lunedì 9 marzo 2026

«Miei figli, miei fratelli, arrivederci...» Il testamento spirituale di Papa Giovanni XXIII


 Testamento spirituale e ultime mie volontà


Sul punto di ripresentarmi al Signore Uno e Trino, che mi creò, mi redense, mi volle suo sacerdote e vescovo, mi colmò di grazie senza fine, affido la povera anima mia alla sua misericordia: gli chiedo umilmente perdono dei miei peccati e delle mie deficienze: gli offro quel po' di bene che col suo aiuto mi è riuscito di fare anche se imperfetto e meschino, a gloria sua, a servizio della Santa Chiesa, ad edificazione dei miei fratelli, supplicandolo infine di accogliermi, come padre buono e pio, coi Santi suoi nella beata eternità.

Amo di professare ancora una volta tutta intera la mia fede cristiana e cattolica, e la mia appartenenza e soggezione alla Santa Chiesa Apostolica e Romana, e la mia perfetta devozione ed obbedienza al suo Capo Augusto, il Sommo Pontefice, che fu mio grande onore di rappresentare per lunghi anni nelle varie regioni di Oriente e di Occidente; che mi volle infine a Venezia come Cardinale e Patriarca, e che ho sempre seguito con affezione sincera, al di fuori e al di sopra di ogni dignità conferitami. Il senso della mia pochezza e del mio niente mi ha sempre fatto buona compagnia, tenendomi umile e quieto, e concedendomi la gioia di impiegarmi del mio meglio in esercizio continuato di obbedienza e di carità per le anime e per gli interessi del Regno di Gesù, mio Signore e mio tutto. A lui tutta la gloria: per me ed a merito mio la sua misericordia. Meritum meum miseratio Domini. Domine, tu omnia posti: tu scis quia amo Te. Questo solo mi basta.

Chiedo perdono a coloro che avessi inconsciamente offeso: a quanti non avessi recato edificazione. Sento di non aver nulla da perdonare a chicchessia, perchè in quanti mi conobbero ed ebbero rapporti con me — mi avessero anche offeso o disprezzato, o tenuto, giustamente del resto, in disistima, o mi fossero stati motivo di afflizione — non riconosco che dei fratelli e dei benefattori, a cui sono grato e per cui prego e pregherò sempre.

Nato povero, ma da onorata ed umile gente, sono particolarmente lieto di morire povero, avendo distribuito secondo le varie esigenze e circostanze della mia vita semplice e modesta, a servizio dei poveri e della Santa Chiesa che mi ha nutrito, quanto mi venne fra mano — in misura assai limitata del resto — durante gli anni del mio sacerdozio e del mio episcopato. Apparenze di agiatezza velarono, sovente, nascoste spine di affliggente povertà e mi impedirono di dare sempre con la lar­ghezza che avrei voluto. Ringrazio Iddio di questa grazia della povertà di cui feci voto nella mia giovinezza, povertà di spirito, come Prete del S. Cuore, e povertà reale; e che mi sorresse a non chiedere mai nulla, né posti, né danari, né favori, mai, né per me, né per i miei parenti o amici.

Alla mia diletta famiglia secundum sanguinem — da cui del resto non ho ricevuto nessuna ricchezza materiale — non posso lasciare che una grande e specialissima benedizione, con l'invito a mantenere quel timore di Dio che me la rese sempre così cara ed amata, anche semplice e modesta, senza mai arrossirne: ed è il suo vero titolo di nobiltà. L'ho anche soccorsa talora nei suoi bisogni più gravi, come povero coi poveri: ma senza toglierla dalla sua povertà onorata e contenta. Prego e pregherò sempre per la sua prosperità, lieto come sono di constatare anche nei nuovi e vigorosi germogli la fermezza e la fedeltà alla tradizione religiosa dei padri, che sarà sempre la sua fortuna. Il mio più fervido augurio è che nessuno dei miei parenti e congiunti manchi alla gioia del finale eterno ricongiungimento.

Partendo, come confido, per le vie del Cielo, saluto, ringrazio e benedico i tanti e tanti che composero successivamente la mia famiglia spirituale, a Bergamo, a Roma, in Oriente, in Francia, a Venezia, e che mi furono concittadini, benefattori, colleghi, alunni, collaboratori, amici e conoscenti, sacerdoti e laici, religiosi e suore, e di cui, per disposizione di Provvidenza, fui, benché indegno, confratello, padre o pastore.

La bontà di cui la mia povera persona fu resa oggetto da parte di quanti incontrai sul mio cammino rese serena la mia vita. Rammento bene in faccia alla morte, tutti e ciascuno, quelli che mi hanno preceduto nell'ultimo passo, quelli che mi sopravvivranno e che mi seguiranno. Preghino per me. Darò loro il ricambio dal Purgatorio o dal Paradiso dove spero di essere accolto, ancora lo ripeto, non per i meriti, ma per la misericordia del mio Signore.

Tutti ricordo e per tutti pregherò. Ma i miei figli di Venezia: gli ultimi che il Signore mi pose intorno, ad estrema consolazione e gioia della mia vita sacerdotale, voglio qui nominarli particolarmente a segno di ammirazione, di riconoscenza, di tenerezza tutta singolare. Li abbraccio in ispirito tutti, tutti, del clero e del laicato, senza distinzione, come senza distinzione li amai appartenenti ad una medesima famiglia, oggetto di una medesima sollecitudine e amabilità paterna e sacerdotale. "Pater sancte, serva eos in nomine tuo quos dedisti mihi: ut sint unum sicut et nos" (Gv 17, 11).

Nell'ora dell'addio, o meglio, dell'arrivederci, ancora richiamo a tutti ciò che più vale nella vita: Gesù Cristo benedetto: la sua Santa Chiesa, il suo Vangelo, e, nel Vangelo, soprattutto il Pater noster nello spirito e nel cuore di Gesù e del Vangelo, la verità e la bontà, la bontà mite e benigna, operosa e paziente, invitta e vittoriosa.

Miei figli, miei fratelli, arrivederci. Nel nome del Padre, del Figliuolo, dello Spirito Santo. Nel nome di Gesù nostro amore; di Maria nostra e sua dolcissima Madre; di S. Giu­seppe mio primo e prediletto Protettore. Nel nome di S. Pietro, di S. Giovanni Battista e di S. Marco; di S. Lorenzo Giustiniani e di S. Pio X. Così sia.

Venezia, 29 giugno 1954

*    *   *   *   *

Sotto l'auspicio caro e confidente di Maria, mia Madre celeste, al cui nome è sacra la liturgia di questo giorno, e nell'anno LXXX della mia età, depongo qui e rinnovo il mio te­stamento, annullando ogni altra dichiarazione circa le mie volontà fatta e scritta precedentemente, a più riprese.

Aspetto e accoglierò semplicemente e lietamente l'arrivo di sorella morte secondo tutte le circostanze con cui piacerà al Signore di inviarmela.

Innanzi tutto chiedo venia al Padre delle misericordie pro innumerabilibus peccatis, offensionibus et negligentiis meis come tante e tante volte dissi e ripetei nell'offerta del mio Sacrificio quotidiano.

Per questa prima grazia del perdono di Gesù su tutte le mie colpe, e della introduzione dell'anima mia nel beato ed eterno Paradiso, mi raccomando alle preghiere suffraganti di quanti mi hanno seguito, conosciuto durante tutta la mia vita di sacerdote, di vescovo, e di umilissimo ed indegno Servo dei Servi del Signore.

Poi mi è esultanza del cuore rinnovare integra e fervida la mia professione di fede cattolica, apostolica e romana. Tra le varie forme e simboli con cui la fede suol esprimersi preferisco il «Credo della Messa» sacerdotale e pontificale dalla elevazione più vasta e canora come in unione con la Chiesa uni­versale di ogni rito, di ogni secolo, di ogni regione: dal «Credo in unum Deum patrem omnipotentem» all'«Et vitam venturi saeculi».

 Castelgandolfo, 12 sett. 1961

Discorsi Messaggi Colloqui del Santo Padre Giovanni XXIII, vol. V, p. 609-613

Giovanni XXIII

*    *   *   *   *

Mio caro fratello Severo*,

oggi è festa del tuo grande Patrono — quello del tuo nome vero e proprio che è S. Francesco Zaverio, come si chiamava il nostro caro barba ed ora felicemente il nostro nipote Zaverio.

Penso che sono passati tre anni da quando cessai di scrivere a macchina come mi piaceva tanto: e se mi sono oggi deciso a riprendere l'uso e ad adoperare macchina nuova e tutta per me, l'ho voluto fare per dirti che so di invecchiare, con tanto rumore che si è fatto per i miei 80 anni compiuti; ma che continuo a star bene e che riprendo il buon cammino ancora in buona salute anche se qualche disturbetto mi fa dire che 80 non sono né 60 né so: e per ora almeno posso continuare il buon servizio del Signore e della Santa Chiesa.

Questa lettera che volli proprio scrivere al tuo indirizzo, mio caro Severo come voce che arriva a tutti, ad Alfredo, a Giuseppino, all'Assunta, alla cognata Caterina, alla tua cara Maria, a Virginio e Angelo Ghisleni, come a tutti i componenti le nostre discendenze, desidero che sia per tutti espressione del mio affetto sempre vivo, e sempre giovane. Occupato come sono e come voi sapete in un servizio così importante a cui sono rivolti gli occhi del mondo intero, non posso dimenticare i miei diletti famigliari ai quali nelle giornate torna il mio pensiero.

Ho piacere di constatare come non potendo voi tenervi in corrispondenza personale con me come una volta voi potete tutto confidare a mons. Capovilla che vi vuole molto bene e a cui voi potete dire tutto come fareste con me stesso.

Vogliate ricordare che questa è una delle pochissime lettere private che io ho scritto ad alcuno della mia famiglia durante i passati primi tre anni del mio pontificato: e vogliate compatirmi se non posso fare di più neanche colle persone del mio sangue. Anche questo sacrificio che io mi impongo nei miei rapporti con voi fa a voi ed a me più onore e guadagna più rispetto e simpatia che voi possiate credere ed immaginare.

Ora le grandi manifestazioni di riverenza e di affezione al Papa per la ricorrenza degli 80 anni prendono fine ed io ne godo perché preferisco alle lodi ed agli auguri degli uomini la misericordia del Signore che mi ha eletto ad un impegno così grande che desidero mi sostenga fino al termine della mia vita.

La mia tranquillità personale, che fa tanta impressione nel mondo, è tutta qui. Stare alla obbedienza come ho sempre fatto, e non desiderare o pregare di vivere di più, neanche di un giorno oltre il tempo in cui l'angelo della morte mi verrà a chiamare e a prendere per il Paradiso, come confido.

Ciò non mi impedisce di ringraziare il Signore perché abbia voluto proprio scegliersi a Brusico e alla Colombera quello che doveva chiamarsi successore diretto di tanti Papi durante 20 secoli, ed a prendere il nome di Vicario di Gesù Cristo in terra.

Per questa chiamata il nome Roncalli fu portato alla conoscenza, alla simpatia e al rispetto di tutto il mondo. E voi fate bene a tenervi in umiltà come mi studio di fare anch'io, e a non lasciarvi prendere dalle insinuazioni e dalle ciancie del mondo. Il mondo non si interessa che di far soldi: godere la vita e imporsi ad ogni costo, anche se occorre disgraziatamente con prepotenza.

Gli 80 anni passati dicono a me, come a te caro Severo, e a tutti i nostri, che ciò che più conta è di tenerci ben preparati e sempre a partire d'improvviso: perché questo è ciò che più vale: assicurarci l'eterna vita confidando nella bontà del Signore che tutto vede e a tutto provvede.

Questi sentimenti amo esprimere a te, mio carissimo Severo, perché tu li trasmetta a tutti i nostri più intimi parenti della Colombera, delle Gerole, di Bonate e di Medolago e dovunque si trovino e di cui neanche conosco esattamente il paese. Lascio alla tua discrezione il modo di farlo. Penso che la Enrica potrebbe aiutarti, e don Battista anche.

Continuate a volervi bene fra di Voi tutti Roncalli componenti le nuove famiglie, e sappiate comprendermi se non posso scrivere a ciascuna famiglia. Ha ragione il nostro Giuseppino quando dice a suo fratello Papa: «Voi qui siete un prigioniero di lusso che non può fare tutto ciò che vorrebbe».

Piacemi ricordare i nomi di chi più soffre fra di voi: la cara Maria tua moglie benedetta, e la buona Rita che ha assicurato colle sue sofferenze il Paradiso per sé e per voi due che l'avete assistita con tanta carità; la cognata Caterina che mi ricorda sempre il suo e nostro Giovanni che dal cielo ci guarda, insieme coi nostri parenti Roncalli e parenti più vicini, come quelli della emigrazione Milanese.

So bene che voi avrete a subire qualche mortificazione da parte di chi vuol ragionare senza buon giudizio. Avere un Papa in famiglia, a cui si volgono gli sguardi rispettosi di tutto il mondo, e vivere — i suoi parenti — così modestamente lasciandoli nelle loro condizioni sociali! Intanto molti sanno che il Papa, figlio di umile ma onorata gente, non dimentica nessuno, ha e dimostra cuore buono per tutti i suoi più prossimi parenti: e che del resto la sua condizione è quella di quasi tutti i suoi recenti antecessori: e che l'onore di un papa non è di far arricchire i suoi parenti, ma solo di assisterli con carità secondo i loro bisogni e le condizioni di ciascuno.

Questo è e sarà uno dei titoli di onore più belli e più apprezzati di papa Giovanni, e della sua famiglia Roncalli.

Alla mia morte non mi mancherà l'elogio che fece tanto onore alla santità di Pio X: nato povero e morto povero.

È naturale che avendo io compiuto gli 80, anche tutti gli altri mi vengano dietro. Coraggio: coraggio. Siamo in buona compagnia. Io tengo sempre vicino al mio letto la fotografia che raccoglie coi loro nomi scritti sul marmo, tutti i nostri morti: nonno Angelo: barba Zaverio: i nostri venerati genitori, il fratello Giovanni: le sorelle Teresa, Ancilla, Maria, e Enrica. Oh! che bel coro di anime che ci aspettano e pregano per noi. Io penso a loro sempre. Il ricordarli nella preghiera mi dà coraggio e mi infonde letizia nella fiduciosa attesa di congiungerci a loro tutti insieme nella gloria celeste ed eterna.

Vi benedico tutti insieme ricordando le spose tutte venute ad allietare la famiglia Roncalli o passate ad accrescere la gioia di nuove famiglie di diverso nome ma di eguale sentimento. Oh! i bambini, i bambini quale ricchezza, e quale benedizione.

Vaticano, 3 dicembre 1961


* Lettera inviata da Papa Giovanni XXIII al fratello Zaverio - da Lui chiamato confidenzialmente Severo, in 3 dicembre del 1961, considerata come il suo testamento spirituale ai Roncalli.

Discorsi Messaggi Colloqui del Santo Padre Giovanni XXIII, vol. V, p. 614-617

Giovanni XXIII

L'ultima chiamata. Il testamento spirituale di Papa Giovanni Paolo II

 Totus Tuus ego sum

Nel Nome della Santissima Trinità. Amen.

«Vegliate, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà» (cfr Mt 24, 42) — queste parole mi ricordano l'ultima chiamata, che avverrà nel momento in cui il Signore vorrà. Desidero seguirLo e desidero che tutto ciò che fa parte della mia vita terrena mi prepari a questo momento. Non so quando esso verrà, ma come tutto, anche questo momento depongo nelle mani della Madre del mio Maestro: Totus Tuus. Nelle stesse mani materne lascio tutto e Tutti coloro con i quali mi ha collegato la mia vita e la mia vocazione. In queste Mani lascio soprattutto la Chiesa, e anche la mia Nazione e tutta l'umanità. Ringrazio tutti. A tutti chiedo perdono. Chiedo anche la preghiera, affinché la Misericordia di Dio si mostri più grande della mia debolezza e indegnità.

Durante gli esercizi spirituali ho riletto il testamento del Santo Padre Paolo VI. Questa lettura mi ha spinto a scrivere il presente testamento.

Non lascio dietro di me alcuna proprietà di cui sia necessario disporre. Quanto alle cose di uso quotidiano che mi servivano, chiedo di distribuirle come apparirà opportuno. Gli appunti personali siano bruciati. Chiedo che su questo vigili don Stanislao, che ringrazio per la collaborazione e l'aiuto così prolungato negli anni e così comprensivo. Tutti gli altri ringraziamenti, invece, li lascio nel cuore davanti a Dio stesso, perché è difficile esprimerli.

Per quanto riguarda il funerale, ripeto le stesse disposizioni, che ha dato il Santo Padre Paolo VI. (qui nota al margine: il sepolcro nella terra, non in un sarcofago, 13.3.92). Del luogo decidano il Collegio Cardinalizio e i Connazionali.


«Apud Dominum misericordia
et copiosa apud Eum redemptio» (Sal 129)


Giovanni Paolo II


 


Roma, 6.III.1979


Dopo la morte chiedo Sante Messe e preghiere


«Si avvicina il tramonto della mia vita terrena...» Il testamento spirituale di Papa Francesco

Miserando atque Eligendo


Nel Nome della Santissima Trinità. Amen.

Sentendo che si avvicina il tramonto della mia vita terrena e con viva speranza nella Vita Eterna, desidero esprimere la mia volontà testamentaria solamente per quanto riguarda il luogo della mia sepoltura.

La mia vita e il ministero sacerdotale ed episcopale ho sempre affidato alla Madre del Nostro Signore, Maria Santissima. Perciò, chiedo che le mie spoglie mortali riposino aspettando il giorno della risurrezione nella Basilica Papale di Santa Maria Maggiore.

Desidero che il mio ultimo viaggio terreno si concluda proprio in questo antichissimo santuario Mariano dove mi recavo per la preghiera all’inizio e al termine di ogni Viaggio Apostolico ad affidare fiduciosamente le mie intenzioni alla Madre Immacolata e ringraziarLa per la docile e materna cura.

Chiedo che la mia tomba sia preparata nel loculo della navata laterale tra la Cappella Paolina (Cappella della Salus Populi Romani) e la Cappella Sforza della suddetta Basilica Papale come indicato nell’accluso allegato.

Il sepolcro deve essere nella terra; semplice, senza particolare decoro e con l’unica iscrizione: Franciscus.

Le spese per la preparazione della mia sepoltura saranno coperte con la somma del benefattore che ho disposto, a trasferire alla Basilica Papale di Santa Maria Maggiore e di cui ho provveduto dare opportune istruzioni a Mons. Rolandas Makrickas, Commissario Straordinario del Capitolo Liberiano.

Il Signore dia la meritata ricompensa a coloro che mi hanno voluto bene e continueranno a pregare per me. La sofferenza che si è fatta presente nell’ultima parte della mia vita l’ho offerta al Signore per la pace nel mondo e la fratellanza tra i popoli.


Santa Marta, 29 giugno 2022

Francesco

«Se in quest’ora tarda della mia vita...» Il testamento spirituale di Papa Benedetto XVI

Il mio testamento spirituale


Se in quest’ora tarda della mia vita guardo indietro ai decenni che ho percorso, per prima cosa vedo quante ragioni abbia per ringraziare. Ringrazio prima di ogni altro Dio stesso, il dispensatore di ogni buon dono, che mi ha donato la vita e mi ha guidato attraverso vari momenti di confusione; rialzandomi sempre ogni volta che incominciavo a scivolare e donandomi sempre di nuovo la luce del suo volto. Retrospettivamente vedo e capisco che anche i tratti bui e faticosi di questo cammino sono stati per la mia salvezza e che proprio in essi Egli mi ha guidato bene.

Ringrazio i miei genitori, che mi hanno donato la vita in un tempo difficile e che, a costo di grandi sacrifici, con il loro amore mi hanno preparato una magnifica dimora che, come chiara luce, illumina tutti i miei giorni fino a oggi. La lucida fede di mio padre ha insegnato a noi figli a credere, e come segnavia è stata sempre salda in mezzo a tutte le mie acquisizioni scientifiche; la profonda devozione e la grande bontà di mia madre rappresentano un’eredità per la quale non potrò mai ringraziare abbastanza. Mia sorella mi ha assistito per decenni disinteressatamente e con affettuosa premura; mio fratello, con la lucidità dei suoi giudizi, la sua vigorosa risolutezza e la serenità del cuore, mi ha sempre spianato il cammino; senza questo suo continuo precedermi e accompagnarmi non avrei potuto trovare la via giusta.

Di cuore ringrazio Dio per i tanti amici, uomini e donne, che Egli mi ha sempre posto a fianco; per i collaboratori in tutte le tappe del mio cammino; per i maestri e gli allievi che Egli mi ha dato. Tutti li affido grato alla Sua bontà. E voglio ringraziare il Signore per la mia bella patria nelle Prealpi bavaresi, nella quale sempre ho visto trasparire lo splendore del Creatore stesso. Ringrazio la gente della mia patria perché in loro ho potuto sempre di nuovo sperimentare la bellezza della fede. Prego affinché la nostra terra resti una terra di fede e vi prego, cari compatrioti: non lasciatevi distogliere dalla fede. E finalmente ringrazio Dio per tutto il bello che ho potuto sperimentare in tutte le tappe del mio cammino, specialmente però a Roma e in Italia che è diventata la mia seconda patria.

A tutti quelli a cui abbia in qualche modo fatto torto, chiedo di cuore perdono.

Quello che prima ho detto ai miei compatrioti, lo dico ora a tutti quelli che nella Chiesa sono stati affidati al mio servizio: rimanete saldi nella fede! Non lasciatevi confondere! Spesso sembra che la scienza - le scienze naturali da un lato e la ricerca storica (in particolare l’esegesi della Sacra Scrittura) dall’altro - siano in grado di offrire risultati inconfutabili in contrasto con la fede cattolica. Ho vissuto le trasformazioni delle scienze naturali sin da tempi lontani e ho potuto constatare come, al contrario, siano svanite apparenti certezze contro la fede, dimostrandosi essere non scienza, ma interpretazioni filosofiche solo apparentemente spettanti alla scienza; così come, d’altronde, è nel dialogo con le scienze naturali che anche la fede ha imparato a comprendere meglio il limite della portata delle sue affermazioni, e dunque la sua specificità. Sono ormai sessant’anni che accompagno il cammino della Teologia, in particolare delle Scienze bibliche, e con il susseguirsi delle diverse generazioni ho visto crollare tesi che sembravano incrollabili, dimostrandosi essere semplici ipotesi: la generazione liberale (Harnack, Jülicher ecc.), la generazione esistenzialista (Bultmann ecc.), la generazione marxista. Ho visto e vedo come dal groviglio delle ipotesi sia emersa ed emerga nuovamente la ragionevolezza della fede. Gesù Cristo è veramente la via, la verità e la vita - e la Chiesa, con tutte le sue insufficienze, è veramente il Suo corpo.

Infine, chiedo umilmente: pregate per me, così che il Signore, nonostante tutti i miei peccati e insufficienze, mi accolga nelle dimore eterne. A tutti quelli che mi sono affidati, giorno per giorno va di cuore la mia preghiera.

29 agosto 2006

Benedictus PP XVI


 

domenica 8 marzo 2026

Aforismi Sapienza

Zeus, chi mai esso sia, se con questo nome gli è caro essere chiamato, con questo lo invoco: tutto considerato, non ho nulla che regga il confronto se non Zeus... guidando i mortali verso la sapienza, ha posto in vigore la legge che si apprenda attraverso sofferenza.
(Eschilo, Inno a Zeus dell'Agamennone, vv. 159-165 e 176-178)

Ho deciso allora di conoscere la sapienza e la scienza, come anche la stoltezza e la follia, e ho capito che anche questo è un correre dietro al vento. Infatti:
molta sapienza, molto affanno;
chi accresce il sapere aumenta il dolore.
(Qoèlet, 1 17 - 18)



giovedì 5 marzo 2026

Egli ha steso le braccia

Per inventare nuovi spazi

dove i corpi si rialzeranno,

egli ha steso le braccia:

l’uomo è liberato, il muro è crollato

su cui avevan scritto che Dio è morto.

Perché siete tristi ancora? 


      Dal quel giorno del sangue versato

      sapete ormai che tutto è grazia. 


Per trarvi fuori dalla stretta

e guidarvi in luoghi deserti,

egli ha steso le braccia:

il mare si è alzato, il popolo ha traversato

lo splendido sentiero ch’egli ha riaperto.

Perché non passare il mare?


Per trattenervi accanto a lui

trasfigurati dallo Spirito,

egli ha steso le braccia:

il velo è strappato e il libro dissigillato

che teneva nascosto il Dio vivente.

Perché non correre a lui?


Gli alberi nel mare, Elledici, 1977, pp. 32-33

Didier Rimaud (1922 - 2023), gesuita francese, poeta, compositore, musicista, traduttore


domenica 1 marzo 2026

«Entra anche tu nella pace del tuo Signore!» Il testamento di Don Primo Mazzolari

 Il 4 agosto 1954 aveva stilato il suo « testamento spirituale », un vero capolavoro di mistica sacerdotale.

Non possiedo niente. La roba non mi ha fatto gola e tanto meno mi ha occupato.

Non ho niente e sono contento di non aver niente da darvi.

Intorno al mio altare, come intorno alla mia casa e al mio lavoro, non ci fu mai «suon di denaro»: il poco che è passato nelle mie mani – avrebbe potuto essere molto, se ci avessi fatto caso – è andato dove doveva andare.

Chiudo la mia giornata, come credo di averla vissuta, in piena comunione di fede e di obbedienza alla chiesa e in sincera e affettuosa devozione verso il Papa e il vescovo.

Dopo la messa, il dono più grande è stata la parrocchia. Ho inteso rimanere in ogni circostanza sacerdote e padre di tutti i miei parrocchiani. Se non ci riuscii non fu per mancanza di cuore, ma per le naturali difficoltà.

Verso la casa dell'Eterno, che non conosce assenti, mi avvio confortato dal perdono di tutti, che torno a invocare ai piedi di quell’altare che ho salito tante e tante volte con povertà sconfinata, sperando che nell'ultima messa il Sacerdote Eterno, dopo avermi posto sulla croce, mi serri tra le sue braccia, dicendo anche a me: «Entra anche tu nella pace del tuo Signore!»

Don Primo Mazzolari, 4 agosto 1954 

Da: G. Orrù, Uomini come altri, Roma, Ed. Rogate, 1977, p. 152 - 153

Primo Mazzolari