sabato 31 gennaio 2026

La sedia

In un villaggio della Spagna, la figlia di un uomo chiese al sacerdote di recarsi a casa sua per un momento di preghiera con suo padre che era molto malato.

Quando il sacerdote arrivò nella povera casa, trovò l'uomo nel suo letto, con due cuscini per tenergli sollevata la testa.

C'era una sedia di fianco al suo letto, per cui il sacerdote pensò che l’uomo sapesse che sarebbe venuto a trovarlo.

“Suppongo che lei mi stesse aspettando!” gli disse.

“No, chi è lei?”, chiese l'uomo malato.

“Sono il sacerdote che sua figlia ha chiamato per pregare un po’ con lei. Quando sono entrato, ed ho notato la sedia vuota di fianco al suo letto, ho supposto che lei sapesse che sarei venuto a visitarla”.

“Ah sì, la sedia… Non le spiace di chiudere la porta?” disse l’uomo malato.

Il sacerdote, sorpreso, chiuse la porta.

L'uomo malato gli disse: “Questo non l'ho mai detto a nessuno, ma io ho trascorso tutta la mia vita senza sapere come pregare. Quando andavo in chiesa, ascoltavo con attenzione quello che veniva detto circa la preghiera, su come si deve pregare e sui benefici che essa porta… ma tutto questo… non so… sempre mi entrava da un orecchio e mi usciva dall’altro. E io non sapevo proprio come fare. Per cui, molto tempo fa, abbandonai completamente la preghiera. 

Ho continuato così, dentro di me, fino a circa quattro anni fa, quando - conversando con il mio migliore amico - mi disse: «Giuseppe, la preghiera è semplicemente avere una conversazione con Gesù. Ti suggerisco di fare così: prendi una sedia, ti siedi, e metti un’altra sedia vuota davanti a te. E poi, con la fede, guardi Gesù seduto davanti a te. Non è una scemenza far così, dato che Lui ci disse: «Io sarò sempre con voi». Poi parlaGli ed ascoltaLo, allo stesso modo in cui ora lo stai facendo con me».

Così feci una volta, e mi è talmente piaciuto che - da allora - ho continuato a farlo per almeno un paio d'ore al giorno. Naturalmente sto ben attento a non farmi vedere da mia figlia... altrimenti mi rinchiude subito in un manicomio”.

Il sacerdote provò una grande emozione, ascoltando tutto questo, e disse a Giuseppe che ciò che egli stava facendo era molto buono e non avrebbe mai dovuto smettere di farlo. Poi pregò con lui, gli impartì la benedizione e tornò alla sua parrocchia.

Due giorni dopo, la figlia di Giuseppe chiamò il sacerdote per dirgli che suo padre era morto. 

Il sacerdote le chiese: “È morto in pace?”.

“Sì! Stavo uscendo di casa, verso le due del pomeriggio, e lui mi chiamò a sé. Andai da lui e lo vidi nel suo letto. Mi disse che mi amava molto, e mi diede un bacio. Quando ritornai dalle commissioni, un'ora dopo, lo trovai già morto. Ma c'è qualcosa di strano nella sua morte: proprio prima di morire, si avvicinò alla sedia che era di fianco al suo letto ed appoggiò la testa su di essa, ed è così che l’ho ritrovato. Cosa può significare, secondo lei, tutto questo?”

Il sacerdote, profondamente commosso, si asciugò lacrime di emozione e le rispose: “Magari tutti noi potessimo andarcene in questo modo!”.

Lettera sulla Libertà

La parola «libero» è diventata per molti qualche cosa di nebuloso in cui non scorgono nulla di distinto. Ma proprio su questo punto è importante veder chiaro: metteremo dunque da parte ciò che è soltanto espressione verbale o sentimento. Bisogna guardare attentamente, distinguere con chiarezza. Non bisogna girare attorno ai problemi: con tale sistema non si approda a nulla in questa questione. Piuttosto vogliamo cercare una risposta soddisfacente alla domanda: chi è libero? Quando qualcuno ha il diritto di dirsi libero? Si tratta di schizzare il ritratto dell'uomo veramente libero. In questa nostra esposizione scarseggeranno i motivi d'effetto; ma non ce ne lasceremo turbare. Ciò che è molto « caricato » non è sempre schietto; cela dietro di sé una gran parte di inganno. Noi vogliamo fare un buon lavoro, un lavoro d'artigianato: schietto e duraturo.

Cominciamo dagli elementi più prossimi: si chiamerà libero un uomo che può fare ciò che vuole; se ha la libertà esteriore di prendere decisioni, di muoversi. Accade a qualcuno che superiori e congiunti gli facciano prescrizioni su ogni cosa. Sotto questo punto di vista naturalmente egli non è libero. Vuol fare un viaggio e non può, gli piacerebbe far parte di un gruppo ma gli è proibito; si occuperebbe volentieri di un lavoro nel modo che ritiene giusto e deve farlo a modo degli altri; si sente inclinato per una data professione, ma non può abbracciarla... tutto questo è mancanza di libertà e può pesare molto.

Ancor più pesante diventa la mancanza di libertà se quelli che ci stanno intorno hanno opinioni e principi diversi dai nostri. Questo può accadere a ciascuno e ovunque. Non è capito, lo si respinge, gli si vuole imporre un'opinione, ciò che gli sta a cuore non è preso sul serio, ciò a cui egli mira viene messo in ridicolo, si cerca di costringerlo a una compagnia cui egli ripugna,  gli si vogliono imporre modi, piaceri, vestiti, che egli non ama... E chi lo opprime così può essere la società, o l'ambiente di lavoro, la famiglia o il collegio o altro ancora. Ciò può trasformarsi in una vera e propria tirannide; e proprio le persone che pretendono per sé ogni libertà sono spesso, di fronte agli altri, della massima indelicatezza. Se poi uno è di natura arrendevole o si intimidisce facilmente, può arrivare al punto di perdere totalmente la propria indipendenza. La critica permanente gli toglie la fiducia in sé stesso, non pensa più colla sua testa ma con quella altrui. Gli torna gradito, trova bello e brutto, giusto e ingiusto, nobile e disprezzabile, non più ciò che il suo cuore gli dice esser tale, ma ciò che gli altri lo costringono ad accettare. Finché finisce per perdere non solo la libertà esteriore ma anche quella interna.

Tale schiavitù è molto diffusa. Alcuni sono immersi in essa più profondamente, altri meno. Tuttavia tutti abbiamo a che fare con essa, perché ciascuno si trova legato in relazioni che non può cambiare. Sta in una famiglia e deve prendere i congiunti così come sono; nella scuola egli non può scegliere i compagni di classe, il maestro, le istituzioni, ma deve accordarsi con quelle già esistenti; egli sta nella professione, in ufficio, nel laboratorio, in determinati rapporti coi compagni di lavoro, rapporti che non può spezzare. Così ciascuno, in qualsiasi maniera, sente la pressione della schiavitù esterna. Ma quando possiamo dire che uno è completamente libero? Solo nel caso che egli possa andare e venire come vuole, lavorare a ciò che ritiene opportuno, indirizzare la sua vita come gli pare, se è circondato da persone che rispettano le sue vedute... in una parola se è signore delle sue decisioni e dei suoi movimenti. Questa è libertà e vale la pena di lottare per raggiungerla. Ci sono, sì, delle situazioni nelle quali non c'è nulla da cambiare, ci sono dei rapporti in famiglia, a scuola e nella società ai quali ci si deve adattare. Ma nella giusta maniera, così che rispetto e amore del prossimo non siano conculcati. E si possono anche ottenere grandi risultati. Prima di tutto dobbiamo tener fede a noi stessi. Se uno, per esempio, vuole dedicarsi a una data professione e trova delle opposizioni, deve prima di tutto cercare di far luce in se stesso: che  cosa voglio io? perché? Ciò fatto si metterà all'opera con costanza, lasciando cadere la parola giusta al momento giusto. Nello stesso tempo si impegnerà nel lavoro e a casa perché i genitori vedano che è bene intenzionato; in tutta la sua condotta si darà da fare in modo da vincere ogni opposizione in forza delle sue buone disposizioni. Qualcuno forse penserà che tutto questo sia « diplomazia » e prova di insincerità e che invece si debba dir chiaro ciò che si vuole e basta. Non è così! Significa semplicemente avere una volontà illuminata dalla ragione, consapevole dei propri scopi, significa impiegare il mezzo buono per una causa buona. Con un modo di procedere grossolano, con l'intransigenza delle cosiddette « esigenze imprescindibili », attraverso la ribellione e il baccano si hanno pochi vantaggi e si fomenta invece la discordia e il malcontento. Certo si danno situazioni in cui non ci possono essere dubbi: si tratta della mia anima, dell'integrità della mia stessa vita, dell'opera e della professione adatta a sostenerla.

Allora può rendersi necessaria una terza contrapposizione. Ma si deve trattare di una cosa realmente importante, e bisogna avere prima provato ogni altro mezzo senza ottenere niente. E tale lotta deve essere condotta con cuore puro. Ci è già capitato molte volte che qualche cosa ci apparisse enormemente importante eppure non era se non un'infatuazione. Qualcuno ha potuto credere che tutta la sua vita dipendesse dal raggiungimento di un dato scopo e dopo breve tempo la cosa gli era diventata del tutto indifferente. Ha creduto di non poter più resistere, di dover uscire ad ogni costo da una data situazione e in seguito ha capito che in realtà aveva voluto solo sottrarsi a degli incomodi doveri. È vero, ci sono dei casi che esigono una prova di forza, però, in generale, possiamo ottenere risultati apprezzabili, se persistiamo in un atteggiamento tenace, se ad ogni occasione facciamo un nuovo tentativo, non trascurando però di compiere accuratamente il nostro dovere e di sforzarci per andare avanti. E arriviamo anche a un punto dove non è possibile cambiar niente. Bisogna fare buon viso e sottomettersi all'inevitabile.

Particolarmente necessaria diventa la lotta quando si tratta di difendere le nostre convinzioni dalla prepotenza di quelli che ci circondano.  Una cosa soprattutto è necessaria: non lasciarsi confondere. Compagni di scuola, di officina, di fabbrica, colleghi in affari o nell'impiego possono, sì, far pressione su di noi, ma non possono confonderci. Si tratta della libertà. Se sentiamo che qualche cosa per noi diventa di giorno in giorno più importante, dobbiamo farla oggetto di un serio esame, di una più profonda riflessione per capirla meglio, per liberarla da esagerazioni e da falsi modi di vedere; ma poi dobbiamo abbracciarla con tutta la nostra anima, sempre più  a fondo e sempre più forte. Irremovibili! A scuola,  in officina, in ufficio, tutti hanno lanciato i loro frizzi, le piccole conventicole in cui regna il pettegolezzo si sono associate contro qualcuno. Ma costui ha tenuto duro e tutto si è ridotto in niente di fronte al suo cuore tranquillo e alla sua decisa volontà.

La libertà esterna, quella che ora ho descritta,  è preziosa. Specialmente se l'abbiamo ottenuta con sforzo personale. Ma essa è solo il primo passo nel regno della libertà. Ora porterò esempi di fatti che tu stesso puoi già aver osservato: ecco uno che ha la libertà esterna, almeno quanto ne potrebbe ragionevolmente desiderare. Egli deve solo seguire una certa regola, e nient'altro gli si frappone nel cammino. Può fare e non fare ciò che vuole, può vivere coi suoi amici, può occuparsi di ciò che gli piace. Forse non deve nemmeno prendersi cura dell'andamento della casa: fa quello che gli pare. Legge ciò che gli capita tra le mani, nessuno interferisce nelle sue opinioni: in poche parole, egli è libero di fare ciò che vuole. Ora accade, per esempio, che un certo modo di dire sia di moda: in classe o nel gruppo tutti lo ripetono, ed egli pure! Viene di moda una nuova cravatta, un modo di dare la mano e di salutare: egli non considera forse nemmeno l'utilità e la necessità della cosa, ma vuol fare la figura di una persona elegante, di un «iniziato», come si suol dire, e fa ciò che fanno gli altri. Che tipo di libertà è mai questa?

Consideriamo un altro caso: un libro diventa di moda! Non faccio nomi, puoi pensare da te a quanti ce ne sono in circolazione. Uno lo legge e, invero, qualche cosa in lui si ribella. Il libro gli sembra esaltato, non spontaneo, sente risuonare delle parole grosse e avverte che dietro di esse non c'è niente di giusto; ha l'impressione di qualche cosa di ambiguo, di un'ibrida mescolanza tra cose pulite e meno pulite. Ma il libro ha in breve un enorme successo, tutti ne parlano, ed egli continua a leggerlo e lo trova bello.

Si mette in ridicolo qualcuno. Un compagno di scuola, un maestro o chiunque altro. Il nostro uomo sente la grossolanità di un tale comportamento. Lo sai bene anche tu del resto: quando Guglielmo Raabe vuol indicare che qualcuno ha una straordinaria nobiltà di cuore, racconta che quest'uomo non ha mai messo in ridicolo nessuno! Il nostro uomo sente dunque la volgarità del gesto, ma gli altri ridono ed egli ride con loro.

Nel gruppo qualcuno ha esposta la sua opinione, gli altri sono contrari. Egli avverte bene che in quell'opinione c'era qualche cosa di vero, ma tutti sono contrari e non osa allontanarsi dal loro giudizio, lo segue. E così via. È sempre la stessa cosa: non ci fidiamo di dire la nostra opinione in un'adunanza perché temiamo gli occhi degli altri: ridiamo di un motto contro il quale si rivolta tutto quello che di pulito c'è nel nostro cuore, perché non vogliamo fare la figura degli schizzinosi. Ci vergogniamo di una condotta di vita ispirata alla purezza perché temiamo che gli altri non ci tengano in nessuna considerazione, gli altri, quelli che « hanno esperienza »... È libertà questa?


Certamente no. In questo modo uno può essere libero esteriormente, come un uccello; di dentro è servo. Servo di chi? Dell'opinione pubblica. Non vogliamo disprezzarla troppo, ha il suo lato buono, in essa si esprime la coscienza di molti, ma quanto c'è anche, in essa, di insensato e di basso, quanta grettezza! E’ lo stesso se si tratta di opinione pubblica di una città o di una scuola, di una classe o di un gruppo. Un uomo pratico della vita pubblica mi parlava una volta di certe sue esperienze: finché prendiamo le persone una per una, singolarmente, sono tutti tipi normali, ma se ce ne sono cento insieme, il diavolo è in mezzo a loro. C'è molto di vero in questa osservazione. Se uno è solo sa che a lui spetta la responsabilità dei suoi atti; la sua coscienza è sveglia, ma appena si è in molti ciascuno scarica la propria responsabilità sul vicino. Ciascuno si lascia trascinare. Con quale risultato? La folla è irresponsabile. E, per lo più, il tono non le è dato dai migliori, dalle persone serie e disciplinate, ma da coloro che sanno gridare più forte e che sanno dire in modo più persuasivo ciò che a tutti fa piacere. Chi vuole essere libero, dunque, deve liberarsi dalla « schiavitù dei molti ».

Ma si può anche « essere schiavi dei pochi ». Talvolta tutta una classe, tutto un gruppo è dominato da una piccola fazione oppure anche da un solo individuo. Ciò si verifica spesso nella vita, nella professione, nel partito. Quest'uno o questi pochi intendono dare espressione a ciò che essi vogliono, essi hanno una forte volontà, ma talvolta anche un'anima senza rispetto che non si perita di impadronirsi di tutto ciò che capita, e così riescono a dominare. Può darsi che un uomo di tal genere tenga un altro in suo assoluto potere. Il suo amico parla come lui, si comporta come lui, dà ascolto solo a lui, si regola in tutto sul suo esempio. Questa non è amicizia, bensì schiavitù.

Anche qui bisogna difenderci. Ci manterremo fedeli a un uomo di provato valore senza però perdere la nostra indipendenza. Quasi per ogni amicizia viene il momento in cui essa minaccia di trasformarsi in schiavitù: ne possono derivare momenti difficili, malintesi, lotte, ma bisogna infrangere i legami che si vanno facendo troppo serrati. È un modo di provare se l'amico è veramente tale o se non pretende che a un assoluto predominio. Anche chi ha tutte le buone intenzioni di realizzare una vera amicizia, non capirà al primo momento che cosa significhi il fatto che l'altro tenti, almeno in apparenza, di liberarsi. Ma se il suo amico gli è veramente caro, subito gli appare chiaro che non lo deve perdere; e allora gli lascerà la libertà che egli chiede, e finirà così per riconquistarlo. Ma chi ha la smania di dominare non vuole ciò; egli vuole che il suo amico gli resti soggetto, si oppone al suo desiderio di libertà, gli porta rancore, lo accusa di infedeltà. Nel gruppo avviene spesso qualche cosa di simile. Il vero uomo vuole una persona libera per amico, non uno schiavo; vuole dirigere uomini liberi e non greggi. Così tanto è contento quanto più decisamente gli altri fanno valere il loro proprio essere.

Non dimentichiamoci che si può essere schiavi anche delle cose, non solo degli uomini. Una ghiottoneria può renderei tanto golosi da farci dimenticare tutto il resto. Qualcuno vede un oggetto da viaggio, una bicicletta, una barca pieghevole, e le vuole ad ogni costo. Un francobollo raro, una pietra preziosa, un libro, un quadro intende che sia suo, e non ha pace finché non l'ottiene. Qualsiasi cosa può dunque ridurre l'uomo suo schiavo: « casa, campo, servo, ragazza, bue, asino » e tutto ciò che può essere proprietà dell'uomo. Tale attaccamento può rendere il nostro cuore del tutto inquieto, può rubargli ogni gioia, può anche dare una piega cattiva alla nostra condotta. Quando poi qualche cosa è nostra, l'attaccamento ad essa può diventare tanto forte da non permetterci di separarcene, anche a costo di gravi amarezze per gli altri; anche se, privandocene, avremmo potuto dare una grande gioia a qualcuno. Chi ha queste disposizioni, diventa schiavo della cosa. « Beato l'uomo che non va dietro all'oro », dice la Sacra Scrittura, « e che non volge il suo animo al denaro e alle cose preziose. Egli si fa conoscere da noi e noi lo esalteremo perché in verità ha compiuto qualche cosa di grande nella vita ».   È diventato un uomo libero!

Si tratta di spezzare questa schiavitù anche a costo di diventare duri contro sé stessi. Sì, lo dobbiamo, altrimenti non potremo procedere oltre. Attenersi al più rigoroso criterio di giustizia anche nelle minime cose; dare volentieri e volentieri aiutare gli altri. E se si avverte che il vincolo diventa troppo forte, allora non resta altro che sacrificare ciò che ci lega tanto profondamente.

Chi può fare ciò che vuole è, dunque, ancora molto lontano dall'essere libero. Per realizzare tale condizione deve essere anche indipendente da uomini e cose; deve tener fede alla propria coscienza, al proprio giudizio, a quelle inclinazioni che dipendono dalla sua essenza. L'uomo interiore deve dominare in lui l'esterno, l'ambiente, i rapporti, le cose, il possesso, e le proprietà.

Ma dobbiamo andare ancora più a fondo con le nostre considerazioni. Noi sentiamo che un uomo è indipendente nelle sue decisioni, anche internamente, se egli agisce davvero come gli pare giusto. Ma talvolta lo invade una tale ira che egli stesso non si riconosce più. Allora dice cose di cui più tardi si pente amaramente, fa torto agli altri, grida e insulta: è libero costui?... Un altro è vanitoso, parla spesso di sé, sa sempre dirigere il discorso sulle cose nelle quali si sente versato, tende le orecchie subito se si viene a parlare di lui, in ogni cosa sente rimprovero o lusinga, sta sempre all'erta per sapere che cosa gli altri pensino di lui. È libero? Per un terzo individuo la passione diventa talvolta tanto ardente che egli non si domina più, dice cose che non vorrebbe dire, si comporta in modo sconveniente. È libero? Gli esempi si potrebbero moltiplicare. In qualcuno sarà dominante la ghiottoneria, in un altro la cocciutaggine, in un terzo l'invidia, in un quarto l'orgoglio. Passioni, istinti, abitudini sono radicati in costoro e li legano. Possiamo chiamarli liberi? All'esterno sì, ma internamente? Un tale uomo forse saprà affermarsi nel mondo, ma dentro di sé resta schiavo.

Dunque nell'uomo stesso, nel suo proprio intimo, si trovano in certo qual modo due uomini; uno tutto interiore, e questo è l'uomo propriamente detto, e un secondo, esteriore, che è sostenuto dalle passioni e dagli istinti. Passioni ed istinti non sono forze cattive, anzi sono preziosi; la passione è una forza, l'istinto è una forza. L'uomo irascibile è focoso anche quando si tratta di impegnarsi in una grande causa: il passionale ha slancio ed entusiasmo per ciò che è nobile; chi è attaccato ai beni conosce il valore delle cose ed è un buon amministratore; chi è geloso si tien caro l'amico; e così via. Queste forze sono tutte preziose, ma cieche. Esse possono anche distruggere, confondere, asservire, se l'uomo interiore che è in noi non riesce a mantenere libera la nostra coscienza. Egli deve essere signore delle passioni e dell'istinto, deve domarli, ordinarli, renderli utili. Allora agiscono beneficamente, come il calore del fuoco, se è bene utilizzato.

Libero è soltanto colui nel quale l'uomo interiore domina sull'esterno, la coscienza e la libertà del cuore sull'istinto e sulla passione. Questa solo è la vera libertà: la libertà morale. Essa fa sì che l'uomo viva in armonia con la sua più profonda essenza: la coscienza. Essa fa sì che la coscienza, e quindi Dio, dirigano ogni nostra azione, essa permette che l'uomo diventi una persona.

Quando dunque un uomo è degno di essere detto libero? Se è, all'esterno, signore delle sue decisioni. Se si rende indipendente dagli influssi degli uomini e delle cose, e se si comporta secondo i dettami che gli vengono dal di dentro. Ma prima di tutto, se ciò che vi è di più profondo in lui, la coscienza, è signora su tutto il mondo delle passioni e degli istinti. La prima specie di libertà vale ben la pena che si lotti per conquistarla: serve a preparare la strada, ma resta un fatto esteriore. Più importante è il secondo tipo di libertà; essa è già riposta in una zona profonda di noi; senza di essa la prima non ha valore. Essa rende libero l'uomo in funzione della realizzazione della sua essenza, cosicché egli non vive e non si comporta come il suo ambiente, ma come lo esige il suo proprio essere: lo fa essere se stesso; fa sì che egli senta, come sta in lui di sentire; pensi, come a lui pare evidente; si comporti, come ritiene giusto; fa sì che l'uomo in tutto il suo essere esprima l'immagine dell'essenza che è in lui riposta. Solo questa seconda libertà dà valore alla prima. Ma il terzo tipo di libertà, la più intima, ha un valore veramente decisivo, se l'uomo si apre il varco verso la libertà morale; se la sua coscienza, voce di Dio in lui, ha il predominio, e non l'istinto, la passione, l'egoismo; se egli diventa una persona, se la coscienza è al servizio di Dio, e se domina tutto in nome della volontà di Dio; allora soltanto l'uomo è veramente libero. Poiché essere libero significa appartenere a se stesso, essere uno con se stesso. Ma il mio «io» vero e proprio è la coscienza; ad essa deve appartenere tutto, ed io devo diventare uno con essa, se ho da esser libero. Solo questa libertà dà a quella esterna il suo valore; poiché fa sì che si tratti di libertà umana e non di quella che può avere anche un uccello. Essa conferisce anche al secondo tipo di libertà il suo valore, perché fa sì che si tratti della libertà degna di un figlio di Dio, e non di un puro sfogo di forze naturali. Solo essa rende ogni forza e ogni istinto nobile e fruttifero.

Ma dunque l'uomo è, già per natura, libero? No, deve diventarlo. Si trova come a un bivio; può andare a destra o a sinistra, come vuole. Ma la vera e propria libertà, quella dello spirito, deve essere conquistata. E a prezzo di una tenace lotta infinitamente ardua. È strano: osservando più da vicino quelli che parlano tanto di libertà, si nota spesso che del suo vero essere ne sanno ben poco. Quelli che sanno veramente che cos'è la libertà, quelli che realmente aspirano ad essa ed hanno provato, nella dura lotta, quanto poco l'uomo la possegga, non ne parlano molto.

Ma come vi si perviene? Tre sono le vie per arrivare alla libertà: la conoscenza, la disciplina e l'unione. «La verità vi renderà liberi», ha detto il Signore. Uno sta tanto più profondamente radicato nella schiavitù quanto meno egli sa di essere schiavo. Se la situazione comincia a farglisi manifesta, è già incrinata in qualche parte. Chi per esempio partecipa della mancanza di cuore comune anche agli altri, così, senza rifletterci, è tutto legato in questa situazione. Chi consente con tutta naturalezza alle pazzie della moda, chi fa proprie le parole ad effetto e le opinioni pubbliche, i cattivi costumi e le cattive abitudini dei compagni di scuola, dei colleghi di lavoro, o degli amici, naturalmente non se ne libera. Ma se in seguito ad un avvenimento o ad una parola comincia a capire quanto servile sia il suo comportamento, quanto ingiusto sia il suo giudizio, o quanto cattiva sia una usanza, allora può darsi che gli cadano le bende dagli occhi.

Si vergogna, non riesce a capacitarsi di come abbia potuto comportarsi ed essere in quel modo. Le tenebre si sono squarciate e si apre il cammino verso la libertà. Egli vede qual è la situazione e dove è necessario che si impegni. Innanzitutto, egli deve vedere chiaramente in se stesso. Non basta solo sapere: «sono scortese verso gli altri». Ci si deve chiedere: perché lo sono? E verso chi? Forse si renderà conto che ciò che gli faceva sembrare qualcuno antipatico, così da renderlo scortese verso di lui, non era che una celata gelosia o una segreta invidia. Non basta sapere: « sono negligente nel mio lavoro ». Ci si deve domandare: perché? Forse è semplicemente pigrizia bell'e buona: ma può essere anche stanchezza. Però bisogna vedere se questa non sia a sua volta causata dalla sregolatezza della propria vita: forse ci si corica troppo tardi, mandando avanti contemporaneamente ogni sorta di lavoro. Non basta soltanto sapere: « sono irascibile verso gli altri, duro nel giudizio, impaziente verso chi mi sta vicino ». Bisogna chiedersi: perché ? Forse ci si accorge che  in ultima istanza, tutto proviene dalla passione; che vive in noi un istinto non domato che ci rende scontenti.

Si tratta di capire se stessi: quali sono nei miei rapporti esterni i legami che posso trascurare senza ledere nessun dovere? Dipendo io dagli uomini in quanto cerco di imitarli, ne ho paura, sono vanitoso? Sono schiavo delle cose per la mia avidità, la mia cupidigia? Sono schiavo della mia natura per le mie passioni, le mie manchevolezze, la mia sregolatezza? Quali sono i miei difetti predominanti? Come si manifestano? Ci si deve lentamente fare un'idea di se stessi; soprattutto è opportuno riflettere subito, appena qualche cosa è accaduta. Per esempio dopo uno scontro, o dopo un alterco, ci si chieda: «Come siamo arrivati fin qui? In che cosa ho avuto torto?». Ma bisogna avere il desiderio sincero di vedere la realtà! Non dobbiamo permettere che la nostra vanità giri la cosa in modo da farci apparire innocenti. Un filosofo ha detto: «Quando la memoria afferma: tu hai fatto questo, l'orgoglio risponde: non posso averlo fatto. E la memoria si sottomette». Ma vediamo un po' come stanno le cose! Che cosa c'è in me che ha potuto portarmi tanto oltre? Abbiamo commesso qualche cosa di ingiusto; allora dobbiamo usare di una certa energia nei nostri confronti e chiederci: come mai sono a questo punto? Questo è già accaduto altre volte? C'è in me qualche cosa che mi spinge a ciò? Dopo un insuccesso interroghiamoci: che cosa non ha funzionato? A che cosa ne devo attribuire la colpa? A sventatezza, disordine, debolezza, incertezza? In tanti momenti la coscienza è più sveglia, lo sguardo più lucido, la voce interiore più chiara: bisogna approfittare. Oppure si passi in rassegna alla fine di un mese, di un semestre, ecc., il tempo trascorso e domandiamoci seriamente: come è andata? E in che cosa ti sei comportato bene? Dove hai mancato? Il lavoro come l'hai svolto? Qual è stata la tua condotta verso i famigliari, i genitori, i maestri, i superiori, i sottoposti? Possiamo anche servirci a questo scopo dell'esame di coscienza che precede la confessione, possiamo prendere di mira in noi, per un certo periodo di tempo, un dato difetto. Con tutto ciò non intendo certo dire che dobbiamo essere sempre intenti a guardarci e osservarci e analizzarci. Questo sconvolgerebbe il nostro animo. L'inquietudine che dappertutto vede peccato; la scrupolosità che in ogni caso ci fa pensare di essere colpevoli, è forse ancora più cattiva che la cecità disinvolta, poiché altera la coscienza e la rende incerta. Ma è necessario voler vedere chiaro. Perciò dobbiamo di tempo in tempo esaminarci. Ma con tutta sincerità, con occhio acuto che vuol vedere davvero, e chiama senza esitare cattivo ciò che è cattivo, e importante ciò che è importante, che non vuole scusare ed abbellire, ma cerca la luce. Di qui procede quella verità, che rende liberi.

Ma la pura teoria non è ancora niente, ci vuole anche la pratica: disciplina e sacrificio. La vera libertà si genera e cresce solo dalla disciplina. Se qualcuno ti parla della libertà e ti accorgi che questa non procede in lui dalla disciplina, non credergli. È un inganno, anche se le parole suonano tanto grandiose. Noi siamo liberi di diritto, non di fatto. Per libertà, io intendo dunque la libertà spirituale, non solo il fatto di poter andare a destra o a sinistra secondo il proprio gradimento. Ora dipende dalla disciplina che noi conquistiamo o meno tale tipo di libertà, ma da una disciplina onesta e sincera la quale implica una lotta costante condotta giorno dopo giorno contro i vincoli esterni e soprattutto interni, e un costante sforzo di vincere se stessi. Ma non dobbiamo proporci di fare troppo; poche cose, forse una sola, bastano. Basta per esempio proporsi di lavorare con coscienza e di dedicare ogni attenzione al raggiungimento di questo scopo. Se faremo dei miglioramenti, in questo campo particolare, le conseguenze si rifletteranno anche in tutti gli altri perché l'uomo è un tutto vivente. Si può esprimere il nostro proposito anche in modo più preciso: io voglio svolgere con più impegno il mio lavoro di scuola, o quello domestico. Noi dobbiamo volere qualche cosa di ben chiaro e determinato. Alla sera esaminiamo quello che abbiamo saputo realizzare (esame di coscienza), alla mattina rinnoviamo il proposito. Sosteniamolo per un certo tempo finché ci accorgiamo che si è intimamente rafforzato. Ma poi cambiamo e prendiamo di mira qualche altra cosa. I propositi perdono di forza col tempo, ci si abitua ad essi: perciò dobbiamo proporcene qualcuno nuovo ogni tanto, e così riprenderemo nuovo slancio.

Questa è vera disciplina: attaccare con forza, combattere valorosamente, spingere sempre più oltre i propri tentativi. E preparati subito per una lotta lunga. Le inezie, per esempio, qualche sgarberia, le puoi presto estirpare. Ma i veri difetti sono così profondamente radicati nell'uomo che impiegherai anni per venirne a capo. Può anche darsi che, da principio, si verifichi un vero e proprio peggioramento. Finché lasciamo andare la cosa per il suo verso non avvertiamo in modo particolare la gravità della situazione, ma  se ci decidiamo ad occuparcene decisamente, nell'anima tutto si mette in movimento. Rilevare il nostro difetto e combatterlo significa talvolta proprio portare a una fase di violenza esplosiva la forza dell'errore. Allora si tratta di non esitare e di saper resistere.

Su una cosa in particolare vorrei richiamare l'attenzione: può darsi che non si facciano progressi. Ancora e sempre gli stessi errori, così che il coraggio sta per cedere. Ma dobbiamo conoscere l'essenza dell'uomo: può darsi che pur non avanzando in ciò che ci siamo proposti, miglioriamo, per compenso, in qualche altro campo. Può darsi, per esempio, che uno lotti per un certo tempo con la sua iracondia, e non ne venga a capo; ma, senza accorgersene, diventa più gentile verso gli altri. Proprio il fatto che egli ha dovuto lottare tanto duramente ed ha tanto profondamente sentito la sua debolezza, lo ha portato a questo risultato. Un altro si sforza di diventare più ordinato o più accurato nel lavoro, e fallisce sempre. Ma, senza accorgersene, riesce a dominare una passione. La lotta continua da lui sostenuta per diventare ordinato, gli ha dato forza e così non si lascia più trascinare dall'istinto. Nella vita interiore tutto si armonizza. Ciò che si è realizzato in un campo si estende anche all'altro. Perciò non perdiamoci mai di coraggio!

È necessaria anche un'altra specie di disciplina: l'ordine. Può parere strano dire che la libertà viene dall'ordine, quando ci si è abituati a vedere nel vagabondo senza legami, che vive sempre alla giornata e non si lega a nulla, il più libero fra gli uomini. Ma essere libero significa che il nostro intimo è indipendente dall'esterno, il profondo dal superficiale, l'eterno dall'istante, ciò che è nobile da ciò che è senza valore. Ciò che è nobile, eterno, intimo, deve però essere difeso perché il non valore implicito in ciò che è istantaneo, superficiale ed esteriore non lo sopraffaccia. E questo si realizza per mezzo dell'ordine. Nessuna pedanteria dunque, ma ordine come mezzo per realizzare la libertà di ciò che è in noi di più veramente nostro. Ordine esterno, prima di tutto: sulla tavola, nella camera, nell'armadio. Se è un fatto abituale per qualcuno che tutte le sue cose siano mescolate alla rinfusa, come se carte e matite e libri avessero gambe e corressero sempre nei posti che non sono loro assegnati, egli non è signore di quanto lo circonda. E ciò perché il disordine è insito proprio in lui: in lui tutto si rimescola alla rinfusa. Lottare per l'ordine significa dunque per lui lottare per la libertà; una lotta dello spirito contro il disordine nel proprio intimo. Così bisogna anche lottare perché ci sia ordine nel lavoro giornaliero: la levata mattutina, il lavoro, la refezione, il riposo devono accadere a tempo giusto. Senza pedanteria ma con metodo. Chi non riesce a cominciare e a finire al tempo giusto può dire che il suo essere, almeno parzialmente, è schiavo sia dell'ambiente che della società, degli impedimenti come del caso. Dunque ordine nel lavoro: c'è quello che deve essere fatto prima e quello che deve essere fatto dopo. E non a piacere, ma secondo una precisa necessità. Ordine anche all'interno del lavoro: se leggi un libro, leggilo veramente, in tutto il contenuto; non andare a vedere solo come va a finire. Leggi con attenzione le pagine, riga per riga, rifletti sul contenuto, informati su ciò che non capisci o cerca di venirne a capo da solo ponendoti delle domande. Manda avanti un lavoro con scrupolo e non a capriccio. E poi ordine ancora più profondo nel pensiero: penetrare veramente, riflettere su una domanda, non decidere per un moto improvviso bensì dopo una certa riflessione. Ordinare i pensieri, non saltare dall'uno all'altro. Non lasciarsi fuorviare da nuovi estri, ma insistere in una direzione, gradualmente.

Ancora una terza strada porta alla libertà: la comunanza. Però bisogna intendersi subito: è necessario che sia vera «comunanza». La falsa, lo abbiamo già visto, lega col timore, con l'imperio, con la prepotenza. La vera aiuta a procedere verso la libertà. Già il fatto che si debba vivere con altri che sono fatti diversamente ed hanno altre abitudini da noi e che si debba aver riguardo per loro, ci scioglie da certe catene che altrimenti ci legherebbero. Chi va sempre solo, si chiude nel suo proprio io fino a che non può più uscirne affatto. Ma se egli vive con gli altri, si imbatte ora nell'una ora nell'altra realtà particolare. Deve far fronte alla natura altrui, ha sentore di quello che è il loro essere, ne sperimenta l'influsso, cerca di capirlo, si chiede in che cosa gli altri hanno ragione e in che cosa hanno torto, li tiene in considerazione, penetra nella loro essenza per poter istituire un colloquio e una collaborazione. Perciò la sua vista si fa più ampia e più libero il suo intelletto. Gli accade come a un uomo che dal cerchio ristretto della famiglia e della casa esce nel vasto mondo. Egli può certamente soccombere di fronte all'altro e perdere il meglio di sé. Ma questo non deve verificarsi. Chi invece persiste nel proprio essere, ne risulta aumentato: acquista esperienza della vita, diventa capace di giudicare e libero di muoversi.

Non sopravvaluta più se stesso ma vede la propria natura come un modo particolare d'essere uomo tra gli altri modi possibili. Sì, proprio dagli altri, capisce che cosa sia meglio per lui. Quante volte uno capisce che una mancanza è brutta solo se la vede negli altri! Quante volte ci rallegriamo, a ragione, di una buona forza che è in noi se vediamo che gli altri ne sono privi, o se scorgiamo il loro modo di impiegarla! Proprio in opposizione all'indole altrui ci è dato avvertire quale sia la nostra; e ci raccogliamo e cerchiamo di realizzarla sempre più intensamente, se deve affermarsi contro incomprensioni e negazioni.

La migliore comunanza è quella che si ha con il buon amico e camerata. L'essenza dell'amicizia sta in ciò: che si vuole essere l'uno per l'altro, completamente. L'essenza del cameratismo consiste in ciò, che uno vuole avere l'altro collaboratore nella stessa opera. Allora deve osservarlo con sincerità e dirgli se e in che cosa manca. Un'amicizia ha un alto valore se l'uno è sincero nei confronti dell'altro, e questi accetta la sincerità esercitata nei suoi confronti. Io dico che sono amici quelli che quando si rivedono dopo un certo tempo, si guardano ben bene l'un l'altro. Non come spie, di nascosto, ma apertamente. E poi dicono in tutta sincerità: «Questo mi sembra giusto, questo no...».

Un tale genere di sincerità è difficile. È difficile lasciarsi fare delle osservazioni, spesso ci si impenna per una parola. Poiché l'amicizia non è una cosa del tutto semplice: a dispetto di ogni senso di lealtà, predominano sulla buona disposizione ogni sorta di sottili sensazioni: gelosia, celata avversione, eccitabilità e simili elementi torbidi. È come se da un oscuro subcosciente venissero in piena luce nelle zone più elevate dell'anima ogni sorta di cose estranee. Già parecchie amicizie si sono spezzate perché non si è posta attenzione all' « altro uomo » che vive nel nostro intimo, e che si oppone spesso violentemente contro una osservazione, la prende per arrogante presunzione, saccenteria, smania di dominio, ostentazione di superiorità, Allora si decide se l'amicizia ha profondità e fondamento, o se era un puro sentimento superficiale. Ma spesso è anche difficile fare un'osservazione a un amico; non vuol venire alle labbra. Sappiamo bene qual è la nostra stessa situazione, e ci sembrerebbe di fare la parte dei farisei muovendo appunti all'amico; non si vuole essere indelicati. Alcune cose poi sono particolarmente difficili: è più facile esortare uno a calmare la sua testa calda, piuttosto che raccomandargli di attenersi scrupolosamente alla verità, o consigliargli di essere più preciso nelle questioni pecuniarie. Nel primo caso si trattava solo di una passione, nel secondo dell'onore. Ancora più difficile mi sembra dire a qualcuno che egli dovrebbe tenersi più pulito, o mangiare più decentemente; perché in questo genere di cose è più facile diventare suscettibili. Eppure dobbiamo farlo, renderemmo un pessimo servizio all'amico se tacessimo per un riguardo di questa sorta. Rifletti come puoi dire la cosa con riguardo, aspetta il momento giusto e poi avanti con tutta sincerità. Di primo acchito, la cosa non sarà piacevole per lui, ma poi te ne ringrazierà.

C'è ancora qualche cosa che ci può aiutare a conquistare la libertà: lo stesso avversario. È degno di un maestro esser capaci di farne tesoro! A tutta prima, collera, suscettibilità, preoccupazione, desiderio di vendetta, tendono ad ottenebrarci del tutto la vista e ci inducono a veder nell'avversario il diavolo in persona. Ma sai bene che l'odio ha la vista acuta, l'avversione non si lascia ingannare. Chi è capace di utilizzare le osservazioni fatte in loro nome, e sotto la loro spinta, ascolterà molte verità sul suo conto: cose dure, cattive, non certo amichevoli, ma vere! Verità, spesso, espresse in modo più chiaro e completo di quelle che ci dice il miglior amico. Perciò si è potuto parlare del «miglior nemico» che inesorabilmente pone il suo «au aut», che penetra in ogni volontaria illusione, in ogni compiaciuta contentezza di sé: «Così sei tu, bel tipo! Difenditi!». Allora si decide quanto grande sia veramente la nostra sete di libertà e quanto ci sia in noi del tanto proclamato amore alla verità: a seconda di come ci difendiamo. Se uno si preoccupa solo di tener testa all'avversario, e si oppone alla sua critica con mille motivi, ne può trovare in quantità, perché la critica che nasce dall'animosità ha sempre in sé anche qualche cosa di ingiusto, se cerca di dimostrare che il suo nemico è un brutto tipo e che niente c'è in lui se non cattiveria, volgarità, accecamento. Allora ha perso la battaglia anche se costringe l'altro al silenzio. Oppure si difende in modo tale da chiedersi, in ogni momento della sua difesa che pure è legittima: «Perché questo mi colpisce tanto profondamente? E se ci fosse qualche cosa di giusto?». E se la prende a cuore, e cerca di migliorare; allora ha vinto anche se l'altro apparentemente domina il campo. La «comunanza col nemico», ecco una prova di saper affermare la propria volontà di libertà.

Così ci avviciniamo alla libertà. Lentamente, ma avanziamo. Dell'aspetto più profondo della libertà, veramente, non ho ancora parlato: quell'aspetto che consiste nell'esser liberi per Dio. Si tratta di quella particolare situazione per cui un uomo supera a poco a poco l'attaccamento alle cose per poter appartenere a Dio e possedere Dio. Ma ciò richiederebbe una trattazione a sé.

Spunti per la riflessione: in queste lettere non si è insistito oltre sull'argomento ora trattato. Ho pensato che tu non hai più bisogno di incitamenti a questo proposito, però può esser bene ritornarvi sopra ancora. Azione libera e ingiustizia. Del chiedere perdono e del perdonare. Rimediare l'ingiusto. Libertà e fedeltà. Quando la fedeltà è scarsa. Se pensiamo ci spetti qualche cosa di più dagli altri. Libertà e sofferenza. Legami esterni. Dolori. Imperfezioni. Debolezze. Dell'essere di peso agli altri. Sentire gli altri come un peso. I difetti del prossimo. Essere liberi e fare del bene. Gratitudine. Delicatezza.

Lettere sulla autoformazione, Ed. Morcelliana, p. 102 - 124

Romano Guardini


giovedì 29 gennaio 2026

Il vescovo e la sua comunità

Ignazio, detto anche Teoforo, alla santa chiesa, amata da Dio, Padre di Gesù Cristo, che si trova a Tralle in Asia e che, eletta da Dio e di lui degna, ha pace nel corpo e nell'anima per la passione di Gesù Cristo, nostra speranza, in attesa di risorgere in lui. La saluto nella pienezza dello spirito, secondo l'uso apostolico, e le auguro ogni bene.

So che mostrate sentimenti irreprensibili e siete saldi nella prova, non per opportunismo, ma per una educazione che in voi e ormai diventata connaturale. Me lo disse appunto il vostro vescovo Polibio quando venne a Smirne per volontà di Dio e di Gesù Cristo. Egli ne gioì con me, incatenato per Gesù Cristo, ed io potei contemplare nella sua persona tutta la vostra comunità. Ricevendo per mezzo suo prova della vostra benevolenza secondo Dio, resi gloria al Signore per avervi trovati, come già sapevo, suoi imitatori.

Infatti siete sottomessi al vescovo come a Gesù Cristo, e perciò non vivete secondo gli uomini, ma secondo Gesù Cristo che è morto per noi. Credendo nella morte di lui, sfuggite alla morte. È necessario che, come già fate, nulla facciate senza il vescovo e che siate sottomessi anche al collegio presbiterale come agli apostoli di Gesù Cristo, nostra speranza, per essere trovati in comunione con lui.

È necessario che anche i diaconi, quali ministri dei misteri di Gesù Cristo, siano accetti a tutti in ogni cosa: non sono infatti ministri di cibi o di bevande, ma della Chiesa di Dio, e devono perciò tenersi lontani da qualsiasi colpa come dal fuoco.

Da parte loro, tutti rispettino i diaconi come Gesù Cristo, onorino particolarmente il vescovo, che è immagine del Padre, e i presbiteri quali senato di Dio e assemblea degli apostoli. Senza di essi non si può parlare di chiesa.

Sono certo che queste sono le vostre disposizioni al riguardo. Nella persona del vostro vescovo ho accolto e ho tuttora presso di me l'immagine della vostra carità: il suo modo di comportarsi è un grande insegnamento e la sua dolcezza una forza.

Dio si manifesta in molti modi al mio spirito, ma vado cauto nel parlare di ciò per non perdermi, cadendo nella vanagloria. Proprio adesso devo maggiormente temere, né intendo prestare orecchio alle lodi. Coloro che mi lodano, mi flagellano. Certo desidero soffrire, ma non so se ne sia degno. La mia impazienza non si manifesta ai più, ma mi tormenta senza tregua. Ho bisogno di umiltà con la quale si sconfigge il principe di questo mondo.

Vi scongiuro, non io ma l'amore di Gesù Cristo: nutritevi solo della sana dottrina cristiana e tenetevi lontani da ogni erba estranea, qual è l'eresia. Ciò avverrà se non vi lascerete gonfiare dall'orgoglio e non vi separerete da Gesù Cristo Dio e dal vescovo e dai comandi degli apostoli. Chi sta all'interno del santuario è puro; ma chi ne è al di fuori, è impuro. In altri termini: chiunque compie qualche cosa senza il vescovo, il collegio dei presbiteri e i diaconi, non agisce con coscienza pura.

Non già che abbia riscontrato in voi queste cose: ma scrivo per premunirvi, come figli amatissimi.

Lettera ai cristiani di Tralle (cc. 1,1 - 3,2; 4, 1-2; 6,1; 7,1 - 8,1)

Sant'Ignazio di Antiochia



Diventa cielo

Là fuori

oltre a ciò che è giusto e sbagliato

esiste un campo immenso.

Ci incontreremo lì.

La brezza del mattino ha segreti da dirti.

Non tornare a dormire.

L’anima è come uno specchio nitido,

il corpo è la polvere che lo ricopre.


Non si distingue la bellezza che è in noi

perché siamo sotto la polvere.

Il modo in cui ami è il modo in cui Dio sarà con te.

Solo dal cuore puoi toccare il cielo.


Felice il momento quando sediamo io e te nel palazzo,

due figure, due forme, ma un’anima sola, tu e io.


Nel momento in cui accettiamo i problemi

che ci sono stati assegnati,

le porte si aprono.


Non sei una goccia nell’oceano.

Sei l’intero oceano in una goccia.

In un giorno in cui il vento è perfetto,

basta solo spiegare le vele e il mondo si riempie di bellezza.

Oggi è un giorno come quello.

Se hai la passione per la sacra felicità,

getta via la tua arroganza e diventa un ricercatore di cuori.

Muoviti, ma non muoverti nel modo in cui la paura ti muove.


La luce della luna inonda l’intero cielo da un orizzonte all’altro;

quanto può riempire la tua stanza dipende dalle tue finestre.


Sei nato con ideali e sogni.

Sei nato con la grandezza. Sei nato con le ali.

Non sei stato concepito per strisciare, quindi non farlo.

Hai le ali. Impara a usarle e volare.

Diventa cielo.

Prendi un’ascia e rompi le pareti della tua prigione.

Fuggi.


Quando io sono con te, stiamo svegli tutta la notte.

Quando non sei qui, non riesco a dormire.

Ringrazio Dio per queste due insonnie

e per la differenza fra le due.

Ogni volta che riusciamo ad amare senza aspettative,

calcoli e negoziazioni, siamo davvero in paradiso.


Ieri ero intelligente, così ho voluto cambiare il mondo.

Oggi sono saggio, così sto cambiando me stesso.


Gialal al-Din Rumi (1207 - 1273), poeta mistico persiano 

Tu non sei onda, sei oceano!

Una piccola onda se ne andava felice per il mare: era contenta, allegra, si sentiva frizzante e potente, si abbandonava al gioco della corrente, si lasciava increspare dal vento. Era proprio felice di essere un'onda. Ad un certo punto vide però, laggiù in lontananza, la scogliera e poi la spiaggia e si accorse che le altre onde, quelle che erano andate avanti, lì si infrangevano e di loro non rimaneva più nulla. Cominciò a sentirsi triste: se avesse potuto sarebbe tornata indietro, nel mare profondo, da dove non si vede terra; oppure avrebbe voluto fermarsi là dove si trovava, frenare pur di non andare avanti... Un'onda più grande le passò vicino e le chiese: "Che ti succede? Come mai sei tanto triste?", e la piccola onda le rispose: "Ma non vedi che fine faremo? Anche tu che sei un'onda così grossa sei destinata a romperti laggiù". Sorrise la grande onda e disse: "Tu non sei onda, sei oceano!".

Non ricordo più dove ho letto questa storia, ma la trovo profondamente vera anche per noi, quando pensiamo che la vita sia un fatto privato, quando crediamo che i nostri sentimenti siano solo affari "domestici", chiusi fra le mura delle nostre case o nei limiti del nostro cuore. Mi piace invece pensare che il mio amore è solo una piccola onda di un immenso oceano, che niente andrà perso e che ogni mio piccolissimo gesto d'amore è come una piccolissima goccia che contribuisce a formare l'oceano; perché il mio amore, come la mia vita, fa parte di un tutto cui appartengo, che mi appartiene. E mi sento più libera, non più costretta a soffocare in spazi angusti, o a pungermi tra le spine dei miei rovi: l'amore non sta dentro di me, non è una mia creatura, ma è tutto quel che sta "tra", che mi avvolge e circonda, nonostante io non lo riconosca. Tu non sei onda, sei oceano! Ricordiamocelo ogni giorno!

(Maria Teresa Abignente)

mercoledì 28 gennaio 2026

Custode del gregge è non tanto il vescovo quanto il Signore.

La casa di Dio è anche la città [di Dio], e questa casa di Dio è il popolo di Dio. Casa di Dio infatti è lo stesso che tempio di Dio. E cosa dice l'Apostolo? Santo è il tempio di Dio, e questo tempio siete voi. Tutti i fedeli son dunque casa di Dio. Non solamente coloro che vivono al presente, ma anche coloro che vissero prima di noi e ora si sono addormentati [nel Signore]; e così pure quanti nasceranno in questo mondo sino alla fine dei tempi: schiera innumerevole di fedeli riuniti nell'unità, numericamente noti al Signore, come dice l'Apostolo: Il Signore conosce quelli che gli appartengono. Grani divini che ora gemono tra la paglia ma che un giorno, quando l'aia sarà mondata, formeranno l'unica massa [del buon frumento]. Ci riferiamo all'insieme dei fedeli, dei santi, che, da uomini come sono, saranno trasformati e resi simili agli angeli e a loro associati. Quanto agli angeli, infatti, è vero che non sono esuli ma attendono che anche noi torniamo dall'esilio. Ebbene, tutti questi eletti, presi nel loro insieme, formano l'unica casa di Dio e l'unica [sua] città: la città di Gerusalemme. Questa città ha i suoi custodi: come ha i costruttori, cioè coloro che lavorano per innalzarla, così ha anche chi la custodisce. Si riferiscono infatti alla custodia [della casa di Dio] le parole dell'Apostolo: Temo che come il serpente sedusse Eva con la sua astuzia così anche le vostre menti vengano corrotte, perdendo quella castità che è in Cristo. Custodiva coloro che governava; era un custode che vegliava su di loro come meglio poteva. La stessa cosa fanno oggi i vescovi. Se infatti al vescovo è allestito un seggio più elevato, è perché tocca a lui sorvegliare, cioè custodire, il popolo. Difatti "vescovo" è un termine greco che in latino si dovrebbe rendere con "sorvegliante", uno cioè che dal di sopra osserva e vede dall'alto. Come al viticultore si costruisce un posto da cui possa custodire la vigna, così si costruisce in alto la sede episcopale. Quando si sta in un posto elevato come questo, pericoloso comincia a diventare il rendiconto. Occorre una tale disposizione che, sebbene collocati quassù, in virtù dell'umiltà ci sentiamo sotto i vostri piedi, e insieme preghiamo per voi, affinché colui che conosce i vostri sentimenti vi custodisca. È vero infatti che noi possiamo osservarvi quando entrate e quanto uscite; ma è altrettanto vero che non possiamo scorgere i pensieri del vostro intimo, anzi nemmeno ci è dato vedere cosa facciate quando siete a casa vostra. In che modo allora vi custodiamo? Da uomini: come cioè consentito alle nostre possibilità e dentro i limiti delle risorse [da noi] ricevute. Ora, siccome noi vi custodiamo da uomini e quindi in maniera imperfetta, forse che voi resterete senza custode? Certo no. Dov'è infatti colui del quale si dice: Se il Signore non custodisce la città, invano lavora colui che la custodisce? Noi ci diamo da fare per custodirvi, ma sarebbe inutile ogni nostro lavoro se non vi custodisse colui che scruta i vostri pensieri. Egli vi custodisce durante la veglia e durante il sonno. Addormentatosi infatti una sola volta sulla croce, ne è risuscitato e ormai non dorme più. Siate dunque un Israele, poiché il custode d'Israele non dormirà più né più prenderà sonno. Sì, fratelli! Se vogliamo essere custoditi all'ombra delle sue ali, facciamo in modo d'essere un Israele. Quanto a noi, infatti, è vero che vi custodiamo in forza dell'ufficio affidatoci, ma vogliamo essere custoditi [dall'alto] insieme con voi. Nei vostri confronti siamo come pastori, ma rispetto al sommo Pastore siamo delle pecore come voi. A considerare il posto che occupiamo, siamo vostri maestri, ma rispetto a quell'unico Maestro, siamo vostri condiscepoli e frequentiamo la stessa scuola.

Commento del Salmo 126,3

Sant'Agostino

sabato 24 gennaio 2026

Un giorno vennero a prendere me...

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari 
e fui contento perchè rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei 
e stetti zitto perchè mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali 
e fui sollevato perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti 
ed io non dissi niente perchè non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me 
e non c'era rimasto nessuno a protestare

Martin Niemoller