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sabato 12 settembre 2026

Aforismi Ecologia

#natura #caccia #animali

L'uomo moderno non si percepisce come parte della natura, ma come una forza esterna destinata a dominarla e conquistarla. Parla persino di una battaglia con la natura, dimenticando che, se avesse vinto la battaglia, si sarebbe ritrovato dalla parte dei perdenti. (Ernst Friedrich Schumacher,  Small is beautiful)

Stiamo distruggendo il nostro pianeta. Abbiamo intrapreso una guerra contro la natura. Se la vinciamo, siamo persi. (Hubert Reeves)

Quando avranno inquinato l'ultimo fiume, abbattuto l'ultimo albero, preso l'ultimo bisonte, pescato l'ultimo pesce, solo allora si accorgeranno di non poter mangiare il denaro accumulato nelle loro banche. (Toro seduto [attribuita])




lunedì 1 settembre 2025

Il paradosso del valore

C’è un enigma antico, che ha attraversato secoli di pensiero economico e filosofico: l’acqua, senza la quale non potremmo vivere, ha un prezzo bassissimo; i diamanti, che non servono a sopravvivere, hanno prezzi altissimi. È ciò che viene chiamato paradosso del valore o paradosso di Smith, dal nome dell’economista che lo rese celebre nel 1776.

A prima vista sembra un’assurdità. Eppure la spiegazione nasce dal distinguere tra valore d’uso e valore di scambio. L’acqua ha un valore d’uso immenso: disseta, irriga, lava, sostiene la vita stessa. Ma proprio perché abbondante, il suo valore di scambio rimane basso. I diamanti, al contrario, hanno un valore d’uso quasi nullo: non sfamano, non dissetano, non curano. Ma la loro rarità, unita al desiderio che suscitano, ha fatto sì che il loro valore di scambio diventasse elevatissimo.

La teoria economica dell’utilità marginale, elaborata nell’Ottocento, chiarisce il meccanismo: il prezzo non dipende dall’utilità totale di un bene, ma dall’utilità dell’ultima unità disponibile. Un bicchiere d’acqua in una città ricca di fontane vale pochissimo. Lo stesso bicchiere, se sei nel deserto e la tua gola brucia, può valere più di un diamante.

Ma c’è un’altra verità, più scomoda. Di diamanti, in realtà, ce ne sono molti più di quanto comunemente si creda: ogni anno ne vengono estratti oltre 120 milioni di carati naturali e prodotti più di 10 milioni di carati sintetici in laboratorio. Se seguissero la logica dell’abbondanza, i diamanti dovrebbero avere un prezzo accessibile. E invece no. Perché per decenni le grandi società estrattive, come De Beers, hanno ridotto artificialmente l’offerta, immettendo sul mercato solo una parte della produzione, così da mantenere intatta l’illusione della rarità. Non è la natura a rendere i diamanti preziosi, ma il teatro del mercato.

Ed è proprio qui che il paradosso si allarga.

L’acqua è, ma non si mette in mostra: scorre, serve, sostiene senza apparire. È l’essenza della vita, ma non ha bisogno di specchiarsi in se stessa.

I diamanti invece appaiono più di quanto siano: brillano, riflettono, si fanno status e promessa d’eternità. Non sono essenziali, ma sono desiderati. Non perché servano, ma perché luccicano. (lo sappiamo servono anche nell'industria, ma quelli industriali costano molto meno)

Così, l’essere che non chiede riconoscimento resta svalutato, e l’apparire che abbaglia diventa moneta sonante. E alla fine, il prezzo non misura ciò che davvero fa vivere, ma ciò che convince gli uomini a sembrare vivi.

Lineamenti di economia politica, 1999 

Alessandro Roncaglia, professore emerito di Economia politica

venerdì 26 maggio 2023

Anno zero

Dio avanzò nello spazio, 
si guardò intorno e disse: “Sono solo, mi farò un mondo”.
E lontano, fin dove l'occhio di Dio arrivava, 
le tenebre coprivano tutto, 
più nere che cento mezzenotti giù in una palude di cipressi.

Allora Dio sorrise e fu la luce: 
le tenebre rotolarono da una parte 
e la luce si alzò luminosa dall'altra. 
Poi prese nelle sue mani la luce 
e l'arrotolò attorno alle sue mani 
finché fece il sole fiammeggiante e lo mise nei cieli. 
E raccolse la luce che restò in una palla luminosa, 
la scagliò contro le tenebre, 
adornando la notte con la luna e le stelle. 
Poi, giù tra le tenebre e la luce, gettò il mondo. 

E Dio passeggiava nel mondo 
e dove passò le sue impronte aprirono valli e alzarono monti. 
Aprì i suoi occhi e i lampi guizzarono, 
battè le mani e i tuoni rombarono 
e le fresche acque del cielo vennero giù 
e l'erba verde crebbe e spuntarono i fiorellini rossi. 
I fiumi cominciarono a scorrere verso il mare.

Dio sorrise e comparve l'arcobaleno. 
E pesci, animali e uccelli alla parola di Dio 
nuotavano nei fiumi e nei mari, erravano per le selve e solcavano l'aria. 

Poi nel letto del fiume Dio scavò la creta 
e si inginocchiò sulla riva, e, come una mamma curva sul suo bambino, 
lavorò attorno ad un blocco di creta 
e lo modellò a sua immagine, 
poi gli soffiò dentro il respiro della vita 
e l'uomo diventò vivente. 
E Dio gli disse: “Vieni...”

J. William Jonhson


domenica 15 agosto 2021

Aforismi animali


Considera un animaletto, il più piccolo e minuto che vuoi. Se osservi la disposizione delle sue membra e l’animazione di vita con cui si muove, [vedrai] come tenga lontana da sé la morte, ami la vita, cerchi i piaceri, eviti i fastidi… Chi ha dato alla zanzara il pungiglione con cui succhia il sangue? […] Ti spaventa il piccolo, loda Chi è grande. (Sant’Agostino [354-430], Esposizioni sui Salmi) 

Tutte le creature glorificano Dio semplicemente vivendo secondo la loro propria natura. (Sant’Agostino [354-430]) 

Alcune creature sono piccole, altre grandi, alcune feroci, altre mansuete; tutte insieme lodano il Creatore con la loro stessa esistenza. (Sant'Agostino [354-430])

Dio ha posto gli animali sotto la custodia dell'uomo, non sotto la sua tirannia. Dominare significa custodire, non distruggere. (Sant'Agostino [354-430])

Ogni creatura, interrogata, risponde: "Non mi sono fatta da me, è Dio che mi ha fatta". (Sant'Agostino [354-430])

Si impara molto di più dall’osservazione delle creature irrazionali che dagli argomenti degli esseri razionali. Ha più valore la testimonianza data dalla natura che la prova presentata dalla dottrina. (Sant’Ambrogio di Milano [340-397])

Quanto è ammirevole la natura degli animali, dove la Provvidenza di Dio risplende senza parola. (Sant’Ambrogio di Milano [340-397])

Se gli animali sanno amarsi tra loro, quanto più l'uomo deve amare i suoi simili e prendersi cura delle creature a lui affidate. (Sant’Ambrogio di Milano [340-397])

La pietà verso gli animali è talmente legata alla bontà del carattere da consentire di affermare fiduciosamente che l'uomo crudele con gli animali non può essere buono. Questa compassione proviene dalla medesima fonte donde viene la pietà verso gli uomini. (Arthur Schopenhauer, Il fondamento della morale, III, 19, 7)

Si ha pietà di un peccatore, di un malfattore, ma non di un innocente e fedele animale che spesso procura il pane al suo padrone e non riceve che misero foraggio. «Aver pietà»! Non già pietà, ma giustizia si deve all'animale! (Arthur Schopenhauer, L'arte di insultare)

O Dio, aiutaci ad amare tutte le cose viventi, i nostri piccoli fratelli cui Tu hai dato questa Terra come casa assieme a noi. Possa l'uomo rendersi conto che essi non vivono soltanto per lui, ma per se stessi e per Te, ed amino la dolcezza della vita quanto noi e Ti servano meglio di quanto facciamo noi. (San Basilio magno [330-379], Esamerone / Omelie sulla creazione)

Le bestie hanno una sola e medesima anima, il cui carattere comune è l’assenza di ragione. Ma ogni animale si distingue per qualità particolari: il bue è posato, l’asino pigro, il cavallo passionale, il lupo indomabile, la volpe fraudolenta, il cervo timido, la formica industriosa, il cane grato e fedele nelle sue amicizie. (San Basilio magno, Esamerone / Omelie sulla creazione)

Se la leonessa ama i suoi cuccioli, se la lupa combatte per difendere i suoi piccoli, che dirà l’uomo che è infedele al precetto e viola la natura stessa? (San Basilio magno [330-379], Esamerone / Omelie sulla creazione)

Impara dalla formica, o pigro. Osserva l'ape, contempla la sua saggezza. La Scrittura non ci manda forse a scuola dagli animali muti? (San Basilio magno  [330-379])

Dio non ha creato nulla di inutile. Anche il più piccolo animale porta l'impronta della Sapienza divina. (San Basilio magno  [330-379])

Il cane è grato, il leone è nobile, la tortora ama il suo compagno con fedeltà. Dovremmo vergognarci noi, che dagli animali non impariamo le virtù. (San Basilio magno  [330-379])

Dio provvede il nutrimento anche al corvo gracchiante. Come potremmo pensare che Egli dimentichi gli animali che ha creato? (San Clemente Alessandrino [150-215])

È molto meglio essere felici che avere i corpi come tombe di animali. Pertanto, l’apostolo Matteo mangiava semi, noci e verdure, senza carne. (San Clemente Alessandrino [150-215])

I santi sono estremamente amorevoli e miti verso gli uomini e anche verso le bestie… Dobbiamo certamente mostrare loro grande bontà e mitezza per molte ragioni, ma soprattutto perché essi hanno la nostra stessa origine. (San Giovanni Crisostomo [349-407])

I santi sono pronti a versare il proprio sangue non solo per gli uomini, ma anche per gli animali domestici e selvatici. I santi hanno compassione per l'intera creazione. (San Giovanni Crisostomo [349-407])

Il Signore estende la sua benignità anche agli animali e alle bestie selvatiche… Il patto di Dio è per tutte le creature egualmente, eterno e coestensivo alla durata del mondo. (San Giovanni Crisostomo [349-407])

La pietà verso gli animali è strettamente legata alla bontà verso gli uomini. Chi è crudele con le bestie non potrà essere buono con l'uomo. (San Giovanni Crisostomo [349-407])

Non affliggere gli animali: essi pure sentono, soffrono e sono stati affidati alla nostra misericordia. (San Giovanni Crisostomo [349-407])

Noi ammiriamo il Creatore non solo come artefice del cielo e della terra, del sole e dell’oceano… ma anche dei piccoli esseri: formiche, zanzare, mosche… Così la mente data a Cristo è egualmente sollecita nelle cose piccole come nelle grandi. (San Girolamo [347 - 420])

Il tavolo dei cristiani deve essere privo di spargimenti di sangue. Gli animali furono creati per riempire la terra, non per essere mangiati. (San Girolamo [347 - 420])

Non è una richiesta di pietà, ma di giustizia. […] Occorre coltivare un ampio senso di universale giustizia (non di pietà) verso tutti gli esseri viventi. (Henry Stephens Salt)

Essendo, dunque, gli atti degli animali analoghi a quelli umani e derivando dagli stessi princìpi, in tanto noi abbiamo dei doveri verso di essi in quanto, osservando questi, noi promuoviamo quelli verso l'umanità. Chi perciò facesse uccidere il proprio cane, non essendo questo più in grado di guadagnarsi il pane, non agirebbe affatto contro i doveri riguardanti i cani, i quali sono sprovvisti di giudizio, ma lederebbe nella loro intrinseca natura quella socievolezza e umanità, che occorre rispettare nella pratica dei doveri verso il genere umano. Per non distruggerla, l'uomo deve mostrare bontà di cuore già verso gli animali, perché chi usa essere crudele verso di essi è altrettanto insensibile verso gli uomini. Si può conoscere il cuore d'un uomo già dal modo in cui egli tratta le bestie. (Immanuel Kant, Lezioni di etica)

Ama tutta la creazione divina, nel suo insieme e in ogni granello di sabbia. Ama ogni fogliolina, ogni raggio di sole! Ama gli animali, ama le piante, ama ogni cosa! […] Ama le bestie: Dio ha dato loro il principio del pensiero e la gioia pacifica. Non tormentatele, non turbatele, non togliete loro la gioia, non opponetevi all’intento di Dio. (Isacco di Ninive [VII secolo]) 

Che cos'è un cuore misericordioso? È un cuore che arde di amore per tutta la creazione, per gli uomini, per gli uccelli, per le bestie, per i demoni, per ogni creatura. [...] Chi ha un tale cuore non può vedere o tollerare una qualsiasi sofferenza di una creatura. Per questo prega con lacrime anche per gli animali, per i nemici della verità e per coloro che gli fanno del male. (Isacco di Ninive [VII secolo]) 

Un uomo umile non è mai spietato con nessuna creatura. (Isacco di Ninive [VII secolo]) 

L'uomo segue dei modelli di comportamento acquisiti verso gli animali e troppo raramente si domanda cosa provoca con questo. Se pensiamo all'atteggiamento che l'uomo ha verso il mondo animale, potremmo quasi dire che costui non è un essere umano. Pensiamo a tutti i mattatoi o agli allevamenti intensivi di bestiame e pollame con condizioni di vita invivibili per gli animali e pensiamo alle condizioni di trasporto nei camion, tante volte senz'acqua e senza niente; questo è un comportamento estremamente crudele verso gli animali. Non che la gente sia cattiva, è solo che non ci pensa. Quando il prodotto finito è servito in tavola, non si pongono domande sul contenuto, sulla provenienza e le fasi precedenti della produzione. (Janez Drnovšek - politico sloveno [1950 – 2008]) 

La crudeltà verso gli animali equivale per l'uomo a non amare Dio. (John Henry Newman)

Anche gli animali hanno un loro modo di sorridere e di mostrare affetto. Il bene principale nell'uomo è la religione che ci insegna a riconoscere questo. (Lattanzio [250-325])

Se avete uomini che escluderanno una qualsiasi delle creature di Dio dal rifugio della compassione e della pietà, avrete uomini che trattano nello stesso modo i simili. Non ferire o umiliare i nostri fratelli è il nostro primo dovere verso di loro, ma non è sufficiente fermarsi lì. Abbiamo una missione più alta: essere loro di servizio dovunque ne abbiano necessità. (Marie Matthews, Floriterapia australiana per i nostri animali, Sonia Sferzi ed., Tecniche Nuove, Milano, 2009, p. 30 – passo attribuito a San Francesco d’Assisi) 

La vera bontà dell’uomo si può manifestare in tutta purezza e libertà solo nei confronti di chi non rappresenta alcuna forza. Il vero esame morale dell’umanità, l’esame fondamentale (posto così in profondità da sfuggire al nostro sguardo) è il suo rapporto con coloro che sono alla sua mercè: gli animali. E qui sta il fondamentale fallimento dell’uomo, tanto fondamentale che da esso derivano tutti gli altri. (Milan Kundera)

Saevitia in bruta est tirocinium crudelitatis in homines / La crudeltà nei confronti degli animali è un allenamento alla crudeltà verso gli uomini. (Publio Ovidio Nasone) 

L'uomo si distingue dall'animale in virtù della compassione verso l'animale stesso. (Richard Wagner, Lettera aperta, 1879)

Pregano anche gli angeli, prega ogni creatura. Gli animali domestici e feroci pregano e piegano le ginocchia e, uscendo dalle stalle o dalle tane, guardano il cielo non a fauci chiuse, ma facendo vibrare l'aria di grida nel modo che a loro è proprio. Anche gli uccelli quando si destano, si levano verso il cielo, e al posto delle mani aprono le ali in forma di croce e cinguettano qualcosa che può sembrare una preghiera. (Tertulliano, La preghiera cap. 28-29; CCL 1, 273-274)

La caccia è una forma secondaria di malattia mentale umana. (Theodor Heuss, Presidente della Repubblica Federale di Germania dal 1949 al 1959)

Se un uomo mostra una pietosa compassione verso gli animali, ancor più sarà disposto a comportarsi con pietà verso i propri simili. (Tommaso d'Aquino, Summa Theologiae I-II, q. 102, art. 6 ad. 8)

La primavera è tornata, il sole ha abbracciato la terra. Presto vedremo i figli del loro amore. Ogni seme, ogni animale si è svegliato. Anche noi siamo stati generati da questa grande forza. Per questo crediamo che anche gli altri uomini e i nostri fratelli animali abbiano il nostro stesso diritto a vivere su questa terra! (Toro Seduto / Tȟatȟaŋka Iyotȟaŋka - 1831 – 1890)

Fissa il tuo cane negli occhi e tenta ancora di affermare che gli animali non hanno un’anima. (Victor Hugo)

Gli animali non corrono il rischio di andare all'inferno, ci sono già... (Victor Hugo citato da Alexandrine Civard-Racinais, Dizionario Inorridito della Sofferenza Animale)

Le sofferenze degli animali ci sembrano dei mali perché, essendo anche noi animali, pensiamo che saremmo molto da compiangere se a noi si facesse altrettanto. Sentiremmo la stessa pietà per una pianta o per una pietra se sapessimo che, quando viene tagliata, essa soffre, ma la compiangeremmo molto meno di un animale, perché la pianta e la pietra ci somigliano meno. (Voltaire, Il faut prendre parti, ou le principe d'action) 


 

mercoledì 14 aprile 2021

Bevi dove beve il cavallo


Bevi dove beve il cavallo, lui non berrà mai acqua cattiva.

Prepara il letto laddove si stende il gatto.

Mangia il frutto che ha toccato il verme.

Prendi il fungo dove si siede l’insetto.

Pianta il tuo albero dove scava la talpa.

Costruisci la casa dove si scalda al sole la vipera.

Scava un pozzo laddove gli uccelli si annidano quando fa caldo.

Coricati e svegliati insieme alle galline, così il grano d’oro della giornata sarà tuo.

Mangia più verdure e avrai gambe forti e cuore resistente come di un animale robusto.

Nuota spesso e ti sentirai sulla terra come un pesce nell'acqua.

Guarda più spesso il cielo e non i tuoi piedi, così i tuoi pensieri saranno limpidi e leggeri.

Taci di più e parla di meno e nella tua anima regnerà il silenzio e il tuo animo sarà pacifico e tranquillo.


Seraphim di Sarov (1754-1833), monaco e mistico russo 

mercoledì 2 ottobre 2019

Il nostro tesoro è la felicità


Discorso pronunciato da José “Pepe" Mujica, Presidente dell’Uruguay, alla Conferenza delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile Rio+20, il 21 giugno 2012.

“Ringrazio gli organismi e le autorità provenienti da tutte le latitudini. Molte grazie anche al popolo brasiliano e alla sua Presidente, Dilma Rousseff. Ringrazio la buona fede che, sicuramente, hanno manifestato tutti gli oratori che mi hanno preceduto.

Come governanti, siamo l’espressione dell’intima volontà di avallare tutti gli accordi che questa nostra, povera, umanità possa sottoscrivere. Tuttavia, permettiamo a noi stessi di farci qualche domanda a voce alta.

Per tutto il pomeriggio si è parlato di sviluppo sostenibile, di togliere le immense masse dalla povertà. Ma cosa aleggia nelle nostre menti? Forse l’attuale modello di sviluppo e di consumo delle società ricche? Mi faccio questa domanda: che succederebbe a questo pianeta se gli indiani possedessero la stessa proporzione di automobili per famiglia che hanno i tedeschi? Quanto ossigeno ci rimarrebbe da respirare?

Sarò più chiaro: il mondo ha oggi gli elementi naturali per fare in modo che sette o otto milioni di persone possano avere lo stesso livello di consumo e di spreco che hanno le più opulente società occidentali? Sarà mai possibile? O dovremo forse, un giorno o l’altro, cambiare tipo di discussione?

Perché abbiamo creato un civiltà, quella in cui viviamo, figlia del mercato, figlia della concorrenza e che ha generato un progresso materiale portentoso ed esplosivo. Ma ciò che è nato come economia di mercato, è diventato società di mercato. E ci ha offerto questa globalizzazione, che significa doversi occupare per tutto il pianeta.

Stiamo governando la globalizzazione o è la globalizzazione a governarci? È possibile parlare di solidarietà e di unione in un’economia basata su una concorrenza spietata? Fino a dove arriva la nostra fratellanza?

Quello che dico non vuol negare l’importanza di questo evento. Al contrario: la sfida che abbiamo davanti è di una magnitudo di carattere colossale e la grande crisi non è ecologica, è politica. Oggi l’uomo non governa le forze che ha scatenato, ma sono quelle forze che governano l’uomo e la nostra vita.

Perché non siamo venuti al mondo per svilupparci soltanto, così, in termini generali, ma veniamo alla vita per cercare di essere felici. Perché la vita è corta e se ne va. E nessun bene vale come la vita, questo è elementare! Però se la vita mi scappa via, lavorando e lavorando per consumare di più, allora la società del consumo ne è il motore.

Perché in definitiva, se il consumo si paralizza o si blocca, si rallenta l’economia, e se si rallenta l’economia appare il fantasma della stagnazione per ognuno di noi. Ma è proprio l’iperconsumo che sta aggredendo il pianeta, e quel iperconsumo genera cose che durano poco, perché bisogna vendere molto.

E allora una lampadina elettrica non può durare più di 1000 ore accesa, però esistono lampadine che possono durare 100mila–200mila ore accese! Però non si possono produrre perché il problema è il mercato, perché dobbiamo lavorare e sostenere una civiltà dell’usa e getta, e così ci troviamo in un circolo vizioso.

Questi sono problemi di carattere politico che ci stanno indicando che è ora di iniziare a lottare per un’altra cultura. Non si tratta di voler ritornare all’uomo delle caverne, né di erigere un monumento al passato, e tuttavia non possiamo continuare ad essere indefinitamente governati dal mercato, ma dobbiamo governare noi il mercato.

Per questo dico che il problema è di carattere politico. Gli antichi pensatori – Epicuro, Seneca, gli Aymara – dicevano: “Povero non è colui che possiede poco; povero è, in realtà, colui che ha infinitamente bisogno di molte cose, colui che desidera, desidera, desidera, ancora e ancora”. Questa è una chiave di lettura di carattere culturale.

Voglio dunque salutare lo sforzo, gli accordi che si stringono e, come Presidente, accompagnerò tutto questo. E li appoggerò, come governante. So che alcune delle cose che sto dicendo “stridono”, ma dobbiamo renderci conto che la crisi dell’acqua e dell’aggressione all’ambiente non sono una causa. La causa è il modello di civiltà che abbiamo costruito e ciò che dobbiamo rivedere è il nostro modo di vivere.

Appartengo ad un piccolo paese molto ben dotato di risorse naturali per vivere. Nel mio paese vivono poco più di 3 milioni di persone e ci sono 13 milioni di vacche, delle migliori al mondo. E 10 milioni di capre stupende. Il mio paese è esportatore di cibo, latticini, carne. È un territorio pianeggiante con quasi il 90% del territorio fertile.

I miei compagni lavoratori hanno lottato molto per le otto ore di lavoro e adesso stanno per ottenerne sei! Però chi ha le sei ore, si trova un altro lavoro, e quindi lavora più di prima. E perché? Perché deve pagare una serie di rate: per la moto, l’automobile. E così paga e paga rate finché si ritrova essere vecchio e reumatico, come me, a cui se ne è andata la vita.

Allora viene da chiedersi: è questo il destino della vita umana? Queste cose che dico sono molto elementari. Lo sviluppo non può andare contro la felicità, ma deve essere a favore della felicità umana, dell’amore sulla Terra, delle relazioni umane, delle cure ai figli, dell’avere amici, dell’avere il necessario. Proprio così, perché il tesoro più importante che abbiamo è la felicità. Quando lottiamo per l’ambiente, il primo elemento dell’ambiente naturale si chiama “felicità umana”. Grazie.”

*  *  *

La mia idea di felicità è soprattutto anticonsumistica. Hanno voluto convincerci che le cose non durano e ci spingono a cambiare ogni cosa il prima possibile. Sembra che siamo nati solo per consumare e, se non possiamo più farlo, soffriamo la povertà. Abbiamo un senso di frustrazione, ci auto-marginalizziamo.
Abbiamo sacrificato i vecchi Dei immateriali e ora stiamo occupando il tempio del Dio-Mercato. Lui organizza la nostra economia, la nostra politica, le nostre abitudini e ci fornisce mutui e carte di credito che ci danno un’apparente felicità. Ma nella vita è più importante il tempo che possiamo dedicare a ciò che ci piace, ai nostri affetti e alla nostra libertà. E non quello in cui siamo costretti a guadagnare sempre di più per consumare sempre di più. Non faccio nessuna apologia della povertà, ma soltanto della sobrietà. 
Credo che l'uomo impari molto di più dalle avversità, purché non lo distruggano, che dalla prosperità. Impari con ciò che vivi, non con ciò su cui contano. Impari di più dal dolore e non dai trionfi. Non sono il Presidente più povero. Il più povero è colui che ha bisogno di tanto per vivere.

José Mujica, Presidente dell'Uruguay (2010 - 2015)

mercoledì 22 marzo 2017

Non esisto più e non ho più nulla da dare



L'anziano sciamano racconta una favola ai giovani:
«Un uomo stava seduto da solo immerso nel profondo della tristezza
e tutti gli animali si sedettero vicino a lui
e dissero: "Non ci piace vederti così triste:
chiedici tutto ciò che desideri e lo avrai".
L'uomo disse: "Voglio avere una buona vista".
L 'avvoltoio rispose: "Puoi avere la mia".
L'uomo disse: "Vorrei essere forte".
Il giaguaro disse: "Sarai forte come me".
Poi l'uomo disse: "Vorrei sapere i segreti della terra".
Il serpente rispose: "Te li mostrerò".
E così fece con tutti gli animali e, quando l'uomo ebbe tutti i doni che gli animali gli potevano dare, andò via.
Allora il gufo disse agli animali: "Ora l'uomo sa molte cose ed è capace di farne molte. All'improvviso sono spaventato".
Il cervo disse: "Ora l'uomo ha tutto ciò di cui ha bisogno. Ora la tristezza cesserà".
Il gufo rispose: "No, ho visto un buco nell'uomo, profondo come una fame che non potrà mai saziare. Questo è ciò che lo rende triste e lo spinge a desiderare. Lui continuerà a prendere e prendere, finchè un giorno la Terra dirà: "Non esisto più e non ho più nulla da dare"».

Dal film "Apocalypto" (2006) di Mel Gibson

domenica 12 marzo 2017

La fine della vita e l'inizio della sopravvivenza



Lettera del capo indiano Seathl al presidente degli Stati Uniti Franklin Pierce

Nel 1854 il "Grande capo di Washington", il presidente degli Stati Uniti, si offrì di acquistare una parte del territorio indiano della tribù Duwamish, nell’odierno stato di Washington, e promise di istituirvi una "riserva" per il popolo indiano. 

La risposta del Capo Seathl è considerata la più bella è profonda dichiarazione mai fatta sulla tutela dell'ambiente.

Il Grande capo di Washington, ci informa che desidera comprare la nostra terra. Il Grande Capo ci ha anche assicurato circa la sua amica e benevolenza nei nostri confronti. Questo è gentile da parte sua, perché noi sappiamo che non necessita della nostra amicizia. Però rifletteremo sulla tua offerta, perché sappiamo che se non lo facciamo, l’uomo bianco verrà con le armi e si prenderà la nostra terra. Il Grande Capo in Washington, può confidare in quello che il Capo Seathl dice, con la stessa certezza con la quale i nostri fratelli bianchi, possono confidare nell'alternanza delle stagioni durante gli anni. La mia parola è come le stelle, esse non impallidiscono.

Come potete acquistare o vendere il cielo, il calore della terra? L'idea ci sembra strana. Se noi non possediamo la freschezza dell'aria, lo scintillio dell'acqua sotto il sole come è che voi potete acquistarli? Ogni parco di questa terra è sacro per il mio popolo. Ogni lucente ago di pino, ogni riva sabbiosa, ogni lembo di bruma dei boschi ombrosi, ogni radura ogni ronzio di insetti è sacro nel ricordo e nell'esperienza del mio popolo. La linfa che cola negli alberi porta con sè il ricordo dell'uomo rosso. Noi siamo una parte della terra, e la terra fa parte di noi. I fiori profumati sono i nostri fratelli, il cavallo, la grande aquila sono i nostri fratelli, la cresta rocciosa, il verde dei prati, il calore dei pony e l'uomo appartengono tutti alla stessa famiglia. Quest'acqua scintillante che scorre nei torrenti e nei fiumi non è solamente acqua, per noi è qualcosa di immensamente significativo: è il sangue dei nostri padri. 
I fiumi sono nostri fratelli, ci dissetano quando abbiamo sete. I fiumi sostengono le nostre canoe, sfamano i nostri figli. Se vi vendiamo le nostre terre, voi dovrete ricordarvi, e insegnarlo ai vostri figli, che i fiumi sono i nostri e i vostri fratelli e dovrete dimostrare per fiumi lo stesso affetto che dimostrerete ad un fratello. Sappiamo che l'uomo bianco non comprende i nostri costumi. Per lui una parte di terra è uguale all'altra, perchè è come uno straniero che arriva di notte e alloggia nel posto che più gli conviene. La terra non è suo fratello, anzi è suo nemico e quando l'ha conquistata va oltre, più lontano. 
Tratta sua madre, la terra, e suo fratello, il cielo, come se fossero semplicemente delle cose da acquistare, prendere e vendere come si fa con i montoni o con le pietre preziose. Il suo appetito divorerà tutta la terra e a lui non resterà che il deserto. 
Non esiste un posto accessibile nelle città dell'uomo bianco. Non esiste un posto per vedere le foglie e i fiori sbocciare in primavera, o ascoltare il fruscio delle ali di un insetto. Ma forse è perchè io sono un selvaggio e non posso capire. Il baccano sembra insultare le orecchie. E quale interesse può avere l'uomo a vivere senza ascoltare il rumore delle capre che succhiano l'erba o il chiacchierio delle rane, la notte, attorno ad uno stagno? 
Io sono un uomo rosso e non capisco. L'indiano preferisce il dolce suono del vento che slanciandosi come una freccia accarezza la faccia dello stagno, e preferisce l'odore del vento bagnato dalla pioggia mattutina, o profumato dal pino pieno di pigne. L'aria è preziosa per l'uomo rosso, giacchè tutte le cose respirano con la stessa aria: le bestie, gli alberi, gli uomini tutti respirano la stesa aria. L'uomo bianco non sembra far caso all'aria che respira. Come un uomo che impiega parecchi giorni a morire resta insensibile alle punture. Ma se noi vendiamo le nostre terre, voi dovrete ricordare che l'aria per noi è preziosa, che l'aria divide il suo spirito con tutti quelli che fa vivere. 
Il vento che ha dato il primo alito al Nostro Grande Padre è lo stesso che ha raccolto il suo ultimo respiro. E se noi vi vendiamo le nostre terre voi dovrete guardarle in modo diverso, tenerle per sacre e considerarle un posto in cui anche l'uomo bianco possa andare a gustare il vento reso dolce dai fiori del prato. Considereremo l'offerta di acquistare le nostre terre. 
Ma se decidiamo di accettare la proposta io porrò una condizione: l'uomo bianco dovrà rispettare le bestie che vivono su questa terra come se fossero suoi fratelli. Che cos'è l'uomo senza le bestie? 
Se tutte le bestie sparissero, l'uomo morirebbe di una grande solitudine nello spirito. Poichè ciò che accade alle bestie prima o poi accade anche all'uomo. Tutte le cose sono legate tra loro. Dovrete insegnare ai vostri figli che il suolo che essi calpestano è fatto dalle ceneri dei nostri padri. Affinchè i vostri figli rispettino questa terra, dite loro che essa è arricchita dalle vite della nostra gente. Insegnate ai vostri figli quello che noi abbiamo insegnato ai nostri: la terra è la madre di tutti 
noi. Tutto ciò che di buono arriva dalla terra arriva anche ai figli della terra. Se gli uomini sputano sulla terra, sputano su se stessi. Noi almeno sappiamo questo: la terra non appartiene all'uomo, bensì è l'uomo che appartiene alla terra. Questo noi lo sappiamo. Tutte le cose sono legate fra loro come il sangue che unisce i membri della stessa famiglia. Tutte le cose sono legate fra loro. Tutto ciò che si fa per la terra lo si fa per i suoi figli. Non è l'uomo che ha tessuto le trame della vita: egli ne è soltanto un filo. Tutto ciò che egli fa alla trama lo fa a se stesso. C'è una cosa che noi sappiamo e che forse l'uomo bianco scoprirà presto: il nostro Dio è lo stesso vostro Dio. Voi forse pensate che adesso lo possedete come volete possedere le nostre terre ma non lo potete. Egli è il Dio dell'uomo e la sua pietà è uguale per tutti: tanto per l'uomo bianco quanto per l'uomo rosso. Questa terra per lui è preziosa. Dov'è finito il bosco? È scomparso. Dov'è finita l'aquila? È scomparsa. È la fine della vita e l'inizio della sopravvivenza.

Forse capiremmo, se conoscessimo con che sogna l’uomo bianco, se sapessimo quali speranze trasmette ai suoi figli nelle lunghe notti invernali, quali prospettive di futuro offre alla sua mente perché possa formare i desideri per il giorno di domani. Ma noi siamo selvaggi. I sogni dell’uomo bianco sono occulti per noi. E siccome sono occulti, dobbiamo scegliere il nostro camino.
Se acconsentissimo, sarebbe per garantire le riserve che ci prometteste. Là, forse, potremmo vivere i nostri ultimi giorni come noi desideriamo.
Dopo che l’ultimo pellerossa sia partito ed il suo ed il suo ricordo non sia più che l’ombra di una nuvola che passa sulle praterie, l’anima del mio popolo continuerà a vivere in queste foreste e spiagge perché noi le amiamo come un neonato ama il battito del cuore della sua mamma. Se ti venderemo la nostra terra, amala come noi la amavamo. Proteggila come noi la proteggiamo. Non ti scordare mai come era la terra quando ne prendesti possesso. E con tutta la tua fora ed il tuo potere, e tutto il tuo cuore, conservala per i tuoi figli. Una cosa sappiamo: il nostro Dio è lo stesso Dio: questa terra è amata da Lui. Neanche l’uomo bianco può evitare il nostro comune destino. 


giovedì 17 ottobre 2013

Inno alla materia


“Benedetta sii tu, aspra Materia,
sterile gleba, dura roccia, tu che cedi solo alla violenza
 e ci costringi a lavorare se vogliamo mangiare.
Benedetta sii tu, pericolosa Materia,
mare violento, indomabile passione,
tu che ci divori se non t’incateniamo.
Benedetta sii tu, potente Materia,
Evoluzione irresistibile, Realtà sempre nascente,
 tu che, spezzando ad ogni momento i nostri schemi,
ci costringi ad inseguire, sempre più oltre, la Verità.
Benedetta sii tu, universale Materia,
durata senza fine, Etere senza sponde, triplice abisso delle stelle, degli atomi
e delle generazioni, tu che travalicando e dissolvendo le nostre anguste misure,
ci riveli la dimensione di Dio.
Benedetta sii tu, impenetrabile Materia,
tu che, ovunque tesa tra le nostre anime ed il Mondo delle Essenze,
ci fai languire dal desiderio di forare il velo senza cucitura dei fenomeni.
Benedetta sii tu, mortale Materia,
tu che, dissociandoti un giorno in noi,
ci introdurrai necessariamente nel cuore stesso di ciò che è.
Senza di te, o Materia, senza i tuoi attacchi, senza i tuoi strazi,
noi vivremo inerti, stagnanti, puerili, ignoranti di noi stessi e di Dio.
Tu che ferisci e medichi
tu che resisti e pieghi
tu che sconvolgi e costruisci
tu che incateni e liberi
Linfa delle nostre anime, Mano di Dio, Carne del Cristo, o Materia, io ti benedico.
Ti benedico, o Materia, e ti saluto, non già quale ti descrivono, ridotta o sfigurata - i pontefici della Scienza ed i predicatori delle Virtù - un'accozzaglia, dicono, di forze brutali e di bassi appetiti, ma quale tu mi appari oggi, nella tua totalità e nella tua verità.
Ti saluto, inesauribile capacità d’essere e di trasformazione in cui germina e cresce la Sostanza eletta.
Ti saluto, universale potenza di ravvicinamento e d’unione, che lega tra di loro le innumerevoli monadi ed in cui esse convergono tutte sulla strada dello Spirito.
Ti saluto, sorgente armoniosa delle anime, cristallo limpido dal quale è tratta la Gerusalemme nuova.
Ti saluto, Ambiente divino, carico di potenza Creatrice, Oceano mosso dallo Spirito, Argilla impastata ed animata dal Verbo incarnato.
Credendo di rispondere al tuo irresistibile appello, gli uomini spesso, si precipitano per amor tuo nell'abisso esterno dei piaceri egoistici.
Un riflesso li inganna, oppure una eco.
Lo vedo adesso.
Per raggiungerti, o Materia, bisogna che, partiti da un contatto universale con tutto ciò che, quaggiù, si muove, sentiamo via via svanire  nelle nostre mani le forme particolari di tutto ciò che stringiamo, sino a rimanere alle prese con la sola essenza di tutte le consistenze e di tutte le unioni.
Se vogliamo possederti, bisogna che ti sublimiamo nel dolore dopo averti voluttuosamente stretta fra le nostre braccia.
O Materia, tu regni sulle vette serene ove i santi pensano di evitarti, - Carne così trasparente e nobile che non ti distinguiamo più da uno spirito.
Portami su, o Materia, attraverso lo sforzo, la separazione e la morte.- portami dove sarà finalmente possibile abbracciare castamente l’Universo”.
Giù, sulla sabbia ridiventata tranquilla, qualcuno piangeva:  "O Padre mio! Padre mio! Quale vento folle lo ha dunque rapito !".
E per terra giaceva un mantello.
Jersey, 8 agosto 1919
Inno dell’Universo (Ed. Queriniana)

Pierre Teilhard De Chardin (1881 – 1955) prete gesuita, filosofo e paleontologo francese

sabato 14 marzo 2009

...come se il Paradiso fosse sulla Terra

Se si potesse ridurre la popolazione del Mondo intero a un villaggio di 100 persone mantenendo le proporzioni di tutti i popoli esistenti al Mondo, tale villaggio sarebbe composto in questo modo:
· 57 Asiatici
· 21 Europei
· 14 Americani (Nord Centro e Sud America)
· 8 Africani

Ci sarebbero:
· 52 donne e 48 uomini
· 30 bianchi e 70 non bianchi
· 30 cristiani e 70 non cristiani
· 79 eterosessuali e 11 omosessuali
· 6 persone possederebbero il 59% della ricchezza del Mondo intero e tutti e 6 sarebbero statunitensi
· 80 vivrebbero in case senza abitabilità
· 70 sarebbero analfabeti
· 50 soffrirebbero di malnutrizione
· 1 starebbe per morire
· 1 starebbe per nascere
· 1 possiederebbe un computer
· 1 (si, uno solo, avrebbe la laurea)

Se si considera il mondo da questa prospettiva, il bisogno di accettare e di capire diventa evidente.
Prendete in considerazione anche questo:
· Se vi siete svegliati questa mattina con più salute che malattia, siete più fortunati del milione di persone che non vedranno la prossima settimana.
· Se non avete mai provato il pericolo di una battaglia, la solitudine dell’imprigionamento, l’agonia della tortura, i morsi della fame, state meglio di 500 milionidi abitanti di questo Mondo.
· Se potete andare in chiesa senza la paura di essere minacciati, arrestati, torturati o uccisi, siete più fortunati di 3 miliardi di persone di questo Mondo.

Se avete del cibo nel frigorifero, dei vestiti addosso, un tetto sopra la testa e un posto per dormire, siete più ricchi del 75% degli abitanti del Mondo.
· Se avete soldi in banca, nel vostro portafoglio e degli spiccioli da qualche parte in una ciotola, fate parte dell’8% delle persone più benestanti al Mondo.
· Se i vostri genitori sono ancora vivi ed ancora sposati, siete delle persone veramente rare.
· Se potete leggere questo messaggio, avete appena ricevuto una doppia benedizione, perché qualcuno ha pensato a Voi e perchè non siete fra i due miliardi dipersone che non sanno leggere.

Lavora come se non avessi bisogno dei soldi.
Ama come se nessuno ti abbia mai fatto soffrire.
Balla come se nessuno ti stesse guardando.
Canta come se nessuno ti stesse sentendo.
Vivi come se il Paradiso fosse sulla Terra.

venerdì 13 marzo 2009

Il Papalagi ha impoverito Dio

Siamo tutti Papalagi
Tuiavii, un saggio capo indigeno delle isole Samoa, compì un viaggio in Europa agli inizi del 1900, venendo a contatto con gli usi e i costumi del “Papalagi”, l’uomo bianco. Ne trasse delle impressioni folgoranti che gli servirono per mettere in guardia il suo popolo dal fascino di certi tratti della civiltà occidentale.
Erich Scheurmann, un artista tedesco amico di Hermann Hesse fuggito nei mari del Sud per evitare la prima guerra mondiale, raccolse questo tesoro di saggezza e lo pubblicò. Eccone una piccola parte, per scoprire il punto di vista dell’altro su di noi.

Il Papalagi ha impoverito Dio

Il Papalagi ha un modo di pensare particolare ed estremamente contorto. Pensa sempre a come qualcosa possa essergli utile e a come averne ragione.
Pensa sempre a una sola persona, non a tutte quante. E questa persona è lui stesso.
Se un uomo dice: “La mia testa è mia e non appartiene altri che a me”, le cose stanno proprio così, e nessuno può obiettare niente. Nessuno ha più diritti sulla propria mano della persona cui la mano appartiene. Fino a questo punto do ragione al Papalagi. Ma lui dice anche: “la palma è mia.” Perché si trova proprio davanti alla sua capanna. Proprio come se l’avesse fatta crescere lui stesso. La palma però non è affatto sua. Non lo sarà mai. E’ la mano di Dio che dalla terra si tende verso di noi. Dio ha molte mani. Ogni albero, ogni fiore, ogni filo d’erba, il mare, il cielo con le sue nuvole, tutte queste sono mani di Dio. Possiamo afferrare queste mani ed esserne contenti, ma non possiamo dire: “La mano di Dio è la mia mano.” Questo però è quello che fa il Papalagi.
“Lau” nella nostra lingua significa mio, e anche tuo: sono quasi la stessa cosa. Nella lingua del Papalagi invece non ci sono parole con significati più diversi di “mio” e “tuo”. E’ mio quel che appartiene unicamente e solamente a me. Tuo è quello che appartiene unicamente e solamente a te.
Per questo il Papalagi dice di tutto quello che si trova vicino alla sua capanna: è mio. Nessuno vi ha diritto eccetto lui stesso. Ovunque tu vada dal Papalagi, ovunque tu veda qualcosa nelle sue vicinanze, sia esso un frutto, un albero, acqua, foresta, un mucchietto di terra, c’è sempre qualcuno che dice: “Questo è mio, guardati dal prendere ciò che è mio!”. Se tu lo fai, ti urla contro, , ti chiama ladro, una parola che rappresenta una grande vergogna, e solo perché hai osato toccare il “mio” del tuo prossimo. Accorrono amici e servitori delle supreme autorità, ti mettono in catene, ti portano in prigione e sei disprezzato per tutta la vita.
Affinché uno non prenda le cose che l’altro ha dichiarato essere le sue, viene stabilito molto precisamente con leggi speciali cosa appartiene e non appartiene a uno. In Europa ci sono persone che non fanno altro che sorvegliare che nessuno violi queste leggi, e che al Papalagi non venga tolto niente di quello che ha preso per sé. Il Papalagi vuole convincersi di avere davvero conquistato un diritto, come se Dio gli avesse ceduto la sua proprietà per sempre.. Come se gli appartenessero davvero la palma, l’albero, i fiori, il mare, il cielo e le sue nuvole.
Il Papalagi deve fare tali leggi e avere tali guardiani per il suo molto “mio” in modo che chi ha poco “mio”, o non ne ha affatto, non possa prendere niente del suo “mio”.
Perché dove molti prendono molto per sé, ce ne sono molti che non hanno niente tra le mani.
Non tutti conoscono i trucchi e i segnali segreti per avere molto “mio”, ed è necessario un particolare tipo di valore che non sempre va d’accorso con quello che noi chiamiamo onore.
E può benissimo essere che quelli che hanno poco tra le mani siano migliori di tutti i Papalagi. Ma sicuramente non ce ne sono molti.
I più derubano Dio senza ritegno. Non sanno fare diversamente. Spesso non si accorgono nemmeno di fare qualcosa di male: proprio perché tutti fanno così senza darsi pensiero e provare vergogna. Alcuni ricevono il loro molto “mio” dalle mani del padre al momento della nascita. Ad ogni modo Dio non ha quasi più niente, gli uomini gli hanno preso quasi tutto facendone il loro “mio” e “tuo”.
Non può più dare a tutti nella stessa misura il suo sole, che era destinato a tutti, perché alcuni pretendono di averne più di altri. Nelle belle e assolate piazze siedono spesso solo in pochi, mentre i più catturano miseri raggi di sole standosene all’ombra.
Dio non può provare un’autentica gioia, perché non è più il grandissimo signore nella sua grande casa. Il Papalagi lo rinnega dicendo: “E’ tutto mio”. Non arriva a comprendere quel che fa, anche se sta tanto a pensare.
Se pensasse giustamente, dovrebbe sapere che nulla di quel che possiamo trattenere ci appartiene. E che in fondo non possiamo trattenere niente. Si renderebbe conto che Dio ha dato la sua grande casa perché tutti vi trovino posto e gioia. E sarebbe anche grande abbastanza, e ci sarebbe per ognuno un posticino al sole e una piccola gioia, e per ognuno ci sarebbe una piccola ombra di palma e sicuramente un posticino su cui appoggiare i piedi. Come avrebbe potuto Dio aver dimenticato anche uno solo dei suoi figli! E invece sono in tanti a cercare il piccolo posticino che Dio ha lasciato libero per loro.
Così il Papalagi vive nel timore, nella paura per quello che lui ha preso per sé. Il sonno del Papalagi non è mai proprio profondo, deve essere vigile perché non gli venga tolto di notte quel che ha messo assieme di giorno. E questo “mio” lo tormenta e si prende gioco di lui dicendo: “Poiché mi hai tolto a Dio, io ti torturo e ti procuro molti dolori”.
Ma Dio ha inflitto al Papalagi punizioni ben peggiori dalla sua paura. Gli ha dato la lotta tra quelli che hanno poco o niente “mio” e quelli che si sono presi un grande “mio”.
Questa lotta è dura e accanita e viene combattuta notte e giorno. E’ la lotta che tutti subiscono e che a tutti toglie la gioia di vivere. Quelli che hanno, devono dare, ma non vogliono dare niente. Quelli che non hanno niente, vogliono avere anche loro, ma non ricevono niente. Ma anche questi sono solo raramente difensori di Dio. Sono solo arrivati troppo tardi al saccheggio o sono stati incapaci, o gli è mancata la possibilità. Sono in pochissimi a riflettere sul fatto che chi è stato derubato è Dio. E solo molto raramente si sente il richiamo di un uomo giusto, che esorta e rimettere tutto nelle mani di Dio.
Fratelli, che cosa pensate di un uomo che ha una capanna grande abbastanza da accogliere un intero villaggio delle Samoa, e che non offre il suo tetto al viandante per una notte? Cosa pensate di un uomo che tiene in mano un grappolo di banane e non ne dà neanche una all’affamato? Vedo l’indignazione nei vostri occhi e grande disprezzo sulle vostre labbra. E pensate: anche se ha cento stuoie non ne dà neanche una a chi non ne ha nessuna. E per di più fa all’altro una colpa di non averne. E se la sua capanna fosse piena fino al tetto di provviste, molte di più di quante potrebbero mangiarne in anni lui e la sua famiglia, non andrebbe alla ricerca di quelli che non hanno niente da mangiare e che sono pallidi e affamati. E ci sono molti Papalagi che sono pallidi e affamati.
La palma si spoglia delle sue foglie e dei suoi frutti quando sono maturi. Il Papalagi vive come se la palma volesse trattenere le sue foglie e i suoi frutti: “Sono miei! Non ne potete avere e non potete mangiarne!”. Come farebbe allora la palma a portare nuovi frutti? La Palma ha molta più saggezza di un Papalagi.
Anche tra noi ci sono molti che possiedono più degli altri, e rendiamo onore al capo, che molte stuoie e molti maiali. Ma quest’onore vale solo per lui, e non per le stuoie e i maiali, che gli abbiamo dato noi stessi per manifestare la nostra gioia e lodare il suo valore e la sua saggezza. Il Papalagi, invece, ammira nel fratello le molte stuoie e i suoi maiali e si preoccupa poco del suo valore e della sua saggezza. Un fratello senza stuoie e senza maiali gode di un ben poco onore.
Poiché le stuoie e i maiali non possono andare da soli dai poveri e dagli affamati, il Papalagi non vede perché dovrebbe portarli lui ai suoi fratelli. Poiché egli non onora i fratelli, ma solo le loro stuoie e i loro maiali, e per questo li tiene per sé. Se amasse e onorasse i suoi fratelli e non fosse in lotta per il “mio” e per il “tuo”, allora porterebbe a questi le stuoie per farli partecipare al suo grande “mio”. Dividerebbe con loro la sua stuoia, anziché gettarli nella notte buia.
Ma il Papalagi non sa che Dio ci ha dato la palma, il banano, il delizioso taro, tutti gli uccelli della foresta e i pesci del mare perché tutti noi potessimo gioirne e goderne. Non solo per pochi, mentre gli altri soffrono di stenti e di miseria. Colui nelle cui mani Dio ha messo molto, deve farne dono al suo fratello, in modo che la frutta non marcisca nella sua mano. Perché Dio tende a tutti le sue molte mani; non vuole che uno abbia più dell’altro o che dica: “Io sto al sole, a te spetta l’ombra”. A tutti noi spetta il sole.