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sabato 1 agosto 2026

Non omnis moriar

Non omnis moriar multaque pars mei
vitabit Libitinam usque ego postera
crescam laude recens...

Ho innalzato un monumento più duraturo del bronzo
e più alto della regale maestà delle piramidi, 
che né la pioggia che corrode, né il vento impetuoso
potrà abbattere né l’interminabile corso degli anni e la fuga del tempo.

Non morirò del tutto, anzi una gran parte di me
eviterà la morte; per sempre

io crescerò rinnovato dalla lode dei posteri
finché il pontefice salirà in Campidoglio
con la processione silenziosa delle vergini.

Si dirà che io, dove strepita scrosciante l’Ofanto
e dove Dauno povero d’acque regnò su popoli agresti
da umili origini fatto potente, per primo
ho portato a ritmi italiani la poesia eolica.

Assumiti questo traguardo
conquistato per tuo merito e con l’alloro di Delfi,
Melpomene, di buon grado cingimi i capelli.

Odi III 30

Orazio

giovedì 5 marzo 2026

Egli ha steso le braccia

Per inventare nuovi spazi

dove i corpi si rialzeranno,

egli ha steso le braccia:

l’uomo è liberato, il muro è crollato

su cui avevan scritto che Dio è morto.

Perché siete tristi ancora? 


      Dal quel giorno del sangue versato

      sapete ormai che tutto è grazia. 


Per trarvi fuori dalla stretta

e guidarvi in luoghi deserti,

egli ha steso le braccia:

il mare si è alzato, il popolo ha traversato

lo splendido sentiero ch’egli ha riaperto.

Perché non passare il mare?


Per trattenervi accanto a lui

trasfigurati dallo Spirito,

egli ha steso le braccia:

il velo è strappato e il libro dissigillato

che teneva nascosto il Dio vivente.

Perché non correre a lui?


Gli alberi nel mare, Elledici, 1977, pp. 32-33

Didier Rimaud (1922 - 2023), gesuita francese, poeta, compositore, musicista, traduttore


giovedì 29 gennaio 2026

Diventa cielo

Là fuori

oltre a ciò che è giusto e sbagliato

esiste un campo immenso.

Ci incontreremo lì.

La brezza del mattino ha segreti da dirti.

Non tornare a dormire.

L’anima è come uno specchio nitido,

il corpo è la polvere che lo ricopre.


Non si distingue la bellezza che è in noi

perché siamo sotto la polvere.

Il modo in cui ami è il modo in cui Dio sarà con te.

Solo dal cuore puoi toccare il cielo.


Felice il momento quando sediamo io e te nel palazzo,

due figure, due forme, ma un’anima sola, tu e io.


Nel momento in cui accettiamo i problemi

che ci sono stati assegnati,

le porte si aprono.


Non sei una goccia nell’oceano.

Sei l’intero oceano in una goccia.

In un giorno in cui il vento è perfetto,

basta solo spiegare le vele e il mondo si riempie di bellezza.

Oggi è un giorno come quello.

Se hai la passione per la sacra felicità,

getta via la tua arroganza e diventa un ricercatore di cuori.

Muoviti, ma non muoverti nel modo in cui la paura ti muove.


La luce della luna inonda l’intero cielo da un orizzonte all’altro;

quanto può riempire la tua stanza dipende dalle tue finestre.


Sei nato con ideali e sogni.

Sei nato con la grandezza. Sei nato con le ali.

Non sei stato concepito per strisciare, quindi non farlo.

Hai le ali. Impara a usarle e volare.

Diventa cielo.

Prendi un’ascia e rompi le pareti della tua prigione.

Fuggi.


Quando io sono con te, stiamo svegli tutta la notte.

Quando non sei qui, non riesco a dormire.

Ringrazio Dio per queste due insonnie

e per la differenza fra le due.

Ogni volta che riusciamo ad amare senza aspettative,

calcoli e negoziazioni, siamo davvero in paradiso.


Ieri ero intelligente, così ho voluto cambiare il mondo.

Oggi sono saggio, così sto cambiando me stesso.


Gialal al-Din Rumi (1207 - 1273), poeta mistico persiano 

mercoledì 24 dicembre 2025

Pensa agli altri

Mentre prepari la tua colazione, pensa agli altri, 
non dimenticare il cibo delle colombe. 

Mentre fai le tue guerre, pensa agli altri, 
non dimenticare coloro che chiedono la pace. 

Mentre paghi la bolletta dell’acqua, pensa agli altri, 
coloro che mungono le nuvole. 

Mentre stai per tornare a casa, casa tua, pensa agli altri, 
non dimenticare i popoli delle tende. 

Mentre dormi contando i pianeti, pensa agli altri, 
coloro che non trovano un posto dove dormire. 

Mentre liberi te stesso con le metafore, pensa agli altri, 
coloro che hanno perso il diritto di esprimersi. 

Mentre pensi agli altri, quelli lontani, pensa a te stesso, 
e di': magari fossi una candela in mezzo al buio.

Mahmud Darwish (1941 - 2008), poeta e scrittore palestinese

venerdì 19 dicembre 2025

Natale


Guardo il presepe scolpito,

dove sono i pastori appena giunti

alla povera stalla di Betlemme.

Anche i Re Magi nelle lunghe vesti

salutano il potente Re del mondo.

Pace nella finzione e nel silenzio

delle figure di legno: ecco i vecchi

del villaggio e la stella che risplende,

e l'asinello di colore azzurro.

Pace nel cuore di Cristo in eterno;

ma non v'è pace nel cuore dell'uomo.

Anche con Cristo e sono venti secoli

il fratello si scaglia sul fratello.

Ma c'è chi ascolta il pianto del bambino

che morirà poi in croce fra due ladri?

Tutte le poesie, a cura di Gilberto Finzi, Mondadori

Salvatore Quasimodo


Alla vigilia di Natale

Oggi siamo seduti, alla vigilia

di Natale, noi, gente misera,

in una gelida stanzetta,

il vento corre fuori, il vento entra.

Vieni, buon Signore Gesù, da noi, 

volgi lo sguardo:

perché tu ci sei davvero necessario.


Bertolt Brecht

martedì 2 dicembre 2025

Hai un compito, anima mia

Hai un compito, anima mia,

un grande compito, se vuoi.

Scruta seriamente te stessa,

il tuo essere, il tuo destino;

donde vieni e dove dovrai posarti;

cerca di conoscere se è vita quella che vivi

o se c'è qualcosa di più.


Hai un compito, anima mia,

purifica, perciò, la tua vita:

considera, per favore, Dio e i suoi misteri,

indaga cosa c'era prima di questo universo

e che cosa esso è per te,

da dove è venuto e qual sarà il suo destino.


Ecco il tuo compito,

anima mia,

purifica, perciò, la tua vita. 


Poesie a se stesso, LXXVIII (PG 37, 1425-1426)

Gregorio di Nazianzo

 

giovedì 1 maggio 2025

Chi fu che per primo inventò le orribili armi?

Chi fu colui, che per primo inventò le orribili armi?

Quanto feroce e malvagio fu!

Allora nacquero le stragi a danno del genere umano, allora sorsero le guerre,

allora venne aperta una via più breve alla terribile morte.

Eppure quell’infelice non ebbe alcuna colpa, 

noi abbiamo volto a nostro danno quello che egli ci aveva dato contro le bestie feroci.

Questo è colpa del ricco oro, e non vi furono guerre

finché una tazza di legno di faggio era posta davanti ai banchetti.

Non vi erano fortezze, non bastioni,

e il pastore si addormentava senza preoccupazione tra pecore di vari colori.

Dolce sarebbe stata allora per me la vita, Valgio, 

e non avrei conosciuto le funeste armi, 

né avrei udito la tromba con il cuore palpitante.

Ora sono trascinato a forza a combattere, e già forse qualche nemico

produce dei dardi destinati a configgersi nel mio corpo.

Ma patri Lari proteggetemi e salvatemi: voi stessi mi avete allevato,

quando ancora bambino correvo qua e là.

E non abbiate vergogna di essere fatti di antico legno:

così voi abitaste le sedi dell’antico avo.

Allora con più sincerità (gli uomini) mantenevano la parola data, 

quando con scarso ornamento il dio stava in una modesta nicchietta.

Questo era soddisfatto, sia che qualcuno avesse fatto libagioni con uva

sia che qualcuno avesse offerto una corona di spighe alla santa chioma:

e colui che è padrone di qualcosa offriva delle focacce

dietro di lui come compagna la piccola figlia offriva un favo intatto.

Tenete lontano da noi, Lari, i dardi di bronzo

e avrete come rustica vittima una scrofa del mio porcile pieno.

Io stesso col capo cinto di mirto accompagni questa con una veste disadorna

e porti canestri ornati di mirto.

Così io possa piacere a voi: sia pure un altro valoroso nelle armi,

e atterri col favore di Marte i comandanti avversari,

in modo che mentre sto bevendo un soldato possa raccontarmi le sue imprese

e disegnare col vino gli accampamenti sulla mensa.

Che pazzia è mai quella di chiamare a sé con la guerra la nera morte?

La morte ci sta sopra e segretamente arriva con passo silenzioso.

Non campo coltivato v’è nel mondo sotterraneo, non vigna, 

ma l’audace Cerbero e il turpe nocchiero delle acque dello Stige:

ivi una pallida turba con le gote dilaniate e i capelli arsi

erra presso le nere paludi.

In quanto è più da lodarsi colui che coglie la sua tarda vecchiaia

nella sua umile capanna in mezzo ai suoi figli!

Egli stesso conduce al pascolo le pecore, il figlio invece gli agnelli,

e la moglie prepara l’acqua calda al marito stanco.

Possa anch’io esser così e mi sia concesso veder sul capo divenir bianchi i miei capelli

e vecchio raccontare i fatti della giovinezza.

Frattanto la Pace coltivi i campi. La Pace ha insegnato

a condurre sotto i gioghi ricurvi i buoi per arare:

la Pace ha sostentato le viti e ripose il succo d’uva,

perché l’anfora di terracotta del padre versasse il vino puro:

durante la pace brillano il bidente e il vomere, 

la ruggine ricopre le funeste armi dell’insensibile soldato nei nascondigli.

Orsù vieni a noi, benefica Pace, e tieni la spiga di grano, 

e lasciala scorrere e risplendere davanti al tuo seno.

(Elegiae I.10, L’amore per la pace)

Albio Tibullo (54 a.C. circa – 19 a.C.), poeta romano

*   *   *

Quis fuit, horrendos primus qui protulit enses?

Quam ferus et vere ferreus ille fuit!

Tum caedes hominum generi, tum proelia nata,

Tum brevior dirae mortis aperta via est.

An nihil ille miser meruit, nos ad mala nostra

Vertimus, in saevas quod dedit ille feras?

Divitis hoc vitium est auri, nec bella fuerunt,

Faginus astabat cum scyphus ante dapes.

Non arces, non vallus erat, somnumque petebat

Securus varias dux gregis inter oves.

Tunc mihi vita foret, Valgi, nec tristia nossem

Arma nec audissem corde micante tubam.

Nunc ad bella trahor, et iam quis forsitan hostis

Haesura in nostro tela gerit latere.

Sed patrii servate Lares: aluistis et idem,

Cursarem vestros cum tener ante pedes.

Neu pudeat prisco vos esse e stipite factos:

Sic veteris sedes incoluistis avi.

Tunc melius tenuere fidem, cum paupere cultu

Stabat in exigua ligneus aede deus.

Hic placatus erat, seu quis libaverat uvam

Seu dederat sanctae spicea serta comae:

Atque aliquis voti compos liba ipse ferebat

Postque comes purum filia parva favum.

At nobis aerata, Lares, depellite tela,

Hostiaque e plena rustica porcus hara.

Hanc pura cum veste sequar myrtoque canistra

Vincta geram, myrto vinctus et ispe caput.

Sic placeam vobis: alius sit fortis in armis,

Sternat et adversos Marte favente duces,

Ut mihi potanti possit sua dicere facta

Miles et in mensa pingere castra mero.

Quis furor est atram bellis accersere Mortem?

Imminet et tacito clam venit illa pede.

Non seges est infra, non vinea culta, sed audax

Cerberus et Stygiae navita turpis aquae:

Illic peresisque genis ustoque capillo

Errat ad obscuros pallida turba lacus.

Quin potius laudandus hic est quem prole parata

Occupat in parva pigra senecta casa!

Ipse suas sectatur oves, at filius agnos,

Et calidam fesso comparat uxor aquam.

Sic ego sim, liceatque caput candescere canis

Temporis et prisci facta referre senem.

Interea Pax arva colat. Pax candida primum

Duxit araturos sub iuga curva boves:

Pax aluit vites et sucos condidit uvae,

Funderet ut nato testa paterna merum:

Pace bidens vomerque nitent, at tristia duri

Militis in tenebris occupat arma situs.

At nobis, Pax alma, veni spicamque teneto,

Profluat et promis candidus ante sinus.

mercoledì 15 gennaio 2025

L'ulivo e l'olio

L’olio

Olio con sapiente arte spremuto
Dal puro frutto degli annosi olivi,
Che cantan - pace! - in lor linguaggio muto
Degli umbri colli pei solenti clivi,
Chiaro assai più liquido cristallo,
Fragrante quale oriental unguento,
Puro come la fè che nel metallo
Concavo t’arde sull’altar d’argento,
Le tue rare virtù non furo ignote
Alle mense d’Orazio e di Varrone
Che non sdegnàr cantarti in loro note...

Alcyone (1903)

Gabriele D’Annunzio

giovedì 26 dicembre 2024

Capodanno

Filastrocca di Capodanno

Filastrocca di Capodanno:
fammi gli auguri per tutto l’anno:

voglio un gennaio col sole d’aprile,
un luglio fresco, un marzo gentile;

voglio un giorno senza sera,
voglio un mare senza bufera;

voglio un pane sempre fresco,
sul cipresso il fiore del pesco;

che siano amici il gatto e il cane,
che diano latte le fontane.

Se voglio troppo, non darmi niente,
dammi una faccia allegra solamente.

Filastrocche in cielo e in terra, Ed. Einaudi


Anno nuovo


“Indovinami, Indovino,
tu che leggi nel destino:

l’anno nuovo come sarà?
Bello, brutto o metà e metà?”.

“Trovo stampato nei miei libroni
che avrà di certo quattro stagioni,

dodici mesi, ciascuno al suo posto,
un Carnevale e un Ferragosto

e il giorno dopo del lunedì
sarà sempre un martedì.

Di più per ora scritto non trovo
nel destino dell’anno nuovo:

per il resto anche quest’anno
sarà come gli uomini lo faranno!”.

Gianni Rodari (1920 – 1980), scrittore e pedagogista italiano


lunedì 16 dicembre 2024

A Gesù Bambino

La notte è scesa

e brilla la cometa

che ha segnato il cammino.

Sono davanti a Te, Santo Bambino!

Tu, Re dell’universo,

ci hai insegnato

che tutte le creature sono uguali,

che le distingue solo la bontà,

tesoro immenso,

dato al povero e al ricco.

Gesù, fa’ ch’io sia buono,

che in cuore non abbia che dolcezza.

Fa’ che il tuo dono

s’accresca in me ogni giorno

e intorno lo diffonda,

nel Tuo nome.

Umberto Saba, pseudonimo di Umberto Poli (1883 – 1957), poeta e scrittore italiano

venerdì 6 dicembre 2024

Pasqua


        Io canto la canzon di primavera,

        andando come libera gitana,

        in patria terra ed in terra lontana,

        con ciuffi d'erba ne la treccia nera.

E con un ramo di mandorlo in fiore,

a le finestre batto e dico: «Aprite!

Cristo è risorto e germinan le vite

nuove e ritorna con l’april l’amore.

        Amatevi tra voi pei dolci e belli

        sogni ch’oggi fioriscon sulla terra,

        uomini della penna e della guerra,

        uomini della vanga e dei martelli.

Aprite i cuori. In essi irrompa intera

di questo dì l’eterna giovinezza».

lo passo e canto che la vita è bellezza.

Passa e canta con me la primavera.

Poesie e prose, 2020

Ada Negri (1870 - 1945), docente, poetessa e scrittrice italiana

domenica 3 novembre 2024

Il giorno dei morti

Io vedo (come è questo giorno, oscuro!),
vedo nel cuore, vedo un camposanto
con un fosco cipresso alto sul muro.

E quel cipresso fumido si scaglia
allo scirocco: a ora a ora in pianto
sciogliesi l’infinita nuvolaglia.

O casa di mia gente, unica e mesta,
o casa di mio padre, unica e muta,
dove l’inonda e muove la tempesta;

o camposanto che sì crudi inverni
hai per mia madre gracile e sparuta,
oggi ti vedo tutto sempiterni

e crisantemi. A ogni croce roggia
pende come abbracciata una ghirlanda
donde gocciano lagrime di pioggia.

Sibila tra la festa lagrimosa
una folata, e tutto agita e sbanda.
Sazio ogni morto di memorie, posa.

Non i miei morti. Stretti tutti insieme,
insieme tutta la famiglia morta,
sotto il cipresso fumido che geme,

stretti così come altre sere al foco
(urtava, come un povero, alla porta
il tramontano con brontolìo roco)

piangono. La pupilla umida e pia
ricerca gli altri visi a uno a uno
e forma un’altra lagrima per via.

Piangono, e quando un grido ch’esce stretto
in un sospiro, mormora, Nessuno!...
cupo rompe un singulto lor dal petto.

Levano bianche mani a bianchi volti,
non altri, udendo il pianto disusato,
sollevi il capo attonito ed ascolti.

Posa ogni morto; e nel suo sonno culla
qualche figlio de’ figli, ancor non nato.
Nessuno! i morti miei gemono: nulla!

— O miei fratelli! — dice Margherita,
la pia fanciulla che sotterra, al verno,
si risvegliò dal sogno della vita:

— o miei fratelli, che bevete ancora
la luce, a cui mi mancano in eterno
gli occhi, assetati della dolce aurora;

o miei fratelli! nella notte oscura,
quando il silenzio v’opprimeva, e vana
l’ombra formicolava di paura;

io veniva leggiera al vostro letto;
Dormite! vi dicea soave e piana:
voi dormivate con le braccia al petto.

E ora, io tremo nella bara sola;
il dolce sonno ora perdei per sempre
io, senza un bacio, senza una parola.

E voi, fratelli, o miei minori, nulla!...
voi che cresceste, mentre qui, per sempre,
io son rimasta timida fanciulla.

Venite, intanto che la pioggia tace,
se vi fui madre e vergine sorella:
ditemi: Margherita, dormi in pace.

Ch’io l’oda il suono della vostra voce
ora che più non romba la procella:
io dormirò con le mie braccia in croce.

Nessuno! — Dice; e si rinnova il pianto,
e scroscia l’acqua: un impeto di vento
squassa il cipresso e corre il camposanto.

— O figli — geme il padre in mezzo al nero
fischiar dell’acqua — o figli che non sento
più da tanti anni! un altro cimitero

forse v’accolse, e forse voi chiamate
la vostra mamma, nudi abbrividendo
sotto le nere sibilanti acquate.

E voi le braccia dall’asil lontano
a me tendete, siccome io le tendo,
figli, a voi, disperatamente invano.

O figli, figli! vi vedessi io mai!
io vorrei dirvi che in quel solo istante
per un’intera eternità v’amai.

In quel minuto avanti che morissi,
portai la mano al capo sanguinante,
e tutti, o figli miei, vi benedissi.

Io gettai un grido in quel minuto, e poi
mi pianse il cuore: come pianse e pianse!
e quel grido e quel pianto era per voi.

Oh! le parole mute ed infinite
che dissi! con qual mai strappo si franse
la vita viva delle vostre vite.

Serba la madre ai poveri miei figli:
non manchi loro il pane mai, nè il tetto,
nè chi li aiuti, nè chi li consigli.

Un padre, o Dio, che muore ucciso, ascolta:
aggiungi alla lor vita, o benedetto,
quella che un uomo, non so chi, m’ha tolta.

Perdona all’uomo, che non so; perdona:
se non ha figli, egli non sa, buon Dio...
e se ha figlioli, in nome lor perdona.

Che sia felice; fagli le vie piane;
dagli oro e nome; dàgli anche l’oblio;
tutto: ma i figli miei mangino il pane.

Così dissi in quel lampo senza fine;
Vi chiamai, muto, esangue, a uno a uno,
dalla più grandicella alle piccine.

Spariva a gli occhi il mondo fatto vano.
In tutto il mondo più non era alcuno.
Udii voi soli singhiozzar lontano —

Dice; e più triste si rinnova il pianto;
più stridula, più gelida, più scura
scroscia la pioggia dentro il camposanto.

— No, babbo, vive, vivono — Chi parla?
Voce velata dalla sepoltura,
voce nuova, eppur nota ad ascoltarla,

o mio Luigi, o anima compagna!
come ti vedo abbrividire al vento
che ti percuote, all’acqua che ti bagna!

come mutato! sembra che tu sia
un bimbo ignudo, pieno di sgomento,
che chieda, a notte, al canto della via.

— vivono, vive. Non udite in questa
notte una voce querula, argentina,
portata sino a noi dalla tempesta?

È la sorella che morì lontano,
che in questa notte, povera bambina,
chiama chiama dal poggio di Sogliano.

Chiama. Oh! poterle carezzare i biondi
riccioli qui, tra noi; fuori del nero
chiostro, de’ sotterranei profondi!

Un’altra voce tu, fratello, ascolta;
dolce, triste, lontana: il tuo Ruggiero;
in cui, babbo, moristi un’altra volta.

Parlano i morti. Non è spento il cuore
nè chiusi gli occhi a chi morì cercando,
a chi non pianse tutto il suo dolore.

E or per quanto stridula di vento
ombra ne dividesse, a quando a quando
udrei, come da vivo, il tuo lamento,

o mio Giovanni, che vegliai, che ressi,
che curai, che difesi, umile e buono,
e morii senza che ti rivedessi!

Avessi tu provato di quell’ora
ultima il freddo, e or quest’abbandono,
gemendo a noi ti volgeresti ancora —

— Ma se vivete, perchè, morti cuori,
solo è la nostra tomba illacrimata,
solo la nostra croce è senza fiori? —

Così singhiozza Giacomo: poi geme:
— Quando sola restò la nidïata,
Iddio lo sa, come vi crebbi insieme:

se con pia legge l’umili vivande
tra voi divisi, e destinai de’ pani
il più piccolo a me, ch’ero il più grande;

se ribevvi le lagrime ribelli
per non far voi pensosi del domani,
se il pianto piansi in me di sei fratelli;

se al sibilar di questi truci venti,
al rombar di quest’acque, io suscitava
la buona fiamma d’eriche e sarmenti;

e io, quando vedea rosso ogni viso,
e più rossi i più piccoli, tremava
sì, del mio freddo, ma con un sorriso.

Ma non per me, non per me piango: io piango
per questa madre che, tra l’acqua, spera,
per questo padre che desìa, nel fango;

per questi santi, o fratel mio, che vivi;
di cui morendo io ti dicea... ma era
grossa la lingua e forse non udivi —

Io vedo, vedo, vedo un camposanto,
oscura cosa nella notte oscura:
odo quel pianto della tomba, pianto

d’occhi lasciati dalla morte attenti,
pianto di cuori cui la sepoltura
lasciò, ma solo di dolor, viventi.

L’odo: ora scorre libero: nessuno
può risvegliarsi, tanto è notte, il vento
è così forte, il cielo è così bruno.

Nessuno udrà. La povera famiglia
può piangere. Nessuno, al suo lamento,
può dire: Altro è mio figlio! altra è mia figlia!

Aspettano. Oh! che notte di tempesta
piena d’un tremulo ululo ferino!
Non s’ode per le vie suono di pesta.

Uomini e fiere, in casolari e tane,
tacciono. Tutto è chiuso. Un contadino
socchiude l’uscio del tugurio al cane.

Piangono. Io vedo, vedo, vedo. Stanno
in cerchio, avvolti dall’assidua romba.
Aspetteranno, ancora, aspetteranno.

I figli morti stanno avvinti al padre
invendicato. Siede in una tomba
(io vedo, io vedo) in mezzo a lor, mia madre.

Solleva ai morti, consolando, gli occhi,
e poi furtiva esplora l’ombra. Culla
due bimbi morti sopra i suoi ginocchi.

Li culla e piange con quelli occhi suoi,
piange per gli altri morti, e per sè nulla,
e piange, o dolce madre! anche per noi;

e dice: — Forse non verranno. Ebbene,
pietà! Le tue due figlie, o sconsolato,
dicono, ora, in ginocchio, un po’ di bene.

Forse un corredo cuciono, che preme:
per altri: tutto il giorno hanno agucchiato,
hanno agucchiato sospirando insieme.

E solo a notte i poveri occhi smorti
hanno levato, a un gemer di campane;
hanno pensato, invidïando, ai morti.

Ora, in ginocchio, pregano Maria
al suon delle campane, alte, lontane,
per chi qui giunse e per chi resta in via,

là; per chi vaga in mezzo alla tempesta,
per chi cammina, cammina, cammina;
e non ha pietra ove posar la testa.

Pietà pei figli che tu benedivi!
In questa notte che non mai declina,
orate requie, o figli morti, ai vivi! —

O madre! Il cielo si riversa in pianto
oscuramente sopra il camposanto.

Myricae 1891

Giovanni Pascoli (1855 – 1912), poeta, accademico e critico letterario italiano

Novembre

Gemmea l’aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l’odorino amaro
senti nel cuore…

Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno,
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante
sembra il terreno.

Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. 
È l’estate, fredda, dei morti.

Myricae 1891

Giovanni Pascoli (1855 – 1912), poeta, accademico e critico letterario italiano

San Martino

La nebbia a gl’irti colli

piovigginando sale,

e sotto il maestrale

urla e biancheggia il mar;

ma per le vie del borgo

dal ribollir de’ tini

va l’aspro odor de i vini

l’anime a rallegrar.

Gira su’ ceppi accesi

lo spiedo scoppiettando:

sta il cacciator fischiando

su l’uscio a rimirar

tra le rossastre nubi

stormi d’uccelli neri,

com’esuli pensieri,

nel vespero migrar.

Rime Nuove (1861-1887)

Giosuè Carducci

Autunno

Già lo sentimmo venire
nel vento d’agosto,
nelle piogge di settembre
torrenziali e piangenti
e un brivido percorse la terra
che ora, nuda e triste,
accoglie un sole smarrito.

Ora passa e declina,
in quest’autunno che incede
con lentezza indicibile,
il miglior tempo della nostra vita
e lungamente ci dice addio.

1931 (Giorni in piena, 1934)

Vincenzo Cardarelli [Nazareno Caldarelli] (1887 – 1959) poeta, scrittore e giornalista italiano

Novembre

C’è un giorno che tutte le formiche escono dal bosco
a fare il fascio per l’invernata.
Sopraggiungono, di lì a poco,
le lunghe piogge autunnali,
simili a un gran pianto dirotto, interminabile.

È un pianto che sgorga a fiumi, a torrenti,
fa crescere il lago, solca le strade, rovina i ponti
e dilaga per i campi ostinatamente verdi.
I muri si ricoprono di vellutina.

Quando più nessuno se l’aspetta,
un sole freddoloso, più prezioso dell’oro vecchio,
torna poi, ogni mattina,
a trovare le foglie gialle d’acacia
che piovono ancora sui davanzali,
le foglie secche dei platani
che il vento trascina lungo i viali.

1931

Vincenzo Cardarelli [Nazareno Caldarelli] (1887 – 1959) poeta, scrittore e giornalista italiano

Estiva

Distesa estate,

stagione dei densi climi

dei grandi mattini

dell’albe senza rumore

ci si risveglia come in un acquario

dei giorni identici, astrali,

stagione la meno dolente

d’oscuramento e di crisi,

felicità degli spazi,

nessuna promessa terrena

può dare pace al mio cuore

quanto la certezza di sole

che dal tuo cielo trabocca,

stagione estrema, che cadi

prostrata in riposi enormi,

dai oro ai più vasti sogni,

stagione che porti luce

a distendere il tempo

di là dai confini del giorno,

e sembri mettere a volte

nell’ordine che procede

qualche cadenza dell’indugio eterno.

1915

Vincenzo Cardarelli [Nazareno Caldarelli] (1887 – 1959) poeta, scrittore e giornalista italiano

mercoledì 9 ottobre 2024

A che punto è la notte?


A che punto è la notte?

- ho chiesto alle ombre

che osavano violare il cupo silenzio.

A che punto è la notte?

- ho gridato alle stelle

e a una falce di luna.

Sperando nel vento

ho implorato:

A che punto è la notte?

Ma nulla ha tradito

il velluto di quiete.

Invece che vagare

per sentieri scoscesi

una preghiera è salita dal cuore:

Ave Maria,

il Signore è con te.

Con te è venuto il Figlio di Dio

e ha acceso il mio giorno.


Giovanni della Croce (1540 - 1591), al secolo Juan de Yepes Álvarez, santo, presbitero e poeta spagnolo, cofondatore dell'Ordine dei Carmelitani scalzi

martedì 23 aprile 2024

Maria

Ti splende su l’umile testa
la sera d’autunno, Maria!
Ti vedo sorridere mesta
tra i tocchi d’un’Avemaria:
sorride il tuo gracile viso;
né trova, il tuo dolce sorriso,
nessuno:

così, con quelli occhi che nuovi
si fissano in ciò che tu trovi
per via; che nessuno ti sa;
quelli occhi sì puri e sì grandi,
coi quali perdoni, e domandi
pietà:

quelli occhi sì grandi, sì buoni,
sì pii, che da quando li apristi,
ne diedero dolci perdoni!
ne sparsero lagrime tristi!
quelli occhi cui nulla mai diede
nessuno, cui nulla mai chiede
nessuno!

quelli occhi che toccano appena
le cose! due poveri a cena
dal ricco, ignorati dai più;
due umili in fondo alla mensa,
due ospiti a cui non si pensa
già più!

Giovanni Pascoli (1855 – 1912), poeta, accademico e critico letterario italiano