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martedì 20 ottobre 2026

Ateismo

È la dottrina filosofica che nega l'esistenza di Dio. 

Tralasciando gli aspetti religiosi e culturali che gli sono connessi, sul piano metafisico l'ateismo costituisce una duplice contraddizione. Innanzitutto come negazione dell'Assoluto. Infatti la proposizione: «L'Assoluto necessariamente esiste» è una evidenza del sapere originario, innegabile. Ciò diviene più chiaro se, al posto di Assoluto, poniamo: la totalità assoluta dell'essere. E allora se c'è qualcosa - ed è innegabile che c'è qualcosa -, necessariamente c'è la totalità assoluta dell'essere. Ciò per il fatto che, o questo qualcosa è quella totalità, o vi appartiene come parte o come momento. In ogni caso, la totalità deve necessariamente essere ed essere posta. Quindi la negazione dell'Assoluto è un'autonegazione. Da qui si dovrà ulteriormente procedere alla determinazione essenziale della totalità assoluta dell'essere, e in particolare al riconoscimento del suo carattere divino e alla sua identificazione con Dio. L'ateismo può insorgere su questo percorso, e allora si potranno incontrare tutte quelle forme di ateismo che si caratterizzano come ricerca di Dio. Ma il punto metafisico essenziale - la contraddittorietà della negazione dell'Assoluto - resta inconfutabile.

In secondo luogo, l'ateismo è contraddittorio in quanto si chiude nell'affermazione del mondo, della totalità dell'essere che appare. Qui l'ateismo si scontra con la contraddizione il male, l'assurdo, la caducità, la morte, in una parola la negatività. Ma, anziché procedere al suo superamento, vi si arresta, vive ed esiste nella contraddizione, riscontrando anzi in essa un motivo valido per la negazione dell'Assoluto. Questa seconda dimensione dell'ateismo si qualifica come antiteismo, e si accompagna frequentemente con un atteggiamento di smisurata tracotanza (hýbris) o di esaltazione del finito - l'uomo, la libertà, l'emancipazione, la tecnica -, alle quali l'Assoluto impone invece un limite, un ostacolo, un impedimento, un'obiezione. Anche qui, anzi soprattutto qui, intervengono fattori culturali, che però lasciano intatto il problema metafisico della contraddizione.

Lessico di metafisica, Cinisello Balsamo, Ed. Paoline, 1998, p. 29 -30

Aniceto Molinaro (1936 - 2011), presbitero cattolico, scrittore, filosofo e docente universitario italiano


martedì 22 settembre 2026

Heidegger: Essere per la morte

Das Sein zur Möglichkeit als Sein-zum-Tode soll aber zu ihm sich so verhalten, daß er sich in diesem Sein und für es als Möglichkeit enthüllt. Solches Sein zur Möglichkeit fassen wir terminologisch als Vorlaufen in die Möglichkeit.

L'essere per la possibilità, in quanto essere-per-la-morte, deve tuttavia comportarsi verso di esso in modo tale che esso si sveli come possibilità in questo essere e per esso. Un simile essere per la possibilità lo cogliamo terminologicamente come il precorrere (o anticipare) la possibilità.

Sein und Zeit (Essere e tempo), 1927, p. 262

Martin Heidegger (1889 - 1976), filosofo tedesco 


In questo passo, Heidegger non parla del momento biologico del decesso, ma di come dovremmo vivere sapendo di dover morire. 

Nel testo cogliamo tre passaggi logici: 

1. La morte come "possibilità" e non come un semplice fatto. Normalmente pensiamo alla morte come a un evento futuro, una scadenza inevitabile che capiterà prima o poi. Questa visione viene ribaltata: per l'essere umano, la morte è la possibilità più grande di tutte. In che senso? Perché finché siamo vivi, abbiamo infinite possibilità (comprare una casa, cambiare lavoro, fare un viaggio). La morte, invece, è la possibilità che cancella tutte le altre, la fine dei nostri giochi. È l'unica cosa che nessuno può fare al posto nostro: è un'esperienza strettamente individuale.

2. Fuggire la morte. Heidegger nota che di solito viviamo in modo "inautentico". Sappiamo che si muore, ma lo consideriamo un fatto generico ("tutti muoiono", "capita agli altri"). In questo modo, allontaniamo il pensiero della nostra fine per non provare l'ansia del vuoto.

3. Che cos'è il "precorrere"? In sostanza Heidegger dice questo: per vivere in modo autentico, non dobbiamo aspettare che la morte arrivi passivamente, né dobbiamo far finta che non esista. Dobbiamo anticiparla mentalmente. 

 "Vorlaufen", cioè, precorrere la morte significa guardare coraggiosamente in avanti, verso la fine del nostro cammino, e accettare che la nostra vita è limitata e finita.

Quando accettiamo davvero che il nostro tempo ha una fine (cioè ci comportiamo verso la morte riconoscendola come l'ultima ed estrema possibilità della nostra esistenza), la nostra vita cambia sapore. Invece di perdere tempo dietro alle banalità di ogni giorno o a fare scelte dettate da quello che "fanno tutti", l'anticipazione della fine ci dà la spinta per riprendere in mano il timone. Ci permette di scegliere cosa è veramente importante per noi adesso. Guardare in faccia la morte svela la vita per quello che è: un'occasione unica e ma limitata da non sprecare.

lunedì 1 settembre 2025

Il paradosso del valore

C’è un enigma antico, che ha attraversato secoli di pensiero economico e filosofico: l’acqua, senza la quale non potremmo vivere, ha un prezzo bassissimo; i diamanti, che non servono a sopravvivere, hanno prezzi altissimi. È ciò che viene chiamato paradosso del valore o paradosso di Smith, dal nome dell’economista che lo rese celebre nel 1776.

A prima vista sembra un’assurdità. Eppure la spiegazione nasce dal distinguere tra valore d’uso e valore di scambio. L’acqua ha un valore d’uso immenso: disseta, irriga, lava, sostiene la vita stessa. Ma proprio perché abbondante, il suo valore di scambio rimane basso. I diamanti, al contrario, hanno un valore d’uso quasi nullo: non sfamano, non dissetano, non curano. Ma la loro rarità, unita al desiderio che suscitano, ha fatto sì che il loro valore di scambio diventasse elevatissimo.

La teoria economica dell’utilità marginale, elaborata nell’Ottocento, chiarisce il meccanismo: il prezzo non dipende dall’utilità totale di un bene, ma dall’utilità dell’ultima unità disponibile. Un bicchiere d’acqua in una città ricca di fontane vale pochissimo. Lo stesso bicchiere, se sei nel deserto e la tua gola brucia, può valere più di un diamante.

Ma c’è un’altra verità, più scomoda. Di diamanti, in realtà, ce ne sono molti più di quanto comunemente si creda: ogni anno ne vengono estratti oltre 120 milioni di carati naturali e prodotti più di 10 milioni di carati sintetici in laboratorio. Se seguissero la logica dell’abbondanza, i diamanti dovrebbero avere un prezzo accessibile. E invece no. Perché per decenni le grandi società estrattive, come De Beers, hanno ridotto artificialmente l’offerta, immettendo sul mercato solo una parte della produzione, così da mantenere intatta l’illusione della rarità. Non è la natura a rendere i diamanti preziosi, ma il teatro del mercato.

Ed è proprio qui che il paradosso si allarga.

L’acqua è, ma non si mette in mostra: scorre, serve, sostiene senza apparire. È l’essenza della vita, ma non ha bisogno di specchiarsi in se stessa.

I diamanti invece appaiono più di quanto siano: brillano, riflettono, si fanno status e promessa d’eternità. Non sono essenziali, ma sono desiderati. Non perché servano, ma perché luccicano. (lo sappiamo servono anche nell'industria, ma quelli industriali costano molto meno)

Così, l’essere che non chiede riconoscimento resta svalutato, e l’apparire che abbaglia diventa moneta sonante. E alla fine, il prezzo non misura ciò che davvero fa vivere, ma ciò che convince gli uomini a sembrare vivi.

Lineamenti di economia politica, 1999 

Alessandro Roncaglia, professore emerito di Economia politica

domenica 24 novembre 2024

Nichilismo

Il Nichilismo presenta due dimensioni fondamentali.

La prima, la più visibile, è quella fisica: una pulsione alla distruzione di cose e persone... un concetto che a volte risulta molto utile quando si studia una guerra.

La seconda, di natura più concettuale, è altrettanto essenziale: il Nichilismo tende a distruggere la nozione stessa di verità... a vietare qualsiasi descrizione ragionevole del mondo.

La sconfitta dell'Occidente, Roma, Fazi editore, 2024, p. 49

Emmanuel Todd, storico, sociologo e antropologo francese

martedì 1 agosto 2023

Geometrizzare la vita

La rivoluzione Francese posto che fosse preparata dalla filosofia, non fu eseguita da lei, perché la filosofia specialmente moderna, non è capace per se medesima di operar nulla. E quando anche la filosofia fosse buona ad eseguire essa stessa una rivoluzione, non potrebbe mantenerla. È veramente compassionevole il vedere come quei legislatori francesi repubblicani, credevano di conservare, e assicurar la durata, e seguir l'andamento la natura e lo scopo della rivoluzione, col ridur tutto alla pura ragione, e pretendere per la prima volta ab orbe condito di geometrizzare tutta la vita. Cosa non solamente lagrimevole in tutti i casi se riuscisse, e perciò stolta a desiderare, ma impossibile a riuscire anche in questi tempi matematici, perché dirittamente contraria alla natura dell'uomo e del mondo.

Zibaldone, 8 luglio 1820

Giacomo Leopardi (1798-1837), poeta, filosofo, scrittore, filologo e glottologo italiano


mercoledì 30 marzo 2022

Il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me

“Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto piú spesso e piú a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me. Queste due cose io non ho bisogno di cercarle e semplicemente supporle come se fossero avvolte nell’oscurità, o fossero nel trascendente fuori del mio orizzonte; io le vedo davanti a me e le connetto immediatamente con la coscienza della mia esistenza. La prima comincia dal posto che io occupo nel mondo sensibile esterno, ed estende la connessione in cui mi trovo a una grandezza interminabile, con mondi e mondi, e sistemi di sistemi; e poi ancora ai tempi illimitati del loro movimento periodico, del loro principio e della loro durata. La seconda comincia dal mio io indivisibile, dalla mia personalità, e mi rappresenta in un mondo che ha la vera infinitezza, ma che solo l’intelletto può penetrare, e con cui (ma perciò anche in pari tempo con tutti quei mondi visibili) io mi riconosco in una connessione non, come là, semplicemente accidentale, ma universale e necessaria. Il primo spettacolo di una quantità innumerevole di mondi non annulla affatto la mia importanza di creatura animale che deve restituire al pianeta (un semplice punto nell’Universo) la materia della quale si formò, dopo essere stata provvista per breve tempo (e non si sa come) della forza vitale. Il secondo, invece, eleva infinitamente il mio valore, come valore di una intelligenza, mediante la mia personalità, in cui la legge morale mi manifesta una vita indipendente dall’animalità e anche dall’intero mondo sensibile, almeno per quanto si può riferire dalla determinazione conforme ai fini della mia esistenza mediante questa legge: la quale determinazione non è ristretta alle condizioni e ai limiti di questa vita, ma si estende all’infinito”.

Critica della Ragion Pratica, conclusione

Immanuel Kant (1724 – 1804), filosofo tedesco