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venerdì 17 aprile 2026

La voce della mamma

Una pecora brucava tranquilla l'erba del prato. Intorno a lei scherzavano i suoi tre agnellini. Sembravano tre gomitoli di lana bianca.
Saltavano, si rincorrevano, andavano a tuffare il musino rosa nell'acqua del ruscello, che scorreva in mezzo al prato.
Tutto il giorno passò in giuochi. Scese la sera e il pastore venne a riprendere la pecora e gli agnellini.
Subito si accorse che ne mancava uno.
Allora si mise in bocca due dita e fischiò. Ma l'agnello non apparve.
Anche il cane pastore si accorse che mancava un agnellino.
Abbaiò, ma l'agnellino non si fece vivo.
Finalmente la pecora alzò il muso dal prato e vide vicino a sè soltanto due agnellini.
Dalla sua bocca uscì allora un tremulo e disperato: Bèeh, bèeh, bèeh!
Quel belato insegnò all'agnellino la via del ritorno e presto ricomparve sul prato.
Il pastore, quando lo vide, rise contento. Il cane scodinzolò.
I fratellini gli saltarono addosso.
E la pecora, allungando il muso, si dette a leccarlo, che sarebbe come a dire, baciarlo.
La voce della mamma è più forte di ogni richiamo.

Piero Bargellini

sabato 30 agosto 2025

Il segreto per sopravvivere

Ángel era ebreo e proprietario di uno dei forni più famosi di tutta la Germania.
Quando gli chiedevano come avesse fatto a sopravvivere all’Olocausto, raccontava sempre la stessa storia:
«Vuoi sapere perché sono vivo oggi?
Da ragazzo, i nazisti ci caricarono su un treno diretto ad Auschwitz.
Giorni interi senza cibo, né acqua, né riparo.
Nevicava. Il freddo era insopportabile. La morte era ovunque, nel vagone.
Accanto a me, c’era un vecchio che tremava senza sosta. Anch’io stavo per congelarmi, ma usai le mani per scaldargli le sue, il viso, le gambe. Lo abbracciai tutta la notte, gli parlai, gli dissi di non mollare.
Quando arrivò il sole… mi accorsi di qualcosa che mi fece rabbrividire: tutti gli altri nel vagone erano morti congelati.
Solo noi due eravamo vivi.
Lui… perché l’avevo scaldato.
Io… perché avevo deciso di tenerlo in vita».

E poi Ángel aggiungeva sempre:
«Il segreto per sopravvivere è scaldare il cuore degli altri.
Quando dai calore… lo ricevi anche tu.
Quando aiuti qualcuno a vivere… vivi anche tu».

mercoledì 3 aprile 2024

Un dono emozionante

 Mario Rigoni Stern e la sua Pasqua del 1944, prigioniero nel Lager tedesco I/B. 

Un uovo di gallina cotto e colorato con erbe, foglie di cipolla e fondi di caffè: come quelli che le ragazze del mio paese usano donare ai ragazzi alla vigilia dell'Ascensione. Lo mangiai nell'angolo del recinto da dove si vedeva la campagna con le betulle rinverdite. Quell'uovo me lo aveva infilato nella tasca del pastrano una bambina polacca che ogni mattina incontravamo quando saliva sul treno con i compagni per recarsi a scuola. Mi guardava e mi regalava un sorriso che mi aiutava a vivere. La mattina del sabato santo si era avvicinata furtiva e lesta; poi sentii quel peso insolito nella tasca e con la mano avevo scoperto l'emozionante dono.

Aspettando l'alba

Mario Rigoni Stern (1921 – 2008), militare e scrittore italiano


giovedì 11 gennaio 2024

Lo specchio

Il problema dell'identità implica il rapporto con un oggetto meraviglioso, magico: lo specchio. Psicologi, filosofi e scrittori hanno tutti insistito sull'importanza di poter rimirare la nostra immagine e lo "stadio dello specchio" di Lacan o il mito di Narciso sono noti a tutti. Nel suo magnifico libro intitolato La specie umana, Robert Antelme descrive con sobrietà e commozione come, nei campi di sterminio tedeschi, i prigionieri stessero per ore in fila la domenica, per poter vedere, anche solo per qualche secondo, la propria immagine riflessa in un pezzetto di specchio, un volto che, il più delle volte, stentavano a riconoscere:

"René possiede un pezzo di specchio trovato a Buchenwald dopo il bombardamento di agosto. Evita di mostrarlo perché immediatamente gli si fanno tutti intorno chiedendoglielo in prestito.

Vogliono potersi guardare.

Era di domenica, ero seduto sul mio pagliericcio (lo specchio in mano). Facevo con calma. Non ho verificato quale fosse il mio colorito, se giallo oppure grigiastro, né in che stato fossero i denti, o il naso... Di colpo mi sono trovato di fronte una faccia. Me n'ero dimenticato.

Quella domenica la mia faccia era nello specchio. Non era bella, non era brutta, semplicemente abbagliante. Mi aveva seguito e ora la ritrovavo lì, senza occupazione ma, in tutti i casi, lei. Sola, tentava di esprimere qualcosa che qui non si poteva cogliere. Era chiusa in un miraggio che balenava da questo pezzo di vetro.

Non si era così, qui. Si poteva essere così solo nello specchio, soli, e ciò che i compagni attendevano con tanta ansia, era proprio questo brandello di solitudine scintillante dove si inabissavano le SS e tutto il resto. Ma bisognava cedere lo specchio, passarlo a qualcuno accanto, che lo stava aspettando, avido. Facevamo la coda per quello squarcio di solitudine e quando lo avevi in mano, gli altri ti assillavano per il loro turno".

Così giovane e già ebreo. Umorismo Yiddish, Casale Monferrato, Ed. Piemme, 2002 3 ed., 45 - 46

M.A. Ouakin - D. Rotnemer

martedì 27 dicembre 2022

Questa notte è chiara come pieno giorno e dolce agli uomini e agli animali

Greccio (Umbria – Italia), notte del 25 dicembre 1223...

La sua aspirazione più alta, il suo desiderio dominante, la sua volontà più ferma era di osservare perfettamente e sempre il santo Vangelo e di imitare fedelmente con tutta la vigilanza, con tutto l'impegno, con tutto lo slancio dell'anima e del cuore la dottrina e gli esempi del Signore nostro Gesù Cristo.
Meditava continuamente le parole del Signore e non perdeva mai di vista le sue opere. Ma soprattutto l'umiltà dell'Incarnazione e la carità della Passione aveva impresse così profondamente nella sua memoria, che difficilmente gli riusciva di pensare ad altro.
 A questo proposito è degno di perenne memoria e di devota celebrazione quello che il Santo realizzò tre anni prima della sua gloriosa morte, a Greccio, il giorno del Natale del Signore.

C’era in quella contrada un uomo di nome Giovanni, di buona fama e di vita anche migliore, ed era molto caro al beato Francesco perché, pur essendo nobile e molto onorato nella sua regione, stimava più la nobiltà dello spirito che quella della carne. Circa due settimane prima della festa della Natività, il beato Francesco, come spesso faceva, lo chiamò a sé e gli disse: “Se vuoi che celebriamo a Greccio il Natale di Gesù, precedimi e prepara quanto ti dico: vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello”. Appena l’ebbe ascoltato, il fedele e pio amico se ne andò sollecito ad approntare nel luogo designato tutto l’occorrente, secondo il disegno esposto dal Santo.
E giunge il giorno della letizia, il tempo dell’esultanza! Per l’occasione sono qui convocati molti frati da varie parti; uomini e donne arrivano festanti dai casolari della regione, portando ciascuno secondo le sue possibilità, ceri e fiaccole per illuminare quella notte, nella quale s’accese splendida nel cielo la Stella che illuminò tutti i giorni e i tempi. Arriva alla fine Francesco: vede che tutto è predisposto secondo il suo desiderio, ed è raggiante di letizia. Ora si accomoda la greppia, vi si pone il fieno e si introducono il bue e l’asinello. In quella scena commovente risplende la semplicità evangelica, si loda la povertà, si raccomanda l’umiltà. Greccio è divenuta come una nuova Betlemme.
Questa notte è chiara come pieno giorno e dolce agli uomini e agli animali! La gente accorre e si allieta di un gaudio mai assaporato prima, davanti al nuovo mistero. La selva risuona di voci e le rupi imponenti echeggiano i cori festosi. I frati cantano scelte lodi al Signore, e la notte sembra tutta un sussulto di gioia.
Il Santo è li estatico di fronte al presepio, lo spirito vibrante di compunzione di gaudio ineffabile. Poi il sacerdote celebra solennemente l’Eucaristia sul presepio e lui stesso assapora una consolazione mai gustata prima.
Francesco si è rivestito dei paramenti diaconali, perché era diacono e canta con voce sonora il santo Vangelo: quella voce forte e dolce, limpida e sonora rapisce tutti in desideri di cielo. Poi parla al popolo e con parole dolcissime rievoca il neonato Re povero e la piccola città di Betlemme. Spesso, quando voleva nominare Cristo Gesù, infervorato di amore celeste lo chiamava “il Bambino di Betlemme”, e quel nome “Betlemme” lo pronunciava riempiendosi la bocca di voce e ancor più di tenero affetto, producendo un suono come belato di pecora. E ogni volta che diceva “Bambino di Betlemme” o “Gesù”, passava la lingua sulle labbra, quasi a gustare e trattenere tutta la dolcezza di quelle parole.
Vi si manifestano con abbondanza i doni dell’Onnipotente, e uno dei presenti, uomo virtuoso, ha una mirabile visione. Gli sembra che il Bambinello giaccia privo di vita nella mangiatoia, e Francesco gli si avvicina e lo desta da quella specie di sonno profondo. Né la visione prodigiosa discordava dai fatti, perché, per i meriti del Santo, il fanciullo Gesù veniva risuscitato nei cuori di molti, che l’avevano dimenticato, e il ricordo di lui rimaneva impresso profondamente nella loro memoria. Terminata quella veglia solenne, ciascuno tornò a casa sua pieno di ineffabile gioia.

S. Francisci Assisensis vita et miracula

Tommaso da Celano (1200 – 1260), beato, presbitero francescano, poeta e scrittore italiano

Il primo presepe


Giotto, affresco raffigurante "Il presepe di Greccio", Assisi Basilica di San Francesco (1300)  

Tre anni prima della sua morte, decise di celebrare vicino al paese di Greccio, il ricordo della natività del bambino Gesù, con la maggior solennità possibile, per rinfocolarne la devozione.
Ma, perché ciò non venisse ascritto a desiderio di novità, chiese ed ottenne prima il permesso del sommo Pontefice. Fece preparare una stalla, vi fece portare del fieno e fece condurre sul luogo un bove ed un asino.
Si adunano i frati, accorre la popolazione; il bosco risuona di voci e quella venerabile notte diventa splendente di innumerevoli luci, solenne e sonora di laudi armoniose.
L'uomo di Dio stava davanti alla mangiatoia, ricolmo di pietà, cosparso di lacrime, traboccante di gioia.
Il santo sacrificio viene celebrato sopra la mangiatoia e Francesco, levita di Cristo, canta il santo Vangelo. Predica al popolo e parla della nascita del re povero e nel nominarlo, lo chiama, per tenerezza d'amore, il “bimbo di Bethlehem”.
Un cavaliere, virtuoso e sincero, che aveva lasciato la milizia secolaresca e si era legato di grande familiarità all'uomo di Dio, il signor Giovanni di Greccio, affermò di aver veduto, dentro la mangiatoia, un bellissimo fanciullino addormentato, che il beato Francesco, stringendolo con ambedue le braccia, sembrava destare dal sonno.
Questa visione del devoto cavaliere è resa credibile dalla santità del testimone, ma viene comprovata anche dalla verità che essa indica e confermata dai miracoli da cui fu accompagnata. Infatti l'esempio di Francesco, riproposto al mondo, ha ottenuto l'effetto di ridestare la fede di Cristo nei cuori intorpiditi; e il fieno della mangiatoia, conservato dalla gente, aveva il potere di risanare le bestie ammalate e di scacciare varie altre malattie.
Così Dio glorifica in tutto il suo servo e mostra l'efficacia della santa orazione con l'eloquenza probante dei miracoli. 

Legenda maior (Fonti Francescane X 1186,7)

San Bonaventura da Bagnoregio (1221 – 1274) Santo, cardinale, filosofo e teologo italiano 


lunedì 26 dicembre 2022

Venne anche il giorno di Natale


Venne anche il giorno di Natale.
Sapevo che era il giorno di Natale perché il tenente la sera prima era venuto nella tana a dirci: “É Natale domani!”. Lo sapevo anche perché dall'Italia avevo ricevuto tante cartoline con alberi e bambini.
Una ragazza mi aveva mandato una cartolina in rilievo con il presepio, e la inchiodai sui pali di sostegno del bunker.
Sapevamo che era Natale. Quella mattina avevo finito di fare il solito giro delle vedette. Nella notte ero andato per tutti i posti di vedetta del caposaldo e ogni volta che trovavo fatto il cambio dicevo:
“Buon Natale!”
Anche ai camminamenti dicevo: “Buon Natale!” anche alla neve, alla sabbia, al ghiaccio del fiume, anche al fumo che usciva dalle tane, anche ai russi.
Era mattina. Me ne stavo nella postazione più avanzata sopra il ghiaccio del fiume e guardavo il sole che sorgeva dietro il bosco di roveri sopra le postazioni dei russi.
Guardavo il fiume ghiacciato da su, dove compariva dopo una curva, fin giù, dove scompariva in un'altra curva.
Guardavo la neve e le peste di una lepre sulla neve: andavano dal nostro caposaldo a quello dei russi.
“Se potessi prendere la lepre!” – pensavo. Guardavo attorno tutte le cose e dicevo: “Buon Natale!”.
Era troppo freddo star lì fermo e risalendo il camminamento rientrai nella tana della mia squadra.
“Buon Natale!” – dissi – “Buon Natale!”.
Meschini stava pestando il caffè nell'elmetto con il manico della baionetta.
Bodei faceva bollire i pidocchi.
Giuanin stava appollaiato nella sua nicchia vicino alla stufa.
Moreschi si rammendava le calze.
Quelli che avevano fatto gli ultimi turni di vedetta dormivano. C'era un odore forte lì dentro: odore di caffè e di tante altre cose. A mezzogiorno Moreschi mandi per i viveri. Ma siccome quel rancio non era da Natale si decise di fare la polenta.
Meschini ravvivò il fuoco, Bodei andò a lavare il pentolone. Tourn e io si voleva sempre stacciare la farina e, chissà dove e come, un giorno Tourn riuscì a trovare uno staccio.
Ma quello che restava nello staccio, tra crusca e grano appena spezzato era più di metà e allora si decise a maggioranza di non stacciarla più. La polenta era dura e buona.
Era il pomeriggio di Natale. Il sole incominciava ad andarsene per i fatti suoi dietro la mugila e noi si stava nella tana attorno alla stufa fumando e chiacchierando.
Venne poi dentro il cappellano del Vestone: “Buon Natale, figlioli, buon Natale!”, e si appoggiò con la schiena ad un palo di sostegno. “Sono stanco – disse – ho fatto tutti i bunker del battaglione.
Quanti ce ne sono ancora dopo il vostro?”
“Una squadra sola” – dissi.
Più tardi mandai fuori la prima coppia di vedette perché era buio. Ero lì che mi  grattavo la schiena vicino alla stufa quando entrò Chizzarri a chiamarmi: “Sergente – disse – ti vogliono al telefono: è il capitano”. Mi infilai il pastrano e presi il moschetto domandando mi cosa potessi aver fatto di male.
Il telefono era nella tana del tenente.
Il tenente era fuori, forse a passeggiare lungo la riva del fiume per sentire gli starnuti delle vedette russe.
Era proprio Beppo, il capitano, che mi voleva su a Valstagna, al comando di compagnia. Aveva qualcosa da dirmi. “Che sarà?” – pensavo, mentre andavo su alla chiesa diroccata.
Con la faccia tonda e rossa il capitano mi aspettava nella sua tana che era larga e comoda.
Aveva il cappello sulle ventitré con la penna dritta come un coscritto, le marni in tasca. “Buon Natale!” –  disse. E poi mi tese la mano e poi un bicchiere di latta con dentro cognac.
Mi chiese come andava al mio paese e come al caposaldo.
Mi cacciò tra le braccia un fiasco di vino e due pacchi di pasta. Ritornai giù alla mia tana saltando fra la neve come un capretto a primavera.
Nella furia scivolai e caddi ma non ruppi il fiasco né mollai la pasta. Bisogna saper cadere.
Una volta sono scivolato sul ghiaccio con quattro gavette di vino e non versai una goccia: io ero giù per terra ma le gavette le avevo salde in mano con le braccia tese.
Quando arrivai al caposaldo le vedette mi diedero l'alt-chi-va-là-parola-d'ordine e gridai, forte che mi sentirono anche i russi: “Pastasciutta e vino!”.

Il sergente nella neve.  Ricordi della ritirata di Russia (1963)

L’alba del 25 dicembre 1943, dopo una notte quasi insonne e molto fredda, fu molto strana perché in quell’aria lattiginosa e gelata si udì d’un tratto un chiaro suono di campane. Forse quel suono veniva dal campanile di legno? O dagli altoparlanti del lager? O dalla mia immaginazione? Insomma erano pur sempre campane che suonavano a festa […]. 
Quel mattino divenne più silenzioso degli altri. Mi alzai, accesi la stufa, scaldai l’acqua, con pazienza e con la lametta che non tagliava e con poca saponata mi tagliai la barba, e dopo, per quel giorno, mi passai sulle guance alcune gocce di acqua di colonia: pensando a quello che avrebbe dovuto essere il mio Natale, una settimana prima avevo scambiato con un marinaio di passaggio due lamette da barba nuove con un quarto di bottiglietta di acqua di colonia. 
Prima di mezzogiorno la guardia venne a chiamarci per la zuppa; e fu allora che vidi scritto sulla neve lungo i reticolati, pestata con i piedi, questa frase: Fröhliche Weihnachten – [Buon Natale!]. 

Quel Natale nella steppa (2006)

Mario Rigoni Stern (1921 – 2008), militare e scrittore italiano

domenica 25 dicembre 2022

Per ultima venne la morte


La morte non voleva credere alle proprie orecchie quando le fu comunicato che il suo dominio universale stava per finire. Pur riconoscendosi la più inamabile di tutte le creature, un po' di riguardo l'avrebbe gradito da parte dell'Arcangelo messaggero. Non era mica l'ultima delle ancelle di Dio, anzi. Il suo ruolo nei piani del Creatore era fondamentale.
«E continuerà ad esserlo - le aveva garantito il messo celeste - per tutte le creature viventi, tranne che per l'uomo».
«Perché? - gli aveva domandato la Morte - diventerà immortale?».
«Non fare troppe domande... tu non capiresti».
Era stato a questo punto che la Morte si era gravemente offesa. Che oltre a fare un lavoraccio infame, la si giudicasse imbecille, non lo poteva tollerare! Di essere perdente non le importava affatto, tanto il suo lavoro le era ingrato, ma come sarebbe avvenuta la metamorfosi?
Le bastò uno sguardo circolare sulla superficie terrestre per individuare il punto. Forse nessuno, davanti alla grotta di Betlemme, provò maggior sbalordimento della Morte. Eppure, ora che lo aveva davanti, il progetto le appariva chiaro e di un'incredibile semplicità: quel batuffolo di carne, per il solo fatto di essere vita, era già sua preda. La Morte desiderò a quel punto che il Creatore avesse scelto un'altra strada, per non essere chiamata in causa. Ma fu allora che, dal sonno profondo in cui era immerso, il Bimbo le sorrise. E la Morte si sentì vinta e capì come sarebbe stata vinta: da un amore talmente intenso che proprio attraverso di lei sarebbe passato, per dimostrare all'universo la propria potenza e la propria vastità.

Fiabe della Notte Santa

Piero Gribaudi (1933 - 2019), scrittore, editore e bibliofilo italiano

Il Figlio dell'Altissimo


Era nato il “Figlio dell'Altissimo”. Giuseppe mi guardava, non era figlio suo... ma era figlio suo! Il Signore Dio aveva scelto me come madre del figlio dell'Altissimo, ma aveva scelto anche lui come padre del Figlio dell'Altissimo. Giuseppe pianse, pianse per la gioia di quel figlio, pianse per me. Adesso comprendevo le parole di Elisabetta: “...e beata colei che ha creduto nell'adempimento di ciò che il Signore le ha detto”. Capivo anche le mie stesse parole che qualche tempo prima mi erano sgorgate dalla bocca come un fiume in piena: “D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente e Santo è il suo nome”. Il bambino era nato, Gesù, “Dio-salva”, questo sarebbe stato il suo nome. È l'Emmanuele, l’Altissimo, fra noi. Presi il bambino, lo pulii e lo tenni stretto sul mio seno. Stavo accudendo il Figlio dell'Altissimo! Non riuscivo a pensare ad altro... com'era possibile? Ma era lì, con me, fra le mie braccia! Poi lo avvolsi in alcune fasce che mi aveva portato quella buona donna e lo poggiai in quella che sembrava una mangiatoia, al caldo. Non volevo lasciarlo, come facevo a non tenere su di me il Figlio dell'Altissimo? Quel tenero fagottino? Ma quella “mangiatoia” Giuseppe l'aveva sistemata bene, in modo che il bambino stesse più caldo. Era sera, ma fuori c'era ancora molta luce, argentea. La luna splendeva alta nel cielo, ma la luce non era solo la sua. Dalla finestrella, in lontananza si vedeva una stella molto brillante, era la stella che vedevamo in cielo da giorni, sembrava quasi che avesse seguito me e Giuseppe.
All'improvviso sentimmo bussare alla porta, semplici assi che chiudevano l'uscio di quella piccola stanza.Entrarono dei pastori: man mano che entravano si guardavano tra di loro, si facevano dei segni con gli occhi, come se riconoscessero qualcuno. Si guardarono intorno poi, timorosi, si addossarono lungo le pareti della grotta, erano un po' spaventati anche perché erano dei pastori, un lavoro che era disprezzato dalle autorità giudaiche, ma nessuno di noi li fermò: videro la mangiatoia e un fagottino dentro, e si diressero lì, capirono che il bambino era stato deposto lì. “Chi vi ha parlato di noi? Perché siete venuti qui da noi e vi siete diretti proprio verso il bambino?” chiese Giuseppe preoccupato e stupito alla vista di quei pastori. È vero, lui era originario di Betlemme, ma non aveva riconosciuto nessuno di quei pastori venuti lì. Giuseppe era andato via da Betlemme quando era ragazzo.
Anche prima, girando per le stradine del villaggio in cerca di un alloggio, Giuseppe non aveva incontrato persone che lo conoscevano. Non capiva il significato di quella visita. Un pastore, quello che sembrava il più anziano, si fece avanti e gli disse di non preoccuparci. Ci raccontò che tutti loro stavano vegliando per fare la guardia al loro gregge. Erano intenti a confabulare tra loro per tenersi sveglie, all'improvviso avevano visto uno che aveva addosso una luce particolare. Si erano spaventati per questa presenza strana. Quel messaggero gli aveva detto che era lì per annunciare una grande gioia, riguardava loro e tutto il popolo: “Oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore”, questo ci ha detto. Poi ha continuato: “Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia”. Il pastore continuò: “Prima, qualcuno di noi ha notato del trambusto qui vicino, abbiamo pensato che è questo il posto giusto qui; siamo venuti per vedere questo bambino. Siamo persone semplice, ma come tutto il nostro popolo, stiamo aspettando il Messia. Quel messaggero ha parlato in modo strano, ha parlato di Messia”. “Gesù, si chiama Gesù il nostro bambino. Gesù figlio di Giuseppe, Yeshùa bar Yosef” disse Giuseppe, con orgoglio, scoprendo un poco il bambino affinché i pastori lo potessero vedere meglio.

 "Non temere, Maria..." Romanzo storico (2020), p. 46 - 49

Claudio Penna, insegnante, autore e scrittore italiano 


mercoledì 3 luglio 2019

La piccola fiammiferaia

Faceva un freddo terribile, nevicava e calava la sera - l'ultima sera dell'anno, per l'appunto - la sera di San Silvestro. In quel freddo, in quel buio, una povera bambinetta girava per le vie, a capo scoperto, a piedi nudi. Veramente, quand'era uscita di casa, aveva certe babbucce; ma a che le eran servite? Erano grandi grandi - prima erano appartenute a sua madre, e così larghe e sgangherate, che la bimba le aveva perdute, traversando in fretta la via, per scansare due carrozze, che s'incrociavano con tanta furia... Una non s'era più trovata, e l'altra se l'era presa un monello, dicendo che ne avrebbe fatto una culla per il suo primo figliuolo.

E così la bambina camminava coi piccoli piedi nudi, fatti rossi e turchini dal freddo: aveva nel vecchio grembiale una quantità di fiammiferi, e ne teneva in mano un pacchetto. In tutta la giornata, non era riuscita a venderne uno; nessuno le aveva dato un soldo; aveva tanta fame, tanto freddo, e un visetto patito e sgomento, povera creaturina... I fiocchi di neve le cadevano sui lunghi capelli biondi, sparsi in bei riccioli sul collo; ma essa non pensava davvero ai riccioli! Tutte le finestre scintillavano di lumi; per le strade si spandeva un buon odorino d'arrosto; era la vigilia del capo d'anno: a questo pensava.

Nell'angolo formato da due case, di cui l'una sporgeva innanzi sulla strada, sedette abbandonandosi, rannicchiandosi tutta, tirandosi sotto le povere gambine. Il freddo la prendeva sempre più, ma non osava tornare a casa: riportava tutti i fiammiferi e nemmeno un soldino. Il babbo l'avrebbe certo picchiata; e, del resto, forse che non faceva freddo anche a casa? Abitavano proprio sotto il tetto, ed il vento ci soffiava tagliente, sebbene le fessure più larghe fossero turate, alla meglio, con paglia e cenci.

Le sue manine erano quasi morte dal freddo. Ah, quanto bene le avrebbe fatto un piccolo fiammifero! Se si arrischiasse a cavarne uno dallo scatolino, ed a strofinarlo sul muro per riscaldarsi le dita... Ne cavò uno, e trracc! Come scoppiettò! come bruciò! Mandò una fiamma calda e chiara come una piccola candela, quando la parò con la manina. Che strana luce! Pareva alla piccina d'essere seduta dinanzi ad una grande stufa di ferro, con le borchie e il coperchio di ottone lucido: il fuoco ardeva così allegramente, e riscaldava così bene!... La piccina allungava già le gambe, per riscaldare anche quelle... ma la fiamma si spense, la stufa scomparve, - ed ella si ritrovò là seduta, con un pezzettino di fiammifero bruciato tra le mani.

Ne accese un altro: anche questo bruciò, rischiarò e il muro, nel punto in cui la luce batteva, divenne trasparente come un velo. La bambina vide proprio dentro nella stanza, dove la tavola era apparecchiata, con una bella tovaglia d'una bianchezza abbagliante, e con finissime porcellane; nel mezzo della tavola, l'oca arrostita fumava, tutta ripiena di mele cotte e di prugne. Il più bello poi fu che l'oca stessa balzò fuor del piatto, e, col trinciante ed il forchettone piantati nel dorso, si diede ad arrancare per la stanza, dirigendosi proprio verso la povera bambina... Ma il fiammifero si spense, e non si vide più che il muro opaco e freddo.

Accese un terzo fiammifero. La piccolina si trovò sotto ad un magnifico albero, ancora più grande e meglio ornato di quello che aveva veduto, a traverso ai vetri dell'uscio, nella casa del ricco negoziante, la sera di Natale. Migliaia di lumi scintillavano tra i verdi rami, e certe figure colorate, come quelle che si vedono esposte nelle mostre dei negozii, guardavano la piccina.

Ella stese le mani... e il fiammifero si spense. I lumicini di Natale volarono su in alto, sempre più in alto; ed ella si avvide allora ch'erano le stelle lucenti. Una stella cadde, e segnò una lunga striscia di luce sul fondo oscuro del cielo.

"Qualcuno muore!" - disse la piccola, perchè la sua vecchia nonna (l'unica persona al mondo che l'avesse trattata amorevolmente, - ma ora anche essa era morta,) la sua vecchia nonna le aveva detto: "Quando una stella cade, un'anima sale a Dio."

Strofinò contro il muro un altro fiammifero, che mandò un grande chiarore all'intorno; ed in quel chiarore la vecchia nonna apparve, tutta raggiante, e mite, e buona...

"Oh, nonna!" - gridò la piccolina: "Prendimi con te! So che tu sparisci, appena la fiammella si spegne, come sono spariti la bella stufa calda, l'arrosto fumante, e il grande albero di Natale!" - Presto presto, accese tutti insieme i fiammiferi che ancora rimanevano nella scatolina: voleva trattenere la nonna. I fiammiferi diedero tanta luce, che nemmeno di pieno giorno è così chiaro: la nonna non era stata mai così bella, così grande...

Ella prese la bambina tra le braccia, ed insieme volarono su, verso lo Splendore e la Gioia, su, in alto, in alto, dove non c'è più fame, nè freddo, nè angustia, - e giunsero presso Dio.

Ma nell'angolo tra le due case, allo spuntare della fredda alba, fu veduta la piccina, con le gotine rosse ed il sorriso sulle labbra, - morta assiderata nell'ultima notte del vecchio anno. La prima alba dell'anno nuovo passò sopra il cadaverino, disteso là, con le scatole dei fiammiferi, di cui una era quasi tutta bruciata. "Ha cercato di scaldarsi..." - dissero. Ma nessuno seppe tutte le belle cose che aveva vedute; nessuno seppe tra quanta luce era entrata, con la vecchia nonna, nella gioia della nuova Alba.
Nuove fiabe, 1848

Hans Christian Andersen (1805 – 1875) scrittore e poeta danese

martedì 18 aprile 2017

Emmaus: intervista a Cleofa



Ci racconti, signor Cleofa... 
Stavamo tornando a casa, continuando a confabulare sugli avvenimenti di questo fine settimana, riandandovi per la centesima volta. Ci sforzavamo di dare un qualche costrutto alle cose, ma senza molto successo. Ed ecco che, a circa un chilometro dalla città, ci si avvicina un uomo...

- Era il Nazareno?
Be', questa è la cosa buffa: noi non l'abbiamo riconosciuto. Siamo stati suoi seguaci per quasi due anni. Non eravamo di quelli importanti, ma credevamo in lui, l'abbiamo ascoltato decine di volte mentre parlava... eppure quello che si è avvicinato a noi ieri pomeriggio, ci parve del tutto forestiero.
Inoltre, sembrava completamente all'oscuro di quanto era successo a Gerusalemme in questi ultimi giorni. Si unì alla nostra conversazione, ma ci toccò informarlo sulla crocifissione di venerdì scorso e sulle voci di ieri mattina sulla risurrezione.
Sembrava non fosse al corrente di nulla, ma poi, conversando con noi, si è rifatto ai tempi passati e, cominciando da Mosè e attraverso tutti i profeti, è giunto ai giorni nostri. Aveva tutto sulla punta delle dita. È stato formidabile! Ce ne stavamo lì, imbambolati a bocca aperta a guardarlo. Tutti quei passaggi e brani di profezie, i testi più difficili, egli li ha collegati tra loro... come tasselli di un puzzle. Ha reso chiaro tutto l'insieme e l'ha fatto apparire quasi - come dire? - inevitabile. Soprattutto la risurrezione!
E questo è il punto culminante, la conclusione prodigiosa che dà significato a tutto il resto! Il Messia viene, ma la gente non lo riconosce. Nessuno lo accoglie perché non corrisponde in nulla a quello che noi ci attendevamo ch'egli fosse. Invece di incoronarlo re, lo mettiamo a morte. Non sappiamo chi sia e così ci liberiamo di lui. Ma il Messia è il vincitore della morte. E il terzo giorno egli ritorna in vita per stabilire il suo regno.

- Se il Messia è il vincitore della morte, come può morire?
Ma se non incontra la morte faccia a faccia come può vincerla?
Questo è quanto il nostro misterioso compagno di viaggio ci spiegò chiaramente. Se il Messia vuole soccorrere gli uomini, deve condividere con loro l'esperienza della morte, deve morire come muoiono tutti gli uomini. Noi non possiamo essere partecipi della vita nel suo regno, se egli non ha prima condiviso con noi la morte.

- I suoi nemici del Sinedrio gli dicevano: "Se sei il Figlio di Dio, salva te stesso". Eppure sembra un'idea piuttosto ragionevole!
Oh certamente avrebbe potuto farlo! Ma allora non ci avrebbe aiutati: se egli avesse inventato per sé una scappatoia dell'ultimo minuto, allora non avrebbe fatto per noi alcuna differenza. Non si vince la morte evitandola. La si vince solo se la si accetta per poi superarla, ritornando in vita dall'altro lato. Siccome Gesù Nazareno ha fatto questo, noi non dobbiamo più aver paura della morte.

- E mentre egli vi spiegava tutte queste cose, voi continuaste a non riconoscerlo?
Non prima di aver raggiunto Emmaus. Ci disse che avrebbe proseguito, ma lo convincemmo a fermarsi da noi, come nostro ospite graditissimo. Fu così ch'egli venne a casa con noi e là avvenne il fatto: l'abbiamo riconosciuto durante la cena! Ce ne stavamo seduti attorno al tavolo, pronti a mangiare. Lo invitammo a dire la preghiera di ringraziamento, secondo il nostro costume. A quel punto egli prese il pane, pronunciò la benedizione, e lo spezzò. Lo stavamo guardando, e in quel momento l'abbiamo riconosciuto: Gesù, il Messia, che era morto ed è vivo di nuovo! Ch'egli sia benedetto!

- Lei è sicuro di questo?
Nel modo più assoluto! So perfettamente chi era, perché gli stavamo seduti a fianco e lo fissavamo mentre spezzava il pane. Ed era Gesù! Era proprio Gesù!

- E poi cosa accadde?
È scomparso! Svanito! Un istante prima era là che ci porgeva il pane, e un attimo dopo era sparito!
Per nulla impauriti, ci siamo precipitati fuori, abbiamo piantato la cena lasciando di stucco le nostre famiglie e siamo ripartiti subito per Gerusalemme.

- Lei sa certamente che le autorità prendono molto sul serio tutta questa faccenda, avrà visto le pattuglie per le strade... Non ha un po' di paura per quanto le potrebbe capitare?
Be', un po' di paura ce l'ho. Ma, vede, il peggio che possano fare è uccidermi. Ma adesso la morte non è più una cosa importante. Gesù l'ha reso sufficientemente chiaro: la morte non è la fine, ma soltanto un inizio. Fino a ieri mattina noi fruivamo solo di una mezza vita... eravamo tutti vivi a metà. Questo è ciò che eravamo. Ma ora è tutto diverso: lui è di nuovo vivo, e siccome lui è vivo, anche noi siamo vivi a nostra volta. Vivi per davvero, come non lo eravamo mai stati!

Ed ecco, in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio di nome Emmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: "Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?". Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: "Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?". Domandò loro: "Che cosa?". Gli risposero: "Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l'hanno visto". Disse loro: "Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?". E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. 
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: "Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto". Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l'un l'altro: "Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?". Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro. Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane (Vangelo di Luca 24,13-35).

Il caso del Nazareno, Ed. Paoline 1985 (pag. 188-196)
Stuart Jackman

domenica 13 dicembre 2015

La vecchietta che aspettava Dio


C'era una volta, un'anziana signora, che passava in pia preghiera molte ore della giornata. Un giorno, sentì la voce di Dio che le diceva: "Oggi verrò a farti visita". Figuratevi la gioia e l'orgoglio della vecchietta. Cominciò a pulire e lucidare, impastare e infornare dolci. Poi, indossò il vestito più bello e si mise ad aspettare l'arrivo di Dio. Dopo un po', qualcuno bussò alla porta. La vecchietta corse ad aprire. Ma, era solo la sua vicina di casa, che le chiedeva in prestito un pizzico di sale. La vecchietta la spinse via: "Per amore di Dio, vattene subito, non ho proprio tempo per queste stupidaggini! Sto aspettando Dio, nella mia casa! Vai via!". E sbatté la porta in faccia alla mortificata vicina. Qualche tempo dopo, bussarono di nuovo. La vecchietta si guardò allo specchio, si rassettò e corse ad aprire. Ma chi c'era? Un ragazzo infagottato in una giacca troppo larga, che vendeva bottoni e saponette da quattro soldi.

La vecchietta sbottò: "Io sto aspettando il buon Dio. Non ho proprio tempo. Torna un'altra volta!". E chiuse la porta sul naso del povero ragazzo. Poco dopo, bussarono nuovamente alla porta. La vecchietta aprì e si trovò davanti un vecchio cencioso e male in arnese. "Un pezzo di pane, gentile signora, anche raffermo... E se potesse lasciarmi riposare un momento qui sugli scalini della sua casa", implorò il povero. "Ah, no! Lasciatemi in pace! Io sto aspettando Dio! E stia lontano dai miei scalini!", disse la vecchietta stizzita. Il povero se ne partì zoppicando e la vecchietta si dispose di nuovo ad aspettare Dio. La giornata passò, ora dopo ora. Venne la sera e Dio non si era fatto vedere. La vecchietta era profondamente delusa. Alla fine, si decise ad andare a letto. Stranamente, si addormentò subito e cominciò a sognare. Le apparve in sogno il buon Dio che le disse: "Oggi, per tre volte sono venuto a visitarti, e per tre volte non mi hai ricevuto".

La vita di ognuno di noi è intessuta di attese. Si tratta di una esperienza importante e di grande valore educativo. Consapevole di ciò, la Chiesa ha fissato un tempo per ravvivare questo 'stato' fondamentale nella vita del cristiano: il tempo dell'Avvento. La storia sottolinea che Dio è sempre sorprendente... è possibile incontrarlo in tanti modi, ma in modo particolare nelle persone che ci avvicinano tutti i giorni.

Bruno Ferrero, prete salesiano italiano, scrittore

giovedì 4 novembre 2010

L'aquila che si credeva un pollo

Un uomo trovò un uovo d’aquila e lo mise nel nido di una chioccia. L’uovo si schiuse contemporaneamente a quelle della covata, e l’aquilotto crebbe insieme ai pulcini. Per tutta la vita, l’aquila fece quel che facevano i polli del cortile, pensando di essere uno di loro. Frugava il terreno in cerca di vermi e insetti, chiocciava e schiamazzava, scuoteva le ali alzandosi da terra di qualche decimetro. Trascorsero gli anni e l’aquila divenne molto vecchia. Un giorno vide sopra di sé, nel cielo sgombro di nubi, uno splendido uccello che planava, maestoso ed elegante, in mezzo alle forti correnti d’aria, movendo appena le robuste ali dorate. La vecchia aquila alzò lo sguardo, stupita – chi è quello? - chiese. – E’ l’aquila il re degli uccelli – rispose il suo vicino. – appartiene al cielo. Noi invece apparteniamo alla terra, perché siamo polli. –“ E così l’aquila visse e morì come un pollo, perché pensava d’essere tale.

Messaggio per un aquila che si crede un pollo
 
Anthony De Mello (1931 - 1987), prete gesuita e scrittore indiano

domenica 24 ottobre 2010

...ho fatto te!

Di fronte allo spettacolo di una bimba intirizzita dal freddo e piangente per la fame, un uomo gridò, un giorno, nel suo cuore, a Dio: “O Dio, dove sei? Perché non fai qualcosa per quella bambina innocente?”
E Dio gli rispose: “Certo che ho fatto qualcosa per lei: ho fatto te!”

mercoledì 6 gennaio 2010

Il quarto Re Magio

I Magi, mentre scrutavano la volta celeste, scoprirono una nuova stella che brillò per una notte e poi sparì. Dopo qualche tempo, il cielo fu solcato da una scintilla blu che roteando emetteva splendore di porpora, finché divenne una sfera scarlatta con raggi lucenti e un vivissimo punto centrale bianco. Era il segnale della nascita del Re atteso da secoli. Lo videro i magi di Borsippa. Lo vide anche Artibano, che abitava a Ecbatana, distante dieci giorni di cammino.
Gaspare, Baldassare e Melchiorre decisero di partire da Gerusalemme. Anche Artibano, si preparò, per il viaggio. Vendette tutti i suoi beni e acquistò uno zaffiro, un rubino e una perla da portare al Rè e, montato in sella al velocissimo Vosda, galoppò verso Borsippa. Attraversò boschi, guadò fiumi, s’inerpicò per colline e montagne, quando a una svolta pericolosa trovò un moribondo abbandonato sulla strada. Artibano saltò dal suo corsiero e, caricatosi l’infelice sulle spalle, lo adagiò sotto una palma, gli bagnò le labbra riarse, lo ristorò e il moribondo dopo qualche tempo apri gli occhi. «Voglia il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe ricompensarti - disse - faccia prosperare il tuo viaggio fino a Betlemme, perché è li che deve nascere il Messia, che tu vai cercando». Artibano si rimise in cammino verso la mezzanotte... e alle prime luci dell’undicesimo giorno entrò in Borsippa, ma non trova i compagni. Essi avevano atteso dieci giorni, poi erano partiti lasciandogli un messaggio: «Ti abbiamo aspettato sino alla mezzanotte..., seguici attraverso il deserto”). Artibano, allora, vende lo zaffiro, appalta una carovana e riprende il viaggio affrontando i pericoli e i disagi del deserto. Giunse a Betlemme dopo tre giorni che i suoi compagni avevano deposto ai piedi del Re l’oro, l’incenso e la mirra... ed erano ripartiti per un’altra via. Il villaggio pareva deserto. Dalla parte di una casupola sulla strada udì una flebile nenia. Entrato vide una giovane madre. La donna ospitò il forestiero, ristorandolo e parlandogli di tre stranieri, vestiti come lui, giunti dall’Oriente poco prima, guidati da una stella al luogo dove abitava Giuseppe, la sua sposa e il Bambino. Essi l’avevano adorato lasciandogli in omaggio ricchi doni; ma poi erano spariti misteriosamente, come pure, in segreto, la notte successiva scomparve la Famiglia di Nazareth, dirigendosi forse in Egitto. Artibano si diresse allora verso Ebron alla volta dell’Egitto. Si spinse fino a Elaiopoli e a Menti; percorse le rive fiorite dei Nilo, si aggirò tra le Piramidi dei Faraoni, all’ombra della sfinge; ma le sue ricerche non approdarono a nulla. Scoraggiato e deluso tornò in Palestina nella speranza di poter ritrovare la Sacra Famiglia. Dopo alcuni anni di peregrinazioni si rivolse ad un rabbino perché gli indicasse in quali paraggi avrebbe potuto incontrare il Messia. Il rabbino, preso un papiro, lesse: «Il Messia conviene cercarlo tra i poveri, tra gli umili, tra i sofferenti e gli oppressi». A tali parole, Artibano vendette il rubino e si diede a nutrire gli affamati, a rivestire gli ignudi, a curare gli infermi, a visitare i carcerati. Passarono così trentatré anni da quando era partito in cerca della «Vera Luce». I suoi capelli, allora di un bel nero lucido, si erano fatti bianchi. Lacero ed esausto, ma tuttora in cerca del Re, era tornato per l’ultima volta a Gerusalemme nel periodo della Pasqua. Era il venerdì della Parasceve... e nella folla si notava un’agitazione particolare. Egli, imbattutosi in un gruppo, domandò la causa del tumulto e dove andavano tutti. «Noi andiamo - risposero - al luogo dei Teschio fuori le mura, dove c’è la crocifissione di due malfattori e di un altro chiamato Gesù di Nazareth, il quale ha fatto molte opere prodigiose in mezzo al popolo ed ora è messo a morte perché si dice Figlio di Dio e Re dei Giudei». Artibano pensò fra sé: «Non potrebbe essere quel Gesù nato a Betlemme trentatré anni fa? Che abbia trovato finalmente il mio Re nelle mani dei suoi nemici? Arriverò in tempo almeno per offrire la mia perla per il suo riscatto, prima che Egli muoia?». Così il buon vecchio segui la moltitudine, quando, lungo la salita, una fanciulla di Ecbatana gli si avvicinò scongiurandolo in ginocchio: «Per amore del Dio della Purezza, abbi pietà di me; sono una misera schiava della tua stessa fede; salvami, ridandomi la libertà». Il vecchio, non possedendo che un’unica perla, la consegnò alla sventurata concittadina per il suo riscatto. Improvvisamente si udi un boato; la terra sussulta; il cielo si oscura; le mura delle case crollano; soldati e popolo fuggono terrorizzati. Artibano e la fanciulla si rifugiano sotto i loggiati del Pretorio. Una nuova scossa di terremoto, più violenta, fa cadere una pietra contro le tempie di Artibano, che traballa pallido, esanime. La ragazza lo sostiene con le sue braccia, mentre il sangue scorre a rivoli dalla ferita. Non è morto, lo si sente pronunziare queste estreme parole: «Non cosi o mio Signore... quando mai ti vidi affamato e ti nutrii? Assetato e ti porsi da bere? Quando mai ti vidi forestiero e ti ospitai? In carcere e ti visitai? Nudo e ti rivestii? Per ben trentatré anni ti ho cercato ansiosamente, ma non ho mai avuto la soddisfazione di poter contemplare il tuo volto, né di renderti il minimo servizio, o mio dolce Re!”). Artibano cessò di parlare. Ma un’altra voce si fece udire a suo conforto: «In verità in verità ti dico, che ogni volta che tu hai fatto ciò ai tuoi simili, ai miei fratelli, tu l’hai fatto a me».
Un grande respiro di sollievo gli usci dalle labbra. Egli aveva finito il suo lungo viaggio. I suoi doni erano stati veramente graditi.
Artibano, il quarto dei Magi aveva finalmente trovato il Re.

The Story of the Other Wise Man
Henry Van Dyke (1852 – 1933), scrittore e insegnante statunitense


(altra versione)

In una intervista impossibile ai Re Magi, alla domanda: "…e tu, cosa offrirai al grande Re?" un fantomatico quarto sapiente risponde: "Avevo con me tre splendide perle del Golfo Persico. Ma non le ho più. Durante il cammino ho trovato tante persone vittime del bisogno e della violenza: le ho date in dono per la loro vita. Ciò che io sono, questo è il dono che offrirò!" 

Antonio Riboldi, vescovo cattolico italiano


(altra versione)

I Re Magi si misero in viaggio; ognuno partiva dalla propria terra di origine, ma tutti e tre erano diretti verso la medesima destinazione: la lontana terra della Palestina, dove gli antichi libri, i segni dei tempi e quelli del cielo indicavano che sarebbe nato il Re dei Re, il bambino prodigioso. Tutti i Re Magi, oltre che veri re, erano anche dei famosi sapienti e saggi, alchimisti, medici e astrologi. Quelli che oggi chiameremmo scienziati. Erano degli illuminati che sapevano leggere gli eventi futuri esplorando il corso delle stelle, osservando le congiunzioni dei pianeti e leggendo i libri di profezie. Uno, di nome Melchiorre, quello dal viso più chiaro, veniva dalla Persia e portava in dono della mirra. Un altro, di nome Gasparre, quello dal colorito leggermente olivastro e dai capelli lisci, veniva dal lontano Oriente, dall’India e portava l’incenso del suo paese. Il terzo, Baldassarre, i cui capelli erano crespi e le labbra spesse era partito dalla leggendaria terra di Saba, recando con sé un luccicante e prezioso calice, forgiato con l’oro della Nubia. Tramite i loro messaggeri, dei veloci e affidabili piccioni viaggiatori, avevano concordato di incontrarsi, ad una certa data, presso i resti della città di Borsippa, sull’Eufrate, distrutta oltre cinque secoli prima da Ciro il Grande, dalla quale proseguire poi il viaggio in comune. Se qualcuno fosse mancato nel punto di incontro, l’accordo era di attenderlo al massimo una decina di giorni, per non giungere troppo tardi all’appuntamento finale. Infatti l’apparizione di una tenue cometa, nel cielo occidentale, indicava, per chi poteva capirlo, non solo che il Re dei Re era nato, ma anche la strada da seguire per potergli consegnare i loro doni. Questo costituiva, per i re viaggiatori, un vero problema che rallentava la loro marcia. Infatti la stella cometa era visibile solo nel cielo buio della notte e quindi i Re Magi dovevano mettersi in marcia ogni calar della sera, fermandosi alle prime luci dell’alba. Durante le soste forzate, in pieno giorno, si riparavano dal sole ardente sotto le tende. Anche se disponevano, nelle loro carovane, di guide esperte, viaggiando di notte non potevano neanche essere del tutto certi sulla strada da seguire. Ciò comportava frequenti deviazioni, aumentando l’insicurezza, l’inquietudine e la fatica del lungo viaggio. A questo punto però dobbiamo dire che esisteva, oltre ai tre già detti, un quarto Re Magio, il cui luogo d’origine era un lontano paese bagnato dalle acque del Golfo Persico. Questo santo uomo venne a conoscenza della nascita del Bambino Re più o meno nello stesso tempo degli altri tre, ma la posizione in cui si trovava rendeva difficile l’osservazione del cielo e quindi più incerto il suo cammino. Inoltre la sua piccola carovana era formata, a differenza degli altri che viaggiavano spediti su veloci dromedari e cavalli, soprattutto da muli e asini, che procedevano, nelle steppe desertiche della Caldea e della Mesopotamia, con passo lento, ondeggiante e faticoso. Prima di partire, il quarto Re Magio, il cui nome pare fosse Artabano, aveva pensato di portare, in omaggio al Re, la cui stella aveva visto brillare sopra il roseto di Shiraz, tre splendide perle del Golfo Persico: una bianca che sembrava splendere di luce propria sotto i raggi della luna, una blu, che restituiva i colori dell’alba e, ancora più preziosa, una nera, la quale sprigionava profondi riflessi madreperlacei che incantavano chi la osservava. Erano perle non solo splendide, ma anche grandi, quasi come uova di piccione. Artabano, che era anche il più anziano dei quattro Magi, si trovava dunque ancora lontano dalla meta, arrancando sulle terre argillose e aride del deserto, che gli altri tre, giunti al punto d’incontro e non potendo aspettare oltre, avevano proseguito, sempre seguendo la stella cometa, giungendo infine, stanchi ed affaticati, un freddo pomeriggio, con loro viva sorpresa, davanti ad una povera stalla nel villaggio di Betlemme. Rimasero a questo punto molto perplessi sul da farsi, quando il tremulo uscio si aprì e apparve, agli occhi dei Santi Uomini una piccola famiglia: un uomo stava in piedi poco oltre la soglia; sulla paglia soffice e pulita, sistemata con amorevole cura sopra una mangiatoia, stava disteso un bambino dal colorito roseo mentre la madre lo osservava con attenzione e dolcezza. Due animali, un bue ed un asinello stavano sdraiati poco distanti dal bambino e sembravano volerlo riscaldare col loro alito vaporoso e fumigante. Benché il locale fosse una stalla, aveva un aspetto pulito e nell’aria si sentiva il profumo del fieno tagliato e delle erbe, sistemate a mucchietti ai lati estremi della mangiatoia. Per primo, esitando, si fece avanti Baldassarre, accennò a qualche parola benaugurale e di omaggio e, inchinandosi, depose il calice d’oro di fianco al Bambino, che però sembrava addormentato, non si mosse, non allungò le manine verso il dono che gli era giunto da lontano. Entrò poi chi portava l’incenso, depose con delicatezza il contenitore alla destra del Bambino addormentato, ne accese una piccola porzione e a questo punto il Bambino si svegliò, ma non sorrise, anzi cominciò a tossire, a causa del fumo che penetrava nei suoi minuscoli polmoni. L’ultimo a rendere omaggio al Re neonato fu Melchiorre, che depose alla sua sinistra il vaso contenente la mirra, da cui sprigionava un intenso odore aromatico, per il quale gli occhi del piccolo si riempirono di lacrime. A parte l’immediatezza dei gesti, i tre Re Magi poterono faticosamente comunicare con Giuseppe e Maria, i genitori del Bambino a fatica, e solo tramite interpreti, perchè essi, nonostante la vastità delle loro conoscenze, non parlavano per nulla la lingua del luogo. Poiché la strada del ritorno era lunga, essi presero presto congedo dalla famigliola che viveva nella stalla e ripartirono piuttosto delusi, con l’intima e spiacevole sensazione di non essere stati considerati col giusto riguardo alle loro persone né tantomeno con la dovuta riconoscenza per la ricchezza dei doni che, varcando fiumi, montagne e pianure, percorrendo innumerevoli miglia e superando molti pericoli, avevano portato. Ben presto il tintinnio delle bardature dorate dei loro dromedari e lo scalpitio dei loro cavalli sul terreno gelato si spense per le vie del villaggio e le loro carovane scomparvero inghiottite dal buio della sera che calava sopra le montagne. Intanto, a marce forzate, anche Artabano proseguiva il suo lungo viaggio, recando sempre con sé le tre preziose perle. Una notte si fermò, per non dare nell’occhio, nei pressi di un piccolo villaggio, quando, nel cuore della notte, le fiamme di un incendio e molte urla cariche di spavento e di dolore giunsero alle sue orecchie. Svegliatosi di soprassalto a tutto quel clamore, chiese a qualche abitante del paese che cosa fosse accaduto e si sentì rispondere che in una casa un braciere acceso, rovesciandosi, aveva appiccato il fuoco alla abitazione distruggendola tra le fiamme, mentre la famiglia che vi abitava era corsa fuori disperatamente, con gli abiti bruciacchiati e perdendo, con la casa, ogni avere in essa contenuto. Il buon Re Magio si commosse di fronte al disastro che aveva colpito questa famiglia, in cui erano presenti anche bambini molto piccoli; tirò allora fuori la perla meno pregiata, quella bianca e la consegnò al capofamiglia, giudicandone il valore sufficiente sia per ricostruire la casa che per rivestire la famigliola e dotarla anche di un minimo di denaro. Il padre e gli altri componenti della famiglia, smarriti e increduli di fronte a tanta generosità, non sapevano come fare per ringraziare il loro provvido e caritatevole benefattore e non cessavano di colmarlo delle loro benedizioni. Ripreso il lungo cammino, Artabano si trovava ormai ai confini della Palestina, quando gli si parò di fronte uno spettacolo inconsueto: alcuni individui, che sembravano far parte dell’autorità del luogo, stavano trascinando via un uomo incatenato, tra le urla disperate della moglie e dei figli. Si trattava – gli dissero – di un povero contadino al quale la prolungata siccità dell’estate e il maltempo dell’autunno avevamo rovinato il raccolto per cui egli era stato costretto a indebitarsi per poter sfamare la sua famiglia, i suoi figli. Veniva quindi tratto in schiavitù affinché col suo lavoro forzato potesse risarcire i suoi numerosi creditori. Il Re Magio stette appena a pensare, ma la sua risoluzione fu rapida: consegnò prontamente agli uomini che scortavano lo schiavo la perla blu, affinché col ricavato della sua vendita fossero pagati tutti i debiti del pover’uomo, restandogli anche del denaro sufficiente perchè questi potesse riprendersi dal suo stato di indigenza. Rimaneva al buon Artabano una sola perla, la più pregiata, quella nera. Ma il destino gli si parò incontro, quasi giunto alla fine del suo interminabile viaggio. Ormai in vista del paesello di Betlemme, udì, percorrendo una deserta strada ai cui lati enormi rocce si ergevano, separate da siepi di secco fogliame spinoso e da ruvide piante di ginestre, urla disperate che provenivano da una piccola conca. Qui lo spettacolo che si presentò ai suoi occhi appariva agghiacciante: alcuni soldati, per ordine del re Erode, come scoprì in seguito, avevano ricevuto l’ordine tassativo di uccidere tutti i bambini più piccoli dei due anni. In ottemperanza a questo scellerato comando alcuni di essi, dopo aver bruciato una casetta posta nei dintorni, stavano per decapitare, tenendolo per un piedino, un bambino, la cui madre piangeva e supplicava inutilmente la sghignazzante ed oscena soldataglia. Non c’era tempo da perdere e d’altronde il Re Magio, a parte la veneranda età, non era un uomo d’azione e non poteva sicuramente aver ragione con la forza di questi feroci e ruvidi soldati. Gli era però rimasta la perla nera, che tolse senza esitare dalla cintura e consegnò subitamente ai soldati, a patto che riconsegnassero sano e salvo il bambino alla madre. A quei rozzi individui l’offerta non parve vera: c’era veramente da diventare ricchi col ricavato di un oggetto così prezioso! La madre, riavuto il figlioletto, si gettò ai piedi di Artabano per ringraziarlo, farfugliò sconnessamente qualcosa tra le lacrime, poi fuggì scomparendo nella notte. Le luci del crepuscolo di quel freddo giorno invernale stavano sfumando nelle prime ombre della sera, quando Artabano, il quarto Re Magio, giunto dopo un interminabile viaggio dal lontano Golfo Persico, si trovò davanti la porta socchiusa della stalla, dove i segni celesti indicavano senza porre dubbio alcuno la presenza del Re Bambino. Il santo uomo non fece neanche in tempo a chiedersi che cosa doveva dire o fare, non conoscendo per di più la lingua del luogo, che la porta si aprì completamente e la figura di Giuseppe si stagliò nel vano, un sorriso accogliente delineato nei tratti del suo viso. Anche se fuori le strade erano vagamente illuminate da qualche isolata torcia di legno resinoso e fumigante, l’interno della stalla era pervaso da una sottile luminosità che faceva risaltare rendendolo ben visibile ogni oggetto, ogni essere inanimato o vivente. Accanto alla parete di fondo della piccola stanza, in una mangiatoia piena di paglia che luccicava come filigrana dorata, era sdraiato un bambino dal colorito roseo, dalle labbra sottili atteggiate al sorriso, i cui occhi cilestrini si spalancarono restando intensamente fissi in quelli di Artabano, appena entrato, che fissava la scena con imbarazzo, timore e sconcerto. Una giovanissima donna molto bella stava vicina al bimbo, seduta su un ceppo di legno e un tenue sorriso aleggiava sul suo volto e sulla bocca appena socchiusa, che lasciava intravedere i denti, bianchissimi e perfetti. Due bestie, un bue e un asino trovavano anch’esse posto in quello strano ambiente, ma sembravano voler svanire nella penombra ai lati del piccolo ambiente, quasi a lasciare maggiore spazio al nuovo arrivato. Alle orecchie di Artabano giungevano distintamente le lontane note di una arcana e suggestiva melodia che rendeva la scena ancora più magica ed irreale. Quanto tempo passò, immobile, il buon Re Magio non avrebbe saputo dire, forse parecchi minuti, più probabilmente solo qualche istante. Alla fine si fece coraggio, varcò la soglia della piccola stalla, allargando le braccia in un gesto che sembrava ieratico, ma che in realtà esprimeva tutto il suo disappunto, mutato quasi in disperazione: dopo aver marciato attraverso lande pericolose e desolate, nelle notti gelide e nei giorni arroventati dal sole, era giunto al cospetto del Re Bambino a mani vuote, lui grande Re, rispettato per la sua potenza, onorato per la sua conoscenza, stimato per la sua saggezza, famoso per la sua ricchezza, si presentava alla stregua di un pezzente, con le mani assolutamente, desolatamente vuote. Come per salvarsi, fece il gesto automatico di cercare una perla nella sua cintura ma non trovò nulla: gli rispose solo il contatto col ruvido cuoio. A questo punto pensò che una spiegazione, se non una giustificazione, fosse necessaria e aprì le labbra per iniziare il racconto delle sue peripezie. Ma non fece in tempo: Maria si alzò in piedi presentandogli le palme aperte delle mani, come per calmarlo e quasi a ingiungergli, dolcemente, il silenzio. Giuseppe prese a rassettare la paglia per la notte, poi la voce della donna risuonò chiara e squillante, mentre la luce nella stanza si faceva più vivida e la musica nelle orecchie dello stupito Re lasciò il posto alle parole di Maria, che vi fecero eco, nitide e gradevoli: “Sappiamo già tutto! Un azzurro messaggero alato ti ha preceduto, all’alba, davanti a questa porta, portandoci un racconto: la Verità dei tuoi Gesti, la Generosità delle tue Scelte, il Coraggio delle tue Decisioni, soprattutto la Carità delle tue Azioni. Sono proprio questi i Doni che ci attendevamo da te!”. Rimase qualche momento in silenzio, davanti allo sbigottito Artabano, che realizzò appena come la donna gli stesse parlando direttamente nella sua lingua. Poi ella, alzando la mano destra e indicandolo con l’indice teso concluse, senza enfasi ma con inaspettato calore: “Veramente non sarebbe stato possibile chiederti di più!”. La giovanissima donna fece qualche passo indietro, volse lo sguardo in quello del Figlio che la ricambiò col suo sorriso, poi sollevandolo delicatamente dalla paglia della mangiatoia, andò a deporlo con deliberata decisione sulle braccia dello sconcertato Re Magio. Egli capì, non sapeva come, che non c’era bisogno di spiegazioni: in verità non c’era mai stato. Minuscole bollicine di saliva scoppiettarono allegramente ai lati della boccuccia aperta e scrissero la felicità sulle gote rosate del Re Bambino che, tendendo verso l’Uomo le piccole braccia con le manine aperte, sembrava voler toccare il suo viso, sussurrargli qualcosa all’orecchio. Lacrime di commozione colmarono di soppiatto le rughe scavate dal tempo nel volto marmoreo del Vecchio Re e giunsero ad ammorbidire le sue labbra screpolate dal sole del deserto, dal vento delle pianure, dal gelo delle montagne. Si sentì distintamente, negli attimi di un silenzio assoluto che improvvisamente abbracciò il mondo intero, il battito delle loro ciglia, così diverse, così uguali.
I due Re si scambiarono, sorridendosi reciprocamente, un profondo sguardo di intesa, in cui tutto era compreso.

(Riduzione di Daniele Signorini)

martedì 22 dicembre 2009

Il Natale di Martin

In una certa città viveva un ciabattino, di nome Martin Avdeic. Lavorava in una stanzetta in un seminterrato, con una finestra che guardava sulla strada. Da questa poteva vedere soltanto i piedi delle persone che passavano, ma ne riconosceva molte dalle scarpe, che aveva riparato lui stesso. Aveva sempre molto da fare, perché lavorava bene, usava materiali di buona qualità e per di più non si faceva pagare troppo.
Anni prima, gli erano morti la moglie e i figli e Martin si era disperato al punto di rimproverare Dio. Poi un giorno, un vecchio del suo villaggio natale, che era diventato un pellegrino e aveva fama di santo, andò a trovarlo. E Martin gli aprì il suo cuore.
- Non ho più desiderio di vivere - gli confessò. - Non ho più speranza.
Il vegliardo rispose: « La tua disperazione è dovuta al fatto che vuoi vivere solo per la tua felicità. Leggi il Vangelo e saprai come il Signore vorrebbe che tu vivessi.
Martin si comprò una Bibbia. In un primo tempo aveva deciso di leggerla soltanto nei giorni di festa ma, una volta cominciata la lettura, se ne sentì talmente rincuorato che la lesse ogni giorno.
E cosi accadde che una sera, nel Vangelo di Luca, Martin arrivò al brano in cui un ricco fariseo invitò il Signore in casa sua. Una donna, che pure era una peccatrice, venne a ungere i piedi del Signore e a lavarli con le sue lacrime. Il Signore disse al fariseo: «Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e non mi hai dato acqua per i piedi. Questa invece con le lacrime ha lavato i miei piedi e con i suoi capelli li ha asciugati... Non hai unto con olio il mio capo, questa invece, con unguento profumato ha unto i miei piedi.
Martin rifletté. Doveva essere come me quel fariseo. Se il Signore venisse da me, dovrei comportarmi cosi? Poi posò il capo sulle braccia e si addormentò.
All'improvviso udì una voce e si svegliò di soprassalto. Non c'era nessuno. Ma senti distintamente queste parole: - Martin! Guarda fuori in strada domani, perché io verrò.
L'indomani mattina Martin si alzò prima dell'alba, accese il fuoco e preparò la zuppa di cavoli e la farinata di avena. Poi si mise il grembiule e si sedette a lavorare accanto alla finestra. Ma ripensava alla voce udita la notte precedente e così, più che lavorare, continuava a guardare in strada. Ogni volta che vedeva passare qualcuno con scarpe che non conosceva, sollevava lo sguardo per vedergli il viso. Passò un facchino, poi un acquaiolo. E poi un vecchio di nome Stepanic, che lavorava per un commerciante del quartiere, cominciò a spalare la neve davanti alla finestra di Martin che lo vide e continuò il suo lavoro.
Dopo aver dato una dozzina di punti, guardò fuori di nuovo. Stepanic aveva appoggiato la pala al muro e stava o riposando o tentando di riscaldarsi. Martin usci sulla soglia e gli fece un cenno. - Entra· disse - vieni a scaldarti. Devi avere un gran freddo.
- Che Dio ti benedica!- rispose Stepanic. Entrò, scuotendosi di dosso la neve e si strofinò ben bene le scarpe al punto che barcollò e per poco non cadde.
- Non è niente - gli disse Martin. - Siediti e prendi un po' di tè.
Riempi due boccali e ne porse uno all'ospite. Stepanic bevve d'un fiato. Era chiaro che ne avrebbe gradito un altro po'. Martin gli riempi di nuovo il bicchiere. Mentre bevevano, Martin continuava a guardar fuori della finestra.
- Stai aspettando qualcuno? - gli chiese il visitatore.
- Ieri sera- rispose Martin - stavo leggendo di quando Cristo andò in casa di un fariseo che non lo accolse coi dovuti onori. Supponi che mi succeda qualcosa di simile. Cosa non farei per accoglierlo! Poi, mentre sonnecchiavo, ho udito qualcuno mormorare: "Guarda in strada domani, perché io verrò".
Mentre Stepanic ascoltava, le lacrime gli rigavano le guance. - Grazie, Martin Avdeic. Mi hai dato conforto per l'anima e per il corpo.
Stepanic se ne andò e Martin si sedette a cucire uno stivale. Mentre guardava fuori della finestra, una donna con scarpe da contadina passò di lì e si fermò accanto al muro. Martin vide che era vestita miseramente e aveva un bambino fra le braccia. Volgendo la schiena al vento, tentava di riparare il piccolo coi propri indumenti, pur avendo indosso solo una logora veste estiva. Martin uscì e la invitò a entrare. Una volta in casa, le offrì un po' di pane e della zuppa. - Mangia, mia cara, e riscaldati - le disse.
Mangiando, la donna gli disse chi era: - Sono la moglie di un soldato. Hanno mandato mio marito lontano otto mesi fa e non ne ho saputo più nulla. Non sono riuscita a trovare lavoro e ho dovuto vendere tutto quel che avevo per mangiare. Ieri ho portato al monte dei pegni il mio ultimo scialle.
Martin andò a prendere un vecchio mantello. - Ecco - disse. - È un po' liso ma basterà per avvolgere il piccolo.
La donna, prendendolo, scoppiò in lacrime. - Che il Signore ti benedica.
- Prendi - disse Martin porgendole del denaro per disimpegnare lo scialle. Poi l’accompagnò alla porta.
Martin tornò a sedersi e a lavorare. Ogni volta che un'ombra cadeva sulla finestra, sollevava lo sguardo per vedere chi passava. Dopo un po', vide una donna che vendeva mele da un paniere. Sulla schiena portava un sacco pesante che voleva spostare da una spalla all'altra. Mentre posava il paniere su un paracarro, un ragazzo con un berretto sdrucito passò di corsa, prese una mela e cercò di svignarsela. Ma la vecchia lo afferrò per i capelli. Il ragazzo si mise a strillare e la donna a sgridarlo aspramente.
Martin corse fuori. La donna minacciava di portare il ragazzo alla polizia. - Lascialo andare, nonnina - disse Martin. - Perdonalo, per amor di Cristo.
La vecchia lasciò il ragazzo. - Chiedi perdono alla nonnina - gli ingiunse allora Martin.
Il ragazzo si mise a piangere e a scusarsi. Martin prese una mela dal paniere e la diede al ragazzo dicendo: - Te la pagherò io, nonnina.
- Questo mascalzoncello meriterebbe di essere frustato - disse la vecchia.
- Oh, nonnina - fece Martin - se lui dovesse essere frustato per aver rubato una mela, cosa si dovrebbe fare a noi per tutti i nostri peccati? Dio ci comanda di perdonare, altrimenti non saremo perdonati. E dobbiamo perdonare soprattutto a un giovane sconsiderato.
- Sarà anche vero - disse la vecchia - ma stanno diventando terribilmente viziati.
Mentre stava per rimettersi il sacco sulla schiena, il ragazzo sì fece avanti. - Lascia che te lo porti io, nonna. Faccio la tua stessa strada.
La donna allora mise il sacco sulle spalle del ragazzo e si allontanarono insieme.
Martin tornò a lavorare. Ma si era fatto buio e non riusciva più a infilare l'ago nei buchi del cuoio. Raccolse i suoi arnesi, spazzò via i ritagli di pelle dal pavimento e posò una lampada sul tavolo. Poi prese la Bibbia dallo scaffale.
Voleva aprire il libro alla pagina che aveva segnato, ma si apri invece in un altro punto. Poi, udendo dei passi, Martin si voltò. Una voce gli sussurrò all'orecchio: - Martin, non mi riconosci?
- Chi sei? - chiese Martin.
- Sono io - disse la voce. E da un angolo buio della stanza uscì Stepanic, che sorrise e poi svanì come una nuvola.
- Sono io - disse di nuovo la voce. E apparve la donna col bambino in braccio. Sorrise. Anche il piccolo rise. Poi scomparvero.
- Sono io - ancora una volta la voce. La vecchia e il ragazzo con la mela apparvero a loro volta, sorrisero e poi svanirono.
Martin si sentiva leggero e felice. Prese a leggere il Vangelo là dove si era aperto il libro. In cima alla pagina lesse: Ebbi fame e mi deste da mangiare, ebbi sete e mi dissetaste, fui forestiero e mi accoglieste. In fondo alla pagina lesse: Quanto avete fatto a uno dei più piccoli dei miei fratelli, l’avete fatto a me.
Così Martin comprese che il Salvatore era davvero venuto da lui quel giorno e che lui aveva saputo accoglierlo.

Lev Tolstoj (1828 – 1910), scrittore, filosofo, educatore e attivista sociale russo

mercoledì 9 dicembre 2009

Le orecchie del re Mida

Apollo e Pan erano entrambi convinti di saper suonare benissimo, perciò decisero di sfidarsi in gara nominando il re Mida giudice della tenzone musicale. Mida, alla fine del concerto, assegnò la vittoria a Pan, attirandosi ovviamente, le ire di Apollo.
Apollo gli rispose che le sue orecchie lo avevano ingannato e poi sorridendo lo ricompensò facendogli nascere all’istante un bel paio di orecchie d’asino, che inutilmente egli cercò di nascondere con un ampio copricapo (berretto frigio di origini ittite). Il suo barbiere infatti, nel tagliargli la barba e i capelli, finì con l'accorgersene: egli aveva ben premesso e giurato di non dire nulla a nessuno, ma doveva riferire il segreto a qualcuno. Allora fece una buca in terra e, chinato sopra, bisbigliò: "Mida ha le orecchie d’asino!", e subito la coprì. Come d’incanto da quella buca nacque un folto cespuglio di canne che, ad ogni soffio di vento, mormorava: "Mida, il re Mida, ha le orecchie d’asino!". Così tutti seppero il segreto e la vendetta di Apollo fu completa.

mercoledì 18 marzo 2009

Quando finisce la notte

Un vecchio rabbino domandò una volta ai suoi allievi da che cosa si potesse riconoscere il momento preciso in cui finiva la notte e cominciava il giorno. "Forse da quando si può distinguere con facilità un cane da una pecora?". "No", disse il rabbino. "Quando si distingue un albero di datteri da un albero di fichi?". "No", ripeté il rabbino. "Ma quand'è, allora?", domandarono gli allievi. Il rabbino rispose: "É quando guardando il volto di una persona qualunque, tu riconosci un fratello o una sorella. Fino a quel punto, è ancora notte nel tuo cuore".

venerdì 13 marzo 2009

Il gigante egoista

Ogni pomeriggio, non appena uscivano dalla scuola, i bambini avevano l'abitudine di andare a giocare nel giardino del Gigante. Era un grande e bel giardino, con soffice erba verde e, qua e là sull'erba, c'erano fiori belli come stelle, e c'erano dodici peschi che a primavera si aprivano in delicati fiori di rosa e perla, e in autunno davano frutti succosi.Un giorno il Gigante tornò. Era stato in visita dal suo amico, l'orco di Cornovaglia, ed era rimasto da lui per sette anni. Quando arrivò vide i bambini che giocavano nel giardino."Che cosa fate qui?" gridò con voce molto burbera, e i bambini scapparono via."Il mio giardino è mio - disse il Gigante - chiunque può capirlo, e non permetterò a nessuno di giocarci, soltanto io posso". Così vi costruì un alto muro tutto attorno e non fece più entrare nessuno. Era un gigante davvero egoista. I poveri bambini non avevano dove giocare.Poi venne la Primavera, e in tutto il paese c'erano fiorellini e uccellini. Solo nel giardino del Gigante Egoista era ancora inverno. Agli uccelli non interessava cantare in quel giardino perché non c'erano bambini, e gli alberi si dimenticarono di fiorire. La neve coprì l'erba con il suo grande manto bianco, e il Gelo dipinse tutti gli alberi d'argento. Poi invitarono il Vento del Nord a restare con loro, e lui venne. Poi venne la Grandine. Era vestita di grigio, e il suo respiro era come ghiaccio. "Non riesco a capire perché la Primavera tardi tanto" diceva il Gigante Egoista. Ma la Primavera non venne mai, e nemmeno l'Estate. Una mattina il Gigante se ne stava sveglio nel letto quando udì una bella musica. Era un piccolo fanello che cantava fuori dalla sua finestra, ma era così tanto tempo che non sentiva cantare un uccello nel suo giardino, che questa gli sembrò la più bella musica del mondo. Allora la Grandine interruppe la danza sulla sua testa, e il Vento del Nord smise di ruggire, e un profumo delizioso lo raggiunse dalla finestra aperta. Che cosa vide? Attraverso un piccolo buco nel muro si erano intrufolati i bambini, e ora stavano seduti sui rami degli alberi. Su ogni ramo che poteva vedere c'era un bambino. E gli alberi erano talmente contenti di aver riavuto i bambini, che si erano coperti di fiori, e facevano ondeggiare delicatamente le loro braccia sul capo dei bambini. Gli uccelli volavano qua e là cinguettando di piacere, e i fiori guardavano all'insù attraverso l'erba verde e ridevano. Era una scena bellissima, solo in un angolo era ancora inverno. Era l'angolo più lontano del giardino, e lì se ne stava, in piedi, un ragazzino. Era così piccolo che non riusciva a raggiungere i rami dell'albero, e vi girava tutto intorno, piangendo amaramente. Il povero albero era coperto di ghiaccio e di neve, e il Vento del Nord soffiava e ruggiva su di lui. "Sali, bambino!" diceva l'Albero, e piegava i rami più in basso che poteva; ma il bambino era minuscolo.E il cuore del Gigante si intenerì non appena guardò fuori. "Ora so perché la Primavera non voleva venire qui - disse - metterò quel bambinetto in cima all'albero, e poi abbatterò il muro, e il mio giardino diventerà un parco giochi per i bambini, per sempre". Era davvero molto dispiaciuto per quello che aveva fatto.Così scese piano di sotto e aprì la porta senza far rumore, e uscì in giardino. Ma quando i bambini lo videro si spaventarono tanto che corsero via, e nel giardino tornò l'inverno. Solo il bambino più piccolo non fuggì, e il Gigante lo prese delicatamente in braccio, e lo posò sull'albero. E l'albero cominciò improvvisamente a fiorire, e gli uccelli vi si posarono e cantavano, e il bambino tese le braccia e le gettò al collo del Gigante, e lo baciò. E quando gli altri bambini videro che il Gigante non era più cattivo, tornarono indietro di corsa, e con loro tornò la Primavera. "Ora è il vostro giardino, bambini" disse il Gigante, e prese una grande ascia e abbatté il muro.Tutto il giorno giocarono, e la sera andarono dal Gigante per salutarlo. "Ma dov'è il vostro piccolo compagno? - disse questi - il bambino che ho messo sull'albero". Il Gigante gli voleva bene più che a tutti gli altri perché lo aveva baciato. "Non lo sappiamo - risposero i bambini - è andato via". "Dovete dirgli di venire qui domani" disse il Gigante. Ma i bambini dissero che non sapevano dove viveva e che non lo ave-vano mai visto prima. Il Gigante si sentì molto triste: "Come mi piacerebbe rivederlo!" ripeteva. Passarono gli anni, e il Gigante divenne molto vecchio e debole. Non poteva più giocare, perciò si sedeva in una grande poltrona e guardava i bambini intenti a giocare, e ammirava il suo giardino. "Ho tanti bei fiori - diceva - ma i bambini sono i fiori più belli di tutti". Una mattina d'inverno guardò fuori dalla finestra mentre si vestiva. Ora non odiava l'Inverno, perché sapeva che era soltanto la Primavera addormentata, e che i fiori stavano riposando. D'improvviso si strofinò gli occhi dalla meraviglia e guardò e guardò. Era certo una vista meravigliosa. Nell'angolo più lontano del giardino c'era un albero coperto di bellissimi fiori bianchi. I suoi rami erano tutti d'oro, e pendevano frutti d'argento, e sotto c'era il ragazzino cui aveva voluto tanto bene. Il Gigante corse giù pieno di gioia, e uscì in giardino si affrettò attraverso il prato, e si avvicinò al bambino. E quando giunse vicino al suo viso diventò rosso dall'ira e disse, "Chi ha osato ferirti?" Perché sulle palme delle mani del bambino c'erano i segni di due chiodi, e i segni di due chiodi erano sui suoi piedini. "Chi ha osato ferirti? - gridò il Gigante -, dimmelo, ch'io possa prendere la mia grande spada e ucciderlo" "No" rispose il bambino: "queste sono le ferite dell'Amore". "Chi sei tu?" disse il Gigante, e uno strano timore lo prese, e si inginocchiò davanti al bambino. E il bambino sorrise al Gigante, e gli disse, "Tu mi hai lasciato giocare una volta nel tuo giardino, oggi verrai con me nel mio giardino, che è il Paradiso". E quando i bambini corsero a giocare quel pomeriggio, trovarono il Gigante che giaceva morto sotto l'albero, tutto coperto di fiori bianchi.

Oscar Wilde (1854 - 1900), scrittore e poeta inglese