domenica 1 marzo 2026

«Entra anche tu nella pace del tuo Signore!» Il testamento di Don Primo Mazzolari

 Il 4 agosto 1954 aveva stilato il suo « testamento spirituale », un vero capolavoro di mistica sacerdotale.

Non possiedo niente. La roba non mi ha fatto gola e tanto meno mi ha occupato.

Non ho niente e sono contento di non aver niente da darvi.

Intorno al mio altare, come intorno alla mia casa e al mio lavoro, non ci fu mai «suon di denaro»: il poco che è passato nelle mie mani – avrebbe potuto essere molto, se ci avessi fatto caso – è andato dove doveva andare.

Chiudo la mia giornata, come credo di averla vissuta, in piena comunione di fede e di obbedienza alla chiesa e in sincera e affettuosa devozione verso il Papa e il vescovo.

Dopo la messa, il dono più grande è stata la parrocchia. Ho inteso rimanere in ogni circostanza sacerdote e padre di tutti i miei parrocchiani. Se non ci riuscii non fu per mancanza di cuore, ma per le naturali difficoltà.

Verso la casa dell'Eterno, che non conosce assenti, mi avvio confortato dal perdono di tutti, che torno a invocare ai piedi di quell’altare che ho salito tante e tante volte con povertà sconfinata, sperando che nell'ultima messa il Sacerdote Eterno, dopo avermi posto sulla croce, mi serri tra le sue braccia, dicendo anche a me: «Entra anche tu nella pace del tuo Signore!»

Don Primo Mazzolari, 4 agosto 1954 

Da: G. Orrù, Uomini come altri, Roma, Ed. Rogate, 1977, p. 152 - 153

Primo Mazzolari

Una preghiera! Un ricordo! Il testamento di San Bartolo Longo

O fratelli e sorelle in Gesù Cristo! O divoti della Madonna di Valle di Pompei esistenti in ogni terra cristiana! Giammai mi prese tanto ardente desiderio di comunicarvi l’animo mio, come in queste ore tormentose!

Da lunghissimi mesi un’infermità ribelle alle cure dell’uomo mi ha tolto all’usuale lavoro, alle mie predilette occupazioni, alla mia ininterrotta attività, costringendomi ad una penosissima esistenza. Sento sgorgare dal fondo dell’animo mio il grido del santo Giobbe: Spiritus meus attenuabitur... In amaritudinibus moratur oculus meus...[ Il mio respiro è affannoso... Fra i loro insulti veglia il mio occhio ](Gb 17,1-2)

Benedetta sia la mano del Signore!

Dall’alba alla sera, durante le lunghe, amarissime vigilie, io non mi stanco di adorare la sua santa volontà e di benedirne i sapientissimi e misericordiosissimi disegni.

Oramai vi posso dire, o fratelli e sorelle, che il mio pane sono le lagrime e le preghiere.

E pure il bisogno che la mia voce rivolta al Signore e alla carissima Madre e Regina del Santo Rosario sia corroborata da quella di anime fedeli e sincere è ardentissimo nel mio cuore ed è questa la preghiera ch’io voglio indirizzarvi dal letto de’ miei dolori.

O fratelli e sorelle! Per cinquant’anni e più, dall’istante che una prima pietra scese per iniziare Te fondamenta di questo Tempio in cui la Regina del Rosario ha mostrato di trovar le sue celesti compiacenze, dal momento che un primo cuore, un'anima a me sconosciuta si rivolse invocante preghiere, da quell’ora che la Madonna con un primo prodigio iniziò le meraviglie di Valle di Pompei, io non mi sono mai, mai stancato di pregare per ogni dolore, per ogni affanno, per ogni calamità.

Era la preghiera d'un povero peccatore, è vero, ma era pure un desiderio sincero, una brama ardente delle altrui consolazione, del benessere del prossimo: era insomma quanto poteva far l’anima mia, confidando nella onnipotenza di Dio e nella intercessione della sua Madre Divina.

Quale giorno ho dimenticato i benefattori e i divoti di Valle di Pompei? In quale ora io non ho invocato Maria per i suoi figlioli sparsi per ogni terra della cristianità?

E voi pure, o sorelle e fratelli in Gesù, voi pure avete pregato per me, come tante volte mi avete attestato e come, più spesso, ho dovuto riconoscere nel veder compiute opere e intraprese che sarebbero state follie soltanto ad immaginare, senza una straordinaria benedizione del Cielo, senza l’altrui spirituale cooperazione.

Ma ora più che mai io ho bisogno di preghiere, ora più che mai l’anima mia confida nella vostra divozione, nella vostra bontà.

Innalzatela dunque una preghiera speciale al Signore, o fratelli e sorelle, rivolgete un più fidente e affettuoso grido alla nostra cara Madre è Regina perché si degni di rivolgere dal suo trono uno sguardo pietoso sul suo vecchio, sofferente servitore.

Quale sarà l’alba del mio domani?

É il pensiero che mi persiste nella mente, ma a cui quando pure con calma e con grande rassegnazione, con quella rassegnazione che il Signore si compiace di donarmi in queste ore di tribolazioni e di prove.

Ma che importa il domani della mia povera vita, della mia tribolata esistenza?

O fratelli e sorelle, alla preghiera aggiungete un ricordo!

Con la vostra carità, con la vostra generosità voi, da cinquant’anni e più, avete alimentato un vero popolo di piccole anime così care a Dio e alla Madonna e le donate ricche di religiosità e di utili conoscenze alla società; con la vostra fede, con la vostra divozione e con le vostre elargizioni avete reso celebre per bellezza e suntuosità questo Tempio del Rosario. Per le mie mani son passati veri fiumi di danaro, fiumi di cui le sorgenti erano ne' vostri cuori, fiumi che sono scesi ad irrigare una squallida Valle e renderla un prodigioso giardino, fiumi che hanno prodotto opere meravigliose a cui guardiamo benedicendo il Signore, ringraziando voi e rallegrandoci di poter discender nella tomba, quando che sia, ripetendo le parole del santo Giobbe: Nudus egressus sum de utero matris meae et nudus revertar illuc… [Nudo uscii dal grembo di mia madre e nudo vi ritornerò...] (Gb 1,21)

Ma, ohimè, che sarebbe se per poco s’interrompesse questo slancio della vostra beneficenza e del vostro amore?

Non si estinguano, dunque, queste sorgenti della vostra carità!

Chi di voi ha dato in limitata o in generosissima misura o fino al punto talvolta da rasentare il prodigio, chi di voi, ripeto, ha dovuto mai pentirsi d’esser stato così caritatevole?

Continuate, continuate, senza l’interruzione neppure d’un minuto solo nell’opera del vostro amore e della vostra carità.

Vada la vostra preghiera per le mie sofferenze, per i bisogni dell’anima mia; vadano le vostre nobili obla-zioni per il popolo de’ miei figlioli, per quelli che ora vedo e benedico, per tutti quelli che verranno un giorno e ch’io amerò con più perfetto amore, quando si saranno chiusi questi occhi mortali. 

Ricordate infine che non da ieri data la nostra incondizionata, illimitata, fiduciosissima rinunzia fatta al Vicario di Gesù Cristo di quanto si riferisce al Santuario e a tutte le annesse Opere di cristiana beneficenza.

Ricordate che dal giorno della rinunzia ad oggi, la sapienza del Papa e lo zelo ardente di chi lo ha rap-presentato sono stati di immenso giovamento a queste istituzioni; che anzi non solo se ne sono avvantaggiate, ma si sono consolidate su più duraturo fondamento e hanno prodotto uno sviluppò sempre più crescente.

All’Eminentissimo Cardinal Augusto Silj che fu uomo zelantissimo e tutto acceso d’amore per Gesù, per Maria, per le anime innocenti, è succeduto un Prelato oltremodo insigne per pietà, per saggezza, per doti preclarissime di governo: io vi parlo del venerato attuale Rappresentante del Papa, Monsignor Carlo Cremonesi.

Queste ragioni più che ogni altra starei per dire alimentino e accrescano la vostra generosità.

O fratelli e sorelle! Come mai mi riuscirebbe di esprimervi e di enumerarvi tutto quello ch’io dovrò dire per voi, giunto quando sarò, al trono della carissima Madre e Regina del santo Rosario?!...

Negli anni mortali, in mezzo a tanti affanni e a tante occupazioni, giammai m’è sfuggito neppure un solo o minimo particolare di ciò che voi – che pur formate migliaia, migliaia e migliaia – avete fatto per questo Tempio e per le sue Opere, per l’onore di Dio e per la gloria della Madonna.

Oh, quanto più mi saranno vivi e luminosi questi ricordi, spogliato del mortale ingombro, avvicinatomi al mare della luce infinita! Fate ch’io allora debba senza termine pregare non solo per ciò che voi avete fatto nella mia vita, ma, vorrei dire quasi di più, per quanto voi farete allorché al Signore, o presto o tardi, piacerà di togliermi agli affanni della terra.

Con quale inenarrabile gioia vedrò intorno al trono della Celeste Regina non solo quella schiera di santi uomini che mi furono di luce, di consiglio, d’incoraggiamento, ma anche tutto lo stuolo innumerevole dei primi benefattori, dei primi zelatori, dei primi divoti di questo Santuario e delle sue Opere!...

Fratelli e sorelle! Io provo un profondo conforto, io sento un’incrollabile sicurezza nella continuazione della vostra beneficenza, della vostra carità, della vostra generosità, della vostra preghiera, e questo bene che farete l’attribuisco a un sorriso celeste, a un’altra prova di celestiale amore e di protezione che la Regina del Rosario vuol dare al suo vecchio, affezionatissimo per quanto indegno servitore.

Festa dell’Assunta del 1926.

Avv. Bartolo Longo


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Molte volte, arrivati – dopo lotte e dolori non pochi – al compimento d’un opera voluta dal Cielo, abbiamo detto dal fondo dell’animo: O Signore, sciogli ora i lacci di questa povera anima.
Vivo come sempre e incessante è anche ora in noi il desiderio del Cielo, anzi esso è ormai il nostro unico desiderio.

(8 maggio 1926)

Da: S. Piccolo, Bartolo Longo. L'uomo della Valle, Napoli - Roma, Ed. LER, 1980, p. 95 - 99

San Bartolo Longo (1841 - 1926), avvocato, filantropo e pedagogo, fondatore della Congregazione delle Suore del Rosario e promotore del santuario di Pompei (Napoli)