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domenica 28 giugno 2026

Una giustizia fragile e un amore discreto

La sovranità di Cristo rimanda a Gesù di Nazareth che ha preferito, nel suo percorso, scartare l'onnipotenza immaginaria e assumere il rischio che corrono in questo mondo la giustizia fragile e l'amore discreto. Egli ha ritenuto più benefico per gli uomini questo ritiro al di fuori di ogni clamore. Il Risorto, mediante il dono dello Spirito, invita la Chiesa e i credenti a seguire una via analoga: rompe con la speranza illusoria, apre a una speranza lucida e solida, e ha come fondamento la fede che supera il dubbio generato dallo splendore attenuato del Regno che viene.

L’unique Christ. La symphonie différée, Paris, Ed. Cerf, 2002, p. 255

Christian Duquoc (1926–2008), scrittore e teologo domenicano francese



giovedì 16 aprile 2026

Il primo giorno di una nuova creazione

All'alba del terzo giorno, gli amici di Cristo, arrivati sul posto, videro la tomba vuota e la pietra rotolata di lato. In vari modi realizzarono la nuova meraviglia; Ma anche allora non si resero conto che il mondo era morto durante la notte. Ciò che videro fu il primo giorno di una nuova creazione, un nuovo Paradiso e una nuova Terra.

E con l'espressione di un giardiniere, Dio camminò di nuovo nel giardino, nella brezza, non nel pomeriggio, ma nelle prime ore del mattino.

L'uomo eterno (1925)

G.K. Chesterton

É morendo che si risorge

Signore, 
ti hanno messo nel sepolcro
e hanno rotolato la pietra.

Si sono illusi di averti finito
e invece Tu
stai già respirando
per risorgere.

Signore,
anche per noi 
il sepolcro sia come il grembo
e come il solco della terra.

Quando ci sembra 
di essere troppo stanchi
facci accorgere
che stiamo camminando spediti.

Quando ci sembra 
di non aver concluso niente
facci scoprire
che forse stiamo prendendo tutto.

Quando ci sembra
di aver perduto tutto
facci trovare con le mani piene.

Quando crediamo
di essere col cuore a terra,
fa che ci ritroviamo
a cantare di gioia.

Perché è dando che si riceve.
Perché è morendo che si risorge.

lunedì 16 marzo 2026

Cristo, l'uomo nuovo

In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo.

Adamo, infatti, il primo uomo, era figura di quello futuro (1) (Rm 5,14) e cioè di Cristo Signore.

Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l'uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione.

Nessuna meraviglia, quindi, che tutte le verità su esposte in lui trovino la loro sorgente e tocchino il loro vertice. Egli è «l'immagine dell'invisibile Iddio» (Col 1,15) (2) è l'uomo perfetto che ha restituito ai figli di Adamo la somiglianza con Dio, resa deforme già subito agli inizi a causa del peccato.

Poiché in lui la natura umana è stata assunta, senza per questo venire annientata (3) per ciò stesso essa è stata anche in noi innalzata a una dignità sublime.

Con l'incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo.

Ha lavorato con mani d'uomo, ha pensato con intelligenza d'uomo, ha agito con volontà d'uomo (4) ha amato con cuore d'uomo. Nascendo da Maria vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché il peccato (5). Agnello innocente, col suo sangue sparso liberamente ci ha meritato la vita; in lui Dio ci ha riconciliati con se stesso e tra noi (6) e ci ha strappati dalla schiavitù del diavolo e del peccato; così che ognuno di noi può dire con l'Apostolo: il Figlio di Dio «mi ha amato e ha sacrificato se stesso per me» (Gal 2,20). Soffrendo per noi non ci ha dato semplicemente l'esempio perché seguiamo le sue orme (7) ma ci ha anche aperta la strada: se la seguiamo, la vita e la morte vengono santificate e acquistano nuovo significato.

Concilio Vaticano II, Lumen Gentium, 22


(1) Cf. Rm 5,14. Cf. TERTULLIANO, De carnis resurr., 6: "Tutto quello che il fango significava, si riferiva a Cristo, l’uomo futuro": PL 2, 802 (848); CSEL 47, p. 33, l. 12-13
(2) Cf. 2 Cor 4,4
(3) Cf. CONCILIO DI COSTANTINOP. II, can. 7: "Né il Verbo Dio passato nella natura della carne, né la carne si trasformata nella natura del Verbo": Dz 219 (428) [Collantes 4.026]. - Cf. anche CONC. DI COSTANTINOP. III: "Come la santissima, immacolata, animata sua carne deificata non fu distrutta ( theótheisa ouk anèrethè), ma rimase nel suo proprio stato e modo d’essere": Dz 291 (556) [Collantes 4.071]. - Cf. CONC. DI CALCED.: "Dev’essere riconosciuto inconfusamente, immutabilmente, senza divisione, inseparabilmente in due nature": Dz 148 (302) [Collantes 4.012]
(4) Cf. CONC. DI COSTANTINOP. III: "Così non stata distrutta la sua volontà umana": Dz 291 (556) [Collantes 4.071]
(5) Cf. Eb 4,15
(6) Cf. 2 Cor 5,18-19; Col 1,20-22
(7) Cf. 1 Pt 2,21; Mt 16,24; Lc 14,27

Oggi sulla terra c'è grande silenzio, grande silenzio e solitudine

La discesa agli inferi del Signore

Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c'è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi.

Certo egli va a cercare il primo padre, come la pecorella smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell'ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva che si trovano in prigione.

Il Signore entrò da loro portando le armi vittoriose della croce. Appena Adamo, il progenitore, lo vide, percuotendosi il petto per la meraviglia, gridò a tutti e disse: «Sia con tutti il mio Signore». E Cristo rispondendo disse ad Adamo: «E con il tuo spirito». E, presolo per mano, lo scosse, dicendo: «Svegliati, tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà.

Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio; che per te e per questi, che da te hanno avuto origine, ora parlo e nella mia potenza ordino a coloro che erano in carcere: Uscite! A coloro che erano nelle tenebre: Siate illuminati! A coloro che erano morti: Risorgete! A te comando: Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell'inferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti. Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui! Tu in me e io in te siamo infatti un'unica e indivisa natura.

Per te io, tuo Dio, mi sono fatto tuo figlio. Per te io, il Signore, ho rivestito la tua natura di servo. Per te, io che sto al di sopra dei cieli, sono venuto sulla terra e al di sotto della terra. Per te uomo ho condiviso la debolezza umana, ma poi son diventato libero tra i morti. Per te, che sei uscito dal giardino del paradiso terrestre, sono stato tradito in un giardino e dato in mano ai Giudei, e in un giardino sono stato messo in croce. Guarda sulla mia faccia gli sputi che io ricevetti per te, per poterti restituire a quel primo soffio vitale. Guarda sulle mie guance gli schiaffi, sopportati per rifare a mia immagine la tua bellezza perduta.

Guarda sul mio dorso la flagellazione subita per liberare le tue spalle dal peso dei tuoi peccati. Guarda le mie mani inchiodate al legno per te, che un tempo avevi malamente allungato la tua mano all'albero. Morii sulla croce e la lancia penetrò nel mio costato, per te che ti addormentasti nel paradiso e facesti uscire Eva dal tuo fianco. Il mio costato sanò il dolore del tuo fianco. Il mio sonno ti libererà dal sonno dell'inferno. La mia lancia trattenne la lancia che si era rivolta contro di te.

Sorgi, allontaniamoci di qui. Il nemico ti fece uscire dalla terra del paradiso. Io invece non ti rimetto più in quel giardino, ma ti colloco sul trono celeste. Ti fu proibito di toccare la pianta simbolica della vita, ma io, che sono la vita, ti comunico quello che sono. Ho posto dei cherubini che come servi ti custodissero. Ora faccio sì che i cherubini ti adorino quasi come Dio, anche se non sei Dio.

Il trono celeste è pronto, pronti e agli ordini sono i portatori, la sala è allestita, la mensa apparecchiata, l'eterna dimora è addobbata, i forzieri aperti. In altre parole, è preparato per te dai secoli eterni il Regno dei Cieli».

Da un'antica Omelia sul Sabato santo (PG 43, 439. 451. 462-463)

domenica 15 marzo 2026

Credere nel Risorto

Credere nel Risorto è rifiutarsi di accettare che la nostra vita sia solo una piccola parentesi fra due immensi vuoti. Appoggiandoci su Gesù risuscitato da Dio, intuiamo, desideriamo e crediamo che Dio sta conducendo verso la sua vera pienezza l’anelito di vita, di giustizia e di pace racchiuso nel cuore dell’umanità e della creazione intera.

Credere nel Risorto è ribellarci con tutte le nostre forze a che l’immensa maggioranza di uomini, di donne e di bambini che in questa vita hanno conosciuto solo miseria, umiliazione e sofferenza, restino dimenticati per sempre.

Credere nel Risorto è confidare in una vita in cui non ci sarà più povertà né dolore, nessuno sarà triste, nessuno dovrà piangere. Alla fine potremo vedere quelli che vengono sui barconi arrivare alla loro vera patria.

Credere nel Risorto è accostarci con speranza a tante persone senza salute, malati cronici, disabili fisici e psichici, persone infossate nella depressione, stanche di vivere e di lottare. Un giorno conosceranno cosa è vivere in pace e in piena salute. Ascolteranno le parole del Padre: «Entra per sempre nella gioia del tuo Signore».

Credere nel Risorto è non rassegnarci a che Dio continui ad essere per sempre un «Dio nascosto», di cui non possiamo conoscere lo sguardo, la tenerezza e gli abbracci. Troveremo Colui che si è incarnato gloriosamente in Gesù.

Credere nel Risorto è confidare che i nostri sforzi per un mondo più umano e più felice non si perderanno nel vuoto. Un felice giorno, gli ultimi saranno i primi e le prostitute ci precederanno nel Regno.

Credere nel Risorto è sapere che tutto quello che qui è rimasto a metà, quel che non ha potuto essere, quello che abbiamo sciupato perché siamo maldestri o con il nostro peccato, tutto arriverà in Dio alla sua pienezza. Niente si perderà di quello che abbiamo vissuto con amore o di quello a cui abbiamo rinunciato per amore.

Credere nel Risorto è sperare che le ore di gioia e le esperienze amare, le «impronte» che abbiamo lasciato nelle persone e nelle cose, quel che abbiamo costruito o di cui abbiamo fruito generosamente, sarà trasfigurato. Non conosceremo più l’amicizia e la festa che finisce né il commiato che intristisce. Dio sarà tutto in tutti.

Credere nel Risorto è credere che un giorno ascolteremo queste incredibili parole che il libro dell’Apocalisse mette in bocca a Dio: «Io sono il Principio e la Fine. A colui che ha sete io darò gratuitamente da bere alla fonte dell’acqua della vita». Non ci sarà più morte, non ci sarà più lamento, non ci saranno pianti né affanni, perché tutto questo sarà passato.

José Antonio Pagola, presbitero e teologo spagnolo

giovedì 5 marzo 2026

Egli ha steso le braccia

Per inventare nuovi spazi

dove i corpi si rialzeranno,

egli ha steso le braccia:

l’uomo è liberato, il muro è crollato

su cui avevan scritto che Dio è morto.

Perché siete tristi ancora? 


      Dal quel giorno del sangue versato

      sapete ormai che tutto è grazia. 


Per trarvi fuori dalla stretta

e guidarvi in luoghi deserti,

egli ha steso le braccia:

il mare si è alzato, il popolo ha traversato

lo splendido sentiero ch’egli ha riaperto.

Perché non passare il mare?


Per trattenervi accanto a lui

trasfigurati dallo Spirito,

egli ha steso le braccia:

il velo è strappato e il libro dissigillato

che teneva nascosto il Dio vivente.

Perché non correre a lui?


Gli alberi nel mare, Elledici, 1977, pp. 32-33

Didier Rimaud (1922 - 2023), gesuita francese, poeta, compositore, musicista, traduttore


lunedì 21 luglio 2025

Maria, donna del Sabato santo

Nelle feste c'è Lui. Nelle vigilie, al centro, c'è Lei.

Discreta come brezza d'aprile che ti porta sul limitare di casa profumi di verbene, fiorite al di là della siepe.

Ci sono, a volte, degli attimi così densi di mistero, che si ha l'impressione di averli già sperimentati in altre stagioni della vita. E ci sono degli attimi così gonfi di presentimenti, che vengono vissuti come anticipazioni di beatitudini future.

Nel giorno del Sabato santo, di questi attimi, ce n'è più di qualcuno. E come se cadessero all'improvviso gli argini che comprimono il presente. L'anima, allora, si dilata negli spazi retro stanti delle memorie. Oppure, allungandosi in avanti, giunge a lambire le sponde dell' eterno rubandone i segreti, in rapidi acconti di felicità.

Come si spiega, infatti, se non con questo rimpatrio nel passato, il groppo di allusioni che, superata appena la "parasceve", si dipana al primo augurio di buona Pasqua, e si stempera in mille rigagnoli di ricordi, fluenti tra anse di gesti rituali?

La casa, vergine di lavacri, che profuma d'altri tempi. L'amico giunto dopo tanti anni, nei cui capelli già grigi ti attardi a scorgere reliquie d'infanzie comuni. Il dono opulento, là in cucina, tra le cui carte stagnole cerchi invano sapori di antiche sobrietà... quando era viva lei, e la madia nascondeva solo stupori di uova colorate. Il grembo vuoto della chiesa, il cui silenzio trabocca di richiami, e dove nel vespro ti decidi finalmente a entrare, come una volta, per riconciliarti con Dio e sentirti restituire a innocenze perdute.

E come si spiega se non col crollo delle dighe erette dai calendari terreni, quel sentimento pervasivo di pace che, nel Sabato santo, almeno di sfuggita, irrompe dal futuro e ti interpella con strani interrogativi a cui sentì già di poter dare risposte di gioia?

C'è un tempo in cui la gente starà sempre a scambiarsi strette di mano e sorrisi, così come fa oggi? Verranno giorni sottratti all'usura delle lacrime? Esistono spazi di gratuità, dove non smetteremo più gli abiti di festa? Ci sono davvero delle stagioni in cui la vita sarà sempre così?

Fascino struggente del Sabato santo, che ti mette nell' anima brividi di solidarietà perfino con le cose e ti fa chiedere se non abbiano anch'esse un futuro di speranza!

Che cosa faranno gli alberi stanotte, quando suoneranno a stormo le campane? Le piante del giardino spanderanno insieme, come turiboli d'argento, la gloria delle loro resine? E gli animali del bosco ululeranno i loro concerti mentre in chiesa si canta l'Exultet? Come reagirà il mare, che brontola sotto la scogliera, all'annuncio della Risurrezione? L'angelo in bianche vesti farà fremere le porte anche dei postriboli? Oltre i cancelli del cimitero, sussulteranno sotto il plenilunio le tombe dei miei morti? E le montagne, non viste da nessuno, danzeranno di gioia attorno alle convalli?

Una risposta capace di spiegare il tumulto di queste domande io ce l'avrei. Se nel Sabato santo il presente sembra oscillare su passato e futuro, è perché protagonista assoluta, sia pur silenziosa, di questa giornata è Maria.

Dopo la sepoltura di Gesù, a custodire la fede sulla terra non è rimasta che lei. Il vento del Golgota ha spento tutte le lampade, ma ha lasciato accesa la sua lucerna. Solo la sua. Per tutta la durata del sabato, quindi, Maria resta l'unico punto di luce in cui si concentrano gli incendi del passato e i roghi del futuro. Quel giorno essa va errando per le strade della terra, con la lucerna tra le mani. Quando la solleva su un versante, fa emergere dalla notte dei tempi memorie di santità; quando la solleva sull'altro, anticipa dai domicili dell' eterno riverberi di imminenti trasfigurazioni.

Santa Maria, donna del Sabato santo, estuario dolcissimo nel quale almeno per un giorno si è raccolta la fede di tutta la Chiesa, tu sei l'ultimo punto di contatto col cielo che ha preservato la terra dal tragico blackout della grazia. Guidaci per mano alle soglie della luce, di cui la Pasqua è la sorgente suprema.

Stabilizza nel nostro spirito la dolcezza fugace delle memorie, perché nei frammenti del passato possiamo ritrovare la parte migliore di noi stessi. E ridestaci nel cuore, attraverso i segnali del futuro, una intensa nostalgia di rinnovamento, che si traduca in fiducioso impegno a camminare nella storia.

Santa Maria, donna del Sabato santo, aiutaci a capire che, in fondo, tutta la vita, sospesa com' è tra le brume del venerdì e le attese della domenica di Risurrezione, si rassomiglia tanto a quel giorno. È il giorno della speranza, in cui si fa il bucato dei lini intrisi di lacrime e di sangue, e li si asciuga al sole di primavera perché diventino tovaglie di altare.

Ripetici, insomma, che non c'è croce che non abbia le sue deposizioni. Non c'è amarezza umana che non si stemperi in sorriso. Non c'è peccato che non trovi redenzione. Non c'è sepolcro la cui pietra non sia provvisoria sulla sua imboccatura. Anche le gramaglie più nere trascolorano negli abiti della gioia. Le rapsodie più tragiche accennano ai primi passi di danza. E gli ultimi accordi delle cantilene funebri contengono già i motivi festosi dell'alleluia pasquale.

Santa Maria, donna del Sabato santo, raccontaci come, sul crepuscolo di quel giorno, ti sei preparata all' incontro col tuo figlio Risorto. Quale tunica hai indossato sulle spalle? Quali sandali hai messo ai piedi per correre più veloce sull'erba? Come ti sei annodata sul capo i lunghi capelli di nazarena? Quali parole d'amore ti andavi ripassando segretamente, per dirgliele tutto d'un fiato non appena ti fosse apparso dinanzi?

Madre dolcissima, prepara anche noi all' appuntamento con Lui. Destaci l'impazienza del suo domenicale ritorno. Adornaci di vesti nuziali. Per ingannare il tempo, mettiti accanto a noi e facciamo le prove dei canti.

Perché qui le ore non passano mai.


Don Tonino Bello (1935 - 1993), vescovo italiano

lunedì 31 marzo 2025

Che ogni mattino sia per me mattino di Pasqua

Signore, 
che nessun nuovo mattino 
venga ad illuminare la mia vita,
senza che il mio pensiero si volga alla tua resurrezione
e senza che in ispirito io vada, coi miei poveri profumi,
verso il sepolcro vuoto dell’orto!

Che ogni mattino sia per me mattino di Pasqua!
E che ogni giorno, ogni risveglio, arrecandomi la gioia di Pasqua,
mi arrechi anche la conversione più profonda,
quella che mi permetterà di rivolgermi 
dalla tua immagine di ieri a quella di oggi!

Che sappia, in ogni situazione e in ogni persona, 
conoscerti come vuoi essere conosciuto oggi,
non quale mi sembrasti ieri, ma quale ti mostri a me adesso.
Che ognuno dei miei risvegli sia un risveglio alla tua presenza vera,
un incontro Pasquale con Cristo nell’orto, questo Cristo talvolta inatteso.

Che ogni episodio della giornata sia un momento 
in cui io ti senta chiamarmi per nome, come chiamasti Maria!
Concedimi allora di voltarmi verso di te.
Concedimi con una parola sola, 
ma con tutto il cuore, di rispondere: “Maestro!”.

E sostieni con la forza della tua Parola la fatica 
e la gioia di essere mandato da te ai miei fratelli.
Amen

Giovanni Moioli (1931 – 1984), presbitero e teologo italiano


giovedì 6 febbraio 2025

Il passaggio si chiama Pasqua

Cristo aveva trovato lui l’immagine dicendo: “Io sono la porta”. La porta è una di qua e una di là. La terra, il visibile, il sensibile, il tempo, lo spazio è di qua; il cielo, l’invisibile, l’invisibile, l’eterno, l’infinito è al di là. Ma tutto è unito, conseguente, logico, vero. La porta che è il Cristo domina nello stesso tempo il di qua e il di là col suo amore che al di qua è crocifisso e al di là è glorioso. Per divenire immortali ed entrare nella gloria del Cristo Risorto ogni uomo deve passare quella porta e chi apre e chiude è il Signore come dice l’Apocalisse: “Se io apro nessuno chiude”. Il passaggio si chiama Pasqua e il primo a passare è stato il Cristo Signore. Difatti si dice: “Questa è la Pasqua del Signore”. Tutto il di qua della porta ha un significato, lo puoi capire solo in funzione e nello sviluppo dell’al di là. Senza questo rapporto, questa continuità non puoi afferrare il reale, consumi la tua vita senza vedere. Le cose che sono nel tempo senza un riferimento all’eterno non acquistano significato: sono come il nulla, foglie che seccano […]. 

La risurrezione di Cristo dà significato e vita ad ogni creatura creata dal Padre e realizzata in vista di Lui e per Lui. E anche per lei creatura ci sono due  volti: il volto crocifisso di qua, glorioso di là. Nessun uomo può sfuggire a questa realtà ed è per questo che la morte ha un volto doloroso nella realtà e glorioso nella speranza. Il passaggio è sempre una prova tremenda come il vedere che il mare si apre. Così fu per il Popolo di Dio, così è per noi. C’è sempre un’attesa dolorosa ed una luce improvvisa. L’attesa è tua, la luce è di Dio. Ed è gratuita. Non puoi mai dire che te la sei meritata… anzi! Nessun merito ha il potere di aprire la porta. È solo la gratuità dell’amore di Dio che può qualcosa su quella invalicabile serratura.

Io, Francesco

Carlo Carretto

venerdì 6 dicembre 2024

Pasqua


        Io canto la canzon di primavera,

        andando come libera gitana,

        in patria terra ed in terra lontana,

        con ciuffi d'erba ne la treccia nera.

E con un ramo di mandorlo in fiore,

a le finestre batto e dico: «Aprite!

Cristo è risorto e germinan le vite

nuove e ritorna con l’april l’amore.

        Amatevi tra voi pei dolci e belli

        sogni ch’oggi fioriscon sulla terra,

        uomini della penna e della guerra,

        uomini della vanga e dei martelli.

Aprite i cuori. In essi irrompa intera

di questo dì l’eterna giovinezza».

lo passo e canto che la vita è bellezza.

Passa e canta con me la primavera.

Poesie e prose, 2020

Ada Negri (1870 - 1945), docente, poetessa e scrittrice italiana

mercoledì 3 aprile 2024

Un mondo di pace

Ogni bambino della Terra,

vuole la pace e non la guerra,

allora proprio non riesco a capire

perché tanti popoli debbono soffrire.

Se tutti i bambini che vivono al mondo,

facessero un grande girotondo,

insieme alle mamme e ai loro papà,

sarebbe di certo la felicità.

Per questo per Pasqua ho un augurio speciale,

vorrei che la pace potesse regnare,

che non esistesse mai più il dolore

e che ovunque regnasse l'amore.

Sarebbe una Pasqua universale,

senza dolori, senza più male

solo con gioia e tanto affetto,

allora sarebbe un mondo perfetto.

Un dono emozionante

 Mario Rigoni Stern e la sua Pasqua del 1944, prigioniero nel Lager tedesco I/B. 

Un uovo di gallina cotto e colorato con erbe, foglie di cipolla e fondi di caffè: come quelli che le ragazze del mio paese usano donare ai ragazzi alla vigilia dell'Ascensione. Lo mangiai nell'angolo del recinto da dove si vedeva la campagna con le betulle rinverdite. Quell'uovo me lo aveva infilato nella tasca del pastrano una bambina polacca che ogni mattina incontravamo quando saliva sul treno con i compagni per recarsi a scuola. Mi guardava e mi regalava un sorriso che mi aiutava a vivere. La mattina del sabato santo si era avvicinata furtiva e lesta; poi sentii quel peso insolito nella tasca e con la mano avevo scoperto l'emozionante dono.

Aspettando l'alba

Mario Rigoni Stern (1921 – 2008), militare e scrittore italiano


domenica 31 marzo 2024

Corri, Maria


Che la lingua pubblichi ormai queste cose, o donna, e le spieghi ai figli del Regno che attendono che io, il Vivente, mi risvegli. 
Corri, Maria, a radunare in fretta i miei discepoli. Io ho in te una tromba dalla voce possente: suona un canto di pace alle orecchie timorose dei miei amici nascosti; risvegliali tutti come dal sonno, perché vengano al mio incontro e che accendano le torce. Va' a dire: «Lo sposo si è svegliato, uscendo dalla tomba, senza nulla lasciare dentro la tomba. Scacciate da voi, apostoli, la mortale tristezza, poiché si è svegliato colui che offre agli uomini decaduti la risurrezione».

Carmen XL, De resurrectione, 12

Romano il Melode (490 ca - 556 ca), diacono cristiano, poeta e compositore di inni siriano, santo


giovedì 1 febbraio 2024

Risorgerai

Risorgerai, sì risorgerai, mia cenere, dopo breve riposo. 
Vita immortale ti darà chi ti ha chiamato! 
E di nuovo rifiorirai tu che sei stato seminato. 
Il Signore delle messi avanza e raccoglie come spighe in grandi fasci noi che moriamo.

Credi, mio cuore, credi. 
Niente hai perduto, tuo e solo tuo è ciò che hai ardentemente desiderato. 
Tuo ciò che hai amato, tuo ciò che hai avversato! 

Credi: non sei nato invano né invano sei vissuto, hai sofferto. 
Ciò che è nato deve passare; ciò che è passato deve risorgere. 
Non vivere più nel tremore! Oh, dolore, che penetri ovunque: io ti sono sfuggito. 

O morte, che tutto vinci: ora sei stata vinta. 
Con ali che mi sono conquistate mi libererò in un ardente slancio d'amore verso la luce che nessun occhio ha mai penetrato! 

Morirò per vivere! 
Risorgerai, sì, risorgerai, mio cuore! 
In un istante. 
Ciò che tu hai vinto ti porterà a Dio! 

Gustav Mahler (1860 – 1911), compositore e direttore d'orchestra austriaco

lunedì 15 gennaio 2024

So che tu mi troverai

 Mantengo la mia anima in pace e in silenzio

come un bimbo stretto al seno di sua madre (Salmo 131)


So che tu mi troverai.

Gesù regale, risplendi nelle tenebre,

fiaccola di vita.

Della tua presenza vibri il silenzio,

il mondo non sia più una tomba vuota!

I due Adami si identificano nella luce,

nei sepolcri non ci sono più morti.

Cristo è risuscitato dai morti,

con la morte schiaccia la morte.

A chi è nel sepolcro,

egli reca la vita.

Via Crucis

Bartholomeos I 


giovedì 24 marzo 2022

Era mio figlio


La gioia di Betlemme fu subito turbata da un pericolo improvviso e impensabile. Mi dissero: Erode vuole uccidere il bambino! Fu un fulmine questa notizia. Provate a pensare che cosa può provare il cuore di una mamma, quando le dicono: Vogliono uccidere tuo figlio! Mille perché tumultuavano nel mio povero cuore..., ma non c'era tempo da perdere. Fuggimmo: come profughi, come malfattori, come lebbrosi che debbono nascondersi.

Furono anni amari: ma io continuai a credere e piano piano cominciai a capire il mistero della pazienza di Dio e della sua bontà rispettosa e compassionevole. Venne l'ora di ritornare a casa.

Che gioia rivedere, dopo tanti anni, i parenti, la casa, i luoghi dell'infanzia! Giuseppe riprese il lavoro, il bambino cresceva ed io lavoravo e pregavo. Gli anni di Nazareth furono incantevoli, ma passarono veloci. Spesso mi chiedevo: che sarà di questo figlio? E temevo che prima o poi sarebbe arrivata un'ora decisiva; temevo che prima o poi mi avrebbe lasciata sola... E venne quel giorno.

Vidi Gesù allontanarsi da casa: io piangevo... perché avevo il presentimento che non sarebbe mai più ritornato!

Per alcuni giorni non seppi nulla di lui; ma poi arrivarono le prime notizie: È a Cafarnao! Ha compiuto un miracolo! Ha detto cose stupende! Ha parlato di perdono …per tutti!

lo ero felice, come una madre è felice per i successi del proprio figlio. Però trepidavo per lui, perché ormai avevo capito che i successi di Dio sono diversi dai successi degli uomini; Betlemme e la fuga in Egitto mi avevano insegnato che le vie di Dio non sono le nostre vie...

E infatti, dopo un po' di tempo, tutto cambiò attorno a lui. Mi dicevano: Ha profanato il sabato! Ha cacciato la gente dal tempio! Si è dichiarato Figlio di Dio! È un bestemmiatore! Merita la morte! Per il mio cuore ogni notizia era una vera pugnalata: come mi aveva predetto Simeone!

A un certo punto avvertii il pericolo, capii che dovevo andare da lui: dovevo stargli vicino a qualunque costo. Lo trovai a Gerusalemme: l'avevano arrestato!

Assistetti a tutte le fasi de processo e vissi con lui l'agonia di quelle ore: nessun dolore mi fu risparmiato! Sentii la folla che gridava: "Crocifiggilo! Crocifiggilo!". Era mio figlio...

Ripensai al momento dell'annunciazione e ripetei le parole d'allora: Sono la tua serva, o Signore! Ti seguirò dovunque vuoi! E giunsi al Calvario: arrivai alla croce seguendo mio figlio. Mi vennero in mente le sue parole: "Chi vuol venire dietro di me, smetta di pensare a se stesso. Prenda ogni giorno la sua croce e mi segua. Chi vuol salvare la propria vita sulla terra, la perderà nel cielo".

lunedì 12 aprile 2021

Amato d'un amore d'eternità

«Mi ami tu?»: è l'ultima domanda di Gesù a Pietro. Pietro era triste al pensiero di aver rinnegato tre volte Gesù, prima della sua crocifissione. Ed ecco il Risorto sta dinanzi a lui. Gesù non lo condanna per il suo rinnegamento. Non prende l'atteggiamento del forte. Non tira sulla corda della cattiva coscienza già attaccata al collo di Pietro. Nel Cristo vi sono viscere d'umanità: lui pure durante la sua vita terrena ha percorso cammini d'oscurità.

A Pietro, Cristo dice solo queste tre parole: «Mi ami tu?» E Pietro risponde: «Signore, tu sai che ti amo». Una seconda volta Gesù riprende: «Mi ami tu?». E Pietro di nuovo: «Ma lo sai che ti amo». Una terza volta Gesù insiste: «Mi ami più di tutti costoro?» E Pietro, scosso: «Signore, tu conosci ogni cosa, tu sai che ti amo».

Da quel giorno ad ogni essere umano sulla terra, il Cristo instancabilmente domanda: «Mi ami tu?».

Vi sono giorni in cui ci turiamo le orecchie: la domanda ci è insopportabile. Essa è intollerabile per colui che non ha mai sperimentato l'amore umano, per chi esperimenta solo l'abbandono o la ferita ricevuta nell'innocenza della sua infanzia.

Essa è intollerabile per noi tutti quando ci rivela quella parte di solitudine che nessuna intimità umana può colmare, quella parte di solitudine nella quale Dio ci aspetta. E quando la rivolta si esaspera, la domanda ci appare come una condanna poiché per amare non basta un atto della volontà.

Lo sappiamo abbastanza? Il Cristo non obbliga mai ad amarlo. Ma lui, il Vivente, rimane al fianco di ciascuno, come un povero, come un oscuro. É presente anche negli eventi più squallidi, nella fragilità dell'esistenza. Il suo amore è presenza non d'un solo istante ma di sempre. Quell'amore di eternità apre un al di là al nostro vivere. Senza quell'altrove, senza quell'aldilà, l'uomo non ha più speranza... e svanisce il gusto di procedere. Di fronte a quell'amore d'eternità, lo sentiamo, la nostra risposta concreta non può essere fuggitiva, per un periodo soltanto, con la possibilità di ritornare sulle nostre decisioni in seguito. La nostra risposta non può neppure essere uno sforzo della volontà; taluni vi si infrangerebbero. Essa è innanzitutto un abbandonarsi.

Rimanere dinanzi a lui, con o senza parole, significa sapere dove riposare il nostro cuore, significa rispondergli da poveri. In questo consiste la molla segreta dell'esistenza, il rischio del Vangelo. «Anche se talvolta io non so più se ti amo o no, o Cristo, tu sai tutto, tu sai che ti amo».

Grandi felicità sono offerte a colui che corre il rischio di un tale amore, senza calcolarne troppo le conseguenze. Quando ricerchiamo in primo luogo la felicità per noi stessi, essa a breve o lunga scadenza ci abbandona. Quanto più ardentemente la inseguiamo, tanto più lontano se ne fugge da noi.

Cercatore appassionato del suo amore d'eternità, chiunque tu sia, saprai dove riposare il tuo cuore? Attraverso le tue stesse ferite, egli apre la porta della pienezza: la lode del suo amore. Abbandonati, donati. In questo consiste la guarigione delle ferite, e non solo delle tue: già, in Lui, ci guariamo reciprocamente.

Roger Schutz (1915 – 2005), monaco cristiano svizzero, fondatore della comunità monastica di Taizé


domenica 4 aprile 2021

"Oggi è proprio Pasqua per me, perché ho avuto la grazia di vedere te!"


Benedetto però non amava affatto le lodi del mondo: bramava piuttosto sottoporsi a disagi e fatiche per amore di Dio, che non farsi grande negli onori di questa vita. Proprio per questo prese la decisione di abbandonare anche la sua nutrice e nascostamente fuggì. Si diresse verso una località solitaria e deserta chiamata Subiaco, distante da Roma circa 40 miglia, località ricca di fresche e abbondantissime acque, che prima si raccolgono in un ampio lago e poi si trasformano in fiume.

Si affrettava dunque a passi svelti verso questa località, quando si incontrò per via con un monaco di nome Romano, che gli domandò dove andasse.

Conosciuta la sua risoluzione, gli offrì volentieri il suo aiuto. Lo rivestì quindi dell'abito santo, segno della consacrazione a Dio, lo fornì del poco necessario secondo le sue possibilità e gli rinnovò la promessa di non dire il segreto a nessuno.

In quel luogo di solitudine, l'uomo di Dio si nascose in una stretta e scabrosa spelonca. Rimase nascosto lì dentro tre anni e nessuno seppe mai niente, fatta eccezione del monaco Romano. Questi dimorava in un piccolo monastero non lontano, sotto la guida del padre Adeodato; con pie industrie, cercando il momento opportuno, sottraeva una parte della sua porzione di cibo e in giorni stabiliti la portava a Benedetto.

Dal monastero di Romano però non era possibile camminare fino allo speco, perché sopra di questo si stagliava un'altissima rupe. Romano quindi dall'alto di questa rupe, calava abilmente il pane con una lunghissima fune, a cui aveva agganciato un campanello: l'uomo di Dio sentiva, usciva fuori e lo prendeva.

Il bene però non piace mai allo spirito maligno: sentiva rabbia della carità dell'uno e della refezione dell'altro. Un giorno, osservando che veniva calato il pane, scagliò un sasso e ruppe il campanello. Romano però continuò lo stesso, come meglio poteva, a prestare questo generoso servizio.

Dio però, che tutto dispone, volle che Romano sospendesse la sua laboriosa carità e più ancora volle che la vita di Benedetto diventasse luminoso modello agli uomini: questa splendente lucerna, posta sopra il candelabro, doveva ormai irradiare la sua luce a tutti quelli che sono nella casa di Dio.

Per questo il Signore stesso si degnò di trovarne la via. Un certo sacerdote, che abitava parecchio distante, si era preparata la mensa nel giorno di Pasqua. All'improvviso ecco una visione: è il Signore che parla: "Tu ti sei preparato cibi deliziosi, e va bene: ma guarda là; vedi quei luoghi? Lì c'è un mio servo che soffre la fame".

Il buon sacerdote balzò in piedi e nello stesso giorno solenne di Pasqua, raccolti gli alimenti che aveva preparato per sé, volò nella direzione indicatagli. Cercò l'uomo di Dio tra i dirupi dei monti, tra le insenature delle valli e tra gli antri delle grotte: lo trovò finalmente, nascosto nella spelonca.

Tutti e due volarono prima di tutto al Signore, innalzando a Lui benedizioni e preghiere. Sedettero poi, insieme, scambiandosi dolci pensieri sulle cose del cielo.

"Ora - disse poi il sacerdote - prendiamo anche un po' di cibo, perché oggi è Pasqua". "Oh, sì, - rispose Benedetto - oggi è proprio Pasqua per me, perché ho avuto la grazia di vedere te". Così lontano dagli uomini il servo di Dio ignorava persino che quel giorno fosse la solennità di Pasqua.

"Ma oggi è veramente il giorno della Risurrezione del Signore - riprese il sacerdote - e dunque non è bene che tu faccia digiuno. Io sono stato inviato qui proprio per questo, per cibarci insieme, da buoni fratelli, di questi doni che l'Onnipotenza di Dio ci ha messo davanti".

E così, con la lode di Dio sulle labbra, desinarono. Finita poi la refezione e scambiata qualche altra buona parola, il sacerdote fece ritorno alla sua chiesa.

Vita di San Benedetto (Dialoghi, Libro II)

Gregorio Magno (540 - 604), papa e santo