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sabato 31 gennaio 2026

Lettera sulla Libertà

La parola «libero» è diventata per molti qualche cosa di nebuloso in cui non scorgono nulla di distinto. Ma proprio su questo punto è importante veder chiaro: metteremo dunque da parte ciò che è soltanto espressione verbale o sentimento. Bisogna guardare attentamente, distinguere con chiarezza. Non bisogna girare attorno ai problemi: con tale sistema non si approda a nulla in questa questione. Piuttosto vogliamo cercare una risposta soddisfacente alla domanda: chi è libero? Quando qualcuno ha il diritto di dirsi libero? Si tratta di schizzare il ritratto dell'uomo veramente libero. In questa nostra esposizione scarseggeranno i motivi d'effetto; ma non ce ne lasceremo turbare. Ciò che è molto « caricato » non è sempre schietto; cela dietro di sé una gran parte di inganno. Noi vogliamo fare un buon lavoro, un lavoro d'artigianato: schietto e duraturo.

Cominciamo dagli elementi più prossimi: si chiamerà libero un uomo che può fare ciò che vuole; se ha la libertà esteriore di prendere decisioni, di muoversi. Accade a qualcuno che superiori e congiunti gli facciano prescrizioni su ogni cosa. Sotto questo punto di vista naturalmente egli non è libero. Vuol fare un viaggio e non può, gli piacerebbe far parte di un gruppo ma gli è proibito; si occuperebbe volentieri di un lavoro nel modo che ritiene giusto e deve farlo a modo degli altri; si sente inclinato per una data professione, ma non può abbracciarla... tutto questo è mancanza di libertà e può pesare molto.

Ancor più pesante diventa la mancanza di libertà se quelli che ci stanno intorno hanno opinioni e principi diversi dai nostri. Questo può accadere a ciascuno e ovunque. Non è capito, lo si respinge, gli si vuole imporre un'opinione, ciò che gli sta a cuore non è preso sul serio, ciò a cui egli mira viene messo in ridicolo, si cerca di costringerlo a una compagnia cui egli ripugna,  gli si vogliono imporre modi, piaceri, vestiti, che egli non ama... E chi lo opprime così può essere la società, o l'ambiente di lavoro, la famiglia o il collegio o altro ancora. Ciò può trasformarsi in una vera e propria tirannide; e proprio le persone che pretendono per sé ogni libertà sono spesso, di fronte agli altri, della massima indelicatezza. Se poi uno è di natura arrendevole o si intimidisce facilmente, può arrivare al punto di perdere totalmente la propria indipendenza. La critica permanente gli toglie la fiducia in sé stesso, non pensa più colla sua testa ma con quella altrui. Gli torna gradito, trova bello e brutto, giusto e ingiusto, nobile e disprezzabile, non più ciò che il suo cuore gli dice esser tale, ma ciò che gli altri lo costringono ad accettare. Finché finisce per perdere non solo la libertà esteriore ma anche quella interna.

Tale schiavitù è molto diffusa. Alcuni sono immersi in essa più profondamente, altri meno. Tuttavia tutti abbiamo a che fare con essa, perché ciascuno si trova legato in relazioni che non può cambiare. Sta in una famiglia e deve prendere i congiunti così come sono; nella scuola egli non può scegliere i compagni di classe, il maestro, le istituzioni, ma deve accordarsi con quelle già esistenti; egli sta nella professione, in ufficio, nel laboratorio, in determinati rapporti coi compagni di lavoro, rapporti che non può spezzare. Così ciascuno, in qualsiasi maniera, sente la pressione della schiavitù esterna. Ma quando possiamo dire che uno è completamente libero? Solo nel caso che egli possa andare e venire come vuole, lavorare a ciò che ritiene opportuno, indirizzare la sua vita come gli pare, se è circondato da persone che rispettano le sue vedute... in una parola se è signore delle sue decisioni e dei suoi movimenti. Questa è libertà e vale la pena di lottare per raggiungerla. Ci sono, sì, delle situazioni nelle quali non c'è nulla da cambiare, ci sono dei rapporti in famiglia, a scuola e nella società ai quali ci si deve adattare. Ma nella giusta maniera, così che rispetto e amore del prossimo non siano conculcati. E si possono anche ottenere grandi risultati. Prima di tutto dobbiamo tener fede a noi stessi. Se uno, per esempio, vuole dedicarsi a una data professione e trova delle opposizioni, deve prima di tutto cercare di far luce in se stesso: che  cosa voglio io? perché? Ciò fatto si metterà all'opera con costanza, lasciando cadere la parola giusta al momento giusto. Nello stesso tempo si impegnerà nel lavoro e a casa perché i genitori vedano che è bene intenzionato; in tutta la sua condotta si darà da fare in modo da vincere ogni opposizione in forza delle sue buone disposizioni. Qualcuno forse penserà che tutto questo sia « diplomazia » e prova di insincerità e che invece si debba dir chiaro ciò che si vuole e basta. Non è così! Significa semplicemente avere una volontà illuminata dalla ragione, consapevole dei propri scopi, significa impiegare il mezzo buono per una causa buona. Con un modo di procedere grossolano, con l'intransigenza delle cosiddette « esigenze imprescindibili », attraverso la ribellione e il baccano si hanno pochi vantaggi e si fomenta invece la discordia e il malcontento. Certo si danno situazioni in cui non ci possono essere dubbi: si tratta della mia anima, dell'integrità della mia stessa vita, dell'opera e della professione adatta a sostenerla.

Allora può rendersi necessaria una terza contrapposizione. Ma si deve trattare di una cosa realmente importante, e bisogna avere prima provato ogni altro mezzo senza ottenere niente. E tale lotta deve essere condotta con cuore puro. Ci è già capitato molte volte che qualche cosa ci apparisse enormemente importante eppure non era se non un'infatuazione. Qualcuno ha potuto credere che tutta la sua vita dipendesse dal raggiungimento di un dato scopo e dopo breve tempo la cosa gli era diventata del tutto indifferente. Ha creduto di non poter più resistere, di dover uscire ad ogni costo da una data situazione e in seguito ha capito che in realtà aveva voluto solo sottrarsi a degli incomodi doveri. È vero, ci sono dei casi che esigono una prova di forza, però, in generale, possiamo ottenere risultati apprezzabili, se persistiamo in un atteggiamento tenace, se ad ogni occasione facciamo un nuovo tentativo, non trascurando però di compiere accuratamente il nostro dovere e di sforzarci per andare avanti. E arriviamo anche a un punto dove non è possibile cambiar niente. Bisogna fare buon viso e sottomettersi all'inevitabile.

Particolarmente necessaria diventa la lotta quando si tratta di difendere le nostre convinzioni dalla prepotenza di quelli che ci circondano.  Una cosa soprattutto è necessaria: non lasciarsi confondere. Compagni di scuola, di officina, di fabbrica, colleghi in affari o nell'impiego possono, sì, far pressione su di noi, ma non possono confonderci. Si tratta della libertà. Se sentiamo che qualche cosa per noi diventa di giorno in giorno più importante, dobbiamo farla oggetto di un serio esame, di una più profonda riflessione per capirla meglio, per liberarla da esagerazioni e da falsi modi di vedere; ma poi dobbiamo abbracciarla con tutta la nostra anima, sempre più  a fondo e sempre più forte. Irremovibili! A scuola,  in officina, in ufficio, tutti hanno lanciato i loro frizzi, le piccole conventicole in cui regna il pettegolezzo si sono associate contro qualcuno. Ma costui ha tenuto duro e tutto si è ridotto in niente di fronte al suo cuore tranquillo e alla sua decisa volontà.

La libertà esterna, quella che ora ho descritta,  è preziosa. Specialmente se l'abbiamo ottenuta con sforzo personale. Ma essa è solo il primo passo nel regno della libertà. Ora porterò esempi di fatti che tu stesso puoi già aver osservato: ecco uno che ha la libertà esterna, almeno quanto ne potrebbe ragionevolmente desiderare. Egli deve solo seguire una certa regola, e nient'altro gli si frappone nel cammino. Può fare e non fare ciò che vuole, può vivere coi suoi amici, può occuparsi di ciò che gli piace. Forse non deve nemmeno prendersi cura dell'andamento della casa: fa quello che gli pare. Legge ciò che gli capita tra le mani, nessuno interferisce nelle sue opinioni: in poche parole, egli è libero di fare ciò che vuole. Ora accade, per esempio, che un certo modo di dire sia di moda: in classe o nel gruppo tutti lo ripetono, ed egli pure! Viene di moda una nuova cravatta, un modo di dare la mano e di salutare: egli non considera forse nemmeno l'utilità e la necessità della cosa, ma vuol fare la figura di una persona elegante, di un «iniziato», come si suol dire, e fa ciò che fanno gli altri. Che tipo di libertà è mai questa?

Consideriamo un altro caso: un libro diventa di moda! Non faccio nomi, puoi pensare da te a quanti ce ne sono in circolazione. Uno lo legge e, invero, qualche cosa in lui si ribella. Il libro gli sembra esaltato, non spontaneo, sente risuonare delle parole grosse e avverte che dietro di esse non c'è niente di giusto; ha l'impressione di qualche cosa di ambiguo, di un'ibrida mescolanza tra cose pulite e meno pulite. Ma il libro ha in breve un enorme successo, tutti ne parlano, ed egli continua a leggerlo e lo trova bello.

Si mette in ridicolo qualcuno. Un compagno di scuola, un maestro o chiunque altro. Il nostro uomo sente la grossolanità di un tale comportamento. Lo sai bene anche tu del resto: quando Guglielmo Raabe vuol indicare che qualcuno ha una straordinaria nobiltà di cuore, racconta che quest'uomo non ha mai messo in ridicolo nessuno! Il nostro uomo sente dunque la volgarità del gesto, ma gli altri ridono ed egli ride con loro.

Nel gruppo qualcuno ha esposta la sua opinione, gli altri sono contrari. Egli avverte bene che in quell'opinione c'era qualche cosa di vero, ma tutti sono contrari e non osa allontanarsi dal loro giudizio, lo segue. E così via. È sempre la stessa cosa: non ci fidiamo di dire la nostra opinione in un'adunanza perché temiamo gli occhi degli altri: ridiamo di un motto contro il quale si rivolta tutto quello che di pulito c'è nel nostro cuore, perché non vogliamo fare la figura degli schizzinosi. Ci vergogniamo di una condotta di vita ispirata alla purezza perché temiamo che gli altri non ci tengano in nessuna considerazione, gli altri, quelli che « hanno esperienza »... È libertà questa?


Certamente no. In questo modo uno può essere libero esteriormente, come un uccello; di dentro è servo. Servo di chi? Dell'opinione pubblica. Non vogliamo disprezzarla troppo, ha il suo lato buono, in essa si esprime la coscienza di molti, ma quanto c'è anche, in essa, di insensato e di basso, quanta grettezza! E’ lo stesso se si tratta di opinione pubblica di una città o di una scuola, di una classe o di un gruppo. Un uomo pratico della vita pubblica mi parlava una volta di certe sue esperienze: finché prendiamo le persone una per una, singolarmente, sono tutti tipi normali, ma se ce ne sono cento insieme, il diavolo è in mezzo a loro. C'è molto di vero in questa osservazione. Se uno è solo sa che a lui spetta la responsabilità dei suoi atti; la sua coscienza è sveglia, ma appena si è in molti ciascuno scarica la propria responsabilità sul vicino. Ciascuno si lascia trascinare. Con quale risultato? La folla è irresponsabile. E, per lo più, il tono non le è dato dai migliori, dalle persone serie e disciplinate, ma da coloro che sanno gridare più forte e che sanno dire in modo più persuasivo ciò che a tutti fa piacere. Chi vuole essere libero, dunque, deve liberarsi dalla « schiavitù dei molti ».

Ma si può anche « essere schiavi dei pochi ». Talvolta tutta una classe, tutto un gruppo è dominato da una piccola fazione oppure anche da un solo individuo. Ciò si verifica spesso nella vita, nella professione, nel partito. Quest'uno o questi pochi intendono dare espressione a ciò che essi vogliono, essi hanno una forte volontà, ma talvolta anche un'anima senza rispetto che non si perita di impadronirsi di tutto ciò che capita, e così riescono a dominare. Può darsi che un uomo di tal genere tenga un altro in suo assoluto potere. Il suo amico parla come lui, si comporta come lui, dà ascolto solo a lui, si regola in tutto sul suo esempio. Questa non è amicizia, bensì schiavitù.

Anche qui bisogna difenderci. Ci manterremo fedeli a un uomo di provato valore senza però perdere la nostra indipendenza. Quasi per ogni amicizia viene il momento in cui essa minaccia di trasformarsi in schiavitù: ne possono derivare momenti difficili, malintesi, lotte, ma bisogna infrangere i legami che si vanno facendo troppo serrati. È un modo di provare se l'amico è veramente tale o se non pretende che a un assoluto predominio. Anche chi ha tutte le buone intenzioni di realizzare una vera amicizia, non capirà al primo momento che cosa significhi il fatto che l'altro tenti, almeno in apparenza, di liberarsi. Ma se il suo amico gli è veramente caro, subito gli appare chiaro che non lo deve perdere; e allora gli lascerà la libertà che egli chiede, e finirà così per riconquistarlo. Ma chi ha la smania di dominare non vuole ciò; egli vuole che il suo amico gli resti soggetto, si oppone al suo desiderio di libertà, gli porta rancore, lo accusa di infedeltà. Nel gruppo avviene spesso qualche cosa di simile. Il vero uomo vuole una persona libera per amico, non uno schiavo; vuole dirigere uomini liberi e non greggi. Così tanto è contento quanto più decisamente gli altri fanno valere il loro proprio essere.

Non dimentichiamoci che si può essere schiavi anche delle cose, non solo degli uomini. Una ghiottoneria può renderei tanto golosi da farci dimenticare tutto il resto. Qualcuno vede un oggetto da viaggio, una bicicletta, una barca pieghevole, e le vuole ad ogni costo. Un francobollo raro, una pietra preziosa, un libro, un quadro intende che sia suo, e non ha pace finché non l'ottiene. Qualsiasi cosa può dunque ridurre l'uomo suo schiavo: « casa, campo, servo, ragazza, bue, asino » e tutto ciò che può essere proprietà dell'uomo. Tale attaccamento può rendere il nostro cuore del tutto inquieto, può rubargli ogni gioia, può anche dare una piega cattiva alla nostra condotta. Quando poi qualche cosa è nostra, l'attaccamento ad essa può diventare tanto forte da non permetterci di separarcene, anche a costo di gravi amarezze per gli altri; anche se, privandocene, avremmo potuto dare una grande gioia a qualcuno. Chi ha queste disposizioni, diventa schiavo della cosa. « Beato l'uomo che non va dietro all'oro », dice la Sacra Scrittura, « e che non volge il suo animo al denaro e alle cose preziose. Egli si fa conoscere da noi e noi lo esalteremo perché in verità ha compiuto qualche cosa di grande nella vita ».   È diventato un uomo libero!

Si tratta di spezzare questa schiavitù anche a costo di diventare duri contro sé stessi. Sì, lo dobbiamo, altrimenti non potremo procedere oltre. Attenersi al più rigoroso criterio di giustizia anche nelle minime cose; dare volentieri e volentieri aiutare gli altri. E se si avverte che il vincolo diventa troppo forte, allora non resta altro che sacrificare ciò che ci lega tanto profondamente.

Chi può fare ciò che vuole è, dunque, ancora molto lontano dall'essere libero. Per realizzare tale condizione deve essere anche indipendente da uomini e cose; deve tener fede alla propria coscienza, al proprio giudizio, a quelle inclinazioni che dipendono dalla sua essenza. L'uomo interiore deve dominare in lui l'esterno, l'ambiente, i rapporti, le cose, il possesso, e le proprietà.

Ma dobbiamo andare ancora più a fondo con le nostre considerazioni. Noi sentiamo che un uomo è indipendente nelle sue decisioni, anche internamente, se egli agisce davvero come gli pare giusto. Ma talvolta lo invade una tale ira che egli stesso non si riconosce più. Allora dice cose di cui più tardi si pente amaramente, fa torto agli altri, grida e insulta: è libero costui?... Un altro è vanitoso, parla spesso di sé, sa sempre dirigere il discorso sulle cose nelle quali si sente versato, tende le orecchie subito se si viene a parlare di lui, in ogni cosa sente rimprovero o lusinga, sta sempre all'erta per sapere che cosa gli altri pensino di lui. È libero? Per un terzo individuo la passione diventa talvolta tanto ardente che egli non si domina più, dice cose che non vorrebbe dire, si comporta in modo sconveniente. È libero? Gli esempi si potrebbero moltiplicare. In qualcuno sarà dominante la ghiottoneria, in un altro la cocciutaggine, in un terzo l'invidia, in un quarto l'orgoglio. Passioni, istinti, abitudini sono radicati in costoro e li legano. Possiamo chiamarli liberi? All'esterno sì, ma internamente? Un tale uomo forse saprà affermarsi nel mondo, ma dentro di sé resta schiavo.

Dunque nell'uomo stesso, nel suo proprio intimo, si trovano in certo qual modo due uomini; uno tutto interiore, e questo è l'uomo propriamente detto, e un secondo, esteriore, che è sostenuto dalle passioni e dagli istinti. Passioni ed istinti non sono forze cattive, anzi sono preziosi; la passione è una forza, l'istinto è una forza. L'uomo irascibile è focoso anche quando si tratta di impegnarsi in una grande causa: il passionale ha slancio ed entusiasmo per ciò che è nobile; chi è attaccato ai beni conosce il valore delle cose ed è un buon amministratore; chi è geloso si tien caro l'amico; e così via. Queste forze sono tutte preziose, ma cieche. Esse possono anche distruggere, confondere, asservire, se l'uomo interiore che è in noi non riesce a mantenere libera la nostra coscienza. Egli deve essere signore delle passioni e dell'istinto, deve domarli, ordinarli, renderli utili. Allora agiscono beneficamente, come il calore del fuoco, se è bene utilizzato.

Libero è soltanto colui nel quale l'uomo interiore domina sull'esterno, la coscienza e la libertà del cuore sull'istinto e sulla passione. Questa solo è la vera libertà: la libertà morale. Essa fa sì che l'uomo viva in armonia con la sua più profonda essenza: la coscienza. Essa fa sì che la coscienza, e quindi Dio, dirigano ogni nostra azione, essa permette che l'uomo diventi una persona.

Quando dunque un uomo è degno di essere detto libero? Se è, all'esterno, signore delle sue decisioni. Se si rende indipendente dagli influssi degli uomini e delle cose, e se si comporta secondo i dettami che gli vengono dal di dentro. Ma prima di tutto, se ciò che vi è di più profondo in lui, la coscienza, è signora su tutto il mondo delle passioni e degli istinti. La prima specie di libertà vale ben la pena che si lotti per conquistarla: serve a preparare la strada, ma resta un fatto esteriore. Più importante è il secondo tipo di libertà; essa è già riposta in una zona profonda di noi; senza di essa la prima non ha valore. Essa rende libero l'uomo in funzione della realizzazione della sua essenza, cosicché egli non vive e non si comporta come il suo ambiente, ma come lo esige il suo proprio essere: lo fa essere se stesso; fa sì che egli senta, come sta in lui di sentire; pensi, come a lui pare evidente; si comporti, come ritiene giusto; fa sì che l'uomo in tutto il suo essere esprima l'immagine dell'essenza che è in lui riposta. Solo questa seconda libertà dà valore alla prima. Ma il terzo tipo di libertà, la più intima, ha un valore veramente decisivo, se l'uomo si apre il varco verso la libertà morale; se la sua coscienza, voce di Dio in lui, ha il predominio, e non l'istinto, la passione, l'egoismo; se egli diventa una persona, se la coscienza è al servizio di Dio, e se domina tutto in nome della volontà di Dio; allora soltanto l'uomo è veramente libero. Poiché essere libero significa appartenere a se stesso, essere uno con se stesso. Ma il mio «io» vero e proprio è la coscienza; ad essa deve appartenere tutto, ed io devo diventare uno con essa, se ho da esser libero. Solo questa libertà dà a quella esterna il suo valore; poiché fa sì che si tratti di libertà umana e non di quella che può avere anche un uccello. Essa conferisce anche al secondo tipo di libertà il suo valore, perché fa sì che si tratti della libertà degna di un figlio di Dio, e non di un puro sfogo di forze naturali. Solo essa rende ogni forza e ogni istinto nobile e fruttifero.

Ma dunque l'uomo è, già per natura, libero? No, deve diventarlo. Si trova come a un bivio; può andare a destra o a sinistra, come vuole. Ma la vera e propria libertà, quella dello spirito, deve essere conquistata. E a prezzo di una tenace lotta infinitamente ardua. È strano: osservando più da vicino quelli che parlano tanto di libertà, si nota spesso che del suo vero essere ne sanno ben poco. Quelli che sanno veramente che cos'è la libertà, quelli che realmente aspirano ad essa ed hanno provato, nella dura lotta, quanto poco l'uomo la possegga, non ne parlano molto.

Ma come vi si perviene? Tre sono le vie per arrivare alla libertà: la conoscenza, la disciplina e l'unione. «La verità vi renderà liberi», ha detto il Signore. Uno sta tanto più profondamente radicato nella schiavitù quanto meno egli sa di essere schiavo. Se la situazione comincia a farglisi manifesta, è già incrinata in qualche parte. Chi per esempio partecipa della mancanza di cuore comune anche agli altri, così, senza rifletterci, è tutto legato in questa situazione. Chi consente con tutta naturalezza alle pazzie della moda, chi fa proprie le parole ad effetto e le opinioni pubbliche, i cattivi costumi e le cattive abitudini dei compagni di scuola, dei colleghi di lavoro, o degli amici, naturalmente non se ne libera. Ma se in seguito ad un avvenimento o ad una parola comincia a capire quanto servile sia il suo comportamento, quanto ingiusto sia il suo giudizio, o quanto cattiva sia una usanza, allora può darsi che gli cadano le bende dagli occhi.

Si vergogna, non riesce a capacitarsi di come abbia potuto comportarsi ed essere in quel modo. Le tenebre si sono squarciate e si apre il cammino verso la libertà. Egli vede qual è la situazione e dove è necessario che si impegni. Innanzitutto, egli deve vedere chiaramente in se stesso. Non basta solo sapere: «sono scortese verso gli altri». Ci si deve chiedere: perché lo sono? E verso chi? Forse si renderà conto che ciò che gli faceva sembrare qualcuno antipatico, così da renderlo scortese verso di lui, non era che una celata gelosia o una segreta invidia. Non basta sapere: « sono negligente nel mio lavoro ». Ci si deve domandare: perché? Forse è semplicemente pigrizia bell'e buona: ma può essere anche stanchezza. Però bisogna vedere se questa non sia a sua volta causata dalla sregolatezza della propria vita: forse ci si corica troppo tardi, mandando avanti contemporaneamente ogni sorta di lavoro. Non basta soltanto sapere: « sono irascibile verso gli altri, duro nel giudizio, impaziente verso chi mi sta vicino ». Bisogna chiedersi: perché ? Forse ci si accorge che  in ultima istanza, tutto proviene dalla passione; che vive in noi un istinto non domato che ci rende scontenti.

Si tratta di capire se stessi: quali sono nei miei rapporti esterni i legami che posso trascurare senza ledere nessun dovere? Dipendo io dagli uomini in quanto cerco di imitarli, ne ho paura, sono vanitoso? Sono schiavo delle cose per la mia avidità, la mia cupidigia? Sono schiavo della mia natura per le mie passioni, le mie manchevolezze, la mia sregolatezza? Quali sono i miei difetti predominanti? Come si manifestano? Ci si deve lentamente fare un'idea di se stessi; soprattutto è opportuno riflettere subito, appena qualche cosa è accaduta. Per esempio dopo uno scontro, o dopo un alterco, ci si chieda: «Come siamo arrivati fin qui? In che cosa ho avuto torto?». Ma bisogna avere il desiderio sincero di vedere la realtà! Non dobbiamo permettere che la nostra vanità giri la cosa in modo da farci apparire innocenti. Un filosofo ha detto: «Quando la memoria afferma: tu hai fatto questo, l'orgoglio risponde: non posso averlo fatto. E la memoria si sottomette». Ma vediamo un po' come stanno le cose! Che cosa c'è in me che ha potuto portarmi tanto oltre? Abbiamo commesso qualche cosa di ingiusto; allora dobbiamo usare di una certa energia nei nostri confronti e chiederci: come mai sono a questo punto? Questo è già accaduto altre volte? C'è in me qualche cosa che mi spinge a ciò? Dopo un insuccesso interroghiamoci: che cosa non ha funzionato? A che cosa ne devo attribuire la colpa? A sventatezza, disordine, debolezza, incertezza? In tanti momenti la coscienza è più sveglia, lo sguardo più lucido, la voce interiore più chiara: bisogna approfittare. Oppure si passi in rassegna alla fine di un mese, di un semestre, ecc., il tempo trascorso e domandiamoci seriamente: come è andata? E in che cosa ti sei comportato bene? Dove hai mancato? Il lavoro come l'hai svolto? Qual è stata la tua condotta verso i famigliari, i genitori, i maestri, i superiori, i sottoposti? Possiamo anche servirci a questo scopo dell'esame di coscienza che precede la confessione, possiamo prendere di mira in noi, per un certo periodo di tempo, un dato difetto. Con tutto ciò non intendo certo dire che dobbiamo essere sempre intenti a guardarci e osservarci e analizzarci. Questo sconvolgerebbe il nostro animo. L'inquietudine che dappertutto vede peccato; la scrupolosità che in ogni caso ci fa pensare di essere colpevoli, è forse ancora più cattiva che la cecità disinvolta, poiché altera la coscienza e la rende incerta. Ma è necessario voler vedere chiaro. Perciò dobbiamo di tempo in tempo esaminarci. Ma con tutta sincerità, con occhio acuto che vuol vedere davvero, e chiama senza esitare cattivo ciò che è cattivo, e importante ciò che è importante, che non vuole scusare ed abbellire, ma cerca la luce. Di qui procede quella verità, che rende liberi.

Ma la pura teoria non è ancora niente, ci vuole anche la pratica: disciplina e sacrificio. La vera libertà si genera e cresce solo dalla disciplina. Se qualcuno ti parla della libertà e ti accorgi che questa non procede in lui dalla disciplina, non credergli. È un inganno, anche se le parole suonano tanto grandiose. Noi siamo liberi di diritto, non di fatto. Per libertà, io intendo dunque la libertà spirituale, non solo il fatto di poter andare a destra o a sinistra secondo il proprio gradimento. Ora dipende dalla disciplina che noi conquistiamo o meno tale tipo di libertà, ma da una disciplina onesta e sincera la quale implica una lotta costante condotta giorno dopo giorno contro i vincoli esterni e soprattutto interni, e un costante sforzo di vincere se stessi. Ma non dobbiamo proporci di fare troppo; poche cose, forse una sola, bastano. Basta per esempio proporsi di lavorare con coscienza e di dedicare ogni attenzione al raggiungimento di questo scopo. Se faremo dei miglioramenti, in questo campo particolare, le conseguenze si rifletteranno anche in tutti gli altri perché l'uomo è un tutto vivente. Si può esprimere il nostro proposito anche in modo più preciso: io voglio svolgere con più impegno il mio lavoro di scuola, o quello domestico. Noi dobbiamo volere qualche cosa di ben chiaro e determinato. Alla sera esaminiamo quello che abbiamo saputo realizzare (esame di coscienza), alla mattina rinnoviamo il proposito. Sosteniamolo per un certo tempo finché ci accorgiamo che si è intimamente rafforzato. Ma poi cambiamo e prendiamo di mira qualche altra cosa. I propositi perdono di forza col tempo, ci si abitua ad essi: perciò dobbiamo proporcene qualcuno nuovo ogni tanto, e così riprenderemo nuovo slancio.

Questa è vera disciplina: attaccare con forza, combattere valorosamente, spingere sempre più oltre i propri tentativi. E preparati subito per una lotta lunga. Le inezie, per esempio, qualche sgarberia, le puoi presto estirpare. Ma i veri difetti sono così profondamente radicati nell'uomo che impiegherai anni per venirne a capo. Può anche darsi che, da principio, si verifichi un vero e proprio peggioramento. Finché lasciamo andare la cosa per il suo verso non avvertiamo in modo particolare la gravità della situazione, ma  se ci decidiamo ad occuparcene decisamente, nell'anima tutto si mette in movimento. Rilevare il nostro difetto e combatterlo significa talvolta proprio portare a una fase di violenza esplosiva la forza dell'errore. Allora si tratta di non esitare e di saper resistere.

Su una cosa in particolare vorrei richiamare l'attenzione: può darsi che non si facciano progressi. Ancora e sempre gli stessi errori, così che il coraggio sta per cedere. Ma dobbiamo conoscere l'essenza dell'uomo: può darsi che pur non avanzando in ciò che ci siamo proposti, miglioriamo, per compenso, in qualche altro campo. Può darsi, per esempio, che uno lotti per un certo tempo con la sua iracondia, e non ne venga a capo; ma, senza accorgersene, diventa più gentile verso gli altri. Proprio il fatto che egli ha dovuto lottare tanto duramente ed ha tanto profondamente sentito la sua debolezza, lo ha portato a questo risultato. Un altro si sforza di diventare più ordinato o più accurato nel lavoro, e fallisce sempre. Ma, senza accorgersene, riesce a dominare una passione. La lotta continua da lui sostenuta per diventare ordinato, gli ha dato forza e così non si lascia più trascinare dall'istinto. Nella vita interiore tutto si armonizza. Ciò che si è realizzato in un campo si estende anche all'altro. Perciò non perdiamoci mai di coraggio!

È necessaria anche un'altra specie di disciplina: l'ordine. Può parere strano dire che la libertà viene dall'ordine, quando ci si è abituati a vedere nel vagabondo senza legami, che vive sempre alla giornata e non si lega a nulla, il più libero fra gli uomini. Ma essere libero significa che il nostro intimo è indipendente dall'esterno, il profondo dal superficiale, l'eterno dall'istante, ciò che è nobile da ciò che è senza valore. Ciò che è nobile, eterno, intimo, deve però essere difeso perché il non valore implicito in ciò che è istantaneo, superficiale ed esteriore non lo sopraffaccia. E questo si realizza per mezzo dell'ordine. Nessuna pedanteria dunque, ma ordine come mezzo per realizzare la libertà di ciò che è in noi di più veramente nostro. Ordine esterno, prima di tutto: sulla tavola, nella camera, nell'armadio. Se è un fatto abituale per qualcuno che tutte le sue cose siano mescolate alla rinfusa, come se carte e matite e libri avessero gambe e corressero sempre nei posti che non sono loro assegnati, egli non è signore di quanto lo circonda. E ciò perché il disordine è insito proprio in lui: in lui tutto si rimescola alla rinfusa. Lottare per l'ordine significa dunque per lui lottare per la libertà; una lotta dello spirito contro il disordine nel proprio intimo. Così bisogna anche lottare perché ci sia ordine nel lavoro giornaliero: la levata mattutina, il lavoro, la refezione, il riposo devono accadere a tempo giusto. Senza pedanteria ma con metodo. Chi non riesce a cominciare e a finire al tempo giusto può dire che il suo essere, almeno parzialmente, è schiavo sia dell'ambiente che della società, degli impedimenti come del caso. Dunque ordine nel lavoro: c'è quello che deve essere fatto prima e quello che deve essere fatto dopo. E non a piacere, ma secondo una precisa necessità. Ordine anche all'interno del lavoro: se leggi un libro, leggilo veramente, in tutto il contenuto; non andare a vedere solo come va a finire. Leggi con attenzione le pagine, riga per riga, rifletti sul contenuto, informati su ciò che non capisci o cerca di venirne a capo da solo ponendoti delle domande. Manda avanti un lavoro con scrupolo e non a capriccio. E poi ordine ancora più profondo nel pensiero: penetrare veramente, riflettere su una domanda, non decidere per un moto improvviso bensì dopo una certa riflessione. Ordinare i pensieri, non saltare dall'uno all'altro. Non lasciarsi fuorviare da nuovi estri, ma insistere in una direzione, gradualmente.

Ancora una terza strada porta alla libertà: la comunanza. Però bisogna intendersi subito: è necessario che sia vera «comunanza». La falsa, lo abbiamo già visto, lega col timore, con l'imperio, con la prepotenza. La vera aiuta a procedere verso la libertà. Già il fatto che si debba vivere con altri che sono fatti diversamente ed hanno altre abitudini da noi e che si debba aver riguardo per loro, ci scioglie da certe catene che altrimenti ci legherebbero. Chi va sempre solo, si chiude nel suo proprio io fino a che non può più uscirne affatto. Ma se egli vive con gli altri, si imbatte ora nell'una ora nell'altra realtà particolare. Deve far fronte alla natura altrui, ha sentore di quello che è il loro essere, ne sperimenta l'influsso, cerca di capirlo, si chiede in che cosa gli altri hanno ragione e in che cosa hanno torto, li tiene in considerazione, penetra nella loro essenza per poter istituire un colloquio e una collaborazione. Perciò la sua vista si fa più ampia e più libero il suo intelletto. Gli accade come a un uomo che dal cerchio ristretto della famiglia e della casa esce nel vasto mondo. Egli può certamente soccombere di fronte all'altro e perdere il meglio di sé. Ma questo non deve verificarsi. Chi invece persiste nel proprio essere, ne risulta aumentato: acquista esperienza della vita, diventa capace di giudicare e libero di muoversi.

Non sopravvaluta più se stesso ma vede la propria natura come un modo particolare d'essere uomo tra gli altri modi possibili. Sì, proprio dagli altri, capisce che cosa sia meglio per lui. Quante volte uno capisce che una mancanza è brutta solo se la vede negli altri! Quante volte ci rallegriamo, a ragione, di una buona forza che è in noi se vediamo che gli altri ne sono privi, o se scorgiamo il loro modo di impiegarla! Proprio in opposizione all'indole altrui ci è dato avvertire quale sia la nostra; e ci raccogliamo e cerchiamo di realizzarla sempre più intensamente, se deve affermarsi contro incomprensioni e negazioni.

La migliore comunanza è quella che si ha con il buon amico e camerata. L'essenza dell'amicizia sta in ciò: che si vuole essere l'uno per l'altro, completamente. L'essenza del cameratismo consiste in ciò, che uno vuole avere l'altro collaboratore nella stessa opera. Allora deve osservarlo con sincerità e dirgli se e in che cosa manca. Un'amicizia ha un alto valore se l'uno è sincero nei confronti dell'altro, e questi accetta la sincerità esercitata nei suoi confronti. Io dico che sono amici quelli che quando si rivedono dopo un certo tempo, si guardano ben bene l'un l'altro. Non come spie, di nascosto, ma apertamente. E poi dicono in tutta sincerità: «Questo mi sembra giusto, questo no...».

Un tale genere di sincerità è difficile. È difficile lasciarsi fare delle osservazioni, spesso ci si impenna per una parola. Poiché l'amicizia non è una cosa del tutto semplice: a dispetto di ogni senso di lealtà, predominano sulla buona disposizione ogni sorta di sottili sensazioni: gelosia, celata avversione, eccitabilità e simili elementi torbidi. È come se da un oscuro subcosciente venissero in piena luce nelle zone più elevate dell'anima ogni sorta di cose estranee. Già parecchie amicizie si sono spezzate perché non si è posta attenzione all' « altro uomo » che vive nel nostro intimo, e che si oppone spesso violentemente contro una osservazione, la prende per arrogante presunzione, saccenteria, smania di dominio, ostentazione di superiorità, Allora si decide se l'amicizia ha profondità e fondamento, o se era un puro sentimento superficiale. Ma spesso è anche difficile fare un'osservazione a un amico; non vuol venire alle labbra. Sappiamo bene qual è la nostra stessa situazione, e ci sembrerebbe di fare la parte dei farisei muovendo appunti all'amico; non si vuole essere indelicati. Alcune cose poi sono particolarmente difficili: è più facile esortare uno a calmare la sua testa calda, piuttosto che raccomandargli di attenersi scrupolosamente alla verità, o consigliargli di essere più preciso nelle questioni pecuniarie. Nel primo caso si trattava solo di una passione, nel secondo dell'onore. Ancora più difficile mi sembra dire a qualcuno che egli dovrebbe tenersi più pulito, o mangiare più decentemente; perché in questo genere di cose è più facile diventare suscettibili. Eppure dobbiamo farlo, renderemmo un pessimo servizio all'amico se tacessimo per un riguardo di questa sorta. Rifletti come puoi dire la cosa con riguardo, aspetta il momento giusto e poi avanti con tutta sincerità. Di primo acchito, la cosa non sarà piacevole per lui, ma poi te ne ringrazierà.

C'è ancora qualche cosa che ci può aiutare a conquistare la libertà: lo stesso avversario. È degno di un maestro esser capaci di farne tesoro! A tutta prima, collera, suscettibilità, preoccupazione, desiderio di vendetta, tendono ad ottenebrarci del tutto la vista e ci inducono a veder nell'avversario il diavolo in persona. Ma sai bene che l'odio ha la vista acuta, l'avversione non si lascia ingannare. Chi è capace di utilizzare le osservazioni fatte in loro nome, e sotto la loro spinta, ascolterà molte verità sul suo conto: cose dure, cattive, non certo amichevoli, ma vere! Verità, spesso, espresse in modo più chiaro e completo di quelle che ci dice il miglior amico. Perciò si è potuto parlare del «miglior nemico» che inesorabilmente pone il suo «au aut», che penetra in ogni volontaria illusione, in ogni compiaciuta contentezza di sé: «Così sei tu, bel tipo! Difenditi!». Allora si decide quanto grande sia veramente la nostra sete di libertà e quanto ci sia in noi del tanto proclamato amore alla verità: a seconda di come ci difendiamo. Se uno si preoccupa solo di tener testa all'avversario, e si oppone alla sua critica con mille motivi, ne può trovare in quantità, perché la critica che nasce dall'animosità ha sempre in sé anche qualche cosa di ingiusto, se cerca di dimostrare che il suo nemico è un brutto tipo e che niente c'è in lui se non cattiveria, volgarità, accecamento. Allora ha perso la battaglia anche se costringe l'altro al silenzio. Oppure si difende in modo tale da chiedersi, in ogni momento della sua difesa che pure è legittima: «Perché questo mi colpisce tanto profondamente? E se ci fosse qualche cosa di giusto?». E se la prende a cuore, e cerca di migliorare; allora ha vinto anche se l'altro apparentemente domina il campo. La «comunanza col nemico», ecco una prova di saper affermare la propria volontà di libertà.

Così ci avviciniamo alla libertà. Lentamente, ma avanziamo. Dell'aspetto più profondo della libertà, veramente, non ho ancora parlato: quell'aspetto che consiste nell'esser liberi per Dio. Si tratta di quella particolare situazione per cui un uomo supera a poco a poco l'attaccamento alle cose per poter appartenere a Dio e possedere Dio. Ma ciò richiederebbe una trattazione a sé.

Spunti per la riflessione: in queste lettere non si è insistito oltre sull'argomento ora trattato. Ho pensato che tu non hai più bisogno di incitamenti a questo proposito, però può esser bene ritornarvi sopra ancora. Azione libera e ingiustizia. Del chiedere perdono e del perdonare. Rimediare l'ingiusto. Libertà e fedeltà. Quando la fedeltà è scarsa. Se pensiamo ci spetti qualche cosa di più dagli altri. Libertà e sofferenza. Legami esterni. Dolori. Imperfezioni. Debolezze. Dell'essere di peso agli altri. Sentire gli altri come un peso. I difetti del prossimo. Essere liberi e fare del bene. Gratitudine. Delicatezza.

Lettere sulla autoformazione, Ed. Morcelliana, p. 102 - 124

Romano Guardini, prete, teologo, scrittore italiano (1885 - 1968)

lunedì 5 settembre 2022

Libertà DI fare e libertà DAL fare

In verità solo la disciplina dona la libertà. La libertà di fare ciò che si vuole quando si vuole non è vera libertà, è schiavitù rispetto al proprio apparato psicofisico e ai suoi mutevoli desideri. La libertà di mangiare un chilo di dolci, fumare due pacchetti al giorno, assumere droghe, bere, ascoltare la musica ad alto volume, fare sesso in discoteca, dire le parolacce a scuola... questa non è libertà, è schiavitù. È incapacità di dominarsi. L’autentica libertà la si raggiunge disciplinando il corpo, le emozioni e la mente. Quando il tuo apparato psicofisico è stato disciplinato dalla forza della tua attenzione cosciente, allora e solo allora sei davvero libero di Fare ciò che Vuoi. Prima di quel momento sei un burattino nelle mani della società, la quale decide ciò che devi “desiderare liberamente”. Il risultato è che sei libero di fare qualunque cosa, ma non sei libero di essere libero. I giovani associano al termine ‘disciplina’ un significato di costrizione, quando invece la disciplina di sé rappresenta il portale verso la liberazione da ogni costrizione sociale. Il fatto che gli addormentati chiamino libertà la schiavitù, e viceversa, diventa terribilmente esilarante. Come puoi sperare di avere dominio sulla tua vita se non sei in grado di disciplinare le tue emozioni e i tuoi pensieri? La vera libertà non è libertà DI fare, ma libertà DAL fare.

Il libro di Draco Daatson, 2016

Salvatore Brizzi, scrittore italiano

sabato 26 marzo 2022

Essere amati e liberi

Prima che il commercio degli schiavi fosse abolito, Abramo Lincoln, assistendo alla messa all'asta di una giovane donne nera, prese parte alle offerte, con grande stupore degli astanti, essendo nota a tutti la sua posizione in merito alla schiavitù. Lincoln fece l’offerta più alta e diventò proprietario della schiava. Appena ricevuti i documenti di proprietà, Lincoln li mise in mano alla donna dicendole: “Tieni, ora sei libera”. La donna prese i documenti e chiese: “Signore, posso andare dove voglio e fare ciò voglio?”. “Certo!”. “Allora, signore, io voglio venire con voi e servirvi per il resto della mia vita”. “Perché,  signore, se si è amati da un uomo libero si è davvero amati e si è davvero liberi”.

lunedì 28 giugno 2021

L’uomo di massa: ignorante e addormentato


Per soffocare in anticipo ogni rivolta, non bisogna essere violenti. I metodi del genere di Hitler sono superati. Basta creare un condizionamento collettivo così potente che l’idea stessa di rivolta non verrà nemmeno più alla mente degli uomini.

L’ ideale sarebbe quello di formattare gli individui fin dalla nascita limitando le loro abilità biologiche innate.

In secondo luogo, si continuerebbe il condizionamento riducendo drasticamente l’istruzione, per riportarla ad una forma di inserimento professionale. Un individuo ignorante ha solo un orizzonte di pensiero limitato e più il suo pensiero è limitato a preoccupazioni mediocri, meno può rivoltarsi.

Bisogna fare in modo che l’accesso al sapere diventi sempre più difficile e elitario. Il divario tra il popolo e la scienza, che l’informazione destinata al grande pubblico sia anestetizzata da qualsiasi contenuto sovversivo.

Niente filosofia. Anche in questo caso bisogna usare la persuasione e non la violenza diretta: si diffonderanno massicciamente, attraverso la televisione, divertimenti che adulano sempre l’emotività o l’istintivo. Affronteremo gli spiriti con ciò che è futile e giocoso. È buono, in chiacchiere e musica incessante, impedire allo spirito di pensare.

Metteremo la sessualità al primo posto degli interessi umani. Come tranquillante sociale, non c’è niente di meglio.

In generale si farà in modo di bandire la serietà dell’esistenza, di ridicolizzare tutto ciò che ha un valore elevato, di mantenere una costante apologia della leggerezza; in modo che l’euforia della pubblicità diventi lo standard della felicità umana. E il modello della libertà.

Il condizionamento produrrà così da sé tale integrazione, l’unica paura, che dovrà essere mantenuta, sarà quella di essere esclusi dal sistema e quindi di non poter più accedere alle condizioni necessarie alla felicità.

L’uomo di massa, così prodotto, deve essere trattato come quello che è: un vitello, e deve essere monitorato come deve essere un gregge. Tutto ciò che permette di far addormentare la sua lucidità è un bene sociale, tutto ciò che metterebbe a repentaglio il suo risveglio deve essere ridicolizzato, soffocato, combattuto.

Ogni dottrina che mette in discussione il sistema deve prima essere designata come sovversiva e terrorista e coloro che la sostengono dovranno poi essere trattati come tali.

L'uomo è antiquato, 1956

Günther Anders (1902 - 1992), filosofo e scrittore tedesco



giovedì 15 ottobre 2020

La libertà di ciascuno si realizza insieme a quella degli altri


«La libertà [è] come una medaglia con due facce: dell’autonomia e della responsabilità. E in questo modo, con questa descrizione e con quest’immagine efficacissima, ha ripreso un antico filone culturale di grande valore che parte dagli antichi filosofi greci sulla libertà che si ferma di fronte a quella degli altri. Lo stesso brocardo del diritto romano “neminem laedere” nasce da questo, esprime questo. E tanti pensatori moderni hanno ripreso questo concetto: la libertà di ciascuno si ferma di fronte a quella degli altri. È un concetto di grande civiltà.

Io credo che […] occorre andare anche oltre questa enunciazione così fortemente avanzata e civile del pensiero di tanti secoli, accantonando l’idea che la libertà degli altri sia un limite alla propria, ma pensando al contrario che la libertà di ciascuno si integra con quella degli altri, che la libertà di ciascuno si realizza insieme a quella degli altri. Altrimenti la libertà non esiste.

La libertà rivendicata o anche soltanto praticata in maniera esclusiva non sarebbe tale; sarebbe, in realtà, una richiesta di arbitrio».

Intervento alla cerimonia di inaugurazione dell’Anno Accademico 2020/2021 dell’Università degli Studi di Macerata, 15 Ottobre 2020

Sergio Mattarella, politico, giurista, accademico e avvocato italiano, Presidente della Repubblica italiana

lunedì 7 settembre 2020

Ich bin ein Berliner!

Sono orgoglioso di venire in questa città ospite del vostro onorevole sindaco, che ha simboleggiato per il mondo lo spirito combattivo di Berlino Ovest. E sono orgoglioso — sono orgoglioso di visitare la Repubblica Federale con il vostro onorevole Cancelliere che da così tanti anni guida la Germania nella democrazia, nella libertà e nel progresso, e di essere qui in compagnia del mio concittadino americano Generale Clay che — che è stato in questa città durante i suoi momenti di crisi, e vi tornerà ancora, se ce ne sarà bisogno.

Duemila anni fa, il più grande orgoglio era dire “civis Romanus sum”. Oggi, nel mondo libero, il più grande orgoglio è dire “Ich bin ein Berliner”.

Ci sono molte persone al mondo che non capiscono, o che dicono di non capire, quale sia la grande differenza tra il mondo libero e il mondo comunista.

Che vengano a Berlino.

Ce ne sono alcune che dicono — ce ne sono alcune che dicono che il comunismo è l’onda del progresso.

Che vengano a Berlino!

Ce ne sono alcune che dicono, in Europa come altrove, che possiamo lavorare con i comunisti.

Che vengano a Berlino!

E ce ne sono anche certe che dicono che sì il comunismo è un sistema malvagio, ma permette progressi economici.

Lass’ sie nach Berlin kommen! Che vengano a Berlino!

La libertà ha molte difficoltà e la democrazia non è perfetta. Ma non abbiamo mai costruito un muro per tenere dentro i nostri — per impedir loro di lasciarci. Voglio dire a nome dei miei compatrioti che vivono a molte miglia da qua dall’altra parte dell’Atlantico, che sono distanti da voi, che sono orgogliosi di poter dividere con voi la storia degli ultimi 18 anni. Non conosco nessun paese, nessuna città, che è stata assediata per 18 anni e ancora vive con vitalità e forza, e speranza e determinazione come la città di Berlino Ovest.

Mentre il muro è la più grande e vivida dimostrazione dei fallimenti del sistema comunista — tutto il mondo lo può vedere — ma questo non ci rende felici; esso è, come il vostro sindaco ha detto, è una offesa non solo contro la storia, ma contro l’umanità, separa famiglie, divide i mariti dalle mogli, ed i fratelli dalle sorelle, divide un popolo che vorrebbe stare insieme.

Quello che è vero per questa città è vero per la Germania: una pace reale e duratura non potrà mai essere assicurata all’Europa finché ad un quarto della Germania è negato il diritto elementare dell’uomo libero: prendere una decisione libera. In 18 anni di pace e benessere questa generazione di tedeschi ha guadagnato il diritto ad essere libera, incluso il diritto di unire le famiglie, a mantenere la propria nazione in pace, in buoni rapporti con tutti.

Voi vivete in una isola difesa di libertà, ma la vostra vita è parte della collettività. Consentitemi di chiedervi, come amico, di alzare i vostri occhi oltre i pericoli di oggi, verso le speranze di domani, oltre la libertà della sola città di Berlino, o della vostra Germania, per promuovere la libertà ovunque, oltre il muro per un giorno di pace e giustizia, oltre voi stessi e noi stessi per tutta l’umanità.

La libertà è indivisibile e quando un solo uomo è reso schiavo, nessuno è libero. Quando tutti saranno liberi, allora immaginiamo — possiamo vedere quel giorno quando questa città come una sola e questo paese, come il grande continente europeo, sarà in un mondo in pace e pieno di speranza. Quando quel giorno finalmente arriverà, e arriverà, la gente di Berlino Ovest sarà orgogliosa del fatto di essere stata al fronte per quasi due decadi.

Ogni uomo libero, ovunque viva, è cittadino di Berlino. E, dunque, come uomo libero, sono orgoglioso di dire “Ich bin ein Berliner!

Discorso tenuto il 26 giugno del 1963 dal presidente degli Stati Uniti, John Fitzgerald Kennedy, a pochi passi dal muro che per ventott’anni divise in due Berlino.

John Fitzgerald Kennedy (1917 - 1963), 35mo presidente degli Stati Uniti d'America, politico e saggista statunitense

domenica 10 maggio 2020

Discorso all'umanità


Il celebre Discorso all'Umanità tratto dal film Il Grande Dittatore diretto e interpretato da Charlie Chaplin nel 1940

«Mi dispiace, ma io non voglio fare l'imperatore. Non voglio né governare né comandare nessuno. Vorrei aiutare tutti: ebrei, ariani, uomini neri e bianchi. Tutti noi esseri umani dovremmo unirci, aiutarci sempre, dovremmo godere della felicità del prossimo. Non odiarci e disprezzarci l'un l'altro. In questo mondo c'è posto per tutti. La natura è ricca e sufficiente per tutti noi. La vita può essere felice e magnifica, ma noi l'abbiamo dimenticato. L'avidità ha avvelenato i nostri cuori, fatto precipitare il mondo nell'odio, condotti a passo d'oca verso le cose più abiette.

Abbiamo i mezzi per spaziare, ma ci siamo chiusi in noi stessi. La macchina dell'abbondanza ci ha dato povertà, la scienza ci ha trasformati in cinici, l'abilità ci ha resi duri e cattivi. Pensiamo troppo e sentiamo poco. Più che macchine ci serve umanità, più che abilità ci serve bontà e gentilezza. Senza queste qualità la vita è vuota e violenta e tutto è perduto. L'aviazione e la radio hanno avvicinato la gente, la natura stessa di queste invenzioni reclama la bontà dell'uomo, reclama la fratellanza universale. L'unione dell'umanità. Persino ora la mia voce raggiunge milioni di persone.

Milioni di uomini, donne, bambini disperati, vittime di un sistema che impone agli uomini di segregare, umiliare e torturare gente innocente. A coloro che ci odiano io dico: non disperate! Perché l'avidità che ci comanda è soltanto un male passeggero, come la pochezza di uomini che temono le meraviglie del progresso umano. L'odio degli uomini scompare insieme ai dittatori. Il potere che hanno tolto al popolo, al popolo tornerà. E qualsiasi mezzo usino, la libertà non può essere soppressa. Soldati! Non cedete a dei bruti, uomini che vi comandano e che vi disprezzano, che vi limitano, uomini che vi dicono cosa dire, cosa fare, cosa pensare e come vivere! Che vi irregimentano, vi condizionano, vi trattano come bestie! Voi vi consegnate a questa gente senza un'anima! Uomini macchine con macchine al posto del cervello e del cuore.

Ma voi non siete macchine! Voi non siete bestie! Siete uomini! Voi portate l'amore dell'umanità nel cuore. Voi non odiate. Coloro che odiano sono solo quelli che non hanno l'amore altrui. Soldati, non difendete la schiavitù, ma la libertà! Ricordate che nel Vangelo di Luca è scritto: «Il Regno di Dio è nel cuore dell'uomo». Non di un solo uomo, ma nel cuore di tutti gli uomini. Voi, il popolo, avete la forza di creare le macchine, il progresso e la felicità. Voi, il popolo, avete la forza di fare si che la vita sia bella e libera.

Voi che potete fare di questa vita una splendida avventura. Soldati, in nome della democrazia, uniamo queste forze. Uniamoci tutti! Combattiamo tutti per un mondo nuovo, che dia a tutti un lavoro, ai giovani la speranza, ai vecchi la serenità ed alle donne la sicurezza. Promettendovi queste cose degli uomini sono andati al potere. Mentivano! Non hanno mantenuto quelle promesse e mai lo faranno. E non ne daranno conto a nessuno. Forse i dittatori sono liberi perché rendono schiavo il popolo.

Combattiamo per mantenere quelle promesse. Per abbattere i confini e le barriere. Combattiamo per eliminare l'avidità e l'odio. Un mondo ragionevole in cui la scienza ed il progresso diano a tutti gli uomini il benessere. Soldati! Nel nome della democrazia siate tutti uniti!»

Tratto dal film: Il Grande Dittatore (1940)

Charlie Chaplin (1889 – 1977) attore, comico, regista, compositore e produttore cinematografico britannico

martedì 13 agosto 2019

Ogni cosa è vanità


Se vivessi mille anni,
nella gioia e senza affanni,
alla morte che sarà?
Ogni cosa è vanità.

Se ottenessi ogni favore,
ogni brama ed ogni onore,
alla morte che sarà?
Ogni cosa è vanità.

Se io avessi case e ville,
campi e servi a mille a mille,
alla morte che sarà?
Ogni cosa è vanità.

Se a me docil la fortuna
non negasse brama alcuna,
alla morte che sarà?
Ogni cosa è vanità.

Se io fossi un gran sapiente,
ma superbo nella mente,
alla morte che sarà?
Ogni cosa è vanità.

Ma se vivo da cristiano,
disprezzando il mondo vano,
alla morte che verrà
solo Dio mi basterà.

Dunque a Dio rivolgi il cuore,
dona a lui tutto il tuo amore,
Questo mai non mancherà,
tutto il resto è vanità.

Citato in Giuseppe De Libero, Vita di S. Filippo Neri, apostolo di Roma, Ed. Oratorio di Roma, 1960, pp. 191 s.

Filippo Neri (1515 - 1595) presbitero italiano, fondatore della Congregazione dell'Oratorio, santo

domenica 19 maggio 2019

Ovviamente, la gente non vuole la guerra...


Ovviamente, la gente non vuole la guerra. Perché mai un contadino zoticone dovrebbe rischiare la vita in guerra quando il massimo che ne può ottenere è tornare alla sua fattoria tutto intero. Naturalmente, la gente comune non vuole la guerra; né in Russia, né in Inghilterra, né America, e per quello neanche in Germania. Questo è ben chiaro. Ma, dopo tutto, sono i capi della nazione a determinarne la politica, ed è sempre piuttosto semplice trascinare la gente dove si vuole, sia all'interno di una democrazia, che in una dittatura fascista o in un parlamento o in una dittatura comunista [...].
Che abbia o meno diritto a dire la propria, la gente può sempre essere trascinata dai propri leader. È facile. Tutto quello che c’è da fare è dire alla gente che sta per essere attaccata, denunciare i pacifisti per mancanza di patriottismo e perché mettono in pericolo il Paese. Funziona allo stesso modo in ogni Paese.

Hermann Göring (1893 – 1946) politico, generale e gerarca nazista tedesco

Citato nel libro di Clara Usón, La figlia, Ed. Sellerio, che riporta i colloqui che lo psicologo Gustave Gilbert ebbe col gerarca nazista durante il processo di Norimberga, nel 1946.

venerdì 17 maggio 2019

"...scostati un po' dal sole!"

Nicolas Andre Monsiau, Alexander und Diogenes (1818)

Alessandro Magno era andato in Grecia e ormai era giunto a Corinto.
Poiché molti statisti e filosofi erano andati da Alessandro a congratularsi con lui, questi pensò che anche Diogene di Sinope, che era a Corinto, avrebbe fatto altrettanto. Ma dal momento che il filosofo non gli diede la minima attenzione, continuando a godersi il suo tempo libero nel sobborgo di Craneion, Alessandro si recò di persona a rendergli visita; e lo trovò disteso al sole. Al giungere di tanti uomini egli si levò un poco a sedere e guardò fisso Alessandro. Questi lo salutò e gli rivolse la parola chiedendogli se aveva bisogno di qualcosa; e quello: "Scostati un po' dal sole". A tale frase si dice che Alessandro fu così colpito e talmente ammirò la grandezza d'animo di quell'uomo, che pure lo disprezzava, che mentre i compagni che erano con lui, al ritorno, deridevano il filosofo e lo schernivano, disse: "Se non fossi Alessandro, io vorrei essere Diogene".»

Vite parallele. Vita di Alessandro, 14
Plutarco (46/48 – 125/127 d.C.) scrittore e filosofo greco

sabato 10 febbraio 2018

Esiste una sola razza, e questa è la razza di Dio


Ma che cosa sono davanti a Dio le razze e i popoli sulla terra? È cosa buona domandarci questo, in un tempo in cui le teorie di classe, di razza e di popolo sono diventate il primo argomento di discussione tra gli uomini. La prima cosa che affermiamo è che tutti i popoli, senza eccezione, sono nulla davanti a Dio. Dice il profeta: “Tutti i popoli sono un nulla davanti a Lui, ed egli li considera un nulla” (Is 40,17). Nella storia dell’umanità, queste parole hanno avuto conferma molte volte, quando la mano di Dio, per varie ragioni, ha cancellato la presenza di interi popoli dalla faccia della Terra. La mano di Dio è in grado di fare questo anche oggi con ogni popolo, perché il Signore crea il piccolo e il grande (Sap 6,8), se quel popolo non agisce secondo la legge da Lui posta.
La seconda cosa che affermiamo è che tutti i popoli e le razze vengono da Dio. In realtà, esiste una sola razza, e questa è la razza di Dio. Il suo certificato di nascita si trova nel Libro della Genesi, quando la mano di Dio dal fango della terra ha creato il primo uomo e gli ha infuso lo spirito di vita (Gen 2,7). Allo stesso modo ha creato per lui una compagna, e poi li ha benedetti dicendo “Crescete e moltiplicatevi e popolate la terra” (Gen 1,28). Ogni appartenente a questa razza è uguale e tale rimarrà fino alla fine dei tempi, nella venuta su questa Terra e nella dipartita da essa, perché per tutti, senza eccezione, vale ciò che è stato scritto con il dito di Dio: “Polvere sei e polvere diventerai” (Gen 3,19).
I membri di questa razza possono essere di maggiore o di minore cultura, possono essere di colore bianco o nero, possono essere separati dagli oceani, possono vivere al Polo Nord o al Polo Sud, ma rimangono una razza che viene da Dio e che deve servire Dio secondo le norme della legge di Dio naturale e positiva, iscritta nei cuori e nelle anime degli uomini e rivelata attraverso il Figlio di Dio Gesù Cristo, Re di tutti i popoli.
Perché quindi esistono diversi popoli, e qual è la loro funzione? Tutti sono qui senza differenze per servire e per glorificare Dio. […] Quanto meraviglioso deve essere Dio sapendo creare un regno vegetale tanto variegato! Quanto è vario il regno minerale! Quanto è vario il regno animale! Quale numero enorme di stelle vi è nel cielo! Quanto vasti sono gli oceani! Come balza all’occhio la straordinarietà della Sua grandezza, della Sua saggezza e della Sua forza, vedendo che Egli ha creato una tale quantità di popoli sulla Terra con un numero così grande di lingue! Da questa diversità di lingue e di popoli possono venire numerose nobili competizioni tra i popoli stessi, in grado di produrre l’avanzamento della loro cultura proprio come la vita nelle famiglie è molto più viva quando vi sono i figli.
Inoltre, l’appartenenza a un certo popolo può costituire un argine forte contro il degrado morale che proviene da un altro popolo. Dio ha avuto quindi grandi e sagge ragioni quando ha creato la varietà dei popoli, comandando agli uomini di nutrire nel cuore e nell’anima un amore sincero per il popolo a cui si appartiene. Tuttavia, questa varietà non deve essere fonte di sterminio vicendevole. Giacché, ed è questa la terza cosa che affermiamo, ogni popolo e ogni razza, quale oggi si sviluppa sulla Terra, ha il diritto a condurre una vita umana dignitosa che è necessario onorare. Non esiste differenza fra gli uomini, appartengano essi alla razza zingara o a un’altra, siano neri o europei affamati, siano ebrei dalla pelle olivastra o superbi ariani, tutti hanno il diritto a dire: “Padre Nostro che sei nei cieli”. E dal momento che Dio ha dato a tutti gli uomini tale diritto, quale potenza umana può negarla loro? Non esistono differenze tra i popoli: qualunque sia il loro nome, hanno il medesimo dovere di battersi il petto e dire: “Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori”.
Per questo motivo la Chiesa cattolica ha condannato, e condanna anche oggi, ogni ingiustizia e violenza che si compie in nome della classe, della razza o della nazione poiché questa è cosa simile alla lotta di classe che compie il bolscevismo. Non si possono cancellare dalla faccia della Terra ebrei e zingari perché li si considera una razza inferiore. Se si accettano con tale facilità i princìpi di varie teorie senza fondamento, per quale popolo vi sarà sicurezza di vita sulla Terra?

Beatificationis et canonizationis Servi Dei Aloysii Stepinac, volume III. 1, p. 608 s.

Beato Alojzije Viktor Stepinac (1898 – 1960) cardinale e arcivescovo cattolico croato

Il 25 novembre del 1942 Stepinac pronunciò un intervento nel quale condannò il razzismo, dottrina-chiave del regime degli ustaše. L’omelia non venne pubblicata, ma circolò in modo clandestino. I sermoni anti-razzisti di Stepinac furono letti da sacerdoti in tutta la Croazia e diffusi anche dai partigiani e da Radio Londra. Successivamente, trentuno sacerdoti furono colpiti da provvedimenti restrittivi. La foto ritrae mons. Stepinac durante il suo processo.

sabato 13 gennaio 2018

Quel nemico subdolo che non ti percuote ma ti accarezza il ventre


Ora invece noi combattiamo contro un persecutore ingannevole, un nemico che lusinga, [l'imperatore] Costanzo l'anticristo: egli non percuote il dorso ma accarezza il ventre, non ci confisca i beni per la vita ma ci arricchisce per la morte, non ci sospinge col carcere verso la libertà ma ci riempie di incarichi nella sua reggia per la servitù, non spossa i nostri fianchi ma si impadronisce del cuore, non taglia la testa con la spada ma uccide l'anima con l'oro, non minaccia di bruciare pubblicamente, ma accende la geenna privatamente. Non combatte per non essere vinto ma lusinga per dominare, confessa il Cristo per rinnegarlo, favorisce l'unità per impedire la pace, reprime le eresie per sopprimere i cristiani, carica di onori i sacerdoti perché non ci siano più vescovi, costruisce le chiese per distruggere la fede. Ti porta in giro a parole, con la bocca, ma fa di tutto perché non si creda che tu sei Dio, come il Padre.

Contro l'imperatore Costanzo, a cura di Luigi Longobardo, Roma, Ed. Città nuova, 1997, p. 48 - 49.

Ilario di Poitiers (310ca.‒ 367), santo, vescovo e dottore della Chiesa


Ilario, vescovo della Chiesa di Cristo, si è sempre professato suddito fedele dell’imperatore, ma quando Costanzo fa dell’Arianesimo (che considerava Gesù, figlio di Dio, ma in quanto creatura sia pure la più eccellente di tutte e la più vicina alla divinità) la dottrina ufficiale dell’Impero e il riconoscimento dell’eresia diventa definitivo, senza esitare scrive il libro Contro l’imperatore Costanzo: una testimonianza della sua statura morale e della fedeltà all'autentica professione di fede espressa nel credo di Nicea (325), ma anche la messa in evidenza di una questione di fondo destinata a rinascere inevitabilmente in seguito: il problema della libertà e della autonomia dei cristiani nell'interpretazione della verità e nella proclamazione del Vangelo al mondo. Ilario parla della persecuzione subdola di Costanzo, che gli costerà l’esilio, e per questo rimpiange di non essere vissuto ai tempi di Nerone e di Decio in cui i cristiani venivano sì perseguitati ma in un modo dichiarato ed aperto. Qualche decennio dopo, Sant'Agostino dirà che i nuovi persecutori “…non impellunt corpora christianorum, sed lacerant animas christianorum” (En. in ps. 69, 2) “…non seviziano più i corpi dei cristiani, ma lacerano le loro anime”: un monito sempre attuale a stare in guardia contro i “nemici di Cristo e dell’uomo” che, in modo spesso subdolo e occulto, “…non percuotono più il dorso ma accarezzano il ventre”.
F.P.

domenica 24 gennaio 2016

Aforismi Libertà

Chi è pronto a dar via le proprie libertà fondamentali per comprarsi briciole di temporanea sicurezza, non merita né la libertà né la sicurezza. (Benjamin Franklin)

Il modo migliore di evitare che un prigioniero scappi è assicurarsi che non sappia mai di essere in prigione. (Fëdor Dostoevskij)

Un prigioniero è un predicatore della libertà. (Friedrich Hebbel, "Grido del Popolo" del 27 maggio 1916)

L'uomo è condannato ad essere libero. (Jean Paul Sartre, L'essere e il nulla)

Nessuno è più inesorabilmente schiavo di coloro che falsamente credono di essere liberi. (Johann Wolfgang von Goethe)

La libertà presenta molti difetti e la democrazia non é perfetta, ma noi non abbiamo mai costruito un muro per tenere dentro il nostro popolo... (John F. Kennedy, in occasione della sua visita a Berlino, nel 1963, allora divisa in due)

La libertà è come l’aria:
si vive nell’aria;
se l’aria è viziata, si soffre;
se l’aria è insufficiente, si soffoca;
se l’aria manca si muore. (Don Luigi Sturzo)

La libertà, Sancio, è uno dei più preziosi doni che i cieli abbiano mai dato agli uomini; né i tesori che racchiude la terra né che copre il mare sono da paragonare ad essa; per la libertà, come per l'onore, si può e si deve mettere a repentaglio la vita; la schiavitù invece è il peggiore dei mali che agli uomini possono toccare. (Miguel de Cervantes, Don Chisciotte, LVIII)

Chi non si muove non può rendersi conto delle proprie catene. (Rose Luxembourg)

Namque pauci libertatem, pars magna iustos dominos volunt. In effetti, soltanto pochi desiderano la libertà. I più non cercano che giusti padroni. (Sallustio, Epistula Mithridatis 8,18)

venerdì 23 ottobre 2015

Bisogna rompere il filo...


Quando noi ci confessiamo, ci pare di star' tutti uniti a Dio, e di esser' santi: ma poco dopo torniamo a' difetti di prima. La ragione si è perchè noi siamo legati col filo, come sta legato col filo l'uccelletto in mano a de' ragazzi. Egli svolazza di quando in quando, ma ritirato dal filo torna addietro. Così noi svolazziamo qualche volta verso Dio, ma poi ritirati dal filo delle nostre passioni, e delli nostri attacchi, torniamo addietro, e facciamo la vita di prima. Bisogna dunque rompere il filo, se vogliamo stabilmente essere tutti di Dio.

D. Bernino, "Vita del venerabile Fr. Giuseppe da Copertino de Minori Conventuali", Venezia 1726, p.224

Giuseppe da Copertino, santo, presbitero francescano italiano (1603 - 1663)


Poco importa che un uccello sia legato ad un filo sottile invece che ad uno grosso, perché, per quanto sia sottile, rimarrà legato come al grosso, fin tanto che non lo romperà per volare. La verità è che quello sottile è più facile da rompere; però, per facile che sia, se non lo rompe, non volerà.

Fiamma d'amor viva, 11,4

San Giovanni della Croce

mercoledì 25 marzo 2015

Sottrarre un pezzettino della loro libertà...


Il metodo più efficace per prendere il controllo dei popoli e dominarli del tutto è quello di sottrarre un pezzettino della loro libertà ogni volta, così da erodere i diritti attraverso migliaia di piccole e quasi impercettibili riduzioni.
In questo modo, la gente non si accorgerà che diritti e libertà sono stati rimossi fino a quando sarà oltrepassato il punto in cui tali cambiamenti non possono essere invertiti.
(Mein Kampf)
Adolf Hitler (1889 - 1945), politico austriaco naturalizzato tedesco, cancelliere del Reich e dittatore

giovedì 15 gennaio 2015

Possano tutti gli uomini ricordarsi che sono fratelli!



Preghiera a Dio

Dunque non è più agli uomini che mi rivolgo; ma a te, Dio di tutti gli esseri, di tutti i mondi e di tutti i tempi: se è permesso a delle deboli creature perse nella tua immensità e impercettibili al resto dell’universo osare chiedere qualcosa a te, che hai dato tutto, a te i cui decreti sono immutabili quanto eterni, degnati di guardare con pietà gli errori insiti nella nostra natura; che questi errori non causino la nostra rovina.

Tu non ci hai dato un cuore per odiarci e delle mani per sgozzarci; fa’ che ci aiutiamo a vicenda a sopportare il fardello di una vita penosa e passeggera; fa’ che le piccole differenze tra i vestiti che coprono i nostri deboli corpi, tra tutti i nostri linguaggi insufficienti, tra tutti i nostri usi ridicoli, tra tutte le nostre leggi imperfette, tra tutte le nostre opinioni insensate, tra tutte le nostre condizioni così disuguali ai nostri occhi e così eque davanti a te; che tutte queste piccole sfumature che distinguono l’uno dall'altro gli atomi chiamati ‘uomini’ non siano dei marchi di odio e persecuzione; che coloro che accendono dei ceri in pieno giorno per celebrarti sopportino coloro che si accontentano della luce del tuo sole; che coloro che coprono la loro veste con un telo bianco per dire che bisogna amarti non detestino coloro che dicono la stessa cosa sotto un mantello di lana nera; che sia la stessa cosa adorarti in un dialetto formatosi da una lingua antica o in un dialetto più recente; che quelli il cui abito è tinto di rosso o di viola, che dominano su una piccola briciola di un piccolo mucchio di terra di questo mondo, e che possiedono qualche frammento arrotondato di un certo metallo, gioiscano senza orgoglio di ciò che essi chiamano splendore e ricchezza, e che gli altri li guardino senza invidia: perché tu sai che non c’è né di che invidiare né di che inorgoglirsi di queste cose vane.

Possano tutti gli uomini ricordarsi che sono fratelli! Che essi abbiano in orrore la tirannide esercitata sugli animi, così come esecrano il brigantaggio che strappa con la forza il frutto del lavoro e dell'industria pacifica! Se i flagelli della guerra sono inevitabili, non odiamoci però, non laceriamoci a vicenda quando regna la pace, e impieghiamo l'istante della nostra esistenza per benedire egualmente, in mille lingue diverse, dal Siam sino alla California, la tua bontà che questo istante ci ha dato.
(Trattato sulla tolleranza, 1763)

Voltaire (François-Marie Arouet), 1694 – 1778,  filosofo, drammaturgo, storico e scrittore francese

venerdì 13 settembre 2013

"Noi portiamo l'amore..."



– So che ci sono degli ostacoli [ – disse Vinicio – ], ma io l'amo come i miei occhi, e quantunque io non sia ancora un cristiano, io non sono nè un vostro nemico, nè un nemico di Cristo. Voglio essere sincero, perchè abbiate fiducia di me. In questo momento si tratta della mia vita, nondimeno vi dirò la verità. Un altro potrebbe dire: battezzatemi; io dico illuminatemi. Io credo che Cristo sia risorto perchè lo dicono le persone che amano la verità e che lo videro dopo la morte. Credo, perchè ho visto io stesso che la vostra religione insegna la virtù, la giustizia e la misericordia, e non i delitti di cui vi si accusa.
Non so molto della vostra dottrina: quello che so l'ho imparato un po' da voi, un po' da quello che fate, un po' da Licia e un po' dai discorsi che ho fatto con voi. A ogni modo vi ripeto che ha prodotto in me qualche cambiamento. Prima facevo ubbidire i miei schiavi con una mano di ferro; ora non posso; ignoravo la pietà, ora la conosco. Mi abbandonavo ai piaceri, e invece l'altra notte sono fuggito dallo stagno di Agrippa perchè mi mancava il respiro dal disgusto; prima credevo al trionfo della forza, ora l'ho abbandonata. Sappiate che non mi riconosco più. Sono stomacato dei banchetti, del vino, delle canzoni, delle cetre, dei serti, della corte di Cesare, dei corpi nudi e di ogni delitto. E quando penso che Licia è pura come la neve alla sommità delle montagne, l'amo sempre di più; e quando penso ch'ella è così per la vostra religione, io amo e desidero anche questa. Ma siccome io non la conosco e non so se potrò vivere e conformarmi ai suoi precetti, nè se la mia natura potrà sopportarla, così io sono in lotta tra l'incertezza e la tortura, come se fossi in prigione.
La sua fronte si corrugò dall'angoscia e le sue guance si colorirono come da una fiammata; dopo riprese a parlare con crescente rapidità e maggiore emozione: 
– Come vedete, io sono torturato dall'amore e dall'incertezza. Gli uomini mi dicono che nella vostra religione non ci sia posto per la vita, per la gioia umana, per la felicità, per la legge, per l'ordine, per il potere supremo, per l'impero romano. È vero? Mi si dice che voi siete dei pazzi; ditemi voialtri che cosa recate. È peccato amare, è peccato godere, è peccato aspirare alla felicità? Siete voi nemici della vita? È necessario che un cristiano sia povero? Devo rinunciare a Licia? Qual è la verità? Le vostre azioni e le vostre parole sono trasparenti come l'acqua; ma che c'è sotto l'acqua? Vedete che io sono sincero. Disperdete le tenebre. Mi si dice pure che la Grecia ha creato la bellezza e la sapienza e che Roma ha creato la forza; ma i cristiani che cosa recano? Ditemi, allora, che cosa recate?
Se v'è la luce dietro le vostre porte, apritele.
– Noi rechiamo l'amore, disse Pietro.
E Paolo di Tarso aggiunse:
– Se io parlassi colle lingue degli uomini e degli angeli senza amore, la mia voce suonerebbe di rame […].
Vinicio si alzò colla faccia radiosa e incominciò:
– Vedo che la felicità può essere tra voi, perchè mi sento felice, e credo che possiate convincermi delle altre cose allo stesso modo […].

A chi non deve essere cara la propria felicità? [ – disse Vinicio a Licia – ] Ah! io ho assistito alla conversazione tra Paolo e Petronio. Sai tu che cosa ah, abbia finito per dire Petronio? «Ciò non fa per me», ma non seppe dire altro.
– Ripetimi le parole di Paolo, disse Licia.
– La conversazione ebbe luogo a casa mia, […] di sera. Petronio incominciò a parlare colla solita celia gaia. Paolo gli disse: «Come mai tu, o saggio Petronio, puoi negare che Cristo sia esistito e sia risorto, dal momento che tu non eri al mondo a quel tempo, e dal momento che Pietro e Giovanni lo hanno veduto e io stesso l'ho veduto sulla strada di Damasco? Provaci, prima di tutto, colla tua sapienza, che noi siamo bugiardi e poi nega la nostra testimonianza.» Petronio rispose ch'egli non aveva idea di negare, visto che avvenivano molte cose incomprensibili, affermate da persone degne di fede. Ma la scoperta, aggiunse, di un altro dio straniero è una cosa diversa dall'accettare la sua dottrina. «Non ho punto voglia di imparare cosa che può deformare la vita e sciupare la sua bellezza. Non importa se i nostri dèi siano veri o falsi; essi sono belli, il loro impero ci è piacevole e noi viviamo senza preoccupazioni.» 
– «Tu sei preparato a respingere la religione dell'amore, della giustizia e della misericordia, disse Paolo, per paura delle preoccupazioni; ma pensa, Petronio, la tua vita è proprio veramente libera da ogni preoccupazione? Guarda, nè tu nè alcuno dei più ricchi e più potenti, sa, quando va a letto, se si sveglierà con una sentenza di morte. Dimmi, Petronio, non è vero che se Cesare appartenesse a questa religione dell'amore e della giustizia, anche la tua felicità sarebbe più sicura? Tu temi per i tuoi piaceri, ma la tua vita non sarebbe più lieta? In quanto agli ornamenti e alla bellezza della vita, se voi avete innalzato tanti splendidi templi e statue alle divinità maligne, vendicatrici, adultere e infedeli, che cosa non farete in onore di un Dio buono e misericordioso?
Tu sei soddisfatto della tua sorte perchè sei ricco e vivi nell'opulenza; ma benchè nato da una grande famiglia, ti poteva ben capitare di essere povero e abbandonato da tutti, e allora sarebbe stato meglio per te che la gente fosse stata cristiana. Genitori ricchi di Roma, che non amano affaticarsi intorno ai loro figli, li cacciano spesso da casa; questi fanciulli sono chiamati alunni. Il caso avrebbe potuto fare di te uno di loro. Ma questo, non potrebbe avvenire se i parenti fossero della nostra religione.
Se tu, adulto, avessi sposata una donna che tu amavi, saresti stato desideroso di sapertela fedele per tutta la vita. Guarda che cosa avviene intorno a voi; quale viltà, quale vergogna, quale traffico della fedeltà delle mogli! Sì, voi stessi vi meravigliate se vi trovate dinanzi a una donna che chiamate univira cioè di un solo marito. Ma io ti dico che le donne che portano Cristo nel cuore non violeranno mai la fede giurata ai loro mariti, come i mariti cristiani rimarranno sempre fedeli alle loro mogli. Voi non siete sicuri nè dei vostri regnanti, nè dei vostri padri, nè delle vostre consorti, nè dei vostri figli, nè dei vostri servi. Tutti tremano dinanzi a voi, e voi tremate dinanzi i vostri schiavi, perchè sapete che possono rivoltarsi a ogni momento contro la vostra oppressione, come è avvenuto più di una volta. Benchè ricco, tu non sei sicuro che non ti giunga domani l'ordine di rinunciare alle tue ricchezze; tu sei giovine, ma domani ti si può ingiungere di morire. Tu ami, e ti aspetta il tradimento; tu sei innamorato delle ville e delle statue, ma domani un ordine ti può lanciare nei luoghi desolati della Pandataria; tu hai migliaia di domestici, ma domani tutti questi servi possono lasciarti dissanguare. Se tutto questo è vero, come puoi tu essere tranquillo e felice, come puoi tu abbandonarti ai piaceri? Ma io proclamo l'amore, proclamo la religione che ingiunge ai Cesari di amare i loro sudditi, ai padroni i loro schiavi, agli schiavi di servire con amor e di essere buoni e misericordiosi, l'amore che promette per ultimo una felicità interminabile come un mare senza fine.
Come dunque, Petronio, puoi tu dire che quella religione distrugge la vita, se invece la corregge e se tu saresti cento volte più felice e più sicuro s'essa dominasse tutto il mondo, come la signoria di Roma?»
«Così parlò Paolo. Petronio rispose: «Ciò non fa per me. Fingendosi sonnolento, se ne andò, e andandosene, aggiunse: Preferisco la mia Eunice, o piccolo ebreo, ma non mi piacerebbe di discutere con te ...»
Quo vadis?, ed. digitale www.liberliber.it, p. 143 - 144; 160 - 161
  
Henryk Sienkiewicz (1846 – 1916) scrittore e giornalista polacco. Premio Nobel per la letteratura, nel 1905, per il libro "Quo vadis?" (1896)..

mercoledì 15 settembre 2010

Ad Atene noi facciamo così

Il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: per questo è detto democrazia. Le leggi assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private ma noi non ignoriamo i meriti dell'eccellenza.

Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, non come atto di privilegio ma come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.

La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l'uno dell'altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se preferisce vivere a suo modo.

Ci è stato insegnato a rispettare i magistrati e le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa. E ci è stato anche insegnato a rispettare quelle leggi non scritte la cui sanzione risiede solo nell'universale sentimento di ciò che è giusto e di buon senso.

La nostra città è aperta al mondo e non cacciamo mai uno straniero.

Noi siamo liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.

Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private.

Un uomo che non si interessa dello Stato non lo consideriamo innocuo ma inutile; e benché soltanto pochi siano in grado di dar vita a una politica, noi siamo tutti in grado di giudicarla.

Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla strada dell'azione politica.

Crediamo che la felicità sia il frutto della libertà e la libertà sia solo il frutto del valore.

Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell'Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versatilità: la prontezza a fronteggiare le situazioni e la fiducia in se stesso.

Pericle, citato in "La guerra del Peloponneso" II, 37-41

Tucidide (ca. 460 a.C. – dopo il 404 a.C.) generale e storico greco

giovedì 28 gennaio 2010

Gli uomini non sono nati lupi e lo sono diventati...

"Bisogna bene", diceva, "che gli uomini abbiano corrotto un po' la natura, poiché non sono nati lupi e lo sono diventati. Dio non ha dato loro né cannoni da ventiquattro, né baionette; e loro si sono fabbricati cannoni e baionette per distruggersi. Potrei aggiungere le bancarotte e la giustizia che si impadronisce dei beni dei bancarottieri per defraudare i creditori".
"Tutto questo era indispensabile", replicava il dottore guercio, "e i mali particolari compongono il bene generale; di modo che più ci sono disgrazie particolari e più tutto va bene".

Candido o l'ottimismo (1754), capitolo 4
Voltaire (1694 - 1778), filosofo, scrittore, drammaturgo e poeta francese

mercoledì 27 gennaio 2010

Accetta la mia libertà...

(Pieter Paul Rubens, Ritratto di Sant'Ignazio di Loyola, 1620 - 1622)

Prendi, Signore,
e accetta tutta la mia libertà,
la mia memoria, la mia intelligenza
e tutta la mia volontà,
tutto ciò che ho e posseggo.

Tu mi hai dato tutte queste cose,
a te, Signore, le restituisco;
sono tutte tue,
disponine secondo la tua volontà.

Dammi il tuo amore e la tua grazia,
queste sole, mi bastano.

Signore,
insegnami ad essere generoso,
a servirti come meriti,
a dare senza risparmio,
a lottare senza temere le ferite,
a lavorare senza cercare riposo,
a donarmi senza aspettare altra ricompensa
che non sia la tua santissima volontà.

Amen
Esercizi spirituali
Ignazio di Loyola (1491 - 1556), prete spagnolo, fondatore dei Gesuiti, santo