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mercoledì 29 aprile 2026

Decalogo dell’amore

1.   Amare tutti

Piccoli e grandi, uomini e donne, amici e nemici, di tutte le razze e religioni, come ha fatto Gesù che è morto per tutti. Siamo tutti figli dello stesso Padre e perciò tutti fratelli.


2.     Amare ciascuno personalmente

Gesù parlava alle folle, certo, ma conosceva ciascuno e lo chiamava per nome.  Accettare ognuno così com'è.


3.     Amare come se stessi

É la regola d'oro: "Fa agli altri ciò che vuoi sia fatto a te" e "Non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te".


4.     Amare per primi

Non aspettare che te lo chiedano, ma fa tu il primo passo, come Gesù che non ha aspettato che diventassimo buoni per dare la vita per noi; e come Maria che "partì in fretta" senza farsi pregare per andare ad aiutare la cugina Elisabetta.


5.     Amare è farsi "uno" con l’altro

cioè ascoltare, fare il vuoto dentro di sé per capire i sentimenti dell'altro e farsi carico dei suoi problemi; insomma condividere gioie e dolori.

 

6.     Amare è servire

cioè amare a fatti non a parole, consumarsi le mani facendo servizi concreti, come Gesù che lava i piedi agli apostoli.


7.     Amare è perdonare

...quante volte? "Settanta volte sette" ha detto Gesù, cioè sempre. "Se non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro celeste perdonerà a voi". "Chi è senza peccato scagli per primo la pietra". "Il giudizio sarà senza misericordia per chi non ha avuto misericordia". "Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno".


8.     Amare è chiedere scusa

"Se presenti la tua offerta all'altare e lì ti ricordi che un tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia il tuo dono davanti all'altare e va' prima a riconciliarti con tuo fratello, poi torna ad offrire il tuo dono". "Non tramonti il sole sopra la vostra ira".


9.     Amare è vedere Gesù nell’altro

"Avevo fame, avevo sete, ero nudo, malato, senza casa, senza mezzi, senza lavoro, incompreso, ignorato, immigrato, drogato".

"L'hai fatto a me", dirà Gesù quel giorno.


10.      Amare è sacrificio di sé  

Amare non è sempre facile, non sempre è gratificante, non sempre l'amore è capito e ricambiato. L'amore vero non è un bel sentimento: è dono di sé, è responsabilità verso l'altro, è fedeltà agli impegni, è mantenere la parola anche se costa, è non mollare quando sei stanco e sfiduciato, è ricominciare sempre anche quando sembra inutile continuare ad amare.


Come Gesù che "avendo amato i suoi, li amò fino alla fine".


giovedì 9 aprile 2026

Ciò che ci rende insensibili

Ciò che ci rende insensibili ai mali degli altri è di essere pieni di noi stessi, affascinati dai piaceri, inebriati dal successo di quanto si sperava. Tutto va bene... basta così... sono a mio agio... sono soddisfatto... Si amerà sempre se stessi e non si amerà altro che se stessi fino a quando non si ha avrà amato qualcuno di più che se stessi e questo qualcuno non può essere che Dio. Chi dunque vuol diventare capace di amare sinceramente, deve tenere presente che è necessario un oggetto superiore che ci attiri fuori di noi. Non basta; è necessaria anche una forza interiore che ci spinga fuori di noi, che scuotendo fin dalla radice l'amor proprio, ci strappi quasi a noi stessi. Se riusciremo ad amare Dio più di noi stessi, potremo diventare capaci di amare il prossimo come noi stessi.

Il divino e l’umano nel mondo

Jacques Bénigne Bossuet (1627 - 1704), scrittore e vescovo francese



Amore, lo spazio vitale di cui ha bisogno la società

Anche se, per ipotesi impossibile, una società riuscisse a votare tutte le leggi della giustizia, capaci di rispondere a tutti i diritti umani dei suoi membri e a soddisfare tutti i loro bisogni, si dovrebbe però dichiarare impotente a superare i dislivelli delle povertà morali e spirituali, ai quali la stessa agiatezza economica reca talvolta più pena che sollievo.

Fate dunque ed operate tutta la giustizia possibile; ne avete il sacrosanto dovere; ma non illudetevi: resteranno ancora tante forme di povertà. Che cosa ci vuole dunque? L'amore. Ecco lo spazio vitale di cui ha bisogno la società.

AA. VV., Ordine nuovo, Amare, Verona, Ed. Casa Buoni Fanciulli, 1946, p. 132-134

mercoledì 13 novembre 2024

Amo perché amo, amo per amare

L'amore è sufficiente per se stesso, piace per se stesso e in ragione di sé. É se stesso merito e premio. L'amore non cerca ragioni, non cerca vantaggi all'infuori di Sé. Il suo vantaggio sta nell'esistere. Amo perché amo, amo per amare. Grande cosa è l'amore se si rifà al suo principio, se ricondotto alla sua origine, se riportato alla sua sorgente. Di là sempre prende alimento per continuare a scorrere. L'amore è il solo tra tutti i moti dell'anima, tra i sentimenti e gli affetti, con cui la creatura possa corrispondere al Creatore, anche se non alla pari; l'unico con il quale possa contraccambiare il prossimo e, in questo caso, certo alla pari. Quando Dio ama, altro non desidera che essere amato. Non per altro ama, se non per essere amato, sapendo che coloro che l'ameranno si beeranno di questo stesso amore. L'amore dello Sposo, anzi lo Sposo-amore cerca soltanto il ricambio dell'amore e la fedeltà. Sia perciò lecito all'amata di riamare. Perché la sposa, e la sposa dell'Amore non dovrebbe amare? Perché non dovrebbe essere amato l'Amore?

Giustamente, rinunziando a tutti gli altri suoi affetti, attende tutta e solo all'Amore, ella che nel ricambiare l'amore mira a uguagliarlo. Si obietterà, però, che, anche se la sposa si sarà tutta trasformata nell'Amore, non potrà mai raggiungere il livello della fonte perenne dell'amore. É certo che non potranno mai essere equiparati l'amante e l'Amore, l'anima e il Verbo, la sposa e lo Sposo, il Creatore e la creatura. La sorgente, infatti, dà sempre molto più di quanto basti all'assetato.

Ma che importa tutto questo? Cesserà forse e svanirà del tutto il desiderio della sposa che attende il momento delle nozze, cesserà la brama di chi sospira, l'ardore di chi ama, la fiducia di chi pregusta, perché non è capace di correre alla pari con un gigante, gareggiare in dolcezza col miele, in mitezza con l'agnello, in candore con il giglio, in splendore con il sole, in carità con colui che è l'Amore? No certo. Sebbene infatti la creatura ami meno, perché è inferiore, se tuttavia ama con tutta se stessa, non le resta nulla da aggiungere. Nulla manca dove c'è tutto. Perciò per lei amare così è aver celebrato le nozze, poiché non può amare così ed essere poco amata. Il matrimonio completo e perfetto sta nel consenso dei due, a meno che uno dubiti che l'anima sia amata dal Verbo, e prima e di più.

Discorsi sul Cantico dei Cantici, 83, 4-6; Opera omnia, ed. Cisterc. 2 [1958] 300-302

Bernardo di Chiaravalle (1090 – 1153), monaco cristiano, abate e teologo francese dell'ordine cistercense, santo

sabato 9 novembre 2024

Amatevi gli uni gli altri

San Girolamo nel suo Commento alla lettera ai Galati, narra l'episodio della vita di San Giovanni evangelista che ormai anziano ad Efeso ripeteva costantemente ai primi cristiani: "...amatevi gli uni gli altri". Di fronte a tanta insistenza, gli domandarono perché diceva sempre la stessa cosa e l'Apostolo rispose: "Perché è ciò che ci ha insegnato il Signore, e se si compie, esso solo basta".

Il beato Giovanni evangelista, mentre, fino alla vecchiaia avanzata, dimorava ad Efeso e con difficoltà veniva trasportato in chiesa sulle mani dei discepoli né era più in grado di dire molte parole, nient’altro soleva proferire in ciascuna riunione se non questo: “Figlioli, amatevi gli uni gli altri” (Cf 1 Gv 3, 11); una buona volta i discepoli ed i fratelli che erano presenti, stanchi di sentire sempre le stesse cose, dissero: “Maestro, perché dici sempre questo?” Egli diede una risposta degna di Giovanni: “Poiché è l’insegnamento del Signore e se trova compimento è sufficiente”. Questo per il presente comandamento dell’Apostolo: finché abbiamo tempo, dunque, operiamo il bene verso tutti, specialmente verso i vicini nella fede.

Commento alla Lettera ai Galati II, 3, 6

San Girolamo (347 – 420), biblista, traduttore, teologo, cardinale e monaco cristiano romano 

martedì 1 ottobre 2024

Le chiavi del castello


Un giorno un Re dovette partire per un lungo viaggio e non volle lasciare incustodito il suo castello. Promise al primo che si fosse reso disponibile di dare le chiavi del castello per poter utilizzare tutte le stanze e viverci finché non fosse tornato. Un giovanotto si rese disponibile. Il re diede a lui un bel mazzo di chiavi, ma presto il giovane si accorse che nel mazzo mancava una chiave, quella del portone principale che il Re chiuse prima di partire. Il giovane quindi fu costretto a vivere per lungo tempo prigioniero nel castello. È vero, aveva accesso ad ogni stanza, ma non aveva la possibilità di uscire dal castello né di far entrare nessuno. Questo per lui divenne motivo di grande tristezza.

Possiamo avere tante chiavi nella nostra vita, ma senza la chiave principale, quella che ci fa uscire da noi stessi, dal nostro egoismo, dalla nostra pigrizia… senza quella chiave che si chiama Amore, resteremo prigionieri della nostra stessa vita.

Don Luca Murdaca, presbitero italiano

venerdì 26 gennaio 2024

La gentilezza è fondamentale

La gentilezza ci consente di allentare le continue difficoltà della vita, di essere aperti agli stati d'animo e alla sensibilità degli altri, di interpretare le richieste di aiuto che giungano non tanto dalle parole quanto dagli sguardi e dai volti degli altri: familiari o sconosciuti. 

La gentilezza è un fare e un rifare leggera la vita, ferita continuamente dalla indifferenza e dalla noncuranza, dall'egoismo e dalla idolatria del successo, e salvata dalla gentilezza nella quale confluiscono in fondo, timidezza e fragilità, tenerezza e generosità, mitezza e compassione, altruismo e sacrificio, carità e speranza. 

Ma la gentilezza è un ponte anche perché ci fa uscire dai confini del nostro io, della nostra soggettività, e ci fa partecipare della interiorità, della soggettività, degli altri; creando invisibili alleanze, invisibili comunità di destino, che allentano la morsa della solitudine, e della disperazione, aprendo i cuori ad una diversa speranza e così ad una diversa forma di vita.

La dignità ferita 

Eugenio Borgna, psichiatra e saggista italiano

mercoledì 17 gennaio 2024

Decalogo della tenerezza

1. Poiché la tenerezza è possibile, non c'è nessuna ragione per starne senza.

2. Parlatevi un po' ogni giorno.

3. Crescete insieme, continuamente.

4. Stimatevi: gli unici che apprezzano uno zerbino sono quelli che hanno le scarpe sporche.

5. Siate compassionevoli.

6. Siate gentili: l'amore non ammette le cattive maniere.

7. Scoprite il lato buono e bello delle persone, anche quando fanno di tutto per nasconderlo.

8. Non temete i dissapori e i litigi: solo i morti e gli indifferenti non litigano mai.

9. Non fatevi coinvolgere dalle piccole irritazioni e meschinità quotidiane.

10. Continuate a ridere: tiene in esercizio il cuore e protegge da disturbi cardiaci.

mercoledì 8 febbraio 2023

Amare

La vita dev´essere consacrata a qualcosa di grande. Non si può rimanere inerti e insensibili, quando si pensa che tanti mani si alzano dai cinque contenti. Sono mani di bambini e di giovani, che attendono chi insegni loro la vita della verità e della giustizia; mani di uomini e donne; mani di anziani, di sofferenti, di ammalati, che aspettano chi si interessi di loro, si chini sulle loro tribolazioni, ne consoli le amarezze; mani di affamati, di reietti della società che chiedono aiuto.
Non di parole vi è bisogno oggi, ma di opere.
Non di velleità, ma di generosità concreta. Non di contestazioni sterili, ma di sacrificio personale che impegnandoci direttamente, trasformi il mondo fatiscente.
Solo i giovani possono comprendere questa necessità.

Se voi acquistate coscienza di Cristo, che cosa avviene in voi? Avviene che diventate interiormente liberi.
Diventerete persone. Diventerete coscienti. Saprete perché e per chi vivere. E, cosa meravigliosa, sentirete nascere in voi la scienza dell'amicizia, della socialità, dell'amore.
Non sarete degli isolati. Senza spegnere la vostra inviolabile personalità, l'adesione a Cristo v'insegnerà l´adesione ai fratelli, vi darà l´intelligenza dei meriti e dei bisogni, per cui essi devono essere cercati, amati, serviti. La carità resterà sempre per la Chiesa il banco di prova della sua credibilità nel mondo: «Da questo riconosceranno tutti che siete dei miei».

Al di sopra di questo aspetto puramente materiale, deve emergere la prevalente funzione pedagogica, aspetto spirituale che non si misura con cifre e bilanci, giacché mettere a disposizione dei fratelli le proprie energie e i propri mezzi non può essere solo il frutto di uno slancio emotivo e contingente, deve essere invece la conseguenza logica di una crescita nella comprensione della carità che, se è sincera, scende necessariamente a gesti concreti di comunione con chi è in stato di bisogno.

Non vi sarà difficile amare, amare molto, amare senza flessioni egoistiche, amare con dono di sé.

Beato Paolo VI (Giovan Battista Montini) (1897 - 1978), papa

martedì 7 febbraio 2023

C’è un posto nel mondo

C’è un posto nel mondo 
dove il cuore batte forte,
dove rimani senza fiato,
per quanta emozione provi;
dove il tempo si ferma e non hai più l’età;

quel posto è tra le tue braccia
in cui non invecchia il cuore,
mentre la mente non smette mai di sognare.

Da lì fuggir non potrò
poichè la fantasia d’incanto
risente il nostro calore 
e no, non permetterò mai 
ch’io possa rinunciare
a chi d’amor mi sa far volare.

Alda Merini (1931 - 2009), poetessa e scrittrice italiana

lunedì 30 gennaio 2023

La sorgente sia il tuo modello


Tre viandanti si trovavano insieme presso una sorgente che scaturiva dalla roccia sulla quale c’era la scritta: «La sorgente sia il tuo modello». I tre discussero sul significato della frase. 

Il primo disse: “La sorgente, lungo il suo percorso, raccoglie altre acque e diventa un grosso fiume. Anche l’uomo durante la sua vita deve ingrossare il suo capitale per diventare più ricco”. 

Il secondo disse: “Per me la scritta vuol dire che l’uomo, nel suo modo di parlare, dev’essere limpido, com’è l’acqua di questa fonte”. 

Il terzo, che era un uomo saggio, disse: “La sorgente dev’essere modello all’uomo. Essa dà da bere a tutti, senza richiedere niente, fa del bene a tutti, senza aspettare alcuna ricompensa”. 

Lev Tolstoj (1828 – 1910), scrittore, filosofo, educatore e attivista sociale russo

venerdì 6 gennaio 2023

La felicità è l'amore

Hermann Hesse con la moglie Ninon nel 1949

Quanto più invecchiavo, quanto più insipide mi parevano le piccole soddisfazioni che la vita mi dava, tanto più chiaramente comprendevo dove andasse cercata la fonte delle gioie della vita. Imparai che essere amati non è niente, mentre amare è tutto, e sempre più mi parve di capire ciò che dà valore e piacere alla nostra esistenza non è altro che la nostra capacità di sentire. Ovunque scorgessi sulla terra qualcosa che si potesse chiamare “felicità”, consisteva di sensazioni. Il denaro non era niente, il potere non era niente. Si vedevano molti che avevano sia l’uno che l’altro ed erano infelici. La bellezza non era niente: si vedevano uomini belli e donne belle che erano infelici nonostante la loro bellezza. Anche la salute non aveva un gran peso; ognuno aveva la salute che si sentiva, c’erano malati pieni di voglia di vivere che fiorivano fino a poco prima della fine e c’erano sani che avvizzivano angosciati per la paura della sofferenza. Ma la felicità era ovunque una persona avesse forti sentimenti e vivesse per loro, non li scacciasse, non facesse loro violenza, ma li coltivasse e ne traesse godimento. La bellezza non appagava chi la possedeva, ma chi sapeva amarla e adorarla. C’erano moltissimi sentimenti, all’apparenza, ma in fondo erano una cosa sola. Si può dare al sentimento il nome di volontà, o qualsiasi altro. Io lo chiamo amore. La felicità è amore, nient’altro. Felice è chi sa amare. Amore è ogni moto della nostra anima in cui essa senta se stessa e percepisca la propria vita. Ma amare e desiderare non sono la stessa cosa. L’amore è desiderio fattosi saggio; l’amore non vuole avere; vuole soltanto amare.

Sull’amore, a cura di Volker Michels, Mondatori, p. 174

Hermann Hesse (1877 – 1962), scrittore, poeta e pittore tedesco


sabato 26 marzo 2022

Essere amati e liberi

Prima che il commercio degli schiavi fosse abolito, Abramo Lincoln, assistendo alla messa all'asta di una giovane donne nera, prese parte alle offerte, con grande stupore degli astanti, essendo nota a tutti la sua posizione in merito alla schiavitù. Lincoln fece l’offerta più alta e diventò proprietario della schiava. Appena ricevuti i documenti di proprietà, Lincoln li mise in mano alla donna dicendole: “Tieni, ora sei libera”. La donna prese i documenti e chiese: “Signore, posso andare dove voglio e fare ciò voglio?”. “Certo!”. “Allora, signore, io voglio venire con voi e servirvi per il resto della mia vita”. “Perché,  signore, se si è amati da un uomo libero si è davvero amati e si è davvero liberi”.

lunedì 28 settembre 2020

Servire Cristo nei poveri: essi sono i nostri signori e padroni

Non dobbiamo regolare il nostro atteggiamento verso i poveri da ciò che appare esternamente in essi e neppure in base alle loro qualità interiori. Dobbiamo piuttosto considerarli al lume della fede. Il Figlio di Dio ha voluto essere povero, ed essere rappresentato dai poveri. Nella sua passione non aveva quasi la figura di uomo; appariva un folle davanti ai gentili, una pietra di scandalo per i Giudei; eppure egli si qualifica l'evangelizzazione dei poveri: «Mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio» (Lc 4, 18). Dobbiamo entrare in questi sentimenti e fare ciò che Gesù ha fatto: curare i poveri, consolarli, soccorrerli, raccomandarli.

Egli stesso volle nascere povero, ricevere nella sua compagnia i poveri, servire i poveri, mettersi al posto dei poveri, fino a dire che il bene o il male che noi faremo ai poveri lo terrà come fatto alla sua persona divina. Dio ama i poveri, e, per conseguenza, ama quelli che amano i poveri. In realtà quando si ama molto qualcuno, si porta affetto ai suoi amici e ai suoi servitori. Così abbiamo ragione di sperare che, per amore di essi, Dio amerà anche noi. Quando andiamo a visitarli, cerchiamo di capirli per soffrire con loro, e di metterci nella disposizione interiore dell'Apostolo che diceva: «Mi sono fatto tutto a tutti» (1 Cor 9, 22). Sforziamoci perciò di diventare sensibili alle sofferenze e alle miserie del prossimo. Preghiamo Dio, per questo, che ci doni lo spirito di misericordia e di amore, che ce ne riempia e che ce lo conservi. Il servizio dei poveri deve essere preferito a tutto. Non ci devono essere ritardi. Se nell'ora dell'orazione avete da portare una medicina o un soccorso a un povero, andatevi tranquillamente. Offrite a Dio la vostra azione, unendovi l'intenzione dell'orazione. Non dovete preoccuparvi e credere di aver mancato, se per il servizio dei poveri avete lasciato l'orazione. Non é lasciare Dio, quando si lascia Dio per Iddio, ossia un'opera di Dio per farne un'altra. Se lasciate l'orazione per assistere un povero, sappiate che far questo é servire Dio. La carità é superiore a tutte le regole, e tutto deve riferirsi ad essa. É una grande signora: bisogna fare ciò che comanda.

Tutti quelli che ameranno i poveri in vita non avranno alcuna timore della morte. Serviamo dunque con rinnovato amore i poveri e cerchiamo i più abbandonati. Essi sono i nostri signori e padroni.

Lettere e conferenze spirituali (Correspondance, entretiens, documents, Paris 1922-1925, passim)

Vincenzo de’ Paoli, [ Vincent de Paul] (1581 – 1660), santo, presbitero francese, fondatore della Congregazione della Missione e delle Suore Figlie della Carità

giovedì 30 luglio 2020

Più ami, più aumenterà la tua fede in Dio

 

Nel romanzo "I fratelli Karamazov" di Dostoevskij, una donna alla ricerca della fede dialoga con un santo monaco. 

Questa – disse lo starec – questa è l’antica “Rachele che piange i suoi figli e non può consolarsi perché essi non sono più”; tale è la sorte assegnata sulla terra a voi madri. E tu non consolarti, non occorre che tu ti consoli, piangi pure; ma ogni volta che piangi, ricordati che il tuo bambino è uno degli angeli di Dio, che di là ti guarda e ti vede, gioisce delle tue lacrime e le indica al Signore Iddio. E ancora a lungo durerà questo tuo sublime pianto di madre, ma alla fine si trasformerà in una quieta gioia, e le tue amare lacrime non saranno più che lacrime di dolce tenerezza e di purificazione del cuore che laveranno la tua anima dal peccato.

Come, come riconquistare la fede? Del resto, io ho creduto soltanto quando ero bambina, meccanicamente, senza pensare a nulla… Ma come, come averne una dimostrazione? Per chiedervi questo sono venuta a inginocchiarmi davanti a voi… Se io perdo anche quest’occasione, nessuno più mi risponderà per tutta la vita! Come dimostrarlo, come convincersi? Oh, me infelice! Mi guardo attorno e vedo che per tutti, o quasi per tutti, la cosa è indifferente; nessuno oggi se ne dà pensiero e io, da sola, non riesco a sopportare questa angoscia. È una cosa che uccide, una cosa che uccide! Senza dubbio una cosa che uccide. Quanto a dimostrare, non si può dimostrare nulla; convincersi sì è possibile. Come? In che modo?

Con l’esperienza dell’amore attivo. Cercate di amare i vostri simili attivamente e senza posa. A mano a mano che progredirete nell’amore, vi persuaderete anche dell’esistenza di Dio e dell’immortalità dell’anima. E se, nell’amore per il prossimo arriverete all’abnegazione, allora crederete senza più alcun dubbio, e nessun dubbio penetrerà mai più la vostra anima. È cosa sperimentata, sicura.

L’amore attivo? Ecco un altro problema, e che problema! Vedete: io amo tanto l’umanità che, vi assicuro, a volte sogno di abbandonare tutto, tutto ciò che ho, di lasciare Lise e di farmi suora di carità. Chiudo gli occhi, penso e sogno, e in quei momenti sento in me una forza invincibile. Nessuna ferita, nessuna piaga purulenta potrebbe spaventarmi. Io le laverei e le benderei con le mie mani, farei da infermiera a quei sofferenti, pronta anche a baciarle, quelle piaghe…

È già molto ed è già una gran bella cosa che il vostro spirito sogni questo e non altro. Ma sì, sì… senza farlo di proposito, voi compirete certamente qualche buona azione.

Già ma potrei durare a lungo in una simile esistenza? – continuò la dama con calore e quasi con esaltazione. – Ecco il problema più importante, il più tormentoso dei miei problemi. Io chiudo gli occhi e mi chiedo: potrai camminare a lungo su questa strada? E se il malato a cui lavi le piaghe non ti ripagasse subito con la sua gratitudine ma, al contrario, ti tormentasse con i suoi capricci, senza notare e senza nemmeno notare la tua opera umanitaria? Se si mettesse a inveire contro di te, a comportarsi in modo grossolano e magari addirittura si lagnasse con qualche superiore, come spesso accade a coloro che soffrono molto, che faresti allora? Persisterebbe il tuo amore o no? E, figuratevi, io ho già risposto con un tremito al quesito: se c’è una cosa che può raggelare il mio amore “attivo” per l’umanità, questa è unicamente la ingratitudine. In una parola, io lavoro per mercede ed esigo delle lodi e dell’amore in cambio del mio amore. Diversamente non sono capace di amare nessuno!

Era in preda a un vero accesso di autoflagellazione e, quando ebbe finito guardò lo starec con provocante risolutezza.

Queste sono le precise parole che molto tempo fa mi diceva un medico – osservò lo starec  – era una uomo già maturo e di indiscutibile intelligenza. Parlava con la vostra stessa sincerità, scherzando, sì, ma con amarezza. Io, diceva, amo l’umanità, però sono stupito di me stesso: quanto più amo l’umanità in generale, tanto meno amo gli uomini in particolare, cioè presi separatamente come singoli individui. Spesso nei miei sogni, diceva, sono giunto a concepire progetti appassionati a servizio dell’umanità, e per gli uomini sarei forse davvero salito sulla croce, se ciò fosse stato in qualche modo necessario; ma con tutto questo non sono capace di vivere con qualcuno nella stessa camera per due giorni. Lo so per esperienza. Appena qualcuno mi è vicino, ecco che la sua personalità opprime il mio amor proprio e soffoca la mia libertà. In sole ventiquattro ore posso odiare i migliori uomini di questo mondo: uno perché si trattiene troppo a lungo a tavola, l’altro perché è raffreddato e non fa che soffiarsi il naso. Io, diceva, divento nemico degli uomini non appena mi trovo a contatto con loro. In compenso, però, mi è sempre accaduto che, quanto più odiavo gli uomini in particolare, tanto più si faceva ardente il mio amore per l’umanità.

Ma che fare dunque? Che fare in un caso simile? Ci si deve abbandonare alla disperazione?

No, perché è già sufficiente che ne proviate dolore. Fate ciò che potete, e ve ne sarà tenuto conto. E voi avete già fatto molto, visto che siete riuscita a leggere dentro di voi così sinceramente e profondamente.

I fratelli Karamazov (1880)

Fedor Michajlovic Dostoevskij (1821 - 1881), scrittore e filosofo russo
 

giovedì 2 luglio 2020

Ognuno dà ciò che ha nel cuore


Un giorno un uomo ricco consegnò un cesto di spazzatura ad un uomo povero.
L’uomo povero gli sorrise e se ne andò col cesto, poi lo svuotò, lo lavò e lo riempì di fiori bellissimi.
Ritornò dall'uomo ricco e glielo diede.
L’uomo ricco si stupì e gli disse:
«Perché mi hai donato fiori bellissimi se io ti ho dato la spazzatura?».
E l’uomo povero disse:
«Ogni persona dà ciò che ha nel cuore».

domenica 28 luglio 2019

Compassione o pietà?


La compassione è cosa diversa dalla pietà. La pietà suggerisce distanza, persino una certa condiscendenza. Io spesso agisco con pietà: do del denaro a un mendicante nelle strade di Toronto o di New York, ma non lo guardo negli occhi, non mi siedo con lui, non gli parlo. Sono troppo occupato per fare veramente attenzione all'uomo che mi si rivolge. Il mio denaro sostituisce la mia personale attenzione e mi dà una scusa per proseguire il mio cammino.
Compassione significa stare vicino a chi soffre. Ma possiamo stare vicino a un'altra persona soltanto se siamo disposti a diventare vulnerabili noi stessi. Una persona compassionevole dice: "Sono tuo fratello; sono tua sorella; sono umano, fragile e mortale, proprio come te. Non mi scandalizzo per le tue lacrime e non ho paura del tuo dolore. Anch'io ho pianto. Anch'io ho sofferto". Possiamo essere con l'altro soltanto quando l'altro cessa di essere "altro" e diventa come noi.
È forse questa la ragione principale per cui talvolta troviamo più facile mostrare pietà che non compassione. La persona che soffre ci invita a diventare consapevoli della nostra propria sofferenza. Come posso dare risposta alla solitudine di qualcuno se non ho contatto con la mia stessa esperienza della solitudine? Come posso essere vicino a un handicappato, se rifiuto di riconoscere i miei handicap? Come posso essere col povero quando non sono disposto a confessare la mia propria povertà?
Quando rifletto sulla mia vita, mi rendo conto che i momenti di maggiore conforto e consolazione sono stati momenti in cui qualcuno mi ha detto: "Non posso toglierti il tuo dolore, non posso offrire una soluzione al tuo problema, ma posso prometterti che non ti lascerò solo e starò con te finché potrò e nel modo migliore di cui sarò capace". Vi è molta sofferenza e molto dolore nella nostra vita, ma quale benedizione quando non dobbiamo vivere da soli il nostro dolore e la nostra sofferenza. Questo è il dono della compassione.
Vivere nello Spirito, Ed. Queriniana
Henri J. M. Nouwen (1932 – 1996), presbitero cattolico, teologo e scrittore olandese

sabato 22 giugno 2019

I fiori del desiderio

Un giovane monaco, guardando un prato magnificamente fiorito, disse al suo anziano:
- É dura per noi monaci la castità. É come avere davanti una moltitudine di splendidi fiori profumati senza poterne cogliere nemmeno uno...
Un uomo sposato che passava di lì, udendo queste parole, osservò: - E che dire di noi uomini sposati? Abbiamo colto un fiore, ne abbiamo assaporato il profumo, ed è forte per noi il desiderio di conoscerne altri. La castità non è forse più difficile per noi?
Una donna, ascoltati questi discorsi, disse:
- Quale sofferenza più grande che non essere colte da chi e quando realmente vorremmo?
Il Signore, udendo i tre, pensò fra sé: «Hanno ragione tutti e tre. La castità è difficile per tutti. Per questo ho promesso ai puri di cuore che mi vedranno in volto».

giovedì 28 marzo 2019

Se saprai starmi vicino


Se saprai starmi vicino
e potremo essere diversi,
se il sole illuminerà entrambi
senza che le nostre ombre si sovrappongano,
se riusciremo ad essere "noi" in mezzo al mondo
e insieme al mondo, piangere, ridere, vivere.

Se ogni giorno sarà scoprire quello che siamo
e non il ricordo di come eravamo,
se sapremo darci l'un l'altro
senza sapere chi sarà il primo e chi l'ultimo
e il tuo corpo canterà con il mio
perchè insieme è gioia...

Allora sarà amore
e non sarà stato vano aspettarsi tanto.

Pablo Neruda (1904 - 1973), poeta, diplomatico e politico cileno

martedì 19 marzo 2019

Custodire


«Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’Angelo del Signore e prese con sé la sua sposa» (Mt 1,24). In queste parole è già racchiusa la missione che Dio affida a Giuseppe, quella di essere custos, custode. Custode di chi? Di Maria e di Gesù; ma è una custodia che si estende poi alla Chiesa, come ha sottolineato il beato Giovanni Paolo II: «San Giuseppe, come ebbe amorevole cura di Maria e si dedicò con gioioso impegno all’educazione di Gesù Cristo, così custodisce e protegge il suo mistico corpo, la Chiesa, di cui la Vergine Santa è figura e modello» (Esort. ap. Redemptoris Custos, 1).

Come esercita Giuseppe questa custodia? Con discrezione, con umiltà, nel silenzio, ma con una presenza costante e una fedeltà totale, anche quando non comprende. Dal matrimonio con Maria fino all’episodio di Gesù dodicenne nel Tempio di Gerusalemme, accompagna con premura e tutto l'amore ogni momento. E’ accanto a Maria sua sposa nei momenti sereni e in quelli difficili della vita, nel viaggio a Betlemme per il censimento e nelle ore trepidanti e gioiose del parto; nel momento drammatico della fuga in Egitto e nella ricerca affannosa del figlio al Tempio; e poi nella quotidianità della casa di Nazaret, nel laboratorio dove ha insegnato il mestiere a Gesù.

Come vive Giuseppe la sua vocazione di custode di Maria, di Gesù, della Chiesa? Nella costante attenzione a Dio, aperto ai suoi segni, disponibile al suo progetto, non tanto al proprio; ed è quello che Dio chiede a Davide, come abbiamo ascoltato nella prima Lettura: Dio non desidera una casa costruita dall’uomo, ma desidera la fedeltà alla sua Parola, al suo disegno; ed è Dio stesso che costruisce la casa, ma di pietre vive segnate dal suo Spirito. E Giuseppe è “custode”, perché sa ascoltare Dio, si lascia guidare dalla sua volontà, e proprio per questo è ancora più sensibile alle persone che gli sono affidate, sa leggere con realismo gli avvenimenti, è attento a ciò che lo circonda, e sa prendere le decisioni più sagge. In lui cari amici, vediamo come si risponde alla vocazione di Dio, con disponibilità, con prontezza, ma vediamo anche qual è il centro della vocazione cristiana: Cristo! Custodiamo Cristo nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato!

La vocazione del custodire, però, non riguarda solamente noi cristiani, ha una dimensione che precede e che è semplicemente umana, riguarda tutti. E’ il custodire l’intero creato, la bellezza del creato, come ci viene detto nel Libro della Genesi e come ci ha mostrato san Francesco d’Assisi: è l’avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l’ambiente in cui viviamo. E’ il custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore. E’ l’aver cura l’uno dell’altro nella famiglia: i coniugi si custodiscono reciprocamente, poi come genitori si prendono cura dei figli, e col tempo anche i figli diventano custodi dei genitori. E’ il vivere con sincerità le amicizie, che sono un reciproco custodirsi nella confidenza, nel rispetto e nel bene. In fondo, tutto è affidato alla custodia dell’uomo, ed è una responsabilità che ci riguarda tutti. Siate custodi dei doni di Dio!

E quando l’uomo viene meno a questa responsabilità di custodire, quando non ci prendiamo cura del creato e dei fratelli, allora trova spazio la distruzione e il cuore inaridisce. In ogni epoca della storia, purtroppo, ci sono degli “Erode” che tramano disegni di morte, distruggono e deturpano il volto dell’uomo e della donna.

Vorrei chiedere, per favore, a tutti coloro che occupano ruoli di responsabilità in ambito economico, politico o sociale, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà: siamo “custodi” della creazione, del disegno di Dio iscritto nella natura, custodi dell’altro, dell’ambiente; non lasciamo che segni di distruzione e di morte accompagnino il cammino di questo nostro mondo! Ma per “custodire” dobbiamo anche avere cura di noi stessi! Ricordiamo che l’odio, l’invidia, la superbia sporcano la vita! Custodire vuol dire allora vigilare sui nostri sentimenti, sul nostro cuore, perché è proprio da lì che escono le intenzioni buone e cattive: quelle che costruiscono e quelle che distruggono! Non dobbiamo avere paura della bontà, anzi neanche della tenerezza!

E qui aggiungo, allora, un’ulteriore annotazione: il prendersi cura, il custodire chiede bontà, chiede di essere vissuto con tenerezza. Nei Vangeli, san Giuseppe appare come un uomo forte, coraggioso, lavoratore, ma nel suo animo emerge una grande tenerezza, che non è la virtù del debole, anzi, al contrario, denota fortezza d’animo e capacità di attenzione, di compassione, di vera apertura all’altro, capacità di amore. Non dobbiamo avere timore della bontà, della tenerezza!

Dall'omelia per la santa messa per l’imposizione del pallio e la consegna dell’anello del pescatore 
per l’inizio del ministero petrino, 19 marzo 2013, Solennità di San Giuseppe

Papa Francesco, Jorge Mario Bergoglio, Papa della Chiesa cattolica e vescovo di Roma