domenica 1 marzo 2026

«Entra anche tu nella pace del tuo Signore!» Il testamento di Don Primo Mazzolari

 Il 4 agosto 1954 aveva stilato il suo « testamento spirituale », un vero capolavoro di mistica sacerdotale.

Non possiedo niente. La roba non mi ha fatto gola e tanto meno mi ha occupato.

Non ho niente e sono contento di non aver niente da darvi.

Intorno al mio altare, come intorno alla mia casa e al mio lavoro, non ci fu mai «suon di denaro»: il poco che è passato nelle mie mani – avrebbe potuto essere molto, se ci avessi fatto caso – è andato dove doveva andare.

Chiudo la mia giornata, come credo di averla vissuta, in piena comunione di fede e di obbedienza alla chiesa e in sincera e affettuosa devozione verso il Papa e il vescovo.

Dopo la messa, il dono più grande è stata la parrocchia. Ho inteso rimanere in ogni circostanza sacerdote e padre di tutti i miei parrocchiani. Se non ci riuscii non fu per mancanza di cuore, ma per le naturali difficoltà.

Verso la casa dell'Eterno, che non conosce assenti, mi avvio confortato dal perdono di tutti, che torno a invocare ai piedi di quell’altare che ho salito tante e tante volte con povertà sconfinata, sperando che nell'ultima messa il Sacerdote Eterno, dopo avermi posto sulla croce, mi serri tra le sue braccia, dicendo anche a me: «Entra anche tu nella pace del tuo Signore!»

Don Primo Mazzolari, 4 agosto 1954 

Da: G. Orrù, Uomini come altri, Roma, Ed. Rogate, 1977, p. 152 - 153

Primo Mazzolari

Una preghiera! Un ricordo! Il testamento di San Bartolo Longo

O fratelli e sorelle in Gesù Cristo! O divoti della Madonna di Valle di Pompei esistenti in ogni terra cristiana! Giammai mi prese tanto ardente desiderio di comunicarvi l’animo mio, come in queste ore tormentose!

Da lunghissimi mesi un’infermità ribelle alle cure dell’uomo mi ha tolto all’usuale lavoro, alle mie predilette occupazioni, alla mia ininterrotta attività, costringendomi ad una penosissima esistenza. Sento sgorgare dal fondo dell’animo mio il grido del santo Giobbe: Spiritus meus attenuabitur... In amaritudinibus moratur oculus meus...[ Il mio respiro è affannoso... Fra i loro insulti veglia il mio occhio ](Gb 17,1-2)

Benedetta sia la mano del Signore!

Dall’alba alla sera, durante le lunghe, amarissime vigilie, io non mi stanco di adorare la sua santa volontà e di benedirne i sapientissimi e misericordiosissimi disegni.

Oramai vi posso dire, o fratelli e sorelle, che il mio pane sono le lagrime e le preghiere.

E pure il bisogno che la mia voce rivolta al Signore e alla carissima Madre e Regina del Santo Rosario sia corroborata da quella di anime fedeli e sincere è ardentissimo nel mio cuore ed è questa la preghiera ch’io voglio indirizzarvi dal letto de’ miei dolori.

O fratelli e sorelle! Per cinquant’anni e più, dall’istante che una prima pietra scese per iniziare Te fondamenta di questo Tempio in cui la Regina del Rosario ha mostrato di trovar le sue celesti compiacenze, dal momento che un primo cuore, un'anima a me sconosciuta si rivolse invocante preghiere, da quell’ora che la Madonna con un primo prodigio iniziò le meraviglie di Valle di Pompei, io non mi sono mai, mai stancato di pregare per ogni dolore, per ogni affanno, per ogni calamità.

Era la preghiera d'un povero peccatore, è vero, ma era pure un desiderio sincero, una brama ardente delle altrui consolazione, del benessere del prossimo: era insomma quanto poteva far l’anima mia, confidando nella onnipotenza di Dio e nella intercessione della sua Madre Divina.

Quale giorno ho dimenticato i benefattori e i divoti di Valle di Pompei? In quale ora io non ho invocato Maria per i suoi figlioli sparsi per ogni terra della cristianità?

E voi pure, o sorelle e fratelli in Gesù, voi pure avete pregato per me, come tante volte mi avete attestato e come, più spesso, ho dovuto riconoscere nel veder compiute opere e intraprese che sarebbero state follie soltanto ad immaginare, senza una straordinaria benedizione del Cielo, senza l’altrui spirituale cooperazione.

Ma ora più che mai io ho bisogno di preghiere, ora più che mai l’anima mia confida nella vostra divozione, nella vostra bontà.

Innalzatela dunque una preghiera speciale al Signore, o fratelli e sorelle, rivolgete un più fidente e affettuoso grido alla nostra cara Madre è Regina perché si degni di rivolgere dal suo trono uno sguardo pietoso sul suo vecchio, sofferente servitore.

Quale sarà l’alba del mio domani?

É il pensiero che mi persiste nella mente, ma a cui quando pure con calma e con grande rassegnazione, con quella rassegnazione che il Signore si compiace di donarmi in queste ore di tribolazioni e di prove.

Ma che importa il domani della mia povera vita, della mia tribolata esistenza?

O fratelli e sorelle, alla preghiera aggiungete un ricordo!

Con la vostra carità, con la vostra generosità voi, da cinquant’anni e più, avete alimentato un vero popolo di piccole anime così care a Dio e alla Madonna e le donate ricche di religiosità e di utili conoscenze alla società; con la vostra fede, con la vostra divozione e con le vostre elargizioni avete reso celebre per bellezza e suntuosità questo Tempio del Rosario. Per le mie mani son passati veri fiumi di danaro, fiumi di cui le sorgenti erano ne' vostri cuori, fiumi che sono scesi ad irrigare una squallida Valle e renderla un prodigioso giardino, fiumi che hanno prodotto opere meravigliose a cui guardiamo benedicendo il Signore, ringraziando voi e rallegrandoci di poter discender nella tomba, quando che sia, ripetendo le parole del santo Giobbe: Nudus egressus sum de utero matris meae et nudus revertar illuc… [Nudo uscii dal grembo di mia madre e nudo vi ritornerò...] (Gb 1,21)

Ma, ohimè, che sarebbe se per poco s’interrompesse questo slancio della vostra beneficenza e del vostro amore?

Non si estinguano, dunque, queste sorgenti della vostra carità!

Chi di voi ha dato in limitata o in generosissima misura o fino al punto talvolta da rasentare il prodigio, chi di voi, ripeto, ha dovuto mai pentirsi d’esser stato così caritatevole?

Continuate, continuate, senza l’interruzione neppure d’un minuto solo nell’opera del vostro amore e della vostra carità.

Vada la vostra preghiera per le mie sofferenze, per i bisogni dell’anima mia; vadano le vostre nobili obla-zioni per il popolo de’ miei figlioli, per quelli che ora vedo e benedico, per tutti quelli che verranno un giorno e ch’io amerò con più perfetto amore, quando si saranno chiusi questi occhi mortali. 

Ricordate infine che non da ieri data la nostra incondizionata, illimitata, fiduciosissima rinunzia fatta al Vicario di Gesù Cristo di quanto si riferisce al Santuario e a tutte le annesse Opere di cristiana beneficenza.

Ricordate che dal giorno della rinunzia ad oggi, la sapienza del Papa e lo zelo ardente di chi lo ha rap-presentato sono stati di immenso giovamento a queste istituzioni; che anzi non solo se ne sono avvantaggiate, ma si sono consolidate su più duraturo fondamento e hanno prodotto uno sviluppò sempre più crescente.

All’Eminentissimo Cardinal Augusto Silj che fu uomo zelantissimo e tutto acceso d’amore per Gesù, per Maria, per le anime innocenti, è succeduto un Prelato oltremodo insigne per pietà, per saggezza, per doti preclarissime di governo: io vi parlo del venerato attuale Rappresentante del Papa, Monsignor Carlo Cremonesi.

Queste ragioni più che ogni altra starei per dire alimentino e accrescano la vostra generosità.

O fratelli e sorelle! Come mai mi riuscirebbe di esprimervi e di enumerarvi tutto quello ch’io dovrò dire per voi, giunto quando sarò, al trono della carissima Madre e Regina del santo Rosario?!...

Negli anni mortali, in mezzo a tanti affanni e a tante occupazioni, giammai m’è sfuggito neppure un solo o minimo particolare di ciò che voi – che pur formate migliaia, migliaia e migliaia – avete fatto per questo Tempio e per le sue Opere, per l’onore di Dio e per la gloria della Madonna.

Oh, quanto più mi saranno vivi e luminosi questi ricordi, spogliato del mortale ingombro, avvicinatomi al mare della luce infinita! Fate ch’io allora debba senza termine pregare non solo per ciò che voi avete fatto nella mia vita, ma, vorrei dire quasi di più, per quanto voi farete allorché al Signore, o presto o tardi, piacerà di togliermi agli affanni della terra.

Con quale inenarrabile gioia vedrò intorno al trono della Celeste Regina non solo quella schiera di santi uomini che mi furono di luce, di consiglio, d’incoraggiamento, ma anche tutto lo stuolo innumerevole dei primi benefattori, dei primi zelatori, dei primi divoti di questo Santuario e delle sue Opere!...

Fratelli e sorelle! Io provo un profondo conforto, io sento un’incrollabile sicurezza nella continuazione della vostra beneficenza, della vostra carità, della vostra generosità, della vostra preghiera, e questo bene che farete l’attribuisco a un sorriso celeste, a un’altra prova di celestiale amore e di protezione che la Regina del Rosario vuol dare al suo vecchio, affezionatissimo per quanto indegno servitore.

Festa dell’Assunta del 1926.

Avv. Bartolo Longo


*   *   *   *

Molte volte, arrivati – dopo lotte e dolori non pochi – al compimento d’un opera voluta dal Cielo, abbiamo detto dal fondo dell’animo: O Signore, sciogli ora i lacci di questa povera anima.
Vivo come sempre e incessante è anche ora in noi il desiderio del Cielo, anzi esso è ormai il nostro unico desiderio.

(8 maggio 1926)

Da: S. Piccolo, Bartolo Longo. L'uomo della Valle, Napoli - Roma, Ed. LER, 1980, p. 95 - 99

San Bartolo Longo (1841 - 1926), avvocato, filantropo e pedagogo, fondatore della Congregazione delle Suore del Rosario e promotore del santuario di Pompei (Napoli)


sabato 28 febbraio 2026

Francesco di Assisi secondo Le Goff

Con i mercanti e gli intellettuali, dunque, la città diventa la culla di una civiltà.

Lo prova una personalità immensa: Francesco d'Assisi, Francesco di Bernardone (1181 o 1182-1266), figlio di un mercante di panni, nato nel momento in cui le città diventano poli di potere. Un conflitto ricorrente segna la sua giovinezza: la lotta di Assisi, sua città natale, con Perugia. Nel 1198 partecipa come cavaliere alla guerra tra i due Comuni. Viene fatto prigioniero. Nel 1205 vuole nuovamente andare a combattere contro i partigiani dell'Impero. Si ammala. Subito dopo rompe clamorosamente con suo padre e con il suo ambiente.

Nel 1209 fonda con qualche compagno un ordine mendicante, dunque mobile, radicalmente distinto dai monaci che per definizione sono sedentari. In tal modo Francesco reagisce alla comparsa dei «nuovi poveri», i miserabili delle città. E, logicamente, ritroviamo in lui la problematica centrale dell'universo mercantile da cui proviene: quella del denaro. «Si giunge prima al cielo da una capanna che da un palazzo», diceva insediandosi su un fazzoletto di terra accanto all'umile cappella della Porziuncola. Preferisce le strade, le piazze, le piccole dimore.

Quando, dopo rapporti difficili con la curia pontificia, scrive la sua Regola del 1221 (che poi la curia gli impose di rifare) Francesco mostra la sua volontà di vivere come un frate «minore», cioè umile, piccolo. Porta il Vangelo a «tutti bambini e neonati, poveri e ricchi, re e principi, lavoratori e agricoltori, servi e signori; a tutte le vergini, continenti e maritate, ai laici, uomini e donne, a tutti i bambini, adolescenti, giovani e vecchi, sani e malati, a tutti gli umili e ai grandi, e a tutti i popoli, famiglie, tribù e lingue, a tutte le nazioni e a tutti gli uomini, ovunque sulla terra». Con quello che diventerà il «Terzo ordine», inventa una forma inedita, duttile e nuova, di vita religiosa nel secolo, nella città. Il Terzo ordine (lo stesso avverrà presso i domenicani e gli altri ordini mendicanti) accoglie infatti persone intenzionate a seguire la spiritualità francescana senza per questo vivere in comunità, senza rompere con la loro vita familiare o professionale. Francesco rende popolare una vita religiosa non clericale, laica.

È vero, Francesco non è portatore di una dottrina economica. Tuttavia ha coscienza dell'economia. Rompendo con la sua famiglia e i mercanti di panni, intende applicare alla lettera il capitolo 10 del Vangelo secondo Matteo: «Ciò che avete avuto gratuitamente, datelo gratuitamente. Non portate né oro né argento nelle vostre cinture, né sacchi per via, né due tuniche, né calzari, né bastone (...) In qualsiasi città o villaggio entrerete, informatevi su chi è degno di ricevervi e dimorate presso di lui fino alla vostra partenza. Entrando in quella casa, salutate dicendo: "Pace a questa dimora!"».

Francesco si erge contro quello che qualcuno recentemente ha chiamato l'«orrore economico». Lo fa con un'intelligenza e un rigore di cui non vedo eguali presso gli attuali avversari della globalizzazione. Giacché non si limita a rifiutare: si interroga. Ha scelto la povertà ma non mette in causa la sincerità, la buona fede reale dei mercanti. Rispetto al denaro si attiene al principio che adotterà in tutti i campi: impone la sua regola solo a se stesso e ai suoi confratelli, non la estende all'intero corpo sociale. Va fino in fondo alla sua vocazione, lasciando liberi gli altri di ascoltarlo e di trarne le loro conseguenze.

Così si spiega il prestigio dei Frati minori e la loro popolarità tra gli ordini mendicanti. Frequentano il ricco e il povero, il potente e il debole, ma stanno nel mondo senza essere del mondo, aspettando che in chi li ascolta si compia dall'interno il cambiamento, la conversione.

A Francesco ripugna l'esercizio del potere, al punto che ha molto esitato a fondare il proprio ordine. Non propone altro programma che la beata povertà, la lode e lo stupore davanti alla Creazione. In lui non vi è utopia, nessuna attesa millenaristica di un grande crepuscolo o di una società perfetta. I francescani, secondo Francesco, non hanno la vocazione al governo. Sono lievito nella crescita del benessere, testimonianza costante di un'inquietudine che deve richiamare ricchi e potenti ai loro doveri.

Jacques Le Goff - Jean-Maurice de Montremy, Alla ricerca del Medioevo, Roma-Bari, Ed. Laterza, 2003, p. 83

Jacques Le Goff

Il Medioevo di Le Goff

#Aforismi Medioevo

Se studiate il Medioevo vi accorgerete che è diverso da ciò che siamo, da ciò che l'Europa è oggi diventata. Avrete come l'impressione di fare un viaggio all'estero. Occorre non dimenticare che gli uomini e le donne di questo periodo sono i nostri antenati, che il Medioevo è stato un momento essenziale del nostro passato, e che quindi un viaggio nel Medioevo potrà darvi il duplice piacere di incontrare insieme l'altro e voi stessi. (Jacques Le Goff, Il Medioevo raccontato da Jacques Le Goff 2015)

Abbiamo visto come qualcuno, ancora oggi, consideri il Medioevo come un’epoca negativa o spregevole, allo stesso tempo violenta, oscura, ed ignorante. Sappiamo adesso che questa immagine è falsa, anche se vi è stato certamente un Medioevo di violenza.

Il Medioevo mi ha affascinato perché aveva il potere quasi magico di rendermi spaesato, di strapparmi dai problemi e dalle mediocrità del presente e al tempo stesso di rendermelo più vivido e chiaro.

Il medioevo è stato anche, e ritengo persino innanzitutto, una grande epoca creatrice. Lo si vede nel campo delle arti, delle istituzioni (ad esempio le università), soprattutto nelle città, o ancora per quanto riguarda le conquiste del pensiero. La filosofia chiamata “Scolastica” ha raggiunto vette altissime di sapere.

Come dice il nome, il Medio Evo è stato sempre considerato come un periodo di passaggio, di transito tra l’Antichità e la Modernità, ma passaggio significa soprattutto sviluppo e progresso. Nel Medio Evo progressi straordinari ci sono stati in tutti i campi, con i mulini a vento e ad acqua, l’aratro di ferro, la rotazione delle culture da biennale a triennale.

Il Medioevo è per noi una gloriosa collezione di pietre: cattedrali e castelli. Ma queste pietre rappresentano soltanto un'infima parte di quello che c'era. (La civiltà dell'Occidente medievale)

La realtà storica ha due lati. Uno è composto da fatti, eventi e realtà materiali e l'altro da idee, immagini e sogni. (The Medieval Imagination / L'immaginario medievale)

I secoli bui non sono mai esistiti.

Il Medioevo non finisce nel XV secolo, ma si prolunga fino alla Rivoluzione industriale. (Faut-il vraiment découper l'histoire en tranches?)


Jacques Le Goff

Il Medioevo di Eco

#Aforismi Medioevo

Il Medioevo è il periodo che, iniziando mentre l’Impero romano si dissolve, fondendo la cultura latina con quella dei popoli che hanno gradatamente invaso l’impero, con il cristianesimo come collante, dà vita a quella che chiamiamo oggi Europa, con le sue nazioni, le lingue che ancora parliamo e le istituzioni che, sia pure attraverso cambiamenti e rivoluzioni, sono ancora le nostre. 

Il Medioevo non è un secolo. Non è un secolo, come il Cinquecento o il Seicento, né un periodo preciso dalle caratteristiche riconoscibili, come il Rinascimento, il barocco o il Romanticismo. È una serie di secoli che è stata così definita per la prima volta da un umanista, Flavio Biondo, vissuto nel XV secolo. 

Convenzionalmente la fine del Medioevo è stata fissata al 1492, anno della scoperta dell’America e della cacciata dei Mori dalla Spagna. 

Bisogna avvicinarsi alla storia del Medioevo con la persuasione che di medioevi ce ne siano stati molti, e se non altro attenersi a un’altra datazione, anch’essa troppo rigida, ma che almeno tiene conto di alcune svolte storiche. Così si suole distinguere l’alto Medioevo, che va dalla caduta dell’impero romano all’anno Mille (o almeno a Carlo Magno), un Medioevo di mezzo, che è quello della cosiddetta rinascita dopo il Mille, e infine un basso Medioevo che, malgrado le connotazioni negative che un termine come “basso” può suggerire, è l’epoca gloriosa in cui Dante finisce la Commedia, scrivono Petrarca e Boccaccio e fiorisce l’umanesimo fiorentino. 

Il Medioevo non è solo un periodo della civiltà europea. Per intanto vi è il Medioevo occidentale e quello dell’impero d’Oriente, che rimane ancora vivo tra gli splendori di Bisanzio per mille anni dopo la caduta di Roma. Negli stessi secoli fiorisce una grande civiltà araba, mentre in Europa circola, più o meno clandestina, ma vivacissima, una cultura ebraica. 

Il Medioevo non aveva solo una visione cupa della vita. È vero che il Medioevo è ricco di timpani di chiese romaniche abitati da diavoli e supplizi infernali, che vi circola l’immagine del Trionfo della Morte; che è un’epoca di processioni penitenziali, spesso di nevrotica attesa della fine, che le campagne e i borghi sono attraversati da torme di mendicanti e di lebbrosi, che la letteratura è spesso allucinata da viaggi infernali. Ma al tempo stesso è l’epoca in cui i goliardi celebrano la gioia di vivere, e soprattutto è l’epoca della luce.

Tuttavia quello che caratterizza il Medioevo occidentale è la sua tendenza a risolvere ogni apporto culturale di altre epoche o civiltà in termini cristiani.

Proprio per sfatare la leggenda degli evi bui, è infatti opportuno riflettere sul gusto medievale per la luce. Il Medioevo identificava la bellezza (oltre che con la proporzione) con la luce e il colore, e questo colore era sempre elementare: una sinfonia di rosso, azzurro, oro, argento, bianco e verde, senza sfumature e chiaroscuri, dove lo splendore si genera dall’accordo d’insieme anziché farsi determinare da una luce che avvolge le cose dall’esterno o far stillare il colore oltre i limiti della figura. Nelle miniature medievali la luce sembra irradiarsi dagli oggetti.

Il Medioevo non era un’epoca in cui nessuno osava superare i limiti del proprio villaggio. Si sa benissimo che è stato un’epoca di grandi viaggi, e basti pensare a Marco Polo. La letteratura medievale è piena di resoconti di viaggi affascinanti, anche se ricchi di elementi leggendari, e grandi navigatori erano stati i Vichinghi e i monaci irlandesi, per non dire delle Repubbliche marinare italiane. Ma soprattutto il Medioevo è stato un’epoca di pellegrinaggi.

Il Medioevo non è stato solo un’epoca di mistici e rigoristi. Il Medioevo, epoca di grandi santi e di potere incontrastato della Chiesa, di influenza delle abbazie, dei grandi monasteri, dei vescovi delle città, non è stato tuttavia soltanto un’epoca dai costumi severi, insensibile alle attrattive della carne e delle gioie sensibili in generale. Tanto per cominciare sono i troubadours provenzali e i minnesänger tedeschi a inventare l’amor cortese come passione casta ma ossessiva per una donna inaccessibile, e pertanto, a detta di molti, a inventare l’amore romantico nel senso moderno del termine. 

Il Medioevo inventa le libertà comunali e un concetto di libera partecipazione di tutti i cittadini ai destini della città, e ancora oggi nei palazzi di quei comuni risiedono le nostre autorità cittadine. In queste stesse città nascono le università: la prima appare, sia pure in forma embrionale, nel 1088 a Bologna.

Infinite sono le invenzioni medievali che ancora usiamo come se fossero cosa del nostro tempo: il camino, la carta (che sostituisce la pergamena), i numeri arabi (adottati nel XIII secolo con il Liber Abaci di Leonardo Fibonacci), la partita doppia e, con Guido d’Arezzo il nome delle note musicali – e qualcuno elenca anche bottoni, mutande, camicia e guanti, cassetti dei mobili, pantaloni, carte da gioco, scacchi, i vetri alle finestre. Nel Medioevo iniziamo a sederci a tavola (i Romani mangiavano sdraiati), a usare la forchetta, e appare l’orologio a scappamento, diretto antenato dei nostri orologi meccanici.

L’uomo medievale vedeva il mondo come una foresta piena di pericoli ma anche di rivelazioni straordinarie, e la Terra come una distesa di Paesi remoti popolati da esseri splendidamente mostruosi.

Forse nessuno ha mai espresso meglio questo tratto della psicologia medievale di Johan Huizinga nel suo Autunno del Medioevo: “Di nessuna grande verità lo spirito medievale era tanto convinto quanto delle parole di san Paolo ai Corinzi: Videmus nunc per speculum in aenigmate, tunc autem facie ad faciem (ora vediamo oscuramente come attraverso uno specchio, allora invece vedremo direttamente). Il Medioevo non ha mai dimenticato che qualunque cosa sarebbe assurda, se il suo significato si limitasse alla sua funzione immediata e alla sua forma fenomenica, e che tutte le cose si estendono per gran tratto nell’aldilà.

Umberto Eco

Io no

C'è qualcuno che fa di tutto

Per renderti la vita impossibile.

C'è qualcuno che fa di tutto

Per rendere questo mondo invivibile.

...

Io no, io no, io no, io no!


C'è qualcuno che dentro a uno stadio

si sta ammazzando per un dialetto.

E c'è qualcuno che da quarant'anni

continua a dire che è tutto perfetto.


C'è qualcuno che va alla messa

e si fa anche la comunione

e poi se vede un marocchino per strada

vorrebbe dargliele con un bastone.


Ma a questo punto hanno trovato

un muro, un muro duro molto, molto duro.

A questo punto hanno trovato un muro

un muro duro, molto, molto duro

siamo noi, siamo noi, siamo noi, siamo noi!

...

E c'è qualcuno che in una pillola

cerca quello che non riesce a trovare

allora pensa di poter comprare

ciò che la vita gli può regalare.

Io no, io no, io no, io no!


Ci sono bimbi che non han futuro

perché magari qualcuno ha deciso.

Ci sono bimbi che non nasceranno

e se ne vanno dritti in Paradiso.

Perché da noi non c'è posto per loro

o solamente non erano attesi.

Ci sono bimbi che non nasceranno

Perché gli uomini si sono arresi.

...

Ma a questo punto hanno trovato un muro

un muro duro, molto, molto duro.

A questo punto hanno trovato un muro

un muro duro, molto, molto duro.

Siamo noi, siamo noi

siamo noi, siamo noi, siamo noi, siamo noi!

...

Oh ragazzi, so che è strano parlare 

di questa cosa mentre se balla,

ma anche quando sei in pista per ballare 

non bisogna mai smetti di pensare.

Che sono tanti le cose da cambierà e che bisogna cominciare

Siamo noi, siamo noi, siamo noi!

Vorrei vedere i fratelli africani

aver rispetto per quelli italiani.

Vorrei vedere i fratelli italiani

aver rispetto per quelli africani.

...per quelli americani.

...per quelli africani.

E quelli americani 

per quelli italiani.

Quelli milanesi per quelli palermitani, napoletani

Roma, Palermo, Napoli, Torino

Get down!


Siamo noi, siamo noi, get down!

C'è qualcuno che fa di tutto

Per renderti la vita impossibile

C'è qualcuno che fa di tutto

Per render questo mondo invivibile!

A questo punto hanno trovato un muro

Un muro duro, molto, molto duro

A questo punto hanno trovato un muro

Un muro duro, molto, molto duro

Siamo noi, siamo noi

...

Siamo noi, siamo noi

Con i piedi, con le mani

Con i piedi, con le mani

Con i piedi, con le mani

Con i piedi, con le mani

Get down!


Jovanotti




mercoledì 25 febbraio 2026

Il legame intrinseco tra il cristianesimo e la storia europea

L’identità europea può essere compresa e promossa solo in riferimento alle sue radici giudaico-cristiane. Il fine di proteggere l’eredità religiosa di questo continente, però, non è semplicemente quello di salvaguardare i diritti delle sue comunità cristiane, né si tratta in primo luogo di preservare particolari abitudini o tradizioni sociali, che comunque variano da un posto all’altro e nella storia. È soprattutto un riconoscimento di un fatto. Inoltre, tutti sono beneficiari del contributo che i membri delle comunità cristiane hanno dato e continuano a dare per il bene della società europea. Basti ricordare alcuni sviluppi importanti della civiltà occidentale, specialmente i tesori culturali delle sue imponenti cattedrali, l’arte e la musica sublime e i progressi nella scienza, per non parlare della crescita e della diffusione delle università. Questi sviluppi creano un legame intrinseco tra il cristianesimo e la storia europea, una storia che deve essere apprezzata e celebrata.

In modo particolare, penso ai ricchi principi etici e ai modelli di pensiero che costituiscono il patrimonio intellettuale dell’Europa cristiana. Questi sono essenziali per salvaguardare i diritti donati da Dio e la dignità inerente di ogni persona umana, dal concepimento fino alla morte naturale. Sono fondamentali anche per rispondere alle sfide presentate da povertà, esclusione sociale, privazione economica, come anche dalla crisi climatica, dalla violenza e dalle guerre in corso. Assicurare che la voce della Chiesa continui a essere udita, non ultimo attraverso la sua dottrina sociale, non significa ripristinare un’epoca del passato, ma garantire che risorse fondamentali per la cooperazione futura e l’integrazione non vadano perse.

Discorso ai membri del gruppo "European conservatives and reformists" del Parlamento europeo, 10 dicembre 2025

Leone XIV