venerdì 4 settembre 2026

Etica e politica. Quanta attualità in Ratzinger

Due convegni, tenutisi rispettivamente a Milano e a Orvieto, hanno raccolto intellettuali e 
politici cattolici il 18 gennaio scorso. Entrambi traevano ispirazione dalla Settimana sociale dei 
cattolici di Trieste (luglio 2024) e si proponevano di far riprendere “parola politica” ai cattolici 
italiani, orfani della Democrazia Cristiana e ancora senza una vera casa, sia a sinistra che a destra, 
nonostante le sirene che tendono ad attrarli da una parte o dall’altra. Volendo meglio distinguere le 
due anime ispiratrici va ricordato che il Convegno di Milano è stato promosso dai cattolici 
democratici, avendo come mentore Romano Prodi e come conduttore Graziano Delrio, quello di 
Orvieto è stato organizzato dai cattolici liberali, con Paolo Gentiloni e sullo sfondo Mario Draghi 
come ispiratori e Stefano Ceccanti e Giorgio Tonini come animatori. Nessuno dei due Convegni si 
proponeva di dar vita a un nuovo partito cattolico o di promuovere raggruppamenti interni alle forze 
politiche attuali, anche se entrambi intendevano formulare idee valoriali tali da smuovere e 
orientare la vita politica nel nostro Paese.  

Alla luce di questo rinnovato interesse per la presenza dei cattolici in ambito politico mi è 
tornato alla mente un prezioso documento della Congregazione per la Dottrina della Fede, 
pubblicato il 24 novembre 2002: la Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e 
il comportamento dei cattolici nella vita politica
, firmata dall’allora Prefetto il Card. Joseph 
Ratzinger. In uno scenario culturale e politico dove non mancavano, come avviene anche oggi, 
quelli che in nome del pluralismo e della democrazia proclamano la separazione dell’agire politico 
dalla sfera etica, la Nota rilanciava l’attenzione sul rapporto fra etica e politica come esigenza 
irrinunciabile: se la politica non può essere separata dalla morale, nessun appello al presunto 
rispetto del pluralismo in democrazia potrà mai giustificare il relativismo etico, vero cancro di ogni 
società e dell’agire politico in essa. Con chiarezza la Nota descrive questo suo bersaglio critico: “È 
oggi verificabile un certo relativismo culturale che offre evidenti segni di sé nella teorizzazione e 
difesa del pluralismo etico che sancisce la decadenza e la dissoluzione della ragione e dei principi 
della legge morale naturale. A seguito di questa tendenza non è inusuale, purtroppo, riscontrare in 
dichiarazioni pubbliche affermazioni in cui si sostiene che tale pluralismo etico è la condizione per 
la democrazia... La storia del XX secolo basta a dimostrare che la ragione sta dalla parte di quei 
cittadini che ritengono del tutto falsa la tesi relativista secondo la quale non esiste una norma 
morale, radicata nella natura stessa dell’essere umano, al cui giudizio si deve sottoporre ogni 
concezione dell’uomo, del bene comune e dello Stato”
(n. 2). 

Già Dietrich Bonhoeffer, in polemica col nazionalsocialismo di cui sarebbe stato martire, 
scriveva nella sua Etica, rimasta incompiuta a causa del suo arresto da parte della Gestapo: “Non 
essendovi nulla di durevole, vien meno il fondamento della vita storica, cioè la fiducia, in tutte le 
sue forme. E poiché non si ha fiducia nella verità, la si sostituisce con i sofismi della propaganda. 
Mancando la fiducia nella giustizia, si dichiara giusto ciò che conviene... Tale è la singolarissima 
situazione del nostro tempo, che è un tempo di vera e propria decadenza
”. Reagire a questo 
processo di sottile e pervasiva decadenza etica è l’intento della Nota: i temi concreti che vi sono 
accennati - dall’aborto all’eutanasia, dai diritti dell’embrione umano alla salvaguardia della 
famiglia, dalla libertà educativa alla tutela sociale dei minori, dal diritto alla libertà religiosa 
all’impegno per un’economia che sia al servizio della persona e del bene comune nel rispetto della 
giustizia e della pace - toccano l’essenza della moralità, traducendo nel vivo delle problematiche 
attuali le esigenze di quel grande Codice della coscienza rappresentato dal Decalogo. “Se il 
cristiano è tenuto ad ammettere la legittima molteplicità e diversità delle opzioni temporali, - 
afferma la Nota - egli è ugualmente chiamato a dissentire da una concezione del pluralismo in 
chiave di relativismo morale, nociva per la stessa vita democratica, la quale ha bisogno di 
fondamenti veri e solidi, vale a dire, di principi etici che per la loro natura e per il loro ruolo di 
fondamento della vita sociale non sono negoziabili”
(n. 3).  

Il richiamo alla forza liberante della Verità vuole insomma dare risalto a quella convivenza 
costruita sul Codice etico fondamentale, senza cui sono la menzogna e la barbarie a trionfare su 
tutto e su tutti. Il richiamo a San Tommaso Moro sintetizza bene questo scopo della Nota, cui ogni 
tentativo di rilancio della presenza dei cattolici in politica dovrebbe ispirarsi: pur sottoposto a varie 
forme di pressione psicologica, egli rifiutò ogni compromesso e, senza abbandonare «la costante 
fedeltà all’autorità e alle istituzioni legittime»
, affermò con la sua vita e con la sua morte che 
«l’uomo non si può separare da Dio, né la politica dalla morale». Specialmente i cattolici che si 
impegnano nella vita politica, allora, dovrebbero ricordare quanto affermava con appassionata 
lucidità Corrado Alvaro: e cioè che “la tentazione più grande che possa impadronirsi di una società 
è credere che agire rettamente sia inutile”
.

Avvenire, 12 febbraio 2025, pag. 1.13 

Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto 

Cattolici in politica

Il problema non è la mancanza di principi, ma la mancanza di cattolici che li vivano con coraggio. (Card. Camillo Ruini)

Il fallimento politico dei cattolici in Italia è prima di tutto un fallimento religioso. Hanno voluto salvare le strutture e il potere sacrificando la Verità. Hanno firmato e ratificato leggi che distruggono l'uomo e la famiglia pur di sopravvivere politicamente, diventando servi del mondo. (Divo Barsotti, Diario di quegli anni, Note ed estratti di spiritualità politica)

La politica è una delle forme più alte della carità, perché cerca il bene comune. (Papa Francesco, Evangelii Gaudium, 205)

I cattolici non devono essere spettatori della storia, ma costruttori. (Papa Francesco)

La separazione tra fede e vita è uno dei drammi del nostro tempo. (San Giovanni Paolo II, Christifideles Laici, 59)

La politica deve essere servizio, non ricerca di potere. (San Giovanni Paolo II)

La politica è la forma secolare della speranza. (Giorgio La Pira)

Non si può governare senza la luce della fede e senza la passione per l’uomo. (Giorgio La Pira)

Quando i cristiani rinunciano alla verità per compiacere il mondo, diventano sale che ha perso sapore. (Joseph Ratzinger)

Una politica senza verità è destinata a trasformarsi in dominio arbitrario degli uomini sugli uomini. (Joseph Ratzinger / Papa Benedetto XVI, Messaggio per la Giornata della Pace, 2006)

Il cristiano non può rinunciare alla lotta per la giustizia. (Joseph Ratzinger, Introduzione al Cristianesimo)

Ai liberi e forti dico: non cedete alla tentazione del potere. (Don Luigi Sturzo)

La politica è moralità in atto. (Don Luigi Sturzo)

Il cristiano che non si sporca le mani nella storia è un cristiano dimezzato. (Don Primo Mazzolari)

Il fallimento dei cristiani nella vita pubblica nasce dal loro timore di apparire diversi. (Romano Guardini)


lunedì 31 agosto 2026

Morire giovani

Nell'Antichità classica è un concetto tragico già presente in Erodoto nel mito di Cleobi e Bitone e ripresentato da Menandro nella sua commedia Il doppio ingannatore. Non era inteso come una maledizione, ma come un dono compassionevole: morire giovani risparmiava all'essere umano le sofferenze, le malattie, la decadenza della vecchiaia e il dolore inevitabile della vita.

Chi muore giovane è caro agli dei. (Menandro [342 a.C. – 291 a.C. ca.] da un frammento della sua commedia Dis Exapaton (Il doppio ingannatore)

Quem di diligunt, adolescens moritur. (Plauto, Bacchides)


Il giusto, anche se muore prematuramente, si troverà in un luogo di riposo.
Vecchiaia veneranda non è quella longeva, né si misura con il numero degli anni; ma canizie per gli uomini è la saggezza, età senile è una vita senza macchia.
Divenuto caro a Dio, fu amato da lui e, poiché viveva fra peccatori, fu portato altrove.
Fu rapito, perché la malvagità non alterasse la sua intelligenza o l’inganno non seducesse la sua anima,
poiché il fascino delle cose frivole oscura tutto ciò che è bello e il turbine della passione perverte un animo senza malizia.
Giunto in breve alla perfezione, ha conseguito la pienezza di tutta una vita. La sua anima era gradita al Signore, perciò si affrettò a uscire dalla malvagità.
La gente vide ma non capì, non ha riflettuto su un fatto così importante: grazia e misericordia sono per i suoi eletti e protezione per i suoi santi.

(Bibbia, Libro della Sapienza, 2, 7-15 [50 a.C. circa])


Enea, appena disceso nel regno dell'oltretomba, è colpito dalle voci e dai pianti dei bambini morti... 

Subito si udirono voci ed un enorme vagito
di infanti, anime piangenti, sul far della soglia:
un nero giorno li strappò, privi della dolce vita
e rapiti dalla poppa li sommerse con morte acerba.
(Virgilio, Eneide VI, 426-429 [29 - 19 a.C.])


Abba Antonio, scrutando l’abisso dei giudizi di Dio, chiese: «Signore, come mai alcuni muoiono giovani, altri vecchissimi? E perché alcuni sono poveri e altri ricchi? E come mai degli ingiusti sono ricchi e dei giusti sono in miseria?». E giunse a lui una voce che disse: «Antonio, bada a te stesso. Questi giudizi spettano a Dio e non guadagni nulla a saperli». (Sant'Atanasio di Alessandria, Vita di Antonio


La morte di un figlio è una delle prove più dure, se non la più dura, che un genitore possa affrontare nella vita. Nessun genitore si aspetta di sopravvivere ai propri figli e quando questo capita ci si sente in colpa per il solo fatto di essere vivi, al punto da non riuscire più a continuare a vivere come prima...


On My First Son

Versi per il figlio primogenito morto a 7 anni. 

Addio, tu figlio della mia destra, e gioia;
Il mio peccato fu sperare troppo in te, amato ragazzo.
Sette anni mi fosti prestato, e io ti restituisco,
Esatto dal tuo fato, nel giorno giusto.

Oh, potessi io perdere ora ogni paternità! Perché
L’uomo dovrebbe lamentare lo stato che dovrebbe invidiare?
Aver così presto sfuggito la rabbia del mondo e della carne,
E, se non altra miseria, almeno la vecchiaia?

Riposa in dolce pace, e, se ti chiedono, di’: «Qui giace
La migliore poesia di Ben Jonson».
Per amore suo d’ora in poi tutti i suoi voti siano tali
Che ciò che ama non possa mai piacergli troppo.

(Ben Jonson, On My First Son" [1603])


Pria che l'etade inanimata e vile / il vivo amor ti spenga... (Giacomo Leopardi, A un vincitore nel pallone)

Che gli dei amano muoiono giovani. (Lord Byron, Don Giovanni)


Demain, dès l'aube...

Scritta da Victor Hugo dopo la morte della figlia diciannovenne Léopoldine, annegata nella Senna. L'ultima immagine è la più straziante: l'agrifoglio verde e l'erica sono fiori invernali, semplici e selvatici. Non una corona solenne, ma un mazzo raccolto per strada, da padre.

Domani, all'alba, nell'ora in cui la campagna imbianca,
partirò. Vedi, so che mi aspetti.
Andrò per la foresta, andrò per la montagna.
Non posso restare lontano da te più a lungo.

Camminerò con gli occhi fissi sui miei pensieri,
senza vedere nulla fuori, senza udire alcun rumore,
solo, sconosciuto, la schiena curva, le mani incrociate,
triste, e il giorno per me sarà come la notte.

Non guarderò né l'oro della sera che cade,
né le vele in lontananza che scendono verso Harfleur,
e quando arriverò, poserò sulla tua tomba
un mazzo di agrifoglio verde e di erica in fiore.

(Victor Hugo, Demain, dès l'aube... [1856])


Pianto antico

Scritta dopo la morte, a soli tre anni, del figlio Dante. È una delle elegie più intense e famose della poesia italiana dell’Ottocento. Il contrasto tra la vita che rinasce in primavera e il fiore spezzato del figlio è straziante.

L’albero a cui tendevi
la pargoletta mano,
il verde melograno
da’ bei vermigli fior,
nel muto orto solingo
rinverdì tutto or ora,
e giugno lo ristora
di luce e di calor.

Tu fior de la mia pianta
percossa e inaridita,
tu de l’inutil vita
estremo unico fior,
sei ne la terra fredda,
sei ne la terra negra
né il sol più ti rallegra
né ti risveglia amor.

(Giosuè Carducci, Pianto antico [1871])


Funere mersit acerbo

O tu che dormi là su la fiorita
collina tosca, e ti sta il padre a canto;
non hai tra l'erbe del sepolcro udita
pur ora una gentil voce di pianto?


È il fanciulletto mio, che a la romita
tua porta batte: ei che nel grande e santo
nome te rinnovava, anch'ei la vita
fugge, o fratel, che a te fu amara tanto.


Ahi no! giocava per le pinte aiole,
e arriso pur di vision leggiadre
l'ombra l'avvolse, ed a le fredde e sole

vostre rive lo spinse. Oh, giù ne l'adre
sedi accoglilo tu, chè al dolce sole
ei volge il capo ed a chiamar la madre.

(Giosuè Carducci, Funere mersit acerbo [1877])


Morte del bambino

Tagore scrisse questi versi dopo aver conosciuto lui stesso il dolore della perdita in pochi anni della moglie, dei due figli e del padre. Sono un dialogo furioso tra il poeta e la Natura accusata di essere crudele proprio perché è infinita e non aveva bisogno di prendersi anche lui.

Era vivo, rideva,
camminava e giocava.
Natura, prendendolo che hai avuto?
Tu hai milioni di uccelli colorati, foreste,
stelle, oceani, il cielo infinito. 

Perché l'hai strappato
dal seno della madre,
l'hai nascosto in seno alla terra
e l'hai ricoperto di fiori?

O Potente Natura
di miriadi di stelle e di fiori,
hai rubato un bambino!
S'è forse ingrandito
il tuo tesoro infinito?

Hai così aumentato d'un granello
La tua felicità?
Eppure, un cuore di mamma,
immenso come il tuo,
con la perdita del bambino
ha perduto tutto!

(Rabindranath Tagore, Morte del bambino [1902-1903])


Giorno per giorno

La poesia è una delle opere più emozionanti e significative della carriera di Giuseppe Ungaretti. É dedicata alla memoria di Antonietto, il figlio scomparso a soli nove anni a causa di un'appendicite mal curata.

1. "Nessuno, mamma, ha mai sofferto tanto..."
E il volto già scomparso
ma gli occhi ancora vivi
dal guanciale volgeva alla finestra,
e riempivano passeri la stanza
verso le briciole dal babbo sparse
per distrarre il suo bimbo…

2. Ora potrò baciare solo in sogno
le fiduciose mani…
E discorro, lavoro,
sono appena mutato, temo, fumo…
Come si può ch’io regga a tanta notte?…

3. Mi porteranno gli anni
chissà quali altri orrori,
ma ti sentivo accanto,
m’avresti consolato…

4. Mai, non saprete mai come m’illumina
l’ombra che mi si pone a lato, timida,
quando non spero più…

5. Ora dov’è, dov’è l’ingenua voce
che in corsa risuonando per le stanze,
sollevava dai crucci un uomo stanco?…
La terra l’ha disfatta, la protegge
un passato di favola…

6. Ogni altra voce è un’eco che si spegne
ora che una mi chiama
dalle vette immortali…

7. In cielo cerco il tuo felice volto,
ed i miei occhi in me null’altro vedano
quando anch’essi vorrà chiudere Iddio…

8. E t’amo, t’amo, ed è continuo schianto!…

9. Inferocita terra, immane mare
mi separa dal luogo della tomba
dove ora si disperde
il martoriato corpo…
Non conta… Ascolto sempre più distinta
quella voce d’anima
che non seppi difendere quaggiù…
M’isola, sempre più festosa e amica
di minuto in minuto,
nel suo segreto semplice…

10. Sono tornato ai colli, ai pini amati
e del ritmo dell’aria il patrio accento
che non riudrò con te,
mi spezza ad ogni soffio…

11. Passa la rondine e con essa estate,
e anch’io, mi dico, passerò…
Ma resti dell’amore che mi strazia
non solo segno un breve appannamento
se dall’inferno arrivo a qualche quiete…

12. Sotto la scure il disilluso ramo
cadendo si lamenta appena, meno
che non la foglia al tocco della brezza…
E fu la furia che abbatté la tenera
forma e la premurosa
carità d’una voce mi consuma…

13. Non più furori reca a me l’estate,
né primavera i suoi presentimenti;
puoi declinare, autunno,
con le tue stolte glorie:
per uno spoglio desiderio, inverno
distende la stagione più clemente!…

14. Già m’è nelle ossa scesa
l’autunnale secchezza,
ma, protratto dalle ombre,
sopravviene infinito
un demente fulgore:
la tortura segreta del crepuscolo
inabissato…

15. Rievocherò senza rimorso sempre
un’incantevole agonia di sensi?
Ascolta, cieco: “Un’anima è partita
dal comune castigo ancora illesa…”

Mi abbatterà meno di non più udire
i gridi vivi della sua purezza
che di sentire quasi estinto in me
il fremito pauroso della colpa?

16. Agli abbagli che squillano dai vetri
squadra un riflesso alla tovaglia l’ombra,
tornano al lustro labile d’un orcio
gonfie ortensie dall’aiuola, un rondone ebbro,
il grattacielo in vampe delle nuvole,
sull’albero, saltelli d’un bimbetto…

Inesauribile fragore di onde
si dà che giunga allora nella stanza
e alla freschezza inquieta d’una linea
azzurra, ogni parete si dilegua…

17. Fa dolce e forse qui vicino passi
dicendo: “Questo sole e tanto spazio
ti calmino. Nel puro vento udire
puoi il tempo camminare e la mia voce.
Ho in me raccolto a poco a poco e chiuso
Lo slancio muto della tua speranza.
Sono per te l’aurora e intatto giorno”.

(Giuseppe Ungaretti, Giorno per giorno [1946])


Gridasti: Soffoco…

Nel viso tuo scomparso già nel teschio,
gli occhi, che erano ancora luminosi
solo un attimo fa,
gli occhi si dilatarono… si persero…

Un bimbo è morto…
Nove anni, chiuso cerchio,
nove anni cui né giorni, né minuti
mai più s’aggiungeranno…

(Giuseppe Ungaretti, Gridasti: Soffoco… [1946])



Théoden: «Simbelmynë. Sempre è fiorito sulle tombe dei miei avi. Ora crescerà sulla tomba di mio figlio. Ahimè, per i giorni oscuri nei quali siamo caduti. I giovani periscono e i vecchi indugiano. Che io debba vivere per vedere la fine della mia casata...»
Gandalf: «La morte di Théodred non è dipesa dalla tua volontà.»
Théoden: «Un genitore non dovrebbe mai seppellire il proprio figlio
Théoden: «Cosa deve fare l'uomo contro il male sconsiderato?»

(Dialogo tratto dal film Il Signore degli Anelli: Le due torri (2002) di Peter Jackson)




sabato 29 agosto 2026

Preghiera per gli animali di San Basilio

Signore e salvatore del mondo, 
noi ti preghiamo anche per gli animali, 
che umilmente portano con noi il peso e il calore del giorno 
e offrono le loro semplici vite, aiutandoci a vivere bene. 

Noi ti preghiamo anche per le creature selvagge 
che tu hai creato sapienti, forti, belle. 

Ti preghiamo per tutte le creature, 
anche quelle che non sono intelligenti 
perché esse hanno una loro missione, 
sebbene noi siamo incapaci di riconoscerla. 

E supplichiamo la tua grande tenerezza, 
perché tu hai promesso di salvare insieme l’uomo e gli animali  (Cf Sal 36,7)
e hai concesso a tutti il tuo amore infinito.



O Dio, accresci in noi 
il senso di fraternità con tutti gli esseri viventi,  
con i nostri fratelli animali 
a cui Tu hai concesso di soggiornare con noi su questa terra.  

Proviamo un senso di vergogna nel ricordare  
che abbiamo esercitato la nostra signoria  
con spietata crudeltà,  
cosicché la voce della terra,  
che sarebbe dovuta salire fino a Te come una canzone, 
è stata invece un gemito di dolore. 

Facci comprendere che essi non vivono soltanto per noi,  
ma anche per se stessi e per Te;  
facci capire che essi amano al pari nostro la dolcezza della vita
e si sentono meglio al loro posto, di quanto non ci sentiamo noi al nostro!
 

San Basilio Magno

domenica 16 agosto 2026

Il cardo selvatico

Tutti i pastori che accorrevano verso la grotta al segnale della Cometa erano felici. Tutti tranne uno. Per lui, durante tutta la vita, ogni segnale era stato scaturigine di angoscia; il suo desiderio sarebbe stato di vivere una vita senza accadimenti, prove, intoppi che non fossero quelli che si poneva da se stesso, continuamente.

La luce della stella allertò il suo cuore, perché era chiara e netta. Ma il suo era un cuore che pareva incapace di gioia e di serenità. Per un motivo che gli era sempre stato incomprensibile, ogni suo sentire era sempre avvelenato da un’amarezza e da una paura che sembravano provenire dalla notte dei tempi e che lo stringevano in una morsa. Per il suo cuore così infreddolito, la mente gli era insieme di sostegno e d’impaccio: di sostegno quando il cuore diveniva ghiaccio, d’impaccio quando diveniva fuoco.

In perenne dissidio con se stesso, quel pastore dubitava di tutto, a cominciare da sé, e mentiva senza volerlo, con un riprovevole candore. Esitò a lungo, prima di mettersi in cammino, preda dell’angoscia: valeva o no la pena di muoversi? E se la stella avesse mentito? Vatti a fidare delle stelle! Poi, quando chiamò le sue quattro pecore e si avviò, lo sospinse l’angoscia di dover arrivare primo, se no, altrimenti, che razza di pastore era? Fu allora che gli piombò addosso, come un macigno, il coro degli Angeli che cantava: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che Dio ama».

Quel canto, che per ogni altro era di esultanza e conforto, gli fu fatale. Perché «agli uomini che Dio ama» e non a tutti gli uomini? Che significava quella frase se non che esistono uomini che Dio ama e, quindi, altri che Dio non ama? Lui era uno di questi. Inamabile perché colpevole di qualcosa di cui era impastata la sua stessa carne. Quella notte di luce e di pace divenne per lui una notte d’inferno e disperazione. Lasciò le pecore presso un sicomoro e si avvicinò ad un pozzo. L’acqua rifletteva una manciata di brillanti del cielo, ma a lui parvero barbagli d’occhi di biscia. Sollevò una gamba per salire sul bordo del pozzo, quando una spina gli si conficcò nell’alluce dolorosamente.

Era un cardo selvatico fiaccato dalla polvere e cento volte calpestato, la cui unica spina viva era destinata a lui. «Maledetto!», gli sibilò nel silenzio. Ed era un silenzio così compatto che quella maledizione gli parve un sasso lanciato a se stesso. Il cardo parlò: «Che razza di uomo sei che maledici un cardo per l’unica e l’ultima sua dote?». L’uomo rispose, manco sapesse che i cardi non parlano: «E la tua dannata spina la chiami una dote?». «Non ne ho altre», rispose il cardo.

«E come io benedico Iddio ogni giorno per questo unico dono che mi ha fatto, così tu dovresti imitarmi, simile a me quale tu sei». L’uomo tacque. Il silenzio si popolava di un nuovo tipo di affanno, mai prima provato, molto simile a un pianto che voglia prorompere ad ogni costo. Il cardo diceva il vero: Dio ama le sue creature per quello che sono, e «gli uomini che Dio ama» sono quelli che accettano di essere amati per quello che sono. "Uomini palma", "uomini frumento" ed anche "uomini cardo".

«Anzi», a questo punto il cardo riprese a parlare, «Dio ama in modo particolare, tenerissimo, gli uomini cardo, perché, se li ha fatti così, aveva le sue buone ragioni». «Quali?», incalzò l’uomo, che vedeva tutta la sua vita capovolgersi. «Forse, come la mia spina, una sola: di far soffrire gli altri; o — come nel tuo caso — di pungerli con la tua angoscia e gli aculei della tua natura». «Non è una grande funzione…», disse il pastore.

«Che io ti abbia salvato la vita non ti pare una cosa grande? Il fatto è», riprese con forza il cardo selvatico, «che tu non accetti di essere amato per quello che sei, con tutte le tue spine, e forse veleni e chissà che altro. Vorresti essere amato per quello che non sei: ecco la tua superbia che ti separa dal mondo e dagli uomini. È essa che chiude il fiotto dell’Amore di Dio, e che gli vieta di spandersi come tanto vorrebbe». L’uomo tacque di nuovo. Come gli era facile e difficile tutto ciò. Facile capire, difficile accettare. Solo quando s’inginocchiò, ancora confuso ed incerto, accanto al Bimbo e ne sentì la piccola mano sul capo, ebbe la rivelazione finale. Sulla sua testa ispida di pensieri da cardo, il Bimbo tenne la mano per l’intera notte, a dire a lui ed a tutto l’universo che, se si era fatto carne, lo aveva fatto precisamente, quasi unicamente per gli "uomini cardo".

Che le loro spine lo avrebbero crocifisso già lo sapeva. Ma non poteva, proprio non poteva rinunciare a loro, i suoi figli più difficili, più egoisti, più ingrati. Altrimenti, che razza di Amore sarebbe stato?

Fiabe della Notte Santa

Piero Gribaudi (1933 - 2019), scrittore, editore e bibliofilo italiano

venerdì 14 agosto 2026

La Dichiarazione di Pace di Hiroshima

Testo integrale della Dichiarazione di Pace letta il 6 agosto dal sindaco di Hiroshima Kazumi Matsui durante una cerimonia per commemorare gli 81 anni dal bombardamento atomico della città del 1945. (foto Kyodo News / Associated Press)

Ancora oggi, a 81 anni dai bombardamenti atomici, proprio qui sulla Terra dove viviamo, assistiamo a invasioni militari che usano le armi nucleari come strumenti di intimidazione, oltre ad altre azioni prepotenti da parte delle grandi potenze in violazione del diritto internazionale. Quest'anno, la Conferenza di esame del Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) non è riuscita a adottare un documento finale per la terza volta consecutiva. La responsabilità di questo fallimento ricade sui leader politici che danno la colpa agli altri per giustificare il proprio comportamento. Le parole e le azioni di questi leader scuotono le fondamenta della pace e della stabilità globale, ignorando gli obblighi stabiliti dal TNP.

Se la situazione attuale dovesse persistere, la diffidenza si radicherà in tutto il mondo, riportandoci alla sfrenata avidità dell'era della Seconda Guerra Mondiale. Sminuire la disumanità delle armi nucleari e accettare l'uso della forza per perseguire la propria prosperità rischia di innescare cicli di violente ritorsioni. Questo potrebbe culminare in un'altra Hiroshima o Nagasaki.

Vi prego di dedicare un momento all'ascolto, ancora una volta, delle testimonianze degli hibakusha sopravvissuti alla devastazione. Una donna, che all'epoca aveva 16 anni, ricorda la sua affettuosa sorella maggiore. Vede il volto di sua sorella, con la pelle che si decomponeva sul cranio e i denti esposti in una bocca senza più labbra. Fu un incubo talmente grande da non poter credere ai propri occhi. Un'altra donna, esposta alla bomba all'età di 3 anni, ha sofferto per anni a causa di una serie di malattie, fino ad ammalarsi di leucemia a 55 anni. Dopo la diagnosi di patologia da bomba atomica, ha vissuto nel terrore costante di dove il male avrebbe colpito la volta successiva. Un uomo che allora aveva 9 anni, di fronte all'invasione russa dell'Ucraina che ha causato la morte di molti civili, ci supplica di superare i nostri conflitti interni. Ci chiede di accogliere le prospettive reciproche per costruire un mondo senza scontri violenti. Esorta in particolare i nostri giovani a iniziare riflettendo profondamente sulla propria vita quotidiana.

Ispirata dalle voci dei nostri hibakusha e dalle iniziative per tramandare la loro volontà, la società civile ha continuato il suo attivismo per la pace e per l'abolizione delle armi nucleari, superando generazioni e confini nazionali. Tuttavia, troppi leader politici, considerando ancora la deterrenza nucleare un approccio realistico, accettano che la comunità internazionale legittimi la violenza. Questo non fa che allontanare un mondo libero da armi nucleari. In un'epoca in cui lo sbiadire della memoria della guerra potrebbe portare all'uso di armi nucleari, dobbiamo riscoprire le lezioni del passato. Sono le stesse lezioni che portarono alla fondazione delle Nazioni Unite e alla spinta per abolire gli arsenali atomici. Ognuno di noi deve rifiutare ogni forma di violenza e agire per costruire una società internazionale determinata a rendere realtà l'ideale dell'abolizione nucleare.

A tal fine, rivolgo questa richiesta ai nostri giovani. Vi prego di stringere legami più profondi con persone che hanno valori diversi dai vostri, oltre i confini nazionali, e in questo percorso di condividere gioia, divertimento, sogni e speranze. Molti giovani in tutto il mondo stanno approfondendo le loro relazioni imparando, qui a Hiroshima e altrove, la storia dei bombardamenti atomici. Vi esorto a esprimere i vostri pensieri, a impegnarvi nelle vostre comunità e a fare, nella vostra vita quotidiana, tutto ciò che potete per la pace. Questi sforzi aiuteranno a coltivare una cultura globale della pace basata sul rispetto reciproco. Sdoganando l'abolizione delle armi nucleari come puro buon senso all'interno della comunità internazionale, contribuirete a creare un contesto che non permetta più ai decisori politici di fare affidamento sulla deterrenza nucleare. La Città di Hiroshima collaborerà con i nostri 8.589 comuni membri di Mayors for Peace (Sindaci per la Pace) per promuovere questa cultura in tutto il mondo e rafforzare gli sforzi per trasmetterla alle generazioni future. Continueremo a fare campagna per diffondere lo Spirito di Hiroshima.

Decisori politici di tutto il mondo, la società civile esige l'immediata abolizione delle armi nucleari. Per quanto tempo ancora avete intenzione di deluderci? Comprendete di certo che qualsiasi uso di armi nucleari infliggerebbe danni catastrofici all'umanità, e che la non proliferazione e il disarmo nucleare possono essere affrontati solo attraverso sforzi multilaterali. Leader degli Stati militarmente nucleari, a voi spetta la responsabilità primaria del disarmo. Dovete assolutamente riconoscere l'imperativo di dare il buon esempio. Governanti del mondo, venite di persona a visitare Hiroshima e Nagasaki. Confrontatevi direttamente con le nostre tragedie e ascoltate le aspirazioni di pace dei nostri hibakusha. La società civile spera fervidamente che, durante le vostre visite, lancerete messaggi al mondo per esprimere la vostra determinazione ad abolire le armi nucleari, per poi attuare politiche concrete volte a raggiungere tale obiettivo.

Esortiamo il governo giapponese a rimanere profondamente consapevole degli alti ideali sanciti dalla Costituzione del Giappone e a continuare a occupare un posto d'onore nella società internazionale. Proprio perché affrontiamo un contesto di sicurezza difficile, che potrebbe portare a divisioni e persino a conflitti con altre nazioni, chiediamo una diplomazia tenace e persistente, senza imporre sacrifici alla popolazione. Il Giappone deve manifestare e attuare contributi continui alla pace e alla stabilità internazionale. A tal fine, esortiamo il Giappone a iniziare partecipando come osservatore alla Conferenza di esame del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari di questo novembre, per poi ratificare il trattato senza indugio. Inoltre, chiediamo con forza che le misure a sostegno degli hibakusha, la cui età media ha superato gli 86 anni, siano potenziate in modo da rispondere alle loro continue sofferenze e difficoltà, sulla base di quadri normativi adeguati a sostenere tutti i sopravvissuti, compresi quelli che vivono all'estero.

Oggi, nel giorno che segna l'81° anniversario del bombardamento atomico, porgiamo le nostre più sentite condoglianze alle anime delle vittime e ci impegniamo a fare tutto il possibile per ottenere l'abolizione delle armi nucleari, portando a una pace mondiale duratura. Ancora una volta, rivolgiamo il nostro appello alla società civile nel suo complesso. Guidati dallo Spirito di Hiroshima ispirato dagli hibakusha, lavoriamo insieme in una sincera unità per cambiare il mondo.

Kazumi Matsui, sindaco di Hiroshima

mercoledì 5 agosto 2026

Le guerre le perdono tutti!


Erminio Bonafè (George Wilson): "La guerra è una parentesi bestiale e solo quando è finita ci si accorge della sua inutilità!"

Primo Arcovazzi (Ugo Tognazzi): "Se si perde!... ma se si vince?"  

Erminio Bonafè: "Le guerre le perdono tutti!" 

Dal film: Il federale (1961), regia di Luciano Salce