Alla luce di questo rinnovato interesse per la presenza dei cattolici in ambito politico mi è tornato alla mente un prezioso documento della Congregazione per la Dottrina della Fede, pubblicato il 24 novembre 2002: la Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, firmata dall’allora Prefetto il Card. Joseph Ratzinger. In uno scenario culturale e politico dove non mancavano, come avviene anche oggi, quelli che in nome del pluralismo e della democrazia proclamano la separazione dell’agire politico dalla sfera etica, la Nota rilanciava l’attenzione sul rapporto fra etica e politica come esigenza irrinunciabile: se la politica non può essere separata dalla morale, nessun appello al presunto rispetto del pluralismo in democrazia potrà mai giustificare il relativismo etico, vero cancro di ogni società e dell’agire politico in essa. Con chiarezza la Nota descrive questo suo bersaglio critico: “È oggi verificabile un certo relativismo culturale che offre evidenti segni di sé nella teorizzazione e difesa del pluralismo etico che sancisce la decadenza e la dissoluzione della ragione e dei principi della legge morale naturale. A seguito di questa tendenza non è inusuale, purtroppo, riscontrare in dichiarazioni pubbliche affermazioni in cui si sostiene che tale pluralismo etico è la condizione per la democrazia... La storia del XX secolo basta a dimostrare che la ragione sta dalla parte di quei cittadini che ritengono del tutto falsa la tesi relativista secondo la quale non esiste una norma morale, radicata nella natura stessa dell’essere umano, al cui giudizio si deve sottoporre ogni concezione dell’uomo, del bene comune e dello Stato” (n. 2).
Già Dietrich Bonhoeffer, in polemica col nazionalsocialismo di cui sarebbe stato martire, scriveva nella sua Etica, rimasta incompiuta a causa del suo arresto da parte della Gestapo: “Non essendovi nulla di durevole, vien meno il fondamento della vita storica, cioè la fiducia, in tutte le sue forme. E poiché non si ha fiducia nella verità, la si sostituisce con i sofismi della propaganda. Mancando la fiducia nella giustizia, si dichiara giusto ciò che conviene... Tale è la singolarissima situazione del nostro tempo, che è un tempo di vera e propria decadenza”. Reagire a questo processo di sottile e pervasiva decadenza etica è l’intento della Nota: i temi concreti che vi sono accennati - dall’aborto all’eutanasia, dai diritti dell’embrione umano alla salvaguardia della famiglia, dalla libertà educativa alla tutela sociale dei minori, dal diritto alla libertà religiosa all’impegno per un’economia che sia al servizio della persona e del bene comune nel rispetto della giustizia e della pace - toccano l’essenza della moralità, traducendo nel vivo delle problematiche attuali le esigenze di quel grande Codice della coscienza rappresentato dal Decalogo. “Se il cristiano è tenuto ad ammettere la legittima molteplicità e diversità delle opzioni temporali, - afferma la Nota - egli è ugualmente chiamato a dissentire da una concezione del pluralismo in chiave di relativismo morale, nociva per la stessa vita democratica, la quale ha bisogno di fondamenti veri e solidi, vale a dire, di principi etici che per la loro natura e per il loro ruolo di fondamento della vita sociale non sono negoziabili” (n. 3).
Il richiamo alla forza liberante della Verità vuole insomma dare risalto a quella convivenza costruita sul Codice etico fondamentale, senza cui sono la menzogna e la barbarie a trionfare su tutto e su tutti. Il richiamo a San Tommaso Moro sintetizza bene questo scopo della Nota, cui ogni tentativo di rilancio della presenza dei cattolici in politica dovrebbe ispirarsi: pur sottoposto a varie forme di pressione psicologica, egli rifiutò ogni compromesso e, senza abbandonare «la costante fedeltà all’autorità e alle istituzioni legittime», affermò con la sua vita e con la sua morte che «l’uomo non si può separare da Dio, né la politica dalla morale». Specialmente i cattolici che si impegnano nella vita politica, allora, dovrebbero ricordare quanto affermava con appassionata lucidità Corrado Alvaro: e cioè che “la tentazione più grande che possa impadronirsi di una società è credere che agire rettamente sia inutile”.