sabato 16 maggio 2026

Gli albori della mia conversione

Dio fece molto bella quella domenica. Splendeva un bel sole; mi stupì l'atmosfera chiara e quieta del centro con le vie deserte... Arrivai per la Messa delle undici nella piccola chiesa di mattoni del Corpus Christi. Come sembrava risplendere il piccolo edificio! La gente entrava per la porta spalancata nella fresca penombra e a un tratto mi ritornarono al pensiero tutte le chiese dell'Italia e della Francia. Ritrovai all'improvviso l'atmosfera ricca e piena del Cattolicesimo.

Trovai un posto che mi pareva abbastanza in ombra e mi inginocchiai. Mentre mi mettevo in ginocchio, la prima cosa che notai fu una ragazza molto graziosa, forse di quindici o sedici anni, che, in ginocchio, ma bene diritta, pregava con molto fervore. Mi impressionò vedere che una persona giovane e bella potesse con tanta semplicità andare in chiesa per la vera, seria e principale ragione di pregare. Era evidente che stava in ginocchio proprio per questo, non per farsi vedere, e pregava con un raccoglimento che, se non aveva la profondità di quello dei santi, era però abbastanza serio da dimostrare che non stava pensando affatto a chi le stava intorno.

Che rivelazione fu per me scoprire tante persone comuni riunite nello stesso luogo e consce, più che della presenza reciproca, della presenza di Dio. Persone che non erano venute a far pompa di cappelli e abiti, ma a pregare o almeno ad adempiere un dovere non umano, ma religioso. Perché anche quelli che potevano essere venuti per il semplice motivo che vi erano obbligati si mostravano almeno liberi da quel disagio e da quell'imbarazzo che non mancano mai in una chiesa protestante dove tutti rimangono persone singole, e non tralasciano mai di sorvegliarsi a vicenda con un occhio, quando non con tutti e due (...).

Alla fine, dopo una rapida genuflessione, mi affrettai ad uscire di chiesa. (...)

Presi a passeggiare sotto il sole di Broadway e ai miei occhi apparve un mondo nuovo. Non riuscivo a capire che cosa fosse avvenuto che mi rendesse tanto felice, e perché mi sentissi tanto in pace e soddisfatto della vita: non ero ancora abituato al sapore limpido di una grazia attuale.

 Da "La Montagna dalle sette balze"

Thomas Merton (1915 - 1968), monaco cistercense, poeta e scrittore statunitense 


Non è possibile narrare le avventure interiori di tutti coloro che ebbero il primo stimolo - richiamo dalla parola di Gesù, attraverso il vangelo: S. Francesco d'Assisi, i santi fondatori e tutti coloro che finalmente accolsero il Dio silenziosamente operante in loro. Chi seppe emergere da una vita comune, limitata al sensibile o al momentaneo, è perché ha accolto prima il germe della parola divina e l'ha fatta crescere in sè. Caratteristico il rapporto iniziale di Ignazio di Loyola con Francesco Saverio, suo professore alla Sorbona di Parigi. Ignazio non lasciava occasione per ripetergli quella parola del Maestro divino: "Che giova, all'uomo guadagnare anche tutto il mondo se poi perde l'anima?". Francesco Saverio divenne un altro San Paolo.



"Maledetto denaro che sei diventato la misura del mondo..."

È attraverso il denaro che il demonio è entrato nel mondo con le sue schiere. È per il denaro che l’uomo ha reso schiavo l’altro uomo. Che l’uomo è diventato avaro. Che l’uomo è diventato schiavo di ciò che ha e di ciò che vuole avere. È per il denaro che l’uomo ha cominciato ad uccidere. Che l’uomo continua ad uccidere. Maledetto denaro che sei diventato la misura del mondo. L’unità di misura dell’uomo e del suo lavoro e del prodotto della sua mente.

commento alla "Regola non bollata" di San Francesco d’Assisi (1182 c. – 1226) ]

in A. Paoli – G. De Gennaro, Il dio denaro, Cooperativa editoriale l’altrapagina, Città di Castello, 2007, pag. 52 

Preghiera di Santa Bernadette Soubirous

Gesù, datemi, ve ne prego: 

il pane dell’umiltà, 

il pane dell’obbedienza, 

il pane della carità, 

il pane della forza per spezzare la mia volontà e fonderla con la vostra, 

il pane della mortificazione interiore, 

il pane del distacco dalle creature, 

il pane della pazienza per sopportare le pene che il mio cuore soffre, 

il pane della forza per soffrire bene, 

il pane per non vedere che voi solo in tutto e sempre, 

Gesù, Maria, Giuseppe, la Croce e i Santi, io non voglia altri amici che questi. 

O Gesù, voi mi volete crocifissa: Fiat!


Santa Bernadette Soubirous (1844 - 1879), veggente di Lourdes, religiosa francese 

Grazie! Il testamento spirituale di Santa Bernadette Soubirous

Per l’indigenza di mamma e di papà, per la rovina del mulino,  
per il vino della stanchezza, per le pecore rognose: grazie, mio Dio! 

Bocca di troppo da sfamare che ero;  
per i bambini accuditi, per le pecore custodite, grazie! 

Grazie, o mio Dio, per il Procuratore, per il Commissario,  
per i Gendarmi, per le dure parole di Don Peyremale,  
per i giorni in cui siete venuta, Vergine Maria,  
per quelli in cui non siete venuta,  
non vi saprò rendere grazie altro che in Paradiso. 

Ma per lo schiaffo  ricevuto, per le beffe, per gli oltraggi,  
per coloro che mi hanno presa per pazza,  
per coloro che mi hanno presa per bugiarda,  
per coloro che mi hanno presa per interessata, grazie Madonna! 

Per l’ortografia che non ho mai saputa,  
per la memoria che non ho mai avuta,  
per la mia ignoranza e la mia stupidità, grazie! 

Grazie, grazie, perché se ci fosse stata sulla terra  
una bambina più stupida di me, avreste scelta quella! 

Per mia madre morta lontano,  
per la pena che ebbi quando mio padre,  
invece di tendere le braccia alla sua piccola Bernadette,  
mi chiamò Suor Marie Bernarde: grazie, Gesù! 

Grazie per aver abbeverato di amarezza  
questo cuore troppo tenero che mi avete dato. 

Per Madre Giuseppina che mi ha proclamata “Buona a nulla”. grazie! 
Per i sarcasmi della Madre Maestra, la sua voce dura, 
le sue ingiustizie, le sue ironie, e per il pane dell’umiliazione,  grazie! 

Grazie per essere stata quella cui Madre Teresa  
poteva dire: “Non me ne combini mai abbastanza”.  
Grazie per essere stata quella privilegiata dai rimproveri,  
di cui le mie Sorelle dicevano: “Che fortuna non essere Bernadette!”  

Grazie di essere stata Bernadette,  
minacciata di prigione perché vi avevo vista, Vergine Santa!  
Guardata dalla gente come bestia rara;  
quella Bernadette così meschina, che a vederla si diceva: “Non è che questa?”  

Per questo corpo miserando che mi avete dato,  
per questa malattia di fuoco e di fumo,             
per le mie carni in putrefazione, per le mie ossa cariate,  
per i miei sudori, per la mia febbre,  
per i miei dolori sordi e acuti, grazie, mio Dio!  

Per quest’anima che mi avete data,  
per il deserto dell’aridità interiore,  
per la vostra notte e per i vostri baleni,  
per i vostri silenzi e i vostri fulmini;   
per tutto, per Voi assente e presente, grazie, grazie, o Gesù! 


“Non avrei mai creduto di soffrire tanto per morire, Santa Maria Madre di Dio, santa Maria madre di Dio prega per me peccatrice!” queste sono state le ultime parole di Santa Bernadette Soubirous (1844-1879). Vent’anni prima la Vergine  Santa durante un'apparizioni le disse: “Non vi prometto di farvi felice in questa vita, ma nell’altra!”.  

Bernadette morì il 16 aprile 1879 ad appena 35 anni. Redigendo la sua biografia, la scrittrice cattolica Marcelle Auclair, sulla base di testimonianze e scritti, ha tradotto e messo in ordine questo testo noto come il suo testamento Spirituale. 

giovedì 7 maggio 2026

Essere preti secondo Don Mazzolari

Il vero prete muore per gli altri, accetta tutto, meno il male. Il dolore non è un male. Dobbiamo avere la disponibilità a "rimanere". Cristo si è lasciato inchiodare per non fuggire, per non staccarsi dalle sorti del mondo! Nessuno può scacciarlo o strapparlo dal mondo: nemmeno la persecuzione. 

Se durante le nostre giornate non troviamo il modo di levare al cielo gli occhi ed il cuore, non possiamo vivere la vita sacerdotale! ...La nostra forza viene dal cielo: è giusto, quindi, volgersi spesso al cielo, per respirare un po' aria di cielo...

Solo una cosa deve esserci estranea: il male. 

Quando vado con i preti torno sempre meno prete. 

La gioia del sacerdozio è la gioia di una giovinezza che si rinnova ogni giorno.

Tutte le volte che tratteniamo il dono divino, siamo dei ladri e dei profanatori. 

La santità sacerdotale è in funzione degli altri. 

In questo tempo in cui gli uomini si sostituiscono a Dio, quale gioia il poter dire: io sono sacerdote dell'unico vero Dio! 

Prima di portare al popolo il messaggio di Cristo, dobbiamo portare a Cristo i desideri, i bisogni del popolo. Sentire nelle nostre anime il sospiro, le sofferenze, i desideri, e anche le rivolte del nostro popolo. Pur "non essendo del mondo, siamo nel mondo"! 

É uno dei più gravi torti del prete, quello di chiudere gli occhi e il cuore. In un libro di un polacco ho letto che, un giorno, un prete chiedeva a un contadino se conoscesse il Vangelo; e quello, per risposta, disse: "E tu conosci il dolore?". La possibilità di far conoscere il Vangelo è in rapporto alla capacità di conoscere il dolore ... Una delle cose che tornano meno a nostro onore è l'assenza del sacerdote in certi momenti e in certi luoghi in cui solo chi è presente è in diritto di dire parola. Il prete deve essere il presente, il sensibile! Chi ama ha gli occhi aperti! Occorre tenere gli occhi aperti sulla vita e sulle difficoltà della propria gente, sulla maniera di pensare della propria gente ... "Rimanere": è una disposizione a cui il sacerdote non può rifiutarsi; rimanere nella vita, nella realtà del mondo. 

Guai se il prete si dimentica di essere uomo! 

A volte, per colpa nostra, molte anime non vedono il Padre! 

Se il gregge è buono, oh! il merito è del sacerdote! ...Se va male ...ah! la colpa è dei lupi! 

Ci vuole calore, ci vuole anima nel predicare! Il popolo ha bisogno di sapere che il sacerdote vive la verità che predica! 

Perché sono così numerosi i sacerdoti belli? ...O forse i begli uomini trovano che il sacerdozio è un rifugio dalle conseguenze del loro aspetto? ...Ho imparato da un pezzo a non badare alle ragazze malate d'amore. Ogni prete sotto i cinquanta diviene il bersaglio di qualcuna di loro, e un prete sotto i trentacinque è di solito il bersaglio di tutte ...

Chi capisce il Vangelo trova la risposta a tutte le difficoltà. Il metodo per fare il buon prete è di seguire il Vangelo. 

In noi nascerà un sentimento di gioia per la sicurezza di mettere la nostra vita nelle mani di Colui che non la perde. Non si perde niente! È così poco soddisfacente il mondo! ...Sappiamo comprendere la bellezza della vita sacerdotale! Dio ci ripagherà in misura sovrabbondante: non vuole gente insoddisfatta! Non c'è gioia maggiore di quella di dare!

Ricordiamoci che nel mondo l'assente ha sempre torto e non ha influenza. Ai nostri tempi, la cosa più avvertita è l'assenza del sacerdote. Le nostre chiese non devono divenire una muraglia tra le attività sacerdotali e il mondo. 

La gente difficilmente conosce il prete, se non per alcuni aspetti secondari, che nascono dalla sua immagine umana, mescolati ai dati della fede, spesso deformati da altre immagini.

Noi siamo, secondo una bella frase francese: "des faiseurs d'éternité!": facitori di vita, facitori di eternità! 

Che contrasto, quando la nostra vita spegne la vita delle anime! Preti che sono soffocatori di vita! Invece di accendere l'eternità, spegniamo la vita... 

Primo Mazzolari


Domande che portano al cuore

Invece di cercare soddisfazioni superficiali e di recitare una parte davanti agli altri, la cosa migliore è lasciar emergere domande che contano: chi sono veramente, che cosa cerco, che senso voglio che abbiano la mia vita, le mie scelte o le mie azioni, perché e per quale scopo sono in questo mondo, come valuterò la mia esistenza quando arriverà alla fine, che significato vorrei che avesse tutto ciò che vivo, chi voglio essere davanti agli altri, chi sono davanti a Dio. Queste domande mi portano al mio cuore.

Dilexit nos, 8

Papa Francesco



Aforismi Prete

I sacerdoti sono i ministri della pazienza di Cristo. (Bruce Marshall) 

Perché tanti attacchi violenti al sacerdote? Perché egli è il cuore della Chiesa. Ucciso il pastore, si disperdono le pecore. (Ernest Hello) 

Il sacerdote dev'essere un Uomo di Dio, un Uomo degli Uomini, un Uomo della Chiesa. (Gaston Courtois)

Il più gran dono che Dio possa fare a una famiglia è un figlio sacerdote. (San Giovanni Bosco)

Quando un giovane si fa sacerdote, Gesù prende il suo posto nella famiglia. (San Giovanni Bosco)

Lasciate per vent'anni una parrocchia senza prete, e vi si adoreranno le bestie. (San Jean-Baptiste Vianney)

Non ci sono miserie umane che non possiamo nascondere nel cuore di un sacerdote. (J. Aizin)

I sacerdoti devono essere disposti a tutto: a soffrire, a operare, a incarnarsi.

Un prete irrequieto non è per niente attraente. (Roland Breitenbach)

Sacerdote: un uomo che assume la cura della nostra vita spirituale per migliorare le condizioni della sua vita temporale. (Ambrose Bierce)

Ho orrore dei sacerdoti e dei prelati che parlano una lingua impenetrabile, ma sono sicuri di sé e, giovani o vecchi, resistono. (Eugene Ionesco)

Il compito dei sacerdoti non è di insegnare una propria sapienza, bensì di insegnare la Parola di Dio e di invitare tutti insistentemente alla conversione e alla santità. (Presbyterorum ordinis, 4)

Dalla formazione dei sacerdoti dipende sommamente la istituzione e formazione spirituale dei fedeli e dei religiosi. (Unitatis redintegratio, 10)

I difetti dei preti sono due: primo, quello di essere preti e quindi di non servire a niente. Secondo, quello di aver bisogno di mangiare anche quando servono a qualcosa. (Giovanni Guareschi)

Il vecchio Vescovo levò gli occhi al cielo. "Gesù," sospirò "portatemi via alla sveltina da questa terra o costui mi spingerà alla perdizione. Egli approfitta di me perché sono vecchio e debole mentre lui è ancor giovane e forte come un elefante. Ma tu figliolo, perché invece di fare il prete non hai fatto l'elefante?"
"Monsignore, gli elefanti sono animali intelligenti mentre io ..."
"Vade retro! Tu mi diffami il clero, qui davanti a me!" (Giovanni Guareschi)

O ignoranza nemica dei sacerdoti ! Quanto sei nociva ad essi, quanto indecorosa! Il sacerdote ha nelle sue mani delle anime ... è suo compito pascere il popolo che gli è stato affidato con la sua dottrina e con il suo esempio ... Quali intoppi porta a tutto ciò l'ignoranza! A quale severo giudizio sarà sottoposto il sacerdote senza erudizione, incapace di adempiere a qualcuno dei suoi uffici pastorali! Credetemi: nessuno mai è sufficientemente sapiente per portare degnamente il peso del suo ministero! Se questo è vero per chiunque abbia la necessità di sapere per sé ed anche in modo eccellente che dovremo dire di coloro che devono essere sapienti per sé e per gli altri? (S. Carlo Borromeo)

Meno il presbitero è intelligente, più il laico gli sembra stupido.

La gente accanto a me ha imparato a stimare un prete che parla umilmente della sua fede.

Pare che, secondo i princìpi universalmente accettati e la convenienza sociale, sia necessario a un prete o ad un curato credere soltanto un poco per non essere un ipocrita, e non sentirsi sicuro del fatto suo per non riuscire intollerante. Il vicario generale può sorridere su qualche discorso antireligioso, il vescovo ridere del tutto, e il cardinale aggiungervi il suo frizzo. (Nicholas de Chamfort)

Che gran cosa essere sacerdote! Se il sacerdote stesso lo capisse, ne morirebbe! (S. Giovanni Maria Vianney)

Il pastore sia accorto nel tacere e tempestivo nel parlare, per non dire ciò che è doveroso tacere e non passare sotto silenzio ciò che deve essere svelato. Un discorso imprudente trascina nell'errore, così un silenzio inopportuno lascia in una condizione falsa coloro che potevano evitarla... Il rimprovero è una chiave. Apre infatti la coscienza a vedere la colpa, che spesso è ignorata anche da quello che l'ha commessa... Chiunque accede al sacerdozio, si assume l'incarico di araldo, e avanza gridando prima dell'arrivo del giudice, che lo seguirà con aspetto terribile. Ma se il sacerdote non sa compiere il ministero della predicazione, egli, araldo muto qual è, come farà sentire la sua voce? (S. Gregorio Magno)

Il pastore di anime dialoghi con Dio senza dimenticare gli uomini, e dialoghi con gli uomini senza dimenticare Dio. (S. Gregorio Magno)

Certi preti, valgon bene una messa...

Credo che la vita del sacerdote non sia comprensibile senza l'amore. Il primo dovere di un sacerdote che voglia essere fedele al compito che Dio gli ha assegnato è quello di amare la gente che avvicina.

E' molto più facile raddrizzare le zampe ad un bassotto che predicare ai preti o privare le monache della confessione. (Roland Breitenbach)

Un tale, attratto dalla carriera del sacerdozio, esclamava: "Dovessi morir dannato, bisogna che mi faccia prete". (Nicholas de Chamfort)

Per me, e per tutti i miei compagni, che, senza alcun nostro merito, siamo stati scelti all'alto privilegio di servir Cristo in voi; io vi chiedo umilmente perdono se non abbiamo degnamente adempiuto un sì gran ministero. Se la pigrizia, se l'indocilità della carne ci ha resi meno attenti alle vostre necessità, men pronti alle vostre chiamate; se una ingiusta impazienza, se un colpevole tedio ci ha fatti qualche volta comparirvi davanti con un volto annoiato e severo; se qualche volta il miserabile pensiero che voi aveste bisogno di noi, ci ha portati a non trattarvi con quell'umiltà, che si conveniva, se la nostra fragilità ci ha fatti trascorrere a qualche azione che vi sia stata di scandalo; perdonateci! Così Dio rimetta a voi ogni vostro debito, e vi benedica. (Alessandro Manzoni)

Prete: gentiluomo che sostiene di conoscere la giusta direzione per raggiungere il paradiso e pretende di estorcerci un pedaggio per quel tratto di strada. (Ambrose Bierce)

I sacerdoti sono troppo di parte per parlarci di Dio ...

Mi fido del sacerdote solo se conosco prima l'uomo ...

Non vi è opera più sublime di quella che fanno i sacerdoti, né vi può essere lavoro più utile. Guai se il sacerdote cattolico cedesse il suo posto! Guai se la sua voce, che si leva così spesso a gettare l'allarme, si tacesse. Il mondo in meno di vent'anni ripiomberebbe nella barbarie. (Victor Hugo)

Preghiamo per i sacerdoti! Ogni giorno ci si accorge quanto siano rari gli amici di Gesù. Mi sembra che sia questo ciò che lo ferisce più profondamente: l'ingratitudine, soprattutto il vedere anime a lui consacrate dare ad altri quel cuore che gli appartiene in maniera assoluta. (S. Teresa di Lisieux)

Sento la vocazione del sacerdote. Con quale amore, Gesù, ti porterei nelle mie mani quando, alla mia voce, discenderesti dal cielo! Con quale amore ti darei alle anime! Ma, pur desiderando di essere sacerdote, ammiro e invidio umiltà di san Francesco di Assisi e sento la vocazione d'imitarlo, rifiutando la dignità sublime del sacerdozio. (S. Teresa di Lisieux)

Dio si è rivelato all'uomo per mezzo del Cristo, il Cristo continua a rivelarsi all'uomo per mezzo del sacerdote. Il sacerdote, dopo Cristo, è dunque una rivelazione visibile e sensibile di Dio attraverso i secoli: è una misericordiosa estensione del grande mistero dell'Incarnazione. (Madre Luisa Margherita Claret de La Touche)

Gesù Cristo coi miracoli ottenne l'ammirazione; crocifisso ottenne la conversione... Il sacerdote con le opere straordinarie ottiene l'ammirazione, invece quando è posto sulla croce delle amarezze e delle umiliazioni, ottiene le conversioni. (Beato Giuseppe Baldo)


mercoledì 29 aprile 2026

Decalogo dell’amore

1.   Amare tutti

Piccoli e grandi, uomini e donne, amici e nemici, di tutte le razze e religioni, come ha fatto Gesù che è morto per tutti. Siamo tutti figli dello stesso Padre e perciò tutti fratelli.


2.     Amare ciascuno personalmente

Gesù parlava alle folle, certo, ma conosceva ciascuno e lo chiamava per nome.  Accettare ognuno così com'è.


3.     Amare come se stessi

É la regola d'oro: "Fa agli altri ciò che vuoi sia fatto a te" e "Non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te".


4.     Amare per primi

Non aspettare che te lo chiedano, ma fa tu il primo passo, come Gesù che non ha aspettato che diventassimo buoni per dare la vita per noi; e come Maria che "partì in fretta" senza farsi pregare per andare ad aiutare la cugina Elisabetta.


5.     Amare è farsi "uno" con l’altro

cioè ascoltare, fare il vuoto dentro di sé per capire i sentimenti dell'altro e farsi carico dei suoi problemi; insomma condividere gioie e dolori.

 

6.     Amare è servire

cioè amare a fatti non a parole, consumarsi le mani facendo servizi concreti, come Gesù che lava i piedi agli apostoli.


7.     Amare è perdonare

...quante volte? "Settanta volte sette" ha detto Gesù, cioè sempre. "Se non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro celeste perdonerà a voi". "Chi è senza peccato scagli per primo la pietra". "Il giudizio sarà senza misericordia per chi non ha avuto misericordia". "Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno".


8.     Amare è chiedere scusa

"Se presenti la tua offerta all'altare e lì ti ricordi che un tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia il tuo dono davanti all'altare e va' prima a riconciliarti con tuo fratello, poi torna ad offrire il tuo dono". "Non tramonti il sole sopra la vostra ira".


9.     Amare è vedere Gesù nell’altro

"Avevo fame, avevo sete, ero nudo, malato, senza casa, senza mezzi, senza lavoro, incompreso, ignorato, immigrato, drogato".

"L'hai fatto a me", dirà Gesù quel giorno.


10.      Amare è sacrificio di sé  

Amare non è sempre facile, non sempre è gratificante, non sempre l'amore è capito e ricambiato. L'amore vero non è un bel sentimento: è dono di sé, è responsabilità verso l'altro, è fedeltà agli impegni, è mantenere la parola anche se costa, è non mollare quando sei stanco e sfiduciato, è ricominciare sempre anche quando sembra inutile continuare ad amare.


Come Gesù che "avendo amato i suoi, li amò fino alla fine".


domenica 26 aprile 2026

Dammi un cuore nuovo

Ho fuggito la santità,
ho avuto timore,
ho tergiversato, esitato,
proceduto con calcoli meschini,
proprio quando più si imponeva
una piena disponibilità.

Gesù, Signore,
eccomi con le mie viltà
e i miei sciocchi desideri.

Concedimi la tua benevolenza
e il tuo aiuto:
ho veramente bisogno
della tua infinita bontà.

Dimentica il pessimo amico
che sono stato:
vorrei iniziare con te
un’amicizia nuova,
un’amicizia giovane e ardente,
un’amicizia in cui tutto
sia veramente comune,
un’amicizia per la vita e per la morte.

Dammi un cuore nuovo,
un cuore fedele ed umile
come quello di Maria,
entusiasta e fiero
come quello di Paolo.

Pierre Lyonnet (1906-1949), presbitero gesuita e scrittore francese

lunedì 20 aprile 2026

Quell’amore rimarrà sempre con te

Quando muore un animale che abbiamo amato, il mondo non si ferma.

L’orologio continua a ticchettare, le giornate vanno avanti, le responsabilità chiamano. La gente continua a parlare, a ridere, a lavorare. Tutto sembra procedere come sempre.

E quasi nessuno si accorge che, per qualcuno, quel giorno è cambiato tutto.

Perché quando perdi un animale non perdi “solo un animale”.

Perdi una presenza che faceva parte della tua vita ogni giorno.

Perdi quei passi che ti seguivano per casa.

Perdi quello sguardo che ti cercava appena entravi dalla porta.

Perdi quel silenzioso conforto che arrivava senza bisogno di parole.

Perché loro non sono semplicemente animali.

Sono famiglia.

Sono compagnia quotidiana.

Sono rifugio nei giorni difficili.

Sono quell’amore puro e semplice che non chiede nulla in cambio.

Eppure questo tipo di lutto spesso rimane invisibile.

Non ci sono giorni di permesso per il dolore.

Non sempre c’è comprensione.

A volte c’è perfino chi sorride con imbarazzo o dice:

“Era solo un cane.”

“Era solo un gatto.”

Come se l’amore potesse essere misurato.

Come se potesse dipendere dalla specie.

Ma chi ha amato davvero un animale sa la verità.

La loro perdita rompe qualcosa dentro.

Disarma il cuore.

Lascia un vuoto che nessun rumore riesce a riempire.

Fa male allo stesso modo.

Fa male davvero.

Perché quando un animale entra nella tua vita, entra nei tuoi giorni, nei tuoi gesti, nelle tue abitudini. Entra nella tua storia.

E quando se ne va, non se ne va solo un compagno.

Se ne va un pezzo della tua vita.

Il mondo continua a girare, sì.

Ma dentro di te tutto si ferma per un momento.

I silenzi diventano più pesanti.

La casa sembra improvvisamente più grande.

E ogni angolo ricorda qualcosa.

Perché amare qualcuno con quella purezza, con quella fedeltà assoluta… significa anche soffrire profondamente quando arriva il momento di lasciarlo andare.

E se stai attraversando qualcosa di simile, voglio dirti questo:

Il tuo dolore è reale.

Il tuo pianto è reale.

Il tuo tempo per guarire è reale.

Non stai esagerando.

Non sei “troppo sensibile”.

Stai semplicemente salutando una parte della tua storia.

Una parte della tua vita che ti ha dato amore senza condizioni.

E quell’amore, anche se fa male,
rimarrà sempre con te.

1° Maggio


Mi chiamo Paolo, 47 anni e faccio il muratore.

Cioè, faccio…

Diciamo che io sono un muratore.

Perché io da quando ho memoria, ho memoria di calce, di cazzuole e di foratini.

A scuola non m’è mai piaciuto andarci.

Troppo noioso.

Invece quando c’era da andare al cantiere col nonno era festa.

Che a me quella cosa di mettere i mattoni in fila è sempre piaciuta.

Io a 10 anni sapevo già impastare il cemento.

A 13 bevevo già la birra con la gazzosa e a 14 ho tirato su il primo muro tutto da solo.

A 16 il primo contratto vero e a 20 sono entrato in un’impresa edile bella grossa.

Da lavorare c’è sempre.

Magari certi momenti c’è crisi ma tra lo stipendio e i lavoretti alla fine me la cavo sempre.

È un mestiere duro e diventa sempre peggio.

La gente ha fretta ma io non mi faccio fregare.

Il presto è nemico del bene.

I clienti se c’è da aspettare aspettano, che i tempi di consegna tanto sono solo un’opinione.

Al cantiere si cerca di lavorare sicuri.

Ma a volte tutta quella dannata fretta toglie un po’ di prudenza.

Quando ci sono penali da pagare i tempi di consegna diventano un’ opinione decisamente convincente.

Ultimamente cerco di lavorare un po’ meno.

Almeno la domenica cerco di evitare qualche lavoretto.

Mia figlia Giorgia adesso ha 12 anni e voglio stare un pochino di più con lei.

I suoi primi anni di vita me li sono persi.

Sempre in giro per cantieri.

I soldi non bastano mai.

Ma neanche il tempo basta mai.

E io non lo so come ho fatto a buttare via in quel modo stupido tutto quel tempo.

No.

Non il tempo passato a lavorare. Quello ho dovuto.

Parlo del tempo futuro.

Più di 30 anni di esperienza ed è bastato un piede messo male sul ponteggio.

Avevo pure il caschetto ma quando cadi da tre metri non è che te ne fai un granché.

Sono stato proprio un fesso.

Però tutta quella fretta e tutta quella stanchezza.

Provateci voi a stare attenti 12 ore al giorno.

Adesso gli inquirenti indagano, i giornali si indignano e il mio padrone suda freddo.

Ma tanto ormai che indagano a fare.

Io non voglio mica niente.

A me porca miseria servivano solo 10 minuti in più.

Adesso sto qua che aspetto di passare dall'altra parte.

C’è una fila da non credere.

Solo dall'Italia ogni anno arriviamo più di 1.000 come quelli di Garibaldi, ma niente giubbe rosse.

Solo teli bianchi a coprire i nostri corpi freddi.

1.000 persone che la mattina escono per andare a lavoro e poi si ritrovano qui a far la fila per passare dall’altra parte.

E io mai avrei pensato di trovarmi in fila con questi mille.

A me m’hanno messo in camera con un bracciante che non ha visto arrivare il trattore e c’è anche un camionista che ha avuto un colpo di sonno.

Io sto qua e mi dispiace un casino.

Mi sarebbero bastati 10 minuti.

Un minuto per fare gli auguri a tutti i lavoratori.

Oggi è la loro festa e nonostante tutto è la festa anche di noi 1.000.

Un paio di minuti sarebbero stati per nonno.

Volevo dirgli di non sentirsi in colpa.

Io sono stato felice di essere diventato un muratore come mi ha insegnato lui.

Che a me sta cosa di mettere i mattoni in fila è sempre piaciuta.

Un paio di minuti per mia moglie.

Ci sono un sacco di cose che non sono mai riuscito a dirle.

E di certo non sarei riuscito a dirgliele in due minuti.

Ma volevo esser certo che le abbia capite.

Cinque minuti con Giorgia.

L’avrei solo abbracciata.

E le avrei detto di ricordarsi sempre di chiudersi il giubbotto.

Che quella di inverno va in giro col giubbotto aperto e poi s’ammala.

E io da quassù non glielo posso più abbottonare…

venerdì 17 aprile 2026

La voce della mamma

Una pecora brucava tranquilla l'erba del prato. Intorno a lei scherzavano i suoi tre agnellini. Sembravano tre gomitoli di lana bianca.
Saltavano, si rincorrevano, andavano a tuffare il musino rosa nell'acqua del ruscello, che scorreva in mezzo al prato.
Tutto il giorno passò in giuochi. Scese la sera e il pastore venne a riprendere la pecora e gli agnellini.
Subito si accorse che ne mancava uno.
Allora si mise in bocca due dita e fischiò. Ma l'agnello non apparve.
Anche il cane pastore si accorse che mancava un agnellino.
Abbaiò, ma l'agnellino non si fece vivo.
Finalmente la pecora alzò il muso dal prato e vide vicino a sè soltanto due agnellini.
Dalla sua bocca uscì allora un tremulo e disperato: Bèeh, bèeh, bèeh!
Quel belato insegnò all'agnellino la via del ritorno e presto ricomparve sul prato.
Il pastore, quando lo vide, rise contento. Il cane scodinzolò.
I fratellini gli saltarono addosso.
E la pecora, allungando il muso, si dette a leccarlo, che sarebbe come a dire, baciarlo.
La voce della mamma è più forte di ogni richiamo.

Piero Bargellini

giovedì 16 aprile 2026

Il primo giorno di una nuova creazione

All'alba del terzo giorno, gli amici di Cristo, arrivati sul posto, videro la tomba vuota e la pietra rotolata di lato. In vari modi realizzarono la nuova meraviglia; Ma anche allora non si resero conto che il mondo era morto durante la notte. Ciò che videro fu il primo giorno di una nuova creazione, un nuovo Paradiso e una nuova Terra.

E con l'espressione di un giardiniere, Dio camminò di nuovo nel giardino, nella brezza, non nel pomeriggio, ma nelle prime ore del mattino.

L'uomo eterno (1925)

G.K. Chesterton

Riflessioni per ogni giorno dell'anno

Sarà vero che con i soldi si fa tutto... ma io non ci credo.
Sarà vero che una bella moglie fa felice un uomo... ma io non ci credo.
Sarà vero che una casa di lusso rende splendida la vita... ma io non ci credo.
Sarà vero che il benessere è una meta raggiungibile... ma io non ci credo. 
Sarà vero che la scuola rende l'uomo sapiente... ma io non ci credo.
Sarà vero che la droga ti regala il paradiso... ma io non ci credo.
Sarà vero che qualcuno è capace di fare giustizia... ma io non ci credo.

Allora...

Io credo che non di solo pane vive l'uomo, lo credo che l'uomo non ha bisogno di droga e di illusione ma di verità e di amore, 
io credo che senza pace dell'anima anche la più splendida casa può essere una prigione, 
io credo che una donna, se è solo bella e non buona, può essere un veleno «dolce», e nulla più, 
io credo che l'uomo è mio fratello e che deve essere amato ma non «adorato»,
io credo che una scuola e una scienza, senza umiltà, producono solo divisione ed invidia, 
io credo che il vero benessere deve essere prima nell'anima e poi nelle tasche, 
io credo che l'ingiustizia è inevitabile se uno non vede le cose come Dio ci ha insegnato a vederle.

Giovanni Papini


É morendo che si risorge

Signore, 
ti hanno messo nel sepolcro
e hanno rotolato la pietra.

Si sono illusi di averti finito
e invece Tu
stai già respirando
per risorgere.

Signore,
anche per noi 
il sepolcro sia come il grembo
e come il solco della terra.

Quando ci sembra 
di essere troppo stanchi
facci accorgere
che stiamo camminando spediti.

Quando ci sembra 
di non aver concluso niente
facci scoprire
che forse stiamo prendendo tutto.

Quando ci sembra
di aver perduto tutto
facci trovare con le mani piene.

Quando crediamo
di essere col cuore a terra,
fa che ci ritroviamo
a cantare di gioia.

Perché è dando che si riceve.
Perché è morendo che si risorge.

giovedì 9 aprile 2026

Ricchi e poveri

Nel mondo i ricchi hanno ogni vantaggio e sono ai primi posti; nel regno di Gesù Cristo la preminenza appartiene ai poveri, che sono i primogeniti della Chiesa e i suoi veri figli. Nel mondo i poveri sono sottomessi ai ricchi, e non sembrano nati che per servirli; al contrario nella santa Chiesa i ricchi non vi sono ammessi che a condizione di servire i poveri. Nel mondo le grazie e i privilegi sono per i potenti e i ricchi; i poveri non vi hanno parte che a mezzo del loro appoggio, mentre nella volontà di Gesù Cristo, le grazie e le benedizioni sono per i poveri e i ricchi non hanno privilegi che per mezzo di loro.
Giacché i poveri sono gli ultimi nel mondo, sono i primi nella Chiesa.

L'eminente dignità dei poveri nella Chiesa, Roma, Ed. Liturgiche e missionarie, 1943, p. 17

Jacques Bénigne Bossuet (1627 - 1704), scrittore e vescovo francese

La legge universale

La legge universale è di amare il prossimo come noi stessi, ma quest'affermazione sarebbe una burla se non racchiudesse un significato più profondo: dare la precedenza a chi ha meno di noi.

Non è vero che amiamo il prossimo come noi stessi se non abbiamo un'attenzione e una premura tutta particolare per chi è meno felice di noi. L'amore non è autentico se non comincia col cercare la giustizia.

Vi parla l'abbé Pierre, Milano, Ed. Istituto Propaganda Libraria, 1956, p. 25-26

Henri Antoine Grouès


Ciò che ci rende insensibili

Ciò che ci rende insensibili ai mali degli altri è di essere pieni di noi stessi, affascinati dai piaceri, inebriati dal successo di quanto si sperava. Tutto va bene... basta così... sono a mio agio... sono soddisfatto... Si amerà sempre se stessi e non si amerà altro che se stessi fino a quando non si ha avrà amato qualcuno di più che se stessi e questo qualcuno non può essere che Dio. Chi dunque vuol diventare capace di amare sinceramente, deve tenere presente che è necessario un oggetto superiore che ci attiri fuori di noi. Non basta; è necessaria anche una forza interiore che ci spinga fuori di noi, che scuotendo fin dalla radice l'amor proprio, ci strappi quasi a noi stessi. Se riusciremo ad amare Dio più di noi stessi, potremo diventare capaci di amare il prossimo come noi stessi.

Il divino e l’umano nel mondo

Jacques Bénigne Bossuet (1627 - 1704), scrittore e vescovo francese



Amore, lo spazio vitale di cui ha bisogno la società

Anche se, per ipotesi impossibile, una società riuscisse a votare tutte le leggi della giustizia, capaci di rispondere a tutti i diritti umani dei suoi membri e a soddisfare tutti i loro bisogni, si dovrebbe però dichiarare impotente a superare i dislivelli delle povertà morali e spirituali, ai quali la stessa agiatezza economica reca talvolta più pena che sollievo.

Fate dunque ed operate tutta la giustizia possibile; ne avete il sacrosanto dovere; ma non illudetevi: resteranno ancora tante forme di povertà. Che cosa ci vuole dunque? L'amore. Ecco lo spazio vitale di cui ha bisogno la società.

AA. VV., Ordine nuovo, Amare, Verona, Ed. Casa Buoni Fanciulli, 1946, p. 132-134

lunedì 30 marzo 2026

Ai mercanti della morte

Il 8 marzo 2026, l'arcivescovo di Napoli, don Mimmo Battaglia, ha pubblicato un testo rivolto a chi trae profitto dalla produzione e vendita di armi, definendoli "mercanti della morte" e denunciando il cinismo con cui si guadagna sulla sofferenza umana, in particolare dei civili, dei bambini e delle madri coinvolti nei conflitti. 

Ai mercanti della morte,
a voi che fate affari con il sangue degli uomini,
a voi che contate i profitti mentre le madri contano i figli,
a voi che chiamate “strategia” ciò che il Vangelo chiama scandalo,
rivolgo parole che non nascono dalla diplomazia, ma dalla ferita.
 
Vi scrivo da questa terra che trema.
Trema sotto i passi dei poveri,
sotto il pianto dei bambini,
sotto il silenzio degli innocenti,
sotto il rumore feroce delle armi che avete costruito, venduto, benedetto dal vostro cinismo.
 
Vi scrivo mentre il mondo sembra aver imparato di nuovo il linguaggio di Caino.
Quel linguaggio antico e terribile che domanda:
“Sono forse io il custode di mio fratello?”
E invece sì, lo siamo.
Lo siamo tutti.
E voi, più di altri, perché avete scelto non soltanto di voltare lo sguardo, ma di trarre guadagno dalla ferita del fratello.

Ci sono notti, in questo tempo, in cui l’umanità sembra smarrirsi.
Notti lunghe, dove il cielo non consola e la terra restituisce soltanto macerie.
Eppure proprio lì, nel cuore della notte, il Vangelo continua a ostinarsi.
Continua a dire che nessun uomo è nato per essere bersaglio.
Che nessun bambino ha il destino della polvere.
Che nessuna madre deve imparare a riconoscere il figlio da un brandello di stoffa.
Che la pace non è una debolezza da deridere, ma la forma più alta della forza.
 
Voi fate il contrario del pane.
Il pane si spezza per sfamare.
Le armi spezzano i corpi per affamare il futuro.
Il pane mette gli uomini a tavola.
Le armi scavano fosse, svuotano case, allungano tavole senza commensali.
Il pane ha il profumo delle mani.
Le armi hanno l’odore freddo dei bilanci.
 
E ditemi: come fate?
Come riuscite a dormire sapendo che dietro ogni contratto c’è una carne aperta?
Che dietro ogni firma c’è una scuola svuotata, un ospedale abbattuto, un volto cancellato?
Come fate a chiamare “mercato” ciò che, davanti a Dio, ha il nome più semplice e più terribile: peccato?
 
Non vi parlo da giudice.
Non ho tribunali da aprire.
Vi parlo da uomo e da pastore.
Da credente ferito dalla ferocia dei tempi.
Da vescovo che sente nelle viscere il grido di Cristo ancora crocifisso nei popoli umiliati, nelle città devastate, nei corpi senza nome che il mare restituisce e la guerra nasconde.
 
Perché il Crocifisso oggi ha le mani dei civili sepolti sotto le bombe.
Ha gli occhi sbarrati dei bambini che non sanno dare un nome all’orrore.
Ha il volto delle donne che stringono fotografie invece di abbracciare figli.
Ha la sete dei profughi, la paura dei vecchi, il tremore di chi non ha più una casa e nemmeno una lingua per raccontare il dolore.
 
E voi, mercanti della morte, continuate a passare sotto quella croce 
come passarono un giorno i soldati, spartendovi le vesti del condannato.
Solo che oggi non tirate a sorte una tunica:
tirate a sorte interi popoli.
Scommettete sulle frontiere, sui rancori, sulle escalation, sugli equilibri armati.
E intanto chiamate pace la paura, chiamate ordine il dominio, 
chiamate sicurezza la minaccia permanente.
 
Ma non c’è sicurezza dove si semina morte.
Non c’è futuro dove si educano i giovani al sospetto.
Non c’è giustizia se la ricchezza di pochi si fonda sul lutto di molti.
E non ci sarà pace finché la guerra resterà un investimento accettabile.
 
Il Vangelo, invece, non tratta.
Il Vangelo non benedice le industrie della distruzione.
Il Vangelo non si abitua ai morti.
Il Vangelo non sopporta che il dolore diventi statistica e che i massacri si consumino dentro il commento stanco di un notiziario.
 
Il Vangelo mette un bambino al centro.
Sempre.
E quando un bambino è al centro, tutte le vostre ragioni crollano.
Crollano le dottrine militari, le alleanze opportunistiche, le giustificazioni geopolitiche, i linguaggi tecnici con cui nascondete la vergogna.
Perché davanti a un bambino ucciso non esiste più destra o sinistra, oriente o occidente, amico o nemico:
esiste solo l’abisso.
 
Io vi chiedo, allora, non solo di fermarvi.
Vi chiedo di convertirvi.
Sì, convertirvi.
Parola antica, parola scandalosa, parola necessaria.
Convertirsi significa smettere di pensare che tutto abbia un prezzo.
Significa riconoscere che la vita umana è sacra, o non sarà più umana.
Significa uscire dalla logica del profitto per entrare in quella della custodia.
Significa avere il coraggio, finalmente, di perdere denaro per salvare uomini.
 
Abbiate un sussulto.
Uno solo, ma vero.
Lasciate che vi raggiunga il pianto che avete tenuto fuori dalle vostre stanze.
Lasciate entrare il nome dei morti nei vostri consigli di amministrazione.
Lasciate che una madre vi venga a disturbare i conti.
Lasciate che il Vangelo vi rovini la quiete.
 
Perché non c’è pace senza disarmo del cuore,
e non c’è disarmo del cuore finché la mano resta aggrappata al profitto.
La guerra non comincia quando cade la prima bomba.
Comincia molto prima:
quando il fratello diventa un ostacolo,
quando il povero diventa irrilevante,
quando la compassione viene giudicata ingenua,
quando l’economia smette di servire la vita e decide di usarla.
 
Eppure io non vi scrivo per consegnarvi alla disperazione.
Vi scrivo perché persino per voi esiste una strada.
Dio non smette di bussare nemmeno alle porte più blindate.
Anche per voi c’è una possibilità di riscatto.
Anche per voi c’è un Venerdì Santo che può aprirsi alla Pasqua.
Ma dovete scendere.
Scendere dai piedistalli del potere, dai linguaggi che assolvono, dalle stanze dove la morte viene progettata senza odore e senza volto.
Dovete tornare uomini.
Prima che dirigenti, azionisti, strateghi, intermediari: uomini.
Uomini capaci di vergogna, e quindi di verità.
 
Io sogno il giorno in cui le vostre fabbriche cambieranno vocazione.
In cui il ferro non diventerà proiettile ma aratro,
in cui l’ingegno non servirà a perfezionare l’offesa ma a custodire la vita,
in cui i capitali saranno spesi per curare, istruire, ricostruire, accogliere.
Sogno il giorno in cui la parola “profitto” non farà più rima con “funerale”.
 
E so che qualcuno sorriderà, chiamando tutto questo ingenuità.
Ma l’unica vera ingenuità, oggi, è credere che la guerra salvi.
L’unica vera follia è pensare che si possa continuare a incendiare il mondo senza bruciare con esso.
L’unico realismo possibile, ormai, è la pace.
 
Per questo vi affido una domanda che non vi lascerà in pace, spero:
quanto sangue vi basta?
Quanto dolore deve ancora attraversare la storia perché comprendiate che state trafficando non con merci, ma con figli, con madri, con volti, con carne amata da Dio?
 
Fermatevi.
Prima che sia troppo tardi per i popoli.
Prima che sia troppo tardi per voi.
Fermatevi, e ascoltate il Vangelo della pace, che non urla ma insiste, che non schiaccia ma converte, che non umilia ma chiama per nome.
Ascoltate Cristo, disarmato e vero, che continua a dire:
“Beati gli operatori di pace.”
 
Non i calcolatori di guerra.
Non i garanti dell’equilibrio armato.
Non i venditori di paura.
Gli operatori di pace.
Il mondo ha bisogno di mani che rialzino, non di mani che armino.
Ha bisogno di coscienze sveglie, non di profitti ciechi.
Ha bisogno di profeti, non di mercanti.
 
E noi, Chiesa del Vangelo, non taceremo.
Non per ideologia, ma per fedeltà.
Non per ingenuità, ma per obbedienza a Cristo.
Non perché ignoriamo la complessità della storia, ma perché conosciamo il valore infinito di ogni vita.
 
A voi, mercanti della morte, dico dunque l’ultima parola non come condanna, ma come supplica:
restituite il futuro.
Restituite il respiro.
Restituite i figli alle madri, i padri alle case, i sogni alla terra.
Restituitevi alla vostra umanità.
 
La pace vi giudicherà.
Ma, se lo vorrete, la pace potrà ancora salvarvi.
Con dolore, con speranza, con il Vangelo tra le mani.
 

Mons. Mimmo Battaglia, Arcivescovo di Napoli

Perdonaci la guerra, Signore...

Perdonaci la guerra, Signore!

Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi misericordia di noi peccatori!

Signore Gesù, nato sotto le bombe di Kiev, abbi pietà di noi!

Signore Gesù, morto in braccio alla mamma in un bunker di Kharkiv, abbi pietà di noi!

Signore Gesù, mandato ventenne al fronte, abbia pietà di noi!

Signore Gesù, che vedi ancora le mani armate all’ombra della tua croce, abbi pietà di noi!

Perdonaci Signore, se non contenti dei chiodi con i quali trafiggemmo la tua mano, 
continuiamo ad abbeverarci al sangue dei morti dilaniati dalle armi.

Perdonaci, se queste mani che avevi creato per custodire, 
si sono trasformate in strumenti di morte.

Perdonaci, Signore, se continuiamo ad uccidere nostro fratello, 
se continuiamo come Caino a togliere le pietre dal nostro campo per uccidere Abele.

Perdonaci, se continuiamo a giustificare con la nostra fatica la crudeltà, 
se con il nostro dolore legittimiamo l’efferatezza dei nostri gesti.

Perdonaci la guerra, Signore.
Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, ti imploriamo! Ferma la mano di Caino!

Illumina la nostra coscienza,
non sia fatta la nostra volontà,
non abbandonarci al nostro agire! Fermaci, Signore, fermaci!

E quando avrai fermato la mano di Caino, abbi cura anche di lui. È nostro fratello.

O Signore, poni un freno alla violenza! Fermaci, Signore!


Mons. Mimmo Battaglia, Arcivescovo di Napoli


Questa preghiera è stata letta da Papa Francesco all'udienza generale del 16 marzo 2022

giovedì 26 marzo 2026

Decalogo della gentilezza

1. Sorridi nella monotonia del dovere quotidiano, per non rattristare chi ti vive accanto.

2. Taci, quando ti accorgi che qualcuno ha sbagliato, per non ferirlo con l'umiliazione.

3. Elogia il fratello che ha fatto il bene.

4. Rendi un servizio a chi ti è sottoposto.

5. Stringi cordialmente. la mano a chi è nella preoccupazione o nella tristezza.

6. Guarda con affetto chi nasconde un dolore e forse è più nervoso del solito.

7. Riconosci umilmente il tuo torto e chiedi perdono se hai offeso qualcuno.

8. Saluta affabilmente gli umili, quelli che si sentono abbandonati o messi da parte.

9. Parla con dolcezza agli impazienti e agli importuni.

10. Fa' tutto in modo che Dio, nel tuo fratello, sia sempre contento di te.

Dal «Cavaliere dell'Immacolata»

giovedì 19 marzo 2026

Tanti nenti ammazzaru u sceccu


Tanti nenti ammazzaru u sceccu... Molte inezie uccisero l'asino

Il proverbio nasce da questo aneddoto.

Un giorno un contadino si recò in montagna con il suo asinello per raccogliere legna. Dopo averne raccolta e affardellata un bel po' la caricò sulla groppa dell'asinello che già traballava sotto quel peso e iniziò a fare ritorno a valle verso casa. Strada facendo trovava qua e là rami e tronchi che continuava a caricare sul povero asino. Chistu è nenti diceva tra sè e sè, quantu po' pisari? Nenti!... Questo è niente, quanto può pesare? Niente!

E cosi ramo dopo ramo, tronco dopo tronco, che a sua giudizio non pesavano niente, il povero somaro collassò, cadde per terra e morì.

"That's the last straw" - dicono gli inglesi - "...è l'ultimo stelo di paglia che spezza la schiena del cammello", oppure: "La goccia che fa traboccare il vaso": massime che mettono in rilievo lo stesso concetto: non sottovalutare i piccoli problemi ed affrontarli prima che diventino insostenibili. Questo perchè una serie di problemi o preoccupazioni apparentemente insignificanti, accumulandosi nel tempo, possono avere conseguenze disastrose.

In positivo, invece, possiamo dire che il cambiamento spesso nasce da un lungo processo di accumulo, piuttosto che da un singolo evento isolato. 



lunedì 16 marzo 2026

Aforismi Quaresima

Non dimenticare mai che ci sono solo due filosofie che possono governare la tua vita: quella della croce, che inizia con il digiuno e termina con la festa; e quella di Satana, che inizia con la festa e termina con il mal di testa. (Card. Fulton John Sheen)


Cristo, l'uomo nuovo

In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo.

Adamo, infatti, il primo uomo, era figura di quello futuro (1) (Rm 5,14) e cioè di Cristo Signore.

Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l'uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione.

Nessuna meraviglia, quindi, che tutte le verità su esposte in lui trovino la loro sorgente e tocchino il loro vertice. Egli è «l'immagine dell'invisibile Iddio» (Col 1,15) (2) è l'uomo perfetto che ha restituito ai figli di Adamo la somiglianza con Dio, resa deforme già subito agli inizi a causa del peccato.

Poiché in lui la natura umana è stata assunta, senza per questo venire annientata (3) per ciò stesso essa è stata anche in noi innalzata a una dignità sublime.

Con l'incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo.

Ha lavorato con mani d'uomo, ha pensato con intelligenza d'uomo, ha agito con volontà d'uomo (4) ha amato con cuore d'uomo. Nascendo da Maria vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché il peccato (5). Agnello innocente, col suo sangue sparso liberamente ci ha meritato la vita; in lui Dio ci ha riconciliati con se stesso e tra noi (6) e ci ha strappati dalla schiavitù del diavolo e del peccato; così che ognuno di noi può dire con l'Apostolo: il Figlio di Dio «mi ha amato e ha sacrificato se stesso per me» (Gal 2,20). Soffrendo per noi non ci ha dato semplicemente l'esempio perché seguiamo le sue orme (7) ma ci ha anche aperta la strada: se la seguiamo, la vita e la morte vengono santificate e acquistano nuovo significato.

Concilio Vaticano II, Lumen Gentium, 22


(1) Cf. Rm 5,14. Cf. TERTULLIANO, De carnis resurr., 6: "Tutto quello che il fango significava, si riferiva a Cristo, l’uomo futuro": PL 2, 802 (848); CSEL 47, p. 33, l. 12-13
(2) Cf. 2 Cor 4,4
(3) Cf. CONCILIO DI COSTANTINOP. II, can. 7: "Né il Verbo Dio passato nella natura della carne, né la carne si trasformata nella natura del Verbo": Dz 219 (428) [Collantes 4.026]. - Cf. anche CONC. DI COSTANTINOP. III: "Come la santissima, immacolata, animata sua carne deificata non fu distrutta ( theótheisa ouk anèrethè), ma rimase nel suo proprio stato e modo d’essere": Dz 291 (556) [Collantes 4.071]. - Cf. CONC. DI CALCED.: "Dev’essere riconosciuto inconfusamente, immutabilmente, senza divisione, inseparabilmente in due nature": Dz 148 (302) [Collantes 4.012]
(4) Cf. CONC. DI COSTANTINOP. III: "Così non stata distrutta la sua volontà umana": Dz 291 (556) [Collantes 4.071]
(5) Cf. Eb 4,15
(6) Cf. 2 Cor 5,18-19; Col 1,20-22
(7) Cf. 1 Pt 2,21; Mt 16,24; Lc 14,27

Oggi sulla terra c'è grande silenzio, grande silenzio e solitudine

La discesa agli inferi del Signore

Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c'è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi.

Certo egli va a cercare il primo padre, come la pecorella smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell'ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva che si trovano in prigione.

Il Signore entrò da loro portando le armi vittoriose della croce. Appena Adamo, il progenitore, lo vide, percuotendosi il petto per la meraviglia, gridò a tutti e disse: «Sia con tutti il mio Signore». E Cristo rispondendo disse ad Adamo: «E con il tuo spirito». E, presolo per mano, lo scosse, dicendo: «Svegliati, tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà.

Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio; che per te e per questi, che da te hanno avuto origine, ora parlo e nella mia potenza ordino a coloro che erano in carcere: Uscite! A coloro che erano nelle tenebre: Siate illuminati! A coloro che erano morti: Risorgete! A te comando: Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell'inferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti. Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui! Tu in me e io in te siamo infatti un'unica e indivisa natura.

Per te io, tuo Dio, mi sono fatto tuo figlio. Per te io, il Signore, ho rivestito la tua natura di servo. Per te, io che sto al di sopra dei cieli, sono venuto sulla terra e al di sotto della terra. Per te uomo ho condiviso la debolezza umana, ma poi son diventato libero tra i morti. Per te, che sei uscito dal giardino del paradiso terrestre, sono stato tradito in un giardino e dato in mano ai Giudei, e in un giardino sono stato messo in croce. Guarda sulla mia faccia gli sputi che io ricevetti per te, per poterti restituire a quel primo soffio vitale. Guarda sulle mie guance gli schiaffi, sopportati per rifare a mia immagine la tua bellezza perduta.

Guarda sul mio dorso la flagellazione subita per liberare le tue spalle dal peso dei tuoi peccati. Guarda le mie mani inchiodate al legno per te, che un tempo avevi malamente allungato la tua mano all'albero. Morii sulla croce e la lancia penetrò nel mio costato, per te che ti addormentasti nel paradiso e facesti uscire Eva dal tuo fianco. Il mio costato sanò il dolore del tuo fianco. Il mio sonno ti libererà dal sonno dell'inferno. La mia lancia trattenne la lancia che si era rivolta contro di te.

Sorgi, allontaniamoci di qui. Il nemico ti fece uscire dalla terra del paradiso. Io invece non ti rimetto più in quel giardino, ma ti colloco sul trono celeste. Ti fu proibito di toccare la pianta simbolica della vita, ma io, che sono la vita, ti comunico quello che sono. Ho posto dei cherubini che come servi ti custodissero. Ora faccio sì che i cherubini ti adorino quasi come Dio, anche se non sei Dio.

Il trono celeste è pronto, pronti e agli ordini sono i portatori, la sala è allestita, la mensa apparecchiata, l'eterna dimora è addobbata, i forzieri aperti. In altre parole, è preparato per te dai secoli eterni il Regno dei Cieli».

Da un'antica Omelia sul Sabato santo (PG 43, 439. 451. 462-463)

domenica 15 marzo 2026

Credere nel Risorto

Credere nel Risorto è rifiutarsi di accettare che la nostra vita sia solo una piccola parentesi fra due immensi vuoti. Appoggiandoci su Gesù risuscitato da Dio, intuiamo, desideriamo e crediamo che Dio sta conducendo verso la sua vera pienezza l’anelito di vita, di giustizia e di pace racchiuso nel cuore dell’umanità e della creazione intera.

Credere nel Risorto è ribellarci con tutte le nostre forze a che l’immensa maggioranza di uomini, di donne e di bambini che in questa vita hanno conosciuto solo miseria, umiliazione e sofferenza, restino dimenticati per sempre.

Credere nel Risorto è confidare in una vita in cui non ci sarà più povertà né dolore, nessuno sarà triste, nessuno dovrà piangere. Alla fine potremo vedere quelli che vengono sui barconi arrivare alla loro vera patria.

Credere nel Risorto è accostarci con speranza a tante persone senza salute, malati cronici, disabili fisici e psichici, persone infossate nella depressione, stanche di vivere e di lottare. Un giorno conosceranno cosa è vivere in pace e in piena salute. Ascolteranno le parole del Padre: «Entra per sempre nella gioia del tuo Signore».

Credere nel Risorto è non rassegnarci a che Dio continui ad essere per sempre un «Dio nascosto», di cui non possiamo conoscere lo sguardo, la tenerezza e gli abbracci. Troveremo Colui che si è incarnato gloriosamente in Gesù.

Credere nel Risorto è confidare che i nostri sforzi per un mondo più umano e più felice non si perderanno nel vuoto. Un felice giorno, gli ultimi saranno i primi e le prostitute ci precederanno nel Regno.

Credere nel Risorto è sapere che tutto quello che qui è rimasto a metà, quel che non ha potuto essere, quello che abbiamo sciupato perché siamo maldestri o con il nostro peccato, tutto arriverà in Dio alla sua pienezza. Niente si perderà di quello che abbiamo vissuto con amore o di quello a cui abbiamo rinunciato per amore.

Credere nel Risorto è sperare che le ore di gioia e le esperienze amare, le «impronte» che abbiamo lasciato nelle persone e nelle cose, quel che abbiamo costruito o di cui abbiamo fruito generosamente, sarà trasfigurato. Non conosceremo più l’amicizia e la festa che finisce né il commiato che intristisce. Dio sarà tutto in tutti.

Credere nel Risorto è credere che un giorno ascolteremo queste incredibili parole che il libro dell’Apocalisse mette in bocca a Dio: «Io sono il Principio e la Fine. A colui che ha sete io darò gratuitamente da bere alla fonte dell’acqua della vita». Non ci sarà più morte, non ci sarà più lamento, non ci saranno pianti né affanni, perché tutto questo sarà passato.

José Antonio Pagola, presbitero e teologo spagnolo

lunedì 9 marzo 2026

Povero è nato, povero visse, povero morì

 Non temiamo, fratelli poveri, ascoltiamo il Povero che raccomanda ai poveri la povertà. Crediamo alla sua esperienza. Povero è nato, povero visse, povero morì. Ha voluto morire, non volle arricchire. Crediamo perciò alla Verità che ci indica la strada che conduce alla vita. Via stretta, ma breve; e la beatitudine sarà eterna. Via stretta, ma che mena alla vita, al largo, e ci farà camminare per vaste distese.

Eppure è un cammino scosceso, perché si eleva e così camminiamo verso il cielo. Di qui la necessità di alleggerirci, di non essere pesanti nel nostro andare. Che cosa vogliamo? Cerchiamo davvero la felicità? La Verità ci mostra la vera beatitudine. Vogliamo poi la ricchezza? Il Re distribuisce i regni e fa i re. Gli uomini si sono lasciati prendere alla rete di questa peste disastrosa che è la vana ricerca: quello che è insufficiente costa poco sforzo; ci si sfinisce per il superfluo.

Cinque paia di buoi, ecco il pretesto che li priva delle nozze e del cielo, le nozze che fanno passare dalla povertà all’abbondanza, dall’ultimo posto al primo, dall’abiezione alla dignità, dalla fatica al riposo. Eliseo ha sacrificato i buoi per seguire più facilmente Elia e noi facciamo lo stesso e seguiamo Cristo!

Isacco della Stella (1100 – 1169), monaco cristiano, teologo e filosofo inglese, venerato come beato dalla Chiesa cattolica

Magnificat! Il testamento spirituale del Card. Eduardo Pironio

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen! Magnificat!

Fui battezzato nel nome della Trinità Santissima; credetti fermamente in Essa, per la misericordia di Dio; ne gustai l’amorosa presenza nella piccolezza della mia anima (mi sono sentito abitato dalla Trinità). Ora entro «nella gioia del mio Signore», nella contemplazione diretta, «faccia a faccia», della Trinità. Finora «ho pellegrinato da lontano verso il Signore», adesso «lo vedo quale Egli è». Sono felice. Magnificat!

«Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo, e vado al Padre». Grazie, Signore e Dio mio, Padre delle misericordie, perché mi chiami e mi attendi. Perché mi abbracci nella gioia del tuo perdono.

Non piangete per la mia dipartita! «Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado dal Padre». Vi chiedo solo di continuare ad accompagnarmi con il vostro affetto e con la vostra supplica e di pregare molto per la mia anima.

Magnificat! Mi affido al cuore di Maria, mia buona Madre, la Vergine Fedele, affinché mi aiuti a rendere grazie al Padre e a chiedere perdono per i miei innumerevoli peccati.

Magnificat! Ti rendo grazie, Padre, per il dono della vita. Quanto è bello vivere! Tu ci ha fatti, Signore, per la Vita. La amo, la offro, la attendo, Tu sei la Vita, come sei sempre stato la mia Verità e la mia Via.

Magnificat! Ringrazio il Padre per il dono inestimabile del mio Battesimo che mi ha reso figlio di Dio e tempio vivo della Trinità. Mi spiace di non aver realizzato bene la mia vocazione battesimale alla santità.

Magnificat! Ringrazio il Signore per il mio sacerdozio. Mi sono sentito straordinariamente felice di essere sacerdote e vorrei trasmettere questa gioia profonda ai giovani di oggi, quale mio migliore testamento ed eredità.

Il Signore è stato buono con me. Che le anime che hanno ricevuto la presenza di Gesù mediante il mio ministero sacerdotale preghino per il mio eterno riposo! Chiedo perdono, con tutta la mia anima, per il bene che ho tralasciato di fare come sacerdote. Sono pienamente consapevole che vi sono stati molti peccati di omissione nel mio sacerdozio, per non essere stato generosamente quello che avrei dovuto essere di fronte al Signore. Forse ora, morendo, inizierò a essere veramente utile: «se il chicco di grano caduto in terra… muore, produce molto frutto». La mia vita sacerdotale è stata sempre caratterizzata da tre amori e presenze: il Padre, Maria Santissima e la Croce.

Magnificat! Rendo grazie a Dio per il mio ministero di servizio nell’Episcopato. Quanto è stato buono Dio con me! Ho voluto essere «padre, fratello e amico» dei sacerdoti, dei religiosi e religiose, di tutto il Popolo di Dio. Ho voluto essere una semplice presenza di «Cristo, Speranza della Gloria». Ho voluto esserlo sempre, nei diversi servizi che Dio mi ha chiesto come Vescovo: Ausiliare di La Plata, Amministratore Apostolico di Avellaneda, Segretario Generale e Presidente del CELAM, Vescovo di Mar del Plata e poi, per disposizione di Papa Paolo VI, Prefetto della Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari e infine, per benigna disposizione di Papa Giovanni Paolo II, Presidente del Pontificio Consiglio per i Laici. Mi spiace di non essere stato più utile come Vescovo, di aver deluso la speranza di molti e la fiducia dei miei amatissimi Padri, i Papi Paolo VI e Giovanni Paolo II. Accetto però con gioia la mia povertà. Voglio morire con un’anima interamente povera.

Desidero esprimere il mio ringraziamento al Santo Padre, Giovanni Paolo II, per avermi affidato, nell’aprile del 1984, l’animazione dei fedeli laici. Da essi dipende, in modo immediato, l’edificazione della «civiltà dell’amore». Li amo enormemente, li abbraccio e li benedico; e ringrazio il Papa per la sua fiducia e per il suo affetto.

Magnificat! Rendo grazie a Dio che, attraverso il Santo Padre Paolo VI, mi ha chiamato a servire la Chiesa Universale nel privilegiato campo della vita consacrata. Come amo i Religiosi, le Religiose e tutti i laici consacrati nel mondo! Come invoco Maria Santissima per loro! Come offro oggi con gioia la mia vita perché siano fedeli! Sono Cardinale della Santa Chiesa. Rendo grazie all’amato Santo Padre Paolo VI per questa immeritata nomina. Rendo grazie al Signore per avermi fatto comprendere che il Cardinalato è una vocazione al martirio, una chiamata al servizio pastorale e una forma più profonda di paternità spirituale. Mi sento così felice di essere martire, di essere Pastore, di essere Padre.

Magnificat! Ringrazio il Signore per il privilegio della croce. Mi sento felicissimo di aver molto sofferto. Solo mi dispiace di non aver sofferto bene e di non aver assaporato sempre in silenzio la mia croce. Desidero che, almeno ora, la mia croce inizi ad essere luminosa e feconda. Che nessuno si senta colpevole di avermi fatto soffrire, perché è stato strumento provvidenziale di un Padre che mi ha amato molto. Sì, chiedo perdono, con tutta la mia anima, perché ho fatto soffrire tante persone!

Magnificat! Ringrazio il Signore perché mi ha fatto comprendere il Mistero di Maria nel Mistero di Gesù e perché la Vergine è stata tanto presente nella mia vita personale e nel mio ministero. A Lei devo tutto. Confesso che la fecondità della mia parola la devo a Lei. Le mie grandi date – di croce e di gioia – sono sempre state date mariane.

Magnificat! Ringrazio il Signore perché il mio ministero si è svolto quasi sempre, in modo privilegiato, al servizio dei sacerdoti e dei seminaristi, dei religiosi e delle religiose, e ultimamente dei fedeli laici. Ai sacerdoti ai quali, nel mio lungo ministero, ho potuto fare un po’ di bene chiedo la carità di una Messa per la mia anima.

Li ringrazio tutti per il dono della loro amicizia sacerdotale. Auguro ai seminaristi – a tutti coloro che Dio ha posto un giorno lungo il mio cammino – un sacerdozio santo e fecondo: che siano anime di preghiera, assaporino la croce, che amino il Padre e Maria! Chiedo agli amatissimi religiosi e religiose, «mia gloria e mia corona», di vivere con profonda gioia la loro consacrazione e la loro missione. Lo stesso dico ai carissimi laici consacrati nella provvidenziale chiamata degli Istituti Secolari. A tutti chiedo di perdonare i miei cattivi esempi e i miei peccati di omissione.

Magnificat! Rendo grazie a Dio per aver potuto consumare le mie povere forze e talenti nella dedizione ai carissimi laici, l’amicizia e la testimonianza dei quali mi hanno arricchito spiritualmente. Ho amato molto l’Azione Cattolica.

Se non ho fatto di più è perché non l’ho saputo fare. Dio mi ha concesso di lavorare con i laici a partire dalla semplicità contadina di Mercedes (Argentina) fino al Pontificio Consiglio per i Laici. Magnificat!

Chiedo perdono a Dio per i miei innumerevoli peccati, alla Chiesa per non averla servita più generosamente, alle anime per non averle amate in modo più eroico e concreto. Se ho offeso qualcuno, gli chiedo perdono: desidero morire con la coscienza tranquilla. E se qualcuno crede di avermi offeso, voglio che provi la gioia del mio perdono e del mio abbraccio fraterno.

Ringrazio tutti per l’amicizia e la fiducia. Ringrazio i miei amati genitori – che ora incontrerò in cielo – per la fede che mi hanno trasmesso. Ringrazio tutti i miei fratelli per la loro compagnia spirituale e per il loro affetto, soprattutto mia sorella Zulema.

Amo con tutta la mia anima Papa Giovanni Paolo II, gli rinnovo la mia completa disponibilità, gli chiedo perdono per tutto ciò che non ho saputo fare come Prefetto della Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari e come Presidente del Pontificio Consiglio per i Laici. Dio è testimone della mia totale dedizione e buona volontà.

Lo ringrazio per la delicatezza e la bontà di avermi voluto nominare Cardinale Vescovo della Diocesi Suburbicaria di Sabina-Poggio Mirteto. Rinnovo alle amate Serve di Cristo Sacerdote, che mi hanno accompagnato per tanti anni, tutta la mia gratitudine, il mio affetto paterno e la mia profonda venerazione per la loro vocazione specifica, tanto provvidenziale nella Chiesa.

Le amo molto, prego per esse e le benedico in Cristo e in Maria Santissima.

Ringrazio il mio caro e fedele Segretario, il R.P. Fernando Vérgez, Legionario di Cristo, per il suo affetto e la sua fedeltà, per la sua compagnia così vicina ed efficiente, per la sua collaborazione, la sua pazienza e la sua bontà.

Chiedo di far celebrare Messe per me e di pregare per la mia anima e per quelle delle tante persone di cui nessuno si ricorda. In modo particolare desidero che si preghi per la santificazione dei sacerdoti, dei religiosi, delle religiose e di tutte le anime consacrate.

Desidero morire tranquillo e sereno: perdonato dalla misericordia del Padre, dalla bontà materna della Chiesa, dall’affetto e dalla comprensione dei miei fratelli. Non ho nemici, grazie a Dio; non provo rancore né invidia per nessuno. Chiedo a tutti di perdonarmi e di pregare per me.

A quando ci riuniremo nella Casa del Padre! Tutti abbraccio di vero cuore per l’ultima volta nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo! Tutti depongo nel cuore di Maria, la Vergine povera, contemplativa e fedele. Ave Maria! A Lei chiedo: «Mostraci dopo questo esilio Gesù, il frutto benedetto del tuo seno».

Roma, 11 febbraio 1996

Beato Card. Eduardo F. Pironio (1920 – 1998), cardinale e arcivescovo cattolico argentino


«Miserere mei, Deus...» Il testamento di Papa Pio XII

 Miserere mei, Deus, secundum (magnam) misericordiam tuam.


Queste parole, che, conscio di esserne immeritevole ed impari, pronunciai nel momento, in cui diedi tremando la mia accettazione alla elezione a Sommo Pontefice, con tanto maggior fondamento le ripeto ora in cui la consapevolezza delle deficienze, delle manchevolezze, delle colpe commesse durante un così lungo Pontificato e in un'epoca così grave ha reso più chiare alla mia mente la mia insufficienza e indegnità. Chiedo umilmente perdono a quanti ho potuto offendere, danneggiare, scandalizzare con le parole e con le opere. Prego coloro, cui spetta, di non occuparsi né preoccuparsi per erigere qualsiasi monumento alla mia memoria; basta che i miei poveri resti mortali siano deposti semplicemente in luogo sacro, tanto più gradito quanto più oscuro. Non mi occorre di raccomandare i suffragi per l'anima mia; so quanto numerosi sono quelli che le norme consuete della Sede Apostolica e la pietà dei fedeli offrono per ogni Papa defunto. Non ho nemmeno bisogno di lasciare un «testamento spirituale», come sogliono lodevolmente fare tanti zelanti Prelati; poiché i non pochi Atti e discorsi, da me per necessità di officio emanati o pronunziati, bastano a far conoscere, a chi per avventura lo desiderasse, il mio pensiero intorno alle varie questioni religiose e morali.

Ciò premesso, nomino mia erede universale la Santa Sede Apostolica, da cui tanto ho avuto, come da Madre amantissima.

15 maggio 1956

Pio XII

«Nato povero, vissuto povero e sicuro di morire poverissimo...» Il testamento spirituale di Pio X

Invocato il Divino aiuto e l'intercessione della Vergine Immacolata e di San Giuseppe, confidente nella divina Misericordia per il perdono delle mie mancanze, specialmente nei doveri del sacro Ministero, estendo l'atto di mia ultima volontà.

Nato povero, vissuto povero e sicuro di morire poverissimo, sono dolente di non poter retribuire i molti, che mi prestarono singolari servigi, particolarmente a Mantova, a Venezia ed in Roma e quindi, non potendo dar loro alcun segno di gratitudine, prego Iddio a compensarli colle migliori grazie.

Dovendo poi provvedere alla mie sorelle Rosa, Maria ed Anna, che essendo sempre vissute con me mi servirono senza il più piccolo compenso, le raccomando alla generosità della Santa Sede, perché assegni loro finché vivrà l'ultima, trecento lire mensili. Essendo poveri tutti gli altri miei consanguinei prossimi, prego la Santa Sede di dare Mille lire all'anno, vita natural durante, a mio fratello Angelo Sarto e alle altre mie sorelle Teresa, Antonia e Lucia.

Ai miei diletti Cappellani Mgr. Gio Bressan e Mgr. Giuseppe Pescini saranno consegnate lire diecimila per ognuno e del primo Canonicato che si renderà vacante dopo la mia morte nelle cattedrali di Treviso e di Venezia saranno investiti Mgr. Bressan a Treviso e Mgr. Pescini a Venezia. Al mio vecchio cameriere Giovanni Gornati di Abbiategrasso sarà continuata dalla Santa Sede, per tutta la vita di lui, la pensione di lire sessanta mensili.

Il premio di lire diecimila che sarà pagato dalla Società delle assicurazioni sulla vita, sarà suddiviso in parti eguali tra mio fratello e le mie sorelle.

Sarà spedita una memoria di qualche oggetto sacro alla Chiesa Patriarcale di Venezia, alla Cattedrale di Mantova, e di Treviso, alle Parrocchiali di Riese, Salzano e Tombolo.

Ordino poi (e per questo mi raccomando all'E.mo Sig. Cardinale Raffaele Merry del Val, che mi ha aiutato in tutto con tanto disinteresse, con tanto affetto e al quale prego dal Cielo i meritati compensi e mi raccomando pure ai diletti Monsignori Bressan e Pescini) ordino che la mia salma non sia tocca e imbalsamata. Per questo, contro le consuetudini, non potrà che essere esposta per poche ore, e poi tumulata nei sotterranei di S. Pietro in Vaticano; ma confido ugualmente nei suffragi dei fedeli, che pregheranno pace per la mia anima.

Iddio mi sia propizio e mi accolga nella Sua infinita Misericordia.

Vaticano, 30 dicembre 1909

Pio X

***   ***   ***

Il seguente è uno degli ultimi discorsi tenuti da Pio X prima di morire. Fu pronunciato il 28 maggio 1914 in occasione della creazione di alcuni nuovi cardinali - il papa morirà il 20 agosto dello stesso anno -, ed è ritenuto il suo testamento spirituale.


Il grave dolore, provato dopo il Concistoro del 1911 per la perdita di tanti ottimi Cardinali, fu in qualche modo temperato dal conforto d’aver potuto riempire quel vuoto, ascrivendo ieri l’altro al sacro Collegio Voi, o miei Figli diletti.

Le prerogative di pietà, di dottrina e di zelo, che Vi distinguono, e soprattutto la devozione, che professate a questa santa Sede apostolica, mi assicurano che mi sarete di valido aiuto per mantenere intatto il deposito della Fede, per custodire l’ecclesiastica disciplina, e per resistere ai subdoli assalti, a cui è fatta segno la Chiesa, non tanto per parte di aperti nemici, ma specialmente degli stessi suoi figli.

Che se è dovuto all’indomabile fermezza dei nostri padri, alla loro sollecita vigilanza, alla loro gelosa premura, e alla loro delicatezza direi quasi verginale in materia di dottrina il trionfo della Chiesa in tutti i pericoli e in tutti gli assalti mossi contro di essa nel corso dei secoli, forse in nessun tempo fu tanto necessario tener d’occhio questo sacro deposito, affinché ne sia mantenuta l’integrità e la purezza.

Siamo purtroppo in un tempo, in cui con molta facilità si fa buon viso, e si adottano certe idee di conciliazione della Fede con lo spirito moderno, idee, che conducono molto più lontano che non si pensi, non solamente all’affievolimento, ma alla perdita totale della Fede.

Non fa più meraviglia il sentire chi si diletta delle parole assai vaghe di aspirazioni moderne, di forza del progresso e della civiltà, affermando l’esistenza di una coscienza laica, d’una coscienza politica opposta alla coscienza della Chiesa, contro la quale si pretende al diritto e al dovere di reagire, per correggerla e raddrizzarla.

Non è nuovo l’incontrarsi in persone, che mettono fuori dubbi, e incertezze sulle verità e anche affermazioni ostinate sopra errori manifesti, cento volte condannati, e ciò nonostante si persuadono di non essersi mai allontanate dalla Chiesa, perché qualche volta hanno eseguite le pratiche cristiane.

Oh! quanti naviganti, quanti piloti, e, Dio non voglia, quanti capitani facendo fidanza con le novità profane e con la scienza bugiarda del tempo, anziché arrivare al porto, hanno fatto naufragio!

Fra tanti pericoli, in ogni contingenza, non ho mancato di far sentire la mia voce per richiamare gli erranti, per segnalare i danni, e per tracciare ai cattolici la via da seguire. Ma non sempre, nè da tutti fu bene intesa e interpretata la mia parola, quantunque chiara e precisa.

Anzi non pochi, seguendo l’esempio funesto degli avversari, che spargono zizzania nel campo del Signore per portarvi la confusione e il disordine, non si peritarono di darle arbitrarie interpretazioni, attribuendole un significato affatto contrario a quello voluto dal Papa e ritenendo come sanzione il prudente silenzio.

Ed in queste dure condizioni ho proprio bisogno del valido ed efficace concorso dell’opera vostra, o miei Figli diletti, tanto nelle varie diocesi alle quali con la dispensa papale farete ritorno, come nella Curia e nelle Congregazioni Romane, perché per la dignità alla quale siete innalzati, uniti di mente e di cuore al Papa, siate tra i primi difensori della sana dottrina, fra i primi maestri della verità, i banditori dei precisi voleri del Papa.

Predicate a tutti, ma specialmente agli ecclesiastici ed agli altri religiosi, che niente tanto dispiace a Nostro Signore Gesù Cristo e quindi al Suo Vicario, quanto la discordia in fatto di dottrina, perché nelle disunioni e nelle contese Satana mena sempre trionfo, e domina sui redenti.

Per conservare l’unione nella integrità della dottrina, premunite specialmente i sacerdoti dalla frequenza di persone di fede sospetta e dalla lettura di libri e giornali, non dirò pessimi, dai quali rifugge ogni onesto, ma anche di quelli che non siano in tutto approvati dalla Chiesa, perché è micidiale l’aria che si respira, ed è impossibile maneggiare la pece e non restarne inquinati.

Se mai Vi incontraste in coloro che si vantano credenti, devoti al Papa, e vogliono essere cattolici ma avrebbero per massimo insulto l’essere detti clericali, dite solennemente che figli devoti del Papa sono quelli che obbediscono alla sua parola ed in tutto lo seguono, e non coloro, che studiano i mezzi per eluderne gli ordini, o per obbligarlo con insistenze degne di miglior causa ad esenzioni o dispense tanto più dolorose quanto più sono di danno e di scandalo.

Non cessate mai di ripetere che, se il Papa ama ed approva le associazioni cattoliche, che hanno di mira anche il bene materiale, ha sempre inculcato che deve avere in esse la prevalenza il bene morale e religioso, e che al giusto e lodevole intento di migliorare le sorti dell’operaio e del contadino dev’essere sempre unito l’amore della giustizia e l’uso dei mezzi legittimi per mantenere tra le varie classi sociali l’armonia e la pace.

Dite chiaramente che le associazioni miste, le alleanze coi non cattolici per il benessere materiale a certe determinate condizioni sono permesse, ma che il Papa predilige quelle unioni di fedeli, che deposto ogni umano rispetto e chiuse le orecchie ad ogni contraria lusinga o minaccia, si stringono intorno a quella bandiera, che, per quanto combattuta, è la più splendida e gloriosa, perché è la bandiera della Chiesa.

Questo è il campo, o miei Figli diletti, nel quale dovete esercitare la vostra attività ed il vostro zelo. Ma poiché a nulla vale il nostro lavoro se non sia dal Cielo benedetto, preghiamo Nostro Signore Gesù Cristo, che strinse e suggellò col Suo Sangue l’universale fratellanza del genere umano, e raccolse tutti coloro, che erano per credere in Lui come in una sola famiglia, a coordinare per l’opera nostra le intelligenze e le volontà di tutti con tale perfezione di concordia che tutti i figli della Chiesa siano una cosa sola fra di loro come una cosa sono Egli ed il Padre.

Ed in questa speranza, Vi impartisco con effusione di cuore l’Apostolica Benedizione,

28 maggio 1914

Pio X

«Miei figli, miei fratelli, arrivederci...» Il testamento spirituale di Papa Giovanni XXIII


 Testamento spirituale e ultime mie volontà


Sul punto di ripresentarmi al Signore Uno e Trino, che mi creò, mi redense, mi volle suo sacerdote e vescovo, mi colmò di grazie senza fine, affido la povera anima mia alla sua misericordia: gli chiedo umilmente perdono dei miei peccati e delle mie deficienze: gli offro quel po' di bene che col suo aiuto mi è riuscito di fare anche se imperfetto e meschino, a gloria sua, a servizio della Santa Chiesa, ad edificazione dei miei fratelli, supplicandolo infine di accogliermi, come padre buono e pio, coi Santi suoi nella beata eternità.

Amo di professare ancora una volta tutta intera la mia fede cristiana e cattolica, e la mia appartenenza e soggezione alla Santa Chiesa Apostolica e Romana, e la mia perfetta devozione ed obbedienza al suo Capo Augusto, il Sommo Pontefice, che fu mio grande onore di rappresentare per lunghi anni nelle varie regioni di Oriente e di Occidente; che mi volle infine a Venezia come Cardinale e Patriarca, e che ho sempre seguito con affezione sincera, al di fuori e al di sopra di ogni dignità conferitami. Il senso della mia pochezza e del mio niente mi ha sempre fatto buona compagnia, tenendomi umile e quieto, e concedendomi la gioia di impiegarmi del mio meglio in esercizio continuato di obbedienza e di carità per le anime e per gli interessi del Regno di Gesù, mio Signore e mio tutto. A lui tutta la gloria: per me ed a merito mio la sua misericordia. Meritum meum miseratio Domini. Domine, tu omnia posti: tu scis quia amo Te. Questo solo mi basta.

Chiedo perdono a coloro che avessi inconsciamente offeso: a quanti non avessi recato edificazione. Sento di non aver nulla da perdonare a chicchessia, perchè in quanti mi conobbero ed ebbero rapporti con me — mi avessero anche offeso o disprezzato, o tenuto, giustamente del resto, in disistima, o mi fossero stati motivo di afflizione — non riconosco che dei fratelli e dei benefattori, a cui sono grato e per cui prego e pregherò sempre.

Nato povero, ma da onorata ed umile gente, sono particolarmente lieto di morire povero, avendo distribuito secondo le varie esigenze e circostanze della mia vita semplice e modesta, a servizio dei poveri e della Santa Chiesa che mi ha nutrito, quanto mi venne fra mano — in misura assai limitata del resto — durante gli anni del mio sacerdozio e del mio episcopato. Apparenze di agiatezza velarono, sovente, nascoste spine di affliggente povertà e mi impedirono di dare sempre con la lar­ghezza che avrei voluto. Ringrazio Iddio di questa grazia della povertà di cui feci voto nella mia giovinezza, povertà di spirito, come Prete del S. Cuore, e povertà reale; e che mi sorresse a non chiedere mai nulla, né posti, né danari, né favori, mai, né per me, né per i miei parenti o amici.

Alla mia diletta famiglia secundum sanguinem — da cui del resto non ho ricevuto nessuna ricchezza materiale — non posso lasciare che una grande e specialissima benedizione, con l'invito a mantenere quel timore di Dio che me la rese sempre così cara ed amata, anche semplice e modesta, senza mai arrossirne: ed è il suo vero titolo di nobiltà. L'ho anche soccorsa talora nei suoi bisogni più gravi, come povero coi poveri: ma senza toglierla dalla sua povertà onorata e contenta. Prego e pregherò sempre per la sua prosperità, lieto come sono di constatare anche nei nuovi e vigorosi germogli la fermezza e la fedeltà alla tradizione religiosa dei padri, che sarà sempre la sua fortuna. Il mio più fervido augurio è che nessuno dei miei parenti e congiunti manchi alla gioia del finale eterno ricongiungimento.

Partendo, come confido, per le vie del Cielo, saluto, ringrazio e benedico i tanti e tanti che composero successivamente la mia famiglia spirituale, a Bergamo, a Roma, in Oriente, in Francia, a Venezia, e che mi furono concittadini, benefattori, colleghi, alunni, collaboratori, amici e conoscenti, sacerdoti e laici, religiosi e suore, e di cui, per disposizione di Provvidenza, fui, benché indegno, confratello, padre o pastore.

La bontà di cui la mia povera persona fu resa oggetto da parte di quanti incontrai sul mio cammino rese serena la mia vita. Rammento bene in faccia alla morte, tutti e ciascuno, quelli che mi hanno preceduto nell'ultimo passo, quelli che mi sopravvivranno e che mi seguiranno. Preghino per me. Darò loro il ricambio dal Purgatorio o dal Paradiso dove spero di essere accolto, ancora lo ripeto, non per i meriti, ma per la misericordia del mio Signore.

Tutti ricordo e per tutti pregherò. Ma i miei figli di Venezia: gli ultimi che il Signore mi pose intorno, ad estrema consolazione e gioia della mia vita sacerdotale, voglio qui nominarli particolarmente a segno di ammirazione, di riconoscenza, di tenerezza tutta singolare. Li abbraccio in ispirito tutti, tutti, del clero e del laicato, senza distinzione, come senza distinzione li amai appartenenti ad una medesima famiglia, oggetto di una medesima sollecitudine e amabilità paterna e sacerdotale. "Pater sancte, serva eos in nomine tuo quos dedisti mihi: ut sint unum sicut et nos" (Gv 17, 11).

Nell'ora dell'addio, o meglio, dell'arrivederci, ancora richiamo a tutti ciò che più vale nella vita: Gesù Cristo benedetto: la sua Santa Chiesa, il suo Vangelo, e, nel Vangelo, soprattutto il Pater noster nello spirito e nel cuore di Gesù e del Vangelo, la verità e la bontà, la bontà mite e benigna, operosa e paziente, invitta e vittoriosa.

Miei figli, miei fratelli, arrivederci. Nel nome del Padre, del Figliuolo, dello Spirito Santo. Nel nome di Gesù nostro amore; di Maria nostra e sua dolcissima Madre; di S. Giu­seppe mio primo e prediletto Protettore. Nel nome di S. Pietro, di S. Giovanni Battista e di S. Marco; di S. Lorenzo Giustiniani e di S. Pio X. Così sia.

Venezia, 29 giugno 1954

*    *   *   *   *

Sotto l'auspicio caro e confidente di Maria, mia Madre celeste, al cui nome è sacra la liturgia di questo giorno, e nell'anno LXXX della mia età, depongo qui e rinnovo il mio te­stamento, annullando ogni altra dichiarazione circa le mie volontà fatta e scritta precedentemente, a più riprese.

Aspetto e accoglierò semplicemente e lietamente l'arrivo di sorella morte secondo tutte le circostanze con cui piacerà al Signore di inviarmela.

Innanzi tutto chiedo venia al Padre delle misericordie pro innumerabilibus peccatis, offensionibus et negligentiis meis come tante e tante volte dissi e ripetei nell'offerta del mio Sacrificio quotidiano.

Per questa prima grazia del perdono di Gesù su tutte le mie colpe, e della introduzione dell'anima mia nel beato ed eterno Paradiso, mi raccomando alle preghiere suffraganti di quanti mi hanno seguito, conosciuto durante tutta la mia vita di sacerdote, di vescovo, e di umilissimo ed indegno Servo dei Servi del Signore.

Poi mi è esultanza del cuore rinnovare integra e fervida la mia professione di fede cattolica, apostolica e romana. Tra le varie forme e simboli con cui la fede suol esprimersi preferisco il «Credo della Messa» sacerdotale e pontificale dalla elevazione più vasta e canora come in unione con la Chiesa uni­versale di ogni rito, di ogni secolo, di ogni regione: dal «Credo in unum Deum patrem omnipotentem» all'«Et vitam venturi saeculi».

 Castelgandolfo, 12 sett. 1961

Discorsi Messaggi Colloqui del Santo Padre Giovanni XXIII, vol. V, p. 609-613

Giovanni XXIII

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Mio caro fratello Severo*,

oggi è festa del tuo grande Patrono — quello del tuo nome vero e proprio che è S. Francesco Zaverio, come si chiamava il nostro caro barba ed ora felicemente il nostro nipote Zaverio.

Penso che sono passati tre anni da quando cessai di scrivere a macchina come mi piaceva tanto: e se mi sono oggi deciso a riprendere l'uso e ad adoperare macchina nuova e tutta per me, l'ho voluto fare per dirti che so di invecchiare, con tanto rumore che si è fatto per i miei 80 anni compiuti; ma che continuo a star bene e che riprendo il buon cammino ancora in buona salute anche se qualche disturbetto mi fa dire che 80 non sono né 60 né so: e per ora almeno posso continuare il buon servizio del Signore e della Santa Chiesa.

Questa lettera che volli proprio scrivere al tuo indirizzo, mio caro Severo come voce che arriva a tutti, ad Alfredo, a Giuseppino, all'Assunta, alla cognata Caterina, alla tua cara Maria, a Virginio e Angelo Ghisleni, come a tutti i componenti le nostre discendenze, desidero che sia per tutti espressione del mio affetto sempre vivo, e sempre giovane. Occupato come sono e come voi sapete in un servizio così importante a cui sono rivolti gli occhi del mondo intero, non posso dimenticare i miei diletti famigliari ai quali nelle giornate torna il mio pensiero.

Ho piacere di constatare come non potendo voi tenervi in corrispondenza personale con me come una volta voi potete tutto confidare a mons. Capovilla che vi vuole molto bene e a cui voi potete dire tutto come fareste con me stesso.

Vogliate ricordare che questa è una delle pochissime lettere private che io ho scritto ad alcuno della mia famiglia durante i passati primi tre anni del mio pontificato: e vogliate compatirmi se non posso fare di più neanche colle persone del mio sangue. Anche questo sacrificio che io mi impongo nei miei rapporti con voi fa a voi ed a me più onore e guadagna più rispetto e simpatia che voi possiate credere ed immaginare.

Ora le grandi manifestazioni di riverenza e di affezione al Papa per la ricorrenza degli 80 anni prendono fine ed io ne godo perché preferisco alle lodi ed agli auguri degli uomini la misericordia del Signore che mi ha eletto ad un impegno così grande che desidero mi sostenga fino al termine della mia vita.

La mia tranquillità personale, che fa tanta impressione nel mondo, è tutta qui. Stare alla obbedienza come ho sempre fatto, e non desiderare o pregare di vivere di più, neanche di un giorno oltre il tempo in cui l'angelo della morte mi verrà a chiamare e a prendere per il Paradiso, come confido.

Ciò non mi impedisce di ringraziare il Signore perché abbia voluto proprio scegliersi a Brusico e alla Colombera quello che doveva chiamarsi successore diretto di tanti Papi durante 20 secoli, ed a prendere il nome di Vicario di Gesù Cristo in terra.

Per questa chiamata il nome Roncalli fu portato alla conoscenza, alla simpatia e al rispetto di tutto il mondo. E voi fate bene a tenervi in umiltà come mi studio di fare anch'io, e a non lasciarvi prendere dalle insinuazioni e dalle ciancie del mondo. Il mondo non si interessa che di far soldi: godere la vita e imporsi ad ogni costo, anche se occorre disgraziatamente con prepotenza.

Gli 80 anni passati dicono a me, come a te caro Severo, e a tutti i nostri, che ciò che più conta è di tenerci ben preparati e sempre a partire d'improvviso: perché questo è ciò che più vale: assicurarci l'eterna vita confidando nella bontà del Signore che tutto vede e a tutto provvede.

Questi sentimenti amo esprimere a te, mio carissimo Severo, perché tu li trasmetta a tutti i nostri più intimi parenti della Colombera, delle Gerole, di Bonate e di Medolago e dovunque si trovino e di cui neanche conosco esattamente il paese. Lascio alla tua discrezione il modo di farlo. Penso che la Enrica potrebbe aiutarti, e don Battista anche.

Continuate a volervi bene fra di Voi tutti Roncalli componenti le nuove famiglie, e sappiate comprendermi se non posso scrivere a ciascuna famiglia. Ha ragione il nostro Giuseppino quando dice a suo fratello Papa: «Voi qui siete un prigioniero di lusso che non può fare tutto ciò che vorrebbe».

Piacemi ricordare i nomi di chi più soffre fra di voi: la cara Maria tua moglie benedetta, e la buona Rita che ha assicurato colle sue sofferenze il Paradiso per sé e per voi due che l'avete assistita con tanta carità; la cognata Caterina che mi ricorda sempre il suo e nostro Giovanni che dal cielo ci guarda, insieme coi nostri parenti Roncalli e parenti più vicini, come quelli della emigrazione Milanese.

So bene che voi avrete a subire qualche mortificazione da parte di chi vuol ragionare senza buon giudizio. Avere un Papa in famiglia, a cui si volgono gli sguardi rispettosi di tutto il mondo, e vivere — i suoi parenti — così modestamente lasciandoli nelle loro condizioni sociali! Intanto molti sanno che il Papa, figlio di umile ma onorata gente, non dimentica nessuno, ha e dimostra cuore buono per tutti i suoi più prossimi parenti: e che del resto la sua condizione è quella di quasi tutti i suoi recenti antecessori: e che l'onore di un papa non è di far arricchire i suoi parenti, ma solo di assisterli con carità secondo i loro bisogni e le condizioni di ciascuno.

Questo è e sarà uno dei titoli di onore più belli e più apprezzati di papa Giovanni, e della sua famiglia Roncalli.

Alla mia morte non mi mancherà l'elogio che fece tanto onore alla santità di Pio X: nato povero e morto povero.

È naturale che avendo io compiuto gli 80, anche tutti gli altri mi vengano dietro. Coraggio: coraggio. Siamo in buona compagnia. Io tengo sempre vicino al mio letto la fotografia che raccoglie coi loro nomi scritti sul marmo, tutti i nostri morti: nonno Angelo: barba Zaverio: i nostri venerati genitori, il fratello Giovanni: le sorelle Teresa, Ancilla, Maria, e Enrica. Oh! che bel coro di anime che ci aspettano e pregano per noi. Io penso a loro sempre. Il ricordarli nella preghiera mi dà coraggio e mi infonde letizia nella fiduciosa attesa di congiungerci a loro tutti insieme nella gloria celeste ed eterna.

Vi benedico tutti insieme ricordando le spose tutte venute ad allietare la famiglia Roncalli o passate ad accrescere la gioia di nuove famiglie di diverso nome ma di eguale sentimento. Oh! i bambini, i bambini quale ricchezza, e quale benedizione.

Vaticano, 3 dicembre 1961


* Lettera inviata da Papa Giovanni XXIII al fratello Zaverio - da Lui chiamato confidenzialmente Severo, in 3 dicembre del 1961, considerata come il suo testamento spirituale ai Roncalli.

Discorsi Messaggi Colloqui del Santo Padre Giovanni XXIII, vol. V, p. 614-617

Giovanni XXIII