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domenica 18 ottobre 2026

Giustizia e pace si baceranno

Non c’è nessuno che rifugga dal volere la pace, mentre al contrario non tutti sono disposti a praticare la giustizia. […] Esegui però le opere di giustizia: tenendo presente che giustizia e pace si baciano, non sono in discordia (Cf Sal 85,11b). Perché vuoi tu porti in contrasto con la giustizia? Eccoti, ad esempio, la giustizia che ti dice di non rubare, ma tu non le dai retta; di non commettere adulterio, e fai il sordo; di non fare agli altri ciò che a te non piacerebbe subire; di non dire, nei riguardi del prossimo, le cose che non vorresti fossero dette sul tuo conto. […] Vuoi dunque conseguire la pace? Pratica la giustizia!

Enarrationes in Psalmos, 84, 12: CCSL 39

Sant'Agostino di Ippona 

martedì 13 ottobre 2026

Ogni giorno di guerra è un passo indietro per l'umanità

Ogni giorno in cui la guerra continua, l’umanità viene essenzialmente fatta regredire di un passo, mentre ogni passo verso la pace dà a tutta l'umanità una vera speranza per la pace. Dobbiamo passare dalla guerra senza fine alla fine della guerra, a una cessazione delle ostilità. E dovremo muoverci proprio in questa direzione: è fondamentale per tutta l’umanità. [...] La terra di Gandhi e la terra di Buddha condividono un unico messaggio: la via della pace.

Discorso al summit Shanghai Cooperation Organisation di Bishkek (Kirghizistan), 31 agosto 2026

Narendra Modi, premier indiano

venerdì 14 agosto 2026

La Dichiarazione di Pace di Hiroshima

Testo integrale della Dichiarazione di Pace letta il 6 agosto dal sindaco di Hiroshima Kazumi Matsui durante una cerimonia per commemorare gli 81 anni dal bombardamento atomico della città del 1945. (foto Kyodo News / Associated Press)

Ancora oggi, a 81 anni dai bombardamenti atomici, proprio qui sulla Terra dove viviamo, assistiamo a invasioni militari che usano le armi nucleari come strumenti di intimidazione, oltre ad altre azioni prepotenti da parte delle grandi potenze in violazione del diritto internazionale. Quest'anno, la Conferenza di esame del Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) non è riuscita a adottare un documento finale per la terza volta consecutiva. La responsabilità di questo fallimento ricade sui leader politici che danno la colpa agli altri per giustificare il proprio comportamento. Le parole e le azioni di questi leader scuotono le fondamenta della pace e della stabilità globale, ignorando gli obblighi stabiliti dal TNP.

Se la situazione attuale dovesse persistere, la diffidenza si radicherà in tutto il mondo, riportandoci alla sfrenata avidità dell'era della Seconda Guerra Mondiale. Sminuire la disumanità delle armi nucleari e accettare l'uso della forza per perseguire la propria prosperità rischia di innescare cicli di violente ritorsioni. Questo potrebbe culminare in un'altra Hiroshima o Nagasaki.

Vi prego di dedicare un momento all'ascolto, ancora una volta, delle testimonianze degli hibakusha sopravvissuti alla devastazione. Una donna, che all'epoca aveva 16 anni, ricorda la sua affettuosa sorella maggiore. Vede il volto di sua sorella, con la pelle che si decomponeva sul cranio e i denti esposti in una bocca senza più labbra. Fu un incubo talmente grande da non poter credere ai propri occhi. Un'altra donna, esposta alla bomba all'età di 3 anni, ha sofferto per anni a causa di una serie di malattie, fino ad ammalarsi di leucemia a 55 anni. Dopo la diagnosi di patologia da bomba atomica, ha vissuto nel terrore costante di dove il male avrebbe colpito la volta successiva. Un uomo che allora aveva 9 anni, di fronte all'invasione russa dell'Ucraina che ha causato la morte di molti civili, ci supplica di superare i nostri conflitti interni. Ci chiede di accogliere le prospettive reciproche per costruire un mondo senza scontri violenti. Esorta in particolare i nostri giovani a iniziare riflettendo profondamente sulla propria vita quotidiana.

Ispirata dalle voci dei nostri hibakusha e dalle iniziative per tramandare la loro volontà, la società civile ha continuato il suo attivismo per la pace e per l'abolizione delle armi nucleari, superando generazioni e confini nazionali. Tuttavia, troppi leader politici, considerando ancora la deterrenza nucleare un approccio realistico, accettano che la comunità internazionale legittimi la violenza. Questo non fa che allontanare un mondo libero da armi nucleari. In un'epoca in cui lo sbiadire della memoria della guerra potrebbe portare all'uso di armi nucleari, dobbiamo riscoprire le lezioni del passato. Sono le stesse lezioni che portarono alla fondazione delle Nazioni Unite e alla spinta per abolire gli arsenali atomici. Ognuno di noi deve rifiutare ogni forma di violenza e agire per costruire una società internazionale determinata a rendere realtà l'ideale dell'abolizione nucleare.

A tal fine, rivolgo questa richiesta ai nostri giovani. Vi prego di stringere legami più profondi con persone che hanno valori diversi dai vostri, oltre i confini nazionali, e in questo percorso di condividere gioia, divertimento, sogni e speranze. Molti giovani in tutto il mondo stanno approfondendo le loro relazioni imparando, qui a Hiroshima e altrove, la storia dei bombardamenti atomici. Vi esorto a esprimere i vostri pensieri, a impegnarvi nelle vostre comunità e a fare, nella vostra vita quotidiana, tutto ciò che potete per la pace. Questi sforzi aiuteranno a coltivare una cultura globale della pace basata sul rispetto reciproco. Sdoganando l'abolizione delle armi nucleari come puro buon senso all'interno della comunità internazionale, contribuirete a creare un contesto che non permetta più ai decisori politici di fare affidamento sulla deterrenza nucleare. La Città di Hiroshima collaborerà con i nostri 8.589 comuni membri di Mayors for Peace (Sindaci per la Pace) per promuovere questa cultura in tutto il mondo e rafforzare gli sforzi per trasmetterla alle generazioni future. Continueremo a fare campagna per diffondere lo Spirito di Hiroshima.

Decisori politici di tutto il mondo, la società civile esige l'immediata abolizione delle armi nucleari. Per quanto tempo ancora avete intenzione di deluderci? Comprendete di certo che qualsiasi uso di armi nucleari infliggerebbe danni catastrofici all'umanità, e che la non proliferazione e il disarmo nucleare possono essere affrontati solo attraverso sforzi multilaterali. Leader degli Stati militarmente nucleari, a voi spetta la responsabilità primaria del disarmo. Dovete assolutamente riconoscere l'imperativo di dare il buon esempio. Governanti del mondo, venite di persona a visitare Hiroshima e Nagasaki. Confrontatevi direttamente con le nostre tragedie e ascoltate le aspirazioni di pace dei nostri hibakusha. La società civile spera fervidamente che, durante le vostre visite, lancerete messaggi al mondo per esprimere la vostra determinazione ad abolire le armi nucleari, per poi attuare politiche concrete volte a raggiungere tale obiettivo.

Esortiamo il governo giapponese a rimanere profondamente consapevole degli alti ideali sanciti dalla Costituzione del Giappone e a continuare a occupare un posto d'onore nella società internazionale. Proprio perché affrontiamo un contesto di sicurezza difficile, che potrebbe portare a divisioni e persino a conflitti con altre nazioni, chiediamo una diplomazia tenace e persistente, senza imporre sacrifici alla popolazione. Il Giappone deve manifestare e attuare contributi continui alla pace e alla stabilità internazionale. A tal fine, esortiamo il Giappone a iniziare partecipando come osservatore alla Conferenza di esame del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari di questo novembre, per poi ratificare il trattato senza indugio. Inoltre, chiediamo con forza che le misure a sostegno degli hibakusha, la cui età media ha superato gli 86 anni, siano potenziate in modo da rispondere alle loro continue sofferenze e difficoltà, sulla base di quadri normativi adeguati a sostenere tutti i sopravvissuti, compresi quelli che vivono all'estero.

Oggi, nel giorno che segna l'81° anniversario del bombardamento atomico, porgiamo le nostre più sentite condoglianze alle anime delle vittime e ci impegniamo a fare tutto il possibile per ottenere l'abolizione delle armi nucleari, portando a una pace mondiale duratura. Ancora una volta, rivolgiamo il nostro appello alla società civile nel suo complesso. Guidati dallo Spirito di Hiroshima ispirato dagli hibakusha, lavoriamo insieme in una sincera unità per cambiare il mondo.

Kazumi Matsui, sindaco di Hiroshima

mercoledì 5 agosto 2026

Le guerre le perdono tutti!


Erminio Bonafè (George Wilson): "La guerra è una parentesi bestiale e solo quando è finita ci si accorge della sua inutilità!"

Primo Arcovazzi (Ugo Tognazzi): "Se si perde!... ma se si vince?"  

Erminio Bonafè: "Le guerre le perdono tutti!" 

Dal film: Il federale (1961), regia di Luciano Salce

lunedì 30 marzo 2026

Perdonaci la guerra, Signore...

Perdonaci la guerra, Signore!

Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi misericordia di noi peccatori!

Signore Gesù, nato sotto le bombe di Kiev, abbi pietà di noi!

Signore Gesù, morto in braccio alla mamma in un bunker di Kharkiv, abbi pietà di noi!

Signore Gesù, mandato ventenne al fronte, abbia pietà di noi!

Signore Gesù, che vedi ancora le mani armate all’ombra della tua croce, abbi pietà di noi!

Perdonaci Signore, se non contenti dei chiodi con i quali trafiggemmo la tua mano, 
continuiamo ad abbeverarci al sangue dei morti dilaniati dalle armi.

Perdonaci, se queste mani che avevi creato per custodire, 
si sono trasformate in strumenti di morte.

Perdonaci, Signore, se continuiamo ad uccidere nostro fratello, 
se continuiamo come Caino a togliere le pietre dal nostro campo per uccidere Abele.

Perdonaci, se continuiamo a giustificare con la nostra fatica la crudeltà, 
se con il nostro dolore legittimiamo l’efferatezza dei nostri gesti.

Perdonaci la guerra, Signore.
Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, ti imploriamo! Ferma la mano di Caino!

Illumina la nostra coscienza,
non sia fatta la nostra volontà,
non abbandonarci al nostro agire! Fermaci, Signore, fermaci!

E quando avrai fermato la mano di Caino, abbi cura anche di lui. È nostro fratello.

O Signore, poni un freno alla violenza! Fermaci, Signore!


Mons. Mimmo Battaglia, Arcivescovo di Napoli


Questa preghiera è stata letta da Papa Francesco all'udienza generale del 16 marzo 2022

sabato 24 gennaio 2026

Un giorno vennero a prendere me...

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari 
e fui contento perchè rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei 
e stetti zitto perchè mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali 
e fui sollevato perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti 
ed io non dissi niente perchè non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me 
e non c'era rimasto nessuno a protestare

Martin Niemoller

venerdì 19 dicembre 2025

Natale


Guardo il presepe scolpito,

dove sono i pastori appena giunti

alla povera stalla di Betlemme.

Anche i Re Magi nelle lunghe vesti

salutano il potente Re del mondo.

Pace nella finzione e nel silenzio

delle figure di legno: ecco i vecchi

del villaggio e la stella che risplende,

e l'asinello di colore azzurro.

Pace nel cuore di Cristo in eterno;

ma non v'è pace nel cuore dell'uomo.

Anche con Cristo e sono venti secoli

il fratello si scaglia sul fratello.

Ma c'è chi ascolta il pianto del bambino

che morirà poi in croce fra due ladri?

Tutte le poesie, a cura di Gilberto Finzi, Mondadori

Salvatore Quasimodo


venerdì 12 settembre 2025

Costruire la pace


Come cristiani, oggi più che mai, abbiamo il dovere morale di rifiutare la guerra come “necessità politica o nazionale” e promuovere invece la pace come esigenza spirituale e di sopravvivenza. La pace inizia sempre dal cuore. Richiede tempo, fatica, lacrime. Ma resta la nostra unica speranza come individui, popoli e specie umana.

«Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9). Essere figli di Dio significa desiderare non ciò che vogliamo noi, ma ciò che vuole Dio. Significa abbracciare la giustizia anche quando è scomoda, ed essere pronti a condividere equamente le risorse del mondo, non solo con i privilegiati, ma con ogni essere umano.

Costruire la pace è difficile e spesso non gratificante. Ma è l’unica strada per sanare le fratture del mondo. Solo togliendo gli ostacoli alla pace, alleviando la sofferenza, sanando le ingiustizie e custodendo il creato, potremo davvero dire che Dio è con noi (Emmanuele). Solo così saremo degni di sentire le parole: «Beati i miti, perché erediteranno la terra» (Mt 5,5), e: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il Regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo» (Mt 25,34).

Cari amici, questa è l’unità nella pace che celebriamo oggi. Questa è la pace che dobbiamo proporre al mondo. Ed è questa la pace che il mondo deve vedere in noi. Cristo è in mezzo a noi!

Discorso all'evento ecumenico “Time for God’s Peace”, Stoccolma, 12 Agosto 2025

Bartolomeo I, Patriarca di Costantinopoli della Chiesa ortodossa

giovedì 1 maggio 2025

Chi fu che per primo inventò le orribili armi?

Chi fu colui, che per primo inventò le orribili armi?

Quanto feroce e malvagio fu!

Allora nacquero le stragi a danno del genere umano, allora sorsero le guerre,

allora venne aperta una via più breve alla terribile morte.

Eppure quell’infelice non ebbe alcuna colpa, 

noi abbiamo volto a nostro danno quello che egli ci aveva dato contro le bestie feroci.

Questo è colpa del ricco oro, e non vi furono guerre

finché una tazza di legno di faggio era posta davanti ai banchetti.

Non vi erano fortezze, non bastioni,

e il pastore si addormentava senza preoccupazione tra pecore di vari colori.

Dolce sarebbe stata allora per me la vita, Valgio, 

e non avrei conosciuto le funeste armi, 

né avrei udito la tromba con il cuore palpitante.

Ora sono trascinato a forza a combattere, e già forse qualche nemico

produce dei dardi destinati a configgersi nel mio corpo.

Ma patri Lari proteggetemi e salvatemi: voi stessi mi avete allevato,

quando ancora bambino correvo qua e là.

E non abbiate vergogna di essere fatti di antico legno:

così voi abitaste le sedi dell’antico avo.

Allora con più sincerità (gli uomini) mantenevano la parola data, 

quando con scarso ornamento il dio stava in una modesta nicchietta.

Questo era soddisfatto, sia che qualcuno avesse fatto libagioni con uva

sia che qualcuno avesse offerto una corona di spighe alla santa chioma:

e colui che è padrone di qualcosa offriva delle focacce

dietro di lui come compagna la piccola figlia offriva un favo intatto.

Tenete lontano da noi, Lari, i dardi di bronzo

e avrete come rustica vittima una scrofa del mio porcile pieno.

Io stesso col capo cinto di mirto accompagni questa con una veste disadorna

e porti canestri ornati di mirto.

Così io possa piacere a voi: sia pure un altro valoroso nelle armi,

e atterri col favore di Marte i comandanti avversari,

in modo che mentre sto bevendo un soldato possa raccontarmi le sue imprese

e disegnare col vino gli accampamenti sulla mensa.

Che pazzia è mai quella di chiamare a sé con la guerra la nera morte?

La morte ci sta sopra e segretamente arriva con passo silenzioso.

Non campo coltivato v’è nel mondo sotterraneo, non vigna, 

ma l’audace Cerbero e il turpe nocchiero delle acque dello Stige:

ivi una pallida turba con le gote dilaniate e i capelli arsi

erra presso le nere paludi.

In quanto è più da lodarsi colui che coglie la sua tarda vecchiaia

nella sua umile capanna in mezzo ai suoi figli!

Egli stesso conduce al pascolo le pecore, il figlio invece gli agnelli,

e la moglie prepara l’acqua calda al marito stanco.

Possa anch’io esser così e mi sia concesso veder sul capo divenir bianchi i miei capelli

e vecchio raccontare i fatti della giovinezza.

Frattanto la Pace coltivi i campi. La Pace ha insegnato

a condurre sotto i gioghi ricurvi i buoi per arare:

la Pace ha sostentato le viti e ripose il succo d’uva,

perché l’anfora di terracotta del padre versasse il vino puro:

durante la pace brillano il bidente e il vomere, 

la ruggine ricopre le funeste armi dell’insensibile soldato nei nascondigli.

Orsù vieni a noi, benefica Pace, e tieni la spiga di grano, 

e lasciala scorrere e risplendere davanti al tuo seno.

(Elegiae I.10, L’amore per la pace)

Albio Tibullo (54 a.C. circa – 19 a.C.), poeta romano

*   *   *

Quis fuit, horrendos primus qui protulit enses?

Quam ferus et vere ferreus ille fuit!

Tum caedes hominum generi, tum proelia nata,

Tum brevior dirae mortis aperta via est.

An nihil ille miser meruit, nos ad mala nostra

Vertimus, in saevas quod dedit ille feras?

Divitis hoc vitium est auri, nec bella fuerunt,

Faginus astabat cum scyphus ante dapes.

Non arces, non vallus erat, somnumque petebat

Securus varias dux gregis inter oves.

Tunc mihi vita foret, Valgi, nec tristia nossem

Arma nec audissem corde micante tubam.

Nunc ad bella trahor, et iam quis forsitan hostis

Haesura in nostro tela gerit latere.

Sed patrii servate Lares: aluistis et idem,

Cursarem vestros cum tener ante pedes.

Neu pudeat prisco vos esse e stipite factos:

Sic veteris sedes incoluistis avi.

Tunc melius tenuere fidem, cum paupere cultu

Stabat in exigua ligneus aede deus.

Hic placatus erat, seu quis libaverat uvam

Seu dederat sanctae spicea serta comae:

Atque aliquis voti compos liba ipse ferebat

Postque comes purum filia parva favum.

At nobis aerata, Lares, depellite tela,

Hostiaque e plena rustica porcus hara.

Hanc pura cum veste sequar myrtoque canistra

Vincta geram, myrto vinctus et ispe caput.

Sic placeam vobis: alius sit fortis in armis,

Sternat et adversos Marte favente duces,

Ut mihi potanti possit sua dicere facta

Miles et in mensa pingere castra mero.

Quis furor est atram bellis accersere Mortem?

Imminet et tacito clam venit illa pede.

Non seges est infra, non vinea culta, sed audax

Cerberus et Stygiae navita turpis aquae:

Illic peresisque genis ustoque capillo

Errat ad obscuros pallida turba lacus.

Quin potius laudandus hic est quem prole parata

Occupat in parva pigra senecta casa!

Ipse suas sectatur oves, at filius agnos,

Et calidam fesso comparat uxor aquam.

Sic ego sim, liceatque caput candescere canis

Temporis et prisci facta referre senem.

Interea Pax arva colat. Pax candida primum

Duxit araturos sub iuga curva boves:

Pax aluit vites et sucos condidit uvae,

Funderet ut nato testa paterna merum:

Pace bidens vomerque nitent, at tristia duri

Militis in tenebris occupat arma situs.

At nobis, Pax alma, veni spicamque teneto,

Profluat et promis candidus ante sinus.

lunedì 23 dicembre 2024

La danza della morte: la pace o l'incubo nucleare?


Dal 1960 al 1962, in piena "guerra fredda", Thomas Merton mette per iscritto alcune considerazioni sulla pace e il rischio che una guerra nucleare possa distruggere l'umanità. Il testo - fatto conoscere allora attraverso un ciclostilato poichè ne fu proibita la pubblicazione - cerca di delineare la posizione cristiana di fronte al tema della guerra che, allora come oggi, porta senza alternativa al parossismo della distruzione nucleare. Da qui la sorprendete attualità... 


Tutti sono almeno potenzialmente membra del Cristo mistico. Chi può dire con certezza assoluta di ogni altro uomo che Cristo non viva in lui? Di conseguenza, in tutte le nostre relazioni con gli altri dobbiamo renderci conto che stiamo affrontando spesso, se non sempre, le domande che furono poste a Caino e a Giuda.

Noi siamo, allora, discepoli di Cristo e necessariamente i custodi dei nostri fratelli. E la domanda che ci è posta riguarda tutti gli uomini. Riguarda, al momento presente, l’intera razza umana. Non possiamo ignorare questa domanda. Non possiamo dare un consenso irresponsabile e non cristiano all’uso demoniaco della potenza nucleare per la distruzione di un’intera nazione, di un intero continente o forse perfino dell’intera razza umana. O possiamo? La domanda, ora, è posta.


Forse è già posta troppo tardi.

In questo momento molto critico della storia abbiamo un compito duplice. È un compito in cui è coinvolta in qualche misura l’intera razza umana. Ma la responsabilità più grande di tutte spetta ai cittadini dei grandi blocchi di potere, che minacciano di distruggersi l’un l’altro con le armi nucleari, chimiche e batteriologiche.

Da un lato dobbiamo difendere e promuovere i valori umani più alti: il diritto dell’uomo a vivere libero e a sviluppare la propria vita in modo degno della propria grandezza morale. Dall’altro lato, dobbiamo proteggere l’uomo dall’abuso criminale dell’enorme potenza distruttiva che ha acquisito. Agli americani e agli europei occidentali questo duplice compito sembra riducibile in pratica a una lotta contro la dittatura totalitarista e contro la guerra.

Il nostro primissimo obbligo è quello di interpretare accuratamente la situazione, e ciò significa resistere alla tentazione di semplificare eccessivamente e di generalizzare. La lotta contro il totalitarismo è rivolta non solo contro un nemico esterno – il comunismo – ma anche contro le nostre stesse tendenze nascoste verso le aberrazioni del fascismo o del collettivismo. La lotta contro la guerra non è rivolta solo contro la bellicosità delle potenze comuniste, ma contro la nostra stessa violenza, il fanatismo e l’avidità. Naturalmente, questo tipo di pensiero non sarà popolare nelle tensioni di una guerra fredda. Nessuno è incoraggiato a essere troppo lucido, perché la coscienza può rendere codardi, diluendo la forte convinzione che la nostra parte abbia completamente ragione e l’altra completamente torto. Ma la responsabilità cristiana non è verso una parte o l’altra nella lotta di potere: è verso Dio e la verità, e l’umanità intera.

Questo non è uno studio politico. Ma le opzioni morali dei nostri tempi sono necessariamente implicate in varie interpretazioni di realtà politica. I diversi punti di vista sulla situazione che prevalgono in occidente reagiscono l’uno con l’altro e tutti insieme si combinano a creare difficoltà e complessità estreme. Sorge allora la domanda se l’uomo sia realmente in grado di scegliere la pace piuttosto che la guerra nucleare o se le scelte siano ineluttabilmente fatte per lui dall’interazione di forze sociali. La risposta a questa domanda dipende da molti fattori che vanno oltre il controllo.


Nessuno dubita seriamente della possibilità che l’uomo e la sua società siano completamente distrutti in una guerra nucleare. Questa possibilità deve essere affrontata sobriamente, anche se è così rilevante in tutte le sue implicazioni che fatichiamo ad adattarci a essa in modo pienamente razionale. In realtà, questa spaventosa minaccia è l’arma psicologica principale della guerra fredda. L’America e la Russia stanno giocando al gioco paranoico del deterrente nucleare, ciascuna sperando disperatamente di difendere la pace, minacciando l’altra con bombe più potenti e con il totale annientamento.

In queste manovre politiche malate due cose sono assolutamente chiare: in primo luogo, la popolazione civile completamente indifesa e inerme da entrambi i lati è usata come ostaggio. Naturalmente, questo è più spesso insinuato che politicamente dichiarato. Dopotutto questo non è studiato per rendere popolare una potenza nucleare nell’epoca delle nazioni meno favorite. La “guerra contro i civili” è logicamente implicata in ogni “equilibrio del terrore” (perché dopotutto è il civile inerme che dovrebbe affrontare il terrore, e lo affronta). In secondo luogo, è ammesso molto seriamente che questa enorme minaccia può arrivare ad essere, ed è effettivamente usata, in modo assurdo e irrazionale. 


Coloro che pensano di poter difendere la propria indipendenza, i propri diritti civili e religiosi tramite un ricorso estremo alla bomba H non sembrano rendersi conto che la sola ombra della bomba può finire con il ridurre le loro credenze religiose e democratiche a livello di pure parole senza senso, che nascondono uno stato di belligeranza rigida e totalitaria che non tollererà opposizioni.

In un mondo in cui è sempre più certo che un altro Hitler o un altro Stalin possa apparire sulla scena, l’esistenza di armi così distruttive e la paralisi morale di capi e politici, combinata con la passività e la confusione di società di massa che esistono da entrambi i lati della cortina di ferro, costituisce il problema più grave in tutta la storia dell’uomo. I nostri tempi possono essere chiamati apocalittici, nel senso che sembriamo essere arrivati a un punto in cui tutto il dinamismo misterioso e nascosto della “storia della salvezza”, rivelato nella Bibbia, è sfociato in una crisi finale e decisiva. Il termine “fine del mondo” può essere o meno alla portata della nostra comprensione. Ma in ogni caso sembriamo assistere allo svelarsi dei simboli, misteriosamente vividi, dell’ultimo libro del Nuovo Testamento. Nella loro evidenza, essi ci rivelano noi stessi come gli uomini il cui destino è quello di vivere in un momento di probabile decisione finale. In una parola, la fine della nostra società civilizzata dipende del tutto letteralmente da noi e dai nostri immediati discendenti, se ce ne saranno. Sta a noi decidere se arrenderci all’odio, al terrore e all’amore cieco del potere in sé e per sé e quindi precipitare il nostro mondo nell’abisso, o se, frenando la nostra brutalità, possiamo pazientemente e umanamente lavorare insieme per interessi che trascendono i limiti di qualsiasi comunità nazionale o ideologica.

Qualcuno può qui obiettare che questo oscuro punto di vista della situazione contemporanea rifletta una mancanza di ottimismo cristiano e perfino un’abdicazione pessimista della speranza cristiana. Ma cos’è l’ottimismo cristiano e che cosa costituisce la speranza cristiana? Deve essere certamente qualcosa di più che una vaga e irresponsabile convinzione che, quali che siano i nostri peccati, errori e sbagli, Dio farà prosperare i nostri affari temporali e ci procurerà una sicurezza e una felicità infallibili sulla terra. Ci è veramente promessa una felicità temporale così come una eterna. Una bella vita è veramente disponibile per noi sulla terra, in una società davvero giusta e ben ordinata. Ma quando, come risultato dell’avidità, della follia e della disperazione di uomini che hanno rifiutato la giustizia, la società dell’uomo cade a pezzi, l’ottimismo cristiano non consiste nello sperare che Dio rimetterà tutto di nuovo insieme esattamente com’era prima. Questo non è nient’altro che un’aspettativa che Dio benedica e protegga indefinitamente lo status quo. Mi sembra che, considerando alcuni degli svantaggi di una tale situazione, questo non possa proprio dirsi un punto di vista ottimistico. D’altro canto, è certamente giusto sperare che, nonostante tutta la nostra follia, Dio nella sua misericordia possa e voglia preservare la razza umana dal suicidio globale. Certamente rimaniamo però liberi di rifiutare la sua misericordia e questo è il terribile pericolo dell’ora presente. Siamo sfidati a dimostrare di essere abbastanza razionali, spirituali e umani da meritare la sopravvivenza, agendo secondo le norme etiche e spirituali più alte che conosciamo. Come cristiani crediamo che queste norme ci siano state trasmesse dal vangelo e dalla teologia tradizionale della chiesa. Dobbiamo comunque vivere di queste norme in tutta la loro profondità e serietà e non solo invocarle per giustificare una condotta che in realtà viola il loro vero spirito. Chiedere che Dio benedica la guerra nucleare è un esempio calzante!


L’Apocalisse descrive lo stadio finale della storia del mondo come una lotta di potere totale e spietata, in cui sono impegnati tutti i re della terra, ma che ha una dimensione spirituale interiore che questi re sono incapaci di vedere e di comprendere. Le guerre, i cataclismi e le epidemie che distruggono la realtà terrena sono in realtà la proiezione e la manifestazione esteriori di una battaglia spirituale nascosta. Due dimensioni, quella spirituale e quella materiale, si intersecano. Essere impegnati consapevolmente e di buon grado nella lotta di potere mondana, nella politica, negli affari e nella guerra significa precipitare con il mondo nella distruzione. I santi sono “nel mondo” e indubbiamente soffrono come tutti gli altri per i suoi conflitti omicidi. In effetti, in un primo momento essi sembrano essere sconfitti e distrutti (cf. Ap 3, 7). Ma essi vedono il significato intimo di queste lotte e sono pazienti. Hanno fiducia che Dio realizzi i loro destini e li salvi dalla distruzione finale, i cui esiti non sono soggetti al loro controllo. Quindi non badano ai dettagli della lotta di potere del mondo e non tentano di influenzarla o di impegnarsi in essa in un modo o nell’altro, nemmeno per i propri apparenti benefici, né per la sopravvivenza. Perché si rendono conto che la loro sopravvivenza non ha nulla che fare con l’esercizio della forza o con l’ingenuità. Il tema sempre ricorrente dell’Apocalisse è allora che il tipico impero mondano di Babilonia (Roma) non può che essere “ebbro del sangue dei martiri di Gesù” (Cf Ap 17,6) e che perciò i santi devono “uscire da esso” e rompere tutti i rapporti con esso e con le sue preoccupazioni peccaminose (Cf Ap 18,4 ss.) perché il suo giudizio è deciso “in un’ora” e il fumo del disastro “salirà al cielo per sempre” (Ap 19,3). Ma l’autore dell’Apocalisse non consiglia la fuga, perché non vi è nessuna via di fuga geografica da Babilonia: l’unica via di fuga è in un regno spirituale attraverso il martirio, deponendo la propria vita nella fedeltà a Dio e nella protesta contro l’impurità, la magia, la finzione e la furia omicida della città mondana (Cf Ap 21,4-8).


Qual è il ruolo della guerra in tutto ciò? La guerra è “colui che cavalca il cavallo rosso” che è mandato a preparare la distruzione del mondo, perché “ha ricevuto il potere di togliere la pace dalla terra perché si sgozzassero a vicenda e gli fu consegnata una grande spada” (Ap 6,4). I quattro cavalieri (la guerra, la fame, la morte e la pestilenza) sono mandati come segni e precursori del compimento finale della storia. Quelli che hanno fatto prigionieri i santi saranno essi stessi fatti prigionieri, quelli che hanno ucciso i santi saranno essi stessi uccisi in guerra e i santi, a suo tempo, saranno salvati dal cataclisma dalla loro costanza (Cf Ap 13,10). Tradotti in termini storici, questi misteriosi simboli dell’Apocalisse ci mostrano l’atteggiamento cristiano primitivo verso la guerra, l’ingiustizia e le persecuzioni

La pace nell’era postcristiana, a cura di P. Burton, J. Forest, B. Paoli, G. Dotti, Ed Quiqajon, 2005, 288 p. (passim)

Thomas Merton (1915 - 1968), monaco cistercense, poeta e scrittore statunitense 

domenica 15 dicembre 2024

Ogni popolo guardi al dolore dell'altro e sarà pace

Torno da Gerusalemme avendo ancora negli orecchi il suono sinistro delle sirene della polizia e delle ambulanze dopo il terribile attentato di martedì 19 agosto. Ma ciò che sempre più ascolto dentro di me non è soltanto il dolore, lo sdegno, la riprovazione, che si estende a tutti gli atti di violenza, da qualunque parte provengano. È una parola più profonda e radicale, che abita nel cuore di ogni uomo e donna di questo mondo: non fabbricarti idoli!

Questa parola risuona nella Bibbia a partire dalle prime parole del Decalogo e la percorre tutta quanta, dalla Genesi all'Apocalisse.

È dunque un comandamento che tocca profondamente il cuore di ebrei e cristiani e segna un principio irrinunciabile di vita e di azione. Ed è un comandamento anche molto caro all'Islam, che ne fa uno dei pilastri della sua concezione religiosa: c'è un Dio solo, potente e misericordioso, e nulla è comparabile a lui.

Ma è anche un precetto segreto che risuona nel cuore di ogni persona umana: chi adora o serve in ogni modo un idolo ha una coscienza almeno vaga di voler "usare" la divinità o comunque un principio assoluto per i propri scopi, sente che sta strumentalizzando e sottoponendo ai propri interessi un sistema di valori a cui occorre invece rendere onore. Per questo chiunque adora un idolo intuisce che in qualche modo si degrada, sta facendo il proprio male e sta preparandosi a fare del male agli altri.

Ma non ci sono soltanto gli idoli visibili. Più radicati e potenti, duri a morire, sono gli idoli invisibili, quelli che rimangono anche quando sembra escluso ogni riferimento religioso. Tra essi vi sono gli idoli della violenza, della vendetta, del potere (politico, militare, economico...) sentito come risorsa definitiva e ultima. È l'idolo del voler stravincere in tutto, del non voler cedere in nulla, del non accettare nessuna di quelle soluzioni in cui ciascuno sia disposto a perdere qualche cosa in vista di un bene complessivo. Questi idoli, anche se si presentano con le vesti rispettabili della giustizia e del diritto, sono in realtà assetati di sangue umano.

Essi hanno una duplice caratteristica: schiavizzano e accecano. Infatti, come dice la Bibbia, chi adora gli idoli diviene schiavo degli idoli, anche di quelli invisibili: non può più sottrarsi ad esempio alla spirale perversa della vendetta e della ritorsione. E chi è schiavo dell'idolo diventa cieco riguardo al volto umano dell'altro. Ricordo la frase con cui alcuni giovani ex-terroristi degli anni '80 cercavano di descrivere come avessero potuto sparare e uccidere: "non vedevamo più il volto degli altri".

Le violenze che si scatenano oggi in tante parti del mondo sono il segno che c'è un'adorazione di questi idoli e che essi ripagano con la loro moneta distruggitrice chiunque renda loro omaggio. Chi ha fiducia solo nella violenza e nel potere prima o poi tende a eliminare e distruggere l'altro e alla fine distrugge se stesso. Già san Paolo ammoniva: "se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!". E ancora: "Non vi fate illusioni: non ci si può prendere gioco di Dio. Ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato" (Lettera ai Galati 5,15 e 6,7).

Siamo nel vortice di una crisi di umanità che intacca il vincolo di solidarietà fra tutto quanto ha un volto umano. Nell'adorazione dell'idolo della potenza e del successo totale ad ogni costo è l'idea stessa di uomo, di umanità che viene offesa, è l'immagine stessa di Dio che viene sfigurata nell'immagine sfigurata dell'uomo.

Ma proprio da questa situazione, dalla presa di coscienza di trovarsi in un tragico vicolo cieco di violenza - ha cui ha fatto più volte allusione il Papa Giovanni Paolo II - può scaturire un grido di allarme salutare e urgente, più forte dell'idolatria del potere e della violenza. È un grido che si traduce concretamente nel proclamare che non vi sono alternative al dialogo e alla pace. Lo sta da tempo ripetendo in tanti modi Giovanni Paolo II. Ma esso è un grido che precede le dichiarazioni pubbliche, per quanto accorate. Risuona infatti nel cuore di ogni uomo o donna di questo mondo che si ponga il problema della sopravvivenza umana. Di alternativo alla pace oggi vi è solo il terrore, comunque espresso. Quando la sola alternativa è il male assoluto, il dialogo non è solo una delle possibili vie di uscita, ma una necessità ineludibile. Per questo i leader di tutte le parti tra loro contrastanti debbono rischiare senza esitazioni il dialogo della pace.

Tutto ciò fa emergere ancora più chiaramente le responsabilità della comunità internazionale, quelle dell'Onu e quelle dell'Europa, quelle degli Stati Uniti, della Russia e dei paesi arabi. È necessario che tutti aiutino il processo di pace che si era appena iniziato, con una pressione forte e convinta a favore della Road Map e anche con la prontezza a fornire un sostegno politico e finanziario alle comunità che hanno il coraggio di rischiare la pace. Alla costruzione di muri di cemento e di pietra per dividere le parti contrastanti è preferibile un ponte di uomini che, pur garantendo la sicurezza di entrambe le parti, consenta alle due comunità di comunicare e di intendersi sempre più sulle cose essenziali e su quelle quotidiane.

Certamente l'odio che si è accumulato è grande e grava sui cuori. Vi sono persone e gruppi che se ne nutrono come di un veleno che mentre tiene in vita insieme uccide. Per superare l'idolo dell'odio e della violenza è molto importante imparare a guardare al dolore dell'altro. La memoria delle sofferenze accumulate in tanti anni alimenta l'odio quando essa è memoria soltanto di se stessi, quando è riferita esclusivamente a sé, al proprio gruppo, alla propria giusta causa. Se ciascun popolo guarderà solo al proprio dolore, allora prevarrà sempre la ragione del risentimento, della rappresaglia, della vendetta. Ma se la memoria del dolore sarà anche memoria della sofferenza dell'altro, dell'estraneo e persino del nemico, allora essa può rappresentare l'inizio di un processo di comprensione. Dare voce al dolore altrui è premessa di ogni futura politica di pace.

Non fabbricarti idoli: idolo è anche porre se stesso e i propri interessi al di sopra di tutto, dimenticando l'altro, le sue sofferenze, i suoi problemi. Il superamento della schiavitù dell'idolo consiste nel mettere l'altro al centro, così da creare quella base di comprensione che permette di continuare il dialogo e le trattative.

Corriere della Sera, 27 Agosto 2003

Carlo Maria Martini (1927 – 2012), cardinale, arcivescovo cattolico, biblista e teologo italiano


lunedì 2 dicembre 2024

Domani, siete voi. Il testamento di Raoul Follereau


Eccomi al crepuscolo di una esistenza che ho condotto il meglio possibile, ma che rimane incompiuta. Il tesoro che vi lascio, è il bene che io non ho fatto, che avrei voluto fare e che voi farete dopo di me. Possa solo questa testimonianza aiutarvi ad amare. Questa è l’ultima ambizione della mia vita, e l’oggetto di questo “testamento”.


Giovani di tutto il mondo, o la guerra o la pace sono per voi. Scrivevo, venticinque anni fa: “O gli uomini impareranno ad amarsi o, infine, l’uomo vivrà per l’uomo, o gli uomini moriranno”. Tutti e tutti insieme.

Il nostro mondo non ha che questa alternativa: amarsi o scomparire. Bisogna scegliere. Subito. E per sempre. Ieri, l’allarme. Domani, l’inferno.

I Grandi – questi giganti che hanno cessato di essere uomini – possiedono, nelle loro turpi collezioni di morte, 20.000 bombe all’idrogeno, di cui una sola è sufficiente a trasformare un’intera Metropoli in un immenso cimitero. Ed essi continuano la loro mostruosa industria producendo tre bombe ogni 24 ore. L’Apocalisse è all’angolo della strada.

Ragazzi, Ragazze di tutto il mondo, sarete voi a dire “no” al suicidio dell’umanità.

“Signore, vorrei tanto aiutare gli altri a vivere”. Questa fu la mia preghiera di adolescente.

Credo di esserne rimasto, per tutta la mia vita, fedele…

Ed eccomi al crepuscolo di una esistenza che ho condotto il meglio possibile, ma che rimane incompiuta.

Il tesoro che vi lascio, è il bene che io non ho fatto, che avrei voluto fare e che voi farete dopo di me. Possa solo questa testimonianza aiutarvi ad amare. Questa è l’ultima ambizione della mia vita, e l’oggetto di questo “testamento”.

Proclamo erede universale tutta la gioventù del mondo. Tutta la gioventù del mondo: di destra, di sinistra, di centro, estremista: che mi importa!

Tutta la gioventù: quella che ha ricevuto il dono della fede, quella che si comporta come se credesse, quella che pensa di non credere. C’è un solo cielo per tutto il mondo.

Più sento avvicinarsi la fine della mia vita, più sento la necessità di ripetervi: è amando che noi salveremo l’umanità.

E di ripetervi: la più grande disgrazia che vi possa capitare è quella di non essere utili a nessuno, e che la vostra vita non serva a niente.

Amarsi o scomparire.

Ma non è sufficiente inneggiare a: “la pace, la pace”, perché la Pace cessi di disertare la terra.

Occorre agire. A forza di amore. A colpi di amore.

I pacifisti con il manganello sono dei falsi combattenti. Tentando di conquistare, disertano. Il Cristo ha ripudiato la violenza, accettando la Croce.

Allontanatevi dai mascalzoni dell’intelligenza, come dai venditori di fumo: vi condurranno su strade senza fiori e che terminano nel nulla.

Diffidate di queste “tecniche divinizzate” che già San Paolo denunciava.

Sappiate distinguere ciò che serve da ciò che sottomette.

Rinunciate alle parole che sono tanto più vuote quanto sonore.

Non guarirete il mondo con dei punti esclamativi.

Ciò che occorre è liberarlo da certi “progressi” e dalle loro malattie, dal denaro e dalla sua maledizione.

Allontanatevi da coloro per i quali tutto si risolve, si spiega e si apprezza in rapporto ai biglietti di banca.

Anche se sono intelligenti essi sono i più stupidi di tutti gli uomini.

Non si fa un trampolino con una cassaforte.

Bisognerà che dominiate il potere del denaro, altrimenti quasi nulla di umano è possibile, ma con il quale tutto marcisce.

Esso, Corruttore, diventi Servitore.

Siate ricchi della felicità degli altri.

Rimanete voi stessi. E non un altro. Non importa chi. Fuggite le facili vigliaccherie dell’anonimato.

Ogni essere umano ha un suo destino. Realizzate il vostro, con gli occhi aperti, esigenti e leali.

Niente diminuisce mai la dimensione dell’uomo. Se vi manca qualcosa nella vita è perché non avete guardato abbastanza in alto.

Tutti simili? No.

Ma tutti uguali e tutti insieme!

Allora sarete degli uomini. Degli uomini liberi.

Ma attenzione! La libertà non è una cameriera tuttofare che si può sfruttare impunemente. Né un paravento sbalorditivo dietro il quale si gonfiano fetide ambizioni.

La libertà è il patrimonio comune di tutta l’Umanità. Chi è incapace di trasmetterla agli altri è indegno di possederla.

Non trasformate il vostro cuore in un ripostiglio; diventerebbe presto una pattumiera.

Lavorate. Una delle disgrazie del nostro tempo è che si considera il lavoro come una maledizione. Mentre è redenzione.

Meritate la felicità di amare il vostro dovere.

E poi, credete nella bontà, nell’umile e sublime bontà.

Nel cuore di ogni uomo ci sono tesori d’amore.

Spetta a voi, scoprirli.

La sola verità è amarsi.

Amarsi gli uni con gli altri, amarsi tutti. Non a orari fissi, ma per tutta la vita.

Amare la povera gente, amare le persone infelici (che molto spesso sono dei poveri esseri), amare lo sconosciuto, amare il prossimo che è ai margini della società, amare lo straniero che vive vicino a voi.

Amare.

Voi pacificherete gli uomini solamente arricchendo il loro cuore.

Testimoni troppo spesso legati al deterioramento di questo secolo (che fu per poco tempo così bello), spaventati da questa gigantesca corsa verso la morte di coloro che confiscano i nostri destini, asfissiati da un “progresso” folgorante, divoratore ma paralizzante, con il cuore frantumato da questo grido “ho fame!” che si alza incessante dai due terzi del mondo, rimane solo questo supremo e sublime rimedio: Essere veramente fratelli.

Allora… domani? Domani, siete voi.

1977

Raoul Follereau (1893 - 1977), giornalista, filantropo e poeta francese 

giovedì 18 aprile 2024

Pensare la pace durante un raid aereo


La notte scorsa e quella precedente i tedeschi erano sopra la nostra casa. Adesso sono tornati. È un'esperienza strana, trovarsi sdraiati al buio ad ascoltare il volo di un calabrone che in ogni momento potrebbe pungerti fatalmente. É un rumore che interrompe il fluire calmo e continuo di un pensiero sulla pace; eppure un frastuono che costringe a concentrarsi sulla pace, molto più di una preghiera o di un inno nazionale.

Finché non pensiamo la pace tanto intensamente da materializzarla, ci ritroveremo tutti - non solo questo singolo corpo, in questo singolo letto, ma milioni di corpi non ancora nati - in un'unica tenebra con il medesimo ronzio mortifero sopra la testa. Sforziamoci allora di pensare a come costruire l'unico rifugio antiaereo efficace mentre le mitragliatrici sulla collina sparano a raffica, i fari toccano le nuvole e di tanto in tanto cade una bomba, a volte vicino, altre lontano.

Agosto 1940

Virginia Woolf (1882 – 1941), scrittrice, saggista e attivista britannica

[nella foto: l'ingresso di un palazzo di Bakhmut (Ucraina) distrutto da un missile russo]

mercoledì 3 aprile 2024

Un mondo di pace

Ogni bambino della Terra,

vuole la pace e non la guerra,

allora proprio non riesco a capire

perché tanti popoli debbono soffrire.

Se tutti i bambini che vivono al mondo,

facessero un grande girotondo,

insieme alle mamme e ai loro papà,

sarebbe di certo la felicità.

Per questo per Pasqua ho un augurio speciale,

vorrei che la pace potesse regnare,

che non esistesse mai più il dolore

e che ovunque regnasse l'amore.

Sarebbe una Pasqua universale,

senza dolori, senza più male

solo con gioia e tanto affetto,

allora sarebbe un mondo perfetto.

martedì 26 marzo 2024

Jung, l'inconscio, la guerra


La psicologia del singolo corrisponde alla psicologia delle nazioni

La guerra “ha mostrato spietatamente all’uomo civile che egli è ancora un barbaro” perché il conflitto alberga dentro ognuno di noi in quanto: “la psicologia del singolo corrisponde alla psicologia delle nazioni. Ogni singolo individuo fa ciò che fanno le nazioni e, fin quando lo fa l’individuo, lo fa anche la nazione. La psicologia della nazione può cambiare soltanto se cambia l’atteggiamento dell’individuo. I grandi problemi dell’umanità non sono mai stati risolti da leggi generali, ma sempre e soltanto da un mutato atteggiamento del singolo.

Psicologia dell’Inconscio (1912)


Cominciare da sé stessi

La visione di questa catastrofe [ il Primo conflitto mondiale ] risospinge su sé medesimo l’uomo, nel sentimento della sua totale impotenza; lo induce a guardare dentro di sé e, poiché tutto oscilla e sembra lì lì per crollare, l’uomo cerca qualcosa a cui appigliarsi. Sono ancora molti, troppi coloro che cercano al di fuori; alcuni credono all’illusione della vittoria e della forza vittoriosa, altri confidano nei trattati e nelle leggi, altri ancora sperano nella distruzione dell’ordine esistente. Troppo pochi invece cercano al didentro, nel proprio Sé, e troppo pochi si domandano se il miglior servizio che si può rendere alla società umana non consista dopo tutto nel cominciare da sé stessi, applicando prima e unicamente alla propria persona e nel proprio foro interiore il sommovimento dell’ordine esistente, le leggi, le vittorie di cui va cianciando ad ogni angolo di strada, anziché pretendere di imporle ai propri simili. Il singolo individuo ha bisogno di un rivolgimento, di una rottura interna, di staccarsi da ciò che già esiste per rinnovarsi, ma non deve imporre tutto ciò ai suoi simili sotto il manto ipocrita del cristiano amor del prossimo o del senso di responsabilità sociale, e delle altre belle parole con cui copre inconsci bisogni personali di potenza. Conoscenza di sé, ritorno del singolo al fondo dell’essenza umana, alla propria essenza e alla certezza individuale e sociale di questa, ecco il modo per cominciare a guarire dalla cecità che predomina nell’ora attuale.

Due testi di psicologia analitica (1918), Opere 7


Domani la tua sovranità sarà ridotta in cenere

Ma che cosa vuoi ancora conquistare? Di più della terra non puoi conquistare. E cos’è poi la terra? É tutta tonda, una goccia sospesa nell’universo. Al sole non puoi arrivare e neppure alla desolata luna basta il tuo potere; non puoi assoggettare il mare, la neve dei poli o la sabbia del deserto, ma alla fin fine soltanto qualche lembo di terra verde. E le tue conquiste non sono nemmeno di lunga durata. Domani la tua sovranità sarà ridotta in cenere, perché dovresti soprattutto – e perlomeno – assoggettare la morte. Dunque, non essere folle e metti via le armi. Dio stesso ha fatto in mille pezzi la tua arma. L'armatura ti sia sufficiente a proteggerti dai folli che pensano ancora alle conquiste.

Il Libro Rosso (1913 - 1930), 2, IX

Carl Gustav Jung (1875-1961), psichiatra, psicoanalista, antropologo e filosofo svizzero


venerdì 8 marzo 2024

Preghiera a Maria, Madre di Dio, per ottenere la pace


Tu che sei stata salutata dallo Spirito della Pace,
ottienici la pace.
Tu che hai accolto in te il Verbo della Pace,
ottienici la pace.
Tu che hai donato al mondo il Principe della Pace,
ottienici la pace.
Tu che hai donato l’eterna misericordia del Figlio in croce,
ottienici la pace.

Astro clemente nella notte selvaggia dei popoli,
noi desideriamo la pace.

Colomba di dolcezza tra gli avvoltoi della violenza,
noi aspiriamo alla pace.

Ramo d’olivo che cresci nelle foreste disseccate dei cuori,
noi cerchiamo la pace.

Perché i prigionieri siano, infine, liberati,
perché gli esiliati ritrovino la loro patria,
perché tutte le ferite siano guarite,
ottienici la pace.

Per l’angoscia degli uomini
noi ti domandiamo pace.
Per i bimbi che dormono nelle loro culle,
noi ti domandiamo pace.

Tu la madre dei diseredati,
tu, la nemica dei cuori di pietra,
brillante Stella nella notte dello smarrimento,
noi ti domandiamo pace.

Gertrud von Le Fort (1876 – 1971), scrittrice tedesca

giovedì 1 febbraio 2024

Liberarsi dall'odio

Una pace futura potrà esser veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso – se ogni uomo si sarà liberato dall'odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato quest'odio e l'avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore se non è chiedere troppo.

Etty Hillesum

martedì 30 gennaio 2024

Pace - Gianni Rodari

Promemoria

Ci sono cose da fare ogni giorno:
lavarsi, studiare, giocare
preparare la tavola,
a mezzogiorno.

Ci sono cose da fare di notte:
chiudere gli occhi, dormire,
avere sogni da sognare,
orecchie per sentire.

Ci sono cose da non fare mai,
né di giorno né di notte
né per mare né per terra:
per esempio, la guerra.


Dopo la pioggia 

Dopo la pioggia viene il sereno
brilla in cielo l’arcobaleno:
è come un ponte imbandierato
e il sole vi passa, festeggiato.

É bello guardare a naso in su
le sue bandiere rosse e blu.

Però lo si vede – questo è il male –
soltanto dopo il temporale.

Non sarebbe più conveniente
il temporale non farlo per niente?

Un arcobaleno senza tempesta
questa sì che sarebbe festa.

Sarebbe una festa per tutta la terra
fare la pace prima della guerra.


Filastrocca corta e matta

Filastrocca corta e matta:
il porto vuole sposare la porta;
la viola studia il violino;
il mulo dice: “Mio figlio è il mulino”;
la mela dice: “Mio nonno è il melone”;
il matto vuole essere un mattone.

E il più matto della terra
sapete che vuole?
Fare la guerra!


Filastrocca in tutte le lingue

Filastrocca dimmi «sì»,
in francese dimmi «oui»,
in tedesco dimmi «ja»,
ed in russo dimmi «da».

Ogni uccello ha la sua canzone,
ha la sua lingua ogni nazione.

Ma le voci del lavoro
fan dappertutto lo stesso coro:
senti la falce e il rastrello,
il piccone ed il martello,
dal mattino fino alla sera,
di qua e di là dalla frontiera,
in tutte le lingue della terra
cantano insieme «Pace non guerra».

(pubblicata con lo pseudonimo di Lino Picco)


Il cielo è di tutti

Qualcuno che la sa lunga
mi spieghi questo mistero:
il cielo è di tutti gli occhi
di ogni occhio è il cielo intero.

È mio, quando lo guardo.
È del vecchio, del bambino,
del re, dell’ortolano,
del poeta, dello spazzino.

Non c’è povero tanto povero
che non ne sia il padrone.
Il coniglio spaurito
ne ha quanto il leone.

Il cielo è di tutti gli occhi,
ed ogni occhio, se vuole,
si prende la luna intera,
le stelle comete, il sole.

Ogni occhio si prende ogni cosa
e non manca mai niente:
chi guarda il cielo per ultimo
non lo trova meno splendente.

Spiegatemi voi dunque,
in prosa o in versetti,
perché il cielo è uno solo
e la Terra è tutta a pezzetti?


21 Marzo

La prima rondine
venne iersera
a dirmi: "È prossima
la Primavera!
Ridon le primule
nel prato, gialle,
e ho visto, credimi,
già tre farfalle".

Accarezzandola
così le ho detto:
"Sì è tempo, rondine,
vola sul tetto!"

Ma perché agli uomini
ritorni in viso
come nei teneri
prati il sorriso
un’altra rondine
deve tornare
dal lungo esilio,
di là dal mare.

La Pace, o rondine,
che voli a sera!
Essa è per gli uomini
la primavera.


Gianni Rodari (1920 – 1980), scrittore e pedagogista italiano

Pace - Bertold Brecht

I bambini giocano alla guerra

I bambini giocano alla guerra.
É raro che giochino alla pace
perché gli adulti
da sempre fanno la guerra,
tu fai “pum” e ridi;
il soldato spara
e un altro uomo
non ride più.

É la guerra.

C’è un altro gioco
da inventare:
far sorridere il mondo,
non farlo piangere.

Pace vuol dire
che non a tutti piace
lo stesso gioco,
che i tuoi giocattoli
piacciono anche
agli altri bimbi
che spesso non ne hanno,
perché ne hai troppi tu;
che i disegni degli altri bambini
non sono dei pasticci;
che la tua mamma
non è solo tutta tua;
che tutti i bambini
sono tuoi amici.

E pace è ancora
non avere fame
non avere freddo
non avere paura.


La guerra che verrà

La guerra che verrà non è la prima. 
Prima ci sono state altre guerre.

Alla fine dell’ultima
c’erano vincitori e vinti.

Fra i vinti la povera gente
faceva la fame. 

Fra i vincitori
faceva la fame la povera gente egualmente.


Quando la guerra comincia

Forse i vostri fratelli si trasformeranno
e i loro volti saranno irriconoscibili.
Ma voi dovete rimanere eguali.

Andranno in guerra, 
non come ad un massacro,
ad un serio lavoro. 
Tutto avranno dimenticato.
Ma voi nulla dovete dimenticare.

Vi verseranno grappa nella gola come a tutti gli altri.
Ma voi dovete rimanere lucidi.


Sul muro c'era scritto

Sul muro c'era scritto col gesso:
vogliono la guerra.
Chi l'ha scritto
è già caduto.

Chi sta in alto dice:
si va verso la gloria.
Chi sta in basso dice:
si va verso la fossa.

La guerra che verrà
non è la prima. 
Prima ci sono state altre guerre.
Alla fine dell'ultima
c'erano vincitori e vinti.

Fra i vinti
la povera gente faceva la fame.
Fra i vincitori 
faceva la fame la povera gente egualmente.

Al momento di marciare molti non sanno
che alla loro testa marcia il nemico.

La voce che li comanda
è la voce del loro nemico.

Ecco gli elmi dei vinti

Ecco gli elmi dei vinti, 
abbandonati, in piedi, di traverso e capovolti.

E il giorno amaro in cui voi siete stati vinti 
non è quando ve li hanno tolti,
ma fu quel primo giorno in cui 
ve li siete infilati senza altri commenti,
quando vi siete messi sull'attenti
e avete cominciato a dire sì.


Eppure noi sappiamo

Eppure sappiamo:
anche l'odio verso la bassezza
distorce i tratti del viso.
Anche l'ira per le ingiustizie
rende la voce rauca.

Ah, noi che volevamo preparare il terreno per la gentilezza
noi non potevamo essere gentili.
Ma voi, quando sarà venuto il momento
in cui l'uomo sarà amico dell'uomo,
ricordateci con indulgenza.


Generale 

Generale, il tuo carro armato
è una macchina potente
Spiana un bosco e sfracella cento uomini.
Ma ha un difetto:
ha bisogno di un carrista.

Generale, il tuo bombardiere è potente.
Vola più rapido d’una tempesta 
e porta più di un elefante.
Ma ha un difetto:
ha bisogno di un meccanico.

Generale, l’uomo fa di tutto.
Può volare e può uccidere.
Ma ha un difetto:
può pensare.


Chi sta in alto dice pace e guerra

Sono di essenza diversa.
La loro pace e la loro guerra
son come vento e tempesta.

La guerra cresce dalla loro pace
come il figlio dalla madre.
Ha in faccia
i suoi lineamenti orridi.

La loro guerra uccide
quel che alla loro pace
è sopravvissuto.


Quelli che stanno in alto 

Quelli che stanno in alto
si sono riuniti in una stanza.

Uomo della strada
lascia ogni speranza.

I governi
firmano patti di non aggressione.

Uomo qualsiasi,
firma il tuo testamento.


Mio fratello aviatore 

Mio fratello era aviatore
un giorno ricevette la cartolina.
Fece i bagagli e andò via,
lungo la rotta del sud.

Mio fratello è un conquistatore.
Il popolo nostro ha bisogno di spazio. 
E prendersi terre su terre,
da noi, è un vecchio sogno.

E lo spazio che si è conquistato
è sui monti del Guadarrama.
È lungo un metro e ottanta
e di profondità uno e cinquanta…


Al momento di marciare 

Al momento di marciare molti non sanno
che alla loro testa marcia il nemico.

La voce che li comanda
è la voce del loro nemico.
E chi parla del nemico
è lui stesso il nemico.


Quando chi sta in alto parla di pace 

Quando chi sta in alto parla di pace
la gente comune sa
che ci sarà la guerra.

Quando chi sta in alto maledice la guerra
le cartoline precetto sono già compilate.

Bertholt Brecht (1898 - 1956), drammaturgo, poeta e regista tedesco


giovedì 11 gennaio 2024

Lo specchio

Il problema dell'identità implica il rapporto con un oggetto meraviglioso, magico: lo specchio. Psicologi, filosofi e scrittori hanno tutti insistito sull'importanza di poter rimirare la nostra immagine e lo "stadio dello specchio" di Lacan o il mito di Narciso sono noti a tutti. Nel suo magnifico libro intitolato La specie umana, Robert Antelme descrive con sobrietà e commozione come, nei campi di sterminio tedeschi, i prigionieri stessero per ore in fila la domenica, per poter vedere, anche solo per qualche secondo, la propria immagine riflessa in un pezzetto di specchio, un volto che, il più delle volte, stentavano a riconoscere:

"René possiede un pezzo di specchio trovato a Buchenwald dopo il bombardamento di agosto. Evita di mostrarlo perché immediatamente gli si fanno tutti intorno chiedendoglielo in prestito.

Vogliono potersi guardare.

Era di domenica, ero seduto sul mio pagliericcio (lo specchio in mano). Facevo con calma. Non ho verificato quale fosse il mio colorito, se giallo oppure grigiastro, né in che stato fossero i denti, o il naso... Di colpo mi sono trovato di fronte una faccia. Me n'ero dimenticato.

Quella domenica la mia faccia era nello specchio. Non era bella, non era brutta, semplicemente abbagliante. Mi aveva seguito e ora la ritrovavo lì, senza occupazione ma, in tutti i casi, lei. Sola, tentava di esprimere qualcosa che qui non si poteva cogliere. Era chiusa in un miraggio che balenava da questo pezzo di vetro.

Non si era così, qui. Si poteva essere così solo nello specchio, soli, e ciò che i compagni attendevano con tanta ansia, era proprio questo brandello di solitudine scintillante dove si inabissavano le SS e tutto il resto. Ma bisognava cedere lo specchio, passarlo a qualcuno accanto, che lo stava aspettando, avido. Facevamo la coda per quello squarcio di solitudine e quando lo avevi in mano, gli altri ti assillavano per il loro turno".

Così giovane e già ebreo. Umorismo Yiddish, Casale Monferrato, Ed. Piemme, 2002 3 ed., 45 - 46

M.A. Ouakin - D. Rotnemer