lunedì 31 agosto 2026

Morire giovani

Nell'Antichità classica è un concetto tragico già presente in Erodoto nel mito di Cleobi e Bitone e ripresentato da Menandro nella sua commedia Il doppio ingannatore. Non era inteso come una maledizione, ma come un dono compassionevole: morire giovani risparmiava all'essere umano le sofferenze, le malattie, la decadenza della vecchiaia e il dolore inevitabile della vita.

Chi muore giovane è caro agli dei. (Menandro [342 a.C. – 291 a.C. ca.] da un frammento della sua commedia Dis Exapaton (Il doppio ingannatore)

Quem di diligunt, adolescens moritur. (Plauto, Bacchides)


Il giusto, anche se muore prematuramente, si troverà in un luogo di riposo.
Vecchiaia veneranda non è quella longeva, né si misura con il numero degli anni; ma canizie per gli uomini è la saggezza, età senile è una vita senza macchia.
Divenuto caro a Dio, fu amato da lui e, poiché viveva fra peccatori, fu portato altrove.
Fu rapito, perché la malvagità non alterasse la sua intelligenza o l’inganno non seducesse la sua anima,
poiché il fascino delle cose frivole oscura tutto ciò che è bello e il turbine della passione perverte un animo senza malizia.
Giunto in breve alla perfezione, ha conseguito la pienezza di tutta una vita. La sua anima era gradita al Signore, perciò si affrettò a uscire dalla malvagità.
La gente vide ma non capì, non ha riflettuto su un fatto così importante: grazia e misericordia sono per i suoi eletti e protezione per i suoi santi.

(Bibbia, Libro della Sapienza, 2, 7-15 [50 a.C. circa])


Enea, appena disceso nel regno dell'oltretomba, è colpito dalle voci e dai pianti dei bambini morti... 

Subito si udirono voci ed un enorme vagito
di infanti, anime piangenti, sul far della soglia:
un nero giorno li strappò, privi della dolce vita
e rapiti dalla poppa li sommerse con morte acerba.
(Virgilio, Eneide VI, 426-429 [29 - 19 a.C.])


Abba Antonio, scrutando l’abisso dei giudizi di Dio, chiese: «Signore, come mai alcuni muoiono giovani, altri vecchissimi? E perché alcuni sono poveri e altri ricchi? E come mai degli ingiusti sono ricchi e dei giusti sono in miseria?». E giunse a lui una voce che disse: «Antonio, bada a te stesso. Questi giudizi spettano a Dio e non guadagni nulla a saperli». (Sant'Atanasio di Alessandria, Vita di Antonio


La morte di un figlio è una delle prove più dure, se non la più dura, che un genitore possa affrontare nella vita. Nessun genitore si aspetta di sopravvivere ai propri figli e quando questo capita ci si sente in colpa per il solo fatto di essere vivi, al punto da non riuscire più a continuare a vivere come prima...


On My First Son

Versi per il figlio primogenito morto a 7 anni. 

Addio, tu figlio della mia destra, e gioia;
Il mio peccato fu sperare troppo in te, amato ragazzo.
Sette anni mi fosti prestato, e io ti restituisco,
Esatto dal tuo fato, nel giorno giusto.

Oh, potessi io perdere ora ogni paternità! Perché
L’uomo dovrebbe lamentare lo stato che dovrebbe invidiare?
Aver così presto sfuggito la rabbia del mondo e della carne,
E, se non altra miseria, almeno la vecchiaia?

Riposa in dolce pace, e, se ti chiedono, di’: «Qui giace
La migliore poesia di Ben Jonson».
Per amore suo d’ora in poi tutti i suoi voti siano tali
Che ciò che ama non possa mai piacergli troppo.

(Ben Jonson, On My First Son" [1603])


Pria che l'etade inanimata e vile / il vivo amor ti spenga... (Giacomo Leopardi, A un vincitore nel pallone)

Che gli dei amano muoiono giovani. (Lord Byron, Don Giovanni)


Demain, dès l'aube...

Scritta da Victor Hugo dopo la morte della figlia diciannovenne Léopoldine, annegata nella Senna. L'ultima immagine è la più straziante: l'agrifoglio verde e l'erica sono fiori invernali, semplici e selvatici. Non una corona solenne, ma un mazzo raccolto per strada, da padre.

Domani, all'alba, nell'ora in cui la campagna imbianca,
partirò. Vedi, so che mi aspetti.
Andrò per la foresta, andrò per la montagna.
Non posso restare lontano da te più a lungo.

Camminerò con gli occhi fissi sui miei pensieri,
senza vedere nulla fuori, senza udire alcun rumore,
solo, sconosciuto, la schiena curva, le mani incrociate,
triste, e il giorno per me sarà come la notte.

Non guarderò né l'oro della sera che cade,
né le vele in lontananza che scendono verso Harfleur,
e quando arriverò, poserò sulla tua tomba
un mazzo di agrifoglio verde e di erica in fiore.

(Victor Hugo, Demain, dès l'aube... [1856])


Pianto antico

Scritta dopo la morte, a soli tre anni, del figlio Dante. È una delle elegie più intense e famose della poesia italiana dell’Ottocento. Il contrasto tra la vita che rinasce in primavera e il fiore spezzato del figlio è straziante.

L’albero a cui tendevi
la pargoletta mano,
il verde melograno
da’ bei vermigli fior,
nel muto orto solingo
rinverdì tutto or ora,
e giugno lo ristora
di luce e di calor.

Tu fior de la mia pianta
percossa e inaridita,
tu de l’inutil vita
estremo unico fior,
sei ne la terra fredda,
sei ne la terra negra
né il sol più ti rallegra
né ti risveglia amor.

(Giosuè Carducci, Pianto antico [1871])


Funere mersit acerbo

O tu che dormi là su la fiorita
collina tosca, e ti sta il padre a canto;
non hai tra l'erbe del sepolcro udita
pur ora una gentil voce di pianto?


È il fanciulletto mio, che a la romita
tua porta batte: ei che nel grande e santo
nome te rinnovava, anch'ei la vita
fugge, o fratel, che a te fu amara tanto.


Ahi no! giocava per le pinte aiole,
e arriso pur di vision leggiadre
l'ombra l'avvolse, ed a le fredde e sole

vostre rive lo spinse. Oh, giù ne l'adre
sedi accoglilo tu, chè al dolce sole
ei volge il capo ed a chiamar la madre.

(Giosuè Carducci, Funere mersit acerbo [1877])


Morte del bambino

Tagore scrisse questi versi dopo aver conosciuto lui stesso il dolore della perdita in pochi anni della moglie, dei due figli e del padre. Sono un dialogo furioso tra il poeta e la Natura accusata di essere crudele proprio perché è infinita e non aveva bisogno di prendersi anche lui.

Era vivo, rideva,
camminava e giocava.
Natura, prendendolo che hai avuto?
Tu hai milioni di uccelli colorati, foreste,
stelle, oceani, il cielo infinito. 

Perché l'hai strappato
dal seno della madre,
l'hai nascosto in seno alla terra
e l'hai ricoperto di fiori?

O Potente Natura
di miriadi di stelle e di fiori,
hai rubato un bambino!
S'è forse ingrandito
il tuo tesoro infinito?

Hai così aumentato d'un granello
La tua felicità?
Eppure, un cuore di mamma,
immenso come il tuo,
con la perdita del bambino
ha perduto tutto!

(Rabindranath Tagore, Morte del bambino [1902-1903])


Giorno per giorno

La poesia è una delle opere più emozionanti e significative della carriera di Giuseppe Ungaretti. É dedicata alla memoria di Antonietto, il figlio scomparso a soli nove anni a causa di un'appendicite mal curata.

1. "Nessuno, mamma, ha mai sofferto tanto..."
E il volto già scomparso
ma gli occhi ancora vivi
dal guanciale volgeva alla finestra,
e riempivano passeri la stanza
verso le briciole dal babbo sparse
per distrarre il suo bimbo…

2. Ora potrò baciare solo in sogno
le fiduciose mani…
E discorro, lavoro,
sono appena mutato, temo, fumo…
Come si può ch’io regga a tanta notte?…

3. Mi porteranno gli anni
chissà quali altri orrori,
ma ti sentivo accanto,
m’avresti consolato…

4. Mai, non saprete mai come m’illumina
l’ombra che mi si pone a lato, timida,
quando non spero più…

5. Ora dov’è, dov’è l’ingenua voce
che in corsa risuonando per le stanze,
sollevava dai crucci un uomo stanco?…
La terra l’ha disfatta, la protegge
un passato di favola…

6. Ogni altra voce è un’eco che si spegne
ora che una mi chiama
dalle vette immortali…

7. In cielo cerco il tuo felice volto,
ed i miei occhi in me null’altro vedano
quando anch’essi vorrà chiudere Iddio…

8. E t’amo, t’amo, ed è continuo schianto!…

9. Inferocita terra, immane mare
mi separa dal luogo della tomba
dove ora si disperde
il martoriato corpo…
Non conta… Ascolto sempre più distinta
quella voce d’anima
che non seppi difendere quaggiù…
M’isola, sempre più festosa e amica
di minuto in minuto,
nel suo segreto semplice…

10. Sono tornato ai colli, ai pini amati
e del ritmo dell’aria il patrio accento
che non riudrò con te,
mi spezza ad ogni soffio…

11. Passa la rondine e con essa estate,
e anch’io, mi dico, passerò…
Ma resti dell’amore che mi strazia
non solo segno un breve appannamento
se dall’inferno arrivo a qualche quiete…

12. Sotto la scure il disilluso ramo
cadendo si lamenta appena, meno
che non la foglia al tocco della brezza…
E fu la furia che abbatté la tenera
forma e la premurosa
carità d’una voce mi consuma…

13. Non più furori reca a me l’estate,
né primavera i suoi presentimenti;
puoi declinare, autunno,
con le tue stolte glorie:
per uno spoglio desiderio, inverno
distende la stagione più clemente!…

14. Già m’è nelle ossa scesa
l’autunnale secchezza,
ma, protratto dalle ombre,
sopravviene infinito
un demente fulgore:
la tortura segreta del crepuscolo
inabissato…

15. Rievocherò senza rimorso sempre
un’incantevole agonia di sensi?
Ascolta, cieco: “Un’anima è partita
dal comune castigo ancora illesa…”

Mi abbatterà meno di non più udire
i gridi vivi della sua purezza
che di sentire quasi estinto in me
il fremito pauroso della colpa?

16. Agli abbagli che squillano dai vetri
squadra un riflesso alla tovaglia l’ombra,
tornano al lustro labile d’un orcio
gonfie ortensie dall’aiuola, un rondone ebbro,
il grattacielo in vampe delle nuvole,
sull’albero, saltelli d’un bimbetto…

Inesauribile fragore di onde
si dà che giunga allora nella stanza
e alla freschezza inquieta d’una linea
azzurra, ogni parete si dilegua…

17. Fa dolce e forse qui vicino passi
dicendo: “Questo sole e tanto spazio
ti calmino. Nel puro vento udire
puoi il tempo camminare e la mia voce.
Ho in me raccolto a poco a poco e chiuso
Lo slancio muto della tua speranza.
Sono per te l’aurora e intatto giorno”.

(Giuseppe Ungaretti, Giorno per giorno [1946])


Gridasti: Soffoco…

Nel viso tuo scomparso già nel teschio,
gli occhi, che erano ancora luminosi
solo un attimo fa,
gli occhi si dilatarono… si persero…

Un bimbo è morto…
Nove anni, chiuso cerchio,
nove anni cui né giorni, né minuti
mai più s’aggiungeranno…

(Giuseppe Ungaretti, Gridasti: Soffoco… [1946])



Théoden: «Simbelmynë. Sempre è fiorito sulle tombe dei miei avi. Ora crescerà sulla tomba di mio figlio. Ahimè, per i giorni oscuri nei quali siamo caduti. I giovani periscono e i vecchi indugiano. Che io debba vivere per vedere la fine della mia casata...»
Gandalf: «La morte di Théodred non è dipesa dalla tua volontà.»
Théoden: «Un genitore non dovrebbe mai seppellire il proprio figlio
Théoden: «Cosa deve fare l'uomo contro il male sconsiderato?»

(Dialogo tratto dal film Il Signore degli Anelli: Le due torri (2002) di Peter Jackson)




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