sabato 10 ottobre 2026

L’essenza del cristianesimo

Il cristianesimo non è una teoria della Verità, o una interpretazione della vita. Esso è anche questo, ma non in questo consiste il suo nucleo essenziale. Questo è costituito da Gesù di Nazaret, dalla sua concreta esistenza, dalla sua opera, dal suo destino — cioè da una personalità storica. Una certa analogia di tale situazione avverte colui per il quale un uomo acquista un significato essenziale. Non «l’Umanità» o «l’umano» divengono in tal caso importanti, ma questa persona. Essa determina tutto il resto, e tanto più profondamente e universalmente quanto più intensa è la relazione. Ciò può avvenire in un modo così possente che tutto, mondo, destino, compito si attua attraverso la persona amata; essa è come contenuta in tutto, tutto la fa ricordare, a tutto essa dà un senso. Nell’esperienza di un grande amore tutto il mondo si raccoglie nel rapporto Io-Tu, e tutto ciò che accade diventa un avvenimento nel suo ambito. L’elemento personale a cui in ultima analisi intende l’amore e che rappresenta ciò che di più alto c’è fra le realtà che il mondo abbraccia, penetra e determina ogni altra forma: spazio e paesaggio, pietre, alberi, animali.

Tutto ciò è vero, ma ha una risonanza solo tra questo Io e questo Tu. A misura che l’amore si fa più illuminato, sempre meno pretenderà che ciò che costituisce per lui il centro focale del mondo debba esserlo anche per gli altri. Una simile pretesa potrebbe essere sincera dal punto di vista lirico, ma per il resto sarebbe stolta. Nel cristianesimo le cose stanno altrimenti. Non si fa dipendere dal presentarsi di un incontro d’amore che la persona unica di Gesù diventi per l’uomo la realtà religiosa decisiva, ma essa è tale incondizionatamente e per se stessa. E che essa sia afferrata come tale dal singolo uomo, non è una possibilità lasciata al libero accadere, come lo svegliarsi di una inclinazione, che viene quando viene, ma è un’esigenza posta alla coscienza.

Il cristianesimo afferma che per l’incarnazione del Figlio di Dio, per la sua morte e la sua risurrezione, per il mistero della fede e della grazia, a tutta la creazione è richiesto di rinunciare alla sua - apparente -autonomia e di mettersi sotto la signoria di una persona concreta, cioè di Gesù Cristo, e di fare di ciò la propria norma decisiva. Dal punto di vista della logica questo è un paradosso, perché sembra mettere in pericolo la stessa realtà della persona. Ma anche il sentimento personale si ribella contro questo. Poiché l’accettare una legge generale che si è dimostrata giusta - sia essa una legge della natura o del pensiero o della moralità - non è difficile per la persona. Essa avverte che in tale legge essa continua ad essere se stessa; anzi, che il riconoscimento di siffatte leggi generali può tradursi senz’altro in un’azione personale. Ma all’esigenza di riconoscere un’«altra» persona come legge suprema di tutta la sfera della vita religiosa e con ciò della propria esistenza - la persona contrasta con vivacità elementare, e si capisce che cosa può significare la richiesta di «rinunciare alla propria anima».

L’essenza del cristianesimo

Romano Guardini, prete, teologo, scrittore italiano (1885 - 1968)

Gesù Cristo misura del reale e giudizio del mondo

Di fronte a Cristo si esige la conversione del pensiero.  Non solo quella della volontà e dell’azione, ma anche quella del pensiero. La quale consiste nel non riflettere più su Cristo partendo dal mondo, ma nell’assumere Cristo come criterio di misura del reale e del possibile e nel giudicare sul mondo da quella prospettiva.

Questa conversione è difficile a intendersi e ancora molto più difficile a compiersi. Tanto più difficile, quanto più chiaro diviene nel procedere del tempo il contrasto con essa dell’esistenza del mondo, e quanto più manifestamente chiunque vi si impegni appare come uno stolto. Nella misura, però, in cui il pensiero tenta di attuarla, si dischiude la realtà che prende il nome di Gesù Cristo. E, a partire da lui, ogni restante realtà è dischiusa: svelata, ma anche elevata nella speranza del farsi nuova.

Il Signore. Riflessioni sulla persona e la vita di Gesù Cristo, Vita e pensiero - Morcelliana, Milano - Brescia 2005, p. 721

Romano Guardini, prete, teologo, scrittore italiano (1885 - 1968)

Il segno di croce

Quando fai il segno di croce, fallo bene. Non così affrettato, rattrappito, tale che nessuno capisce cosa debba significare. No, un segno della croce giusto, cioè lento, ampio, dalla fronte al petto, da una spalla all'altra.

Senti come esso ti abbraccia tutto? Raccogliti dunque bene; raccogli in questo segno tutti i pensieri e tutto l'animo tuo, mentre esso si dispiega dalla fronte al petto, da una spalla all'altra. Allora tu lo senti: ti avvolge tutto, ti consacra, ti santifica. Perché? Perché è il segno della totalità ed il segno della redenzione.

Sulla croce nostro Signore ci ha redenti tutti. Mediante la croce egli santifica l'uomo nella sua totalità, fin nelle ultime fibre del suo essere. Perciò lo facciamo prima della preghiera, affinché esso ci raccolga e ci metta spiritualmente in ordine; concentri in Dio pensieri, cuore e volere; dopo la preghiera, affinché rimanga in noi quello che Dio ci ha donato.

Nella tentazione, perché ci irrobustisca. Nel pericolo, perché ci protegga. Nell'atto di benedizione, perché la pienezza della vita divina penetri nell'anima e vi renda feconda e consacri ogni cosa.

Pensa quanto spesso fai il segno della croce, il segno più santo che ci sia!

Fallo bene: lento, ampio, consapevole. Allora esso abbraccia tutto il tuo essere, corpo e anima, pensieri e volontà, senso e sentimento, agire e patire, tutto vi viene irrobustito, segnato, consacrato nella forza del Cristo, nel nome del Dio uno e Trino.

Romano Guardini, prete, teologo, scrittore italiano (1885 - 1968)

Il diavolo ha paura della nostra santità

Il Beato Alfredo Ildefonso Schuster, Cardinale e Arcivescovo di Milano, prima di morire, ha lasciato ai seminaristi di Venegono queste parole, quasi un testamento spirituale...

Voi desiderate un ricordo da me. Altro ricordo non ho da darvi che un invito alla santità.
La gente pare che non si lasci più convincere dalla nostra predicazione, ma di fronte alla santità, ancora crede, ancora si inginocchia e prega. La gente pare che viva ignara delle realtà soprannaturali, indifferente ai problemi della salvezza. Ma se un Santo autentico, o vivo o morto, passa, tutti accorrono al suo passaggio.
Ricordate le folle intorno alla bara di don Orione? Non dimenticate che il diavolo non ha paura dei nostri campi sportivi e dei nostri cinematografi: ha paura, invece, della nostra santità.

Alfredo Ildefonso Schuster (1880 - 1954), Cardinale e Arcivescovo di Milano

Il razzismo è una eresia

Pochi mesi dopo la pubblicazione del Manifesto della razza e delle leggi razziali fasciste, il Cardinale Alfredo Ildefonso Schuster, Arcivescovo di Milano, il 13 novembre 1938, nell'omelia pronunciata in occasione dell'apertura dell'avvento ambrosiano, condannò il razzismo definendolo una eresia.

È nata all'estero e serpeggia un po' dovunque una specie di eresia, che non solamente attenta alle fondamenta soprannaturali della cattolica Chiesa, ma materializza nel sangue umano i concetti spirituali di individuo, di Nazione e di Patria, rinnega all'umanità ogni altro valore spirituale, e costituisce così un pericolo internazionale non minore di quello dello stesso bolscevismo. È il cosiddetto razzismo.

Alfredo Ildefonso Schuster (1880 - 1954), Cardinale e Arcivescovo di Milano



mercoledì 23 settembre 2026

Il governo esiste per il bene comune

È un giusto motivo, anzi il solo giusto motivo d'annullare un governo, l'esser questo una causa permanente e irreformabile di pubblico male, o, che torna a un di presso al medesimo, un impedimento ostinato e perpetuo al bene pubblico. E la ragione di questo è che, non essendo un governo altro che un mezzo per ottenere il bene pubblico, e non avendo per conseguenza alcun diritto, se non in relazione a quel fine, viene a perdere per conseguenza alcun diritto quando si trovi in aperta e ostinata opposizione col fine medesimo.

La rivoluzione francese del 1789 e la rivoluzione italiana del 1859

Alessandro Manzoni


Il governo esiste per il bene comune. Se agisce in modo stabile e irrimediabile contro il bene comune, perde la propria legittimità. Perciò può essere giustificata la sua rimozione.

martedì 22 settembre 2026

Heidegger: Essere per la morte

Das Sein zur Möglichkeit als Sein-zum-Tode soll aber zu ihm sich so verhalten, daß er sich in diesem Sein und für es als Möglichkeit enthüllt. Solches Sein zur Möglichkeit fassen wir terminologisch als Vorlaufen in die Möglichkeit.

L'essere per la possibilità, in quanto essere-per-la-morte, deve tuttavia comportarsi verso di esso in modo tale che esso si sveli come possibilità in questo essere e per esso. Un simile essere per la possibilità lo cogliamo terminologicamente come il precorrere (o anticipare) la possibilità.

Sein und Zeit (Essere e tempo), 1927, p. 262

Martin Heidegger (1889 - 1976), filosofo tedesco 


In questo passo, Heidegger non parla del momento biologico del decesso, ma di come dovremmo vivere sapendo di dover morire. 

Nel testo cogliamo tre passaggi logici: 

1. La morte come "possibilità" e non come un semplice fatto. Normalmente pensiamo alla morte come a un evento futuro, una scadenza inevitabile che capiterà prima o poi. Questa visione viene ribaltata: per l'essere umano, la morte è la possibilità più grande di tutte. In che senso? Perché finché siamo vivi, abbiamo infinite possibilità (comprare una casa, cambiare lavoro, fare un viaggio). La morte, invece, è la possibilità che cancella tutte le altre, la fine dei nostri giochi. È l'unica cosa che nessuno può fare al posto nostro: è un'esperienza strettamente individuale.

2. Fuggire la morte. Heidegger nota che di solito viviamo in modo "inautentico". Sappiamo che si muore, ma lo consideriamo un fatto generico ("tutti muoiono", "capita agli altri"). In questo modo, allontaniamo il pensiero della nostra fine per non provare l'ansia del vuoto.

3. Che cos'è il "precorrere"? In sostanza Heidegger dice questo: per vivere in modo autentico, non dobbiamo aspettare che la morte arrivi passivamente, né dobbiamo far finta che non esista. Dobbiamo anticiparla mentalmente. 

 "Vorlaufen", cioè, precorrere la morte significa guardare coraggiosamente in avanti, verso la fine del nostro cammino, e accettare che la nostra vita è limitata e finita.

Quando accettiamo davvero che il nostro tempo ha una fine (cioè ci comportiamo verso la morte riconoscendola come l'ultima ed estrema possibilità della nostra esistenza), la nostra vita cambia sapore. Invece di perdere tempo dietro alle banalità di ogni giorno o a fare scelte dettate da quello che "fanno tutti", l'anticipazione della fine ci dà la spinta per riprendere in mano il timone. Ci permette di scegliere cosa è veramente importante per noi adesso. Guardare in faccia la morte svela la vita per quello che è: un'occasione unica e ma limitata da non sprecare.