politici cattolici il 18 gennaio scorso. Entrambi traevano ispirazione dalla Settimana sociale dei
cattolici di Trieste (luglio 2024) e si proponevano di far riprendere “parola politica” ai cattolici
italiani, orfani della Democrazia Cristiana e ancora senza una vera casa, sia a sinistra che a destra,
nonostante le sirene che tendono ad attrarli da una parte o dall’altra. Volendo meglio distinguere le
due anime ispiratrici va ricordato che il Convegno di Milano è stato promosso dai cattolici
democratici, avendo come mentore Romano Prodi e come conduttore Graziano Delrio, quello di
Orvieto è stato organizzato dai cattolici liberali, con Paolo Gentiloni e sullo sfondo Mario Draghi
come ispiratori e Stefano Ceccanti e Giorgio Tonini come animatori. Nessuno dei due Convegni si
proponeva di dar vita a un nuovo partito cattolico o di promuovere raggruppamenti interni alle forze
politiche attuali, anche se entrambi intendevano formulare idee valoriali tali da smuovere e
orientare la vita politica nel nostro Paese.
Alla luce di questo rinnovato interesse per la presenza dei cattolici in ambito politico mi è
tornato alla mente un prezioso documento della Congregazione per la Dottrina della Fede,
pubblicato il 24 novembre 2002: la Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e
il comportamento dei cattolici nella vita politica, firmata dall’allora Prefetto il Card. Joseph
Ratzinger. In uno scenario culturale e politico dove non mancavano, come avviene anche oggi,
quelli che in nome del pluralismo e della democrazia proclamano la separazione dell’agire politico
dalla sfera etica, la Nota rilanciava l’attenzione sul rapporto fra etica e politica come esigenza
irrinunciabile: se la politica non può essere separata dalla morale, nessun appello al presunto
rispetto del pluralismo in democrazia potrà mai giustificare il relativismo etico, vero cancro di ogni
società e dell’agire politico in essa. Con chiarezza la Nota descrive questo suo bersaglio critico: “È
oggi verificabile un certo relativismo culturale che offre evidenti segni di sé nella teorizzazione e
difesa del pluralismo etico che sancisce la decadenza e la dissoluzione della ragione e dei principi
della legge morale naturale. A seguito di questa tendenza non è inusuale, purtroppo, riscontrare in
dichiarazioni pubbliche affermazioni in cui si sostiene che tale pluralismo etico è la condizione per
la democrazia... La storia del XX secolo basta a dimostrare che la ragione sta dalla parte di quei
cittadini che ritengono del tutto falsa la tesi relativista secondo la quale non esiste una norma
morale, radicata nella natura stessa dell’essere umano, al cui giudizio si deve sottoporre ogni
concezione dell’uomo, del bene comune e dello Stato” (n. 2).
Già Dietrich Bonhoeffer, in polemica col nazionalsocialismo di cui sarebbe stato martire,
scriveva nella sua Etica, rimasta incompiuta a causa del suo arresto da parte della Gestapo: “Non
essendovi nulla di durevole, vien meno il fondamento della vita storica, cioè la fiducia, in tutte le
sue forme. E poiché non si ha fiducia nella verità, la si sostituisce con i sofismi della propaganda.
Mancando la fiducia nella giustizia, si dichiara giusto ciò che conviene... Tale è la singolarissima
situazione del nostro tempo, che è un tempo di vera e propria decadenza”. Reagire a questo
processo di sottile e pervasiva decadenza etica è l’intento della Nota: i temi concreti che vi sono
accennati - dall’aborto all’eutanasia, dai diritti dell’embrione umano alla salvaguardia della
famiglia, dalla libertà educativa alla tutela sociale dei minori, dal diritto alla libertà religiosa
all’impegno per un’economia che sia al servizio della persona e del bene comune nel rispetto della
giustizia e della pace - toccano l’essenza della moralità, traducendo nel vivo delle problematiche
attuali le esigenze di quel grande Codice della coscienza rappresentato dal Decalogo. “Se il
cristiano è tenuto ad ammettere la legittima molteplicità e diversità delle opzioni temporali, -
afferma la Nota - egli è ugualmente chiamato a dissentire da una concezione del pluralismo in
chiave di relativismo morale, nociva per la stessa vita democratica, la quale ha bisogno di
fondamenti veri e solidi, vale a dire, di principi etici che per la loro natura e per il loro ruolo di
fondamento della vita sociale non sono negoziabili” (n. 3).
Il richiamo alla forza liberante della Verità vuole insomma dare risalto a quella convivenza
costruita sul Codice etico fondamentale, senza cui sono la menzogna e la barbarie a trionfare su
tutto e su tutti. Il richiamo a San Tommaso Moro sintetizza bene questo scopo della Nota, cui ogni
tentativo di rilancio della presenza dei cattolici in politica dovrebbe ispirarsi: pur sottoposto a varie
forme di pressione psicologica, egli rifiutò ogni compromesso e, senza abbandonare «la costante
fedeltà all’autorità e alle istituzioni legittime», affermò con la sua vita e con la sua morte che
«l’uomo non si può separare da Dio, né la politica dalla morale». Specialmente i cattolici che si
impegnano nella vita politica, allora, dovrebbero ricordare quanto affermava con appassionata
lucidità Corrado Alvaro: e cioè che “la tentazione più grande che possa impadronirsi di una società
è credere che agire rettamente sia inutile”.