mercoledì 25 febbraio 2026

Il legame intrinseco tra il cristianesimo e la storia europea

L’identità europea può essere compresa e promossa solo in riferimento alle sue radici giudaico-cristiane. Il fine di proteggere l’eredità religiosa di questo continente, però, non è semplicemente quello di salvaguardare i diritti delle sue comunità cristiane, né si tratta in primo luogo di preservare particolari abitudini o tradizioni sociali, che comunque variano da un posto all’altro e nella storia. È soprattutto un riconoscimento di un fatto. Inoltre, tutti sono beneficiari del contributo che i membri delle comunità cristiane hanno dato e continuano a dare per il bene della società europea. Basti ricordare alcuni sviluppi importanti della civiltà occidentale, specialmente i tesori culturali delle sue imponenti cattedrali, l’arte e la musica sublime e i progressi nella scienza, per non parlare della crescita e della diffusione delle università. Questi sviluppi creano un legame intrinseco tra il cristianesimo e la storia europea, una storia che deve essere apprezzata e celebrata.

In modo particolare, penso ai ricchi principi etici e ai modelli di pensiero che costituiscono il patrimonio intellettuale dell’Europa cristiana. Questi sono essenziali per salvaguardare i diritti donati da Dio e la dignità inerente di ogni persona umana, dal concepimento fino alla morte naturale. Sono fondamentali anche per rispondere alle sfide presentate da povertà, esclusione sociale, privazione economica, come anche dalla crisi climatica, dalla violenza e dalle guerre in corso. Assicurare che la voce della Chiesa continui a essere udita, non ultimo attraverso la sua dottrina sociale, non significa ripristinare un’epoca del passato, ma garantire che risorse fondamentali per la cooperazione futura e l’integrazione non vadano perse.

Discorso ai membri del gruppo "European conservatives and reformists" del Parlamento europeo, 10 dicembre 2025

Leone XIV

Aforismi Radici cristiane dell'Europa

L'origine cristiana dell'Europa è una evidenza storica. Se l'Europa ignora le sue radici cristiane cesserà di essere una civiltà e di essere solo un mercato. La tortura è stata abolita in Europa solo perché la vita moderna lo è diventata. (Carlo Dante)

L’Europa ha bisogno di Cristo e del Vangelo, perché lì affondano le radici di tutti i suoi popoli. (Giovanni Paolo II)

Le radici cristiane del nostro continente dalle quali è cresciuta la cultura e il progresso della civiltà dei nostri tempi. Non si tagliano le radici dalle quali si è cresciuti. (Giovanni Paolo II, Angelus 20 giugno 2004)

Le radici dell'Europa sono cristiane. Se vengono recise, l'Europa non può prosperare. All'anti-spirito del materialismo e al caos del nichilismo dobbiamo opporre con convinzione l'immagine di un ordine cristiano determinato dai principi di giustizia e carità. (Konrad Adenauer)

Tra le radici della società e delle Nazioni europee vi è certamente il Cristianesimo con le sue fonti letterarie e monumentali. (Leone XIV)

martedì 17 febbraio 2026

Preghiera dell'anima innamorata

Mio Signore, mio Amato, se non compi quello che io ti chiedo perché ancora ti ricordi dei miei peccati, fai pure, o Dio mio, riguardo ad essi la tua volontà, che è quanto io cerco di più; usa la tua bontà e misericordia e sarai conosciuto in essi. E se tu attendi le mie opere per concedermi ciò di cui ti prego, concedimele e compile tu e vengano pure le pene che tu desideri accettare da me, ma se tu non aspetti le mie opere, che cosa aspetti, o clementissimo mio Signore? Perché tardi? Se infine deve essere grazia e misericordia quella che ti chiedo nel tuo Figlio, accetta il mio piccolo contributo perché lo vuoi e concedimi questo bene, poiché vuoi anche questo.

Chi potrà mai liberarsi dal suo modo di agire e dalla sua condizione imperfetta, se tu, o Dio mio, non lo sollevi a te in purezza di amore?

Come si innalzerà a te l’uomo generato e cresciuto in bassezza, se tu, o Signore, non lo sollevi con la mano con cui lo creasti?

Non mi toglierai, Dio mio, quanto una volta mi hai dato nel tuo unico Figlio Gesù Cristo, nel quale mi hai concesso tutto ciò che io desidero; perciò io mi rallegrerò pensando che tu non tarderai, se io attendo.

Perché indugi a lungo, potendo tu subito amare Dio dentro il tuo cuore?

Miei sono i cieli e mia la terra, miei sono gli uomini, i giusti sono miei e miei i peccatori. Gli Angeli sono miei e la Madre di Dio, tutte le cose sono mie. Lo stesso Dio è mio e per me, poiché Cristo è mio e tutto per me.

Che cosa chiedi dunque e che cosa cerchi, anima mia?

Tutto ciò è tuo e tutto per te.

Non ti fermare in cose meno importanti e non contentarti delle briciole che cadono dalla mensa del Padre tuo.

Esci fuori e vai superba della tua gloria. Nasconditi in essa e gustala ed otterrai quanto chiede il tuo cuore.

Opere, p. 108

San Giovanni della Croce (1540 - 1591), al secolo Juan de Yepes Álvarez, presbitero e poeta spagnolo, cofondatore dell'Ordine dei Carmelitani scalzi

lunedì 16 febbraio 2026

Il discorso di Mileto. Il testamento di Paolo

Trovandosi a Milèto, Paolo fece venire da Efeso i responsabili di quella comunità. Quando arrivarono, Paolo disse loro: «Voi sapete come io mi sono comportato con voi per tutto questo tempo: dal primo giorno che arrivai in Asia fino a oggi. Ho lavorato per il Signore con profonda umiltà. Ho sofferto e ho anche pianto. Ho dovuto subire le insidie dei capi ebrei a rischio della vita. Voi sapete che non ho mai trascurato quello che poteva esservi utile: non ho mai cessato di predicare e di istruirvi sia in pubblico che nelle vostre case. A tutti, Ebrei e Greci, ho raccomandato con insistenza di cambiar vita, di tornare a Dio e di credere nel Signore nostro Gesù.

Ed ora, ecco: io devo andare a Gerusalemme senza sapere quel che mi accadrà. È lo Spirito Santo che mi costringe. Durante tutto questo viaggio lo Spirito Santo mi sta dicendo che mi aspettano catene e tribolazioni. Tuttavia, quel che più mi importa non è la mia vita, ma portare a termine la mia corsa e la missione che il Signore Gesù mi ha affidato: annunziare a tutti che Dio ama gli uomini.

Ecco: io sono passato in mezzo a voi annunziando il regno di Dio; ora so che voi tutti non vedrete più il mio volto. Per questo, oggi, vi dichiaro solennemente che se qualcuno di voi non accoglie il Signore, io non ne ho colpa. Io infatti non ho mai trascurato di annunziarvi tutta la volontà di Dio».

Atti degli Apostoli 20,17-27 (TILC)

La Croce di Gesù: scandalo e follia

Da sempre nel cristianesimo ciò che appare “scandalo e follia” è l’evento della croce e, di conseguenza, anche le metafore e i segni della croce. Al cristiano si ripresenta la tentazione di “svuotare la croce”, come denuncia Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi (1,17), così come al non cristiano la croce e la sua logica appaiono disumane se non un falso tentativo di interpretazione della sofferenza. Questo da sempre. Ma oggi – in questi nostri tempi contrassegnati nel mondo occidentale dal benessere materiale, dall’abbondanza di ricchezze e di comodità, dalla ricerca di piacere a basso prezzo, dalla convinzione che tutto ciò che è tecnicamente possibile ed economicamente ottenibile è per ciò stesso lecito e auspicabile – dobbiamo constatare che la rimozione della croce è quotidianamente attestata in mille modi, a volte rozzi, a volte molto sottili, e il fondamento stesso del cristianesimo ha perso evidenza, risulta sbiadito, annebbiato. Si pensi al tentativo di presentare la vita cristiana soltanto sotto il segno della resurrezione, quasi fosse una festa continua; si pensi alle energie spese per presentare ai giovani un vangelo accattivante perché liberato dalle esigenze della “rinuncia” (elemento essenziale della stessa liturgia battesimale, oggi ridotto a termine impronunciabile), della disciplina, del rinnegamento di sé, del prendere su di sé la croce (espressioni evangeliche oggi considerate “sconvenienti” a pronunciarsi); si pensi alla scena, cui si assiste sempre più frequentemente nello spazio ecclesiale, di retori gnostici non cristiani che declinano a loro modo la fede cristiana, riproponendo ai credenti un cristianesimo svuotato dalla follia della croce e arricchito dal discorso intellettuale persuasivo. Ormai Celso non è più il filosofo del II secolo che denigrava i cristiani a causa del loro Signore – un crocifisso – e della composizione sociologica – estremamente povera – della chiesa: no, il nuovo Celso elogia e loda un Gesù che è maestro di filantropia e adula i cristiani così importanti e determinanti nella pólis, ma per fare questo annebbia, oscura, relega nell’oblio ciò che è l’evento fondatore e ispiratore della vita cristiana. E accanto al nuovo Celso c’è il nuovo imperatore, che come l’antico tratteggiato da Ilario di Poitiers, il grande padre della chiesa del IV secolo, “è insidioso e lusinga, non ci flagella la schiena, ma ci accarezza il ventre; non ci confisca i beni (dandoci così la vita), ma ci arricchisce per darci la morte; ci spinge non verso la libertà mettendoci in carcere, ma verso la schiavitù invitandoci e onorandoci nel palazzo; non ci colpisce il corpo, ma prende possesso del cuore; non ci taglia la testa con la spada, ma ci uccide l’anima con il denaro” (Liber contra Constantium 5). Così, senza essere contestata visibilmente e direttamente, la croce è svuotata! Eppure, con quanta insistenza e con che forza Giovanni Paolo II ritorna a chiedere ai cristiani di “non svuotare la croce di Cristo”!

Almeno una volta all’anno, al venerdì santo, la croce è posta davanti ai fedeli in tutta la sua realtà e la sua verità: c’è Gesù di Nazaret, un uomo, un rabbi, un profeta che è appeso a un legno nella nudità assoluta, un uomo crocifisso che appare anatema, scomunicato, indegno del cielo e della terra, un uomo abbandonato dai suoi discepoli, un uomo che muore disprezzato da quanti sono testimoni del suo supplizio ignominioso. Quell’uomo è Gesù il giusto, che muore così a causa del mondo ingiusto in cui ha vissuto, quell’uomo è il credente fedele a Dio anche se muore come peccatore abbandonato da Dio, quell’uomo è il Figlio di Dio cui il Padre darà risposta nel passaggio dalla morte alla resurrezione. Eppure questo evento della croce, avvenuto a Gerusalemme il 7 aprile dell’anno 30 della nostra era, può essere svuotato anche attraverso le sue metafore o i suoi segni, e noi cristiani dobbiamo restare vigilanti per non finire come gli uomini “religiosi” di ogni tempo che sentono nella crocifissione uno scandalo, o come i “sapienti” di questo mondo che la giudicano follia. La croce è la “sapienza di Dio” e san Paolo, coniando l’espressione “la parola della croce”, dice che l’evento che essa crea è l’evangelo, la buona notizia.

Il cristiano non è invitato dalla croce né al dolorismo né alla rassegnazione, né tantomeno a leggere la vita di Gesù a partire da essa, ma deve riconoscere che la vita di Gesù e la forma della sua morte, la crocifissione, sono state narrazioni di Dio, del Dio vivente che ama gli uomini anche quando sono malvagi, del Dio che perdona quelli che gli sono nemici nel momento stesso in cui essi si manifestano come tali, del Dio che accetta di essere rifiutato e ucciso volendo che il peccatore si converta e viva. La croce è allora anche la denuncia del nostro essere malvagi, sedotti dal male, peccatori e ingiusti, sicché il Giusto deve patire, essere rifiutato condannato e crocifisso. Sì, la croce è diventata l’emblema del cristiano – emblema a volte esaltato trionfalisticamente, altre volte ridotto a monile ornamentale o svilito a gesto scaramantico, altre ancora banalizzato a metafora di semplici avversità quotidiane – ma o essa permane memoria dello “strumento della propria esecuzione” per mettere a morte l’ ”uomo vecchio” che è in noi, oppure è un segno non abitato dall’evento e diviene, quindi, una mistificazione. Lutero, meditando sulla croce e facendosi qui eco dei padri della chiesa, scriveva: “Non è sufficiente conoscere Dio nella sua gloria e maestà, ma è anche necessario conoscerlo nell’umiliazione e nell’infamia della croce… In Cristo, nel Crocifisso stanno la vera teologia e la vera conoscenza di Dio”.

(Enzo Bianchi, Le parole della spiritualità, 101-104)

lunedì 9 febbraio 2026

Credo, spero, amo. Il testamento di Paolo VI

Alcune note per il mio testamento

In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

1. Fisso lo sguardo verso il mistero della morte, e di ciò che la segue, nel lume di Cristo, che solo la rischiara; e perciò con umile e serena fiducia. Avverto la verità, che per me si è sempre riflessa sulla vita presente da questo mistero, e benedico il vincitore della morte per averne fugate le tenebre e svelata la luce.

Dinanzi perciò alla morte, al totale e definitivo distacco dalla vita presente, sento il dovere di celebrare il dono, la fortuna, la bellezza, il destino di questa stessa fugace esistenza: Signore, Ti ringrazio che mi hai chiamato alla vita, ed ancor più che, facendomi cristiano, mi hai rigenerato e destinato alla pienezza della vita.

Parimente sento il dovere di ringraziare e di benedire chi a me fu tramite dei doni della vita, da Te, o Signore, elargitimi: chi nella vita mi ha introdotto (oh! siano benedetti i miei degnissimi Genitori!), chi mi ha educato, benvoluto, beneficato, aiutato, circondato di buoni esempi, di cure, di affetto, di fiducia, di bontà, di cortesia, di amicizia, di fedeltà, di ossequio. Guardo con riconoscenza ai rapporti naturali e spirituali che hanno dato origine, assistenza, conforto, significato alla mia umile esistenza: quanti doni, quante cose belle ed alte, quanta speranza ho io ricevuto in questo mondo!

Ora che la giornata tramonta, e tutto finisce e si scioglie di questa stupenda e drammatica scena temporale e terrena, come ancora ringraziare Te, o Signore, dopo quello della vita naturale, del dono, anche superiore, della fede e della grazia, in cui alla fine unicamente si rifugia il mio essere superstite? Come celebrare degnamente la tua bontà, o Signore, per essere io stato inserito, appena entrato in questo mondo, nel mondo ineffabile della Chiesa cattolica? Come per essere stato chiamato ed iniziato al Sacerdozio di Cristo? Come per aver avuto il gaudio e la missione di servire le anime, i fratelli, i giovani, i poveri, il popolo di Dio, e d’aver avuto l’immeritato onore d’essere ministro della santa Chiesa, a Roma specialmente, accanto al Papa, poi a Milano, come arcivescovo, sulla cattedra, per me troppo alta, e venerabilissima dei santi Ambrogio e Carlo, e finalmente su questa suprema e formidabile e santissima di San Pietro? In aeternum Domini misericordias cantabo.

Siano salutati e benedetti tutti quelli che io ho incontrati nel mio pellegrinaggio terreno; coloro che mi furono collaboratori, consiglieri ed amici - e tanti furono, e così buoni e generosi e cari! benedetti coloro che accolsero il mio ministero, e che mi furono figli e fratelli in nostro Signore!

A voi, Lodovico e Francesco, fratelli di sangue e di spirito, e a voi tutti carissimi di casa mia, che nulla a me avete chiesto, né da me avuto di terreno favore, e che mi avete sempre dato esempio di virtù umane e cristiane, che mi avete capito, con tanta discrezione e cordialità, e che soprattutto mi avete aiutato a cercare nella vita presente la via verso quella futura, sia la mia pace e la mia benedizione.

Il pensiero si volge indietro e si allarga d’intorno; e ben so che non sarebbe felice questo commiato, se non avesse memoria del perdono da chiedere a quanti io avessi offeso, non servito, non abbastanza amato; e del perdono altresì che qualcuno desiderasse da me. Che la pace del Signore sia con noi.

E sento che la Chiesa mi circonda: o santa Chiesa, una e cattolica ed apostolica, ricevi col mio benedicente saluto il mio supremo atto d’amore.

A te, Roma, diocesi di San Pietro e del Vicario di Cristo, dilettissima a questo ultimo servo dei servi di Dio, la mia benedizione più paterna e più piena, affinché Tu Urbe dell’orbe, sia sempre memore della tua misteriosa vocazione, e con umana virtù e con fede cristiana sappia rispondere, per quanto sarà lunga la storia del mondo, alla tua spirituale e universale missione.

Ed a Voi tutti, venerati Fratelli nell’Episcopato, il mio cordiale e riverente saluto; sono con voi nell’unica fede, nella medesima carità, nel comune impegno apostolico, nel solidale servizio al Vangelo, per l’edificazione della Chiesa di Cristo e per la salvezza dell’intera umanità. Ai Sacerdoti tutti, ai Religiosi e alle Religiose, agli Alunni dei nostri Seminari, ai Cattolici fedeli e militanti, ai giovani, ai sofferenti, ai poveri, ai cercatori della verità e della giustizia, a tutti la benedizione del Papa, che muore.

E così, con particolare riverenza e riconoscenza ai Signori Cardinali ed a tutta la Curia romana: davanti a voi, che mi circondate più da vicino, professo solennemente la nostra Fede, dichiaro la nostra Speranza, celebro la Carità che non muore, accettando umilmente dalla divina volontà la morte che mi è destinata, invocando la grande misericordia del Signore, implorando la clemente intercessione di Maria santissima, degli Angeli e dei anti, e raccomandando l’anima mia al suffragio dei buoni.


2. Nomino la Santa Sede mio erede universale: mi obbligano a ciò dovere, gratitudine, amore. Salvo le disposizioni qui sotto indicate.

3. Sia esecutore testamentario il mio Segretario privato. Egli vorrà consigliarsi con la Segreteria di Stato e uniformarsi alle norme giuridiche vigenti e alle buone usanze ecclesiastiche.

4. Circa le cose di questo mondo: mi propongo di morire povero, e di semplificare così ogni questione al riguardo.

Per quanto riguarda cose mobili e immobili di mia personale proprietà, che ancora restassero di provenienza familiare, ne dispongano i miei Fratelli Lodovico e Francesco liberamente; li prego di qualche suffragio per l’anima mia e per quelle dei nostri Defunti. Vogliano erogare qualche elemosina a persone bisognose o ad opere buone. Tengano per sé, e diano a chi merita e desidera qualche ricordo dalle cose, o dagli oggetti religiosi, o dai libri di mia appartenenza. Distruggano note, quaderni, corrispondenza, scritti miei personali.

Delle altre cose che si possano dire mie proprie: disponga, come esecutore testamentario, il mio Segretario privato, tenendo qualche ricordo per sé, e dando alle persone più amiche qualche piccolo oggetto in memoria. Gradirei che fossero distrutti manoscritti e note di mia mano; e che della corrispondenza ricevuta, di carattere spirituale e riservato, fosse bruciato quanto non era destinato all’altrui conoscenza.

Nel caso che l’esecutore testamentario a ciò non possa provvedere, voglia assumerne incarico la Segreteria di Stato.

5. Raccomando vivamente di disporre per convenienti suffragi e per generose elemosine, per quanto è possibile.

Circa i funerali: siano pii e semplici (si tolga il catafalco ora in uso per le esequie pontificie, per sostituirvi apparato umile e decoroso).

La tomba: amerei che fosse nella vera terra, con umile segno, che indichi il luogo e inviti a cristiana pietà. Niente monumento per me.

6. E circa ciò che più conta, congedandomi dalla scena di questo mondo e andando incontro al giudizio e alla misericordia di Dio: dovrei dire tante cose, tante. Sullo stato della Chiesa; abbia essa ascolto a qualche nostra parola, che per lei pronunciammo con gravità e con amore. Sul Concilio: si veda di condurlo a buon termine, e si provveda ad eseguirne fedelmente le prescrizioni. Sull’ecumenismo : si prosegua l’opera di avvicinamento con i Fratelli separati, con molta comprensione, con molta pazienza, con grande amore; ma senza deflettere dalla vera dottrina cattolica. Sul mondo: non si creda di giovargli assumendone i pensieri, i costumi, i gusti, ma studiandolo, amandolo, servendolo.

Chiudo gli occhi su questa terra dolorosa, drammatica e magnifica, chiamando ancora una volta su di essa la divina Bontà. Ancora benedico tutti. Roma specialmente, Milano e Brescia. Alla Terra santa, la Terra di Gesù, dove fui pellegrino di fede e di pace, uno speciale benedicente saluto.

E alla Chiesa, alla dilettissima Chiesa cattolica, all’umanità intera, la mia apostolica benedizione.

Poi: in manus Tuas, Domine, commendo spiritum meum.

Ego: Paulus PP. VI.

Dato a Roma, presso S. Pietro, il 30 giugno 1965, anno III del nostro Pontificato.


Note complementari al mio testamento


In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum.

Magnificat anima mea Dominum. Maria!

Credo. Spero. Amo.


Ringrazio quanti mi hanno fatto del bene.

Chiedo perdono a quanti io avessi non fatto del bene. A tutti io do nel Signore la pace.


Saluto il carissimo Fratello Lodovico e tutti i miei familiari e parenti e amici, e quanti hanno accolto il mio ministero. A tutti i collaboratori, grazie. Alla Segreteria di Stato particolarmente.


Benedico con speciale carità Brescia, Milano, Roma, la Chiesa intera. Quam diletta tabernacula tua, Domine!


Ogni mia cosa sia della Santa Sede.

Provveda il mio Segretario particolare, il caro Don Pasquale Macchi, a disporre per qualche suffragio e qualche beneficenza, e ad assegnare qualche ricordo fra libri e oggetti a me appartenuti a sé e a persone care.


Non desidero alcuna tomba speciale.

Qualche preghiera affinché Dio mi usi misericordia.

In Te, Domine, speravi. Amen, alleluia.


A tutti la mia benedizione, in nomine Domini.

Castel Gandolfo, 16 Settembre 1972, ore 7,30.


Aggiunta alle mie disposizioni testamentarie:

Desidero che i miei funerali siano semplicissimi e non desidero né tomba speciale, né alcun monumento. Qualche suffragio (beneficenze e preghiere).

14 Luglio 1973                          


PAULUS PP. VI

Giovan Battista Montini, Papa Paolo VI 

mercoledì 4 febbraio 2026

Aforismi Tentazione

Resistere alla tentazione di solito non è altro che rimandarla fino a quando non c'è nessuno a guardarti.

Vivere senza tentazioni non ti è utile; non pregare di non essere tentato, ma di non soccombere alla tentazione. (S. Agostino)

Le tentazioni possono recare quattro beni. Servono a espiare le colpe; mettono alla prova la virtù dell'uomo, come appare in Giobbe e Tobia; rivelano la dolcezza di ciascuno e la sua forza di resistenza, come nell'apostolo Paolo; servono a manifestare la gloria di Dio, come avvenne nel cieco nato, di cui parla il Vangelo. (S. Alberto)

Nel Padre nostro non domandiamo a Dio di non essere tentati, perché nessuno può sfuggire alla tentazione; ma di non cadere per la porta e la scala della tentazione nella colpa. (S. Alberto)

E’ senza dubbio cosa piacevole poter fare tranquillamente il bene, senza dover combattere contro la tentazione; ma essere tentati e vincere è cosa più nobile e gloriosa che far il bene senza combattimento. (S. Alberto)

Nel momento delle tentazioni ricorri a una preghiera breve e intensa. (Evagrio)

La tentazione non ha mai tanta forza contro di noi come quando ci trova oziosi. (S. Francesco di Sales)

Certe piccole tentazioni riescono utilissime, perché ci fanno rientrare in noi stessi, ricordarci della nostra bassezza e ricorrere a Dio con più fervore. (S. Francesco di Sales)

Chi prega vince sicuramente ogni tentazione per forte e gagliarda che sia; chi non prega e in prossimo pericolo di cadere. (S. Giovanni Bosco)

"... E' una ragazza moderna, esuberante ma onesta""Onesta!" esclamò scuotendo il capo il vescovo. "Anche il fuoco è onesto, ma è bene non metterlo vicino alla benzina". (Giovanni Guareschi)

Dio vi permette questa tentazione perché vi serva di esercizio, ma non per credere in essa e per nutrirla. (S. Giovanna di Chantal)

Tre cose sono assolutamente necessarie contro la tentazione: la preghiera per illuminarci, i sacramenti per fortificarci e la vigilanza per preservarci. (S. Giovanni Maria Vianney)

Come il buon soldato non ha paura del combattimento, così il buon cristiano non deve aver paura della tentazione. Tutti i soldati sono bravi in caserma: è sul campo di battaglia che si fa la differenza tra i coraggiosi e i codardi. (S. Giovanni Maria Vianney)

Le tentazioni si possono vincere, i peccati si possono evitare, perché con i comandamenti il Signore ci dona la possibilità di osservarli... L'osservanza della legge di Dio, in certe situazioni, può essere difficile, difficilissima: non è mai però impossibile. (S. Giovanni Paolo II)

“Ancora una volta soltanto” è il miglior argomento del Diavolo. (Helen Rowland)

La tentazione del potere è la più diabolica che possa essere tesa all’uomo, se Satana osò proporla perfino a Cristo. Con Lui non ci riuscì, ma riesce con i suoi vicari. (Ignazio Silone)

Resistere alla tentazione è più facile quando si crede che probabilmente, prima o poi, si presenterà un'altra occasione. (James Russell Lowell)

Si racconta che il padre Filarete, morto all'Athos nel 1963, mentre stava pensieroso una sera dopo Compieta, sia stato avvicinato da un confratello che gli chiese: «Perchè sei così malinconico?». Filarete rispose: «Nessuna tentazione, oggi, figlio mio! Abbandono di Dio».  (Jean Lafrance)

Al momento della tentazione pensa all'Amore che ti attende in cielo: ravviva la virtù della speranza, che non è mancanza di generosità. (S. Josè Escrivà De Balaguer)

Ammettere di essere tentati equivale ad ammettere di essere uomini. (Joseph Guibert)

Noi non sappiamo quale diga abbattiamo quando cediamo alle tentazioni. (Julien Green)

Coloro che si rifugiano lontano dalla tentazione, di solito le lasciano il loro nuovo indirizzo. (Lane Olinghouse) 

L'unico modo di liberarsi di una tentazione è cedervi. (Oscar Wilde)

Posso resistere a tutto tranne che alle tentazioni. (Oscar Wilde)

Lo scopo della vita, se ne ha uno, consiste semplicemente nella ricerca continua delle tentazioni. (Oscar Wilde)

Tieni per fermo che quanto più crescono gli assalti del nemico, tanto più Dio è vicino all'anima. Pensa e compenetrati bene di questa grande e confortante verità. (S. Pio da Pietrelcina)

E non mi indurre in tentazioni; posso trovare la strada da sola. (Rita Mae Brown)

La tentazione di fare ciò che è proibito proprio perché è proibito è la più grande delle tentazioni. (Robert Louis Stevenson)

Quando Gesù chiama un'anima a dirigere, a salvare una moltitudine di anime, è necessario che faccia loro sperimentare le tentazioni e le prove della vita. (S. Teresa di Lisieux)

In ogni tentazione e tribolazione umiliamo l'anima nostra sotto la mano di Dio, perché egli salverà e glorificherà i veri umili. (Tommaso da Kempis)

Finché viviamo su questa terra non possiamo mai essere liberi del tutto da tribolazioni e da tentazioni; perciò nel libro di Giobbe è scritto: «La vita dell'uomo su questa terra è una continua tentazione». (Tommaso da Kempis)

Nelle tentazioni e nelle tribolazioni si misura il grado di miglioramento raggiunto dall'uomo; esse producono un merito maggiore e una migliore virtù. (Tommaso da Kempis)

Come il fuoco prova la purezza dell'oro, così la tentazione prova la virtù dell'uomo. Spesso ignoriamo noi stessi fino a che punto siamo capaci di resistere: la tentazione ce lo rivela. (Tommaso da Kempis)

Per quanto uno sia perfetto e santo, pure avrà anche lui ogni tanto qualche tentazione, dal momento che non è assolutamente possibile che ne siamo del tutto liberi. (Tommaso da Kempis)

Molti cercano di fuggire certe tentazioni e cascano in altre peggiori. Con la sola fuga non possiamo vincere; per poter diventare più forti di tutti i nostri nemici, dobbiamo servirci della pazienza e della vera umiltà. (Tommaso da Kempis)

Le tentazioni, anche se gravi e moleste, sono spesso utilissime all'uomo, perchè lo umiliano, lo purificano e lo ammaestrano. (Tommaso da Kempis, Imitazione di Cristo



L’uomo migliore è quello che non si è mai inchinato di fronte a una tentazione materiale. (Fëdor Dostoevskij)

Le tentazioni peggiori sono quelle a cui si cede senza averne nulla in cambio, facendo solo l’amara scoperta della nostra debolezza. (Paolo Maurensig)

È meglio evitare l’esca che dibattersi nella trappola. (John Dryden)

La virtù consiste semplicemente nel resistere alla tentazione? (Doris May Lessing)

La tentazione non è un peccato su cui si possa trionfare una volta per sempre e poi sei libero. La tentazione scivola nel letto con te ogni notte e ti aiuta a dire le tue preghiere. Essa ti sveglia al mattino con una tazza di caffè amichevole, e sa esattamente come prenderti. (Karen Marie Moning)

E’ bene essere senza vizi, ma non è bene essere senza tentazioni. (Walter Bagehot)

Cedi alla tentazione: può darsi che non ti passi mai più vicino. (Robert Anson Heinlein)

A che serve resistere a una tentazione? Tanto, ce n’è subito un’altra. (Mae West)

A volte il Diavolo mi induce nella tentazione di credere in Dio. (Stanisław Jerzy Lec)

Un uomo ha molte più tentazioni di una donna − perché sa dove andare a trovarle. (Helen Rowland)

Ci sono parecchie valide difese dalla tentazione, ma la più sicura è la viltà. (Mark Twain)

C’è una cosa da cui non ti libererai mai. E’ una parola di dieci lettere e si chiama “tentazione!”. (Ty Adams)

Non c’è virtù così grande che possa essere al sicuro dalla tentazione. (Immanuel Kant)

In montagna chi sta diritto e si espone al vento cade; chi invece si stende a terra non viene travolto. Nelle tentazioni ci vuole umiltà. (Giuseppe Marello)