martedì 2 dicembre 2025

Ti ricordi di quell'uomo?

«Si chiamava Gesù, Gesù il Nazareno, e fu crocifisso non so bene per quale crimine. Ponzio, ti ricordi di quell'uomo?». Ponzio Pilato aggrottò le sopracciglia e si portò la mano alla fronte come chi cerca qualcosa nella propria memoria. Poi, dopo qualche istante di silenzio, mormorò: «Gesù? Gesù il Nazareno? No, non mi ricordo». Nei Campi Flegrei, dove soggiornano per ristorare corpo e spirito, un Pilato ormai vecchio e acciaccato ricorda, insieme all'amico Elio Lama, i suoi trascorsi in Giudea, parentesi turbolenta di un’onorata carriera. Quando la conversazione si sposta sul Nazareno morto in croce, Pilato rivela una spiazzante dimenticanza: non ha memoria di lui. L’amico, al contrario, ricorda con nostalgia quella terra e, in particolare, una bellissima danzatrice ebrea, scomparsa all'improvviso per seguire i discepoli di un giovane taumaturgo.

Il procuratore di Giudea 1902 - Le procurateur de Judée (Il procuratore della Giudea, tr. di Leonardo Sciascia, Palermo, Sellerio, 1980)

Anatole France

Cosa ottieni pregando?

Una volta è stato chiesto a una donna:

Cosa ottieni pregando Dio?

Lei rispose:

Di solito "non ottengo niente", ma "perdo cose".

E ha citato tutto ciò che ha perso pregando Dio regolarmente:

- Ho perso il mio orgoglio.

- Ho perso la mia arroganza.

- Ho perso l'avidità.

- Ho perso l'invidia.

- Ho perso la mia rabbia

- Ho perso la lussuria.

- Ho perso il piacere di mentire

- Ho perso il gusto del peccato.

- Ho perso l'impazienza, la disperazione e lo sconforto.

A volte preghiamo non per guadagnare qualcosa, ma per perdere cose che non ci permettono di crescere spiritualmente.

La preghiera educa, rafforza e guarisce.

La preghiera è il canale che ci connette direttamente con Dio. 

Hai un compito, anima mia

Hai un compito, anima mia,

un grande compito, se vuoi.

Scruta seriamente te stessa,

il tuo essere, il tuo destino;

donde vieni e dove dovrai posarti;

cerca di conoscere se è vita quella che vivi

o se c'è qualcosa di più.


Hai un compito, anima mia,

purifica, perciò, la tua vita:

considera, per favore, Dio e i suoi misteri,

indaga cosa c'era prima di questo universo

e che cosa esso è per te,

da dove è venuto e qual sarà il suo destino.


Ecco il tuo compito,

anima mia,

purifica, perciò, la tua vita. 


Poesie a se stesso, LXXVIII (PG 37, 1425-1426)

Gregorio di Nazianzo

 

domenica 30 novembre 2025

Due monaci



Due monaci pregano senza sosta, uno è corrucciato, l'altro sorride. 

Il primo domanda:

- Com'è possibile che io viva nell'angoscia e tu nella gioia se entrambi preghiamo per lo stesso numero di ore?

L'altro risponde:

- Perché tu preghi sempre per chiedere e io prego solo per ringraziare.


venerdì 28 novembre 2025

San Bonaventura: preghiere a Gesù

O dolcissimo Signore Gesù, ferisci anche me col soavissimo e salutare tuo amore, affinché l’anima mia si riposi nella serena e apostolica tua santissima carità. La mia anima ti brami e si purifichi nell’attesa del Paradiso, e non sospiri che di separarsi dal corpo per essere sempre con te.

Tu sei o Signore, il gaudio degli Angeli, la forza dei Santi, il nostro soavissimo pane quotidiano. Il mio cuore abbia sempre fame e sete di te, o Gesù, e si delizi nelle dolcezze del tuo amore. Te sempre cerchi come fonte della vita e della sapienza, come torrente della gioia che riempie la casa di Dio.

Tu solo sii la mia gloria! A Te io pensi, di Te parli, tutto operi a Tuo onore, a Te pervenga con umiltà e pace, con trasporto e diletto, con perseveranza e fervore, affinché in Te, mia fiducia, mia gioia, mia pace, io sempre viva con la mente e con il cuore. Amen


Trafiggi, o dolcissimo Signore Gesù, la parte più intima dell'anima mia con la soavissima e salutare ferita dell'amor tuo, con vera, pura, santissima, apostolica carità, affinché continuamente languisca e si strugga l'anima mia per l'amore e il desiderio di Te solo. Te brami, e venga meno presso i tuoi tabernacoli, e sospiri di essere sciolta (dai lacci dei corpo) e di essere con Te. Fa' che l'anima mia abbia fame di Te, pane degli Angeli, ristoro delle anime sante, pane nostro quotidiano, pane soprannaturale che hai ogni dolcezza ed ogni sapore e procuri la gioia più soave.

Di Te, che gli Angeli desiderano di contemplare incessantemente, abbia fame e si sazi il cuor mio, e della dolcezza dei tuo sapore sia riempita la parte più intima dell'anima mia: abbia ella sempre sete di Te, fonte di vita, fonte di saggezza e di scienza, sorgente dell'eterna luce, torrente di delizie, dovizia della casa di Dio.

Te sempre ambisca, Te cerchi, Te trovi, Te si prefigga come meta, a Te giunga, a Te pensi, di Te parli e tutte le cose faccia ad onore e gloria dei tuo nome con umiltà e con discernimento, con amore e con piacere, con facilità e con affetto, con perseveranza che duri fino alla fine.

E Tu solo sii sempre la mia speranza e la mia fede, la mia ricchezza e il mio diletto, la mia gioia, il mio gaudio, il mio riposo, la mia tranquillità, la mia pace, la mia soavità, il mio profumo, la mia dolcezza, il mio cibo, il mio ristoro, il mio rifugio, il mio aiuto, la mia scienza, la mia parte, il mio bene, il mio tesoro, nel quale fissi e fermi, con salde radici, rimangano la mente ed il cuor mio.


Gesù, Pane degli angeli, cibo degli eletti, nostro pane quotidiano, più di ogni altro nutriente e fragrante di dolcezza. Di te, che gli angeli contemplano. abbia sempre fame e si nutra l’anima mia. Il mio cuore abbia sempre sete di te, o mio Dio, sorgente di vita, fonte di sapienza e di scienza, origine d’eterna luce, inesauribile torrente di delizie, tesoro della casa di Dio.

Te sempre desideri il mio cuore, te cerchi, te aneli, te trovi, a te giunga, te mediti, di te parli, tutto operi a gloria tua. con umiltà e discrezione, con amore e piacere. con spontaneità e costanza.

Tu solo sii sempre la mia speranza, mia unica gioia e mia pace, tu mio riposo e mia serenità, tu mio rifugio e aiuto, tu mia eredità, mio bene e mio tesoro; in te sempre siano, fissi, sicuri e fermamente radicati il mio cuore e la mia mente.


O Cuore amatissimo di Gesù, perché ti sei fatto squarciare dalla lancia, se non per mostrarmi l'eccesso dell'amor tuo e per essere l'abitazione dell'anima mia? E quando entrerò io in Te e solennemente protesterò: “Questo è il mio eterno riposo; qui abiterò perché mi sono scelto io stesso questa dimora?”.

Gesù mio, introduci quanto prima quest'anima mia attraverso la ferita dell'aperto costato nel segreto del tuo amabilissimo e amantissimo Cuore, affinché essa si purifichi, si abbellisca e tutta si infiammi nella tua carità; in modo che, dimentica delle terrene sollecitudini, pensi solo ad amar Te, mio Dio crocifisso.


Canto alla croce

Ama la croce, luce e pace,
e per essa, ormai,
Cristo sia il tuo Signore! 
Tracciala su di te con la 
mano: essa ti tiene e tu la 
tieni con tutto il tuo essere.
 
Il cuore in croce, la croce nel cuore,
liberato da ogni bruttura,
calmo e sereno;
che ben forte la croce 
amatissima dalle tue labbra sia 
proclamata: lodata senza fine.

Nel riposo, nella fatica,
quando ridi e quando piangi, 
conserva ben stretta
quando vai, quando vieni,
nelle gioie, nei dolori 
la croce nel cuore!


O mio Gesù sofferente, tu sei davvero il mio maestro, nel quale sono nascosti tutti i tesori della celeste sapienza. Scoprimi, dunque, tutti questi tesori di sapienza e di salvezza, che sono racchiusi nella tua amara Passione e Morte: Fa' risplendere dentro di me, la luce che parte da tutte le tue piaghe, affinché d'ora innanzi non segua che la stella che manda i suoi raggi da queste tue piaghe, ed in essi riposi. Mio caro Gesù, ammorbidisci il duro mio cuore col vostro Sangue, affinché palpiti sempre d'amore per te, e raccogli nella piaga del tuo costato, tutti i miei pensieri, perduti finora dietro le cose mortali. Dammi una vera e sincera devozione della tua Passione, che è la medicina più efficace di tutte le malattie della mia povera anima, la morte di tutte le mie passioni e di tutti i miei peccati, la custodia di tutti i miei sensi contro le occasioni di peccato, l'alimento della vera devozione verso di te e del più puro amore fraterno, ed uno stimolo potentissimo al mio cuore a cercar solo le cose celesti. Fa', mio Gesù, che io consideri e senta veramente entro di me la tua Passione, e mi basta, poiché le tue piaghe provvedono l'anima mia di quanto essa può abbisognare e desiderare. 

Santa Vergine Maria, nostra Signora dell'Avvento

Santa Vergine Maria, nostra Signora dell'Avvento, tu che hai concepito Colui che ti ha creata e che, durante i nove mesi in cui l'hai portato, l'hai tanto teneramente amato in te come tuo Figlio e adorato come tuo Dio, preparatemi, mediante un'unione profonda alla tua vita interiore, alla festa della Natività. Insegna-temi ad unire alla preghiera di Gesù tutto ciò che sa di preghiera nel cuore degli uomini e ad unire al suo amore infinito tutto ciò che attualmente sa di bontà sulla terra. Presento a te le miserie umane, supplicando il tuo Figlio di purificarle o di alleviarle per la sua immensa misericordia. Con te soprattutto, chiedo la sua presenza in tutti gli uomini, attraverso tutti i continenti, perché sia in tutti ciò che Egli vuole essere: Dio, amico, redentore. Amen.

I Tempi liturgici. Meditazioni, p. 29 - 30

Gaston Courtois

giovedì 27 novembre 2025

I benefici del cristianesimo

Grandissimi furono in tutti i tempi i benefici che il clero e la religione cristiana apportarono all'umanità.

La carità, virtù assolutamente cristiana e sconosciuta agli antichi, è cominciata da Cristo. E per carità i suoi discepoli, gli Apostoli, si distinsero, conquistando i cuori. I primi cristiani, allevati a questa santa virtù, mettevano in comune i loro beni per soccorrere i bisognosi, i malati, i viandanti. E così cominciarono gli ospedali. Quando la Chiesa divenne piú ricca, fondò per i nostri mali, ospizi degni di essa; e da questo momento le opere di misericordia non ebbero piú fine: vi fu come un traboccamento di carità sui miserabili sino allora abbandonati senza conforto e senza soccorso dai felici del mondo.

Consacrare la vita a consolare i nostri dolori, a curare le nostre piaghe è il primo dei benefici che la Chiesa ha fatto alla povera e travagliata umanità. Il secondo è di illuminarci. Sono stati i preti che ci hanno guarito dall'ignoranza, e che da secoli e secoli si sono sepolti nella polvere delle scuole per levarci fuori dalla barbarie. Dicono che i preti non amano la luce della scienza. Quale ingratitudine! Sono stati essi che ce ne hanno aperte le fonti. Essi non hanno pensato ad altro che a farci partecipare alle scoperte che facevano, con pericolo della vita, nelle ruine della scienza greca e romana.

Il benedettino che sa tutto, il gesuita che conosce la scienza e il mondo, il dottore delle università medievali meritano forse meno riconoscenza degli umili fraticelli che si prodigavano nell'insegnamento gratuito dei poveri? Tutte le università europee furono fondate da principi cristiani o da vescovi o da preti; e i preti vi hanno insegnato per molti secoli. Nel 540 della nostra era San Benedetto fondò a Montecassino quel chiostro celebre che ebbe una triplice gloria, di convertire l'Europa, di lavorare le terre, di riaccendere la fiaccola spenta del sapere. E mentre gli ordini religiosi lavoravano all'educazione della gioventù, alla scoperta dei manoscritti, all'interpretazione delle antichità, i pontefici romani, prodigando onori e ricompense ai dotti, proteggevano la rinascita delle arti, della filosofia, delle lettere. Una grande gloria per la Chiesa è che un secolo sia stato chiamato, dal nome di un papa, il secolo di Leone X. Coloro che dipingono il cristianesimo come retrivo, come nemico dei lumi e del progresso, contraddicono a tutte le testimonianze storiche, che ci dicono che il progresso si è fatto anzi sul Vangelo. La Roma cristiana fu per il mondo odierno quel che la Roma pagana era stata per il mondo antico: il legame universale. Il padre spirituale, posto in mezzo ai popoli, univa da Roma in un solo popolo tutti i popoli della terra.

E dunque una cosa incontrovertibile che l'Europa debba al papato la sua civiltà, una parte, la piú ragguardevole e savia, delle sue leggi, e quasi tutte le scienze e le arti.

Dobbiamo anche al clero il rinnovamento dell'agricoltura in Europa. Dissodamento di terre, aperture di strade, ingrandimento di villaggi, costruzioni di edifici e fattorie, manifatture, commerci, leggi civili e politiche, tutto ci è venuto dalla Chiesa. I nostri padri erano dei barbari a cui la Chiesa ha dovuto insegnare ogni cosa, e sin l'arte di nutrirsi. La maggior parte dei lasciti e delle concessioni di terre fatte ai monasteri erano poderi selvaggi che i monaci dovettero bonificare e coltivare con le loro stesse mani. Foreste impraticabili, paludi malsane, vasti deserti, furono pian piano ridotti a terreni ricchi e fertilissimi. Montecassino, per esempio, non era che una squallida solitudine, seminata di spini e di sassi, quando San Benedetto ne fece il luogo del suo ritiro.

Dopo poco tempo, grazie al lavoro dei frati, quel deserto cambiava faccia, e la nuova abbadia divenne così ricca che nel 1057 potette difendersi da sola contro i Normanni che volevano saccheggiarla.

I monasteri, durante le barbarie medievali, erano i soli luoghi dove i viaggiatori potessero trovare i viveri e un rifugio contro le intemperie. Questa ospitalità era grandemente in onore presso i religiosi, e parecchi ordini, detti appunto ospitalieri, vi si consacravano espressamente. In questa specie di alberghi s'accoglievano con le stesse premure i re e i poveri, e si credeva di far molto onore ai principi che vi erano ospitati, proponendo loro di far qualche cosa in favore dei poveri che per caso si trovavano insieme con loro sotto lo stesso tetto. Fu così che il cardinale di Borbone servì a tavola, nell'abbadia di Roncisvalle, trecento pellegrini.

I monaci furono i primi che si consacrarono alle arti meccaniche e al commercio. I terziari di San Francesco facevano stoffe nel tempo stesso che curavano i malati e imparavano a leggere ai figli del povero. I Geronimiti in Spagna esercitavano parecchie manifatture. Quasi tutti i frati erano muratori, e costruivano da sè le loro chiese e i loro conventi. Essi istituirono le prime fiere. Facevano il vino; esportavano il grano; vendevano la cera, la pergamena, il lino, la seta, le oreficerie, le tappezzerie. Altri frati coltivavano le belle arti: erano pittori, scultori, architetti, musicisti.

François-René de Chateaubriand (1768 - 1848), scrittore, politico e diplomatico francese