martedì 17 febbraio 2026

Preghiera dell'anima innamorata

Mio Signore, mio Amato, se non compi quello che io ti chiedo perché ancora ti ricordi dei miei peccati, fai pure, o Dio mio, riguardo ad essi la tua volontà, che è quanto io cerco di più; usa la tua bontà e misericordia e sarai conosciuto in essi. E se tu attendi le mie opere per concedermi ciò di cui ti prego, concedimele e compile tu e vengano pure le pene che tu desideri accettare da me, ma se tu non aspetti le mie opere, che cosa aspetti, o clementissimo mio Signore? Perché tardi? Se infine deve essere grazia e misericordia quella che ti chiedo nel tuo Figlio, accetta il mio piccolo contributo perché lo vuoi e concedimi questo bene, poiché vuoi anche questo.

Chi potrà mai liberarsi dal suo modo di agire e dalla sua condizione imperfetta, se tu, o Dio mio, non lo sollevi a te in purezza di amore?

Come si innalzerà a te l’uomo generato e cresciuto in bassezza, se tu, o Signore, non lo sollevi con la mano con cui lo creasti?

Non mi toglierai, Dio mio, quanto una volta mi hai dato nel tuo unico Figlio Gesù Cristo, nel quale mi hai concesso tutto ciò che io desidero; perciò io mi rallegrerò pensando che tu non tarderai, se io attendo.

Perché indugi a lungo, potendo tu subito amare Dio dentro il tuo cuore?

Miei sono i cieli e mia la terra, miei sono gli uomini, i giusti sono miei e miei i peccatori. Gli Angeli sono miei e la Madre di Dio, tutte le cose sono mie. Lo stesso Dio è mio e per me, poiché Cristo è mio e tutto per me.

Che cosa chiedi dunque e che cosa cerchi, anima mia?

Tutto ciò è tuo e tutto per te.

Non ti fermare in cose meno importanti e non contentarti delle briciole che cadono dalla mensa del Padre tuo.

Esci fuori e vai superba della tua gloria. Nasconditi in essa e gustala ed otterrai quanto chiede il tuo cuore.

Opere, p. 108

San Giovanni della Croce

lunedì 16 febbraio 2026

Il discorso di Mileto. Il testamento di Paolo

Trovandosi a Milèto, Paolo fece venire da Efeso i responsabili di quella comunità. Quando arrivarono, Paolo disse loro: «Voi sapete come io mi sono comportato con voi per tutto questo tempo: dal primo giorno che arrivai in Asia fino a oggi. Ho lavorato per il Signore con profonda umiltà. Ho sofferto e ho anche pianto. Ho dovuto subire le insidie dei capi ebrei a rischio della vita. Voi sapete che non ho mai trascurato quello che poteva esservi utile: non ho mai cessato di predicare e di istruirvi sia in pubblico che nelle vostre case. A tutti, Ebrei e Greci, ho raccomandato con insistenza di cambiar vita, di tornare a Dio e di credere nel Signore nostro Gesù.

Ed ora, ecco: io devo andare a Gerusalemme senza sapere quel che mi accadrà. È lo Spirito Santo che mi costringe. Durante tutto questo viaggio lo Spirito Santo mi sta dicendo che mi aspettano catene e tribolazioni. Tuttavia, quel che più mi importa non è la mia vita, ma portare a termine la mia corsa e la missione che il Signore Gesù mi ha affidato: annunziare a tutti che Dio ama gli uomini.

Ecco: io sono passato in mezzo a voi annunziando il regno di Dio; ora so che voi tutti non vedrete più il mio volto. Per questo, oggi, vi dichiaro solennemente che se qualcuno di voi non accoglie il Signore, io non ne ho colpa. Io infatti non ho mai trascurato di annunziarvi tutta la volontà di Dio».

Atti degli Apostoli 20,17-27 (TILC)

La Croce di Gesù: scandalo e follia

Da sempre nel cristianesimo ciò che appare “scandalo e follia” è l’evento della croce e, di conseguenza, anche le metafore e i segni della croce. Al cristiano si ripresenta la tentazione di “svuotare la croce”, come denuncia Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi (1,17), così come al non cristiano la croce e la sua logica appaiono disumane se non un falso tentativo di interpretazione della sofferenza. Questo da sempre. Ma oggi – in questi nostri tempi contrassegnati nel mondo occidentale dal benessere materiale, dall’abbondanza di ricchezze e di comodità, dalla ricerca di piacere a basso prezzo, dalla convinzione che tutto ciò che è tecnicamente possibile ed economicamente ottenibile è per ciò stesso lecito e auspicabile – dobbiamo constatare che la rimozione della croce è quotidianamente attestata in mille modi, a volte rozzi, a volte molto sottili, e il fondamento stesso del cristianesimo ha perso evidenza, risulta sbiadito, annebbiato. Si pensi al tentativo di presentare la vita cristiana soltanto sotto il segno della resurrezione, quasi fosse una festa continua; si pensi alle energie spese per presentare ai giovani un vangelo accattivante perché liberato dalle esigenze della “rinuncia” (elemento essenziale della stessa liturgia battesimale, oggi ridotto a termine impronunciabile), della disciplina, del rinnegamento di sé, del prendere su di sé la croce (espressioni evangeliche oggi considerate “sconvenienti” a pronunciarsi); si pensi alla scena, cui si assiste sempre più frequentemente nello spazio ecclesiale, di retori gnostici non cristiani che declinano a loro modo la fede cristiana, riproponendo ai credenti un cristianesimo svuotato dalla follia della croce e arricchito dal discorso intellettuale persuasivo. Ormai Celso non è più il filosofo del II secolo che denigrava i cristiani a causa del loro Signore – un crocifisso – e della composizione sociologica – estremamente povera – della chiesa: no, il nuovo Celso elogia e loda un Gesù che è maestro di filantropia e adula i cristiani così importanti e determinanti nella pólis, ma per fare questo annebbia, oscura, relega nell’oblio ciò che è l’evento fondatore e ispiratore della vita cristiana. E accanto al nuovo Celso c’è il nuovo imperatore, che come l’antico tratteggiato da Ilario di Poitiers, il grande padre della chiesa del IV secolo, “è insidioso e lusinga, non ci flagella la schiena, ma ci accarezza il ventre; non ci confisca i beni (dandoci così la vita), ma ci arricchisce per darci la morte; ci spinge non verso la libertà mettendoci in carcere, ma verso la schiavitù invitandoci e onorandoci nel palazzo; non ci colpisce il corpo, ma prende possesso del cuore; non ci taglia la testa con la spada, ma ci uccide l’anima con il denaro” (Liber contra Constantium 5). Così, senza essere contestata visibilmente e direttamente, la croce è svuotata! Eppure, con quanta insistenza e con che forza Giovanni Paolo II ritorna a chiedere ai cristiani di “non svuotare la croce di Cristo”!

Almeno una volta all’anno, al venerdì santo, la croce è posta davanti ai fedeli in tutta la sua realtà e la sua verità: c’è Gesù di Nazaret, un uomo, un rabbi, un profeta che è appeso a un legno nella nudità assoluta, un uomo crocifisso che appare anatema, scomunicato, indegno del cielo e della terra, un uomo abbandonato dai suoi discepoli, un uomo che muore disprezzato da quanti sono testimoni del suo supplizio ignominioso. Quell’uomo è Gesù il giusto, che muore così a causa del mondo ingiusto in cui ha vissuto, quell’uomo è il credente fedele a Dio anche se muore come peccatore abbandonato da Dio, quell’uomo è il Figlio di Dio cui il Padre darà risposta nel passaggio dalla morte alla resurrezione. Eppure questo evento della croce, avvenuto a Gerusalemme il 7 aprile dell’anno 30 della nostra era, può essere svuotato anche attraverso le sue metafore o i suoi segni, e noi cristiani dobbiamo restare vigilanti per non finire come gli uomini “religiosi” di ogni tempo che sentono nella crocifissione uno scandalo, o come i “sapienti” di questo mondo che la giudicano follia. La croce è la “sapienza di Dio” e san Paolo, coniando l’espressione “la parola della croce”, dice che l’evento che essa crea è l’evangelo, la buona notizia.

Il cristiano non è invitato dalla croce né al dolorismo né alla rassegnazione, né tantomeno a leggere la vita di Gesù a partire da essa, ma deve riconoscere che la vita di Gesù e la forma della sua morte, la crocifissione, sono state narrazioni di Dio, del Dio vivente che ama gli uomini anche quando sono malvagi, del Dio che perdona quelli che gli sono nemici nel momento stesso in cui essi si manifestano come tali, del Dio che accetta di essere rifiutato e ucciso volendo che il peccatore si converta e viva. La croce è allora anche la denuncia del nostro essere malvagi, sedotti dal male, peccatori e ingiusti, sicché il Giusto deve patire, essere rifiutato condannato e crocifisso. Sì, la croce è diventata l’emblema del cristiano – emblema a volte esaltato trionfalisticamente, altre volte ridotto a monile ornamentale o svilito a gesto scaramantico, altre ancora banalizzato a metafora di semplici avversità quotidiane – ma o essa permane memoria dello “strumento della propria esecuzione” per mettere a morte l’ ”uomo vecchio” che è in noi, oppure è un segno non abitato dall’evento e diviene, quindi, una mistificazione. Lutero, meditando sulla croce e facendosi qui eco dei padri della chiesa, scriveva: “Non è sufficiente conoscere Dio nella sua gloria e maestà, ma è anche necessario conoscerlo nell’umiliazione e nell’infamia della croce… In Cristo, nel Crocifisso stanno la vera teologia e la vera conoscenza di Dio”.

(Enzo Bianchi, Le parole della spiritualità, 101-104)

lunedì 9 febbraio 2026

Credo, spero, amo. Il testamento di Paolo VI

Alcune note per il mio testamento

In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

1. Fisso lo sguardo verso il mistero della morte, e di ciò che la segue, nel lume di Cristo, che solo la rischiara; e perciò con umile e serena fiducia. Avverto la verità, che per me si è sempre riflessa sulla vita presente da questo mistero, e benedico il vincitore della morte per averne fugate le tenebre e svelata la luce.

Dinanzi perciò alla morte, al totale e definitivo distacco dalla vita presente, sento il dovere di celebrare il dono, la fortuna, la bellezza, il destino di questa stessa fugace esistenza: Signore, Ti ringrazio che mi hai chiamato alla vita, ed ancor più che, facendomi cristiano, mi hai rigenerato e destinato alla pienezza della vita.

Parimente sento il dovere di ringraziare e di benedire chi a me fu tramite dei doni della vita, da Te, o Signore, elargitimi: chi nella vita mi ha introdotto (oh! siano benedetti i miei degnissimi Genitori!), chi mi ha educato, benvoluto, beneficato, aiutato, circondato di buoni esempi, di cure, di affetto, di fiducia, di bontà, di cortesia, di amicizia, di fedeltà, di ossequio. Guardo con riconoscenza ai rapporti naturali e spirituali che hanno dato origine, assistenza, conforto, significato alla mia umile esistenza: quanti doni, quante cose belle ed alte, quanta speranza ho io ricevuto in questo mondo!

Ora che la giornata tramonta, e tutto finisce e si scioglie di questa stupenda e drammatica scena temporale e terrena, come ancora ringraziare Te, o Signore, dopo quello della vita naturale, del dono, anche superiore, della fede e della grazia, in cui alla fine unicamente si rifugia il mio essere superstite? Come celebrare degnamente la tua bontà, o Signore, per essere io stato inserito, appena entrato in questo mondo, nel mondo ineffabile della Chiesa cattolica? Come per essere stato chiamato ed iniziato al Sacerdozio di Cristo? Come per aver avuto il gaudio e la missione di servire le anime, i fratelli, i giovani, i poveri, il popolo di Dio, e d’aver avuto l’immeritato onore d’essere ministro della santa Chiesa, a Roma specialmente, accanto al Papa, poi a Milano, come arcivescovo, sulla cattedra, per me troppo alta, e venerabilissima dei santi Ambrogio e Carlo, e finalmente su questa suprema e formidabile e santissima di San Pietro? In aeternum Domini misericordias cantabo.

Siano salutati e benedetti tutti quelli che io ho incontrati nel mio pellegrinaggio terreno; coloro che mi furono collaboratori, consiglieri ed amici - e tanti furono, e così buoni e generosi e cari! benedetti coloro che accolsero il mio ministero, e che mi furono figli e fratelli in nostro Signore!

A voi, Lodovico e Francesco, fratelli di sangue e di spirito, e a voi tutti carissimi di casa mia, che nulla a me avete chiesto, né da me avuto di terreno favore, e che mi avete sempre dato esempio di virtù umane e cristiane, che mi avete capito, con tanta discrezione e cordialità, e che soprattutto mi avete aiutato a cercare nella vita presente la via verso quella futura, sia la mia pace e la mia benedizione.

Il pensiero si volge indietro e si allarga d’intorno; e ben so che non sarebbe felice questo commiato, se non avesse memoria del perdono da chiedere a quanti io avessi offeso, non servito, non abbastanza amato; e del perdono altresì che qualcuno desiderasse da me. Che la pace del Signore sia con noi.

E sento che la Chiesa mi circonda: o santa Chiesa, una e cattolica ed apostolica, ricevi col mio benedicente saluto il mio supremo atto d’amore.

A te, Roma, diocesi di San Pietro e del Vicario di Cristo, dilettissima a questo ultimo servo dei servi di Dio, la mia benedizione più paterna e più piena, affinché Tu Urbe dell’orbe, sia sempre memore della tua misteriosa vocazione, e con umana virtù e con fede cristiana sappia rispondere, per quanto sarà lunga la storia del mondo, alla tua spirituale e universale missione.

Ed a Voi tutti, venerati Fratelli nell’Episcopato, il mio cordiale e riverente saluto; sono con voi nell’unica fede, nella medesima carità, nel comune impegno apostolico, nel solidale servizio al Vangelo, per l’edificazione della Chiesa di Cristo e per la salvezza dell’intera umanità. Ai Sacerdoti tutti, ai Religiosi e alle Religiose, agli Alunni dei nostri Seminari, ai Cattolici fedeli e militanti, ai giovani, ai sofferenti, ai poveri, ai cercatori della verità e della giustizia, a tutti la benedizione del Papa, che muore.

E così, con particolare riverenza e riconoscenza ai Signori Cardinali ed a tutta la Curia romana: davanti a voi, che mi circondate più da vicino, professo solennemente la nostra Fede, dichiaro la nostra Speranza, celebro la Carità che non muore, accettando umilmente dalla divina volontà la morte che mi è destinata, invocando la grande misericordia del Signore, implorando la clemente intercessione di Maria santissima, degli Angeli e dei anti, e raccomandando l’anima mia al suffragio dei buoni.


2. Nomino la Santa Sede mio erede universale: mi obbligano a ciò dovere, gratitudine, amore. Salvo le disposizioni qui sotto indicate.

3. Sia esecutore testamentario il mio Segretario privato. Egli vorrà consigliarsi con la Segreteria di Stato e uniformarsi alle norme giuridiche vigenti e alle buone usanze ecclesiastiche.

4. Circa le cose di questo mondo: mi propongo di morire povero, e di semplificare così ogni questione al riguardo.

Per quanto riguarda cose mobili e immobili di mia personale proprietà, che ancora restassero di provenienza familiare, ne dispongano i miei Fratelli Lodovico e Francesco liberamente; li prego di qualche suffragio per l’anima mia e per quelle dei nostri Defunti. Vogliano erogare qualche elemosina a persone bisognose o ad opere buone. Tengano per sé, e diano a chi merita e desidera qualche ricordo dalle cose, o dagli oggetti religiosi, o dai libri di mia appartenenza. Distruggano note, quaderni, corrispondenza, scritti miei personali.

Delle altre cose che si possano dire mie proprie: disponga, come esecutore testamentario, il mio Segretario privato, tenendo qualche ricordo per sé, e dando alle persone più amiche qualche piccolo oggetto in memoria. Gradirei che fossero distrutti manoscritti e note di mia mano; e che della corrispondenza ricevuta, di carattere spirituale e riservato, fosse bruciato quanto non era destinato all’altrui conoscenza.

Nel caso che l’esecutore testamentario a ciò non possa provvedere, voglia assumerne incarico la Segreteria di Stato.

5. Raccomando vivamente di disporre per convenienti suffragi e per generose elemosine, per quanto è possibile.

Circa i funerali: siano pii e semplici (si tolga il catafalco ora in uso per le esequie pontificie, per sostituirvi apparato umile e decoroso).

La tomba: amerei che fosse nella vera terra, con umile segno, che indichi il luogo e inviti a cristiana pietà. Niente monumento per me.

6. E circa ciò che più conta, congedandomi dalla scena di questo mondo e andando incontro al giudizio e alla misericordia di Dio: dovrei dire tante cose, tante. Sullo stato della Chiesa; abbia essa ascolto a qualche nostra parola, che per lei pronunciammo con gravità e con amore. Sul Concilio: si veda di condurlo a buon termine, e si provveda ad eseguirne fedelmente le prescrizioni. Sull’ecumenismo : si prosegua l’opera di avvicinamento con i Fratelli separati, con molta comprensione, con molta pazienza, con grande amore; ma senza deflettere dalla vera dottrina cattolica. Sul mondo: non si creda di giovargli assumendone i pensieri, i costumi, i gusti, ma studiandolo, amandolo, servendolo.

Chiudo gli occhi su questa terra dolorosa, drammatica e magnifica, chiamando ancora una volta su di essa la divina Bontà. Ancora benedico tutti. Roma specialmente, Milano e Brescia. Alla Terra santa, la Terra di Gesù, dove fui pellegrino di fede e di pace, uno speciale benedicente saluto.

E alla Chiesa, alla dilettissima Chiesa cattolica, all’umanità intera, la mia apostolica benedizione.

Poi: in manus Tuas, Domine, commendo spiritum meum.

Ego: Paulus PP. VI.

Dato a Roma, presso S. Pietro, il 30 giugno 1965, anno III del nostro Pontificato.


Note complementari al mio testamento


In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum.

Magnificat anima mea Dominum. Maria!

Credo. Spero. Amo.


Ringrazio quanti mi hanno fatto del bene.

Chiedo perdono a quanti io avessi non fatto del bene. A tutti io do nel Signore la pace.


Saluto il carissimo Fratello Lodovico e tutti i miei familiari e parenti e amici, e quanti hanno accolto il mio ministero. A tutti i collaboratori, grazie. Alla Segreteria di Stato particolarmente.


Benedico con speciale carità Brescia, Milano, Roma, la Chiesa intera. Quam diletta tabernacula tua, Domine!


Ogni mia cosa sia della Santa Sede.

Provveda il mio Segretario particolare, il caro Don Pasquale Macchi, a disporre per qualche suffragio e qualche beneficenza, e ad assegnare qualche ricordo fra libri e oggetti a me appartenuti a sé e a persone care.


Non desidero alcuna tomba speciale.

Qualche preghiera affinché Dio mi usi misericordia.

In Te, Domine, speravi. Amen, alleluia.


A tutti la mia benedizione, in nomine Domini.

Castel Gandolfo, 16 Settembre 1972, ore 7,30.


Aggiunta alle mie disposizioni testamentarie:

Desidero che i miei funerali siano semplicissimi e non desidero né tomba speciale, né alcun monumento. Qualche suffragio (beneficenze e preghiere).

14 Luglio 1973                          


PAULUS PP. VI

Giovan Battista Montini, Papa Paolo VI 

mercoledì 4 febbraio 2026

Aforismi Tentazione

Resistere alla tentazione di solito non è altro che rimandarla fino a quando non c'è nessuno a guardarti.

Vivere senza tentazioni non ti è utile; non pregare di non essere tentato, ma di non soccombere alla tentazione. (S. Agostino)

Le tentazioni possono recare quattro beni. Servono a espiare le colpe; mettono alla prova la virtù dell'uomo, come appare in Giobbe e Tobia; rivelano la dolcezza di ciascuno e la sua forza di resistenza, come nell'apostolo Paolo; servono a manifestare la gloria di Dio, come avvenne nel cieco nato, di cui parla il Vangelo. (S. Alberto)

Nel Padre nostro non domandiamo a Dio di non essere tentati, perché nessuno può sfuggire alla tentazione; ma di non cadere per la porta e la scala della tentazione nella colpa. (S. Alberto)

E’ senza dubbio cosa piacevole poter fare tranquillamente il bene, senza dover combattere contro la tentazione; ma essere tentati e vincere è cosa più nobile e gloriosa che far il bene senza combattimento. (S. Alberto)

Nel momento delle tentazioni ricorri a una preghiera breve e intensa. (Evagrio)

La tentazione non ha mai tanta forza contro di noi come quando ci trova oziosi. (S. Francesco di Sales)

Certe piccole tentazioni riescono utilissime, perché ci fanno rientrare in noi stessi, ricordarci della nostra bassezza e ricorrere a Dio con più fervore. (S. Francesco di Sales)

Chi prega vince sicuramente ogni tentazione per forte e gagliarda che sia; chi non prega e in prossimo pericolo di cadere. (S. Giovanni Bosco)

"... E' una ragazza moderna, esuberante ma onesta""Onesta!" esclamò scuotendo il capo il vescovo. "Anche il fuoco è onesto, ma è bene non metterlo vicino alla benzina". (Giovanni Guareschi)

Dio vi permette questa tentazione perché vi serva di esercizio, ma non per credere in essa e per nutrirla. (S. Giovanna di Chantal)

Tre cose sono assolutamente necessarie contro la tentazione: la preghiera per illuminarci, i sacramenti per fortificarci e la vigilanza per preservarci. (S. Giovanni Maria Vianney)

Come il buon soldato non ha paura del combattimento, così il buon cristiano non deve aver paura della tentazione. Tutti i soldati sono bravi in caserma: è sul campo di battaglia che si fa la differenza tra i coraggiosi e i codardi. (S. Giovanni Maria Vianney)

Le tentazioni si possono vincere, i peccati si possono evitare, perché con i comandamenti il Signore ci dona la possibilità di osservarli... L'osservanza della legge di Dio, in certe situazioni, può essere difficile, difficilissima: non è mai però impossibile. (S. Giovanni Paolo II)

“Ancora una volta soltanto” è il miglior argomento del Diavolo. (Helen Rowland)

La tentazione del potere è la più diabolica che possa essere tesa all’uomo, se Satana osò proporla perfino a Cristo. Con Lui non ci riuscì, ma riesce con i suoi vicari. (Ignazio Silone)

Resistere alla tentazione è più facile quando si crede che probabilmente, prima o poi, si presenterà un'altra occasione. (James Russell Lowell)

Si racconta che il padre Filarete, morto all'Athos nel 1963, mentre stava pensieroso una sera dopo Compieta, sia stato avvicinato da un confratello che gli chiese: «Perchè sei così malinconico?». Filarete rispose: «Nessuna tentazione, oggi, figlio mio! Abbandono di Dio».  (Jean Lafrance)

Al momento della tentazione pensa all'Amore che ti attende in cielo: ravviva la virtù della speranza, che non è mancanza di generosità. (S. Josè Escrivà De Balaguer)

Ammettere di essere tentati equivale ad ammettere di essere uomini. (Joseph Guibert)

Noi non sappiamo quale diga abbattiamo quando cediamo alle tentazioni. (Julien Green)

Coloro che si rifugiano lontano dalla tentazione, di solito le lasciano il loro nuovo indirizzo. (Lane Olinghouse) 

L'unico modo di liberarsi di una tentazione è cedervi. (Oscar Wilde)

Posso resistere a tutto tranne che alle tentazioni. (Oscar Wilde)

Lo scopo della vita, se ne ha uno, consiste semplicemente nella ricerca continua delle tentazioni. (Oscar Wilde)

Tieni per fermo che quanto più crescono gli assalti del nemico, tanto più Dio è vicino all'anima. Pensa e compenetrati bene di questa grande e confortante verità. (S. Pio da Pietrelcina)

E non mi indurre in tentazioni; posso trovare la strada da sola. (Rita Mae Brown)

La tentazione di fare ciò che è proibito proprio perché è proibito è la più grande delle tentazioni. (Robert Louis Stevenson)

Quando Gesù chiama un'anima a dirigere, a salvare una moltitudine di anime, è necessario che faccia loro sperimentare le tentazioni e le prove della vita. (S. Teresa di Lisieux)

In ogni tentazione e tribolazione umiliamo l'anima nostra sotto la mano di Dio, perché egli salverà e glorificherà i veri umili. (Tommaso da Kempis)

Finché viviamo su questa terra non possiamo mai essere liberi del tutto da tribolazioni e da tentazioni; perciò nel libro di Giobbe è scritto: «La vita dell'uomo su questa terra è una continua tentazione». (Tommaso da Kempis)

Nelle tentazioni e nelle tribolazioni si misura il grado di miglioramento raggiunto dall'uomo; esse producono un merito maggiore e una migliore virtù. (Tommaso da Kempis)

Come il fuoco prova la purezza dell'oro, così la tentazione prova la virtù dell'uomo. Spesso ignoriamo noi stessi fino a che punto siamo capaci di resistere: la tentazione ce lo rivela. (Tommaso da Kempis)

Per quanto uno sia perfetto e santo, pure avrà anche lui ogni tanto qualche tentazione, dal momento che non è assolutamente possibile che ne siamo del tutto liberi. (Tommaso da Kempis)

Molti cercano di fuggire certe tentazioni e cascano in altre peggiori. Con la sola fuga non possiamo vincere; per poter diventare più forti di tutti i nostri nemici, dobbiamo servirci della pazienza e della vera umiltà. (Tommaso da Kempis)

Le tentazioni, anche se gravi e moleste, sono spesso utilissime all'uomo, perchè lo umiliano, lo purificano e lo ammaestrano. (Tommaso da Kempis, Imitazione di Cristo



L’uomo migliore è quello che non si è mai inchinato di fronte a una tentazione materiale. (Fëdor Dostoevskij)

Le tentazioni peggiori sono quelle a cui si cede senza averne nulla in cambio, facendo solo l’amara scoperta della nostra debolezza. (Paolo Maurensig)

È meglio evitare l’esca che dibattersi nella trappola. (John Dryden)

La virtù consiste semplicemente nel resistere alla tentazione? (Doris May Lessing)

La tentazione non è un peccato su cui si possa trionfare una volta per sempre e poi sei libero. La tentazione scivola nel letto con te ogni notte e ti aiuta a dire le tue preghiere. Essa ti sveglia al mattino con una tazza di caffè amichevole, e sa esattamente come prenderti. (Karen Marie Moning)

E’ bene essere senza vizi, ma non è bene essere senza tentazioni. (Walter Bagehot)

Cedi alla tentazione: può darsi che non ti passi mai più vicino. (Robert Anson Heinlein)

A che serve resistere a una tentazione? Tanto, ce n’è subito un’altra. (Mae West)

A volte il Diavolo mi induce nella tentazione di credere in Dio. (Stanisław Jerzy Lec)

Un uomo ha molte più tentazioni di una donna − perché sa dove andare a trovarle. (Helen Rowland)

Ci sono parecchie valide difese dalla tentazione, ma la più sicura è la viltà. (Mark Twain)

C’è una cosa da cui non ti libererai mai. E’ una parola di dieci lettere e si chiama “tentazione!”. (Ty Adams)

Non c’è virtù così grande che possa essere al sicuro dalla tentazione. (Immanuel Kant)

In montagna chi sta diritto e si espone al vento cade; chi invece si stende a terra non viene travolto. Nelle tentazioni ci vuole umiltà. (Giuseppe Marello)







sabato 31 gennaio 2026

La sedia

In un villaggio della Spagna, la figlia di un uomo chiese al sacerdote di recarsi a casa sua per un momento di preghiera con suo padre che era molto malato.

Quando il sacerdote arrivò nella povera casa, trovò l'uomo nel suo letto, con due cuscini per tenergli sollevata la testa.

C'era una sedia di fianco al suo letto, per cui il sacerdote pensò che l’uomo sapesse che sarebbe venuto a trovarlo.

“Suppongo che lei mi stesse aspettando!” gli disse.

“No, chi è lei?”, chiese l'uomo malato.

“Sono il sacerdote che sua figlia ha chiamato per pregare un po’ con lei. Quando sono entrato, ed ho notato la sedia vuota di fianco al suo letto, ho supposto che lei sapesse che sarei venuto a visitarla”.

“Ah sì, la sedia… Non le spiace di chiudere la porta?” disse l’uomo malato.

Il sacerdote, sorpreso, chiuse la porta.

L'uomo malato gli disse: “Questo non l'ho mai detto a nessuno, ma io ho trascorso tutta la mia vita senza sapere come pregare. Quando andavo in chiesa, ascoltavo con attenzione quello che veniva detto circa la preghiera, su come si deve pregare e sui benefici che essa porta… ma tutto questo… non so… sempre mi entrava da un orecchio e mi usciva dall’altro. E io non sapevo proprio come fare. Per cui, molto tempo fa, abbandonai completamente la preghiera. 

Ho continuato così, dentro di me, fino a circa quattro anni fa, quando - conversando con il mio migliore amico - mi disse: «Giuseppe, la preghiera è semplicemente avere una conversazione con Gesù. Ti suggerisco di fare così: prendi una sedia, ti siedi, e metti un’altra sedia vuota davanti a te. E poi, con la fede, guardi Gesù seduto davanti a te. Non è una scemenza far così, dato che Lui ci disse: «Io sarò sempre con voi». Poi parlaGli ed ascoltaLo, allo stesso modo in cui ora lo stai facendo con me».

Così feci una volta, e mi è talmente piaciuto che - da allora - ho continuato a farlo per almeno un paio d'ore al giorno. Naturalmente sto ben attento a non farmi vedere da mia figlia... altrimenti mi rinchiude subito in un manicomio”.

Il sacerdote provò una grande emozione, ascoltando tutto questo, e disse a Giuseppe che ciò che egli stava facendo era molto buono e non avrebbe mai dovuto smettere di farlo. Poi pregò con lui, gli impartì la benedizione e tornò alla sua parrocchia.

Due giorni dopo, la figlia di Giuseppe chiamò il sacerdote per dirgli che suo padre era morto. 

Il sacerdote le chiese: “È morto in pace?”.

“Sì! Stavo uscendo di casa, verso le due del pomeriggio, e lui mi chiamò a sé. Andai da lui e lo vidi nel suo letto. Mi disse che mi amava molto, e mi diede un bacio. Quando ritornai dalle commissioni, un'ora dopo, lo trovai già morto. Ma c'è qualcosa di strano nella sua morte: proprio prima di morire, si avvicinò alla sedia che era di fianco al suo letto ed appoggiò la testa su di essa, ed è così che l’ho ritrovato. Cosa può significare, secondo lei, tutto questo?”

Il sacerdote, profondamente commosso, si asciugò lacrime di emozione e le rispose: “Magari tutti noi potessimo andarcene in questo modo!”.

Lettera sulla Libertà

La parola «libero» è diventata per molti qualche cosa di nebuloso in cui non scorgono nulla di distinto. Ma proprio su questo punto è importante veder chiaro: metteremo dunque da parte ciò che è soltanto espressione verbale o sentimento. Bisogna guardare attentamente, distinguere con chiarezza. Non bisogna girare attorno ai problemi: con tale sistema non si approda a nulla in questa questione. Piuttosto vogliamo cercare una risposta soddisfacente alla domanda: chi è libero? Quando qualcuno ha il diritto di dirsi libero? Si tratta di schizzare il ritratto dell'uomo veramente libero. In questa nostra esposizione scarseggeranno i motivi d'effetto; ma non ce ne lasceremo turbare. Ciò che è molto « caricato » non è sempre schietto; cela dietro di sé una gran parte di inganno. Noi vogliamo fare un buon lavoro, un lavoro d'artigianato: schietto e duraturo.

Cominciamo dagli elementi più prossimi: si chiamerà libero un uomo che può fare ciò che vuole; se ha la libertà esteriore di prendere decisioni, di muoversi. Accade a qualcuno che superiori e congiunti gli facciano prescrizioni su ogni cosa. Sotto questo punto di vista naturalmente egli non è libero. Vuol fare un viaggio e non può, gli piacerebbe far parte di un gruppo ma gli è proibito; si occuperebbe volentieri di un lavoro nel modo che ritiene giusto e deve farlo a modo degli altri; si sente inclinato per una data professione, ma non può abbracciarla... tutto questo è mancanza di libertà e può pesare molto.

Ancor più pesante diventa la mancanza di libertà se quelli che ci stanno intorno hanno opinioni e principi diversi dai nostri. Questo può accadere a ciascuno e ovunque. Non è capito, lo si respinge, gli si vuole imporre un'opinione, ciò che gli sta a cuore non è preso sul serio, ciò a cui egli mira viene messo in ridicolo, si cerca di costringerlo a una compagnia cui egli ripugna,  gli si vogliono imporre modi, piaceri, vestiti, che egli non ama... E chi lo opprime così può essere la società, o l'ambiente di lavoro, la famiglia o il collegio o altro ancora. Ciò può trasformarsi in una vera e propria tirannide; e proprio le persone che pretendono per sé ogni libertà sono spesso, di fronte agli altri, della massima indelicatezza. Se poi uno è di natura arrendevole o si intimidisce facilmente, può arrivare al punto di perdere totalmente la propria indipendenza. La critica permanente gli toglie la fiducia in sé stesso, non pensa più colla sua testa ma con quella altrui. Gli torna gradito, trova bello e brutto, giusto e ingiusto, nobile e disprezzabile, non più ciò che il suo cuore gli dice esser tale, ma ciò che gli altri lo costringono ad accettare. Finché finisce per perdere non solo la libertà esteriore ma anche quella interna.

Tale schiavitù è molto diffusa. Alcuni sono immersi in essa più profondamente, altri meno. Tuttavia tutti abbiamo a che fare con essa, perché ciascuno si trova legato in relazioni che non può cambiare. Sta in una famiglia e deve prendere i congiunti così come sono; nella scuola egli non può scegliere i compagni di classe, il maestro, le istituzioni, ma deve accordarsi con quelle già esistenti; egli sta nella professione, in ufficio, nel laboratorio, in determinati rapporti coi compagni di lavoro, rapporti che non può spezzare. Così ciascuno, in qualsiasi maniera, sente la pressione della schiavitù esterna. Ma quando possiamo dire che uno è completamente libero? Solo nel caso che egli possa andare e venire come vuole, lavorare a ciò che ritiene opportuno, indirizzare la sua vita come gli pare, se è circondato da persone che rispettano le sue vedute... in una parola se è signore delle sue decisioni e dei suoi movimenti. Questa è libertà e vale la pena di lottare per raggiungerla. Ci sono, sì, delle situazioni nelle quali non c'è nulla da cambiare, ci sono dei rapporti in famiglia, a scuola e nella società ai quali ci si deve adattare. Ma nella giusta maniera, così che rispetto e amore del prossimo non siano conculcati. E si possono anche ottenere grandi risultati. Prima di tutto dobbiamo tener fede a noi stessi. Se uno, per esempio, vuole dedicarsi a una data professione e trova delle opposizioni, deve prima di tutto cercare di far luce in se stesso: che  cosa voglio io? perché? Ciò fatto si metterà all'opera con costanza, lasciando cadere la parola giusta al momento giusto. Nello stesso tempo si impegnerà nel lavoro e a casa perché i genitori vedano che è bene intenzionato; in tutta la sua condotta si darà da fare in modo da vincere ogni opposizione in forza delle sue buone disposizioni. Qualcuno forse penserà che tutto questo sia « diplomazia » e prova di insincerità e che invece si debba dir chiaro ciò che si vuole e basta. Non è così! Significa semplicemente avere una volontà illuminata dalla ragione, consapevole dei propri scopi, significa impiegare il mezzo buono per una causa buona. Con un modo di procedere grossolano, con l'intransigenza delle cosiddette « esigenze imprescindibili », attraverso la ribellione e il baccano si hanno pochi vantaggi e si fomenta invece la discordia e il malcontento. Certo si danno situazioni in cui non ci possono essere dubbi: si tratta della mia anima, dell'integrità della mia stessa vita, dell'opera e della professione adatta a sostenerla.

Allora può rendersi necessaria una terza contrapposizione. Ma si deve trattare di una cosa realmente importante, e bisogna avere prima provato ogni altro mezzo senza ottenere niente. E tale lotta deve essere condotta con cuore puro. Ci è già capitato molte volte che qualche cosa ci apparisse enormemente importante eppure non era se non un'infatuazione. Qualcuno ha potuto credere che tutta la sua vita dipendesse dal raggiungimento di un dato scopo e dopo breve tempo la cosa gli era diventata del tutto indifferente. Ha creduto di non poter più resistere, di dover uscire ad ogni costo da una data situazione e in seguito ha capito che in realtà aveva voluto solo sottrarsi a degli incomodi doveri. È vero, ci sono dei casi che esigono una prova di forza, però, in generale, possiamo ottenere risultati apprezzabili, se persistiamo in un atteggiamento tenace, se ad ogni occasione facciamo un nuovo tentativo, non trascurando però di compiere accuratamente il nostro dovere e di sforzarci per andare avanti. E arriviamo anche a un punto dove non è possibile cambiar niente. Bisogna fare buon viso e sottomettersi all'inevitabile.

Particolarmente necessaria diventa la lotta quando si tratta di difendere le nostre convinzioni dalla prepotenza di quelli che ci circondano.  Una cosa soprattutto è necessaria: non lasciarsi confondere. Compagni di scuola, di officina, di fabbrica, colleghi in affari o nell'impiego possono, sì, far pressione su di noi, ma non possono confonderci. Si tratta della libertà. Se sentiamo che qualche cosa per noi diventa di giorno in giorno più importante, dobbiamo farla oggetto di un serio esame, di una più profonda riflessione per capirla meglio, per liberarla da esagerazioni e da falsi modi di vedere; ma poi dobbiamo abbracciarla con tutta la nostra anima, sempre più  a fondo e sempre più forte. Irremovibili! A scuola,  in officina, in ufficio, tutti hanno lanciato i loro frizzi, le piccole conventicole in cui regna il pettegolezzo si sono associate contro qualcuno. Ma costui ha tenuto duro e tutto si è ridotto in niente di fronte al suo cuore tranquillo e alla sua decisa volontà.

La libertà esterna, quella che ora ho descritta,  è preziosa. Specialmente se l'abbiamo ottenuta con sforzo personale. Ma essa è solo il primo passo nel regno della libertà. Ora porterò esempi di fatti che tu stesso puoi già aver osservato: ecco uno che ha la libertà esterna, almeno quanto ne potrebbe ragionevolmente desiderare. Egli deve solo seguire una certa regola, e nient'altro gli si frappone nel cammino. Può fare e non fare ciò che vuole, può vivere coi suoi amici, può occuparsi di ciò che gli piace. Forse non deve nemmeno prendersi cura dell'andamento della casa: fa quello che gli pare. Legge ciò che gli capita tra le mani, nessuno interferisce nelle sue opinioni: in poche parole, egli è libero di fare ciò che vuole. Ora accade, per esempio, che un certo modo di dire sia di moda: in classe o nel gruppo tutti lo ripetono, ed egli pure! Viene di moda una nuova cravatta, un modo di dare la mano e di salutare: egli non considera forse nemmeno l'utilità e la necessità della cosa, ma vuol fare la figura di una persona elegante, di un «iniziato», come si suol dire, e fa ciò che fanno gli altri. Che tipo di libertà è mai questa?

Consideriamo un altro caso: un libro diventa di moda! Non faccio nomi, puoi pensare da te a quanti ce ne sono in circolazione. Uno lo legge e, invero, qualche cosa in lui si ribella. Il libro gli sembra esaltato, non spontaneo, sente risuonare delle parole grosse e avverte che dietro di esse non c'è niente di giusto; ha l'impressione di qualche cosa di ambiguo, di un'ibrida mescolanza tra cose pulite e meno pulite. Ma il libro ha in breve un enorme successo, tutti ne parlano, ed egli continua a leggerlo e lo trova bello.

Si mette in ridicolo qualcuno. Un compagno di scuola, un maestro o chiunque altro. Il nostro uomo sente la grossolanità di un tale comportamento. Lo sai bene anche tu del resto: quando Guglielmo Raabe vuol indicare che qualcuno ha una straordinaria nobiltà di cuore, racconta che quest'uomo non ha mai messo in ridicolo nessuno! Il nostro uomo sente dunque la volgarità del gesto, ma gli altri ridono ed egli ride con loro.

Nel gruppo qualcuno ha esposta la sua opinione, gli altri sono contrari. Egli avverte bene che in quell'opinione c'era qualche cosa di vero, ma tutti sono contrari e non osa allontanarsi dal loro giudizio, lo segue. E così via. È sempre la stessa cosa: non ci fidiamo di dire la nostra opinione in un'adunanza perché temiamo gli occhi degli altri: ridiamo di un motto contro il quale si rivolta tutto quello che di pulito c'è nel nostro cuore, perché non vogliamo fare la figura degli schizzinosi. Ci vergogniamo di una condotta di vita ispirata alla purezza perché temiamo che gli altri non ci tengano in nessuna considerazione, gli altri, quelli che « hanno esperienza »... È libertà questa?


Certamente no. In questo modo uno può essere libero esteriormente, come un uccello; di dentro è servo. Servo di chi? Dell'opinione pubblica. Non vogliamo disprezzarla troppo, ha il suo lato buono, in essa si esprime la coscienza di molti, ma quanto c'è anche, in essa, di insensato e di basso, quanta grettezza! E’ lo stesso se si tratta di opinione pubblica di una città o di una scuola, di una classe o di un gruppo. Un uomo pratico della vita pubblica mi parlava una volta di certe sue esperienze: finché prendiamo le persone una per una, singolarmente, sono tutti tipi normali, ma se ce ne sono cento insieme, il diavolo è in mezzo a loro. C'è molto di vero in questa osservazione. Se uno è solo sa che a lui spetta la responsabilità dei suoi atti; la sua coscienza è sveglia, ma appena si è in molti ciascuno scarica la propria responsabilità sul vicino. Ciascuno si lascia trascinare. Con quale risultato? La folla è irresponsabile. E, per lo più, il tono non le è dato dai migliori, dalle persone serie e disciplinate, ma da coloro che sanno gridare più forte e che sanno dire in modo più persuasivo ciò che a tutti fa piacere. Chi vuole essere libero, dunque, deve liberarsi dalla « schiavitù dei molti ».

Ma si può anche « essere schiavi dei pochi ». Talvolta tutta una classe, tutto un gruppo è dominato da una piccola fazione oppure anche da un solo individuo. Ciò si verifica spesso nella vita, nella professione, nel partito. Quest'uno o questi pochi intendono dare espressione a ciò che essi vogliono, essi hanno una forte volontà, ma talvolta anche un'anima senza rispetto che non si perita di impadronirsi di tutto ciò che capita, e così riescono a dominare. Può darsi che un uomo di tal genere tenga un altro in suo assoluto potere. Il suo amico parla come lui, si comporta come lui, dà ascolto solo a lui, si regola in tutto sul suo esempio. Questa non è amicizia, bensì schiavitù.

Anche qui bisogna difenderci. Ci manterremo fedeli a un uomo di provato valore senza però perdere la nostra indipendenza. Quasi per ogni amicizia viene il momento in cui essa minaccia di trasformarsi in schiavitù: ne possono derivare momenti difficili, malintesi, lotte, ma bisogna infrangere i legami che si vanno facendo troppo serrati. È un modo di provare se l'amico è veramente tale o se non pretende che a un assoluto predominio. Anche chi ha tutte le buone intenzioni di realizzare una vera amicizia, non capirà al primo momento che cosa significhi il fatto che l'altro tenti, almeno in apparenza, di liberarsi. Ma se il suo amico gli è veramente caro, subito gli appare chiaro che non lo deve perdere; e allora gli lascerà la libertà che egli chiede, e finirà così per riconquistarlo. Ma chi ha la smania di dominare non vuole ciò; egli vuole che il suo amico gli resti soggetto, si oppone al suo desiderio di libertà, gli porta rancore, lo accusa di infedeltà. Nel gruppo avviene spesso qualche cosa di simile. Il vero uomo vuole una persona libera per amico, non uno schiavo; vuole dirigere uomini liberi e non greggi. Così tanto è contento quanto più decisamente gli altri fanno valere il loro proprio essere.

Non dimentichiamoci che si può essere schiavi anche delle cose, non solo degli uomini. Una ghiottoneria può renderei tanto golosi da farci dimenticare tutto il resto. Qualcuno vede un oggetto da viaggio, una bicicletta, una barca pieghevole, e le vuole ad ogni costo. Un francobollo raro, una pietra preziosa, un libro, un quadro intende che sia suo, e non ha pace finché non l'ottiene. Qualsiasi cosa può dunque ridurre l'uomo suo schiavo: « casa, campo, servo, ragazza, bue, asino » e tutto ciò che può essere proprietà dell'uomo. Tale attaccamento può rendere il nostro cuore del tutto inquieto, può rubargli ogni gioia, può anche dare una piega cattiva alla nostra condotta. Quando poi qualche cosa è nostra, l'attaccamento ad essa può diventare tanto forte da non permetterci di separarcene, anche a costo di gravi amarezze per gli altri; anche se, privandocene, avremmo potuto dare una grande gioia a qualcuno. Chi ha queste disposizioni, diventa schiavo della cosa. « Beato l'uomo che non va dietro all'oro », dice la Sacra Scrittura, « e che non volge il suo animo al denaro e alle cose preziose. Egli si fa conoscere da noi e noi lo esalteremo perché in verità ha compiuto qualche cosa di grande nella vita ».   È diventato un uomo libero!

Si tratta di spezzare questa schiavitù anche a costo di diventare duri contro sé stessi. Sì, lo dobbiamo, altrimenti non potremo procedere oltre. Attenersi al più rigoroso criterio di giustizia anche nelle minime cose; dare volentieri e volentieri aiutare gli altri. E se si avverte che il vincolo diventa troppo forte, allora non resta altro che sacrificare ciò che ci lega tanto profondamente.

Chi può fare ciò che vuole è, dunque, ancora molto lontano dall'essere libero. Per realizzare tale condizione deve essere anche indipendente da uomini e cose; deve tener fede alla propria coscienza, al proprio giudizio, a quelle inclinazioni che dipendono dalla sua essenza. L'uomo interiore deve dominare in lui l'esterno, l'ambiente, i rapporti, le cose, il possesso, e le proprietà.

Ma dobbiamo andare ancora più a fondo con le nostre considerazioni. Noi sentiamo che un uomo è indipendente nelle sue decisioni, anche internamente, se egli agisce davvero come gli pare giusto. Ma talvolta lo invade una tale ira che egli stesso non si riconosce più. Allora dice cose di cui più tardi si pente amaramente, fa torto agli altri, grida e insulta: è libero costui?... Un altro è vanitoso, parla spesso di sé, sa sempre dirigere il discorso sulle cose nelle quali si sente versato, tende le orecchie subito se si viene a parlare di lui, in ogni cosa sente rimprovero o lusinga, sta sempre all'erta per sapere che cosa gli altri pensino di lui. È libero? Per un terzo individuo la passione diventa talvolta tanto ardente che egli non si domina più, dice cose che non vorrebbe dire, si comporta in modo sconveniente. È libero? Gli esempi si potrebbero moltiplicare. In qualcuno sarà dominante la ghiottoneria, in un altro la cocciutaggine, in un terzo l'invidia, in un quarto l'orgoglio. Passioni, istinti, abitudini sono radicati in costoro e li legano. Possiamo chiamarli liberi? All'esterno sì, ma internamente? Un tale uomo forse saprà affermarsi nel mondo, ma dentro di sé resta schiavo.

Dunque nell'uomo stesso, nel suo proprio intimo, si trovano in certo qual modo due uomini; uno tutto interiore, e questo è l'uomo propriamente detto, e un secondo, esteriore, che è sostenuto dalle passioni e dagli istinti. Passioni ed istinti non sono forze cattive, anzi sono preziosi; la passione è una forza, l'istinto è una forza. L'uomo irascibile è focoso anche quando si tratta di impegnarsi in una grande causa: il passionale ha slancio ed entusiasmo per ciò che è nobile; chi è attaccato ai beni conosce il valore delle cose ed è un buon amministratore; chi è geloso si tien caro l'amico; e così via. Queste forze sono tutte preziose, ma cieche. Esse possono anche distruggere, confondere, asservire, se l'uomo interiore che è in noi non riesce a mantenere libera la nostra coscienza. Egli deve essere signore delle passioni e dell'istinto, deve domarli, ordinarli, renderli utili. Allora agiscono beneficamente, come il calore del fuoco, se è bene utilizzato.

Libero è soltanto colui nel quale l'uomo interiore domina sull'esterno, la coscienza e la libertà del cuore sull'istinto e sulla passione. Questa solo è la vera libertà: la libertà morale. Essa fa sì che l'uomo viva in armonia con la sua più profonda essenza: la coscienza. Essa fa sì che la coscienza, e quindi Dio, dirigano ogni nostra azione, essa permette che l'uomo diventi una persona.

Quando dunque un uomo è degno di essere detto libero? Se è, all'esterno, signore delle sue decisioni. Se si rende indipendente dagli influssi degli uomini e delle cose, e se si comporta secondo i dettami che gli vengono dal di dentro. Ma prima di tutto, se ciò che vi è di più profondo in lui, la coscienza, è signora su tutto il mondo delle passioni e degli istinti. La prima specie di libertà vale ben la pena che si lotti per conquistarla: serve a preparare la strada, ma resta un fatto esteriore. Più importante è il secondo tipo di libertà; essa è già riposta in una zona profonda di noi; senza di essa la prima non ha valore. Essa rende libero l'uomo in funzione della realizzazione della sua essenza, cosicché egli non vive e non si comporta come il suo ambiente, ma come lo esige il suo proprio essere: lo fa essere se stesso; fa sì che egli senta, come sta in lui di sentire; pensi, come a lui pare evidente; si comporti, come ritiene giusto; fa sì che l'uomo in tutto il suo essere esprima l'immagine dell'essenza che è in lui riposta. Solo questa seconda libertà dà valore alla prima. Ma il terzo tipo di libertà, la più intima, ha un valore veramente decisivo, se l'uomo si apre il varco verso la libertà morale; se la sua coscienza, voce di Dio in lui, ha il predominio, e non l'istinto, la passione, l'egoismo; se egli diventa una persona, se la coscienza è al servizio di Dio, e se domina tutto in nome della volontà di Dio; allora soltanto l'uomo è veramente libero. Poiché essere libero significa appartenere a se stesso, essere uno con se stesso. Ma il mio «io» vero e proprio è la coscienza; ad essa deve appartenere tutto, ed io devo diventare uno con essa, se ho da esser libero. Solo questa libertà dà a quella esterna il suo valore; poiché fa sì che si tratti di libertà umana e non di quella che può avere anche un uccello. Essa conferisce anche al secondo tipo di libertà il suo valore, perché fa sì che si tratti della libertà degna di un figlio di Dio, e non di un puro sfogo di forze naturali. Solo essa rende ogni forza e ogni istinto nobile e fruttifero.

Ma dunque l'uomo è, già per natura, libero? No, deve diventarlo. Si trova come a un bivio; può andare a destra o a sinistra, come vuole. Ma la vera e propria libertà, quella dello spirito, deve essere conquistata. E a prezzo di una tenace lotta infinitamente ardua. È strano: osservando più da vicino quelli che parlano tanto di libertà, si nota spesso che del suo vero essere ne sanno ben poco. Quelli che sanno veramente che cos'è la libertà, quelli che realmente aspirano ad essa ed hanno provato, nella dura lotta, quanto poco l'uomo la possegga, non ne parlano molto.

Ma come vi si perviene? Tre sono le vie per arrivare alla libertà: la conoscenza, la disciplina e l'unione. «La verità vi renderà liberi», ha detto il Signore. Uno sta tanto più profondamente radicato nella schiavitù quanto meno egli sa di essere schiavo. Se la situazione comincia a farglisi manifesta, è già incrinata in qualche parte. Chi per esempio partecipa della mancanza di cuore comune anche agli altri, così, senza rifletterci, è tutto legato in questa situazione. Chi consente con tutta naturalezza alle pazzie della moda, chi fa proprie le parole ad effetto e le opinioni pubbliche, i cattivi costumi e le cattive abitudini dei compagni di scuola, dei colleghi di lavoro, o degli amici, naturalmente non se ne libera. Ma se in seguito ad un avvenimento o ad una parola comincia a capire quanto servile sia il suo comportamento, quanto ingiusto sia il suo giudizio, o quanto cattiva sia una usanza, allora può darsi che gli cadano le bende dagli occhi.

Si vergogna, non riesce a capacitarsi di come abbia potuto comportarsi ed essere in quel modo. Le tenebre si sono squarciate e si apre il cammino verso la libertà. Egli vede qual è la situazione e dove è necessario che si impegni. Innanzitutto, egli deve vedere chiaramente in se stesso. Non basta solo sapere: «sono scortese verso gli altri». Ci si deve chiedere: perché lo sono? E verso chi? Forse si renderà conto che ciò che gli faceva sembrare qualcuno antipatico, così da renderlo scortese verso di lui, non era che una celata gelosia o una segreta invidia. Non basta sapere: « sono negligente nel mio lavoro ». Ci si deve domandare: perché? Forse è semplicemente pigrizia bell'e buona: ma può essere anche stanchezza. Però bisogna vedere se questa non sia a sua volta causata dalla sregolatezza della propria vita: forse ci si corica troppo tardi, mandando avanti contemporaneamente ogni sorta di lavoro. Non basta soltanto sapere: « sono irascibile verso gli altri, duro nel giudizio, impaziente verso chi mi sta vicino ». Bisogna chiedersi: perché ? Forse ci si accorge che  in ultima istanza, tutto proviene dalla passione; che vive in noi un istinto non domato che ci rende scontenti.

Si tratta di capire se stessi: quali sono nei miei rapporti esterni i legami che posso trascurare senza ledere nessun dovere? Dipendo io dagli uomini in quanto cerco di imitarli, ne ho paura, sono vanitoso? Sono schiavo delle cose per la mia avidità, la mia cupidigia? Sono schiavo della mia natura per le mie passioni, le mie manchevolezze, la mia sregolatezza? Quali sono i miei difetti predominanti? Come si manifestano? Ci si deve lentamente fare un'idea di se stessi; soprattutto è opportuno riflettere subito, appena qualche cosa è accaduta. Per esempio dopo uno scontro, o dopo un alterco, ci si chieda: «Come siamo arrivati fin qui? In che cosa ho avuto torto?». Ma bisogna avere il desiderio sincero di vedere la realtà! Non dobbiamo permettere che la nostra vanità giri la cosa in modo da farci apparire innocenti. Un filosofo ha detto: «Quando la memoria afferma: tu hai fatto questo, l'orgoglio risponde: non posso averlo fatto. E la memoria si sottomette». Ma vediamo un po' come stanno le cose! Che cosa c'è in me che ha potuto portarmi tanto oltre? Abbiamo commesso qualche cosa di ingiusto; allora dobbiamo usare di una certa energia nei nostri confronti e chiederci: come mai sono a questo punto? Questo è già accaduto altre volte? C'è in me qualche cosa che mi spinge a ciò? Dopo un insuccesso interroghiamoci: che cosa non ha funzionato? A che cosa ne devo attribuire la colpa? A sventatezza, disordine, debolezza, incertezza? In tanti momenti la coscienza è più sveglia, lo sguardo più lucido, la voce interiore più chiara: bisogna approfittare. Oppure si passi in rassegna alla fine di un mese, di un semestre, ecc., il tempo trascorso e domandiamoci seriamente: come è andata? E in che cosa ti sei comportato bene? Dove hai mancato? Il lavoro come l'hai svolto? Qual è stata la tua condotta verso i famigliari, i genitori, i maestri, i superiori, i sottoposti? Possiamo anche servirci a questo scopo dell'esame di coscienza che precede la confessione, possiamo prendere di mira in noi, per un certo periodo di tempo, un dato difetto. Con tutto ciò non intendo certo dire che dobbiamo essere sempre intenti a guardarci e osservarci e analizzarci. Questo sconvolgerebbe il nostro animo. L'inquietudine che dappertutto vede peccato; la scrupolosità che in ogni caso ci fa pensare di essere colpevoli, è forse ancora più cattiva che la cecità disinvolta, poiché altera la coscienza e la rende incerta. Ma è necessario voler vedere chiaro. Perciò dobbiamo di tempo in tempo esaminarci. Ma con tutta sincerità, con occhio acuto che vuol vedere davvero, e chiama senza esitare cattivo ciò che è cattivo, e importante ciò che è importante, che non vuole scusare ed abbellire, ma cerca la luce. Di qui procede quella verità, che rende liberi.

Ma la pura teoria non è ancora niente, ci vuole anche la pratica: disciplina e sacrificio. La vera libertà si genera e cresce solo dalla disciplina. Se qualcuno ti parla della libertà e ti accorgi che questa non procede in lui dalla disciplina, non credergli. È un inganno, anche se le parole suonano tanto grandiose. Noi siamo liberi di diritto, non di fatto. Per libertà, io intendo dunque la libertà spirituale, non solo il fatto di poter andare a destra o a sinistra secondo il proprio gradimento. Ora dipende dalla disciplina che noi conquistiamo o meno tale tipo di libertà, ma da una disciplina onesta e sincera la quale implica una lotta costante condotta giorno dopo giorno contro i vincoli esterni e soprattutto interni, e un costante sforzo di vincere se stessi. Ma non dobbiamo proporci di fare troppo; poche cose, forse una sola, bastano. Basta per esempio proporsi di lavorare con coscienza e di dedicare ogni attenzione al raggiungimento di questo scopo. Se faremo dei miglioramenti, in questo campo particolare, le conseguenze si rifletteranno anche in tutti gli altri perché l'uomo è un tutto vivente. Si può esprimere il nostro proposito anche in modo più preciso: io voglio svolgere con più impegno il mio lavoro di scuola, o quello domestico. Noi dobbiamo volere qualche cosa di ben chiaro e determinato. Alla sera esaminiamo quello che abbiamo saputo realizzare (esame di coscienza), alla mattina rinnoviamo il proposito. Sosteniamolo per un certo tempo finché ci accorgiamo che si è intimamente rafforzato. Ma poi cambiamo e prendiamo di mira qualche altra cosa. I propositi perdono di forza col tempo, ci si abitua ad essi: perciò dobbiamo proporcene qualcuno nuovo ogni tanto, e così riprenderemo nuovo slancio.

Questa è vera disciplina: attaccare con forza, combattere valorosamente, spingere sempre più oltre i propri tentativi. E preparati subito per una lotta lunga. Le inezie, per esempio, qualche sgarberia, le puoi presto estirpare. Ma i veri difetti sono così profondamente radicati nell'uomo che impiegherai anni per venirne a capo. Può anche darsi che, da principio, si verifichi un vero e proprio peggioramento. Finché lasciamo andare la cosa per il suo verso non avvertiamo in modo particolare la gravità della situazione, ma  se ci decidiamo ad occuparcene decisamente, nell'anima tutto si mette in movimento. Rilevare il nostro difetto e combatterlo significa talvolta proprio portare a una fase di violenza esplosiva la forza dell'errore. Allora si tratta di non esitare e di saper resistere.

Su una cosa in particolare vorrei richiamare l'attenzione: può darsi che non si facciano progressi. Ancora e sempre gli stessi errori, così che il coraggio sta per cedere. Ma dobbiamo conoscere l'essenza dell'uomo: può darsi che pur non avanzando in ciò che ci siamo proposti, miglioriamo, per compenso, in qualche altro campo. Può darsi, per esempio, che uno lotti per un certo tempo con la sua iracondia, e non ne venga a capo; ma, senza accorgersene, diventa più gentile verso gli altri. Proprio il fatto che egli ha dovuto lottare tanto duramente ed ha tanto profondamente sentito la sua debolezza, lo ha portato a questo risultato. Un altro si sforza di diventare più ordinato o più accurato nel lavoro, e fallisce sempre. Ma, senza accorgersene, riesce a dominare una passione. La lotta continua da lui sostenuta per diventare ordinato, gli ha dato forza e così non si lascia più trascinare dall'istinto. Nella vita interiore tutto si armonizza. Ciò che si è realizzato in un campo si estende anche all'altro. Perciò non perdiamoci mai di coraggio!

È necessaria anche un'altra specie di disciplina: l'ordine. Può parere strano dire che la libertà viene dall'ordine, quando ci si è abituati a vedere nel vagabondo senza legami, che vive sempre alla giornata e non si lega a nulla, il più libero fra gli uomini. Ma essere libero significa che il nostro intimo è indipendente dall'esterno, il profondo dal superficiale, l'eterno dall'istante, ciò che è nobile da ciò che è senza valore. Ciò che è nobile, eterno, intimo, deve però essere difeso perché il non valore implicito in ciò che è istantaneo, superficiale ed esteriore non lo sopraffaccia. E questo si realizza per mezzo dell'ordine. Nessuna pedanteria dunque, ma ordine come mezzo per realizzare la libertà di ciò che è in noi di più veramente nostro. Ordine esterno, prima di tutto: sulla tavola, nella camera, nell'armadio. Se è un fatto abituale per qualcuno che tutte le sue cose siano mescolate alla rinfusa, come se carte e matite e libri avessero gambe e corressero sempre nei posti che non sono loro assegnati, egli non è signore di quanto lo circonda. E ciò perché il disordine è insito proprio in lui: in lui tutto si rimescola alla rinfusa. Lottare per l'ordine significa dunque per lui lottare per la libertà; una lotta dello spirito contro il disordine nel proprio intimo. Così bisogna anche lottare perché ci sia ordine nel lavoro giornaliero: la levata mattutina, il lavoro, la refezione, il riposo devono accadere a tempo giusto. Senza pedanteria ma con metodo. Chi non riesce a cominciare e a finire al tempo giusto può dire che il suo essere, almeno parzialmente, è schiavo sia dell'ambiente che della società, degli impedimenti come del caso. Dunque ordine nel lavoro: c'è quello che deve essere fatto prima e quello che deve essere fatto dopo. E non a piacere, ma secondo una precisa necessità. Ordine anche all'interno del lavoro: se leggi un libro, leggilo veramente, in tutto il contenuto; non andare a vedere solo come va a finire. Leggi con attenzione le pagine, riga per riga, rifletti sul contenuto, informati su ciò che non capisci o cerca di venirne a capo da solo ponendoti delle domande. Manda avanti un lavoro con scrupolo e non a capriccio. E poi ordine ancora più profondo nel pensiero: penetrare veramente, riflettere su una domanda, non decidere per un moto improvviso bensì dopo una certa riflessione. Ordinare i pensieri, non saltare dall'uno all'altro. Non lasciarsi fuorviare da nuovi estri, ma insistere in una direzione, gradualmente.

Ancora una terza strada porta alla libertà: la comunanza. Però bisogna intendersi subito: è necessario che sia vera «comunanza». La falsa, lo abbiamo già visto, lega col timore, con l'imperio, con la prepotenza. La vera aiuta a procedere verso la libertà. Già il fatto che si debba vivere con altri che sono fatti diversamente ed hanno altre abitudini da noi e che si debba aver riguardo per loro, ci scioglie da certe catene che altrimenti ci legherebbero. Chi va sempre solo, si chiude nel suo proprio io fino a che non può più uscirne affatto. Ma se egli vive con gli altri, si imbatte ora nell'una ora nell'altra realtà particolare. Deve far fronte alla natura altrui, ha sentore di quello che è il loro essere, ne sperimenta l'influsso, cerca di capirlo, si chiede in che cosa gli altri hanno ragione e in che cosa hanno torto, li tiene in considerazione, penetra nella loro essenza per poter istituire un colloquio e una collaborazione. Perciò la sua vista si fa più ampia e più libero il suo intelletto. Gli accade come a un uomo che dal cerchio ristretto della famiglia e della casa esce nel vasto mondo. Egli può certamente soccombere di fronte all'altro e perdere il meglio di sé. Ma questo non deve verificarsi. Chi invece persiste nel proprio essere, ne risulta aumentato: acquista esperienza della vita, diventa capace di giudicare e libero di muoversi.

Non sopravvaluta più se stesso ma vede la propria natura come un modo particolare d'essere uomo tra gli altri modi possibili. Sì, proprio dagli altri, capisce che cosa sia meglio per lui. Quante volte uno capisce che una mancanza è brutta solo se la vede negli altri! Quante volte ci rallegriamo, a ragione, di una buona forza che è in noi se vediamo che gli altri ne sono privi, o se scorgiamo il loro modo di impiegarla! Proprio in opposizione all'indole altrui ci è dato avvertire quale sia la nostra; e ci raccogliamo e cerchiamo di realizzarla sempre più intensamente, se deve affermarsi contro incomprensioni e negazioni.

La migliore comunanza è quella che si ha con il buon amico e camerata. L'essenza dell'amicizia sta in ciò: che si vuole essere l'uno per l'altro, completamente. L'essenza del cameratismo consiste in ciò, che uno vuole avere l'altro collaboratore nella stessa opera. Allora deve osservarlo con sincerità e dirgli se e in che cosa manca. Un'amicizia ha un alto valore se l'uno è sincero nei confronti dell'altro, e questi accetta la sincerità esercitata nei suoi confronti. Io dico che sono amici quelli che quando si rivedono dopo un certo tempo, si guardano ben bene l'un l'altro. Non come spie, di nascosto, ma apertamente. E poi dicono in tutta sincerità: «Questo mi sembra giusto, questo no...».

Un tale genere di sincerità è difficile. È difficile lasciarsi fare delle osservazioni, spesso ci si impenna per una parola. Poiché l'amicizia non è una cosa del tutto semplice: a dispetto di ogni senso di lealtà, predominano sulla buona disposizione ogni sorta di sottili sensazioni: gelosia, celata avversione, eccitabilità e simili elementi torbidi. È come se da un oscuro subcosciente venissero in piena luce nelle zone più elevate dell'anima ogni sorta di cose estranee. Già parecchie amicizie si sono spezzate perché non si è posta attenzione all' « altro uomo » che vive nel nostro intimo, e che si oppone spesso violentemente contro una osservazione, la prende per arrogante presunzione, saccenteria, smania di dominio, ostentazione di superiorità, Allora si decide se l'amicizia ha profondità e fondamento, o se era un puro sentimento superficiale. Ma spesso è anche difficile fare un'osservazione a un amico; non vuol venire alle labbra. Sappiamo bene qual è la nostra stessa situazione, e ci sembrerebbe di fare la parte dei farisei muovendo appunti all'amico; non si vuole essere indelicati. Alcune cose poi sono particolarmente difficili: è più facile esortare uno a calmare la sua testa calda, piuttosto che raccomandargli di attenersi scrupolosamente alla verità, o consigliargli di essere più preciso nelle questioni pecuniarie. Nel primo caso si trattava solo di una passione, nel secondo dell'onore. Ancora più difficile mi sembra dire a qualcuno che egli dovrebbe tenersi più pulito, o mangiare più decentemente; perché in questo genere di cose è più facile diventare suscettibili. Eppure dobbiamo farlo, renderemmo un pessimo servizio all'amico se tacessimo per un riguardo di questa sorta. Rifletti come puoi dire la cosa con riguardo, aspetta il momento giusto e poi avanti con tutta sincerità. Di primo acchito, la cosa non sarà piacevole per lui, ma poi te ne ringrazierà.

C'è ancora qualche cosa che ci può aiutare a conquistare la libertà: lo stesso avversario. È degno di un maestro esser capaci di farne tesoro! A tutta prima, collera, suscettibilità, preoccupazione, desiderio di vendetta, tendono ad ottenebrarci del tutto la vista e ci inducono a veder nell'avversario il diavolo in persona. Ma sai bene che l'odio ha la vista acuta, l'avversione non si lascia ingannare. Chi è capace di utilizzare le osservazioni fatte in loro nome, e sotto la loro spinta, ascolterà molte verità sul suo conto: cose dure, cattive, non certo amichevoli, ma vere! Verità, spesso, espresse in modo più chiaro e completo di quelle che ci dice il miglior amico. Perciò si è potuto parlare del «miglior nemico» che inesorabilmente pone il suo «au aut», che penetra in ogni volontaria illusione, in ogni compiaciuta contentezza di sé: «Così sei tu, bel tipo! Difenditi!». Allora si decide quanto grande sia veramente la nostra sete di libertà e quanto ci sia in noi del tanto proclamato amore alla verità: a seconda di come ci difendiamo. Se uno si preoccupa solo di tener testa all'avversario, e si oppone alla sua critica con mille motivi, ne può trovare in quantità, perché la critica che nasce dall'animosità ha sempre in sé anche qualche cosa di ingiusto, se cerca di dimostrare che il suo nemico è un brutto tipo e che niente c'è in lui se non cattiveria, volgarità, accecamento. Allora ha perso la battaglia anche se costringe l'altro al silenzio. Oppure si difende in modo tale da chiedersi, in ogni momento della sua difesa che pure è legittima: «Perché questo mi colpisce tanto profondamente? E se ci fosse qualche cosa di giusto?». E se la prende a cuore, e cerca di migliorare; allora ha vinto anche se l'altro apparentemente domina il campo. La «comunanza col nemico», ecco una prova di saper affermare la propria volontà di libertà.

Così ci avviciniamo alla libertà. Lentamente, ma avanziamo. Dell'aspetto più profondo della libertà, veramente, non ho ancora parlato: quell'aspetto che consiste nell'esser liberi per Dio. Si tratta di quella particolare situazione per cui un uomo supera a poco a poco l'attaccamento alle cose per poter appartenere a Dio e possedere Dio. Ma ciò richiederebbe una trattazione a sé.

Spunti per la riflessione: in queste lettere non si è insistito oltre sull'argomento ora trattato. Ho pensato che tu non hai più bisogno di incitamenti a questo proposito, però può esser bene ritornarvi sopra ancora. Azione libera e ingiustizia. Del chiedere perdono e del perdonare. Rimediare l'ingiusto. Libertà e fedeltà. Quando la fedeltà è scarsa. Se pensiamo ci spetti qualche cosa di più dagli altri. Libertà e sofferenza. Legami esterni. Dolori. Imperfezioni. Debolezze. Dell'essere di peso agli altri. Sentire gli altri come un peso. I difetti del prossimo. Essere liberi e fare del bene. Gratitudine. Delicatezza.

Lettere sulla autoformazione, Ed. Morcelliana, p. 102 - 124

Romano Guardini