giovedì 22 ottobre 2026

Amare fino a stare male (Love till it hurts)

“Tu non mi vuoi bene!”

Quante volte i tuoi figli ti hanno detto una frase del genere? E quante volte tu, come genitore, hai resistito alla tentazione di spiegare loro quanto invece li ami?

Un giorno, quando i miei figli saranno abbastanza grandi da comprendere la logica che guida una madre, glielo dirò.

Ti ho amato abbastanza da chiederti con insistenza dove andavi, con chi eri e a che ora saresti tornato a casa.

Ti ho amato abbastanza da pretendere che ti comprassi una bicicletta con i tuoi soldi, anche se noi avremmo potuto permettercela e tu no.

Ti ho amato abbastanza da restare in silenzio e lasciarti scoprire che l'amico che avevi scelto con tanta convinzione era una cattiva compagnia.

Ti ho amato abbastanza da farti riportare al negozio una barretta Milky Way con un morso già dato e confessare: “L'ho rubata”.

Ti ho amato abbastanza da restare accanto a te per due ore mentre riordinavi la tua stanza, un lavoro che io avrei fatto in quindici minuti.

Ti ho amato abbastanza da dirti: “Sì, puoi andare a Disney World nel giorno della Festa della Mamma”.

Ti ho amato abbastanza da lasciarti vedere rabbia, delusione, disgusto e lacrime nei miei occhi.

Ti ho amato abbastanza da non cercare scuse per la tua mancanza di rispetto o per le tue cattive maniere.

Ti ho amato abbastanza da ammettere quando avevo torto e chiederti perdono.

Ti ho amato abbastanza da ignorare ciò che facevano o dicevano “tutte le altre mamme”.

Ti ho amato abbastanza da lasciarti inciampare, cadere, soffrire e fallire.

Ti ho amato abbastanza da lasciarti assumere la responsabilità delle tue azioni, a 6, 10 o 16 anni.

Ti ho amato abbastanza da capire che avresti potuto mentire sulla sorveglianza a una festa, ma da perdonarti... dopo aver scoperto che avevo ragione.

Ti ho amato abbastanza da farti scendere dalle mie ginocchia, lasciare la tua mano, non cedere alle tue suppliche e sembrare insensibile alle tue richieste... affinché imparassi a stare in piedi da solo.

Ti ho amato abbastanza da accettarti per ciò che sei, non per ciò che avrei voluto che fossi.

Ma soprattutto, ti ho amato abbastanza da dirti di no quando mi odiavi per questo. Quella era la parte più difficile di tutte.


Erma Louise Bombeck (1927 – 1996), scrittrice americana


Testo originale:


Love till it hurts

“You don't love me!”

How many times have your kids laid that one on you? And how many times have you, as a parent, resisted the urge to tell them how much?

Someday, when my children are old enough to understand the logic that motivates a mother, I'll tell them.

I loved you enough to bug you about where you were going, with whom, and what time you would get home.

I loved you enough to insist you buy a bike with your own money that we could afford and you couldn't.

I loved you enough to be silent and let you discover your handpicked friend was a creep.

I loved you enough to make you return a Milky Way with a bite out of it to a drugstore and confess, “I stole this.”

I loved you enough to stand over you for two hours while you cleaned your bedroom, a job that would have taken me 15 minutes.

I loved you enough to say, “Yes, you can go to Disney World on Mother's Day”.

I loved you enough to let you see anger, disappointment, disgust and tears in my eyes.

I loved you enough to not make excuses for your lack of respect or your bad manners.

I loved you enough to admit I was wrong and ask your forgiveness.

I loved you enough to ignore “what every other mother” did or said.

I loved you enough to let you stumble, fall, hurt, and fail.

I loved you enough to let you assume the responsibility for your own actions, at 6, 10 or 16.

I loved you enough to figure you would lie about the party being chaperoned, but forgive you for it ... after discovering I was right.

I loved you enough to shove you off my lap, let go of your hand, be mute to your pleas, and insensitive to your demands ... so that you had to stand alone.

I loved you enough to accept you for what you are, not what I wanted you to be.

But most of all, I loved you enough to say no when you hated me for it. That was the hardest part of all.


martedì 20 ottobre 2026

Ateismo

È la dottrina filosofica che nega l'esistenza di Dio. 

Tralasciando gli aspetti religiosi e culturali che gli sono connessi, sul piano metafisico l'ateismo costituisce una duplice contraddizione. Innanzitutto come negazione dell'Assoluto. Infatti la proposizione: «L'Assoluto necessariamente esiste» è una evidenza del sapere originario, innegabile. Ciò diviene più chiaro se, al posto di Assoluto, poniamo: la totalità assoluta dell'essere. E allora se c'è qualcosa - ed è innegabile che c'è qualcosa -, necessariamente c'è la totalità assoluta dell'essere. Ciò per il fatto che, o questo qualcosa è quella totalità, o vi appartiene come parte o come momento. In ogni caso, la totalità deve necessariamente essere ed essere posta. Quindi la negazione dell'Assoluto è un'autonegazione. Da qui si dovrà ulteriormente procedere alla determinazione essenziale della totalità assoluta dell'essere, e in particolare al riconoscimento del suo carattere divino e alla sua identificazione con Dio. L'ateismo può insorgere su questo percorso, e allora si potranno incontrare tutte quelle forme di ateismo che si caratterizzano come ricerca di Dio. Ma il punto metafisico essenziale - la contraddittorietà della negazione dell'Assoluto - resta inconfutabile.

In secondo luogo, l'ateismo è contraddittorio in quanto si chiude nell'affermazione del mondo, della totalità dell'essere che appare. Qui l'ateismo si scontra con la contraddizione il male, l'assurdo, la caducità, la morte, in una parola la negatività. Ma, anziché procedere al suo superamento, vi si arresta, vive ed esiste nella contraddizione, riscontrando anzi in essa un motivo valido per la negazione dell'Assoluto. Questa seconda dimensione dell'ateismo si qualifica come antiteismo, e si accompagna frequentemente con un atteggiamento di smisurata tracotanza (hýbris) o di esaltazione del finito - l'uomo, la libertà, l'emancipazione, la tecnica -, alle quali l'Assoluto impone invece un limite, un ostacolo, un impedimento, un'obiezione. Anche qui, anzi soprattutto qui, intervengono fattori culturali, che però lasciano intatto il problema metafisico della contraddizione.

Lessico di metafisica, Cinisello Balsamo, Ed. Paoline, 1998, p. 29 -30

Aniceto Molinaro (1936 - 2011), presbitero cattolico, scrittore, filosofo e docente universitario italiano


domenica 18 ottobre 2026

Giustizia e pace si baceranno

Non c’è nessuno che rifugga dal volere la pace, mentre al contrario non tutti sono disposti a praticare la giustizia. […] Esegui però le opere di giustizia: tenendo presente che giustizia e pace si baciano, non sono in discordia (Cf Sal 85,11b). Perché vuoi tu porti in contrasto con la giustizia? Eccoti, ad esempio, la giustizia che ti dice di non rubare, ma tu non le dai retta; di non commettere adulterio, e fai il sordo; di non fare agli altri ciò che a te non piacerebbe subire; di non dire, nei riguardi del prossimo, le cose che non vorresti fossero dette sul tuo conto. […] Vuoi dunque conseguire la pace? Pratica la giustizia!

Enarrationes in Psalmos, 84, 12: CCSL 39

Sant'Agostino di Ippona 

martedì 13 ottobre 2026

Ogni giorno di guerra è un passo indietro per l'umanità

Ogni giorno in cui la guerra continua, l’umanità viene essenzialmente fatta regredire di un passo, mentre ogni passo verso la pace dà a tutta l'umanità una vera speranza per la pace. Dobbiamo passare dalla guerra senza fine alla fine della guerra, a una cessazione delle ostilità. E dovremo muoverci proprio in questa direzione: è fondamentale per tutta l’umanità. [...] La terra di Gandhi e la terra di Buddha condividono un unico messaggio: la via della pace.

Discorso al summit Shanghai Cooperation Organisation di Bishkek (Kirghizistan), 31 agosto 2026

Narendra Modi, premier indiano

sabato 10 ottobre 2026

L’essenza del cristianesimo

Il cristianesimo non è una teoria della Verità, o una interpretazione della vita. Esso è anche questo, ma non in questo consiste il suo nucleo essenziale. Questo è costituito da Gesù di Nazaret, dalla sua concreta esistenza, dalla sua opera, dal suo destino — cioè da una personalità storica. Una certa analogia di tale situazione avverte colui per il quale un uomo acquista un significato essenziale. Non «l’Umanità» o «l’umano» divengono in tal caso importanti, ma questa persona. Essa determina tutto il resto, e tanto più profondamente e universalmente quanto più intensa è la relazione. Ciò può avvenire in un modo così possente che tutto, mondo, destino, compito si attua attraverso la persona amata; essa è come contenuta in tutto, tutto la fa ricordare, a tutto essa dà un senso. Nell’esperienza di un grande amore tutto il mondo si raccoglie nel rapporto Io-Tu, e tutto ciò che accade diventa un avvenimento nel suo ambito. L’elemento personale a cui in ultima analisi intende l’amore e che rappresenta ciò che di più alto c’è fra le realtà che il mondo abbraccia, penetra e determina ogni altra forma: spazio e paesaggio, pietre, alberi, animali.

Tutto ciò è vero, ma ha una risonanza solo tra questo Io e questo Tu. A misura che l’amore si fa più illuminato, sempre meno pretenderà che ciò che costituisce per lui il centro focale del mondo debba esserlo anche per gli altri. Una simile pretesa potrebbe essere sincera dal punto di vista lirico, ma per il resto sarebbe stolta. Nel cristianesimo le cose stanno altrimenti. Non si fa dipendere dal presentarsi di un incontro d’amore che la persona unica di Gesù diventi per l’uomo la realtà religiosa decisiva, ma essa è tale incondizionatamente e per se stessa. E che essa sia afferrata come tale dal singolo uomo, non è una possibilità lasciata al libero accadere, come lo svegliarsi di una inclinazione, che viene quando viene, ma è un’esigenza posta alla coscienza.

Il cristianesimo afferma che per l’incarnazione del Figlio di Dio, per la sua morte e la sua risurrezione, per il mistero della fede e della grazia, a tutta la creazione è richiesto di rinunciare alla sua - apparente -autonomia e di mettersi sotto la signoria di una persona concreta, cioè di Gesù Cristo, e di fare di ciò la propria norma decisiva. Dal punto di vista della logica questo è un paradosso, perché sembra mettere in pericolo la stessa realtà della persona. Ma anche il sentimento personale si ribella contro questo. Poiché l’accettare una legge generale che si è dimostrata giusta - sia essa una legge della natura o del pensiero o della moralità - non è difficile per la persona. Essa avverte che in tale legge essa continua ad essere se stessa; anzi, che il riconoscimento di siffatte leggi generali può tradursi senz’altro in un’azione personale. Ma all’esigenza di riconoscere un’«altra» persona come legge suprema di tutta la sfera della vita religiosa e con ciò della propria esistenza - la persona contrasta con vivacità elementare, e si capisce che cosa può significare la richiesta di «rinunciare alla propria anima».

L’essenza del cristianesimo

Romano Guardini, prete, teologo, scrittore italiano (1885 - 1968)

Gesù Cristo misura del reale e giudizio del mondo

Di fronte a Cristo si esige la conversione del pensiero.  Non solo quella della volontà e dell’azione, ma anche quella del pensiero. La quale consiste nel non riflettere più su Cristo partendo dal mondo, ma nell’assumere Cristo come criterio di misura del reale e del possibile e nel giudicare sul mondo da quella prospettiva.

Questa conversione è difficile a intendersi e ancora molto più difficile a compiersi. Tanto più difficile, quanto più chiaro diviene nel procedere del tempo il contrasto con essa dell’esistenza del mondo, e quanto più manifestamente chiunque vi si impegni appare come uno stolto. Nella misura, però, in cui il pensiero tenta di attuarla, si dischiude la realtà che prende il nome di Gesù Cristo. E, a partire da lui, ogni restante realtà è dischiusa: svelata, ma anche elevata nella speranza del farsi nuova.

Il Signore. Riflessioni sulla persona e la vita di Gesù Cristo, Vita e pensiero - Morcelliana, Milano - Brescia 2005, p. 721

Romano Guardini, prete, teologo, scrittore italiano (1885 - 1968)

Il segno di croce

Quando fai il segno di croce, fallo bene. Non così affrettato, rattrappito, tale che nessuno capisce cosa debba significare. No, un segno della croce giusto, cioè lento, ampio, dalla fronte al petto, da una spalla all'altra.

Senti come esso ti abbraccia tutto? Raccogliti dunque bene; raccogli in questo segno tutti i pensieri e tutto l'animo tuo, mentre esso si dispiega dalla fronte al petto, da una spalla all'altra. Allora tu lo senti: ti avvolge tutto, ti consacra, ti santifica. Perché? Perché è il segno della totalità ed il segno della redenzione.

Sulla croce nostro Signore ci ha redenti tutti. Mediante la croce egli santifica l'uomo nella sua totalità, fin nelle ultime fibre del suo essere. Perciò lo facciamo prima della preghiera, affinché esso ci raccolga e ci metta spiritualmente in ordine; concentri in Dio pensieri, cuore e volere; dopo la preghiera, affinché rimanga in noi quello che Dio ci ha donato.

Nella tentazione, perché ci irrobustisca. Nel pericolo, perché ci protegga. Nell'atto di benedizione, perché la pienezza della vita divina penetri nell'anima e vi renda feconda e consacri ogni cosa.

Pensa quanto spesso fai il segno della croce, il segno più santo che ci sia!

Fallo bene: lento, ampio, consapevole. Allora esso abbraccia tutto il tuo essere, corpo e anima, pensieri e volontà, senso e sentimento, agire e patire, tutto vi viene irrobustito, segnato, consacrato nella forza del Cristo, nel nome del Dio uno e Trino.

Romano Guardini, prete, teologo, scrittore italiano (1885 - 1968)