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martedì 3 novembre 2026

Il funerale

La gente seguiva,
gente in lutto e che piangeva;
gente in lutto e che aveva l'aria di piangere, 
tra i primi non in lutto alcuni piangevano;
e gli altri non in lutto non facevano più nulla, o meglio, 
si annoiavano o chiacchieravano.

All'uscita del cimitero,
le persone in lutto singhiozzavano: tutto è finito;
le altre persone in lutto sussurravano: via, coraggio, è finita;
le prime persone non in lutto mormoravano: poveretto, così finisce tutto!
E le altre respiravano: uf, è finito!
Ed io pensavo che tutto cominciava!

Sì, era terminata la prova generale, ma la rappresentazione eterna iniziava.
Era terminato il tirocinio, ma l'esecuzione eterna iniziava,
Era terminata la lenta gestazione, ma la vita eterna iniziava.
Era appena nato,
nato alla Vita;
quella buona, 
quella vera,
la Vita Eterna.
Come se i morti esistessero!

Non vi sono morti, Signore,
non vi sono che viventi, sulla nostra terra e nell'al di là.
La morte esiste, Signore,
ma non è che un momento,
un istante, un secondo, un passo,
il passo dal provvisorio al definitivo, il passo del temporale all'eterno.
Così muore il bambino quando nasce l'adolescente,
il bruco quando si libra la farfalla,
il grano quando si annuncia la spiga.

Morte, personaggio grottesco, orco per i bambini, fantasma inesistente.
Tu mi fai ridere.
Ma tu mi ripugni,
tu terrorizzi il Mondo,
tu spaventi e inganni gli uomini,
e tuttavia non esisti che per la Vita,
e non sei capace di rapirci quelli che amiamo.

Ma dove sono, Signore, quelli che da vivi ho amato?
Sono nell'Estasi, santamente intenti ad amare al ritmo della Trinità?
Sono torturati nella notte, ardenti del desiderio di amare infinitamente?
Sono disperati, condannati a se stessi perché si sono preferiti  agli altri; 
consumati di odio, perché non possono più amare?
Signore, sono vicini a me i miei morti;
So che vivono nell'ombra;
Non li vedo più con i miei occhi, perché hanno per un istante abbandonato 
il loro rivestimento di carne come si lascia un vestito consunto o passato di moda.

La loro anima priva del loro rivestimento ormai non mi fa più segno alcuno.
Ma in Te Signore, Sento che mi chiamano, 
vedo che mi invitano,
sento che mi consigliano,
perché mi sono maggiormente presenti.

Un tempo, le nostre carni si toccavano, ma non le nostre anime.
Ora li incontro, quando incontro Te,
li ricevo in me, quando ricevo Te,
li porto quando porto Te,
li amo quando amo Te.

O miei Morti, eterni viventi che vivete in me,
aiutatemi a ben imparare, in questa breve vita, a vivere eternamente.
Signore, Ti amo e voglio amarTI maggiormente,
Tu eterni gli amori e io voglio eternamente amare.

Il funerale in Preghiere, Ed. Marietti 

Michel Quoist

martedì 22 settembre 2026

Heidegger: Essere per la morte

Das Sein zur Möglichkeit als Sein-zum-Tode soll aber zu ihm sich so verhalten, daß er sich in diesem Sein und für es als Möglichkeit enthüllt. Solches Sein zur Möglichkeit fassen wir terminologisch als Vorlaufen in die Möglichkeit.

L'essere per la possibilità, in quanto essere-per-la-morte, deve tuttavia comportarsi verso di esso in modo tale che esso si sveli come possibilità in questo essere e per esso. Un simile essere per la possibilità lo cogliamo terminologicamente come il precorrere (o anticipare) la possibilità.

Sein und Zeit (Essere e tempo), 1927, p. 262

Martin Heidegger (1889 - 1976), filosofo tedesco 


In questo passo, Heidegger non parla del momento biologico del decesso, ma di come dovremmo vivere sapendo di dover morire. 

Nel testo cogliamo tre passaggi logici: 

1. La morte come "possibilità" e non come un semplice fatto. Normalmente pensiamo alla morte come a un evento futuro, una scadenza inevitabile che capiterà prima o poi. Questa visione viene ribaltata: per l'essere umano, la morte è la possibilità più grande di tutte. In che senso? Perché finché siamo vivi, abbiamo infinite possibilità (comprare una casa, cambiare lavoro, fare un viaggio). La morte, invece, è la possibilità che cancella tutte le altre, la fine dei nostri giochi. È l'unica cosa che nessuno può fare al posto nostro: è un'esperienza strettamente individuale.

2. Fuggire la morte. Heidegger nota che di solito viviamo in modo "inautentico". Sappiamo che si muore, ma lo consideriamo un fatto generico ("tutti muoiono", "capita agli altri"). In questo modo, allontaniamo il pensiero della nostra fine per non provare l'ansia del vuoto.

3. Che cos'è il "precorrere"? In sostanza Heidegger dice questo: per vivere in modo autentico, non dobbiamo aspettare che la morte arrivi passivamente, né dobbiamo far finta che non esista. Dobbiamo anticiparla mentalmente. 

 "Vorlaufen", cioè, precorrere la morte significa guardare coraggiosamente in avanti, verso la fine del nostro cammino, e accettare che la nostra vita è limitata e finita.

Quando accettiamo davvero che il nostro tempo ha una fine (cioè ci comportiamo verso la morte riconoscendola come l'ultima ed estrema possibilità della nostra esistenza), la nostra vita cambia sapore. Invece di perdere tempo dietro alle banalità di ogni giorno o a fare scelte dettate da quello che "fanno tutti", l'anticipazione della fine ci dà la spinta per riprendere in mano il timone. Ci permette di scegliere cosa è veramente importante per noi adesso. Guardare in faccia la morte svela la vita per quello che è: un'occasione unica e ma limitata da non sprecare.

lunedì 31 agosto 2026

Morire giovani

Nell'Antichità classica è un concetto tragico già presente in Erodoto nel mito di Cleobi e Bitone e ripresentato da Menandro nella sua commedia Il doppio ingannatore. Non era inteso come una maledizione, ma come un dono compassionevole: morire giovani risparmiava all'essere umano le sofferenze, le malattie, la decadenza della vecchiaia e il dolore inevitabile della vita.

Chi muore giovane è caro agli dei. (Menandro [342 a.C. – 291 a.C. ca.] da un frammento della sua commedia Dis Exapaton (Il doppio ingannatore)

Quem di diligunt, adolescens moritur. (Plauto, Bacchides)


Il giusto, anche se muore prematuramente, si troverà in un luogo di riposo.
Vecchiaia veneranda non è quella longeva, né si misura con il numero degli anni; ma canizie per gli uomini è la saggezza, età senile è una vita senza macchia.
Divenuto caro a Dio, fu amato da lui e, poiché viveva fra peccatori, fu portato altrove.
Fu rapito, perché la malvagità non alterasse la sua intelligenza o l’inganno non seducesse la sua anima,
poiché il fascino delle cose frivole oscura tutto ciò che è bello e il turbine della passione perverte un animo senza malizia.
Giunto in breve alla perfezione, ha conseguito la pienezza di tutta una vita. La sua anima era gradita al Signore, perciò si affrettò a uscire dalla malvagità.
La gente vide ma non capì, non ha riflettuto su un fatto così importante: grazia e misericordia sono per i suoi eletti e protezione per i suoi santi.

(Bibbia, Libro della Sapienza, 2, 7-15 [50 a.C. circa])


Enea, appena disceso nel regno dell'oltretomba, è colpito dalle voci e dai pianti dei bambini morti... 

Subito si udirono voci ed un enorme vagito
di infanti, anime piangenti, sul far della soglia:
un nero giorno li strappò, privi della dolce vita
e rapiti dalla poppa li sommerse con morte acerba.
(Virgilio, Eneide VI, 426-429 [29 - 19 a.C.])


Abba Antonio, scrutando l’abisso dei giudizi di Dio, chiese: «Signore, come mai alcuni muoiono giovani, altri vecchissimi? E perché alcuni sono poveri e altri ricchi? E come mai degli ingiusti sono ricchi e dei giusti sono in miseria?». E giunse a lui una voce che disse: «Antonio, bada a te stesso. Questi giudizi spettano a Dio e non guadagni nulla a saperli». (Sant'Atanasio di Alessandria, Vita di Antonio) 


La morte di un figlio è una delle prove più dure, se non la più dura, che un genitore possa affrontare nella vita. Nessun genitore si aspetta di sopravvivere ai propri figli e quando questo capita ci si sente in colpa per il solo fatto di essere vivi, al punto da non riuscire più a continuare a vivere come prima...


On My First Son

Versi per il figlio primogenito morto a 7 anni. 

Addio, tu figlio della mia destra, e gioia;
Il mio peccato fu sperare troppo in te, amato ragazzo.
Sette anni mi fosti prestato, e io ti restituisco,
Esatto dal tuo fato, nel giorno giusto.

Oh, potessi io perdere ora ogni paternità! Perché
L’uomo dovrebbe lamentare lo stato che dovrebbe invidiare?
Aver così presto sfuggito la rabbia del mondo e della carne,
E, se non altra miseria, almeno la vecchiaia?

Riposa in dolce pace, e, se ti chiedono, di’: «Qui giace
La migliore poesia di Ben Jonson».
Per amore suo d’ora in poi tutti i suoi voti siano tali
Che ciò che ama non possa mai piacergli troppo.

(Ben Jonson, On My First Son" [1603])


Pria che l'etade inanimata e vile / il vivo amor ti spenga... (Giacomo Leopardi, A un vincitore nel pallone)

Che gli dei amano muoiono giovani. (Lord Byron, Don Giovanni)


Demain, dès l'aube...

Scritta da Victor Hugo dopo la morte della figlia diciannovenne Léopoldine, annegata nella Senna. L'ultima immagine è la più straziante: l'agrifoglio verde e l'erica sono fiori invernali, semplici e selvatici. Non una corona solenne, ma un mazzo raccolto per strada, da padre.

Domani, all'alba, nell'ora in cui la campagna imbianca,
partirò. Vedi, so che mi aspetti.
Andrò per la foresta, andrò per la montagna.
Non posso restare lontano da te più a lungo.

Camminerò con gli occhi fissi sui miei pensieri,
senza vedere nulla fuori, senza udire alcun rumore,
solo, sconosciuto, la schiena curva, le mani incrociate,
triste, e il giorno per me sarà come la notte.

Non guarderò né l'oro della sera che cade,
né le vele in lontananza che scendono verso Harfleur,
e quando arriverò, poserò sulla tua tomba
un mazzo di agrifoglio verde e di erica in fiore.

(Victor Hugo, Demain, dès l'aube... [1856])


Pianto antico

Scritta dopo la morte, a soli tre anni, del figlio Dante. È una delle elegie più intense e famose della poesia italiana dell’Ottocento. Il contrasto tra la vita che rinasce in primavera e il fiore spezzato del figlio è straziante.

L’albero a cui tendevi
la pargoletta mano,
il verde melograno
da’ bei vermigli fior,
nel muto orto solingo
rinverdì tutto or ora,
e giugno lo ristora
di luce e di calor.

Tu fior de la mia pianta
percossa e inaridita,
tu de l’inutil vita
estremo unico fior,
sei ne la terra fredda,
sei ne la terra negra
né il sol più ti rallegra
né ti risveglia amor.

(Giosuè Carducci, Pianto antico [1871])


Funere mersit acerbo

O tu che dormi là su la fiorita
collina tosca, e ti sta il padre a canto;
non hai tra l'erbe del sepolcro udita
pur ora una gentil voce di pianto?


È il fanciulletto mio, che a la romita
tua porta batte: ei che nel grande e santo
nome te rinnovava, anch'ei la vita
fugge, o fratel, che a te fu amara tanto.


Ahi no! giocava per le pinte aiole,
e arriso pur di vision leggiadre
l'ombra l'avvolse, ed a le fredde e sole

vostre rive lo spinse. Oh, giù ne l'adre
sedi accoglilo tu, chè al dolce sole
ei volge il capo ed a chiamar la madre.

(Giosuè Carducci, Funere mersit acerbo [1877])


Morte del bambino

Tagore scrisse questi versi dopo aver conosciuto lui stesso il dolore della perdita in pochi anni della moglie, dei due figli e del padre. Sono un dialogo furioso tra il poeta e la Natura accusata di essere crudele proprio perché è infinita e non aveva bisogno di prendersi anche lui.

Era vivo, rideva,
camminava e giocava.
Natura, prendendolo che hai avuto?
Tu hai milioni di uccelli colorati, foreste,
stelle, oceani, il cielo infinito. 

Perché l'hai strappato
dal seno della madre,
l'hai nascosto in seno alla terra
e l'hai ricoperto di fiori?

O Potente Natura
di miriadi di stelle e di fiori,
hai rubato un bambino!
S'è forse ingrandito
il tuo tesoro infinito?

Hai così aumentato d'un granello
La tua felicità?
Eppure, un cuore di mamma,
immenso come il tuo,
con la perdita del bambino
ha perduto tutto!

(Rabindranath Tagore, Morte del bambino [1902-1903])


Giorno per giorno

La poesia è una delle opere più emozionanti e significative della carriera di Giuseppe Ungaretti. É dedicata alla memoria di Antonietto, il figlio scomparso a soli nove anni a causa di un'appendicite mal curata.

1. "Nessuno, mamma, ha mai sofferto tanto..."
E il volto già scomparso
ma gli occhi ancora vivi
dal guanciale volgeva alla finestra,
e riempivano passeri la stanza
verso le briciole dal babbo sparse
per distrarre il suo bimbo…

2. Ora potrò baciare solo in sogno
le fiduciose mani…
E discorro, lavoro,
sono appena mutato, temo, fumo…
Come si può ch’io regga a tanta notte?…

3. Mi porteranno gli anni
chissà quali altri orrori,
ma ti sentivo accanto,
m’avresti consolato…

4. Mai, non saprete mai come m’illumina
l’ombra che mi si pone a lato, timida,
quando non spero più…

5. Ora dov’è, dov’è l’ingenua voce
che in corsa risuonando per le stanze,
sollevava dai crucci un uomo stanco?…
La terra l’ha disfatta, la protegge
un passato di favola…

6. Ogni altra voce è un’eco che si spegne
ora che una mi chiama
dalle vette immortali…

7. In cielo cerco il tuo felice volto,
ed i miei occhi in me null’altro vedano
quando anch’essi vorrà chiudere Iddio…

8. E t’amo, t’amo, ed è continuo schianto!…

9. Inferocita terra, immane mare
mi separa dal luogo della tomba
dove ora si disperde
il martoriato corpo…
Non conta… Ascolto sempre più distinta
quella voce d’anima
che non seppi difendere quaggiù…
M’isola, sempre più festosa e amica
di minuto in minuto,
nel suo segreto semplice…

10. Sono tornato ai colli, ai pini amati
e del ritmo dell’aria il patrio accento
che non riudrò con te,
mi spezza ad ogni soffio…

11. Passa la rondine e con essa estate,
e anch’io, mi dico, passerò…
Ma resti dell’amore che mi strazia
non solo segno un breve appannamento
se dall’inferno arrivo a qualche quiete…

12. Sotto la scure il disilluso ramo
cadendo si lamenta appena, meno
che non la foglia al tocco della brezza…
E fu la furia che abbatté la tenera
forma e la premurosa
carità d’una voce mi consuma…

13. Non più furori reca a me l’estate,
né primavera i suoi presentimenti;
puoi declinare, autunno,
con le tue stolte glorie:
per uno spoglio desiderio, inverno
distende la stagione più clemente!…

14. Già m’è nelle ossa scesa
l’autunnale secchezza,
ma, protratto dalle ombre,
sopravviene infinito
un demente fulgore:
la tortura segreta del crepuscolo
inabissato…

15. Rievocherò senza rimorso sempre
un’incantevole agonia di sensi?
Ascolta, cieco: “Un’anima è partita
dal comune castigo ancora illesa…”

Mi abbatterà meno di non più udire
i gridi vivi della sua purezza
che di sentire quasi estinto in me
il fremito pauroso della colpa?

16. Agli abbagli che squillano dai vetri
squadra un riflesso alla tovaglia l’ombra,
tornano al lustro labile d’un orcio
gonfie ortensie dall’aiuola, un rondone ebbro,
il grattacielo in vampe delle nuvole,
sull’albero, saltelli d’un bimbetto…

Inesauribile fragore di onde
si dà che giunga allora nella stanza
e alla freschezza inquieta d’una linea
azzurra, ogni parete si dilegua…

17. Fa dolce e forse qui vicino passi
dicendo: “Questo sole e tanto spazio
ti calmino. Nel puro vento udire
puoi il tempo camminare e la mia voce.
Ho in me raccolto a poco a poco e chiuso
Lo slancio muto della tua speranza.
Sono per te l’aurora e intatto giorno”.

(Giuseppe Ungaretti, Giorno per giorno [1946])


Gridasti: Soffoco…

Nel viso tuo scomparso già nel teschio,
gli occhi, che erano ancora luminosi
solo un attimo fa,
gli occhi si dilatarono… si persero…

Un bimbo è morto…
Nove anni, chiuso cerchio,
nove anni cui né giorni, né minuti
mai più s’aggiungeranno…

(Giuseppe Ungaretti, Gridasti: Soffoco… [1946])



Théoden: «Simbelmynë. Sempre è fiorito sulle tombe dei miei avi. Ora crescerà sulla tomba di mio figlio. Ahimè, per i giorni oscuri nei quali siamo caduti. I giovani periscono e i vecchi indugiano. Che io debba vivere per vedere la fine della mia casata...»
Gandalf: «La morte di Théodred non è dipesa dalla tua volontà.»
Théoden: «Un genitore non dovrebbe mai seppellire il proprio figlio.»
Théoden: «Cosa deve fare l'uomo contro il male sconsiderato?»

(Dialogo tratto dal film Il Signore degli Anelli: Le due torri (2002) di Peter Jackson)




lunedì 3 agosto 2026

...e poi morire

 Un giovane sacerdote confidò un giorno a San Filippo Neri:

“Qui a Roma è facile a molte persone fare fortuna. Spero anch’io di avere buona sorte, e di ottenere, prima o poi, uno zucchetto da Monsignore”

“Ve lo auguro di tutto cuore - rispose il santo - , ma poi, giunto a quel punto, quali sarebbero le vostre aspirazioni?”

“Vi dirò in confidenza che, dopo lo zucchetto di monsignore, spero di ottenere l’anello di Vescovo”.

“Benissimo, e poi che cosa intendete fare?”

“Sapete come va il mondo: una volta Vescovo, non dispero di ricevere il rosso cappello cardinalizio”.

“E poi, via!…”

“Sapete bene che è tra i Cardinali che viene scelto il nuovo papa e la fortuna, a volte, fa certi scherzi!”

“E poi?”

“E poi! Ma sapete che mi fate ridere con questo: ‘E poi?’

“Vi sembra cosa da nulla essere Sommo Pontefice, capo di tutta la cristianità?

“Allora sarebbe il momento di godersi finalmente la vita e rallegrarsi del destino glorioso che ci è stato riservato.”

“E poi?”

“E poi basta. Che cosa volete di più?”

“Ve lo dirò io.”

Fece il santo curvandosi all’orecchio del prete ambizioso.

E così facendo disse tre volte, con voce tagliente:

“E poi morire! ...e poi morire! ...e poi morire!”

San Filippo Neri

sabato 1 agosto 2026

Non omnis moriar

Non omnis moriar multaque pars mei
vitabit Libitinam usque ego postera
crescam laude recens...

Ho innalzato un monumento più duraturo del bronzo
e più alto della regale maestà delle piramidi, 
che né la pioggia che corrode, né il vento impetuoso
potrà abbattere né l’interminabile corso degli anni e la fuga del tempo.

Non morirò del tutto, anzi una gran parte di me
eviterà la morte; per sempre

io crescerò rinnovato dalla lode dei posteri
finché il pontefice salirà in Campidoglio
con la processione silenziosa delle vergini.

Si dirà che io, dove strepita scrosciante l’Ofanto
e dove Dauno povero d’acque regnò su popoli agresti
da umili origini fatto potente, per primo
ho portato a ritmi italiani la poesia eolica.

Assumiti questo traguardo
conquistato per tuo merito e con l’alloro di Delfi,
Melpomene, di buon grado cingimi i capelli.

Odi III 30

Orazio

venerdì 31 luglio 2026

Il mistero della morte

I tragici avvenimenti di questi tempi di stragi, causate dalle guerre e dal terrorismo, rischiano di banalizzare la morte. Tuttavia essa incute angoscia e paura. Perciò si fa ogni sforzo per non pensare ad essa, per dimenticarla e renderla invisibile. Ma la morte ha un senso? La risposta è che, se la morte biologica è naturale, spiritualmente è una violenza fatta allo spirito umano. Perché, allora, la morte? In realtà, essa è un enigma o, meglio, è un mistero che soltanto la fede cristiana svela pienamente. Questa, infatti, dice che nel piano divino della creazione dell’essere umano non c’era la morte, ma essa è entrata nel mondo attraverso il peccato. Dice, inoltre, che Dio ha salvato l’uomo dal peccato e dalla morte, mediante la morte e la risurrezione del suo Figlio Gesù, il Dio fatto uomo.

La civiltà cattolica, Quaderno 3705, Anno 2004, Volume IV, pag. 209 

Aforismi Defunti

# Comunione dei santi  # Morte

Beati coloro […] che si sono addormentati nell'amore! Perché anche noi vivremo certamente. (Bibbia, Siracide 48,1-4.9-11)

Alla morte di un uomo si rivelano le sue opere. (Bibbia, Siracide 11, 27)

Poi udii una voce dal cielo che diceva: «Scrivi: Beati d'ora in poi, i morti che muoiono nel Signore. Sì, dice lo Spirito, riposeranno dalle loro fatiche, perché le loro opere li seguono». (Bibbia, Apocalisse 14, 13)

Tutto è vostro: ...il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio. (Bibbia, 1Cor 3,23)

Una lacrima per i defunti evapora; un fiore sulla tomba appassisce; una preghiera, invece, arriva sino al cuore dell'Altissimo. (Sant'Agostino di Ippona)

I morti non sono degli assenti, sono degli invisibili. Tengono i loro occhi pieni di luce fissi nei nostri pieni di lacrime. (Sant'Agostino di Ippona)

Non ti chiedo, Signore, perché ce lo hai tolto. Ti ringrazio per il tempo che ce lo hai lasciato. (Sant'Agostino di Ippona)

Coloro che amiamo e che abbiamo perduto, non sono più dov'erano, ma sono ovunque noi siamo. (Sant'Agostino di Ippona)

Beatus qui amat te et amicum in te et inimicum propter te. Solus enim nullum carum amittit cui omnes in illo cari sunt, qui non amittitur.
Beato chi ama te e l'amico in te e il nemico per te. Non perde nessuna persona cara solo colui al quale sono tutti cari nell'unico che non si può perdere, te. (Sant'Agostino di Ippona, Confessioni, 4, 9, 14)
Non si perdono mai coloro che amiamo, perché possiamo amarli in colui che non si può perdere.

Quando mi sarò a te unito con tutto il mio essere, più non vi sarà per me né dolore, né travaglio, e viva sarà la mia vita tutta piena di te. (Sant’Agostino di Ippona, Confessioni, X, 28)

La morte non è cattiva, se non siamo diventati noi stessi cattivi. La morte è la grazia, il più grande dono di grazia che Dio concede alle persone che credono in lui. La morte è mansueta, la morte è dolce e gentile... (Dietrich Bonhoeffer)

Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore. (San Giovanni della Croce)

Io non muoio, entro nella vita. (Santa Teresa di Lisieux)

Ricordatevi che i morti non solo umanamente si onorano, ma cristianamente si suffragano, beneficando i vivi. (P. Giovanni Semeria)

Il più grande dolore che tu sentirai per i tuoi poveri morti sarà sempre il pensiero di non averli amati abbastanza. (Guido da Borsara)

Non bisogna seppellire i morti due volte: sotto i fiori e dentro i cuori. Ma farli risorgere al nostro fianco, intorno alle cose che hanno amato e amiamo. E al magico richiamo dei nomi, delle date e dei ricordi, saranno vivi con noi, in noi e per noi. Non piangerli con inutili lacrime, ma rievocarli con opere di bene. Non rischiararli con le lampade votive, ma illuminarli con l'amore. Bisogna seppellire i corpi sotterra, ma esaltare le anime nella luce. (Nino Salvaneschi)

I morti aiutano i vivi a portare la vita. (Renzo Pezzani)

É mia abitudine, appresa in famiglia, il pio ricordo dei morti: essi mi hanno fatto sempre buona compagnia. (Giovanni XXIII)

A questo mondo tutto finisce, ma non finisce mai senza dare inizio ad una cosa più bella. (San Gregorio di Nissa)

Il nostro dolore è immenso, ma noi siamo cristiani, noi possiamo anche sentire e trovare un sollievo nella morte. ...Non piangete sui nostri posti vuoti. Le famiglie cristiane non si scompongono mai: la lontananza accresce nel desiderio del ritorno l'amore, e la morte lo consacra in un vincolo eterno. Non piangete, e se mai non potete trattenere questo umano sollievo, fate che le vostre lacrime non siano senza speranza. Siamo cristiani! (Primo Mazzolari)

Se qualsiasi immaginazione vien meno di fronte alla morte, la Chiesa invece, istruita dalla Rivelazione divina, afferma che l'uomo è stato creato da Dio per un fine di felicità oltre i confini della miseria terrena. (Gaudium et spes, 18)

A questo mondo tutto finisce ma, non finisce mai, senza dare inizio ad una cosa più bella. (San Gregorio di Nissa)

No, noi non moriamo! Cambiamo semplicemente casa. Questa è la speranza che arride per mezzo della fede e dell'amore a noi cristiani; una speranza che è certezza. Non si tratta d'altro che di un arrivederci. Dio non agisce come un cacciatore in attesa della più piccola negligenza della preda per colpirla. Dio è come un giardiniere che cura i fiori, li irriga, li protegge; li coglie soltanto quando sono più belli e rigogliosi. Dio prende con sè le anime quando sono mature.

Distaccandoci dai nostri cari cominciamo a morire. (Giuseppe Giusti)

Fa' che la mia anima si innalzi dove il vivere è calma, e senza morte. (Giuseppe Ungaretti)

La morte non è una luce che si spegne. É mettere fuori la lampada perché è arrivata l'alba. (Rabindranath Tagore)

Tutti quelli che ameranno i poveri in vita non avranno alcuna timore della morte. (San Vincenzo De' Paoli)

La distanza tra il Cielo e la terra non potrà mai separare i cuori che Dio ha unito. (San Francesco di Sales)

È un grande dolore averlo perduto, ma ti ringraziamo, o Dio, di averlo avuto, anzi di averlo ancora, perché chi torna al Signore non esce di casa. (San Girolamo)



sabato 31 gennaio 2026

La sedia

In un villaggio della Spagna, la figlia di un uomo chiese al sacerdote di recarsi a casa sua per un momento di preghiera con suo padre che era molto malato.

Quando il sacerdote arrivò nella povera casa, trovò l'uomo nel suo letto, con due cuscini per tenergli sollevata la testa.

C'era una sedia di fianco al suo letto, per cui il sacerdote pensò che l’uomo sapesse che sarebbe venuto a trovarlo.

“Suppongo che lei mi stesse aspettando!” gli disse.

“No, chi è lei?”, chiese l'uomo malato.

“Sono il sacerdote che sua figlia ha chiamato per pregare un po’ con lei. Quando sono entrato, ed ho notato la sedia vuota di fianco al suo letto, ho supposto che lei sapesse che sarei venuto a visitarla”.

“Ah sì, la sedia… Non le spiace di chiudere la porta?” disse l’uomo malato.

Il sacerdote, sorpreso, chiuse la porta.

L'uomo malato gli disse: “Questo non l'ho mai detto a nessuno, ma io ho trascorso tutta la mia vita senza sapere come pregare. Quando andavo in chiesa, ascoltavo con attenzione quello che veniva detto circa la preghiera, su come si deve pregare e sui benefici che essa porta… ma tutto questo… non so… sempre mi entrava da un orecchio e mi usciva dall’altro. E io non sapevo proprio come fare. Per cui, molto tempo fa, abbandonai completamente la preghiera. 

Ho continuato così, dentro di me, fino a circa quattro anni fa, quando - conversando con il mio migliore amico - mi disse: «Giuseppe, la preghiera è semplicemente avere una conversazione con Gesù. Ti suggerisco di fare così: prendi una sedia, ti siedi, e metti un’altra sedia vuota davanti a te. E poi, con la fede, guardi Gesù seduto davanti a te. Non è una scemenza far così, dato che Lui ci disse: «Io sarò sempre con voi». Poi parlaGli ed ascoltaLo, allo stesso modo in cui ora lo stai facendo con me».

Così feci una volta, e mi è talmente piaciuto che - da allora - ho continuato a farlo per almeno un paio d'ore al giorno. Naturalmente sto ben attento a non farmi vedere da mia figlia... altrimenti mi rinchiude subito in un manicomio”.

Il sacerdote provò una grande emozione, ascoltando tutto questo, e disse a Giuseppe che ciò che egli stava facendo era molto buono e non avrebbe mai dovuto smettere di farlo. Poi pregò con lui, gli impartì la benedizione e tornò alla sua parrocchia.

Due giorni dopo, la figlia di Giuseppe chiamò il sacerdote per dirgli che suo padre era morto. 

Il sacerdote le chiese: “È morto in pace?”.

“Sì! Stavo uscendo di casa, verso le due del pomeriggio, e lui mi chiamò a sé. Andai da lui e lo vidi nel suo letto. Mi disse che mi amava molto, e mi diede un bacio. Quando ritornai dalle commissioni, un'ora dopo, lo trovai già morto. Ma c'è qualcosa di strano nella sua morte: proprio prima di morire, si avvicinò alla sedia che era di fianco al suo letto ed appoggiò la testa su di essa, ed è così che l’ho ritrovato. Cosa può significare, secondo lei, tutto questo?”

Il sacerdote, profondamente commosso, si asciugò lacrime di emozione e le rispose: “Magari tutti noi potessimo andarcene in questo modo!”.

giovedì 9 gennaio 2025

Siamo fatti per vivere

Siamo fatti per vivere. I lutti ci gettano nel vuoto, ma in quella disperazione c’è la luce del passato...

Non siamo fatti per morire, ma per nascere, affermava Hannah Arendt. Tuttavia la nostra vita inizia a morire già con il suo primo respiro. Non solo perché la morte è il destino inesorabile che ci attende alla fine della vita, ma perché in ogni istante della nostra vita c’è qualcosa che si perde, si stacca, si separa da noi stessi, scompare. In questo senso la morte non è, come ricordava Heidegger, l’ultima nota della melodia dell’esistenza che ne chiude il movimento, ma una “imminenza sovrastante” che ci accompagna da sempre. Questa imminenza sovrastante della morte definisce propriamente la forma umana della vita. L’esistenza di un fiore o di un animale vive senza conoscerla. Il fiore e l’animale sono, infatti, espressioni di una vita eterna. Anch’essi sono destinati a perire, ma la loro vita non conosce l’assillo e il pensiero della morte. La vita animale è vita sempre piena di vita, vita che non conosce la ferita della finitezza o, meglio, che non conosce la finitezza come ferita necessariamente mortale della vita. L’uccello nel cielo, come il giglio nei campi, per riprendere una nota immagine evangelica, non conoscono l’erosione del tempo perché vivono in un eterno presente, in un solo grande “oggi”. Essi hanno deposto ogni forma di attesa, non restano sotto il peso incombente della fine perché il loro beato magistero ha sospeso il divenire del tempo in un “adesso” che non si lascia corrompere dal divenire delle cose. La vita animale, come quella vegetale, non esclude affatto la fine – il cane, come il fiore, perisce, la sua esistenza, come quella umana, ha “i giorni contati”, come direbbe il Qoèlet biblico –, tuttavia non conosce affatto la morte come destino incombente in ogni momento della vita, come possibilità sempre possibile o come impossibilità di tutte le nostre possibilità. Per questa ragione nella loro forma di vita – la vita piena di vita, vita che coincide con se stessa – non vivono la separazione da se stessi, non vivono né lo struggimento del desiderio né la pena della mancanza dalla quale esso sorge. 

Nella forma umana della vita la morte è in primo piano: la morte di un essere umano avviene sempre troppo presto, sempre in anticipo, ingiustamente prematura. Anche un anziano che muore incarna l’ingiustizia della fine, la terribile legge del tempo alla quale non possiamo sottrarci. Mentre il re dei camosci raccontato da Erri De Luca ne Il peso della farfalla si isola dal branco per andare incontro con saggezza istintuale al suo destino, la vita umana tende a rifiutare il tempo della morte, vorrebbe poter vivere senza considerare la presenza della morte. Tuttavia, come sappiamo, la sua necessità ineluttabile si combina con la sua contingenza imprevedibile. La nostra vita finirà di sicuro nelle braccia della morte, ma nessuno di noi può sapere quando. L’evento della morte è certo e incerto nello stesso tempo. È una delle ragioni, come Heidegger ha insegnato, che definisce l’angoscia come la nostra condizione affettiva fondamentale.

La luce delle stelle morte. Saggio su lutto e nostalgia

Massimo Recalcati

martedì 23 aprile 2024

Per le mamme di lassù


Le mamme non dovrebbero mai morire, dovrebbero sparire e poi apparire quando hai bisogno di rivederle, anche solo per un attimo... (Valeria Fabrizi)   


Mater dolcissima

«Mater dolcissima, ora scendono le nebbie,
il Naviglio urta confusamente sulle dighe,
gli alberi si gonfiano d’acqua, bruciano di neve;
non sono triste nel Nord: non sono
in pace con me, ma non aspetto
perdono da nessuno, molti mi devono lacrime
da uomo a uomo. So che non stai bene, che vivi
come tutte le madri dei poeti, povera
e giusta nella misura d’amore
per i figli lontani. Oggi sono io
che ti scrivo».
 – Finalmente, dirai, due parole
di quel ragazzo che fuggì di notte con un mantello corto
e alcuni versi in tasca. Povero, così pronto di cuore
lo uccideranno un giorno in qualche luogo. –
«Certo, ricordo, fu da quel grigio scalo
di treni lenti che portavano mandorle e arance,
alla foce dell’Imera, il fiume pieno di gazze,
di sale, d’eucalyptus. Ma ora ti voglio, dell’ironia che hai messo
sul mio labbro, mite come la tua.
Quel sorriso m’ha salvato da pianti e da dolori.
E non importa se ora ho qualche lacrima per te,
per tutti quelli che come te aspettano,
e non sanno che cosa. Ah, gentile morte,
non toccare l’orologio in cucina che batte sopra il muro
tutta la mia infanzia è passata sullo smalto
del suo quadrante, su quei fiori dipinti:
non toccare le mani, il cuore dei vecchi.
Ma forse qualcuno risponde? O morte di pietà,
morte di pudore. Addio, cara, addio, mia dolcissima Mater».

Salvatore Quasimodo (1901 - 1968), poeta e traduttore italiano


Mia madre

Zitti, coi cuori colmi,
ci allontanammo un poco.
Tra il nereggiar degli olmi
brillava il cielo in fuoco.

…Come fa presto sera
o dolce madre, qui!
Vidi una massa buia
di là del biancospino:
vi ravvisai la thuia,
l’ippocastano, il pino…

…Or or la mattiniera
voce mandò il luì;
Tra i pigolìi dei nidi,
io vi sentii la voce
mia di fanciullo… E vidi,
nel crocevia, la croce.
…sonava a messa, ed era
l’alba del nostro dì:
E vidi la Madonna
dell’Acqua, erma e tranquilla,
con un fruscìo di gonna,
dentro, e l’odor di lilla.
…pregavo …e la preghiera
di mente già m’uscì!

Sospirò ella, piena
di non so che sgomento.
Io me le volsi: appena
vidi il tremor del mento.

…Come non è che sera,
madre, d’un solo dì?
Me la miravo accanto
esile sì, ma bella;
pallida sì, ma tanto
giovane! una sorella!
Bionda così com’era
quando da noi partì.

Canti di Castelvecchio, 1907

Giovanni Pascoli (1855 – 1912), poeta, accademico e critico letterario italiano 


La madre

E il cuore quando d'un ultimo battito
avrà fatto cadere il muro d'ombra
per condurmi, Madre, sino al Signore,
come una volta mi darai la mano.

In ginocchio, decisa,
Sarai una statua davanti all'eterno,
come già ti vedeva
quando eri ancora in vita.

Alzerai tremante le vecchie braccia,
come quando spirasti
dicendo: Mio Dio, eccomi.

E solo quando m'avrà perdonato,
ti verrà desiderio di guardarmi.

Ricorderai d'avermi atteso tanto,
e avrai negli occhi un rapido sospiro.

Sentimento del tempo, 1930

Giuseppe Ungaretti (1888 - 1970), poeta italiano


Sopra una tomba

Tutto un inverno ho sofferto
pensando alla fradicia zolla
dove tu riposavi
in provvisoria fossa
ch'era il tuo purgatorio.
Piovose notti insonni
conobbero il mio rimorso.

E a te volavo, o madre,
cui non piacque la terra
per ultima dimora,
la terra faticosa,
la terra che patisti oltre la morte.

Ora esaudita, emersa
dal confuso elemento,
tu sei come redenta.
Non più l'informe grembo
travaglierà le tue spoglie.

Tu che vivente avesti incerto asilo,
sicuro loco avrai or che sei morta,
fin che l'umana pietà lo conceda.

Vincenzo Cardarelli [Nazareno Caldarelli] (1887 – 1959) poeta, scrittore e giornalista italiano


Alla madre

Forse, infranto il mistero, nel chiarore
del mio ricordo un’ombra apparirai,
un nonnulla vestito di dolore.

Tu, non diversa, tu come non mai:
solo il paesaggio muterà colore.

In un nembo di cenere e di sole
identica, ma prossima al candore
del cielo passerai senza parole.

Io ti vedrò sussistere nel vago
degli sguardi serali, nel ritardo
dei fuochi che si spengono in un ago
di luce rossa a cui trema lo sguardo.

Mario Luzi (1914 – 2005), poeta, drammaturgo, critico letterario, traduttore e critico cinematografico italiano


Tu la cercherai

Da oggi tu la cercherai salendo le scale, 
con il tuo olfatto teso a distinguere i suoi odori 
o con l’udito pronto a cogliere il suo richiamo.

La cercherai nello sguardo dimesso di tuo padre.
La cercherai nell’acqua che bolle mentre preparava il pranzo.
La cercherai quando un bottone abbandonerà la tua camicia o quando la piega dei pantaloni non ti convincerà.
La cercherai nel bagno o nella sua stanza dove a volte si attardava.
La cercherai nel guardare un bambino avvinghiato al collo della mamma.

La cercherai nell’odorosa emanazione inconfondibile di uno dei suoi cassetti.
La cercherai sfiorando la pelle di una qualsiasi mano che non è più la sua.
La cercherai dietro l’anta dell’armadio dove metteva ordine.
La cercherai subito dopo che la macchina del caffè avrà effuso il suo aroma per casa.
La cercherai nel fresco della biancheria pulita che ti preparava.

La cercherai quando sentirai un canto o un suono a lei cari.
La cercherai aprendo il suo frigorifero o il cassetto dei nostri medicinali.
La cercherai nei richiami alle disattenzioni di tuo padre.
La cercherai nelle vigilie e nelle feste.
La cercherai nelle trascurabili manie che a te non piacevano.

La cercherai mentre caricava la lavatrice o faceva ordine starnutendo nel ripostiglio.
La cercherai nella nostalgia di quella breve o lunga vacanza.
La cercherai di notte prima di affidarti al sonno o al mattino quando vorresti il suo sorriso.
La cercherai sperando di sorprenderla in un angolo nascosto di casa.
La cercherai nel gusto dei dolci a lei congeniali o nell’effluvio del borotalco con cui da bambino ti cospargeva.

La cercherai nelle pause e nei vuoti della vita.
La cercherai perfino in quei rimproveri non accetti, ma fisiologici nel cuore di una madre premurosa.
La cercherai nei visi simili al suo o negli occhi di chi ami.
La cercherai negli spazi ora per sempre vuoti.
La cercherai quando vedrai nascere la vita o in ogni tramonto.

La cercherai nei momenti fatali o nell’attimo finale.
La cercherai ovunque la mente vorrà o il cuore busserà.
Ma non la troverai.
È ormai dentro di te.
E di lì non si staccherà. Mai.
Perché una mamma non abbandona mai il figlio. Lo abita dovunque lui si trovi.

Gaetano Lo Russo


La parola più importante

E sarai madre anche quando non ci sarai più, 
perché tutte le volte che tuo figlio starà male dirà sempre: "mamma mia aiutami"; 
perché tutte le volte che sarà felice dirà: "mamma mia che bello"; 
perché mamma sarà sempre la prima parola 
che un uomo pronuncia quando nasce e quando muore. 
Buona festa della mamma a tutte le mamme del mondo. 
Buona festa a te, madre mia, 
che dal cielo continuerai a sorridermi 
tutte le volte che pronuncerò 
la parola più importante per ogni figlio della terra: UE MA'

Francesco Sternativo


Quando avrai perso tua Madre

Quando avrai perso tua Madre, non ci sarà nessuna persona che si preoccuperà di te allo stesso modo in cui lo faceva lei.
Quando perderai tua Madre, il tuo mondo cambierà.
Ti sveglierai una mattina col mal di gola, proverai a dirlo a qualche caro, ma non ci baderanno molto. Se non prenderai un'aspirina e non metterai una sciarpa, non passerà, e dovrai pensarci tu, anche se già prima ci pensavi tu, ma lei non sarà li a chiederti due volte al giorno se è passato, a nessuno interesserà realmente il tuo mal di gola, perché è un semplice mal di gola.
Ti sveglierai una mattina nervoso, con un carattere impossibile, ma se risponderai male a qualcuno, poi dovrai chiedere scusa, perché è così che funziona, mentre lei ti avrebbe capito e ti avrebbe detto che ti voleva bene anche col tuo caratteraccio, ma gli altri no.

Prenderai degli aerei, e ogni volta, appena atterrato, penserai di chiamarla per dirglielo, perché una mamma che sa che suo figlio è in aereo, aspetta che atterri, per poter tornare a respirare normalmente.
Se non sarai laureato, sposato e genitore, metà della gioia che proverai in quel momento, sarà oscurata dell'amarezza di non poter condividere con lei quel risultato.

Sarà strano stare seduto a tavola a Natale e renderti conto che nessuno guarderà nel tuo piatto per vedere se stai mangiando con appetito e nessuno guarderà nel tuoi occhi per capire se sei turbato o sereno.
Con questa lettera non voglio intendere che non ti amerà nessuno o che sarai una persona sola, assolutamente.
Voglio semplicemente intendere che nessuno ti amerà come si ama se stessi, più di se stessi.
Finché puoi, chiedile tante cose di quando eri piccolo, perché poi nessuno potrà raccontartele più, lei invece sa tutto di te.
La sentirai vicina nei momenti più impensati, sentirai la sua voce negli attimi della quotidianità, che ti spiega come fare una determinata cosa, ma soprattutto la sentirai quando starai male e sarà il tuo conforto.

Miriam Messina 


L’amore per una madre

Chissà quando è più forte, 
l’amore per una madre. 
Forse da piccoli, 
quando la vediamo perfetta. 
O da adolescenti, 
quando la vediamo tutta sbagliata. 
O da grandi, 
quando la vediamo finalmente umana. 

Oppure quando non c’é più 
e scopriamo sulla pelle che, 
anche in modo impacciato, 
ridondante o silente, 
era la sola persona 
disposta a cederci tutto.

Gabriela Pannia


E arriva un giorno... 

E arriva un giorno in cui ti senti parlare come lei, 
cucinare come lei, sgridare come lei,
cantare come lei, insegnare come lei,
ballare come lei, scrivere come lei,
piangere come lei.

E arriva un giorno in cui quelle scarpe giganti,
che tanto hai provato, ti calzano perfettamente
e puoi percorrere la sua impronta.
E con ogni passo vai a capire tutto quello
che hai sempre criticato.

E capisci i limiti, le sfide, la rabbia,
le preoccupazioni, le paure.
E ringrazi che era lì, ad accompagnarti da vicino,
a vegliare, a guardare.
E ringrazi i suoi sforzi, i suoi sacrifici, il suo tempo.

Arriva un giorno in cui ti guardi allo specchio e la vedi. 
Perché qualche mese, siamo stati dentro di lei,
ma lei sarà sempre dentro di noi.


Per te mamma

Vorrei vederti un solo istante,
per donarti quel bacio che non ti ho dato!
Vorrei per un solo istante
ritrovare il tuo calore nella magia di un abbraccio,
avvolgendomi nel profumo della tua pelle!

Vorrei parlarti un solo istante,
per raccontarti il mio dolore!
Vorrei ascoltarti un solo istante,
per consolare il mio cuore 
e assaporare attimi di infinito amore!

Vorrei... vorrei... vorrei...
ma tu mamma non puoi!
Il tuo alito impalpabile mi sussurra:
"Non piangere,
io sono il vento che ti accarezza,
il sole che ti scalda.
la pioggia che ti bagna.
Io sono dentro di te..."

Mi manchi mamma!


Quando una mamma muore

Quando muore la mamma,
qualcosa si spezza dentro.
E non importa quanto tempo passa:
non si aggiusta più.

Quando muore una mamma,
non muore solo una persona.
Si spegne una casa,
un profumo, 
una carezza,
un pezzo di vita.



Quando una madre muore
una parte di te se ne va con lei.
Non è come perdere un amore.
Perché un amore, col tempo, si supera.
La morte di una madre, invece...
la si abita.
La si trascina.
La si impara a tacere.
Lei non è stata solo chi ti ha cresciuto.
È stata chi ti ha formato.
Chi ti ha dato il corpo con cui oggi cammini, 
il sangue che ti scorre dentro,
i gesti che ripeti senza neanche accorgertene.
E quando se ne va, non è solo lei a morire,
muore anche qualcosa di te:
la tua radice,
il tuo inizio,
il tuo primo amore.
Non è un lutto qualunque.
È il preludio della tua stessa fine.
Perché non c’è più chi ti ha dato la vita,
chi ti ha insegnato a dire “mamma”,
chi ti ha sorretto prima ancora che imparassi a stare in piedi.
Quel giorno il mondo non crolla,
ma non sarà mai più lo stesso.
Quel giorno, le parole non bastano più.
È per questo che, prima del suo addio, 
le parole sembrano non bastare mai.
Diciamo cose mai dette.
Confessiamo verità nascoste perfino a noi stessi, 
e tra lacrime, pause e sospiri, resta solo una certezza:
le dobbiamo la vita. 
E allora, nel silenzio più profondo,
non resta che inginocchiarsi e sussurrarle:
Grazie! Grazie per avermi dato il dono di esistere.


Qui con me

C’è una canzone alla radio che suona
E che parla di noi.
Di quell’amore che resterà sempre, non passerà mai.

E quando ti penso lo sento arrivare quel brivido dentro che attraversa il cuore,
In questo silenzio sento la tua voce,
Calma, la rabbia, la sete, la fame e non cambierà
Quella complicità che da bambina cercavo nei tuoi occhi e che per sempre mi
accompagnerà.

E se ti portassi via da quelle stelle
Per cancellare il tuo addio dalla mia pelle
Scalerei la terra e il cielo
Anche l’universo intero
Per averti ancora qui con me.
E ti parlo come se mi stessi accanto
Due gocce d’acqua non si perdono nel mare mai,
E poi guardami ma quanto ti assomiglio
Nelle mani, nell’amore che
Mettevi ogni volta nelle cose
Ed ogni giorno era sempre da festeggiare
Sono anch’io così
Noi così simili
Noi così simili

E se ti portassi via da quelle stelle
Per cancellare il tuo addio dalla mia pelle
Scalerei la terra e il cielo
Anche l’universo intero
Per averti ancora qui con me

E se ti portassi via da quelle stelle
Ti stringerei forte anch’io ora e per sempre
Scalerei la terra e il cielo
Anche l’universo intero
Per averti ancora qui con me

Quanta vita ruba il tempo
Oltre i limiti ti sento
So che sei ancora qui con me.
Con me, con me.

Serena Brancale (Sanremo 2026)


Per i papà di lassù

Il giorno in cui tuo padre se ne va

Il giorno in cui tuo padre se ne va
è il giorno in cui capisci di aver perso l’unico uomo
che ha sempre voluto vederti andare più in alto di lui.
Più saggio. Più forte. Più felice.
Perché un padre, anche quando tace,
ti cammina accanto in ogni passo della vita.

Non sempre lo dice, ma il suo amore è nei gesti:
nello sguardo che ti segue quando esci,
nel consiglio ripetuto mille volte,
nel silenzio che custodisce quando cadi,
nella pazienza con cui aspetta che ti rialzi da solo.

Quando un padre se ne va, non si spegne solo una voce.
Si spegne anche un pezzo della tua storia.
All’improvviso il mondo sembra più grande,
più freddo, più vuoto…
e capisci che nessuno ti dirà più “stai attento”
con quella miscela di amore e autorità,
che nessuno ti guarderà con orgoglio senza bisogno di parole.

Quel giorno capisci che la vita cambia per sempre.
Che non esiste abbraccio più forte,
né consiglio più sincero
di quello di chi ti ha visto muovere i primi passi.

E per quanto il tempo passi,
continuerai a cercare la sua ombra nelle tue scelte,
la sua voce nei tuoi pensieri,
la sua forza nei tuoi momenti di debolezza.
Ma scoprirai anche un’altra verità:
che il suo amore non muore.

Resta con te, in silenzio,
nel modo in cui guardi il mondo,
nei valori che ti ha lasciato nel cuore,
e in quel desiderio profondo di renderlo fiero,
ovunque sia.

Perché i padri non se ne vanno mai davvero.
Restano nel tuo coraggio,
nell’eco della loro risata,
nei ricordi che ti danno forza quando ne hai più bisogno.

Il giorno in cui tuo padre se ne va
capirai cosa vuol dire perdere davvero…
ma scoprirai anche
che l’amore di un padre è eterno.
E che, anche se invisibile,
ti sarà accanto. Sempre. 


Fammi essere ancora figlio

Fammi essere ancora figlio.
Solo una volta. Una volta sola.
Poi ti lascio andare.
Ma per una volta, ancora, fammi sentire sicuro.
Proteggimi dal mondo.
Fammi dormire nel sedile dietro il tuo.
Guida tu. Che io sono triste e stanco.
Ho voglia che sia tu a guidarmi, papà.
Metti la musica che ti piace.
Che sarà quella che una volta cresciuto piacerà a me.
Fammi essere piccolo.
Pensa tu per me.
Decidi tu per me.
Mettimi la tua giacca, che a me sembra enorme, perché ho freddo.
Prendimi in braccio e portami a letto perché mi sono addormentato sul divano.
Raccontami storie.
E se sei stanco non farlo. Ma non te ne andare.
Ho voglia di rimanere figlio per sempre.
Abbracciami forte come dopo un gol.
Dormi ancora, come hai fatto, per una settimana su una sedia accanto al mio letto in ospedale.
Rassicurami.
Carezzami la testa.
Lo so che per tutti arriva il momento in cui devi fare da padre a tuo padre.
Ma io non voglio.
Non ora.
Voglio vederti come un gigante. Non come un uccellino.
Non andare, papà.
Ti prego.
Fammi essere ancora figlio.
Fammi essere per sempre tuo figlio.

(Gabriele Corsi)


Caro babbo

Mi sembravi alto, altissimo quando ero piccolino
Eri il mio gigante buono che giocava a nascondino
Mi batteva forte il cuore mentre stavo ad aspettare
Felice di nascondermi, ma anche di farmi trovare

Ti sentivo forte e a volte mi facevi un po' paura
Ma eri il mio cavallo docile, il tappeto, la pianura
E scendevo e camminavo nelle tue scarpe pesanti
Fra colline di poltrone coi miei passi da gigante

Era dolce, era dolcissimo
Lo ricordo e te lo dico
Eri il mio più grande eroe
Eri il primo vero amico

Sei però rimpicciolito i primi anni della scuola
Tornavi tardi a casa e la mamma sempre sola
Mi svegliavo d'improvviso e vi sentivo ancora urlare
Eri sempre più nervoso e non mi stavi ad ascoltare
Altre volte mi picchiavi e le tue parole dure
spalancavano soltanto una vita di paure

Eri assente e irraggiungibile
Io ti odiavo e te lo dico
Eri in sogno l'uomo nero
Eri a un tratto il mio nemico

E ho portato come un lutto il tuo sangue nelle vene
Ma il mio cuore per dispetto ti voleva ancora bene
E ora babbo te lo scrivo come quando ero bambino
Come quando per trovarci giocavamo a nascondino

E ora è freddo, anzi freddissimo
Piango mentre te lo dico
cosa aspetti ad arrivare
babbo se mi sei amico

Era dolce, era dolcissimo
L'ho capito e te lo scrivo
Quante volte io dovrò morire
Per sentirmi ancora vivo?

(Marco Masini)


Papà lo vivi solo una volta

4 anni: mio padre può fare di tutto.
5 anni: mio padre sa molte cose.
8 anni: mio padre non sa tutto.
12 anni: Oh beh, mio padre non ne sa nulla.
14 anni: non dare retta a mio padre, è così all'antica!
21 anni: lui? Per favore, è fuori onda, non lo sa.
25 anni: papà può saperne un po', ma ha già i suoi anni.
30 anni: non farò nulla finché non ne parlerò con papà.
40 anni: mi chiedo come papà avrebbe gestito questa situazione. 
50 anni: darei qualsiasi cosa per avere qui papà per poter parlare di questo con lui.

Peccato non aver apprezzato la sua conoscenza, avrei potuto imparare molto da lui.
Ricorda che papà lo vivi solo una volta.


Father and son

It's not time to make a change
Just relax, take it easy
You're still young, that's your fault
There's so much you have to know
Find a girl, settle down
If you want, you can marry
Look at me, I am old, but I'm happy.

I was once like you are now
And I know that it's not easy
To be calm when you've found
Something going on
But take your time, think a lot
Well, think of everything you've got
For you will still be here tomorrow
But your dreams may not.

How can I try to explain?
When I do he turns away again
It's always been the same
Same old story
From the moment I could talk
I was ordered to listen
Now there's a way and I know
That I have to go away
I know I have to go.

It's not time to make a change
Just sit down, take it slowly
You're still young, that's your fault
There's so much you have to go through
Find a girl, settle down
if you want, you can marry
Look at me, I am old, but I'm happy.

All the times that I cried
Keeping all the things I knew inside
It's hard, but it's harder to ignore it
If they were right, I'd agree
But it's them they know, not me
Now there's a way and I know
That I have to go away
I know I have to go.

(Cat Stevens)


Padre e figlio

Non è il momento di fare cambiamenti,
rilassati soltanto, prenditela comoda
Sei ancora giovane, questo è il tuo problema,
c'è così tanto che devi sapere
trovati una ragazza, sistemati,
se vuoi, puoi sposarti
guarda me, sono vecchio, però sono felice

Un tempo ero come tu sei ora,
E so che non è facile restare calmo quando trovi
che qualcosa bolle in pentola
ma prenditi il tuo tempo, pensa molto
beh, pensa a tutto quel che hai
domani tu sarai ancora qui,
ma i tuoi sogni potrebbero non esserci

Come posso provare a spiegare?
quando lo faccio lui si gira dall'altra parte
è sempre stata la solita
la solita vecchia storia
dal momento in cui potevo parlare
mi è stato ordinato di ascoltare
ora c'è una via e io so
che devo andare via
io so che devo andare

Non è tempo per cambiamenti
siediti soltanto, fai le cose con calma
Sei ancora giovane, questo è il tuo problema,
c'è così tanto che devi vivere
trovati una ragazza, sistemati,
se vuoi, puoi sposarti
guarda me, sono vecchio, però sono felice

Tutte le volte che ho pianto,
tenendomi tutto ciò che sapevo dentro
è difficile, ma è più difficile ignorare ciò
se loro avessero ragione, io sarei d'accordo,
ma è loro che conoscono, non sono io
ora c'è una via 
e io so che devo andare via.
So che devo andare.

(Cat Stevens)

giovedì 18 aprile 2024

Sai cosa succederà dopo il tuo funerale?


Dopo solo poche ore, il pianto cesserà e la tua famiglia comincerà a prendere accordi per il rinfresco per i tuoi parenti e amici.

Alcuni dei tuoi familiari discuteranno degli eventi attuali o su come mangiano in Giappone o in Messico. 

Qualcuno chiamerà la tua famiglia per dire che non sono potuti venire di persona a causa di qualche emergenza.

Altri inizieranno a organizzare il viaggio per tornarsene a casa - perché la vita è troppo breve -  e qualcuno nella tua famiglia comincerà a discutere su chi abbia contribuito economicamente di più per il tuo funerale.

Alla fine, ognuno prenderà strade separate.

Altri ancora, dopo poco tempo, chiameranno al tuo cellulare perché nemmeno sapevano che eri morto.

Il tuo datore di lavoro inizierà a cercare il tuo sostituto.

Ci saranno nuove elezioni, nuovi scandali e il traffico sulla tangenziale sarà sempre lo stesso.

Sarai dimenticato in un attimo. 

La vita di tutti tornerà alla normalità.

In un batter d'occhio gli anni svaniranno e solo pochissime persone si ricorderanno di te. 

Ora dimmi: se la gente si dimenticherà di te così facilmente, per chi stai vivendo la tua vita?

Passi tutta la vita a preoccuparti di cosa pensa la gente di te.

Essi non lo fanno nè lo faranno nei tuoi confronti.

Vivi la tua vita per te stesso! Sii te stesso!


martedì 26 marzo 2024

Sei venuto nudo



Sei venuto nudo,
te ne andrai nudo.

Sei venuto senza niente
te ne andrai senza niente.

Allora da dove vengono così tanto odio, risentimento, cattiveria, invidia, egoismo e orgoglio?

Andremo tutti a mani vuote, abbiamo vinto tutte le cose materiali, abbiamo vinto qui e lasceremo tutto qui.

L'unica cosa che ti accompagnerà, che hai effettivamente guadagnato qui è l'amore che hai condiviso, la tua umiltà, la tua gratitudine, il tuo aiuto, la tua gentilezza.

Questa è l'eredità che lascerai qui e che tutti ricorderanno, probabilmente con un sorriso.