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giovedì 29 giugno 2023

La guerra è la cosa più brutta della vita

Franz Roubaud, La battaglia di Borodino

Nel romanzo Guerra e pace, Lev Tolstoj riporta il colloquio del conte Pierre Bezùchov e del principe Andréi Bolkònski, alla vigilia della battaglia di Borodino che vide contrapporsi le armate napoleoniche e l’esercito russo. Bolkònsk, dà sfogo ai suoi sentimenti e convinzioni sulla guerra e soprattutto sulla condizione umana. 

Sicché voi pensate che la battaglia di domani sarà vinta? disse Pierre. Sì, sì, - disse distrattamente il principe Andréj. - Una cosa sola farei se ne avessi il potere, - cominciò a dire di nuovo. Non prenderei prigionieri. Perché prendere prigionieri? Questa è cavalleria. I francesi hanno distrutto la mia casa e andranno a distruggere Mosca; mi hanno offeso e mi offendono ogni momento. Sono miei nemici, son tutti malfattori, a mio giudizio. E così pensa Timochin e tutto l’esercito. Bisogna punirli. Se sono miei nemici, non possono essere amici, qualunque cosa si dicesse là a Tilsit. - Sì, sì, - disse Pierre guardando il principe Andréj con occhi scintillanti, - io sono pienamente, pienamente d’accordo con voi! Quella questione che sull’altura di Mozàjsk e per tutto quel giorno aveva agitato Pierre, ora gli appariva perfettamente chiara e pienamente risolta. Ora aveva capito il significato e il valore di quella guerra e della battaglia imminente. Tutto ciò che aveva veduto in quel giorno, tutte le significative e severe espressioni dei visi che aveva veduto di sfuggita s’illuminarono per lui di nuova luce. Capì tutto il calore latente, come si dice in fisica, del patriottismo che c’era in tutte quelle persone da lui vedute e che gli spiegava perché tutte quelle persone si preparassero tranquillamente e quasi spensieratamente alla morte.- Non prendere prigionieri, - seguitò il principe Andréj. - Soltanto questo cambierebbe tutta la guerra e la renderebbe meno crudele. E noi invece abbiamo giocato alla guerra, ecco il male; noi facciamo i magnanimi, e così via. Questa magnanimità e questa sensibilità sono del genere della magnanimità e della sensibilità di una signora a cui viene male se vede uccidere un vitello; è così buona che non può vedere il sangue, ma poi mangia con appetito di quel vitello con la salsa. Ci vengono a discorrere dei diritti della guerra, della cavalleria, del parlamentarismo, dei riguardi da usare agli infelici, ecc. Tutte sciocchezze. Ho visto nel 1805 la cavalleria e il parlamentarismo: ci hanno ingannati e abbiamo ingannato. Saccheggiano le case altrui, mettono in giro assegnati falsi e, peggio di tutto, mi uccidono i figli, il padre e parlano delle regole della guerra e della magnanimità verso i nemici! Non prendere prigionieri, ma uccidere e farsi uccidere! Chi è arrivato a questo, come me, attraverso le stesse sofferenze... Il principe Andréj, che aveva pensato che gli fosse indifferente che prendessero o no Mosca come avevano preso Smolènsk, improvvisamente si fermò nel suo dire per uno spasimo inatteso che l’aveva afferrato alla gola. Fece qualche passo in silenzio; ma i suoi occhi splendevano febbrilmente e il suo labbro tremava quando riprese a dire: - Se in guerra non ci fosse questa magnanimità, noi marceremmo solo quando valesse la pena di andare verso una morte certa, come ora. Allora non ci sarebbe una guerra perché Pàvel Ivànyc ha offeso Michail Ivànyc. E se c’è la guerra, come ora, che sia guerra! E allora il rendimento degli eserciti non sarebbe quello che è ora. Allora tutti questi westfaliani e assiani che si conduce dietro Napoleone non l’avrebbero seguito in Russia, e noi non saremmo andati a batterci in Austria o in Prussia, senza sapere noi stessi perché. La guerra non è un’amabilità, ma la cosa più brutta della vita; e bisogna capirlo, e non giocare alla guerra. Bisogna accettare austeramente e seriamente questa terribile necessità. Tutto sta in questo: spogliarsi della menzogna; e che la guerra sia la guerra, e non uno scherzo. Se no la guerra è il passatempo favorito degli uomini oziosi e leggeri... La condizione del militare è la più onorata. E che cos’è la guerra, che cosa ci vuole per ottenere il successo nell’arte militare, quali sono i costumi dell’ambiente militare? Lo scopo della guerra è la strage; strumenti della guerra sono lo spionaggio, il tradimento e l’istigazione a tradire, la spoliazione degli abitanti, il saccheggio e il furto per approvvigionare l’esercito, l’inganno e la menzogna, detti astuzie di guerra; i costumi della classe militare sono l’assenza di libertà, cioè la disciplina, l’ozio, l’ignoranza, la crudeltà, la depravazione, l’ubriachezza. E malgrado ciò, è la classe più elevata, e rispettata da tutti. Tutti i sovrani, tranne l’imperatore della Cina, portano la divisa militare, e a chi ha ucciso più gente danno le maggiori ricompense... S’incontrano, come faranno domani, per uccidersi l’un l’altro, massacrano, stroppiano diecine di migliaia di uomini, e poi faranno preghiere di ringraziamento per aver ucciso molte persone (e se ne esagererà ancora il numero) e proclameranno la vittoria, supponendo che, quanta più gente sarà stata ammazzata, tanto maggiore sarà il merito. Come Dio di lassù può vedere e udire questo! - gridò il principe Andréj con voce acuta e stridula. - Ah, anima mia, in questi ultimi tempi mi è diventato penoso vivere! Vedo che comincio a capir troppo. E non conviene all’uomo assaporare i frutti dell’albero della scienza del bene e del male!... Be’, ma non sarà per molto tempo!

Guerra e Pace, libro III, capitolo XXV

Lev Tolstoj (1828 – 1910), scrittore, filosofo, educatore e attivista sociale russo

lunedì 30 gennaio 2023

La sorgente sia il tuo modello


Tre viandanti si trovavano insieme presso una sorgente che scaturiva dalla roccia sulla quale c’era la scritta: «La sorgente sia il tuo modello». I tre discussero sul significato della frase. 

Il primo disse: “La sorgente, lungo il suo percorso, raccoglie altre acque e diventa un grosso fiume. Anche l’uomo durante la sua vita deve ingrossare il suo capitale per diventare più ricco”. 

Il secondo disse: “Per me la scritta vuol dire che l’uomo, nel suo modo di parlare, dev’essere limpido, com’è l’acqua di questa fonte”. 

Il terzo, che era un uomo saggio, disse: “La sorgente dev’essere modello all’uomo. Essa dà da bere a tutti, senza richiedere niente, fa del bene a tutti, senza aspettare alcuna ricompensa”. 

Lev Tolstoj (1828 – 1910), scrittore, filosofo, educatore e attivista sociale russo

venerdì 20 marzo 2020

La vita ha un senso perchè Dio ti ama immensamente

Non comprendevo questa vita: essa mi sembrava spaventosa. E d'un tratto intesi le parole di Cristo e le compresi. La vita e la morte finirono di apparirmi un male e da allora, invece della disperazione, ho sentito la felicità e la gioia della vita che neppure la morte può alterare.

Lev Tolstoj (1828 – 1910), scrittore, filosofo, educatore e attivista sociale russo

mercoledì 18 marzo 2020

La commozione e la gioia della primavera


Per quanto gli uomini, riuniti a centinaia di migliaia in un piccolo spazio, cercassero di deturpare la terra su cui si accalcavano, per quanto la soffocassero di pietre, perché nulla vi crescesse, per quanto estirpassero qualsiasi filo d'erba che riusciva a spuntare, per quanto esalassero fumi di carbon fossile e petrolio, per quanto abbattessero gli alberi e scacciassero tutti gli animali e gli uccelli, - la primavera era primavera anche in città. Il sole scaldava, l'erba, riprendendo vita, cresceva e rinverdiva ovunque non fosse strappata, non solo nelle aiuole dei viali, ma anche fra le lastre di pietra, e betulle, i pioppi, ciliegi selvatici schiudevano le loro foglie vischiose e profumate, i tigli gonfiavano i germogli fino a farli scoppiare; le cornacchie, i passeri e i colombi con la festosità della primavera già preparavano i nidi, e le mosche ronzavano vicino ai muri, scaldate dal sole.
Allegre erano le piante, e gli uccelli, e gli insetti, e i bambini. Ma gli uomini - i grandi, gli adulti - non smettevano di ingannare e tormentare se stessi e gli altri. Gli uomini ritenevano che sacro e importante non fosse quel mattino di primavera, non quella bellezza del mondo di Dio, data per il bene di tutte le creature, la bellezza che dispone alla pace, alla concordia e all'amore, ma sacro e importante fosse quello che loro stessi avevano inventato per dominarsi l'un l'altro.
Resurrezione (1899)
Lev Tolstoj (1828 – 1910), scrittore, filosofo, educatore e attivista sociale russo


venerdì 16 ottobre 2015

La più semplice e ovvia verità

So che la maggior parte degli uomini, compresi coloro che si sentono a loro agio con problemi della massima complessità, accetta raramente anche la verità più semplice e ovvia, se questa li obbliga ad ammettere la falsità delle conclusioni che loro stessi si sono deliziati ad esporre ai loro colleghi o che hanno fieramente insegnato ad altri e che hanno ormai ordito, filo dopo filo, nel tessuto della loro vita.
Guerra e pace
Lev Tolstoj (1828 – 1910), scrittore, filosofo, educatore e attivista sociale russo

domenica 21 marzo 2010

Il fascio di ramoscelli

Un padre raccomandava sempre ai suoi figli di vivere d'accordo, ma essi non lo ascoltavano. Un giorno si fece portare un fascio di ramoscelli ancora verdi e disse:
«Rompetelo».
A dispetto di tutti i loro sforzi, i figli non vi riuscirono. Il padre slegò i ramoscelli e disse loro di romperli, uno dopo l'altro.
I figli lo fecero facilmente.
Allora il padre disse:
«Voi siete come questi ramoscelli; se vivrete uniti e d'accordo, nessuno potrà far nulla contro di voi: ma se litigherete e vivrete divisi, il primo venuto avrà ragione di voi».

Lev Tolstoj (1828 – 1910), scrittore, filosofo, educatore e attivista sociale russo

martedì 22 dicembre 2009

Il Natale di Martin

In una certa città viveva un ciabattino, di nome Martin Avdeic. Lavorava in una stanzetta in un seminterrato, con una finestra che guardava sulla strada. Da questa poteva vedere soltanto i piedi delle persone che passavano, ma ne riconosceva molte dalle scarpe, che aveva riparato lui stesso. Aveva sempre molto da fare, perché lavorava bene, usava materiali di buona qualità e per di più non si faceva pagare troppo.
Anni prima, gli erano morti la moglie e i figli e Martin si era disperato al punto di rimproverare Dio. Poi un giorno, un vecchio del suo villaggio natale, che era diventato un pellegrino e aveva fama di santo, andò a trovarlo. E Martin gli aprì il suo cuore.
- Non ho più desiderio di vivere - gli confessò. - Non ho più speranza.
Il vegliardo rispose: « La tua disperazione è dovuta al fatto che vuoi vivere solo per la tua felicità. Leggi il Vangelo e saprai come il Signore vorrebbe che tu vivessi.
Martin si comprò una Bibbia. In un primo tempo aveva deciso di leggerla soltanto nei giorni di festa ma, una volta cominciata la lettura, se ne sentì talmente rincuorato che la lesse ogni giorno.
E cosi accadde che una sera, nel Vangelo di Luca, Martin arrivò al brano in cui un ricco fariseo invitò il Signore in casa sua. Una donna, che pure era una peccatrice, venne a ungere i piedi del Signore e a lavarli con le sue lacrime. Il Signore disse al fariseo: «Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e non mi hai dato acqua per i piedi. Questa invece con le lacrime ha lavato i miei piedi e con i suoi capelli li ha asciugati... Non hai unto con olio il mio capo, questa invece, con unguento profumato ha unto i miei piedi.
Martin rifletté. Doveva essere come me quel fariseo. Se il Signore venisse da me, dovrei comportarmi cosi? Poi posò il capo sulle braccia e si addormentò.
All'improvviso udì una voce e si svegliò di soprassalto. Non c'era nessuno. Ma senti distintamente queste parole: - Martin! Guarda fuori in strada domani, perché io verrò.
L'indomani mattina Martin si alzò prima dell'alba, accese il fuoco e preparò la zuppa di cavoli e la farinata di avena. Poi si mise il grembiule e si sedette a lavorare accanto alla finestra. Ma ripensava alla voce udita la notte precedente e così, più che lavorare, continuava a guardare in strada. Ogni volta che vedeva passare qualcuno con scarpe che non conosceva, sollevava lo sguardo per vedergli il viso. Passò un facchino, poi un acquaiolo. E poi un vecchio di nome Stepanic, che lavorava per un commerciante del quartiere, cominciò a spalare la neve davanti alla finestra di Martin che lo vide e continuò il suo lavoro.
Dopo aver dato una dozzina di punti, guardò fuori di nuovo. Stepanic aveva appoggiato la pala al muro e stava o riposando o tentando di riscaldarsi. Martin usci sulla soglia e gli fece un cenno. - Entra· disse - vieni a scaldarti. Devi avere un gran freddo.
- Che Dio ti benedica!- rispose Stepanic. Entrò, scuotendosi di dosso la neve e si strofinò ben bene le scarpe al punto che barcollò e per poco non cadde.
- Non è niente - gli disse Martin. - Siediti e prendi un po' di tè.
Riempi due boccali e ne porse uno all'ospite. Stepanic bevve d'un fiato. Era chiaro che ne avrebbe gradito un altro po'. Martin gli riempi di nuovo il bicchiere. Mentre bevevano, Martin continuava a guardar fuori della finestra.
- Stai aspettando qualcuno? - gli chiese il visitatore.
- Ieri sera- rispose Martin - stavo leggendo di quando Cristo andò in casa di un fariseo che non lo accolse coi dovuti onori. Supponi che mi succeda qualcosa di simile. Cosa non farei per accoglierlo! Poi, mentre sonnecchiavo, ho udito qualcuno mormorare: "Guarda in strada domani, perché io verrò".
Mentre Stepanic ascoltava, le lacrime gli rigavano le guance. - Grazie, Martin Avdeic. Mi hai dato conforto per l'anima e per il corpo.
Stepanic se ne andò e Martin si sedette a cucire uno stivale. Mentre guardava fuori della finestra, una donna con scarpe da contadina passò di lì e si fermò accanto al muro. Martin vide che era vestita miseramente e aveva un bambino fra le braccia. Volgendo la schiena al vento, tentava di riparare il piccolo coi propri indumenti, pur avendo indosso solo una logora veste estiva. Martin uscì e la invitò a entrare. Una volta in casa, le offrì un po' di pane e della zuppa. - Mangia, mia cara, e riscaldati - le disse.
Mangiando, la donna gli disse chi era: - Sono la moglie di un soldato. Hanno mandato mio marito lontano otto mesi fa e non ne ho saputo più nulla. Non sono riuscita a trovare lavoro e ho dovuto vendere tutto quel che avevo per mangiare. Ieri ho portato al monte dei pegni il mio ultimo scialle.
Martin andò a prendere un vecchio mantello. - Ecco - disse. - È un po' liso ma basterà per avvolgere il piccolo.
La donna, prendendolo, scoppiò in lacrime. - Che il Signore ti benedica.
- Prendi - disse Martin porgendole del denaro per disimpegnare lo scialle. Poi l’accompagnò alla porta.
Martin tornò a sedersi e a lavorare. Ogni volta che un'ombra cadeva sulla finestra, sollevava lo sguardo per vedere chi passava. Dopo un po', vide una donna che vendeva mele da un paniere. Sulla schiena portava un sacco pesante che voleva spostare da una spalla all'altra. Mentre posava il paniere su un paracarro, un ragazzo con un berretto sdrucito passò di corsa, prese una mela e cercò di svignarsela. Ma la vecchia lo afferrò per i capelli. Il ragazzo si mise a strillare e la donna a sgridarlo aspramente.
Martin corse fuori. La donna minacciava di portare il ragazzo alla polizia. - Lascialo andare, nonnina - disse Martin. - Perdonalo, per amor di Cristo.
La vecchia lasciò il ragazzo. - Chiedi perdono alla nonnina - gli ingiunse allora Martin.
Il ragazzo si mise a piangere e a scusarsi. Martin prese una mela dal paniere e la diede al ragazzo dicendo: - Te la pagherò io, nonnina.
- Questo mascalzoncello meriterebbe di essere frustato - disse la vecchia.
- Oh, nonnina - fece Martin - se lui dovesse essere frustato per aver rubato una mela, cosa si dovrebbe fare a noi per tutti i nostri peccati? Dio ci comanda di perdonare, altrimenti non saremo perdonati. E dobbiamo perdonare soprattutto a un giovane sconsiderato.
- Sarà anche vero - disse la vecchia - ma stanno diventando terribilmente viziati.
Mentre stava per rimettersi il sacco sulla schiena, il ragazzo sì fece avanti. - Lascia che te lo porti io, nonna. Faccio la tua stessa strada.
La donna allora mise il sacco sulle spalle del ragazzo e si allontanarono insieme.
Martin tornò a lavorare. Ma si era fatto buio e non riusciva più a infilare l'ago nei buchi del cuoio. Raccolse i suoi arnesi, spazzò via i ritagli di pelle dal pavimento e posò una lampada sul tavolo. Poi prese la Bibbia dallo scaffale.
Voleva aprire il libro alla pagina che aveva segnato, ma si apri invece in un altro punto. Poi, udendo dei passi, Martin si voltò. Una voce gli sussurrò all'orecchio: - Martin, non mi riconosci?
- Chi sei? - chiese Martin.
- Sono io - disse la voce. E da un angolo buio della stanza uscì Stepanic, che sorrise e poi svanì come una nuvola.
- Sono io - disse di nuovo la voce. E apparve la donna col bambino in braccio. Sorrise. Anche il piccolo rise. Poi scomparvero.
- Sono io - ancora una volta la voce. La vecchia e il ragazzo con la mela apparvero a loro volta, sorrisero e poi svanirono.
Martin si sentiva leggero e felice. Prese a leggere il Vangelo là dove si era aperto il libro. In cima alla pagina lesse: Ebbi fame e mi deste da mangiare, ebbi sete e mi dissetaste, fui forestiero e mi accoglieste. In fondo alla pagina lesse: Quanto avete fatto a uno dei più piccoli dei miei fratelli, l’avete fatto a me.
Così Martin comprese che il Salvatore era davvero venuto da lui quel giorno e che lui aveva saputo accoglierlo.

Lev Tolstoj (1828 – 1910), scrittore, filosofo, educatore e attivista sociale russo

martedì 17 novembre 2009

Aforismi Pace

Le guerre sono molto facili da cominciare e molto difficili da finire.

Bomba atomica: invenzione che rende superflue tutte le altre invenzioni. 

Meglio seppellire le armi che seppellire i figli.

Non esiste un modo onorevole di uccidere, né un modo gentile di distruggere. Non c’è niente di buono nella guerra, eccetto la sua fine. (Abraham Lincoln - attribuita)

É segno di maggior gloria uccidere le guerre con la parola anziché gli uomini con le armi, e conquistare la pace con la pace, non con la guerra. (Sant'Agostino)

La guerra non si può umanizzare, si può solo abolire. (Albert Einstein)

Chi fu il primo che inventò le spaventose armi? Da quel momento furono stragi, guerre. Si aprì la via più breve alla crudele morte. Tuttavia il misero non ne ha colpa. Siamo noi che usiamo malamente quel che egli ci diede per difenderci dalle feroci belve. (Albio Tibullo, Elegie I.X)

Il denaro fa la guerra, la guerra fa il dopoguerra, il dopoguerra fa la borsa nera, la borsa nera rifà il denaro, il denaro rifà la guerra. In guerra sono tutti in pericolo, tranne quelli che hanno voluto la guerra. (Antonio De Curtis / Totò)

Silent enim leges inter arma / Tacciono infatti le leggi in mezzo alle armi. (Cicerone, Pro Milone)

La Guerra è padre di tutte le cose e di tutto è sovrano: e gli uni li ha indicati come dei, gli altri come uomini, gli uni li ha resi schiavi, gli altri liberi. (Eraclito)

Cane non mangia cane; «i feroci leoni non si fanno guerra»; il serpente non aggredisce il suo simile; v’è pace tra le bestie velenose. Ma per l’uomo non c’è bestia più pericolosa dell’uomo. (Erasmo da Rotterdam)

Se [...] potessimo contemplare dall'alto gli uomini nel loro agitarsi senza fine, crederemmo di vedere uno sciame di mosche e di zanzare in contrasto fra loro, intente a combattersi, a tendersi tranelli, a rapinarsi a vicenda, a scherzare, a giocare, nell'atto di nascere, di cadere, di morire. Si stenta a credere che razza di terremoti e di tragedie può provocare un animaletto così piccino e destinato a vita così breve. Infatti, di tanto in tanto, un'ondata anche non grave di guerra o di pestilenza ne colpisce e ne distrugge migliaia e migliaia. (Erasmo da Rotterdam, Elogio della follia, 49)


Nessuno è così stupido da preferire la guerra alla pace: nella pace i figli seppelliscono i padri, in guerra invece i padri seppelliscono i figli. (Erodoto, Storie, libro I, 87)
Con queste parole Creso (596 a.C. – 546 a.C.), sovrano lidico, risponde a Ciro, che gli domanda quale follia lo abbia spinto a muovere guerra a lui e al suo impero, così potente da non permettere nessuna illusione circa l’esito del conflitto.

Per fare la pace ci vuole coraggio, molto di più che per fare la guerra. (Papa Francesco)

Se esiste un uomo non violento, perché non può esistere una famiglia non violenta, una città, un paese, un mondo non violento? (Gandhi)

La guerra piace a chi ha interessi economici, che se ne sta ben distante dalle guerre. Chi invece la conosce si fa un’idea molto presto. Io che non sono tanto furbo ci ho messo qualche anno per capire che non importa se c’è un’altra guerra. Che sia contro il terrorismo, per la democrazia o i diritti umani. Ogni guerra ha una costante: il 90% delle vittime sono civili, persone che non hanno mai imbracciato un fucile. Che non sanno neanche perché gli arriva in testa una bomba. Le guerre vengono dichiarate dai ricchi e potenti, che poi ci mandano a morire i figli dei poveri. (Gino Strada)

La pace richiede quattro condizioni essenziali: verità, giustizia, amore e libertà. (Papa Giovanni Paolo II)

La guerra è un male perché fa più malvagi di quanti ne toglie di mezzo. (Immanuel Kant)

Quando i ricchi si fanno la guerra tra loro, sono i poveri a morire. (Jean Paul Sartre)


Se tutti andassero in guerra solo in base alle proprie convinzioni, le guerre non ci sarebbero più. (Lev Tolstoj)

Mi oppongo alla violenza perché quando sembra fare del bene, il bene è solo temporaneo; il male che fa è invece permanente. Come non si può spegnere il fuoco con il fuoco, né asciugare l'acqua con l'acqua, così non si può eliminare la violenza con la violenza. (Lev Tolstoj)

Erminio Bonafè (George Wilson): "La guerra è una parentesi bestiale e solo quando è finita ci si accorge della sua inutilità!"
Primo Arcovazzi (Ugo Tognazzi): "Se si perde!... ma se si vince?"  
Erminio Bonafè: "Le guerre le perdono tutti!" (Dal film: Il federale (1961), regia di Luciano Salce)

Il giorno in cui il potere dell’amore supererà l’amore per il potere il mondo conoscerà la pace. (Mahatma Gandhi)

La persona che non è in pace con se stessa sarà in guerra con il mondo intero. (Mahatma Gandhi)

Tutti parlano di pace, ma nessuno educa alla pace. A questo mondo, si educa per la competizione, e la competizione è l’inizio di ogni guerra. Quando si educherà per la cooperazione e per offrirci l’un l’altro solidarietà, quel giorno si starà educando per la pace. (Maria Montessori)

Dio ha creato la guerra affinché gli americani imparassero la geografia. (Mark Twain)

La pace è più importante di ogni giustizia; e la pace non fu fatta per amore della giustizia, ma la giustizia per amor della pace. (Martin Lutero)

Impariamo che la pace è la strada più difficile perché richiede risposte molto complesse a problemi che i guerrafondai presentano con stupefacente semplicità. (Luis Sepúlveda, Una sporca storia)

La guerra è una professione con la quale un uomo non può vivere onorevolmente; un impiego col quale il soldato, se vuole ricavare qualche profitto, è obbligato ad essere falso, avido, e crudele. (Niccolò Machiavelli)

La guerra: un massacro di gente che non si conosce, a vantaggio di gente che si conosce, ma non si massacra. (Paul Valéry)

Le nuovi armi cambiano le guerre, ma sono le guerre che cambiano il mondo. (Pietro Aretino)

Omnia prius experiri quam armis sapientem decet. / È da saggi provare tutte le vie prima di arrivare alle armi. (Publio Terenzio Afro, Eunuchus, 78)

Non è l’abolizione degli eserciti che farà scomparire la guerra, così come non è abolendo la polizia che si fa scomparire la criminalità. Bisogna eliminare la causa della guerra: gli eserciti sono piuttosto l’effetto, cioè sono il prodotto della paura e dell’istinto combattivo. E questo è il compito dell’educazione. (Robert Baden Powell)

Concordia parvae res crescunt, discordia maximae dilabuntur / Con la concordia le piccole cose crescono, con la discordia le più grandi sfumano. (Sallustio, Guerra Giugurtina 10,6).

Desertum fecerunt et pacem appellaverunt. / Hanno creato un deserto e l’hanno chiamato “pace”. (Tacito, Agricola, 30)

Si vis pacem, para bellum. / Se vuoi la pace, prepara la guerra. Il detto latino è ricavato dalla frase di Vegezio: Igitur qui desiderat pacem, praeparet bellum. / Dunque chi aspira alla pace, prepari la guerra. (Flavio Vegezio Renato, Epitoma rei militaris); infine parafrasato in senso opposto da Filippo Turati in: 
Si vis pacem para pacem. Se vuoi la pace prepara la pace. (Filippo Turati, Discorso del 1909)

Dulce bellum inexpertis / La guerra è dolce (bella) solo per quelli che non l'hanno provata (Vegezio)

Quasi tutte le miserie del mondo sono causate dalle guerre. E quando le guerre sono finite, nessuno sa più perché sono scoppiate. (Ashley Wilkes / Leslie Howard nel film "Via col vento" (1939) di Victor Fleming)


martedì 29 settembre 2009

La vita ha un senso perchè Dio ti ama immensamente

Non comprendevo questa vita: essa mi sembrava spaventosa. E d'un tratto intesi le parole di Cristo e le compresi. La vita e la morte finirono di apparirmi un male e da allora, invece della disperazione, ho sentito la felicità e la gioia della vita che neppure la morte può alterare.

Lev Tolstoj (1828 – 1910), scrittore, filosofo, educatore e attivista sociale russo