lunedì 9 marzo 2026

Povero è nato, povero visse, povero morì

 Non temiamo, fratelli poveri, ascoltiamo il Povero che raccomanda ai poveri la povertà. Crediamo alla sua esperienza. Povero è nato, povero visse, povero morì. Ha voluto morire, non volle arricchire. Crediamo perciò alla Verità che ci indica la strada che conduce alla vita. Via stretta, ma breve; e la beatitudine sarà eterna. Via stretta, ma che mena alla vita, al largo, e ci farà camminare per vaste distese.

Eppure è un cammino scosceso, perché si eleva e così camminiamo verso il cielo. Di qui la necessità di alleggerirci, di non essere pesanti nel nostro andare. Che cosa vogliamo? Cerchiamo davvero la felicità? La Verità ci mostra la vera beatitudine. Vogliamo poi la ricchezza? Il Re distribuisce i regni e fa i re. Gli uomini si sono lasciati prendere alla rete di questa peste disastrosa che è la vana ricerca: quello che è insufficiente costa poco sforzo; ci si sfinisce per il superfluo.

Cinque paia di buoi, ecco il pretesto che li priva delle nozze e del cielo, le nozze che fanno passare dalla povertà all’abbondanza, dall’ultimo posto al primo, dall’abiezione alla dignità, dalla fatica al riposo. Eliseo ha sacrificato i buoi per seguire più facilmente Elia e noi facciamo lo stesso e seguiamo Cristo!

Isacco della Stella (1100 – 1169), monaco cristiano, teologo e filosofo inglese, venerato come beato dalla Chiesa cattolica

Magnificat! Il testamento spirituale del Card. Eduardo Pironio

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen! Magnificat!

Fui battezzato nel nome della Trinità Santissima; credetti fermamente in Essa, per la misericordia di Dio; ne gustai l’amorosa presenza nella piccolezza della mia anima (mi sono sentito abitato dalla Trinità). Ora entro «nella gioia del mio Signore», nella contemplazione diretta, «faccia a faccia», della Trinità. Finora «ho pellegrinato da lontano verso il Signore», adesso «lo vedo quale Egli è». Sono felice. Magnificat!

«Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo, e vado al Padre». Grazie, Signore e Dio mio, Padre delle misericordie, perché mi chiami e mi attendi. Perché mi abbracci nella gioia del tuo perdono.

Non piangete per la mia dipartita! «Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado dal Padre». Vi chiedo solo di continuare ad accompagnarmi con il vostro affetto e con la vostra supplica e di pregare molto per la mia anima.

Magnificat! Mi affido al cuore di Maria, mia buona Madre, la Vergine Fedele, affinché mi aiuti a rendere grazie al Padre e a chiedere perdono per i miei innumerevoli peccati.

Magnificat! Ti rendo grazie, Padre, per il dono della vita. Quanto è bello vivere! Tu ci ha fatti, Signore, per la Vita. La amo, la offro, la attendo, Tu sei la Vita, come sei sempre stato la mia Verità e la mia Via.

Magnificat! Ringrazio il Padre per il dono inestimabile del mio Battesimo che mi ha reso figlio di Dio e tempio vivo della Trinità. Mi spiace di non aver realizzato bene la mia vocazione battesimale alla santità.

Magnificat! Ringrazio il Signore per il mio sacerdozio. Mi sono sentito straordinariamente felice di essere sacerdote e vorrei trasmettere questa gioia profonda ai giovani di oggi, quale mio migliore testamento ed eredità.

Il Signore è stato buono con me. Che le anime che hanno ricevuto la presenza di Gesù mediante il mio ministero sacerdotale preghino per il mio eterno riposo! Chiedo perdono, con tutta la mia anima, per il bene che ho tralasciato di fare come sacerdote. Sono pienamente consapevole che vi sono stati molti peccati di omissione nel mio sacerdozio, per non essere stato generosamente quello che avrei dovuto essere di fronte al Signore. Forse ora, morendo, inizierò a essere veramente utile: «se il chicco di grano caduto in terra… muore, produce molto frutto». La mia vita sacerdotale è stata sempre caratterizzata da tre amori e presenze: il Padre, Maria Santissima e la Croce.

Magnificat! Rendo grazie a Dio per il mio ministero di servizio nell’Episcopato. Quanto è stato buono Dio con me! Ho voluto essere «padre, fratello e amico» dei sacerdoti, dei religiosi e religiose, di tutto il Popolo di Dio. Ho voluto essere una semplice presenza di «Cristo, Speranza della Gloria». Ho voluto esserlo sempre, nei diversi servizi che Dio mi ha chiesto come Vescovo: Ausiliare di La Plata, Amministratore Apostolico di Avellaneda, Segretario Generale e Presidente del CELAM, Vescovo di Mar del Plata e poi, per disposizione di Papa Paolo VI, Prefetto della Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari e infine, per benigna disposizione di Papa Giovanni Paolo II, Presidente del Pontificio Consiglio per i Laici. Mi spiace di non essere stato più utile come Vescovo, di aver deluso la speranza di molti e la fiducia dei miei amatissimi Padri, i Papi Paolo VI e Giovanni Paolo II. Accetto però con gioia la mia povertà. Voglio morire con un’anima interamente povera.

Desidero esprimere il mio ringraziamento al Santo Padre, Giovanni Paolo II, per avermi affidato, nell’aprile del 1984, l’animazione dei fedeli laici. Da essi dipende, in modo immediato, l’edificazione della «civiltà dell’amore». Li amo enormemente, li abbraccio e li benedico; e ringrazio il Papa per la sua fiducia e per il suo affetto.

Magnificat! Rendo grazie a Dio che, attraverso il Santo Padre Paolo VI, mi ha chiamato a servire la Chiesa Universale nel privilegiato campo della vita consacrata. Come amo i Religiosi, le Religiose e tutti i laici consacrati nel mondo! Come invoco Maria Santissima per loro! Come offro oggi con gioia la mia vita perché siano fedeli! Sono Cardinale della Santa Chiesa. Rendo grazie all’amato Santo Padre Paolo VI per questa immeritata nomina. Rendo grazie al Signore per avermi fatto comprendere che il Cardinalato è una vocazione al martirio, una chiamata al servizio pastorale e una forma più profonda di paternità spirituale. Mi sento così felice di essere martire, di essere Pastore, di essere Padre.

Magnificat! Ringrazio il Signore per il privilegio della croce. Mi sento felicissimo di aver molto sofferto. Solo mi dispiace di non aver sofferto bene e di non aver assaporato sempre in silenzio la mia croce. Desidero che, almeno ora, la mia croce inizi ad essere luminosa e feconda. Che nessuno si senta colpevole di avermi fatto soffrire, perché è stato strumento provvidenziale di un Padre che mi ha amato molto. Sì, chiedo perdono, con tutta la mia anima, perché ho fatto soffrire tante persone!

Magnificat! Ringrazio il Signore perché mi ha fatto comprendere il Mistero di Maria nel Mistero di Gesù e perché la Vergine è stata tanto presente nella mia vita personale e nel mio ministero. A Lei devo tutto. Confesso che la fecondità della mia parola la devo a Lei. Le mie grandi date – di croce e di gioia – sono sempre state date mariane.

Magnificat! Ringrazio il Signore perché il mio ministero si è svolto quasi sempre, in modo privilegiato, al servizio dei sacerdoti e dei seminaristi, dei religiosi e delle religiose, e ultimamente dei fedeli laici. Ai sacerdoti ai quali, nel mio lungo ministero, ho potuto fare un po’ di bene chiedo la carità di una Messa per la mia anima.

Li ringrazio tutti per il dono della loro amicizia sacerdotale. Auguro ai seminaristi – a tutti coloro che Dio ha posto un giorno lungo il mio cammino – un sacerdozio santo e fecondo: che siano anime di preghiera, assaporino la croce, che amino il Padre e Maria! Chiedo agli amatissimi religiosi e religiose, «mia gloria e mia corona», di vivere con profonda gioia la loro consacrazione e la loro missione. Lo stesso dico ai carissimi laici consacrati nella provvidenziale chiamata degli Istituti Secolari. A tutti chiedo di perdonare i miei cattivi esempi e i miei peccati di omissione.

Magnificat! Rendo grazie a Dio per aver potuto consumare le mie povere forze e talenti nella dedizione ai carissimi laici, l’amicizia e la testimonianza dei quali mi hanno arricchito spiritualmente. Ho amato molto l’Azione Cattolica.

Se non ho fatto di più è perché non l’ho saputo fare. Dio mi ha concesso di lavorare con i laici a partire dalla semplicità contadina di Mercedes (Argentina) fino al Pontificio Consiglio per i Laici. Magnificat!

Chiedo perdono a Dio per i miei innumerevoli peccati, alla Chiesa per non averla servita più generosamente, alle anime per non averle amate in modo più eroico e concreto. Se ho offeso qualcuno, gli chiedo perdono: desidero morire con la coscienza tranquilla. E se qualcuno crede di avermi offeso, voglio che provi la gioia del mio perdono e del mio abbraccio fraterno.

Ringrazio tutti per l’amicizia e la fiducia. Ringrazio i miei amati genitori – che ora incontrerò in cielo – per la fede che mi hanno trasmesso. Ringrazio tutti i miei fratelli per la loro compagnia spirituale e per il loro affetto, soprattutto mia sorella Zulema.

Amo con tutta la mia anima Papa Giovanni Paolo II, gli rinnovo la mia completa disponibilità, gli chiedo perdono per tutto ciò che non ho saputo fare come Prefetto della Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari e come Presidente del Pontificio Consiglio per i Laici. Dio è testimone della mia totale dedizione e buona volontà.

Lo ringrazio per la delicatezza e la bontà di avermi voluto nominare Cardinale Vescovo della Diocesi Suburbicaria di Sabina-Poggio Mirteto. Rinnovo alle amate Serve di Cristo Sacerdote, che mi hanno accompagnato per tanti anni, tutta la mia gratitudine, il mio affetto paterno e la mia profonda venerazione per la loro vocazione specifica, tanto provvidenziale nella Chiesa.

Le amo molto, prego per esse e le benedico in Cristo e in Maria Santissima.

Ringrazio il mio caro e fedele Segretario, il R.P. Fernando Vérgez, Legionario di Cristo, per il suo affetto e la sua fedeltà, per la sua compagnia così vicina ed efficiente, per la sua collaborazione, la sua pazienza e la sua bontà.

Chiedo di far celebrare Messe per me e di pregare per la mia anima e per quelle delle tante persone di cui nessuno si ricorda. In modo particolare desidero che si preghi per la santificazione dei sacerdoti, dei religiosi, delle religiose e di tutte le anime consacrate.

Desidero morire tranquillo e sereno: perdonato dalla misericordia del Padre, dalla bontà materna della Chiesa, dall’affetto e dalla comprensione dei miei fratelli. Non ho nemici, grazie a Dio; non provo rancore né invidia per nessuno. Chiedo a tutti di perdonarmi e di pregare per me.

A quando ci riuniremo nella Casa del Padre! Tutti abbraccio di vero cuore per l’ultima volta nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo! Tutti depongo nel cuore di Maria, la Vergine povera, contemplativa e fedele. Ave Maria! A Lei chiedo: «Mostraci dopo questo esilio Gesù, il frutto benedetto del tuo seno».

Roma, 11 febbraio 1996

Beato Card. Eduardo F. Pironio (1920 – 1998), cardinale e arcivescovo cattolico argentino


«Miserere mei, Deus...» Il testamento di Papa Pio XII

 Miserere mei, Deus, secundum (magnam) misericordiam tuam.


Queste parole, che, conscio di esserne immeritevole ed impari, pronunciai nel momento, in cui diedi tremando la mia accettazione alla elezione a Sommo Pontefice, con tanto maggior fondamento le ripeto ora in cui la consapevolezza delle deficienze, delle manchevolezze, delle colpe commesse durante un così lungo Pontificato e in un'epoca così grave ha reso più chiare alla mia mente la mia insufficienza e indegnità. Chiedo umilmente perdono a quanti ho potuto offendere, danneggiare, scandalizzare con le parole e con le opere. Prego coloro, cui spetta, di non occuparsi né preoccuparsi per erigere qualsiasi monumento alla mia memoria; basta che i miei poveri resti mortali siano deposti semplicemente in luogo sacro, tanto più gradito quanto più oscuro. Non mi occorre di raccomandare i suffragi per l'anima mia; so quanto numerosi sono quelli che le norme consuete della Sede Apostolica e la pietà dei fedeli offrono per ogni Papa defunto. Non ho nemmeno bisogno di lasciare un «testamento spirituale», come sogliono lodevolmente fare tanti zelanti Prelati; poiché i non pochi Atti e discorsi, da me per necessità di officio emanati o pronunziati, bastano a far conoscere, a chi per avventura lo desiderasse, il mio pensiero intorno alle varie questioni religiose e morali.

Ciò premesso, nomino mia erede universale la Santa Sede Apostolica, da cui tanto ho avuto, come da Madre amantissima.

15 maggio 1956

Pio XII

«Nato povero, vissuto povero e sicuro di morire poverissimo...» Il testamento spirituale di Pio X

Invocato il Divino aiuto e l'intercessione della Vergine Immacolata e di San Giuseppe, confidente nella divina Misericordia per il perdono delle mie mancanze, specialmente nei doveri del sacro Ministero, estendo l'atto di mia ultima volontà.

Nato povero, vissuto povero e sicuro di morire poverissimo, sono dolente di non poter retribuire i molti, che mi prestarono singolari servigi, particolarmente a Mantova, a Venezia ed in Roma e quindi, non potendo dar loro alcun segno di gratitudine, prego Iddio a compensarli colle migliori grazie.

Dovendo poi provvedere alla mie sorelle Rosa, Maria ed Anna, che essendo sempre vissute con me mi servirono senza il più piccolo compenso, le raccomando alla generosità della Santa Sede, perché assegni loro finché vivrà l'ultima, trecento lire mensili. Essendo poveri tutti gli altri miei consanguinei prossimi, prego la Santa Sede di dare Mille lire all'anno, vita natural durante, a mio fratello Angelo Sarto e alle altre mie sorelle Teresa, Antonia e Lucia.

Ai miei diletti Cappellani Mgr. Gio Bressan e Mgr. Giuseppe Pescini saranno consegnate lire diecimila per ognuno e del primo Canonicato che si renderà vacante dopo la mia morte nelle cattedrali di Treviso e di Venezia saranno investiti Mgr. Bressan a Treviso e Mgr. Pescini a Venezia. Al mio vecchio cameriere Giovanni Gornati di Abbiategrasso sarà continuata dalla Santa Sede, per tutta la vita di lui, la pensione di lire sessanta mensili.

Il premio di lire diecimila che sarà pagato dalla Società delle assicurazioni sulla vita, sarà suddiviso in parti eguali tra mio fratello e le mie sorelle.

Sarà spedita una memoria di qualche oggetto sacro alla Chiesa Patriarcale di Venezia, alla Cattedrale di Mantova, e di Treviso, alle Parrocchiali di Riese, Salzano e Tombolo.

Ordino poi (e per questo mi raccomando all'E.mo Sig. Cardinale Raffaele Merry del Val, che mi ha aiutato in tutto con tanto disinteresse, con tanto affetto e al quale prego dal Cielo i meritati compensi e mi raccomando pure ai diletti Monsignori Bressan e Pescini) ordino che la mia salma non sia tocca e imbalsamata. Per questo, contro le consuetudini, non potrà che essere esposta per poche ore, e poi tumulata nei sotterranei di S. Pietro in Vaticano; ma confido ugualmente nei suffragi dei fedeli, che pregheranno pace per la mia anima.

Iddio mi sia propizio e mi accolga nella Sua infinita Misericordia.

Vaticano, 30 dicembre 1909

Pio X

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Il seguente è uno degli ultimi discorsi tenuti da Pio X prima di morire. Fu pronunciato il 28 maggio 1914 in occasione della creazione di alcuni nuovi cardinali - il papa morirà il 20 agosto dello stesso anno -, ed è ritenuto il suo testamento spirituale.


Il grave dolore, provato dopo il Concistoro del 1911 per la perdita di tanti ottimi Cardinali, fu in qualche modo temperato dal conforto d’aver potuto riempire quel vuoto, ascrivendo ieri l’altro al sacro Collegio Voi, o miei Figli diletti.

Le prerogative di pietà, di dottrina e di zelo, che Vi distinguono, e soprattutto la devozione, che professate a questa santa Sede apostolica, mi assicurano che mi sarete di valido aiuto per mantenere intatto il deposito della Fede, per custodire l’ecclesiastica disciplina, e per resistere ai subdoli assalti, a cui è fatta segno la Chiesa, non tanto per parte di aperti nemici, ma specialmente degli stessi suoi figli.

Che se è dovuto all’indomabile fermezza dei nostri padri, alla loro sollecita vigilanza, alla loro gelosa premura, e alla loro delicatezza direi quasi verginale in materia di dottrina il trionfo della Chiesa in tutti i pericoli e in tutti gli assalti mossi contro di essa nel corso dei secoli, forse in nessun tempo fu tanto necessario tener d’occhio questo sacro deposito, affinché ne sia mantenuta l’integrità e la purezza.

Siamo purtroppo in un tempo, in cui con molta facilità si fa buon viso, e si adottano certe idee di conciliazione della Fede con lo spirito moderno, idee, che conducono molto più lontano che non si pensi, non solamente all’affievolimento, ma alla perdita totale della Fede.

Non fa più meraviglia il sentire chi si diletta delle parole assai vaghe di aspirazioni moderne, di forza del progresso e della civiltà, affermando l’esistenza di una coscienza laica, d’una coscienza politica opposta alla coscienza della Chiesa, contro la quale si pretende al diritto e al dovere di reagire, per correggerla e raddrizzarla.

Non è nuovo l’incontrarsi in persone, che mettono fuori dubbi, e incertezze sulle verità e anche affermazioni ostinate sopra errori manifesti, cento volte condannati, e ciò nonostante si persuadono di non essersi mai allontanate dalla Chiesa, perché qualche volta hanno eseguite le pratiche cristiane.

Oh! quanti naviganti, quanti piloti, e, Dio non voglia, quanti capitani facendo fidanza con le novità profane e con la scienza bugiarda del tempo, anziché arrivare al porto, hanno fatto naufragio!

Fra tanti pericoli, in ogni contingenza, non ho mancato di far sentire la mia voce per richiamare gli erranti, per segnalare i danni, e per tracciare ai cattolici la via da seguire. Ma non sempre, nè da tutti fu bene intesa e interpretata la mia parola, quantunque chiara e precisa.

Anzi non pochi, seguendo l’esempio funesto degli avversari, che spargono zizzania nel campo del Signore per portarvi la confusione e il disordine, non si peritarono di darle arbitrarie interpretazioni, attribuendole un significato affatto contrario a quello voluto dal Papa e ritenendo come sanzione il prudente silenzio.

Ed in queste dure condizioni ho proprio bisogno del valido ed efficace concorso dell’opera vostra, o miei Figli diletti, tanto nelle varie diocesi alle quali con la dispensa papale farete ritorno, come nella Curia e nelle Congregazioni Romane, perché per la dignità alla quale siete innalzati, uniti di mente e di cuore al Papa, siate tra i primi difensori della sana dottrina, fra i primi maestri della verità, i banditori dei precisi voleri del Papa.

Predicate a tutti, ma specialmente agli ecclesiastici ed agli altri religiosi, che niente tanto dispiace a Nostro Signore Gesù Cristo e quindi al Suo Vicario, quanto la discordia in fatto di dottrina, perché nelle disunioni e nelle contese Satana mena sempre trionfo, e domina sui redenti.

Per conservare l’unione nella integrità della dottrina, premunite specialmente i sacerdoti dalla frequenza di persone di fede sospetta e dalla lettura di libri e giornali, non dirò pessimi, dai quali rifugge ogni onesto, ma anche di quelli che non siano in tutto approvati dalla Chiesa, perché è micidiale l’aria che si respira, ed è impossibile maneggiare la pece e non restarne inquinati.

Se mai Vi incontraste in coloro che si vantano credenti, devoti al Papa, e vogliono essere cattolici ma avrebbero per massimo insulto l’essere detti clericali, dite solennemente che figli devoti del Papa sono quelli che obbediscono alla sua parola ed in tutto lo seguono, e non coloro, che studiano i mezzi per eluderne gli ordini, o per obbligarlo con insistenze degne di miglior causa ad esenzioni o dispense tanto più dolorose quanto più sono di danno e di scandalo.

Non cessate mai di ripetere che, se il Papa ama ed approva le associazioni cattoliche, che hanno di mira anche il bene materiale, ha sempre inculcato che deve avere in esse la prevalenza il bene morale e religioso, e che al giusto e lodevole intento di migliorare le sorti dell’operaio e del contadino dev’essere sempre unito l’amore della giustizia e l’uso dei mezzi legittimi per mantenere tra le varie classi sociali l’armonia e la pace.

Dite chiaramente che le associazioni miste, le alleanze coi non cattolici per il benessere materiale a certe determinate condizioni sono permesse, ma che il Papa predilige quelle unioni di fedeli, che deposto ogni umano rispetto e chiuse le orecchie ad ogni contraria lusinga o minaccia, si stringono intorno a quella bandiera, che, per quanto combattuta, è la più splendida e gloriosa, perché è la bandiera della Chiesa.

Questo è il campo, o miei Figli diletti, nel quale dovete esercitare la vostra attività ed il vostro zelo. Ma poiché a nulla vale il nostro lavoro se non sia dal Cielo benedetto, preghiamo Nostro Signore Gesù Cristo, che strinse e suggellò col Suo Sangue l’universale fratellanza del genere umano, e raccolse tutti coloro, che erano per credere in Lui come in una sola famiglia, a coordinare per l’opera nostra le intelligenze e le volontà di tutti con tale perfezione di concordia che tutti i figli della Chiesa siano una cosa sola fra di loro come una cosa sono Egli ed il Padre.

Ed in questa speranza, Vi impartisco con effusione di cuore l’Apostolica Benedizione,

28 maggio 1914

Pio X

«Miei figli, miei fratelli, arrivederci...» Il testamento spirituale di Papa Giovanni XXIII


 Testamento spirituale e ultime mie volontà


Sul punto di ripresentarmi al Signore Uno e Trino, che mi creò, mi redense, mi volle suo sacerdote e vescovo, mi colmò di grazie senza fine, affido la povera anima mia alla sua misericordia: gli chiedo umilmente perdono dei miei peccati e delle mie deficienze: gli offro quel po' di bene che col suo aiuto mi è riuscito di fare anche se imperfetto e meschino, a gloria sua, a servizio della Santa Chiesa, ad edificazione dei miei fratelli, supplicandolo infine di accogliermi, come padre buono e pio, coi Santi suoi nella beata eternità.

Amo di professare ancora una volta tutta intera la mia fede cristiana e cattolica, e la mia appartenenza e soggezione alla Santa Chiesa Apostolica e Romana, e la mia perfetta devozione ed obbedienza al suo Capo Augusto, il Sommo Pontefice, che fu mio grande onore di rappresentare per lunghi anni nelle varie regioni di Oriente e di Occidente; che mi volle infine a Venezia come Cardinale e Patriarca, e che ho sempre seguito con affezione sincera, al di fuori e al di sopra di ogni dignità conferitami. Il senso della mia pochezza e del mio niente mi ha sempre fatto buona compagnia, tenendomi umile e quieto, e concedendomi la gioia di impiegarmi del mio meglio in esercizio continuato di obbedienza e di carità per le anime e per gli interessi del Regno di Gesù, mio Signore e mio tutto. A lui tutta la gloria: per me ed a merito mio la sua misericordia. Meritum meum miseratio Domini. Domine, tu omnia posti: tu scis quia amo Te. Questo solo mi basta.

Chiedo perdono a coloro che avessi inconsciamente offeso: a quanti non avessi recato edificazione. Sento di non aver nulla da perdonare a chicchessia, perchè in quanti mi conobbero ed ebbero rapporti con me — mi avessero anche offeso o disprezzato, o tenuto, giustamente del resto, in disistima, o mi fossero stati motivo di afflizione — non riconosco che dei fratelli e dei benefattori, a cui sono grato e per cui prego e pregherò sempre.

Nato povero, ma da onorata ed umile gente, sono particolarmente lieto di morire povero, avendo distribuito secondo le varie esigenze e circostanze della mia vita semplice e modesta, a servizio dei poveri e della Santa Chiesa che mi ha nutrito, quanto mi venne fra mano — in misura assai limitata del resto — durante gli anni del mio sacerdozio e del mio episcopato. Apparenze di agiatezza velarono, sovente, nascoste spine di affliggente povertà e mi impedirono di dare sempre con la lar­ghezza che avrei voluto. Ringrazio Iddio di questa grazia della povertà di cui feci voto nella mia giovinezza, povertà di spirito, come Prete del S. Cuore, e povertà reale; e che mi sorresse a non chiedere mai nulla, né posti, né danari, né favori, mai, né per me, né per i miei parenti o amici.

Alla mia diletta famiglia secundum sanguinem — da cui del resto non ho ricevuto nessuna ricchezza materiale — non posso lasciare che una grande e specialissima benedizione, con l'invito a mantenere quel timore di Dio che me la rese sempre così cara ed amata, anche semplice e modesta, senza mai arrossirne: ed è il suo vero titolo di nobiltà. L'ho anche soccorsa talora nei suoi bisogni più gravi, come povero coi poveri: ma senza toglierla dalla sua povertà onorata e contenta. Prego e pregherò sempre per la sua prosperità, lieto come sono di constatare anche nei nuovi e vigorosi germogli la fermezza e la fedeltà alla tradizione religiosa dei padri, che sarà sempre la sua fortuna. Il mio più fervido augurio è che nessuno dei miei parenti e congiunti manchi alla gioia del finale eterno ricongiungimento.

Partendo, come confido, per le vie del Cielo, saluto, ringrazio e benedico i tanti e tanti che composero successivamente la mia famiglia spirituale, a Bergamo, a Roma, in Oriente, in Francia, a Venezia, e che mi furono concittadini, benefattori, colleghi, alunni, collaboratori, amici e conoscenti, sacerdoti e laici, religiosi e suore, e di cui, per disposizione di Provvidenza, fui, benché indegno, confratello, padre o pastore.

La bontà di cui la mia povera persona fu resa oggetto da parte di quanti incontrai sul mio cammino rese serena la mia vita. Rammento bene in faccia alla morte, tutti e ciascuno, quelli che mi hanno preceduto nell'ultimo passo, quelli che mi sopravvivranno e che mi seguiranno. Preghino per me. Darò loro il ricambio dal Purgatorio o dal Paradiso dove spero di essere accolto, ancora lo ripeto, non per i meriti, ma per la misericordia del mio Signore.

Tutti ricordo e per tutti pregherò. Ma i miei figli di Venezia: gli ultimi che il Signore mi pose intorno, ad estrema consolazione e gioia della mia vita sacerdotale, voglio qui nominarli particolarmente a segno di ammirazione, di riconoscenza, di tenerezza tutta singolare. Li abbraccio in ispirito tutti, tutti, del clero e del laicato, senza distinzione, come senza distinzione li amai appartenenti ad una medesima famiglia, oggetto di una medesima sollecitudine e amabilità paterna e sacerdotale. "Pater sancte, serva eos in nomine tuo quos dedisti mihi: ut sint unum sicut et nos" (Gv 17, 11).

Nell'ora dell'addio, o meglio, dell'arrivederci, ancora richiamo a tutti ciò che più vale nella vita: Gesù Cristo benedetto: la sua Santa Chiesa, il suo Vangelo, e, nel Vangelo, soprattutto il Pater noster nello spirito e nel cuore di Gesù e del Vangelo, la verità e la bontà, la bontà mite e benigna, operosa e paziente, invitta e vittoriosa.

Miei figli, miei fratelli, arrivederci. Nel nome del Padre, del Figliuolo, dello Spirito Santo. Nel nome di Gesù nostro amore; di Maria nostra e sua dolcissima Madre; di S. Giu­seppe mio primo e prediletto Protettore. Nel nome di S. Pietro, di S. Giovanni Battista e di S. Marco; di S. Lorenzo Giustiniani e di S. Pio X. Così sia.

Venezia, 29 giugno 1954

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Sotto l'auspicio caro e confidente di Maria, mia Madre celeste, al cui nome è sacra la liturgia di questo giorno, e nell'anno LXXX della mia età, depongo qui e rinnovo il mio te­stamento, annullando ogni altra dichiarazione circa le mie volontà fatta e scritta precedentemente, a più riprese.

Aspetto e accoglierò semplicemente e lietamente l'arrivo di sorella morte secondo tutte le circostanze con cui piacerà al Signore di inviarmela.

Innanzi tutto chiedo venia al Padre delle misericordie pro innumerabilibus peccatis, offensionibus et negligentiis meis come tante e tante volte dissi e ripetei nell'offerta del mio Sacrificio quotidiano.

Per questa prima grazia del perdono di Gesù su tutte le mie colpe, e della introduzione dell'anima mia nel beato ed eterno Paradiso, mi raccomando alle preghiere suffraganti di quanti mi hanno seguito, conosciuto durante tutta la mia vita di sacerdote, di vescovo, e di umilissimo ed indegno Servo dei Servi del Signore.

Poi mi è esultanza del cuore rinnovare integra e fervida la mia professione di fede cattolica, apostolica e romana. Tra le varie forme e simboli con cui la fede suol esprimersi preferisco il «Credo della Messa» sacerdotale e pontificale dalla elevazione più vasta e canora come in unione con la Chiesa uni­versale di ogni rito, di ogni secolo, di ogni regione: dal «Credo in unum Deum patrem omnipotentem» all'«Et vitam venturi saeculi».

 Castelgandolfo, 12 sett. 1961

Discorsi Messaggi Colloqui del Santo Padre Giovanni XXIII, vol. V, p. 609-613

Giovanni XXIII

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Mio caro fratello Severo*,

oggi è festa del tuo grande Patrono — quello del tuo nome vero e proprio che è S. Francesco Zaverio, come si chiamava il nostro caro barba ed ora felicemente il nostro nipote Zaverio.

Penso che sono passati tre anni da quando cessai di scrivere a macchina come mi piaceva tanto: e se mi sono oggi deciso a riprendere l'uso e ad adoperare macchina nuova e tutta per me, l'ho voluto fare per dirti che so di invecchiare, con tanto rumore che si è fatto per i miei 80 anni compiuti; ma che continuo a star bene e che riprendo il buon cammino ancora in buona salute anche se qualche disturbetto mi fa dire che 80 non sono né 60 né so: e per ora almeno posso continuare il buon servizio del Signore e della Santa Chiesa.

Questa lettera che volli proprio scrivere al tuo indirizzo, mio caro Severo come voce che arriva a tutti, ad Alfredo, a Giuseppino, all'Assunta, alla cognata Caterina, alla tua cara Maria, a Virginio e Angelo Ghisleni, come a tutti i componenti le nostre discendenze, desidero che sia per tutti espressione del mio affetto sempre vivo, e sempre giovane. Occupato come sono e come voi sapete in un servizio così importante a cui sono rivolti gli occhi del mondo intero, non posso dimenticare i miei diletti famigliari ai quali nelle giornate torna il mio pensiero.

Ho piacere di constatare come non potendo voi tenervi in corrispondenza personale con me come una volta voi potete tutto confidare a mons. Capovilla che vi vuole molto bene e a cui voi potete dire tutto come fareste con me stesso.

Vogliate ricordare che questa è una delle pochissime lettere private che io ho scritto ad alcuno della mia famiglia durante i passati primi tre anni del mio pontificato: e vogliate compatirmi se non posso fare di più neanche colle persone del mio sangue. Anche questo sacrificio che io mi impongo nei miei rapporti con voi fa a voi ed a me più onore e guadagna più rispetto e simpatia che voi possiate credere ed immaginare.

Ora le grandi manifestazioni di riverenza e di affezione al Papa per la ricorrenza degli 80 anni prendono fine ed io ne godo perché preferisco alle lodi ed agli auguri degli uomini la misericordia del Signore che mi ha eletto ad un impegno così grande che desidero mi sostenga fino al termine della mia vita.

La mia tranquillità personale, che fa tanta impressione nel mondo, è tutta qui. Stare alla obbedienza come ho sempre fatto, e non desiderare o pregare di vivere di più, neanche di un giorno oltre il tempo in cui l'angelo della morte mi verrà a chiamare e a prendere per il Paradiso, come confido.

Ciò non mi impedisce di ringraziare il Signore perché abbia voluto proprio scegliersi a Brusico e alla Colombera quello che doveva chiamarsi successore diretto di tanti Papi durante 20 secoli, ed a prendere il nome di Vicario di Gesù Cristo in terra.

Per questa chiamata il nome Roncalli fu portato alla conoscenza, alla simpatia e al rispetto di tutto il mondo. E voi fate bene a tenervi in umiltà come mi studio di fare anch'io, e a non lasciarvi prendere dalle insinuazioni e dalle ciancie del mondo. Il mondo non si interessa che di far soldi: godere la vita e imporsi ad ogni costo, anche se occorre disgraziatamente con prepotenza.

Gli 80 anni passati dicono a me, come a te caro Severo, e a tutti i nostri, che ciò che più conta è di tenerci ben preparati e sempre a partire d'improvviso: perché questo è ciò che più vale: assicurarci l'eterna vita confidando nella bontà del Signore che tutto vede e a tutto provvede.

Questi sentimenti amo esprimere a te, mio carissimo Severo, perché tu li trasmetta a tutti i nostri più intimi parenti della Colombera, delle Gerole, di Bonate e di Medolago e dovunque si trovino e di cui neanche conosco esattamente il paese. Lascio alla tua discrezione il modo di farlo. Penso che la Enrica potrebbe aiutarti, e don Battista anche.

Continuate a volervi bene fra di Voi tutti Roncalli componenti le nuove famiglie, e sappiate comprendermi se non posso scrivere a ciascuna famiglia. Ha ragione il nostro Giuseppino quando dice a suo fratello Papa: «Voi qui siete un prigioniero di lusso che non può fare tutto ciò che vorrebbe».

Piacemi ricordare i nomi di chi più soffre fra di voi: la cara Maria tua moglie benedetta, e la buona Rita che ha assicurato colle sue sofferenze il Paradiso per sé e per voi due che l'avete assistita con tanta carità; la cognata Caterina che mi ricorda sempre il suo e nostro Giovanni che dal cielo ci guarda, insieme coi nostri parenti Roncalli e parenti più vicini, come quelli della emigrazione Milanese.

So bene che voi avrete a subire qualche mortificazione da parte di chi vuol ragionare senza buon giudizio. Avere un Papa in famiglia, a cui si volgono gli sguardi rispettosi di tutto il mondo, e vivere — i suoi parenti — così modestamente lasciandoli nelle loro condizioni sociali! Intanto molti sanno che il Papa, figlio di umile ma onorata gente, non dimentica nessuno, ha e dimostra cuore buono per tutti i suoi più prossimi parenti: e che del resto la sua condizione è quella di quasi tutti i suoi recenti antecessori: e che l'onore di un papa non è di far arricchire i suoi parenti, ma solo di assisterli con carità secondo i loro bisogni e le condizioni di ciascuno.

Questo è e sarà uno dei titoli di onore più belli e più apprezzati di papa Giovanni, e della sua famiglia Roncalli.

Alla mia morte non mi mancherà l'elogio che fece tanto onore alla santità di Pio X: nato povero e morto povero.

È naturale che avendo io compiuto gli 80, anche tutti gli altri mi vengano dietro. Coraggio: coraggio. Siamo in buona compagnia. Io tengo sempre vicino al mio letto la fotografia che raccoglie coi loro nomi scritti sul marmo, tutti i nostri morti: nonno Angelo: barba Zaverio: i nostri venerati genitori, il fratello Giovanni: le sorelle Teresa, Ancilla, Maria, e Enrica. Oh! che bel coro di anime che ci aspettano e pregano per noi. Io penso a loro sempre. Il ricordarli nella preghiera mi dà coraggio e mi infonde letizia nella fiduciosa attesa di congiungerci a loro tutti insieme nella gloria celeste ed eterna.

Vi benedico tutti insieme ricordando le spose tutte venute ad allietare la famiglia Roncalli o passate ad accrescere la gioia di nuove famiglie di diverso nome ma di eguale sentimento. Oh! i bambini, i bambini quale ricchezza, e quale benedizione.

Vaticano, 3 dicembre 1961


* Lettera inviata da Papa Giovanni XXIII al fratello Zaverio - da Lui chiamato confidenzialmente Severo, in 3 dicembre del 1961, considerata come il suo testamento spirituale ai Roncalli.

Discorsi Messaggi Colloqui del Santo Padre Giovanni XXIII, vol. V, p. 614-617

Giovanni XXIII

L'ultima chiamata. Il testamento spirituale di Papa Giovanni Paolo II

 Totus Tuus ego sum

Nel Nome della Santissima Trinità. Amen.

«Vegliate, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà» (cfr Mt 24, 42) — queste parole mi ricordano l'ultima chiamata, che avverrà nel momento in cui il Signore vorrà. Desidero seguirLo e desidero che tutto ciò che fa parte della mia vita terrena mi prepari a questo momento. Non so quando esso verrà, ma come tutto, anche questo momento depongo nelle mani della Madre del mio Maestro: Totus Tuus. Nelle stesse mani materne lascio tutto e Tutti coloro con i quali mi ha collegato la mia vita e la mia vocazione. In queste Mani lascio soprattutto la Chiesa, e anche la mia Nazione e tutta l'umanità. Ringrazio tutti. A tutti chiedo perdono. Chiedo anche la preghiera, affinché la Misericordia di Dio si mostri più grande della mia debolezza e indegnità.

Durante gli esercizi spirituali ho riletto il testamento del Santo Padre Paolo VI. Questa lettura mi ha spinto a scrivere il presente testamento.

Non lascio dietro di me alcuna proprietà di cui sia necessario disporre. Quanto alle cose di uso quotidiano che mi servivano, chiedo di distribuirle come apparirà opportuno. Gli appunti personali siano bruciati. Chiedo che su questo vigili don Stanislao, che ringrazio per la collaborazione e l'aiuto così prolungato negli anni e così comprensivo. Tutti gli altri ringraziamenti, invece, li lascio nel cuore davanti a Dio stesso, perché è difficile esprimerli.

Per quanto riguarda il funerale, ripeto le stesse disposizioni, che ha dato il Santo Padre Paolo VI. (qui nota al margine: il sepolcro nella terra, non in un sarcofago, 13.3.92). Del luogo decidano il Collegio Cardinalizio e i Connazionali.


«Apud Dominum misericordia
et copiosa apud Eum redemptio» (Sal 129)


Giovanni Paolo II


 


Roma, 6.III.1979


Dopo la morte chiedo Sante Messe e preghiere


«Si avvicina il tramonto della mia vita terrena...» Il testamento spirituale di Papa Francesco

Miserando atque Eligendo


Nel Nome della Santissima Trinità. Amen.

Sentendo che si avvicina il tramonto della mia vita terrena e con viva speranza nella Vita Eterna, desidero esprimere la mia volontà testamentaria solamente per quanto riguarda il luogo della mia sepoltura.

La mia vita e il ministero sacerdotale ed episcopale ho sempre affidato alla Madre del Nostro Signore, Maria Santissima. Perciò, chiedo che le mie spoglie mortali riposino aspettando il giorno della risurrezione nella Basilica Papale di Santa Maria Maggiore.

Desidero che il mio ultimo viaggio terreno si concluda proprio in questo antichissimo santuario Mariano dove mi recavo per la preghiera all’inizio e al termine di ogni Viaggio Apostolico ad affidare fiduciosamente le mie intenzioni alla Madre Immacolata e ringraziarLa per la docile e materna cura.

Chiedo che la mia tomba sia preparata nel loculo della navata laterale tra la Cappella Paolina (Cappella della Salus Populi Romani) e la Cappella Sforza della suddetta Basilica Papale come indicato nell’accluso allegato.

Il sepolcro deve essere nella terra; semplice, senza particolare decoro e con l’unica iscrizione: Franciscus.

Le spese per la preparazione della mia sepoltura saranno coperte con la somma del benefattore che ho disposto, a trasferire alla Basilica Papale di Santa Maria Maggiore e di cui ho provveduto dare opportune istruzioni a Mons. Rolandas Makrickas, Commissario Straordinario del Capitolo Liberiano.

Il Signore dia la meritata ricompensa a coloro che mi hanno voluto bene e continueranno a pregare per me. La sofferenza che si è fatta presente nell’ultima parte della mia vita l’ho offerta al Signore per la pace nel mondo e la fratellanza tra i popoli.


Santa Marta, 29 giugno 2022

Francesco