via.

Magnificat! Ringrazio il Padre per il dono inestimabile del mio Battesimo che mi ha reso figlio di Dio e tempio vivo della Trinità. Mi spiace di non aver realizzato bene la mia vocazione battesimale alla santità.

Magnificat! Ringrazio il Signore per il mio sacerdozio. Mi sono sentito straordinariamente felice di essere sacerdote e vorrei trasmettere questa gioia profonda ai giovani di oggi, quale mio migliore testamento ed eredità.

Il Signore è stato buono con me. Che le anime che hanno ricevuto la presenza di Gesù mediante il mio ministero sacerdotale preghino per il mio eterno riposo! Chiedo perdono, con tutta la mia anima, per il bene che ho tralasciato di fare come sacerdote. Sono pienamente consapevole che vi sono stati molti peccati di omissione nel mio sacerdozio, per non essere stato generosamente quello che avrei dovuto essere di fronte al Signore. Forse ora, morendo, inizierò a essere veramente utile: «se il chicco di grano caduto in terra… muore, produce molto frutto». La mia vita sacerdotale è stata sempre caratterizzata da tre amori e presenze: il Padre, Maria Santissima e la Croce.

Magnificat! Rendo grazie a Dio per il mio ministero di servizio nell’Episcopato. Quanto è stato buono Dio con me! Ho voluto essere «padre, fratello e amico» dei sacerdoti, dei religiosi e religiose, di tutto il Popolo di Dio. Ho voluto essere una semplice presenza di «Cristo, Speranza della Gloria». Ho voluto esserlo sempre, nei diversi servizi che Dio mi ha chiesto come Vescovo: Ausiliare di La Plata, Amministratore Apostolico di Avellaneda, Segretario Generale e Presidente del CELAM, Vescovo di Mar del Plata e poi, per disposizione di Papa Paolo VI, Prefetto della Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari e infine, per benigna disposizione di Papa Giovanni Paolo II, Presidente del Pontificio Consiglio per i Laici. Mi spiace di non essere stato più utile come Vescovo, di aver deluso la speranza di molti e la fiducia dei miei amatissimi Padri, i Papi Paolo VI e Giovanni Paolo II. Accetto però con gioia la mia povertà. Voglio morire con un’anima interamente povera.

Desidero esprimere il mio ringraziamento al Santo Padre, Giovanni Paolo II, per avermi affidato, nell’aprile del 1984, l’animazione dei fedeli laici. Da essi dipende, in modo immediato, l’edificazione della «civiltà dell’amore». Li amo enormemente, li abbraccio e li benedico; e ringrazio il Papa per la sua fiducia e per il suo affetto.

Magnificat! Rendo grazie a Dio che, attraverso il Santo Padre Paolo VI, mi ha chiamato a servire la Chiesa Universale nel privilegiato campo della vita consacrata. Come amo i Religiosi, le Religiose e tutti i laici consacrati nel mondo! Come invoco Maria Santissima per loro! Come offro oggi con gioia la mia vita perché siano fedeli! Sono Cardinale della Santa Chiesa. Rendo grazie all’amato Santo Padre Paolo VI per questa immeritata nomina. Rendo grazie al Signore per avermi fatto comprendere che il Cardinalato è una vocazione al martirio, una chiamata al servizio pastorale e una forma più profonda di paternità spirituale. Mi sento così felice di essere martire, di essere Pastore, di essere Padre.

Magnificat! Ringrazio il Signore per il privilegio della croce. Mi sento felicissimo di aver molto sofferto. Solo mi dispiace di non aver sofferto bene e di non aver assaporato sempre in silenzio la mia croce. Desidero che, almeno ora, la mia croce inizi ad essere luminosa e feconda. Che nessuno si senta colpevole di avermi fatto soffrire, perché è stato strumento provvidenziale di un Padre che mi ha amato molto. Sì, chiedo perdono, con tutta la mia anima, perché ho fatto soffrire tante persone!

Magnificat! Ringrazio il Signore perché mi ha fatto comprendere il Mistero di Maria nel Mistero di Gesù e perché la Vergine è stata tanto presente nella mia vita personale e nel mio ministero. A Lei devo tutto. Confesso che la fecondità della mia parola la devo a Lei. Le mie grandi date – di croce e di gioia – sono sempre state date mariane.

Magnificat! Ringrazio il Signore perché il mio ministero si è svolto quasi sempre, in modo privilegiato, al servizio dei sacerdoti e dei seminaristi, dei religiosi e delle religiose, e ultimamente dei fedeli laici. Ai sacerdoti ai quali, nel mio lungo ministero, ho potuto fare un po’ di bene chiedo la carità di una Messa per la mia anima.

Li ringrazio tutti per il dono della loro amicizia sacerdotale. Auguro ai seminaristi – a tutti coloro che Dio ha posto un giorno lungo il mio cammino – un sacerdozio santo e fecondo: che siano anime di preghiera, assaporino la croce, che amino il Padre e Maria! Chiedo agli amatissimi religiosi e religiose, «mia gloria e mia corona», di vivere con profonda gioia la loro consacrazione e la loro missione. Lo stesso dico ai carissimi laici consacrati nella provvidenziale chiamata degli Istituti Secolari. A tutti chiedo di perdonare i miei cattivi esempi e i miei peccati di omissione.

Magnificat! Rendo grazie a Dio per aver potuto consumare le mie povere forze e talenti nella dedizione ai carissimi laici, l’amicizia e la testimonianza dei quali mi hanno arricchito spiritualmente. Ho amato molto l’Azione Cattolica.

Se non ho fatto di più è perché non l’ho saputo fare. Dio mi ha concesso di lavorare con i laici a partire dalla semplicità contadina di Mercedes (Argentina) fino al Pontificio Consiglio per i Laici. Magnificat!

Chiedo perdono a Dio per i miei innumerevoli peccati, alla Chiesa per non averla servita più generosamente, alle anime per non averle amate in modo più eroico e concreto. Se ho offeso qualcuno, gli chiedo perdono: desidero morire con la coscienza tranquilla. E se qualcuno crede di avermi offeso, voglio che provi la gioia del mio perdono e del mio abbraccio fraterno.

Ringrazio tutti per l’amicizia e la fiducia. Ringrazio i miei amati genitori – che ora incontrerò in cielo – per la fede che mi hanno trasmesso. Ringrazio tutti i miei fratelli per la loro compagnia spirituale e per il loro affetto, soprattutto mia sorella Zulema.

Amo con tutta la mia anima Papa Giovanni Paolo II, gli rinnovo la mia completa disponibilità, gli chiedo perdono per tutto ciò che non ho saputo fare come Prefetto della Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari e come Presidente del Pontificio Consiglio per i Laici. Dio è testimone della mia totale dedizione e buona volontà.

Lo ringrazio per la delicatezza e la bontà di avermi voluto nominare Cardinale Vescovo della Diocesi Suburbicaria di Sabina-Poggio Mirteto. Rinnovo alle amate Serve di Cristo Sacerdote, che mi hanno accompagnato per tanti anni, tutta la mia gratitudine, il mio affetto paterno e la mia profonda venerazione per la loro vocazione specifica, tanto provvidenziale nella Chiesa.

Le amo molto, prego per esse e le benedico in Cristo e in Maria Santissima.

Ringrazio il mio caro e fedele Segretario, il R.P. Fernando Vérgez, Legionario di Cristo, per il suo affetto e la sua fedeltà, per la sua compagnia così vicina ed efficiente, per la sua collaborazione, la sua pazienza e la sua bontà.

Chiedo di far celebrare Messe per me e di pregare per la mia anima e per quelle delle tante persone di cui nessuno si ricorda. In modo particolare desidero che si preghi per la santificazione dei sacerdoti, dei religiosi, delle religiose e di tutte le anime consacrate.

Desidero morire tranquillo e sereno: perdonato dalla misericordia del Padre, dalla bontà materna della Chiesa, dall’affetto e dalla comprensione dei miei fratelli. Non ho nemici, grazie a Dio; non provo rancore né invidia per nessuno. Chiedo a tutti di perdonarmi e di pregare per me.

A quando ci riuniremo nella Casa del Padre! Tutti abbraccio di vero cuore per l’ultima volta nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo! Tutti depongo nel cuore di Maria, la Vergine povera, contemplativa e fedele. Ave Maria! A Lei chiedo: «Mostraci dopo questo esilio Gesù, il frutto benedetto del tuo seno».

Roma, 11 febbraio 1996

Beato Card. Eduardo F. Pironio (1920 – 1998), cardinale e arcivescovo cattolico argentino