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giovedì 22 ottobre 2026

La madre speciale

Ti sei mai chiesto come vengano scelte le madri dei bambini con disabilità?

In qualche modo immagino Dio che aleggia sopra la terra, scegliendo con grande cura e attenzione i suoi strumenti per la generazione della vita. Mentre osserva, istruisce i suoi angeli affinché prendano nota su un enorme registro.

"Questa avrà una figlia. La sua santa patrona sarà Cecilia."

"Questa avrà due gemelli. Il suo santo patrono sarà Matteo."

"Questa avrà un figlio. Il suo santo patrono... datele Gerardo. È abituato alle imprecazioni."

Infine passa davanti a un nome, sorride e dice a un angelo:

"Datele un bambino con una disabilità."

L'angelo è incuriosito.

"Perché proprio lei, Signore? È così felice."

"Appunto", risponde Dio sorridendo. "Potrei forse affidare un bambino con una disabilità a una madre che non conosce la gioia del sorriso? Sarebbe crudele."

"Ma ha la pazienza necessaria?" chiede l'angelo.

"Non voglio che ne abbia troppa, altrimenti annegherebbe in un mare di dolore e disperazione. Quando lo shock e il risentimento saranno passati, saprà affrontare la situazione.
L'ho osservata oggi. Possiede quel senso di identità e quella indipendenza che sono così necessarie a una madre. Vedi, il bambino che sto per darle vive in un mondo tutto suo. E lei dovrà riuscire a farlo vivere anche nel mondo degli altri. Non sarà facile."

"Ma, Signore, non credo che lei creda nemmeno in Te."

Dio sorride.

"Non importa. A questo posso rimediare. Questa donna è perfetta. Ha esattamente la giusta dose di egoismo."

L'angelo sussulta.

"Egoismo? È una virtù?"

Dio annuisce.

"Se non saprà separarsi dal bambino di tanto in tanto, non riuscirà a sopravvivere. Sì, questa è una donna che benedirò con un figlio meno che perfetto.
Ancora non lo sa, ma sarà oggetto d'invidia.
Non darà mai per scontata una parola pronunciata.
Non considererà mai un semplice passo qualcosa di ordinario.
Quando suo figlio dirà per la prima volta «Mamma», assisterà a un miracolo e ne sarà pienamente consapevole.
Le permetterò di vedere con chiarezza ciò che vedo anch'io: l'ignoranza, la crudeltà e il pregiudizio. E le permetterò di elevarsi al di sopra di tutto questo.
Non sarà mai sola.
Sarò al suo fianco ogni minuto di ogni giorno della sua vita, perché sta compiendo la mia opera con la stessa certezza di chi si trova qui accanto a me."

"E per quanto riguarda il suo santo patrono?" chiede l'angelo, con la penna sospesa a mezz'aria.

Dio sorride.

"Le basterà uno specchio."


Erma Louise Bombeck (1927 – 1996), scrittrice americana


Testo originale:


The Special Mother

Did you ever wonder how mothers of disabled children were chosen?

Somehow I visualize God hovering over the earth selecting his instruments of propagation with great care and deliberation. As He observes, He instructs His angels to make notes in a giant ledger.

“This one gets a daughter. The Patron saint will be Cecelia”.

“This one gets twins. The Patron saint will be Matthew”.

“This one gets a son. The Patron saint… give her Gerard. He’s used to profanity”. 

Finally He passes a name to an angel and smiles.

“Give her a disabled child”. 

The angel is curious. “Why this one God? She’s so happy”.

“Exactly,” smiles God. “Could I give a disabled child to a mother who does not know laughter? That would be cruel!”.

“But has she patience?” asks the angel.

“I don’t want her to have too much patience or she will drown in a sea of sorrow and despair. Once the shock and resentment wears off, she’ll handle it. I watched her today, she has that feeling of self and independence that is so necessary in a mother. You see, the child I’m going to give her has her own world. She has to make her live in her world and that’s not going to be easy”.

“But Lord, I don’t think she even believes in you”.

God smiles, “No matter, I can fix that. This one is perfect – she has just enough selfishness”.

The angel gasps – “Selfishness? is that a virtue?”

God nods. “If she can’t separate herself from the child occasionally she won’t survive. Yes here is a woman whom I will bless with a child less than perfect. She doesn’t realize it yet, but she is to be envied. She will never take for granted a ‘spoken word’. She will never consider any ‘step’ ordinary. When her child says “Momma” for the first time she will be present at a miracle and will know it. I will permit her to see clearly the things I see… ignorance, cruelty and prejudice…and allow her to rise above them. She will never be alone. I will be at her side every minute of every day of her life because she is doing my work as surely as if she is here by my side”.

“And what about her Patron saint?” asks the angel, his pen poised in midair.

God smiles… “A mirror will suffice”. 


Se potessi ricominciare tutto daccapo, mi impadronirei di ogni minuto

Qualcuno mi ha chiesto giorni fa se, potendo rinascere, avrei vissuto la vita in maniera diversa. Lì per lì ho risposto di no, poi ci ho pensato un po’ su e... potendo rivivere la mia vita, avrei parlato meno ed ascoltato di più. 

Non avrei rinunciato ad invitare a cena gli amici soltanto perché il mio tappeto aveva qualche macchia e la fodera del divano era stinta. 

Avrei mangiato briciolosi panini nel salotto buono e mi sarei preoccupata molto meno dello sporco prodotto dal caminetto acceso. 

Avrei trovato il tempo di ascoltare il nonno quando rievocava gli anni della sua giovinezza. 

Non avrei mai preteso in un giorno di estate, che i finestrini della macchina fossero alzati perché avevo appena fatto la messa in piega. 

Non avrei lasciato che la candela a forma di rosa si sciogliesse, dimenticata, nello sgabuzzino. L’avrei consumata io a forza di accenderla.

Mi sarei stesa sul prato con i bambini senza badare alle macchie d’erba sui vestiti. 

Avrei pianto e riso di meno guardando la televisione e di più osservando la vita. 

Avrei condiviso maggiormente le responsabilità di mio marito. 

Mi sarei messa a letto quando stavo male, invece di andare febbricitante al lavoro, quasi che, mancando io dall’ufficio, il mondo si sarebbe fermato. 

Invece di non vedere l’ora che finissero i nove mesi della gravidanza, ne avrei amato ogni attimo, consapevole del fatto che la cosa stupenda che mi viveva dentro era la mia unica occasione di collaborare con Dio alla realizzazione di un miracolo. 

A mio figlio che mi baciava con trasporto non avrei detto: “Su, su, basta. Va a lavarti che la cena è pronta”.

Avrei detto più spesso: “Ti voglio bene”... ma soprattutto, potendo ricominciare tutto daccapo, mi impadronirei di ogni minuto... lo guarderei fino a vederlo veramente... lo vivrei... e non lo restituirei mai più.


Erma Louise Bombeck (1927 – 1996), scrittrice americana


Amare fino a stare male (Love till it hurts)

“Tu non mi vuoi bene!”

Quante volte i tuoi figli ti hanno detto una frase del genere? E quante volte tu, come genitore, hai resistito alla tentazione di spiegare loro quanto invece li ami?

Un giorno, quando i miei figli saranno abbastanza grandi da comprendere la logica che guida una madre, glielo dirò.

Ti ho amato abbastanza da chiederti con insistenza dove andavi, con chi eri e a che ora saresti tornato a casa.

Ti ho amato abbastanza da pretendere che ti comprassi una bicicletta con i tuoi soldi, anche se noi avremmo potuto permettercela e tu no.

Ti ho amato abbastanza da restare in silenzio e lasciarti scoprire che l'amico che avevi scelto con tanta convinzione era una cattiva compagnia.

Ti ho amato abbastanza da farti riportare al negozio una barretta Milky Way con un morso già dato e confessare: “L'ho rubata”.

Ti ho amato abbastanza da restare accanto a te per due ore mentre riordinavi la tua stanza, un lavoro che io avrei fatto in quindici minuti.

Ti ho amato abbastanza da dirti: “Sì, puoi andare a Disney World nel giorno della Festa della Mamma”.

Ti ho amato abbastanza da lasciarti vedere rabbia, delusione, disgusto e lacrime nei miei occhi.

Ti ho amato abbastanza da non cercare scuse per la tua mancanza di rispetto o per le tue cattive maniere.

Ti ho amato abbastanza da ammettere quando avevo torto e chiederti perdono.

Ti ho amato abbastanza da ignorare ciò che facevano o dicevano “tutte le altre mamme”.

Ti ho amato abbastanza da lasciarti inciampare, cadere, soffrire e fallire.

Ti ho amato abbastanza da lasciarti assumere la responsabilità delle tue azioni, a 6, 10 o 16 anni.

Ti ho amato abbastanza da capire che avresti potuto mentire sulla sorveglianza a una festa, ma da perdonarti... dopo aver scoperto che avevo ragione.

Ti ho amato abbastanza da farti scendere dalle mie ginocchia, lasciare la tua mano, non cedere alle tue suppliche e sembrare insensibile alle tue richieste... affinché imparassi a stare in piedi da solo.

Ti ho amato abbastanza da accettarti per ciò che sei, non per ciò che avrei voluto che fossi.

Ma soprattutto, ti ho amato abbastanza da dirti di no quando mi odiavi per questo. Quella era la parte più difficile di tutte.


Erma Louise Bombeck (1927 – 1996), scrittrice americana


Testo originale:


Love till it hurts

“You don't love me!”

How many times have your kids laid that one on you? And how many times have you, as a parent, resisted the urge to tell them how much?

Someday, when my children are old enough to understand the logic that motivates a mother, I'll tell them.

I loved you enough to bug you about where you were going, with whom, and what time you would get home.

I loved you enough to insist you buy a bike with your own money that we could afford and you couldn't.

I loved you enough to be silent and let you discover your handpicked friend was a creep.

I loved you enough to make you return a Milky Way with a bite out of it to a drugstore and confess, “I stole this.”

I loved you enough to stand over you for two hours while you cleaned your bedroom, a job that would have taken me 15 minutes.

I loved you enough to say, “Yes, you can go to Disney World on Mother's Day”.

I loved you enough to let you see anger, disappointment, disgust and tears in my eyes.

I loved you enough to not make excuses for your lack of respect or your bad manners.

I loved you enough to admit I was wrong and ask your forgiveness.

I loved you enough to ignore “what every other mother” did or said.

I loved you enough to let you stumble, fall, hurt, and fail.

I loved you enough to let you assume the responsibility for your own actions, at 6, 10 or 16.

I loved you enough to figure you would lie about the party being chaperoned, but forgive you for it ... after discovering I was right.

I loved you enough to shove you off my lap, let go of your hand, be mute to your pleas, and insensitive to your demands ... so that you had to stand alone.

I loved you enough to accept you for what you are, not what I wanted you to be.

But most of all, I loved you enough to say no when you hated me for it. That was the hardest part of all.


martedì 7 luglio 2026

Quando chiude la casa dei nonni...

Uno dei momenti più tristi della nostra vita arriva quando la porta della casa dei nonni si chiude per sempre, e cioè, quando quella porta è chiusa, finiamo gli incontri con tutti i membri della famiglia, che in occasioni speciali quando si ritrovano, esaltano i cognomi, come se fossero una famiglia reale, e sempre portati dall'amore dei nonni, come una bandiera.

Quando chiudiamo la casa dei nonni, finiamo pomeriggi gioiosi con zii, cugini, nipoti, nipoti, genitori, fratelli e persino fidanzati temporanei che si innamorano dell'atmosfera che si respira lì.

Non devi nemmeno uscire, stare a casa dei tuoi nonni è ciò di cui tutta la famiglia aveva bisogno per essere felice.

Le riunioni di Natale che ogni anno che vengono pensi se sarà l'ultima volta... È difficile accettare che questa abbia una scadenza, che un giorno tutto sarà coperto di polvere e le risate saranno un ricordo lontano di tempi forse migliori.

L'anno passa in attesa di questi momenti, e senza rendercene conto si passa dall'essere bambini che aprono regali, a sedersi accanto agli adulti allo stesso tavolo, giocando dal dolce a pranzo al caffè a cena, perché quando si è in famiglia, il tempo non passa e quel caffè è sacro.

Le case dei nonni sono sempre piene di sedie, non si sa mai se un cugino porterà una fidanzata, o un amico o un vicino, perché qui tutti sono i benvenuti. Ci sarà sempre una tazza di caffè o qualcuno disposto a farlo.

Saluti le persone che passano dalla porta, anche se sono estranei, perché le persone per strada dei tuoi nonni sono la tua gente, sono la tua città.

Chiudere la casa dei nonni, cioè dire addio ai momenti più belli della vita!

lunedì 22 giugno 2026

La parabola dell’aragosta

Tanto tempo fa, quando il mondo era stato creato da poco, una certa aragosta ritenne che il Creatore aveva fatto un errore. Così fissò un appuntamento per discutere con lui la questione. “Con tutto il dovuto rispetto”, disse l’aragosta, “vorrei protestare per il modo in cui hai disegnato il mio guscio. Vedi, non appena mi abituo al mio rivestimento esterno, ecco che devo abbandonarlo per un altro scomodo, e oltre tutto è una perdita di tempo”. Al che il Creatore replicò: “Capisco, ma ti rendi conto che è proprio il lasciare un guscio che ti permette di andare a crescere dentro un altro?”. “Ma io mi piaccio così come sono”, disse l’aragosta. “Hai proprio deciso così?”, chiese il Creatore. “Certo”, rispose l’aragosta. “Molto bene”, sorrise il Creatore, “d’ora in poi il tuo guscio non cambierà e tu continuerai a essere così come sei ora”. “Molto gentile da parte Tua”, disse l’aragosta e se ne andò.

L’aragosta era molto contenta di poter continuare a indossare lo stesso vecchio guscio ma giorno dopo giorno quel che prima era una leggera e confortevole protezione cominciò a diventare ingombrante e scomodo. Alla fine arrivò al punto di non riuscire neanche più a respirare dentro il vecchio guscio. Allora, con un grande sforzo, tornò a parlare al Creatore. “Con tutto il rispetto”, sospirò l’aragosta, “contrariamente a quello che mi avevi promesso, il mio guscio non è rimasto lo stesso. Continua a restringersi sempre di più”. “No di certo”, disse il Creatore, “il tuo guscio potrà essere diventato più duro col passare del tempo ma è rimasto della stessa misura. Tu sei cambiato dentro, all’interno del guscio. Vedi, tutto cambia continuamente. Nessuno resta lo stesso, è così che ho creato le cose. La possibilità più interessante che tu hai è quella di poter lasciare il tuo vecchio guscio, quando cresci”.“Ah…capisco!”, disse l’aragosta, “ma devi ammettere che ciò è abbastanza scomodo”. “Sì”, rispose il Creatore, “ma ricorda…ogni crescita porta con sé la possibilità di un disagio…insieme alla grande gioia nello scoprire nuovo aspetti di se stesso. Ma non si può avere l’una senza l’altra”. “Tutto ciò è molto saggio”, disse l’aragosta. “Se permetti, ti dirò qualcosa ancora”, disse il creatore. “Te ne prego!”, rispose l’aragosta. “Ogni volta che lascerai il tuo vecchio guscio e sceglierai di crescere, costruirai una forza nuova dentro di te. E in questa forza troverai una nuova capacità di amare te stessa e di amare coloro che ti sono accanto, di amare la vita stessa. É questo il mio progetto per ognuno di voi”.

da: M. Novellino, Seminari clinici, Milano, 2002

Anonimo


Lo psichiatra americano Abraham J. Twerski (1930 - 2021) descrive lo stimolo che permette all’aragosta di crescere come una interessante parabola per ciascuno di noi:

“L’aragosta è un animale soffice, molle, che vive all’interno di un guscio rigido. Questo rigido guscio non si espande. Allora, come fa l’animale a crescere? Beh, con la crescita dell’aragosta, quel guscio diventa estremamente limitante e l’aragosta si sente sotto pressione, a disagio.

Così si nasconde sotto una roccia, per proteggersi dai pesci predatori, si libera dal guscio e ne produce uno nuovo.

Con il tempo e con la crescita anche questo guscio diventa scomodo, così torna sotto la roccia e ripete questo processo più volte. Lo stimolo che permette all’aragosta di crescere nasce da una sensazione di disagio.

Ora, se le aragoste avessero dei dottori, non crescerebbero più, perché al primo segnale di disagio andrebbero dal dottore a prendersi un Valium o un antidolorifico e si sentirebbero momentaneamente bene, ma non si libererebbero mai del proprio guscio.

Quindi, credo che sia ora di capire che i momenti difficili sono anche i momenti di crescita maggiore, che non fanno altro che aiutarci; se mettiamo a buon uso le avversità, possiamo crescere grazie a esse”.

giovedì 1 gennaio 2026

Lettera di un padre alla propria figlia


Oggi parliamo bene di un uomo che non viene considerato molto, ma che a un certo punto della sua vita non ha preso una decisione e ha fatto comunque un figlio o magari, meglio per lui, una figlia, ed è a questa ragazza che vorrei parlare.

Quando parliamo di quest’uomo che ci conosce un po’ meglio solo da grandi, dobbiamo considerare sempre il fatto che parliamo di un bambino che diventa ragazzo e poi uomo suo malgrado, ma non diventa mai adulto e tutte le cose della vita gli cadono addosso anche se lui non vorrebbe, perché sa di doverle affrontare senza sapere come.


Tuo padre...

...è quell’uomo che a volte non ha un posto dove stare a casa, perché torna sempre per ultimo, e solo da vecchio lo trovi sempre sulla poltrona con un giornale e ti farà finalmente tenerezza: perché tuo padre è quell’uomo che ti ha insegnato ad andare in bicicletta tenendoti il sellino da dietro per non farti cadere.

È quell’uomo del quale ti ricordi solo all’ultimo momento di farti una foto con lui ai tuoi compleanni e se invece al suo ti scordi di fargli gli auguri non ci rimarrà male perché lui lo sa che non l’hai fatto apposta.

Sappi che quell’uomo, quando uscirai per la prima volta con un ragazzo, non dormirà tutta la notte aspettando il tuo ritorno, e il giorno dopo non ti chiederà come è andata non perché non gli interessa ma perché ha paura che tu ti sia trovata bene con un ragazzo che con te non c’entra niente.

È quell’uomo che quando trovi una sua foto da giovane, ti sembra sempre fichissimo e ti dispiace di non averlo conosciuto allora quando faceva lo scemo con tua madre. È un uomo che ogni volta che esce con la macchina spera che piova per incontrarti e darti un passaggio.

Tuo padre è quell’uomo che quando tornavi troppo tardi ti sgridava ma dentro ti voleva solo abbracciare. È quell’uomo che può litigare con chiunque per tutta la vita ma con te vorrà sempre fare pace in un attimo perché è quell’uomo che ti amerà come non ha mai amato niente nella sua vita.

Tuo padre è quell’uomo che quando ti sposerai compirà l’ultimo sacrificio che la vita gli chiede: portarti all’altare e guardarti da dietro mentre ti lascia la mano...

E ricordati, cara figlia mia, che se una volta, quando sarai una donna, dovessi attraversare un momento difficile in cui ti sentirai sola come mai ti è successo e non troverai nessuno accanto, dovrai girare la testa per guardare dietro di te. E troverai un uomo solo. Tuo padre.


Riccardo Rossi, autore, attore, regista e sceneggiatore italiano

domenica 7 dicembre 2025

Un giorno ti dirò figlio...

Un giorno, figlio, ti dirò 

che ti ho amato tanto da stressarti chiedendoti dove stessi andando e con chi,

che ti ho amato tanto da preoccuparmi per la tua salute,

che ti ho amato tanto da scegliere di farti arrabbiare, 

sperando che la lezione ti avrebbe portato futura felicità,

che ti ho amato tanto da essere super protettiva,

che ti ho amato tanto da scusarti quando non eri rispettoso o educato,

che ti ho amato tanto da scegliere di mettere me stessa all'ultimo posto, ogni giorno,

che ti ho amato tanto da ignorare tutto quello che gli altri genitori facevano,

che ti ho amato tanto da escludere dalla mia vita persone che amavo, se ciò poteva proteggerti,

che ti ho amato tanto da starti accanto a ogni caduta, finché non hai imparato a camminare da solo,

che ti ho amato tanto da rischiare di farmi odiare da te per delle decisioni,

prese nella speranza di star facendo il meglio per te.

Questa è stata la parte peggiore figlio mio...

domenica 9 novembre 2025

Come allevare figli delinquenti...

1. Dai a tuo figlio tutto ciò che chiede. Crederà di avere il diritto di ottenere tutto ciò che desidera.

2. Ridi quando tuo figlio dice parolacce. Crescerà pensando che la mancanza di rispetto è un divertimento.

3. Non sgridare mai tuo figlio per il suo comportamento. Crescerà pensando che non esistono regole nella società.

4. Raccogli tutto quello che tuo figlio mette in disordine. Crescerà credendo che gli altri debbono farsi carico delle sue responsabilità.

5. Permettigli di vedere qualsiasi programma alla TV. Crescerà credendo che non ci sono differenze tra essere bambino e essere adulto.

6. Dai a tuo figlio tutto il denaro che chiede. Crescerà pensando che ottenere denaro è facile e non esiterà a rubarlo per averlo.

7. Mettiti sempre dalla sua parte, contro i vicini, i maestri, la polizia. Crederà che ciò che fa va sempre bene, sono gli altri che sbagliano.

Seguendo queste istruzioni le garantiamo che suo figlio sarà un delinquente e terremo pronta una cella per lui.

venerdì 6 dicembre 2024

L'educazione dell'anima

All'educazione dell'uomo animale, dell'uomo cittadino, dell'uomo razziale, dell'uomo economico, dell'uomo volontà di potenza, dell'uomo operaio si oppone l'educazione dell'uomo completo figlio di Dio, che fa precedere la nozione del fine a quella del semplice fare, poiché l'ideale educativo dipende dall'ideale della vita. 

Secondo tale ideale, destinato a perfezionare la natura dell'uomo, l'anima di tutta l'educazione è l'educazione dell'anima, che si esplica nei valori morali e divini.

Intervento al Congresso pedagogico di Bruxelles (1900)

San Bartolo Longo (1841 - 1926), avvocato, filantropo e pedagogo, fondatore della Congregazione delle Suore del Rosario e promotore del santuario di Pompei (Napoli)


lunedì 7 ottobre 2024

Un giorno ti dirò, figlio mio...

Un giorno ti dirò, figlio mio... 

che ti ho amato tanto da stressarti chiedendoti dove stessi andando e con chi, 

che ti ho amato tanto da preoccuparmi per la tua salute, 

che ti ho amato tanto da scegliere di farti arrabbiare, sperando che la lezione ti avrebbe portato futura felicità,

che ti ho amato tanto da essere super protettivo, 

che ti ho amato tanto da scusarti quando non eri rispettoso o educato, 

che ti ho amato tanto da scegliere di mettere me stesso all’ultimo posto, ogni giorno, 

che ti ho amato tanto da ignorare tutto quello che gli altri genitori facevano, se ciò poteva proteggerti, 

che ti ho amato tanto da starti accanto a ogni caduta, finché non hai imparato a camminare da solo, 

che ti ho amato tanto da rischiare di farmi odiare da te per delle decisioni prese nella speranza di star facendo il meglio per te. 

...e questa è stata la parte peggiore, figlio mio!

martedì 26 marzo 2024

Jung, l'inconscio, la guerra


La psicologia del singolo corrisponde alla psicologia delle nazioni

La guerra “ha mostrato spietatamente all’uomo civile che egli è ancora un barbaro” perché il conflitto alberga dentro ognuno di noi in quanto: “la psicologia del singolo corrisponde alla psicologia delle nazioni. Ogni singolo individuo fa ciò che fanno le nazioni e, fin quando lo fa l’individuo, lo fa anche la nazione. La psicologia della nazione può cambiare soltanto se cambia l’atteggiamento dell’individuo. I grandi problemi dell’umanità non sono mai stati risolti da leggi generali, ma sempre e soltanto da un mutato atteggiamento del singolo.

Psicologia dell’Inconscio (1912)


Cominciare da sé stessi

La visione di questa catastrofe [ il Primo conflitto mondiale ] risospinge su sé medesimo l’uomo, nel sentimento della sua totale impotenza; lo induce a guardare dentro di sé e, poiché tutto oscilla e sembra lì lì per crollare, l’uomo cerca qualcosa a cui appigliarsi. Sono ancora molti, troppi coloro che cercano al di fuori; alcuni credono all’illusione della vittoria e della forza vittoriosa, altri confidano nei trattati e nelle leggi, altri ancora sperano nella distruzione dell’ordine esistente. Troppo pochi invece cercano al didentro, nel proprio Sé, e troppo pochi si domandano se il miglior servizio che si può rendere alla società umana non consista dopo tutto nel cominciare da sé stessi, applicando prima e unicamente alla propria persona e nel proprio foro interiore il sommovimento dell’ordine esistente, le leggi, le vittorie di cui va cianciando ad ogni angolo di strada, anziché pretendere di imporle ai propri simili. Il singolo individuo ha bisogno di un rivolgimento, di una rottura interna, di staccarsi da ciò che già esiste per rinnovarsi, ma non deve imporre tutto ciò ai suoi simili sotto il manto ipocrita del cristiano amor del prossimo o del senso di responsabilità sociale, e delle altre belle parole con cui copre inconsci bisogni personali di potenza. Conoscenza di sé, ritorno del singolo al fondo dell’essenza umana, alla propria essenza e alla certezza individuale e sociale di questa, ecco il modo per cominciare a guarire dalla cecità che predomina nell’ora attuale.

Due testi di psicologia analitica (1918), Opere 7


Domani la tua sovranità sarà ridotta in cenere

Ma che cosa vuoi ancora conquistare? Di più della terra non puoi conquistare. E cos’è poi la terra? É tutta tonda, una goccia sospesa nell’universo. Al sole non puoi arrivare e neppure alla desolata luna basta il tuo potere; non puoi assoggettare il mare, la neve dei poli o la sabbia del deserto, ma alla fin fine soltanto qualche lembo di terra verde. E le tue conquiste non sono nemmeno di lunga durata. Domani la tua sovranità sarà ridotta in cenere, perché dovresti soprattutto – e perlomeno – assoggettare la morte. Dunque, non essere folle e metti via le armi. Dio stesso ha fatto in mille pezzi la tua arma. L'armatura ti sia sufficiente a proteggerti dai folli che pensano ancora alle conquiste.

Il Libro Rosso (1913 - 1930), 2, IX

Carl Gustav Jung (1875-1961), psichiatra, psicoanalista, antropologo e filosofo svizzero


giovedì 21 marzo 2024

Stai attento ai tuoi pensieri


Stai attento ai tuoi pensieri, perché diventeranno le tue parole.

Stai attento alle tue parole, perché diventeranno le tue azioni.

Stai attento alle tue azioni, perché diventeranno le tue abitudini.

Stai attento alle tue abitudini, perché diventeranno il tuo carattere.

Stai attento al tuo carattere, perché diventerà il tuo destino.


Frank Outlaw, uomo d'affari e dirigente americano 

lunedì 19 febbraio 2024

Non fate figli!


Non fateli i figli.

Non fateli, che poi vi vengono le occhiaie, le rughe, le smagliature, le bolle di sapone nella borsa, le figurine nei taschini delle camicie e le costruzioni nel letto.

Non fateli, che poi vi viene voglia di farne altri.

Non fateli, che poi vi iniziate a fare troppe domande sul senso della vita e vi vengono le vertigini.

Non fateli, che poi vi rivedrete in loro in ogni azione e avrete un rimando costante del vostro essere. Uno lo specchio può non guardarlo, ma loro no.

Non fateli, che poi al posto dei gin tonic vi ritrovate con il latte di riso in una mano e il succo di mela nell’altra.

Non fateli i figli, che poi finirete per commuovervi guardandoli dormire, trovando le loro mutande in giro, salutandoli per la prima gita.

Non fateli, altrimenti rischierete di modificare drasticamente il peso degli aspetti della vostra vita e forse vi verrà voglia di lasciare il lavoro, vendere la moto e lasciare che saltino sul divano di design.

Non fateli, che poi vi ritrovate a non saper gestire alcune situazioni e a pensare a tutte le volte che avete giudicato dentro di voi altri genitori, quando voi i figli non li avevate.

Non li fate i figli, perchè vi costringeranno a tornare dai vostri genitori e sistemare tutti i sospesi.

Non fateli, che poi non vi importerà più niente di uscire, di ballare, di fare passeggiate notturne e viaggi in autostop e riuscire a farvi una doccia di mezzora diventerà la vostra massima conquista.

Non fateli i figli, che poi tocca fare i genitori e smettere di essere figli.

Non fateli i figli, che poi bisogna trasformare la coppia, bisogna ridarle forma, senso, consistenza e curarla e proteggerla come se anche lei fosse un figlio.

Non fateli i figli o scoprirete che non avevate capito niente della vita, tutte le vostre certezze vacilleranno e si apriranno nuovi orizzonti.

Non fateli, se avete paura del cambiamento.

Non fateli, se temete di smarrirvi.


Non fateli, se non siete pronti a sacrificare i vostri lussi.

Non fateli, se non siete pronti a vedersi chiudere un’era e una nuova sconosciuta aprirsi.

Non fateli, se avete paura di invecchiare.

Non fateli, se avete paura di amare.

Ma se tutto ciò non vi appartiene, fateli e proteggeteli.

Fateli e curateli dal mondo circostante e da voi stessi, dai vostri punti oscuri.

Fateli e non perdete l’occasione unica e irripetibile di crescere con loro, di accettare la sfida della vita che si rinnova, che sorride impotente di fronte a ciò che non conosceva e non conoscerà mai finchè penserà di saper tutto.

I figli insegnano e la prima lezione riguarda il saper lasciare andare.

Lasciatevi andare e lasciate andare ciò che non serve.

Fateli i figli e viaggiate leggeri, sospinti dal vento senza temere la meta.

domenica 28 gennaio 2024

I dieci bambini più felici del mondo


1. Il bambino svegliato da due baci: quello di mamma e quello di papà.

2. Il bambino sudato per aver tanto giocato.

3. Il bambino che si sente raccontare fiabe.

4. Il bambino che non è schiacciato da mille cose da fare.

5. Il bambino abbracciato, senza essere soffocato.

6. Il bambino che qualche volta può andare in bicicletta, da solo, con il papà o la mamma.

7. Il bambino che non sente sempre e solo le parole "mangiare", "bere", "avere", "piacere", ma anche "sacrificio", "dovere", "amore", "Dio".

8. Il bambino che quando cade può gridare indifferentemente "mamma" o "papà".

9. Il bambino che può accarezzare un gattino, toccare la neve, giocare con l'acqua.

10. Il bambino che non è costretto a dimostrare di essere un genio.

mercoledì 17 gennaio 2024

Beatitudini del papà

Beato il papà che chiama alla vita e sa donare la vita per i figli.

Beato il papà che non teme di essere tenero e affettuoso.

Beato il papà che sa giocare con i figli e perdere tempo con loro.

Beato il papà per il quale i figli contano più degli hobby e della partita.

Beato il papà che sa ascoltare e dialogare anche quando è stanco.

Beato il papà che dà sicurezza con la sua presenza e il suo amore.

Beato il papà che sa pregare con i figli e confrontare la vita con il Vangelo.

Beato il papà convinto che un sorriso vale più di un rimprovero, uno scherzo più di una critica, un abbraccio più di una predica.

Beato il papà che cresce insieme ai figli e li aiuta a diventare se stessi.

Beato il papà che sa capire e perdonare gli sbagli dei figli e riconoscere i propri.

Beato il papà che non sommerge i figli di cose, ma li educa alla sobrietà e alla condivisione. 

Beato il papà che non si ritiene perfetto e sa ironizzare sui propri limiti.

Beato il papà che cammina con i figli verso orizzonti sconfinati aperti all'uomo, al mondo, all'eternità.

domenica 8 ottobre 2023

Storia di due vasi cinesi


Una anziana donna cinese possedeva due grandi vasi, appesi alle estremità di un lungo bastone che portava bilanciandolo sul collo.

Uno dei due vasi aveva una crepa, mentre l'altro era intero. Così alla fine del lungo tragitto dalla fonte a casa, il vaso intero arrivava sempre pieno, mentre quello con la crepa arrivava sempre mezzo vuoto.

Per oltre due anni, ogni giorno l'anziana donna riportò a casa sempre un vaso e mezzo di acqua.

Ovviamente il vaso intero era fiero di se stesso, mentre il vaso rotto si vergognava terribilmente della sua imperfezione e di riuscire a svolgere solo metà del suo compito. Dopo due anni, finalmente trovò il coraggio di parlare con l'anziana donna, e dalla sua estremità del bastone le disse: "Mi vergogno di me stesso, perché la mia crepa ti fa portare a casa solo metà dell'acqua che prendi".

L'anziana donna sorrise "Hai notato che sul tuo lato della strada ci sono sempre dei fiori, mentre non ci sono sull'altro lato? Questo perché solo dal tuo lato c'è la crepa e disperdi un po' d'acqua, io ho piantato dei semi di fiori lungo la strada. Così ogni giorno, tornando a casa, tu innaffi i fiori.

Per due anni io ho potuto raccogliere dei fiori che hanno rallegrato la mia casa e la mia tavola. Se tu non fossi così come sei, non avrei mai avuto la loro bellezza a rallegrare la mia vita".

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Ciascuno di noi ha il suo lato debole: tuttavia sono queste crepe e imperfezioni che rendono la nostra vita insieme interessante e degna di essere vissuta. Dobbiamo solo essere capaci di accettarci e accettare ogni persona per quello che è.

E tutti coloro che si sentono un vaso rotto si ricordino di godere del profumo dei fiori sul proprio lato della strada!

sabato 1 ottobre 2022

Il professore e l'orologio


- Si ricorda di me? - chiese un giovane ad un anziano incontrato per strada. Il vecchio fissandolo bene per un attimo rispose di no.

Allora il giovane gli disse che è stato il suo studente. 

E il professore: Ah sì? E che lavoro fai adesso?

Il giovane risponde: Faccio l’insegnante.

- Oh, che bello, come me? gli disse il vecchio.

- Beh, sì. In realtà, sono diventato un insegnante perché mi ha ispirato ad essere come lei.

L'anziano, curioso, chiese al giovane di raccontargli come mai. E il giovane gli raccontò questa storia: Un giorno, un mio amico, anch'egli studente, è arrivato a scuola con un bellissimo orologio nuovo e io l’ho rubato. Poco dopo, il mio amico ha notato il furto e subito si è lamentato con il nostro insegnante, che era lei. Allora, lei ha detto alla classe:

- L'orologio del vostro compagno è stato rubato durante la lezione di oggi. Chi l'ha rubato, per favore, lo restituisca.

Ma io non ho voluto restituirlo. Poi lei hai chiuso la porta ed ha detto a tutti di alzarci in piedi perché avrebbe controllato le nostre tasche una per una. Ma prima ci ha detto di chiudere gli occhi. Così abbiamo fatto e lei ha cercato tasca per tasca e, quando è arrivato da me, ha trovato l'orologio e l'ha preso.

Ha continuato a cercare nelle tasche di tutti e, quando ha finito, ha detto: - Aprite gli occhi. Ho trovato l'orologio.

Non mi ha mai detto niente e non ha mai menzionato l'episodio. Non ha mai fatto il nome di chi era stato quello che aveva rubato. Quel giorno, lei ha salvato la mia dignità per sempre. È stato il giorno più vergognoso della mia vita. Non mi ha mai detto nulla e, anche se non mi ha mai sgridato né mi ha mai chiamato per darmi una lezione morale, ho ricevuto il messaggio chiaramente. E, grazie a lei ho capito che questo è quello che deve fare un vero educatore. Si ricorda di questo episodio, professore?

E il professore rispose: - Io ricordo la situazione, l'orologio rubato, di aver cercato nelle tasche di tutti ma non ti ricordavo, perché anche io ho chiuso gli occhi mentre cercavo.

Questo è l'essenza della decenza. 

"Se per correggere hai bisogno di umiliare, allora non sai insegnare".

giovedì 3 febbraio 2022

Ciascuno di noi è un tesoro inestimabile


Eschine desiderava che Socrate lo prendesse come discepolo, ma, essendo povero, non poteva portargli alcun dono. «Io - disse - non ti posso dare altro che la mia persona». «E ti par poco?- rispose Socrate - Vieni alla mia scuola e ti mostrerò che tesoro inestimabile è ciascuno di noi».

lunedì 31 gennaio 2022

Ai figli ci sono cose da dire

Ci sono cose da dire ai nostri figli.

Come ad esempio che il fallimento é una grande possibilità. Si ricade e ci si rialza. Da questo s’impara. Non da altro.

Dovremmo dire ai figli maschi che se piangono, non sono femminucce. Alle femmine che possono giocare alla lotta o fare le boccacce senza essere dei maschiacci.

Ai nostri figli maschi dovremmo dire che non sono Principi azzurri e non devono salvare nessuno. Alle femmine che nessuno le salva se non loro stesse.

Dovremmo dire che la noia è tempo buono per sé. 

Dovremmo dire che si può morire, ma che esiste la magia.

Ai nostri figli dovremmo dire che ci sono giorni sì, e giorni no. E hanno tutti lo stesso valore. Che bisogna saper stare e basta. E che il dolore si supera.

Ai nostri figli dovremmo dire che c’è tempo fino a quando non finisce e ce ne accorgiamo sempre troppo tardi.

Dovremmo dire che non ci sono né vinti né sconfitti e la vita non è una lotta.

Dovremmo dire che la cattiveria esiste ed è dentro ognuno di noi. Dobbiamo conoscerla per gestirla.

Dovremmo dire ai figli che non sempre un padre e una madre sono un porto sicuro. Alcuni fari non riescono a fare luce.

Dovremmo dire ai nostri figli che possono non avere successo e vivere felici lo stesso. Anzi, forse, lo saranno di più.

Che possono stare male, ma che la sofferenza ci spinge in avanti e che poi passa anche quella.

Bisogna dir loro che se nella vita non si sposeranno o non faranno figli, possono essere felici lo stesso.

Che la povertà esiste e dobbiamo farcene carico.

Che possono essere quello che vogliono. Ma non a tutti i costi.

Che esiste il perdono. E si può cedere ogni tanto, per procedere insieme.

Che senza gli altri non siamo niente. Proprio niente.

Che il mondo ha bisogno del loro impegno per diventare un luogo bello in cui sostare.

Ai figli dovremmo dire che possono andare lontano. Molto lontano. Dove non li vediamo più.

E che noi saremo qui.

Quando vogliono tornare.

Ai figli ci sono cose da dire, Ed. Mondadori ragazzi

Cinzia Pennati, insegnante e scrittrice italiana


mercoledì 26 gennaio 2022

Educare la libertà



Una pecora scoprì un buco nel recinto e scivolò fuori. 
Era così felice di andarsene, ma si allontanò molto e si perse.
Si accorse allora di essere inseguita da un lupo. 
Corse e corse, ma il lupo continuava ad inseguirla.
Finché il pastore arrivò e la salvò riportandola amorevolmente all'ovile.
E nonostante che tutti l'incitassero a farlo, 
il pastore non volle riparare il buco nel recinto.

Il canto degli uccelli. Frammenti di saggezza nelle grandi religioni

Anthony De Mello (1931 - 1987), prete gesuita e scrittore indiano

Divieti e costrizioni non educano la libertà. Le regole più che ingabbiare la libertà la custodiscono e la proteggono. È così anche per l'educazione dei figli: non si tratta di chiudere il recinto, ma di lasciarlo aperto. Perché educare non è imporre, ma insegnare a camminare.