domenica 16 agosto 2026

Il cardo selvatico

Tutti i pastori che accorrevano verso la grotta al segnale della Cometa erano felici. Tutti tranne uno. Per lui, durante tutta la vita, ogni segnale era stato scaturigine di angoscia; il suo desiderio sarebbe stato di vivere una vita senza accadimenti, prove, intoppi che non fossero quelli che si poneva da se stesso, continuamente.

La luce della stella allertò il suo cuore, perché era chiara e netta. Ma il suo era un cuore che pareva incapace di gioia e di serenità. Per un motivo che gli era sempre stato incomprensibile, ogni suo sentire era sempre avvelenato da un’amarezza e da una paura che sembravano provenire dalla notte dei tempi e che lo stringevano in una morsa. Per il suo cuore così infreddolito, la mente gli era insieme di sostegno e d’impaccio: di sostegno quando il cuore diveniva ghiaccio, d’impaccio quando diveniva fuoco.

In perenne dissidio con se stesso, quel pastore dubitava di tutto, a cominciare da sé, e mentiva senza volerlo, con un riprovevole candore. Esitò a lungo, prima di mettersi in cammino, preda dell’angoscia: valeva o no la pena di muoversi? E se la stella avesse mentito? Vatti a fidare delle stelle! Poi, quando chiamò le sue quattro pecore e s avviò, lo sospinse l’angoscia di dover arrivare primo, se no, altrimenti, che razza di pastore era? Fu allora che gli piombò addosso, come un macigno, il coro degli Angeli che cantava: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che Dio ama».

Quel canto, che per ogni altro era di esultanza e conforto, gli fu fatale. Perché «agli uomini che Dio ama» e non a tutti gli uomini? Che significava quella frase se non che esistono uomini che Dio ama e, quindi, altri che Dio non ama? Lui era uno di questi. Inamabile perché colpevole di qualcosa di cui era impastata la sua stessa carne. Quella notte di luce e di pace divenne per lui una notte d’inferno e disperazione. Lasciò le pecore presso un sicomoro e si avvicinò ad un pozzo. L’acqua rifletteva una manciata di brillanti del cielo, ma a lui parvero barbagli d’occhi di biscia. Sollevò una gamba per salire sul bordo del pozzo, quando una spina gli si conficcò nell’alluce dolorosamente.

Era un cardo selvatico fiaccato dalla polvere e cento volte calpestato, la cui unica spina viva era destinata a lui. «Maledetto!», gli sibilò nel silenzio. Ed era un silenzio così compatto che quella maledizione gli parve un sasso lanciato a se stesso. Il cardo parlò: «Che razza di uomo sei che maledici un cardo per l’unica e l’ultima sua dote?». L’uomo rispose, manco sapesse che i cardi non parlano: «E la tua dannata spina la chiami una dote?». «Non ne ho altre», rispose il cardo.

«E come io benedico Iddio ogni giorno per questo unico dono che mi ha fatto, così tu dovresti imitarmi, simile a me quale tu sei». L’uomo tacque. Il silenzio si popolava di un nuovo tipo di affanno, mai prima provato, molto simile a un pianto che voglia prorompere ad ogni costo. Il cardo diceva il vero: Dio ama le sue creature per quello che sono, e «gli uomini che Dio ama» sono quelli che accettano di essere amati per quello che sono. Uomini palma, uomini frumento, ed anche uomini cardo.

«Anzi», a questo punto il cardo riprese a parlare, «Dio ama in modo particolare, tenerissimo, gli uomini cardo, perché, se li ha fatti così, aveva le sue buone ragioni». «Quali?», incalzò l’uomo, che vedeva tutta la sua vita capovolgersi. «Forse, come la mia spina, una sola: di far soffrire gli altri; o — come nel tuo caso — di pungerli con la tua angoscia e gli aculei della tua natura». «Non è una grande funzione…», disse il pastore.

«Che io ti abbia salvato la vita non ti pare una cosa grande? Il fatto è», riprese con forza il cardo selvatico, «che tu non accetti di essere amato per quello che sei, con tutte le tue spine, e forse veleni e chissà che altro. Vorresti essere amato per quello che non sei: ecco la tua superbia che ti separa dal mondo e dagli uomini. È essa che chiude il fiotto dell’Amore di Dio, e che gli vieta di spandersi come tanto vorrebbe». L’uomo tacque di nuovo. Come gli era facile e difficile tutto ciò. Facile capire, difficile accettare. Solo quando s’inginocchiò, ancora confuso ed incerto, accanto al Bimbo e ne sentì la piccola mano sul capo, ebbe la rivelazione finale. Sulla sua testa ispida di pensieri da cardo, il Bimbo tenne la mano per l’intera notte, a dire a lui ed a tutto l’universo che, se si era fatto carne, lo aveva fatto precisamente, quasi unicamente per gli uomini cardo.

Che le loro spine lo avrebbero crocifisso già lo sapeva. Ma non poteva, proprio non poteva rinunciare a loro, i suoi figli più difficili, più egoisti, più ingrati. Altrimenti, che razza di Amore sarebbe stato?

Fiabe della Notte Santa

Piero Gribaudi (1933 - 2019), scrittore, editore e bibliofilo italiano

venerdì 14 agosto 2026

La Dichiarazione di Pace di Hiroshima

Testo integrale della Dichiarazione di Pace letta il 6 agosto dal sindaco di Hiroshima Kazumi Matsui durante una cerimonia per commemorare gli 81 anni dal bombardamento atomico della città del 1945. (foto Kyodo News / Associated Press)

Ancora oggi, a 81 anni dai bombardamenti atomici, proprio qui sulla Terra dove viviamo, assistiamo a invasioni militari che usano le armi nucleari come strumenti di intimidazione, oltre ad altre azioni prepotenti da parte delle grandi potenze in violazione del diritto internazionale. Quest'anno, la Conferenza di esame del Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) non è riuscita a adottare un documento finale per la terza volta consecutiva. La responsabilità di questo fallimento ricade sui leader politici che danno la colpa agli altri per giustificare il proprio comportamento. Le parole e le azioni di questi leader scuotono le fondamenta della pace e della stabilità globale, ignorando gli obblighi stabiliti dal TNP.

Se la situazione attuale dovesse persistere, la diffidenza si radicherà in tutto il mondo, riportandoci alla sfrenata avidità dell'era della Seconda Guerra Mondiale. Sminuire la disumanità delle armi nucleari e accettare l'uso della forza per perseguire la propria prosperità rischia di innescare cicli di violente ritorsioni. Questo potrebbe culminare in un'altra Hiroshima o Nagasaki.

Vi prego di dedicare un momento all'ascolto, ancora una volta, delle testimonianze degli hibakusha sopravvissuti alla devastazione. Una donna, che all'epoca aveva 16 anni, ricorda la sua affettuosa sorella maggiore. Vede il volto di sua sorella, con la pelle che si decomponeva sul cranio e i denti esposti in una bocca senza più labbra. Fu un incubo talmente grande da non poter credere ai propri occhi. Un'altra donna, esposta alla bomba all'età di 3 anni, ha sofferto per anni a causa di una serie di malattie, fino ad ammalarsi di leucemia a 55 anni. Dopo la diagnosi di patologia da bomba atomica, ha vissuto nel terrore costante di dove il male avrebbe colpito la volta successiva. Un uomo che allora aveva 9 anni, di fronte all'invasione russa dell'Ucraina che ha causato la morte di molti civili, ci supplica di superare i nostri conflitti interni. Ci chiede di accogliere le prospettive reciproche per costruire un mondo senza scontri violenti. Esorta in particolare i nostri giovani a iniziare riflettendo profondamente sulla propria vita quotidiana.

Ispirata dalle voci dei nostri hibakusha e dalle iniziative per tramandare la loro volontà, la società civile ha continuato il suo attivismo per la pace e per l'abolizione delle armi nucleari, superando generazioni e confini nazionali. Tuttavia, troppi leader politici, considerando ancora la deterrenza nucleare un approccio realistico, accettano che la comunità internazionale legittimi la violenza. Questo non fa che allontanare un mondo libero da armi nucleari. In un'epoca in cui lo sbiadire della memoria della guerra potrebbe portare all'uso di armi nucleari, dobbiamo riscoprire le lezioni del passato. Sono le stesse lezioni che portarono alla fondazione delle Nazioni Unite e alla spinta per abolire gli arsenali atomici. Ognuno di noi deve rifiutare ogni forma di violenza e agire per costruire una società internazionale determinata a rendere realtà l'ideale dell'abolizione nucleare.

A tal fine, rivolgo questa richiesta ai nostri giovani. Vi prego di stringere legami più profondi con persone che hanno valori diversi dai vostri, oltre i confini nazionali, e in questo percorso di condividere gioia, divertimento, sogni e speranze. Molti giovani in tutto il mondo stanno approfondendo le loro relazioni imparando, qui a Hiroshima e altrove, la storia dei bombardamenti atomici. Vi esorto a esprimere i vostri pensieri, a impegnarvi nelle vostre comunità e a fare, nella vostra vita quotidiana, tutto ciò che potete per la pace. Questi sforzi aiuteranno a coltivare una cultura globale della pace basata sul rispetto reciproco. Sdoganando l'abolizione delle armi nucleari come puro buon senso all'interno della comunità internazionale, contribuirete a creare un contesto che non permetta più ai decisori politici di fare affidamento sulla deterrenza nucleare. La Città di Hiroshima collaborerà con i nostri 8.589 comuni membri di Mayors for Peace (Sindaci per la Pace) per promuovere questa cultura in tutto il mondo e rafforzare gli sforzi per trasmetterla alle generazioni future. Continueremo a fare campagna per diffondere lo Spirito di Hiroshima.

Decisori politici di tutto il mondo, la società civile esige l'immediata abolizione delle armi nucleari. Per quanto tempo ancora avete intenzione di deluderci? Comprendete di certo che qualsiasi uso di armi nucleari infliggerebbe danni catastrofici all'umanità, e che la non proliferazione e il disarmo nucleare possono essere affrontati solo attraverso sforzi multilaterali. Leader degli Stati militarmente nucleari, a voi spetta la responsabilità primaria del disarmo. Dovete assolutamente riconoscere l'imperativo di dare il buon esempio. Governanti del mondo, venite di persona a visitare Hiroshima e Nagasaki. Confrontatevi direttamente con le nostre tragedie e ascoltate le aspirazioni di pace dei nostri hibakusha. La società civile spera fervidamente che, durante le vostre visite, lancerete messaggi al mondo per esprimere la vostra determinazione ad abolire le armi nucleari, per poi attuare politiche concrete volte a raggiungere tale obiettivo.

Esortiamo il governo giapponese a rimanere profondamente consapevole degli alti ideali sanciti dalla Costituzione del Giappone e a continuare a occupare un posto d'onore nella società internazionale. Proprio perché affrontiamo un contesto di sicurezza difficile, che potrebbe portare a divisioni e persino a conflitti con altre nazioni, chiediamo una diplomazia tenace e persistente, senza imporre sacrifici alla popolazione. Il Giappone deve manifestare e attuare contributi continui alla pace e alla stabilità internazionale. A tal fine, esortiamo il Giappone a iniziare partecipando come osservatore alla Conferenza di esame del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari di questo novembre, per poi ratificare il trattato senza indugio. Inoltre, chiediamo con forza che le misure a sostegno degli hibakusha, la cui età media ha superato gli 86 anni, siano potenziate in modo da rispondere alle loro continue sofferenze e difficoltà, sulla base di quadri normativi adeguati a sostenere tutti i sopravvissuti, compresi quelli che vivono all'estero.

Oggi, nel giorno che segna l'81° anniversario del bombardamento atomico, porgiamo le nostre più sentite condoglianze alle anime delle vittime e ci impegniamo a fare tutto il possibile per ottenere l'abolizione delle armi nucleari, portando a una pace mondiale duratura. Ancora una volta, rivolgiamo il nostro appello alla società civile nel suo complesso. Guidati dallo Spirito di Hiroshima ispirato dagli hibakusha, lavoriamo insieme in una sincera unità per cambiare il mondo.

Kazumi Matsui, sindaco di Hiroshima

mercoledì 5 agosto 2026

Le guerre le perdono tutti!


Erminio Bonafè (George Wilson): "La guerra è una parentesi bestiale e solo quando è finita ci si accorge della sua inutilità!"

Primo Arcovazzi (Ugo Tognazzi): "Se si perde!... ma se si vince?"  

Erminio Bonafè: "Le guerre le perdono tutti!" 

Dal film: Il federale (1961), regia di Luciano Salce

martedì 4 agosto 2026

Argo

Briton Riviere, Ulysses and Argus (1885)

...un cane, che giaceva lì nei pressi, alzò la testa e le orecchie:
era Argo
, il cane del valoroso Ulisse, che un tempo
l’eroe allevò e nutrì ma senza goderne, poiché dovette
partire per la sacra Ilio. Un tempo i giovani lo portavano
a caccia di capre selvatiche, di cervi e di lepri; ma ora,                                                            
senza il padrone, egli giaceva abbandonato in disparte
in un mucchio di sterco di muli e di buoi,
che si ammucchiava sino a quando i servi di Ulisse
non lo portavano via per concimare i campi.
Qui il cane Argo giaceva, tutto pieno di zecche.                                                                        
Quando l’animale sentì che Ulisse era vicino,
mosse la coda e abbassò entrambe le orecchie,
ma non riuscì ad accostarsi al padrone.
Ulisse distolse lo sguardo e si asciugò una lacrima
di nascosto da Eumeo e poi gli domandò:                                                                                  
“Eumeo, questo cane che giace nel letame fa impressione:
a me sembra bellissimo ma non so dire bene
se oltre che bello era altrettanto veloce a correre
o se era invece come quei cani da mensa
dei signori, che i padroni allevano per vanità”
.                                                                         
E tu, porcaro Eumeo, così gli rispondesti:
“Questo è il cane di un uomo che è morto lontano.
Se nel corpo e nelle azioni fosse com’era
quando Ulisse lo lasciò veleggiando per Troia,
ti stupiresti nel vederne la velocità e la forza.                                                                             
Nel folto della foresta profonda non gli sfuggiva
nessuna preda, era esperto nel fiutare le tracce.
Ora la sventura lo ha colto: il padrone è morto lontano,
le donne disattente non si prendono più cura di lui.
Quando i padroni non comandano più,                                                                                     
i servi non hanno più voglia di lavorare.
Zeus, il signore del tuono, toglie all’uomo
metà della sua virtù, quando lo rende schiavo”
.
Così disse ed entrò nella bella dimora;
andò verso la sala, tra i nobili pretendenti.                                                                                
E la morte oscura scese su Argo, che aveva
potuto rivedere Ulisse, dopo venti anni.

Omero, Odissea XVII, 290 -325

lunedì 3 agosto 2026

Tra il ponte e l'acqua la grazia della conversione

Un giorno, una donna desolata per il suicidio del marito che si era gettato da un ponte riuscì a avvicinare San Giovanni Maria Vianney. Il Santo Curato d’Ars le disse che il marito era salvo e si trovava in Purgatorio, spiegando che nel breve istante tra il salto dal parapetto del ponte e l’impatto con l’acqua aveva avuto il tempo di fare un atto di contrizione e di pentirsi.

Quindi: la breve distanza tra il ponte e l’acqua è sufficiente per la grazia della conversione e quella distanza ci proibisce di giudicare!


...e poi morire

 Un giovane sacerdote confidò un giorno a San Filippo Neri:

“Qui a Roma è facile a molte persone fare fortuna. Spero anch’io di avere buona sorte, e di ottenere, prima o poi, uno zucchetto da Monsignore”

“Ve lo auguro di tutto cuore - rispose il santo - , ma poi, giunto a quel punto, quali sarebbero le vostre aspirazioni?”

“Vi dirò in confidenza che, dopo lo zucchetto di monsignore, spero di ottenere l’anello di Vescovo”.

“Benissimo, e poi che cosa intendete fare?”

“Sapete come va il mondo: una volta Vescovo, non dispero di ricevere il rosso cappello cardinalizio”.

“E poi, via!…”

“Sapete bene che è tra i Cardinali che viene scelto il nuovo papa e la fortuna, a volte, fa certi scherzi!”

“E poi?”

“E poi! Ma sapete che mi fate ridere con questo: ‘E poi?’

“Vi sembra cosa da nulla essere Sommo Pontefice, capo di tutta la cristianità?

“Allora sarebbe il momento di godersi finalmente la vita e rallegrarsi del destino glorioso che ci è stato riservato.”

“E poi?”

“E poi basta. Che cosa volete di più?”

“Ve lo dirò io.”

Fece il santo curvandosi all’orecchio del prete ambizioso.

E così facendo disse tre volte, con voce tagliente:

“E poi morire! ...e poi morire! ...e poi morire!”

San Filippo Neri

Preghiere per il Natale

Signore Gesù, nella corsa ai prepara vi per il Natale, può sfuggirci il motivo della festa: la tua venuta in mezzo a noi!

Come il poeta che si ferma assorto e me e in rima i suoi versi, anche noi siamo chiama a sostare di fronte alla mangiatoia e cogliere la speranza che nasce dall’annuncio della tua nascita.

Aiutaci Signore a vivere il Natale con lo stupore negli occhi e la gratitudine nel cuore per questo grande dono. Amen