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mercoledì 27 luglio 2022

Pregare per perdere qualcosa


Una volta è stato chiesto a una donna: "Cosa guadagni dal pregare Dio regolarmente?" 
Lei rispose: "Di solito “non guadagno niente”, ma anzi “perdo cose”". E cominciò a citare tutto ciò che aveva perso pregando Dio regolarmente: "Ho perso il mio orgoglio. Ho perso la mia arroganza. Ho perso l'avidità. Ho perso la voglia. Ho perso la "mia" rabbia. Ho perso la lussuria. Ho perso il piacere di mentire. Ho perso il gusto del peccato. Ho perso l'impazienza, la disperazione e scoraggiamento". 
A volte preghiamo, non per guadagnare qualcosa, ma per perdere cose che non ci permettono di crescere spiritualmente. La preghiera educa, rafforza e guarisce. La preghiera è il canale che ci collega direttamente a Dio.

mercoledì 22 aprile 2020

La porta piccola è sempre aperta

Intorno alla stazione principale di una grande città, si dava appuntamento, ogni giorno e ogni notte, una folla di relitti umani: barboni, ladruncoli, immigrati clandestini e giovani drogati. Di tutti i tipi e di tutti i colori.
Si vedeva bene che erano infelici e disperati. Barbe lunghe, occhi cisposi, mani tremanti, stracci, sporcizia. Più che di soldi, avevano tutti bisogno di un po' di consolazione e di coraggio per vivere; ma queste cose oggi non le sa dare quasi più nessuno.
Colpiva, tra tutti, un giovane, sporco e con i capelli lunghi e trascurati, che si aggirava in mezzo agli altri poveri naufraghi della città come se avesse una sua personale zattera di salvezza. Quando le cose gli sembravano proprio andare male, nei momenti di solitudine e di angoscia più nera, il giovane estraeva dalla sua tasca un bigliettino unto e stropicciato e lo leggeva. Poi lo ripiegava accuratamente e lo rimetteva in tasca. Qualche volta lo baciava, se lo appoggiava al cuore o alla fronte.
La lettura del bigliettino faceva effetto subito. Il giovane sembrava riconfortato, raddrizzava le spalle, riprendeva coraggio.
Cosa c'era scritto su quel misterioso biglietto? Sei piccole parole soltanto: "La porta piccola è sempre aperta". Tutto qui. Era un biglietto che gli aveva mandato suo padre. Significava che era stato perdonato e in qualunque momento avrebbe potuto tornare a casa. E una notte lo fece. Trovò la porta piccola del giardino di casa aperta. Salì le scale in silenzio e si infilò nel suo letto.
Il mattino dopo, quando si sveglio, accanto al letto, c'era suo padre. In silenzio e con gli occhi colmi di lacrime, si abbracciarono.

C'è sempre una piccola porta aperta per l'uomo: c'è sempre una nuova opportunità, un'altra possibilità, soprattutto quando si sbaglia. Una piccola porta aperta, anzi spalancata, è quella della Chiesa, del pentimento dei propri errori, dei propri peccati. Attraverso il sacramento della penitenza, la confessione, c'è sempre un Padre che attende un figlio. Un Padre che ha già perdonato e che aspetta di ricominciare tutto daccapo.

lunedì 27 gennaio 2020

Aforismi Peccato

Deus non deserit nisi deseratur / Dio non abbandona se non è abbandonato (Agostino di Ippona, De natura et gratia 26,29 )

Non appesantirti del tuo peccato, neanche con il pretesto di fare penitenza. Perché se ti fissi sul peccato, non fai altro che mettere sempre al centro te stesso. (Sant’Antonio Abate)

Noi non vogliamo essere salvati, temiamo anzi che ci si privi del piacere di perderci (Anatole France, Le jardin d'Épicure, 1895)

martedì 7 febbraio 2017

Il monaco e la donna


Due monaci buddisti, in cammino verso il monastero, incontrarono sulla riva del fiume una donna molto bella.
Come loro, ella desiderava attraversare il fiume, ma l'acqua era troppo alta.
Così uno dei due monaci se la pose sulle spalle e la portò all'altra sponda.
Il monaco che era con lui era scandalizzato. Per due ore intere lo rimproverò per la sua negligenza nel rispettare la santa regola: aveva dimenticato che era un monaco? Come aveva osato toccare una donna? E peggio, trasportarla attraverso il fiume?
E cosa avrebbe detto la gente? Non aveva screditato la loro santa religione? E così via.
Il monaco rimproverato ascoltò pazientemente l'interminabile predica. Alla fine lo interruppe dicendo: «Fratello, io ho lasciato quella donna al fiume. Non sarà che tu te la stai ancora portando dietro?».

Il canto degli uccelli. Frammenti di saggezza nelle grandi religioni, p. 143

Anthony De Mello (1931 - 1987), prete gesuita e scrittore indiano

venerdì 23 ottobre 2015

Bisogna rompere il filo...


Quando noi ci confessiamo, ci pare di star' tutti uniti a Dio, e di esser' santi: ma poco dopo torniamo a' difetti di prima. La ragione si è perchè noi siamo legati col filo, come sta legato col filo l'uccelletto in mano a de' ragazzi. Egli svolazza di quando in quando, ma ritirato dal filo torna addietro. Così noi svolazziamo qualche volta verso Dio, ma poi ritirati dal filo delle nostre passioni, e delli nostri attacchi, torniamo addietro, e facciamo la vita di prima. Bisogna dunque rompere il filo, se vogliamo stabilmente essere tutti di Dio.

D. Bernino, "Vita del venerabile Fr. Giuseppe da Copertino de Minori Conventuali", Venezia 1726, p.224

Giuseppe da Copertino, santo, presbitero francescano italiano (1603 - 1663)


Poco importa che un uccello sia legato ad un filo sottile invece che ad uno grosso, perché, per quanto sia sottile, rimarrà legato come al grosso, fin tanto che non lo romperà per volare. La verità è che quello sottile è più facile da rompere; però, per facile che sia, se non lo rompe, non volerà.

Fiamma d'amor viva, 11,4

San Giovanni della Croce

martedì 23 agosto 2011

Unione e divisione

Per diventare me stesso devo cessare di essere ciò che ho sempre pensato di voler essere, per trovare me stesso devo uscire da me stesso, per vivere devo morire.
Perché sono nato nell’egoismo e di conseguenza tutti i miei sforzi naturali per rendermi più reale e più me stesso mi rendono meno reale e meno me stesso, in quanto gravitano tutti attorno a una menzogna.
Coloro che nulla sanno di Dio e che basano tutta la vita su se stessi immaginano di poter trovare se stessi soltanto rivendicando i propri desideri, le proprie ambizioni ed i propri appetiti in una lotta con il resto del mondo. Essi cercano di diventare reali imponendosi agli altri, impossessandosi di una parte della limitata riserva dei beni creati e sottolineando così la differenza fra loro e gli altri uomini che hanno meno di loro, o non hanno nulla.
Essi possono concepire un solo modo di diventare reali: staccarsi dagli altri e innalzare una barriera di contrasto e di distinzione fra se stessi e gli altri.
Non sanno che la realtà va cercata non nella divisione ma nell’unità, perché noi siamo «membri gli uni degli altri».
L’uomo che vive diviso dagli altri non è una persona, è soltanto un individuo.
Io ho quel che tu non hai. Io sono quel che tu non sei. Io ho preso quello che tu non sei riuscito a prendere, ho afferrato quel che tu non potrai mai afferrare. Perciò tu soffri ed io sono felice, tu sei disprezzato e io sono lodato, tu muori ed io vivo: tu non sei nulla e io sono qualcosa, e tanto più sono qualcosa in quanto tu non sei nulla. Così passo la vita ad ammirare la distanza fra te e me; talvolta questo mi aiuta persino a dimenticare gli altri uomini che hanno quello che io non ho che hanno preso quello che io sono stato troppo lento a prendere, che hanno afferrato ciò che era fuori dalla mia portata, che sono lodati quanto io non posso essere lodato e che vivono della mia morte…
L’uomo che vive così, vive nella morte. Non può trovare se stesso perché è perduto; ha cessato di essere una realtà. La persona che egli crede di essere è un brutto sogno. E quando morrà si accorgerà di aver cessato di esistere da molto tempo, perché Dio, Che è infinita realtà e al Cui cospetto è l’essere di tutto ciò che esiste, gli dirà: «Non ti conosco».
E ora penso a quella malattia che è l’orgoglio spirituale. Penso a quella caratteristica irrealtà che penetra nel cuore dei santi e divora la loro santità prima che essa sia matura. Vi è qualcosa di questo verme nel cuore di tutti i religiosi. Appena hanno fatto qualcosa che sanno essere buono agli occhi di Dio, tendono a impossessarsi della sua realtà per farla propria. Essi tendono a distruggere le loro virtù reclamandone la proprietà e a rivestirsi illusoriamente di valori che appartengono a Dio. Chi può sfuggire al segreto desiderio di respirare un’atmosfera differente da quella degli altri uomini? Chi può fare cose buone senza cercar di gustare in esse la dolcezza di distinguersi dalla massa dei peccatori di questo mondo?
Questa malattia è più pericolosa quando riesce a sembrare umiltà. Quando un uomo orgoglioso pensa di essere umile, il suo caso è senza speranza.
Ecco un uomo che ha fatto molte cose che la sua natura ha trovato dure. Egli ha superato difficili prove, ha compiuto molto lavoro e, per grazia di Dio, è giunto a possedere una forza morale e uno spirito di sacrificio per cui, alla fine, fatica e sofferenza diventano facili. La sua coscienza è giustamente in pace. Ma prima che egli se ne renda conto, la pace pura di una volontà in comunione con Dio diventa la compiacenza di una volontà che ama la propria eccellenza.
Il piacere che è nel suo cuore, quando egli compie cose difficili e riesce a compierle bene, gli dice in segreto: «Io sono un santo». Al tempo stesso altri sembrano riconoscerlo diverso da loro stessi. Lo ammirano, o forse lo sfuggono — dolce omaggio di peccatori! Il piacere arde in un fuoco divoratore. Il calore di questo fuoco assomiglia molto all’amore di Dio. Lo alimentano le stesse virtù che nutrono la fiamma della carità. Egli brucia di ammirazione per se stesso e pensa: «È il fuoco dell’amore di Dio».
Pensa che il suo orgoglio sia lo Spirito Santo.
Il dolce calore del piacere diventa l’incentivo di tutte le sue opere. Il gusto che egli assapora negli atti che lo rendono ammirabile ai suoi propri occhi lo spinge a digiunare, o a pregare, o a nascondersi in solitudine, o a scrivere molti libri, o a costruire chiese e ospedali, o a fondare mille organizzazioni. E quando tutto ciò gli riesce, egli pensa che il suo senso di soddisfazione sia l’unzione dello Spirito Santo.
E la voce segreta del piacere canta nel suo cuore: «Non sum sicut caeteri homines».
Quando si è messo per questa via, non ci sono limiti al male che la sua auto soddisfazione può spingerlo a compiere in nome di Dio e del Suo amore, e per la Sua gloria. Egli è così soddisfatto di sé, che non può tollerare il consiglio di altri — o i comandi di un superiore. Quando qualcuno si oppone ai suoi desideri, egli congiunge umilmente le mani e sembra sottomettersi per il momento, ma in cuor suo dice: «Sono perseguitato da uomini mondani. Essi non possono comprendere chi è guidato dallo Spirito di Dio. È sempre stato così per i santi».
E sentendosi martire egli è dieci volte più ostinato di prima.
È terribile quando ad un uomo simile viene l’idea di essere un profeta o un messaggero di Dio o un uomo che abbia avuto la missione di riformare il mondo… Egli è capace di distruggere la religione e di rendere il nome di Dio odioso agli uomini.
Io devo cercare la mia identità, in un certo senso, non solo in Dio, ma anche negli altri uomini.
Io non potrò mai trovare me stesso se non mi isolo dal resto dell’umanità, come se fossi un essere di specie diversa.

Non essere troppo pronto...

Non essere troppo pronto a credere che il tuo nemico è un selvaggio proprio perché è tuo nemico. Forse egli è il tuo nemico perché crede che tu sia un selvaggio. O forse ha paura di te perché sente che tu hai paura di lui. E forse, se sapesse che tu sei in grado di amarlo, non sarebbe più tuo nemico.
Non essere pronto a credere che il tuo nemico è un nemico di Dio appunto perché è tuo nemico. Forse egli è tuo nemico proprio perché non può trovare in te nulla che dia gloria a Dio. Forse egli ha paura di te perché non può trovare in te nulla dell'amore di Dio e della tenerezza di Dio e della pazienza e misericordia e comprensione di Dio per la debolezza umana.
Non essere troppo pronto a condannare l'uomo che non crede più in Dio, perché forse sono stati la tua freddezza, la tua avarizia, la tua mediocrità, il tuo materialismo, la tua sensualità, il tuo egoismo a uccidere la sua fede.

Semi di contemplazione, Garzanti, Milano 1991, pp. 45-47

Thomas Merton (1915 - 1968), monaco e scrittore statunitense 

lunedì 22 agosto 2011

Peccato

Il peccato esige che l'uomo sia solo. Lo sottrae alla comunione. Quanto più è solo, tanto più distruttivo è il dominio del peccato su di lui; e ancora, quanto più intricata la rete del peccato, tanto più disperata la solitudine. Il peccato vuol rimanere sconosciuto. Ha orrore della luce. Nell'oscurità dell'inespresso il peccato avvelena tutto l'essere dell'uomo. Nella confessione, la luce dell'evangelo irrompe nelle tenebre e nell'oscurità in cui il cuore si chiude. Il peccato reso esplicito nella confessione perde tutto il suo potere.

La vita comune
Dietrich Bonhoeffer (1906 - 1945), pastore e teologo tedesco

venerdì 9 ottobre 2009

Aforismi Fede

É il cuore che sente Dio, non la ragione. Ecco cos'è la fede: Dio sensibile al cuore, non alla ragione. (Blaise Pascal)

La fede è il primo passo verso l'amore, il termine dell'amore è la conoscenza di Dio. (Evagrio Pontico, Ad Anatolio)

Credere è riconoscere che siamo amati. (François Mauriac)

Credere in Dio è possederlo; amarlo è vivere di lui e per lui. (François Mauriac, Bloc-notes)

La fede non è facile da spiegare nemmeno ai credenti: è un dono grandissimo da coltivare. Se ce l'hai non ti fa più paura nulla nella vita. È il dono che ti fa cercare Chi te l'ha dato, e che a ogni passo ti fa scoprire piccoli misteri quotidiani. (Giancarlo Giannini)

Pecca fortiter sed crede fortius / Pecca fortemente, ma credi ancor più fortemente. (Martin Lutero, 1483 – 1546)

Perché non credi? Non sai tu che la fede viene prima di tutto? Quale contadino infatti può mietere se prima non ha affidato il seme alla terra? E chi può attraversare il mare, se prima non si affida alla nave e al pilota? Quale ammalato può essere guarito se prima non si affida al medico? (Teofilo di Antiochia)

C'è chi dice che Dio esiste e chi è convinto che non esista. La verità, come sempre, sarà nel mezzo. (William Butler Yeats)

giovedì 8 ottobre 2009

Aforismi Amore

Abbiamo a lungo parlato d'amore. Ora proviamo ad ascoltarlo, vuoi? (Anonimo)

Ogni oggetto amato è il centro di un paradiso. (Anonimo)

Nulla è possibile senza amore. Perché solo l'amore predispone a rischiare tutto. (Carl Gustav Jung)

Nulla è difficile per chi ama [
Nihil difficile amanti]. (Cicerone)

Ego tibi monstrabo amatorium sine medicamento, sine herba, sine ullius veneficae carmine: si vis amari, ama. / Ti indicherò un filtro amoroso, senza pozioni, senza erbe, senza formule magiche: se vuoi essere amato, ama. (Ecatone di Rosi)

Ama chi t'ama, 
a chi incontro ti viene, tu vagli incontro; 
e doni offri a chi doni t'offrì: 
a chi non dà, tu non dare. 
Al generoso si dà, 
ma dar non si deve all'avaro. (Esiodo, Le opere e i giorni, 353)

Ut ameris, amabilis esto - Per essere amato, sii amabile. (Ovidio, Ars amandi)

Che cosa è l'amore? Volete imprigionare la luce? Vi sfuggirà tra le dita! (Pavel Evdokimov)

Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce. (Blaise Pascal)

Amore chiama Amore. L'amore non si acquista se non con l'amore... Colui che vuole essere amato, prima gli conviene amare, cioè avere la volontà d'amare. (Santa Caterina da Siena)

Che l'amore sia tutto, è tutto ciò che sappiamo dell'amore. (Emily Dickinson)

La maggior parte della gente ritiene che amore significhi «essere amati» anziché amare. (Erich Fromm)

L'amore è una grave malattia mentale. (Platone, 427 - 347 a.C.)

Chi ha l'amore è lontano da ogni peccato. (Policarpo di Smirne, 69 ca. - 155)

L'amore magari non fa girare il mondo, ma devo ammettere che rende il viaggio degno di essere vissuto. (Sean Connery)

La ricchezza del mio cuore è infinita come il mare, così profondo il mio amore: più te ne do, più ne ho, perché entrambi sono infiniti. (William Shakespeare, 1564 – 1616)

Tutto il valore di una buona azione sta nell'amore che la ispira. (Talmud)

L'amore. Certo, l'amore. Fuoco e fiamme per un anno, cenere per trenta. (Giuseppe Tomasi di Lampedusa)

martedì 7 aprile 2009

C'era una volta un ragazzo con un brutto carattere...

C'era una volta un ragazzo con un brutto carattere. Suo padre gli diede un sacchetto di chiodi e gli disse di piantarne uno nello steccato del giardino ogni volta che avesse perso la pazienza e litigato con qualcuno. Il primo giorno il ragazzo piantò 37 chiodi nello steccato. Nelle settimane seguenti, imparò a controllarsi e il numero di chiodi piantati nello steccato diminuì giorno per giorno: aveva scoperto che era più facile controllarsi che piantare i chiodi. Finalmente arrivò un giorno in cui il ragazzo non piantò alcun chiodo nello steccato. Allora andò dal padre e gli disse che per quel giorno non aveva piantato alcun chiodo. Il padre allora gli disse di levare un chiodo dallo steccato per ogni giorno in cui non aveva perso la pazienza e litigato con qualcuno. I giorni passarono e finalmente il ragazzo poté dire al padre che aveva levato tutti chiodi dallo steccato. Il padre portò il ragazzo davanti allo steccato e gli disse: "Figlio mio, ti sei comportato bene ma guarda quanti buchi ci sono nello steccato. Lo steccato non sarà mai più come prima. Quando litighi con qualcuno e gli dici qualcosa di brutto, gli lasci una ferita come queste. Puoi piantare un coltello in un uomo, e poi levarlo, ma rimarrà sempre una ferita. Non importa quante volte ti scuserai, la ferita rimarrà".

Ogni volta che perdiamo la pazienza, lasciamo una ferita indelebile negli altri.

venerdì 6 marzo 2009

... non si ricorda più di me?

Un vecchio prete mi raccontò la storia seguente. Mi sono domandato spesso se fosse vera o inventata; ma nessuno è stato capace di dirmelo.

Qualche secolo fa un grande pittore fu incaricato di dipingere un affresco per la cattedrale di una città italiana. Il soggetto era la vita di Cristo. Per molti anni l'artista lavorò indefessamente e infine il dipinto fu condotto a termine, salvo per le due figure più importanti: Gesù adolescente e Giuda Iscariota. Il pittore girò in lungo e in largo in cerca dei modelli per le due figure.
Un giorno, mentre camminava in un vecchio quartiere della città, s'imbatté in un gruppo di ragazzi che giocavano per la strada. Fra loro ce n'era uno di quindici anni che colpì subito la fantasia del pittore. Aveva un viso d'angelo, molto sporco, forse, ma proprio quello che gli ci voleva.
L'artista si portò a casa il ragazzo, che posò pazientemente tutti i giorni, finché il volto di Gesù adolescente fu finito.
­Ma ancora il pittore non aveva trovato il modello adatto per raffigurare Giuda. Per anni e anni, tormentato dal timore che il suo capolavoro restasse incompiuto, continuò le ricerche.
La storia dell'affresco non finito si diffuse ovunque, e molti, convinti d'avere un aspetto malvagio, si offrirono di posare per il volto di Giuda. Ma il vecchio pittore cercava invano il volto che potesse servire a ritrarre Giuda come se l'era immaginato: un uomo corrotto dalla vita, logorato dalla cupidigia e dal vizio.
Un pomeriggio, mentr'era seduto all'osteria davanti al suo bicchiere di vino quotidiano, un uomo lacero e smunto varcò la soglia barcollando e s'afflosciò a terra. "Vino, vino" implorava. Il pittore lo sollevò ed esaminò quel volto, che gli fece impressione; pareva che portasse il segno di tutti i peccati dell'umanità. Pieno di emozione, il vecchio pittore aiutò il disgraziato a rialzarsi in piedi.
- Vieni con me - gli disse. Ti darò da bere, da mangiare e da vestirti. Ecco, finalmente, il modello di Giuda! Per molti giorni, fi­no a tardi, il pittore lavorò febbrilmente per finire il suo capolavoro. A mano a mano che il lavoro procedeva, avvenne un cambiamento nel modello. Alla sua espressione ebete subentra va una tensione strana, e gli occhi fissavano pieni d'orrore il suo ritratto. Un giorno, accortosi del turbamento del modello, il pittore interruppe il lavoro: Vorrei aiutarti, figlio mio, - gli disse - cos'è che ti tormenta tanto? L'altro ruppe in singhiozzi nascondendosi il volto tra le mani. Poi, dopo essere rimasto a lungo così, alzò gli occhi verso il vecchio pittore: - Allora non si ricorda più di me? Tanti anni fa io feci da modello per Gesù adolescente.

La festa del Natale ci fa capire che è sempre l'occasione e il tempo opportuno per ricuperare il nostro volto di adolescenti e di fanciulli, nascendo anche in noi, come Gesù, da Maria, per opera dello Spirito Santo; rinascendo a vita nuova nel Sacramento della Riconciliazione che dà pace all’anima.