Non dimenticare mai che ci sono solo due filosofie che possono governare la tua vita: quella della croce, che inizia con il digiuno e termina con la festa; e quella di Satana, che inizia con la festa e termina con il mal di testa. (Card. Fulton John Sheen)
Il tutto nel frammento
Briciole di saggezza... fette di sapienza...
lunedì 16 marzo 2026
Cristo, l'uomo nuovo
In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo.
Adamo, infatti, il primo uomo, era figura di quello futuro (1) (Rm 5,14) e cioè di Cristo Signore.
Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l'uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione.
Nessuna meraviglia, quindi, che tutte le verità su esposte in lui trovino la loro sorgente e tocchino il loro vertice. Egli è «l'immagine dell'invisibile Iddio» (Col 1,15) (2) è l'uomo perfetto che ha restituito ai figli di Adamo la somiglianza con Dio, resa deforme già subito agli inizi a causa del peccato.
Poiché in lui la natura umana è stata assunta, senza per questo venire annientata (3) per ciò stesso essa è stata anche in noi innalzata a una dignità sublime.
Con l'incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo.
Ha lavorato con mani d'uomo, ha pensato con intelligenza d'uomo, ha agito con volontà d'uomo (4) ha amato con cuore d'uomo. Nascendo da Maria vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché il peccato (5). Agnello innocente, col suo sangue sparso liberamente ci ha meritato la vita; in lui Dio ci ha riconciliati con se stesso e tra noi (6) e ci ha strappati dalla schiavitù del diavolo e del peccato; così che ognuno di noi può dire con l'Apostolo: il Figlio di Dio «mi ha amato e ha sacrificato se stesso per me» (Gal 2,20). Soffrendo per noi non ci ha dato semplicemente l'esempio perché seguiamo le sue orme (7) ma ci ha anche aperta la strada: se la seguiamo, la vita e la morte vengono santificate e acquistano nuovo significato.
Concilio Vaticano II, Lumen Gentium, 22
(2) Cf. 2 Cor 4,4
(3) Cf. CONCILIO DI COSTANTINOP. II, can. 7: "Né il Verbo Dio passato nella natura della carne, né la carne si trasformata nella natura del Verbo": Dz 219 (428) [Collantes 4.026]. - Cf. anche CONC. DI COSTANTINOP. III: "Come la santissima, immacolata, animata sua carne deificata non fu distrutta ( theótheisa ouk anèrethè), ma rimase nel suo proprio stato e modo d’essere": Dz 291 (556) [Collantes 4.071]. - Cf. CONC. DI CALCED.: "Dev’essere riconosciuto inconfusamente, immutabilmente, senza divisione, inseparabilmente in due nature": Dz 148 (302) [Collantes 4.012]
(4) Cf. CONC. DI COSTANTINOP. III: "Così non stata distrutta la sua volontà umana": Dz 291 (556) [Collantes 4.071]
(5) Cf. Eb 4,15
(6) Cf. 2 Cor 5,18-19; Col 1,20-22
(7) Cf. 1 Pt 2,21; Mt 16,24; Lc 14,27
Oggi sulla terra c'è grande silenzio, grande silenzio e solitudine
La discesa agli inferi del Signore
Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c'è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi.
Certo egli va a cercare il primo padre, come la pecorella smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell'ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva che si trovano in prigione.
Il Signore entrò da loro portando le armi vittoriose della croce. Appena Adamo, il progenitore, lo vide, percuotendosi il petto per la meraviglia, gridò a tutti e disse: «Sia con tutti il mio Signore». E Cristo rispondendo disse ad Adamo: «E con il tuo spirito». E, presolo per mano, lo scosse, dicendo: «Svegliati, tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà.
Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio; che per te e per questi, che da te hanno avuto origine, ora parlo e nella mia potenza ordino a coloro che erano in carcere: Uscite! A coloro che erano nelle tenebre: Siate illuminati! A coloro che erano morti: Risorgete! A te comando: Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell'inferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti. Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui! Tu in me e io in te siamo infatti un'unica e indivisa natura.
Per te io, tuo Dio, mi sono fatto tuo figlio. Per te io, il Signore, ho rivestito la tua natura di servo. Per te, io che sto al di sopra dei cieli, sono venuto sulla terra e al di sotto della terra. Per te uomo ho condiviso la debolezza umana, ma poi son diventato libero tra i morti. Per te, che sei uscito dal giardino del paradiso terrestre, sono stato tradito in un giardino e dato in mano ai Giudei, e in un giardino sono stato messo in croce. Guarda sulla mia faccia gli sputi che io ricevetti per te, per poterti restituire a quel primo soffio vitale. Guarda sulle mie guance gli schiaffi, sopportati per rifare a mia immagine la tua bellezza perduta.
Guarda sul mio dorso la flagellazione subita per liberare le tue spalle dal peso dei tuoi peccati. Guarda le mie mani inchiodate al legno per te, che un tempo avevi malamente allungato la tua mano all'albero. Morii sulla croce e la lancia penetrò nel mio costato, per te che ti addormentasti nel paradiso e facesti uscire Eva dal tuo fianco. Il mio costato sanò il dolore del tuo fianco. Il mio sonno ti libererà dal sonno dell'inferno. La mia lancia trattenne la lancia che si era rivolta contro di te.
Sorgi, allontaniamoci di qui. Il nemico ti fece uscire dalla terra del paradiso. Io invece non ti rimetto più in quel giardino, ma ti colloco sul trono celeste. Ti fu proibito di toccare la pianta simbolica della vita, ma io, che sono la vita, ti comunico quello che sono. Ho posto dei cherubini che come servi ti custodissero. Ora faccio sì che i cherubini ti adorino quasi come Dio, anche se non sei Dio.
Il trono celeste è pronto, pronti e agli ordini sono i portatori, la sala è allestita, la mensa apparecchiata, l'eterna dimora è addobbata, i forzieri aperti. In altre parole, è preparato per te dai secoli eterni il Regno dei Cieli».
Da un'antica Omelia sul Sabato santo (PG 43, 439. 451. 462-463)
domenica 15 marzo 2026
Credere nel Risorto
Credere nel Risorto è rifiutarsi di accettare che la nostra vita sia solo una piccola parentesi fra due immensi vuoti. Appoggiandoci su Gesù risuscitato da Dio, intuiamo, desideriamo e crediamo che Dio sta conducendo verso la sua vera pienezza l’anelito di vita, di giustizia e di pace racchiuso nel cuore dell’umanità e della creazione intera.
Credere nel Risorto è ribellarci con tutte le nostre forze a che l’immensa maggioranza di uomini, di donne e di bambini che in questa vita hanno conosciuto solo miseria, umiliazione e sofferenza, restino dimenticati per sempre.
Credere nel Risorto è confidare in una vita in cui non ci sarà più povertà né dolore, nessuno sarà triste, nessuno dovrà piangere. Alla fine potremo vedere quelli che vengono sui barconi arrivare alla loro vera patria.
Credere nel Risorto è accostarci con speranza a tante persone senza salute, malati cronici, disabili fisici e psichici, persone infossate nella depressione, stanche di vivere e di lottare. Un giorno conosceranno cosa è vivere in pace e in piena salute. Ascolteranno le parole del Padre: «Entra per sempre nella gioia del tuo Signore».
Credere nel Risorto è non rassegnarci a che Dio continui ad essere per sempre un «Dio nascosto», di cui non possiamo conoscere lo sguardo, la tenerezza e gli abbracci. Troveremo Colui che si è incarnato gloriosamente in Gesù.
Credere nel Risorto è confidare che i nostri sforzi per un mondo più umano e più felice non si perderanno nel vuoto. Un felice giorno, gli ultimi saranno i primi e le prostitute ci precederanno nel Regno.
Credere nel Risorto è sapere che tutto quello che qui è rimasto a metà, quel che non ha potuto essere, quello che abbiamo sciupato perché siamo maldestri o con il nostro peccato, tutto arriverà in Dio alla sua pienezza. Niente si perderà di quello che abbiamo vissuto con amore o di quello a cui abbiamo rinunciato per amore.
Credere nel Risorto è sperare che le ore di gioia e le esperienze amare, le «impronte» che abbiamo lasciato nelle persone e nelle cose, quel che abbiamo costruito o di cui abbiamo fruito generosamente, sarà trasfigurato. Non conosceremo più l’amicizia e la festa che finisce né il commiato che intristisce. Dio sarà tutto in tutti.
Credere nel Risorto è credere che un giorno ascolteremo queste incredibili parole che il libro dell’Apocalisse mette in bocca a Dio: «Io sono il Principio e la Fine. A colui che ha sete io darò gratuitamente da bere alla fonte dell’acqua della vita». Non ci sarà più morte, non ci sarà più lamento, non ci saranno pianti né affanni, perché tutto questo sarà passato.
José Antonio Pagola, presbitero e teologo spagnolo
lunedì 9 marzo 2026
Povero è nato, povero visse, povero morì
Non temiamo, fratelli poveri, ascoltiamo il Povero che raccomanda ai poveri la povertà. Crediamo alla sua esperienza. Povero è nato, povero visse, povero morì. Ha voluto morire, non volle arricchire. Crediamo perciò alla Verità che ci indica la strada che conduce alla vita. Via stretta, ma breve; e la beatitudine sarà eterna. Via stretta, ma che mena alla vita, al largo, e ci farà camminare per vaste distese.
Eppure è un cammino scosceso, perché si eleva e così camminiamo verso il cielo. Di qui la necessità di alleggerirci, di non essere pesanti nel nostro andare. Che cosa vogliamo? Cerchiamo davvero la felicità? La Verità ci mostra la vera beatitudine. Vogliamo poi la ricchezza? Il Re distribuisce i regni e fa i re. Gli uomini si sono lasciati prendere alla rete di questa peste disastrosa che è la vana ricerca: quello che è insufficiente costa poco sforzo; ci si sfinisce per il superfluo.
Cinque paia di buoi, ecco il pretesto che li priva delle nozze e del cielo, le nozze che fanno passare dalla povertà all’abbondanza, dall’ultimo posto al primo, dall’abiezione alla dignità, dalla fatica al riposo. Eliseo ha sacrificato i buoi per seguire più facilmente Elia e noi facciamo lo stesso e seguiamo Cristo!
Isacco della Stella (1100 – 1169), monaco cristiano, teologo e filosofo inglese, venerato come beato dalla Chiesa cattolica
Magnificat! Il testamento spirituale del Card. Eduardo Pironio
Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen! Magnificat!
Fui battezzato nel nome della Trinità Santissima; credetti fermamente in Essa, per la misericordia di Dio; ne gustai l’amorosa presenza nella piccolezza della mia anima (mi sono sentito abitato dalla Trinità). Ora entro «nella gioia del mio Signore», nella contemplazione diretta, «faccia a faccia», della Trinità. Finora «ho pellegrinato da lontano verso il Signore», adesso «lo vedo quale Egli è». Sono felice. Magnificat!
«Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo, e vado al Padre». Grazie, Signore e Dio mio, Padre delle misericordie, perché mi chiami e mi attendi. Perché mi abbracci nella gioia del tuo perdono.
Non piangete per la mia dipartita! «Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado dal Padre». Vi chiedo solo di continuare ad accompagnarmi con il vostro affetto e con la vostra supplica e di pregare molto per la mia anima.
Magnificat! Mi affido al cuore di Maria, mia buona Madre, la Vergine Fedele, affinché mi aiuti a rendere grazie al Padre e a chiedere perdono per i miei innumerevoli peccati.
Magnificat! Ti rendo grazie, Padre, per il dono della vita. Quanto è bello vivere! Tu ci ha fatti, Signore, per la Vita. La amo, la offro, la attendo, Tu sei la Vita, come sei sempre stato la mia Verità e la mia Via.
Magnificat! Ringrazio il Padre per il dono inestimabile del mio Battesimo che mi ha reso figlio di Dio e tempio vivo della Trinità. Mi spiace di non aver realizzato bene la mia vocazione battesimale alla santità.
Magnificat! Ringrazio il Signore per il mio sacerdozio. Mi sono sentito straordinariamente felice di essere sacerdote e vorrei trasmettere questa gioia profonda ai giovani di oggi, quale mio migliore testamento ed eredità.
Il Signore è stato buono con me. Che le anime che hanno ricevuto la presenza di Gesù mediante il mio ministero sacerdotale preghino per il mio eterno riposo! Chiedo perdono, con tutta la mia anima, per il bene che ho tralasciato di fare come sacerdote. Sono pienamente consapevole che vi sono stati molti peccati di omissione nel mio sacerdozio, per non essere stato generosamente quello che avrei dovuto essere di fronte al Signore. Forse ora, morendo, inizierò a essere veramente utile: «se il chicco di grano caduto in terra… muore, produce molto frutto». La mia vita sacerdotale è stata sempre caratterizzata da tre amori e presenze: il Padre, Maria Santissima e la Croce.
Magnificat! Rendo grazie a Dio per il mio ministero di servizio nell’Episcopato. Quanto è stato buono Dio con me! Ho voluto essere «padre, fratello e amico» dei sacerdoti, dei religiosi e religiose, di tutto il Popolo di Dio. Ho voluto essere una semplice presenza di «Cristo, Speranza della Gloria». Ho voluto esserlo sempre, nei diversi servizi che Dio mi ha chiesto come Vescovo: Ausiliare di La Plata, Amministratore Apostolico di Avellaneda, Segretario Generale e Presidente del CELAM, Vescovo di Mar del Plata e poi, per disposizione di Papa Paolo VI, Prefetto della Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari e infine, per benigna disposizione di Papa Giovanni Paolo II, Presidente del Pontificio Consiglio per i Laici. Mi spiace di non essere stato più utile come Vescovo, di aver deluso la speranza di molti e la fiducia dei miei amatissimi Padri, i Papi Paolo VI e Giovanni Paolo II. Accetto però con gioia la mia povertà. Voglio morire con un’anima interamente povera.
Desidero esprimere il mio ringraziamento al Santo Padre, Giovanni Paolo II, per avermi affidato, nell’aprile del 1984, l’animazione dei fedeli laici. Da essi dipende, in modo immediato, l’edificazione della «civiltà dell’amore». Li amo enormemente, li abbraccio e li benedico; e ringrazio il Papa per la sua fiducia e per il suo affetto.
Magnificat! Rendo grazie a Dio che, attraverso il Santo Padre Paolo VI, mi ha chiamato a servire la Chiesa Universale nel privilegiato campo della vita consacrata. Come amo i Religiosi, le Religiose e tutti i laici consacrati nel mondo! Come invoco Maria Santissima per loro! Come offro oggi con gioia la mia vita perché siano fedeli! Sono Cardinale della Santa Chiesa. Rendo grazie all’amato Santo Padre Paolo VI per questa immeritata nomina. Rendo grazie al Signore per avermi fatto comprendere che il Cardinalato è una vocazione al martirio, una chiamata al servizio pastorale e una forma più profonda di paternità spirituale. Mi sento così felice di essere martire, di essere Pastore, di essere Padre.
Magnificat! Ringrazio il Signore per il privilegio della croce. Mi sento felicissimo di aver molto sofferto. Solo mi dispiace di non aver sofferto bene e di non aver assaporato sempre in silenzio la mia croce. Desidero che, almeno ora, la mia croce inizi ad essere luminosa e feconda. Che nessuno si senta colpevole di avermi fatto soffrire, perché è stato strumento provvidenziale di un Padre che mi ha amato molto. Sì, chiedo perdono, con tutta la mia anima, perché ho fatto soffrire tante persone!
Magnificat! Ringrazio il Signore perché mi ha fatto comprendere il Mistero di Maria nel Mistero di Gesù e perché la Vergine è stata tanto presente nella mia vita personale e nel mio ministero. A Lei devo tutto. Confesso che la fecondità della mia parola la devo a Lei. Le mie grandi date – di croce e di gioia – sono sempre state date mariane.
Magnificat! Ringrazio il Signore perché il mio ministero si è svolto quasi sempre, in modo privilegiato, al servizio dei sacerdoti e dei seminaristi, dei religiosi e delle religiose, e ultimamente dei fedeli laici. Ai sacerdoti ai quali, nel mio lungo ministero, ho potuto fare un po’ di bene chiedo la carità di una Messa per la mia anima.
Li ringrazio tutti per il dono della loro amicizia sacerdotale. Auguro ai seminaristi – a tutti coloro che Dio ha posto un giorno lungo il mio cammino – un sacerdozio santo e fecondo: che siano anime di preghiera, assaporino la croce, che amino il Padre e Maria! Chiedo agli amatissimi religiosi e religiose, «mia gloria e mia corona», di vivere con profonda gioia la loro consacrazione e la loro missione. Lo stesso dico ai carissimi laici consacrati nella provvidenziale chiamata degli Istituti Secolari. A tutti chiedo di perdonare i miei cattivi esempi e i miei peccati di omissione.
Magnificat! Rendo grazie a Dio per aver potuto consumare le mie povere forze e talenti nella dedizione ai carissimi laici, l’amicizia e la testimonianza dei quali mi hanno arricchito spiritualmente. Ho amato molto l’Azione Cattolica.
Se non ho fatto di più è perché non l’ho saputo fare. Dio mi ha concesso di lavorare con i laici a partire dalla semplicità contadina di Mercedes (Argentina) fino al Pontificio Consiglio per i Laici. Magnificat!
Chiedo perdono a Dio per i miei innumerevoli peccati, alla Chiesa per non averla servita più generosamente, alle anime per non averle amate in modo più eroico e concreto. Se ho offeso qualcuno, gli chiedo perdono: desidero morire con la coscienza tranquilla. E se qualcuno crede di avermi offeso, voglio che provi la gioia del mio perdono e del mio abbraccio fraterno.
Ringrazio tutti per l’amicizia e la fiducia. Ringrazio i miei amati genitori – che ora incontrerò in cielo – per la fede che mi hanno trasmesso. Ringrazio tutti i miei fratelli per la loro compagnia spirituale e per il loro affetto, soprattutto mia sorella Zulema.
Amo con tutta la mia anima Papa Giovanni Paolo II, gli rinnovo la mia completa disponibilità, gli chiedo perdono per tutto ciò che non ho saputo fare come Prefetto della Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari e come Presidente del Pontificio Consiglio per i Laici. Dio è testimone della mia totale dedizione e buona volontà.
Lo ringrazio per la delicatezza e la bontà di avermi voluto nominare Cardinale Vescovo della Diocesi Suburbicaria di Sabina-Poggio Mirteto. Rinnovo alle amate Serve di Cristo Sacerdote, che mi hanno accompagnato per tanti anni, tutta la mia gratitudine, il mio affetto paterno e la mia profonda venerazione per la loro vocazione specifica, tanto provvidenziale nella Chiesa.
Le amo molto, prego per esse e le benedico in Cristo e in Maria Santissima.
Ringrazio il mio caro e fedele Segretario, il R.P. Fernando Vérgez, Legionario di Cristo, per il suo affetto e la sua fedeltà, per la sua compagnia così vicina ed efficiente, per la sua collaborazione, la sua pazienza e la sua bontà.
Chiedo di far celebrare Messe per me e di pregare per la mia anima e per quelle delle tante persone di cui nessuno si ricorda. In modo particolare desidero che si preghi per la santificazione dei sacerdoti, dei religiosi, delle religiose e di tutte le anime consacrate.
Desidero morire tranquillo e sereno: perdonato dalla misericordia del Padre, dalla bontà materna della Chiesa, dall’affetto e dalla comprensione dei miei fratelli. Non ho nemici, grazie a Dio; non provo rancore né invidia per nessuno. Chiedo a tutti di perdonarmi e di pregare per me.
A quando ci riuniremo nella Casa del Padre! Tutti abbraccio di vero cuore per l’ultima volta nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo! Tutti depongo nel cuore di Maria, la Vergine povera, contemplativa e fedele. Ave Maria! A Lei chiedo: «Mostraci dopo questo esilio Gesù, il frutto benedetto del tuo seno».
Roma, 11 febbraio 1996
Beato Card. Eduardo F. Pironio (1920 – 1998), cardinale e arcivescovo cattolico argentino
«Miserere mei, Deus...» Il testamento di Papa Pio XII
Miserere mei, Deus, secundum (magnam) misericordiam tuam.
Queste parole, che, conscio di esserne immeritevole ed impari, pronunciai nel momento, in cui diedi tremando la mia accettazione alla elezione a Sommo Pontefice, con tanto maggior fondamento le ripeto ora in cui la consapevolezza delle deficienze, delle manchevolezze, delle colpe commesse durante un così lungo Pontificato e in un'epoca così grave ha reso più chiare alla mia mente la mia insufficienza e indegnità. Chiedo umilmente perdono a quanti ho potuto offendere, danneggiare, scandalizzare con le parole e con le opere. Prego coloro, cui spetta, di non occuparsi né preoccuparsi per erigere qualsiasi monumento alla mia memoria; basta che i miei poveri resti mortali siano deposti semplicemente in luogo sacro, tanto più gradito quanto più oscuro. Non mi occorre di raccomandare i suffragi per l'anima mia; so quanto numerosi sono quelli che le norme consuete della Sede Apostolica e la pietà dei fedeli offrono per ogni Papa defunto. Non ho nemmeno bisogno di lasciare un «testamento spirituale», come sogliono lodevolmente fare tanti zelanti Prelati; poiché i non pochi Atti e discorsi, da me per necessità di officio emanati o pronunziati, bastano a far conoscere, a chi per avventura lo desiderasse, il mio pensiero intorno alle varie questioni religiose e morali.
Ciò premesso, nomino mia erede universale la Santa Sede Apostolica, da cui tanto ho avuto, come da Madre amantissima.
15 maggio 1956
Pio XII