giovedì 21 gennaio 2016

Odio gli indifferenti



Credo come Federico Hebbel che "vivere vuol dire essere partigiani". Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L'indifferenza è il peso morto della storia. È la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall'impresa eroica.

L'indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; e ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all'intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all'iniziativa dei pochi che operano, quanto all'indifferenza, all'assenteismo dei molti.

Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo.

Dei fatti maturano nell'ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un'epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa.

Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell'ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un'eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile.

Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch'io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.

I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.

Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.

Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l'attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini.

Non c'è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l'attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento.
Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.

“La Città futura”, 1917, p. 1 - 2

Antonio Gramsci (1891 – 1937), politico, filosofo, giornalista, linguista e critico letterario italiano



domenica 13 dicembre 2015

La vecchietta che aspettava Dio


C'era una volta, un'anziana signora, che passava in pia preghiera molte ore della giornata. Un giorno, sentì la voce di Dio che le diceva: "Oggi verrò a farti visita". Figuratevi la gioia e l'orgoglio della vecchietta. Cominciò a pulire e lucidare, impastare e infornare dolci. Poi, indossò il vestito più bello e si mise ad aspettare l'arrivo di Dio. Dopo un po', qualcuno bussò alla porta. La vecchietta corse ad aprire. Ma, era solo la sua vicina di casa, che le chiedeva in prestito un pizzico di sale. La vecchietta la spinse via: "Per amore di Dio, vattene subito, non ho proprio tempo per queste stupidaggini! Sto aspettando Dio, nella mia casa! Vai via!". E sbatté la porta in faccia alla mortificata vicina. Qualche tempo dopo, bussarono di nuovo. La vecchietta si guardò allo specchio, si rassettò e corse ad aprire. Ma chi c'era? Un ragazzo infagottato in una giacca troppo larga, che vendeva bottoni e saponette da quattro soldi.

La vecchietta sbottò: "Io sto aspettando il buon Dio. Non ho proprio tempo. Torna un'altra volta!". E chiuse la porta sul naso del povero ragazzo. Poco dopo, bussarono nuovamente alla porta. La vecchietta aprì e si trovò davanti un vecchio cencioso e male in arnese. "Un pezzo di pane, gentile signora, anche raffermo... E se potesse lasciarmi riposare un momento qui sugli scalini della sua casa", implorò il povero. "Ah, no! Lasciatemi in pace! Io sto aspettando Dio! E stia lontano dai miei scalini!", disse la vecchietta stizzita. Il povero se ne partì zoppicando e la vecchietta si dispose di nuovo ad aspettare Dio. La giornata passò, ora dopo ora. Venne la sera e Dio non si era fatto vedere. La vecchietta era profondamente delusa. Alla fine, si decise ad andare a letto. Stranamente, si addormentò subito e cominciò a sognare. Le apparve in sogno il buon Dio che le disse: "Oggi, per tre volte sono venuto a visitarti, e per tre volte non mi hai ricevuto".

La vita di ognuno di noi è intessuta di attese. Si tratta di una esperienza importante e di grande valore educativo. Consapevole di ciò, la Chiesa ha fissato un tempo per ravvivare questo 'stato' fondamentale nella vita del cristiano: il tempo dell'Avvento. La storia sottolinea che Dio è sempre sorprendente... è possibile incontrarlo in tanti modi, ma in modo particolare nelle persone che ci avvicinano tutti i giorni.

Bruno Ferrero, prete salesiano italiano, scrittore

domenica 6 dicembre 2015

Sii uomo di pre­ghiera

Se vuoi sopportare con pazienza le avversità e le miserie di questa vita, sii uomo di pre­ghiera.
Se vuoi conseguire virtù e forze per vincere le tentazioni del nemico, sii uomo di preghiera.
Se vuoi mortificare la tua volontà con tutte le sue passioni e i suoi desideri, sii uomo di pre­ghiera.
Se vuoi conoscere le astuzie di Satana e difenderti dai suoi inganni, sii uomo di pre­ghiera.
Se vuoi vivere lietamente e procedere dolcemente per la strada della penitenza e dell'affanno, sii uomo di preghiera.
Se vuoi allontanare dalla tua anima le mosche importune di vani pensieri e sollecitudini, sii uo­mo di preghiera.
Se vuoi sostentare la tua anima con la pienezza della devo­zione e tenerla sempre piena di buoni pensieri e desideri, sii uomo di pre­ghiera.
Se vuoi rafforzare e rinsaldare il tuo cuore sulla strada di Dio, sii uo­mo di preghiera.
Infine, se vuoi sradi­care dalla tua anima tutti i vizi e pian­tare al loro posto la virtù, sii uomo di preghiera, poiché nella preghiera si ri­ceve l'unzione e la grazia dello Spirito Santo, che insegna ogni cosa. Inoltre, se vuoi salire alle altezze della con­templazione e godere dei dolci abbrac­ci dello Sposo, impegnati nella pre­ghiera, perché questa è la strada per cui l'anima sale alla contemplazione e al piacere delle cose celesti. Vedi dun­que quanto grandi siano le virtù e il potere della preghiera? A comprovare tutto ciò (a parte la testimonianza del­le Sacre Scritture) basta per ora la pro­va dell'aver visto e sentito ogni giorno molte persone semplici che hanno raggiunto tutte le cose che abbiamo detto e altre ancora più grandi, mediante l'e­sercizio della preghiera.
(La vita di Cristo)
Bonaventura da Bagnoregio (1217/1221 ca – 1274), cardinale francescano italiano, santo

mercoledì 2 dicembre 2015

Aforismi Donna - 2

La donna, fuori dal cristianesimo, o è oppressa o corrompitrice; in nessuno dei due casi i suoi diritti sono mantenuti … Nei tempi di massima dissolutezza, la donna appare come un essere incapace di amare. (Antonio Rosmini, Filosofia del diritto, vol. 2, n. 508)

Quando una donna ha stabilito qualcosa, non c'è marito o amante che possa impedirglielo. Gli uomini farebbero meglio a non costringere le donne, sarebbe il solo mezzo per renderle virtuose. (Mille e una notte)


Se le donne abbassassero le braccia, il cielo cadrebbe. (proverbio africano)

Nessun uomo può eguagliare l'amore e la pietà che può dare una donna. (Madre Teresa di Calcutta)

venerdì 27 novembre 2015

Il parroco sbaglia sempre

Se il parroco ha un volto gioviale: «È un ingenuo».
Se è pensoso: «È un eterno insoddisfatto».
Se è bello: «Perché non si è sposato?».
Se è brutto: «Nessuno l’ha voluto!».
Se va all’osteria: «È un beone».
Se sta in casa: «È un asceta sdegnoso».
Se va in borghese: «È un uomo di mondo».
Se veste con la tonaca: «È un conservatore».
Se parla con i ricchi: «È un capitalista».
Se sta con i poveri: «È un comunista».
Se è grasso: «Non si lascia mancar niente».
Se è magro: «È un avaro».
Se cita il Concilio: «È un prete moderno».
Se parla di catechismo: «È un tridentino».
Se fa una predica lunga più di 10 minuti: «È un parolaio».
Se fa una predica corta: «Non sa cosa dire».
Se alla predica alza la voce: «Grida e si arrabbia con tutti».
Se parla con tono normale: «Non si capisce niente».
Se possiede una macchina: «È mondano».
Se non ce l’ha: «Non segue il tempo».
Se visita i parrocchiani: «Gironzola e ficca il naso nelle loro cose».
Se sta in canonica: «Ama il distacco e non va mai a visitare i suoi parrocchiani».
Se chiede delle offerte: «È avido di denaro».
Se non organizza delle feste: «La parrocchia è morta».
Se trattiene i penitenti a lungo in confessionale: «Dà scandalo» o: «È interminabile».
Se nel confessionale è svelto: «Non ascolta i penitenti».
Se comincia puntualmente la Messa: «Il suo orologio è avanti».
Se ritarda appena un po’: «Fa perdere tempo a tutti».
Se fa restaurare la Chiesa: «Fa spreco di denaro».
Se non lo fa: «Lascia andare tutto alla malora».
Se parla con una donna, si pensa subito di costruire un romanzo rosa.
Se vuol bene alla gente: «È perché non la conosce...».
Se è giovane: «È senza esperienza».
Se è vecchio: «È ora che se ne vada in pensione».
E...... se va altrove, in missione o se muore...: chi lo potrà sostituire...?
Come è facile criticare: ...ma quanti al Prete danno una mano...?

giovedì 19 novembre 2015

Quel grande mistero di Dio

“Io ho sempre sentito e sento la mancanza di fede come una profonda ingiustizia che toglie alla mia vita, ora che ne sono al rendiconto finale, ogni senso. Se è per chiudere gli occhi senza aver saputo di dove vengo, dove vado, e cosa sono venuto a fare qui, tanto valeva non aprirli”

Indro Montanelli (1909 - 2001) è stato uno dei giornalisti più noti e più amati dal pubblico italiano. Reporter di guerra, polemista, scrittore, saggista, è stato autore della fortunata serie della «Storia d'Italia» scritta in collaborazione con R. Gervaso, nel suo stile demitizzante e anticonformista.
Quando parla, lui laicista convinto, della sua fede cristiana, ha accenti che fanno pensare. Nel dibattito laici-cattolici aperto da E. Scalfari su La Repubblica, un lettore gli aveva rivolto un invito originale:

«Caro Montanelli, perché non ha mai scritto, trattato e analizzato il problema religioso? Non può abbandonare per un po' la politica, la cronaca, i personaggi, la storia e dare un po' di spazio al problema principale?».
Con la consueta sincerità, Indro risponde: «A Lei posso dire che evito di parlare di questo problema in pubblico prima di tutto per una sorta di pudore, e poi perché non ho soluzioni da offrire. Di questo però non mi faccio un tormento come il mio povero amico Augusto Guerriero, che morì disperato di non aver trovato la Fede ("Venire dal nulla, operare nel nulla per tornare nel nulla: sarebbe questo il senso della vita?" mi ripeteva). E non me ne faccio neppure un furore, come l'altro mio grande amico, Prezzolini, che della sua mancanza di fede dava la colpa a Dio che non gliela aveva concessa... A me, la mancanza di fede dà soltanto una grande malinconia. Sento che mi manca la cosa più importante, quella che renderebbe secondarie tutte le altre, compresa la stessa vita. Ma so anche che non posso trovarla battendo la strada della Ragione, che inutilmente aveva battuto Guerriero, né quella della Passione che seguiva Prezzolini. La fede, mio caro amico, è una Grazia. E io non posso credere che il Signore, se c'è, sia tanto ingiusto da concederla o negarla a suo piacimento, come sostengono Lutero e Calvino.
Si contenti di questo, caro amico. Lei deve avere press'a poco la mia età alla quale chi non si pone le tre domande fondamentali: di dove vengo, dove vado e cosa sono venuto a fare, vuol dire che non è un uomo, cioè un animale che solo il dubbio esistenziale distingue da tutti gli altri animali. E tanti saluti ai suoi nipoti e bisnipoti. Ma dia retta a me, di queste cose non gliene parli».
«...tanto valeva non aprirli»
Il discorso di Montanelli provocò altri interventi dei lettori. Tanto che Indro lo riprendeva: «Io ho sempre sentito la mancanza di fede e la sento come una profonda ingiustizia che toglie alla mia vita, ora che sono al rendiconto finale, ogni senso. Se è per chiudere gli occhi senza aver saputo di dove vengo, dove vado e cosa sono venuto a fare qui, tanto valeva non aprirli. La mia è soltanto una dichiarazione di fallimento» (Corriere della Sera, 28 febbraio 1996).
Malinconia, fallimento. Ma Indro va oltre, sollecitato dal dibattito che gli ha preso la mano. E a un lettore che l'aveva qualificato come ateo, Montanelli seccato risponde: «Io non mi considero affatto ateo e non capisco come si possa esserlo. La nostra vita, il Mondo, il Creato, l'Esistente devono pure avere un perché che la mia mente e la mia ragione non riescono a spiegarmi. Ed è là dove mente e ragione finiscono - e finiscono purtroppo presto - che per me comincia il Grande Mistero di Dio, che Dio non mi ha dato i mezzi per capire.

Per Lei evidentemente Dio non è affatto un Mistero perché, da buon cattolico, accetta come Verità quella "rivelata" dalla Chiesa. lo la invidio, ma non riesco a seguirla perché mi manca la Fede in quella rivelazione, come in quelle di tutte le altre religioni e confessioni. So che morrò senza aver trovato risposta alle tre più importanti domande della nostra vita: di dove vengo, dove vado e cosa sono venuto a fare: il che mi dà, quando ci penso (e ci penso sempre più spesso) un senso di disperazione. Ma non posso giocare a rimpiattino con me stesso, tanto meno con Dio, fingendo una fede che non ho...».