domenica 14 maggio 2017

Il destino di una mamma



Il destino di una mamma è aspettare i figli.

Li aspetta in gravidanza, li aspetta al ritorno dall'asilo.
Li aspetta all'uscita di scuola.
Li aspetta quando iniziano la loro vita, al ritorno a casa dopo una festa.
Li aspetta quando rientrano dal lavoro per fargli sempre trovare una minestra calda.
Li aspetta con amore, con ansia, a volte, con rabbia che passa subito quando li vede e può abbracciarli.

Fate in modo che la vostra mamma anziana non debba aspettare più.
Fatele visita, amatela, abbracciate colei che vi ha amato come nessun altro farà mai.
Non fatela aspettare: è questo che lei si aspetta da voi.
Perché invecchiano le membra ma il cuore di una mamma non invecchia mai.
Amatela voi che potete!

martedì 9 maggio 2017

Nessuna famiglia è perfetta...


Nessuna famiglia è perfetta.
Abbiamo discussioni, litighiamo.
A volte smettiamo anche di parlarci.
Ma alla fine, la famiglia è la famiglia. 
Là ci sarà sempre amore.

"L'amore non verrà mai meno". San Paolo, 1 Corinzi 13

“Nessuna famiglia è una realtà perfetta e confezionata una volta per sempre, ma richiede un graduale sviluppo della propria capacità di amare”. Papa Francesco, Amoris Laetitia, 325

giovedì 4 maggio 2017

Cos’è la felicità? e se non esiste, cos’è dunque la vita?

Mio caro amico. Comincerò col ringraziarvi delle tante espressioni di benevolenza di cui mi onorate nella vostra incantevole lettera, e soprattutto dei segni di confidenza che voi mi date parlandomi del vostro tenore di vita, dei vostri pensieri, dei vostri sentimenti e dello stato della vostra anima.
Tutto ciò mi interessa infinitamente, e  io non saprei esprimere il piacere che voi mi avete procurato intrattenendomi su questi particolari. È veramente dolce vedere i segreti di un cuore come il vostro. Ma io crederei di non tenere nel debito conto l’affetto che mi testimoniate, se mi lasciassi andare a qualche frase che apparisse cerimoniosa. Non vi ringrazio, dunque; mi accontento di assicurarvi che il mio cuore è tutto vostro per sempre.

Senza dubbio, mio caro amico, bisognerebbe o non vivere proprio o sempre sentire, sempre amare, sempre sperare. La sensibilità sarebbe il più prezioso di tutti i doni, se lo si potesse far valere, o se ci fosse a questo mondo qualche oggetto a cui applicarlo. Vi ho detto che l’arte di non soffrire è di questi tempi la sola che mi sforzo di imparare. Questo accade precisamente perché ho rinunciato alla speranza di vivere. Se dalle prime esperienze non fossi stato convinto che quest’arte era assolutamente vana e frivola per me, io non vorrei, non conoscerei altra via che quella dell’entusiasmo. Per un certo periodo ho sentito il vuoto dell’esistenza come se si trattasse di una cosa concreta che pesasse gravemente sulla mia anima. Il nulla era la sola cosa che esistesse. Mi era sempre davanti come un fantasma terribile; io non vedevo altro che un deserto intorno a me, non concepivo come ci si potesse assoggettare alle cure che la vita quotidianamente esige, pur essendo del tutto certi che non sarebbero approdate mai a niente. Questo pensiero mi occupava tanto che io credevo per causa sua quasi di perdere la ragione.
In verità, mio caro amico, la gente non conosce affatto il proprio reale interesse. Io converrò, se si vuole, che la virtù, come tutto ciò che è bello e tutto ciò che è grande, non sia che un’illusione. Ma se questa illusione fosse comune, se tutti gli uomini credessero di potere e volessero essere virtuosi,  se fossero compassionevoli, caritatevoli, generosi, magnanimi, pieni d’entusiasmo; in una parola, se tutti fossero sensibili (giacché io non faccio alcuna differenza tra la sensibilità e quello che si chiama virtù), non si sarebbe forse più felici?  Ogni individuo non troverebbe mille risorse nella società? Questa, poi, non dovrebbe impegnarsi a realizzare le illusioni degli uomini per quanto le fosse possibile, dal momento che la felicità dell’uomo non può consistere in ciò che è reale?
Nell’amore, tutte le gioie che provano le animi volgari, non valgono il piacere che dà un solo istante di rapimento e d’emozione profonda. Ma come far sì che questo sentimento sia duraturo, o che si rinnovi spesso nella vita?  dove trovare un cuore che gli corrisponda? In più d’una occasione  io ho espressamente evitato per qualche  giorno di  incontrare l’oggetto che mi aveva  affascinato in un sogno delizioso. Io sapevo che quel fascino sarebbe svanito accostandosi alla realtà. Tuttavia io pensavo sempre a   quell’oggetto, ma non lo consideravo per quel che era; lo contemplavo nella mia immaginazione, tale quale mi era apparso nel sogno. Era una follia? Son io romantico? Voi giudicherete.
È vero che l’abitudine di riflettere, che è sempre propria degli spiriti sensibili, li priva spesso della facoltà d’agire e persino di gioire. La sovrabbondanza della vita interiore spinge sempre l’individuo verso l’esterno, ma al tempo stesso essa fa in modo che egli non sappia come condursi. Egli abbraccia tutto, egli vorrebbe sempre essere pervaso; viceversa tutti gli oggetti gli sfuggono, proprio perché essi sono più piccoli della sua capacità. Egli esige anche dalle sue azioni più insignificanti, dalle sue parole, dai suoi gesti, dai suoi movimenti, più grazia e più perfezione di quanto non sia possibile all’uomo raggiungere. Così, non potendo mai essere contento di sé, né cessare di esaminarsi, e diffidando sempre delle proprie forze, egli non sa fare ciò che tutti gli altri fanno.
Che cos’è dunque la felicità, mio caro amico? e se la felicità non esiste, che cos’è dunque la vita? Io non ne so nulla; vi amo, vi amerò sempre così teneramente, così fortemente come ho altre volte amato quei dolci oggetti che la mia immaginazione si compiaceva di creare, quei sogni nei quali voi fate consistere una parte della felicità. In effetti non spetta che all’immaginazione di procurare all’uomo la sola specie di felicità positiva di cui egli sia capace. È vera saggezza cercare questa felicità nell’ideale, come voi fate. Quanto a me, io rimpiango il tempo in cui mi era concesso ricercarla, e vedo »»con una sorta di sgomento che la mia immaginazione sta diventando sterile, e mi rifiuta tutto quel soccorso che mi offriva in passato.
Questa lettera è già troppo lunga. Il piacere di discorrere con voi su degli argomenti che voi affrontate con tanta ragionevolezza e profondità, mi ha fatto dimenticare quella parte della vostra lettera in cui mi chiedete quali siano i nostri migliori filosofi. Io procurerò di rispondere a questa domanda in un’altra occasione. Per ciò che riguarda i teologi, io non so quasi se noi ne abbiamo, assai meno se ne abbiamo che siano eccellenti. Io ignoro persino se ci possa essere eccellenza in questa materia. Il vostro amico, il signore barone de Hert (credo di non saper scrivere il suo nome) è tornato in patria? come sta? Fategli i miei complimenti, e datemi sue notizie, vi prego. Il buon abate Cancellieri si diverte sempre a far dei libri e a pubblicarli. Mio zio Antici lascerà Roma per venire a passare l’estate a Recanati. La mia salute è buona. Io vivo qui come in un eremo; i miei libri e le mie passeggiate solitarie occupano tutto il mio tempo. La mia vita è più uniforme del movimento degli astri, più sciocca e insipida delle parole della nostra opera lirica. Addio, mio caro amico; amatemi, se è possibile, quanto voi meritate d’essere amato. Parlatemi delle vostre occupazioni, dei vostri progetti, delle vostre osservazioni filosofiche: più vi dilungherete su questi soggetti, più mi farete piacere. Io sono, con il più vivo attaccamento e la più intera devozione, il Vostro tenero e sincero amico.

Lettera indirizzata a André Jacopssen il 23 giugno 1823

Giacomo Leopardi (1798 - 1837), poeta, filosofo, scrittore, filologo e glottologo italiano

martedì 2 maggio 2017

Aforismi Dubbio

In dubiis abstine / Nel dubbio, astieniti (locuzione medievale)

É men male l'agitarsi nel dubbio, che il riposar nell'errore (Alessandro Manzoni, Storia della colonna infame)

Quos vult Iupiter perdere, dementat prius / A quelli che vuole rovinare, Giove toglie prima la ragione (Euripide)

In certis unitas in dubiis libertas in omnibus caritas / In necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas / Nelle cose necessarie ci vuole l’unità, in quelle dubbie la libertà, in tutte la carità (Giovanni XXXIII, Ad Petri Cathedram, III)

giovedì 27 aprile 2017

Il cavallo, il bue, il cane e l'uomo

Quando Zeus creò l'uomo, gli diede un'esistenza fugace. L'uomo però, usando la propria intelligenza, quando cominciò l'inverno si costruì una casa e lì viveva. Un giorno che ci fu molto freddo e pioveva, il cavallo, non potendo più resistere, arrivò di corsa alla casa dell'uomo e lo pregò di metterlo al riparo. Gli rispose che lo avrebbe fatto soltanto a condizione che esso gli donasse una parte dei suoi anni. Il cavallo accettò volentieri e, dopo non molto, arrivò anche il bue, che non poteva neanche lui resistere al gelo. E poiché l'uomo gli disse, come già al cavallo, che non lo avrebbe ospitato, se prima non gli avesse ceduto un certo numero di anni della sua vita, esso pure, donatagliene una parte, fu accettato. Da ultimo arrivò il cane, intirizzito dal freddo, e, ceduta una parte della sua esistenza, ottenne un riparo.
Ecco perché gli uomini durante il tempo che era stato loro assegnato da Zeus sono puri e buoni; quando vivono gli anni che erano del cavallo diventano fieri e vanagloriosi; quando arrivano agli anni del bue diventano autoritari e quando poi concludono la vita con gli anni del cane, sono rabbiosi e abbaiano continuamente. Ecco una favola che ben si adatta ad un vecchio collerico e brontolone.

Esopo (620 a.C. circa – 564 a.C.), scrittore greco



mercoledì 26 aprile 2017

Gioventù (Youth)


La gioventù non è un periodo della vita:
è una forma del pensiero, è una condizione della volontà,
una facoltà dell’immaginazione, una forza pura dei sentimenti,
un predominio del coraggio sulla timidezza
e della aspirazione di avventura sull’amore di comodità.

Nessuno diviene vecchio semplicemente perché vive un certo numero di anni:
gli individui invecchiano solo perché disertano i loro ideali.

Gli anni rendono rugosa la pelle, ma rinunciare all'entusiasmo rende rugosa l’anima.
Preoccupazione, dubbio, mancanza di fiducia, paura e disperazione,
fanno piegare il capo e rigettare nella polvere lo spirito che vuole elevarsi.

Sia a sessant'anni che a sedici, vi è nel cuore di ogni essere umano
l’amore per la meraviglia, la dolce sorpresa delle stelle e delle cose
e dei pensieri che assomigliano alle stelle, indomabile sfida agli eventi,
l’inesauribile giovanile appetito per il "poi" e la gioia del gioco della vita.

Siamo giovani quanto la nostra fede, vecchi quanto il nostro dubbio;
giovani quanto la fiducia di noi stessi, vecchi quanto la nostra paura;
giovani quanto la nostra speranza, vecchi quanto la nostra delusione.

Rimarrete giovani finché il vostro cuore sarà recettivo
ai messaggi di bellezza, gioia, coraggio, grandiosità e forza della natura,
dall’uomo e dall’infinito.

Quando tutto sarà a terra, quando il più recondito angolo del vostro cuore
sarà ricoperto dalla neve del pessimismo e dal ghiaccio del cinismo,
allora e solo allora sarete veramente vecchi.
E che Dio abbia pietà della vostra anima.

Samuel Ullman (1840 - 1924) uomo d'affari, poeta e filantropo americano