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martedì 5 novembre 2024

Non separarmi da coloro che ho amato


Signore Dio,
non si può sperare per gli altri più di quanto si desidera per se stessi.

Per questo io ti supplico: non separarmi dopo la morte da coloro che ho così teneramente amato sulla terra.

Fa', o Signore, ti supplico,
che là dove sono io gli altri si trovino con me, affinché lassù possa rallegrarmi della loro presenza, dato che ne fui così presto privato sulla terra.

Ti imploro, Dio sovrano,
affrettati ad accogliere questi figli diletti nel seno della vita.
Al posto della loro vita terrena così breve, concedi loro di possedere la felicità eterna.

Ambrogio da Milano (ca. 340 - 397), vescovo, teologo, scrittore e santo 


domenica 7 gennaio 2024

Tutto abbiamo in Cristo e tutto è Cristo per noi

Omnia Christus est nobis! 

Se desideri medicare le tue ferite, Egli è Medico. 

Se bruci di febbre, Egli è la Sorgente ristoratrice. 

Se sei oppresso dall'iniquità, Egli è la Giustizia. 

Se hai bisogno d’aiuto, Egli è la Forza. 

Se temi la morte, Egli è la Vita. 

Se desideri il cielo, Egli è la Via. 

Se fuggi le tenebre, Egli è la Luce. 

Se cerchi il cibo, Egli è il Nutrimento. 


Gustate, dunque, e vedete quanto è buono il Signore;

felice l’uomo che spera in lui. (Salmo 34,9) 

La verginità, 16,99

Ambrogio da Milano (ca. 340 - 397), vescovo, teologo, scrittore e santo 


lunedì 7 dicembre 2020

Mysterium lunae: la luna, immagine della Chiesa


“La Chiesa non può illudersi di brillare di luce propria”. Anzi, come diceva Sant’Ambrogio, la Chiesa è come “la luna” che “rifulge non della propria luce ma di quella di Cristo.[...] Cristo è la vera luce che rischiara e nella misura in cui si lascia illuminare da Lui, riesce ad illuminare la vita delle persone e dei popoli”. (Papa Francesco, Omelia 6 Gennaio 2016)

La luna ha proclamato il mistero di Cristo. Non è di scarso pregio l'astro in cui egli (Cristo) ha posto una sua raffigurazione, non di poco valore l'astro che è simbolo della Chiesa a lui cara... E veramente come la luna è la Chiesa che ha diffuso la sua luce in tutto il mondo e, illuminando le tenebre di questo secolo, dice: "La notte è avanzata, il giorno è vicino" (Rm 13,12) [...].

Spingendo lontano il suo sguardo, la Chiesa, come la luna, spesso scompare e rinasce, ma per effetto di queste sue scomparse è cresciuta e ha meritato di ingrandirsi, mentre sotto le persecuzioni si rimpiccioliva e dal martirio dei confessori veniva incoronata. Questa è la vera luna che dalla luce perenne di suo fratello [il Sole, Cristo] deriva il lume dell'immortalità e della grazia. La Chiesa rifulge non della propria luce, ma di quella di Cristo. Trae il proprio splendore dal Sole di giustizia, così che può dire: "Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me" (Gal 2,20). Veramente beata sei tu, o luna, che hai meritato un così invidiabile onore! Perciò ti potrei dire beata non per i tuoi noviluni, ma perché sei simbolo della Chiesa: là sei serva, qui sei oggetto d'amore.

Hexaemeron, IV, 8, 32 

Ambrogio da Milano (ca. 340 - 397), vescovo, teologo, scrittore e santo 


lunedì 2 novembre 2009

Moriamo insieme a Cristo, per vivere con lui

Dobbiamo riconoscere che anche la morte può essere un guadagno e la vita un castigo. Perciò anche san Paolo dice: «Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno» (Fil 1,21). E come ci si può trasformare completamente nel Cristo, che è spirito di vita, se non dopo la morte corporale?
Esercitiamoci, perciò, quotidianamente a morire e alimentiamo in noi una sincera disponibilità alla morte. Sarà per l'anima un utile allenamento alla liberazione dalle cupidigie sensuali, sarà un librarsi verso posizioni inaccessibili alle basse voglie animalesche, che tendono sempre a invischiare lo spirito. Così, accettando di esprimere già ora nella nostra vita il simbolo della morte, non subiremo poi la morte quale castigo. Infatti la legge della carne lotta contro la legge dello spirito e consegna l'anima stessa alla legge del peccato. Ma quale sarà il rimedio? Lo domandava già san Paolo, dandone anche la risposta: «Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?» (Rm 7,24). La grazia di Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore (cfr. Rm 7,25 ss.).
Abbiamo il medico, accettiamo la medicina. La nostra medicina è la grazia di Cristo, e il corpo mortale è il corpo nostro. Dunque andiamo esuli dal corpo per non andare esuli dal Cristo. Anche se siamo nel corpo cerchiamo di non seguire le voglie del corpo.
Non dobbiamo, è vero, rinnegare i legittimi diritti della natura, ma dobbiamo però dar sempre la preferenza ai doni della grazia.
Il mondo è stato redento con la morte di uno solo. Se Cristo non avesse voluto morire, poteva farlo. Invece egli non ritenne di dover fuggire la morte quasi fosse una debolezza, né ci avrebbe salvati meglio che con la morte. Pertanto la sua morte è la vita di tutti. Noi portiamo il sigillo della sua morte, quando preghiamo la annunziamo; offrendo il sacrificio la proclamiamo; la sua morte è vittoria, la sua morte è sacramento, la sua morte è l'annuale solennità del mondo.
E che cosa dire ancora della sua morte, mentre possiamo dimostrare con l'esempio divino che la morte sola ha conseguito l'immortalità e che la morte stessa si è redenta da sé? La morte allora, causa di salvezza universale, non è da piangere. La morte che il Figlio di Dio non disdegnò e non fuggì, non è da schivare.
A dire il vero, la morte non era insita nella natura, ma divenne connaturale solo dopo. Dio infatti non ha stabilito la morte da principio, ma la diede come rimedio. Fu per la condanna del primo peccato che cominciò la condizione miseranda del genere umano nella fatica continua, fra dolori e avversità. Ma si doveva porre fine a questi mali perché la morte restituisse quello che la vita aveva perduto, altrimenti, senza la grazia, l'immortalità sarebbe stata più di peso che di vantaggio.
L'anima nostra dovrà uscire dalle strettezze di questa vita, liberarsi delle pesantezze della materia e muovere verso le assemblee eterne.
Arrivarvi è proprio dei santi. Là canteremo a Dio quella lode che, come ci dice la lettura profetica, cantano i celesti sonatori d'arpa: «Grandi e mirabili sono le tue opere, o Signore Dio onnipotente; giuste e veraci le tue vie, o Re delle genti. Chi non temerà, o Signore, e non glorificherà il tuo nome? Poiché tu solo sei santo. Tutte le genti verranno e si prostreranno dinanzi a te» (Ap 15,3-4).
L'anima dovrà uscire anche per contemplare le tue nozze, o Gesù, nelle quali, al canto gioioso di tutti, la sposa è accompagnata dalla terra al cielo, non più soggetta al mondo, ma unita allo spirito: «A te viene ogni mortale» (Sal 64,3).
Davide santo sospirò, più di ogni altro, di contemplare e vedere questo giorno. Infatti disse: «Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per gustare la dolcezza del Signore» (Sal 26,4).

Dal libro «Sulla morte del fratello Satiro» Lib. 2, 40.41.46.47.132.133; CSEL 73, 270-274, 323-324

Ambrogio da Milano (ca. 340 - 397), vescovo, santo

domenica 1 marzo 2009

L'educazione dei figli...

L'educazione dei figli è impresa per adulti
disposti ad una dedizione che dimentica se stessa:
ne sono capaci marito e moglie che si amano abbastanza
da non mendicare altrove l'affetto necessario.
Il bene dei vostri figli sarà quello che sceglieranno:
non sognate per loro i vostri desideri.
Basterà che sappiano amare il bene e guardarsi dal male
e che abbiano in orrore la menzogna.
Non pretendete dunque di disegnare il loro futuro;
siate fieri piuttosto che vadano incontro al domani con slancio
anche quando sembrerà che si dimentichino di voi.
Non incoraggiate ingenue fantasie di grandezza,
ma se Dio li chiama a qualcosa di bello e di grande,
non siate voi la zavorra che impedisce di volare.
Non arrogatevi il diritto di prendere decisioni al loro posto,
ma aiutateli a capire che decidere bisogna,
e non si spaventino se ciò che amano richiede fatica
e fa qualche volta soffrire:
è insopportabile una vita vissuta per niente.
Più dei vostri consigli li aiuterà la stima che hanno di voi
e la stima che voi avete di loro;
più di mille raccomandazioni soffocanti,
saranno aiutati dai gesti che videro in casa:
gli affetti semplici, certi ed espressi con pudore,
la stima vicendevole, il senso della misura, il dominio delle passioni,
il gusto per le cose belle e l'arte, la forza anche di sorridere.
E tutti i discorsi sulla carità
non mi insegneranno di più del gesto di mia madre
che fa posto in casa per un vagabondo affamato:
e non trovo gesto migliore per dire la fierezza di essere uomo
di quando mio padre si fece avanti
a prendere le difese di un uomo ingiustamente accusato.
I vostri figli abitino la vostra casa
con quel sano trovarsi bene che ti mette a tuo agio
e ti incoraggia anche ad uscire di casa,
perché ti mette dentro la fiducia in Dio e il gusto di vivere bene.

Ambrogio da Milano (ca. 340 - 397), vescovo, santo