domenica 29 maggio 2016

Procedi con calma

Procedi con calma in mezzo al fragore ed alla fretta. Ricorda sempre quale pace può esserci nel silenzio.

Per quanto ti è possibile, senza arrenderti, sii sempre in buoni rapporti con il tuo prossimo. Manifesta la tua verità con tranquillità e chiarezza; e presta ascolto agli altri, anche agli sciocchi e agli ignoranti: perchè anche essi hanno una loro storia.

Evita le persone rumorose ed aggressive: esse rappresentano delle irritazioni per lo spirito. Non ti paragonare ad altri perchè potresti diventare vanitoso ed amaro, perchè esisteranno persone superiori e inferiori a te stesso. Goditi sia i successi che i progetti.

Mantieniti sempre interessato alla tua carriera, per quanto umile questa sia: essa rappresenta una vera e propria ricchezza nelle mutevoli fortune del tempo. Sii sempre cauto nei tuoi affari perchè il mondo è pieno di inganni. Ma non lasciare mai che ciò ti renda cieco verso quello che è la virtù: molta gente lotta per degli alti ideali; e dovunque la vita è costellata di atti d'eroismo.

Sii sempre te stesso. In particolar modo non fingere affetto. E non essere neppure cinico nei confronti dell'amore, in quanto, di fronte a tutte le aridità e le disillusioni, esso è eterno come l'erba.

Prendi benevolmente i consigli che ti derivano dall'esperienza degli anni e abbandona garbatamente le cose della giovinezza. Alimenta continuamente la forza dello spirito per proteggerti nelle avversità improvvise. Ma non angustiarti con delle chimere. Molte paure nascono dalla stanchezza e dalla solitudine. Al di là di una sana disciplina, sii sempre garbato con te stesso.

Tu sei un figlio dell'universo, non meno di quanto lo siano gli alberi e le stelle: tu hai diritto di essere qui. E, ti sia chiaro o no, non c'è dubbio che l'universo prima o poi ti si aprirà come dovuto.

Perciò sii in pace con Dio, qualsiasi cosa tu creda Egli sia, e quali che siano i tuoi compiti e le tue aspirazioni, nella rumorosa confusione della vita mantieniti in pace con la tua anima.

Con tutte le sue falsità, le sue ingratitudini e i suoi sogni infranti, questo rimane pur sempre ancora un mondo meraviglioso. Sii prudente e fa di tutto per essere felice.

Testo trovato nella vecchia chiesa di Saint Paul, Baltimora, datato 1692

venerdì 27 maggio 2016

Tutto il mondo è Betlemme

Il Natale è ormai una festa non riservata ai cristiani ma carica di una valenza antropologica. I valori della quotidianità, del tessuto della vita, le relazioni umane, l’amicizia, l’amore, la fraternità sono ormai legati a questo giorno al punto che anche là dove vi è contrapposizione tra credenti e non credenti, la festa rimane tale per tutti: magari, invece di “Buon Natale!” i non credenti si augurano un più generico “Buone Feste!”, ma il clima dell’incontro, della gioia, dell’intimità è da tutti condiviso. Il Natale è un’autentica occasione per riaccendere una speranza che riguarda l’umanità intera: in questo senso tutti noi sappiamo benissimo “cos’è” il Natale.

Eppure ciascuno di noi ne ha un’immagine personalissima, legata ai ricordi d’infanzia e ai tanti Natali vissuti, a volti e parole di persone amate, a consuetudini che ha voluto conservare o ricreare, e ciascuno cerca di viverlo ogni anno secondo quell’immagine. Del resto, il porre l’accento sull’uno o sull’altro degli aspetti del mistero dell’incarnazione risale fino alle origini stesse della festa. È almeno dal IV secolo che i cristiani il 25 dicembre fanno memoria della nascita di Gesù Cristo a Betlemme di Giudea: una data scelta perché in quel giorno il mondo romano celebrava e festeggiava il “sole invitto”, il sole che in quel giorno terminava il suo progressivo declinare all’orizzonte e ricominciava a salire in alto nel cielo, aumentando così la durata della luce offerta alla terra. La notte, che dal 24 giugno aveva sempre accresciuto le sue ore, cominciava ad arretrare davanti al sole vincitore che come un prode cresceva sull’orizzonte. E siccome per i cristiani Gesù il Messia è il “sole di giustizia”, la “luce vera”, fu naturale collocare in quel giorno di festa pagana la celebrazione della natività del loro Signore. D’altronde la venuta del Messia era già stata salutata da Israele e dai profeti come “venuta, apparizione della luce”, come “luce che risplende per quelli che stanno nelle tenebre”.

Questa inculturazione del cristianesimo non è stata facile e forse il Natale dei cristiani conservò, almeno per i più, qualcosa di pagano, di estraneo alla fede se papa Leone Magno nel V secolo doveva biasimare “quei cristiani che prima di entrare nella basilica di San Pietro dopo aver salito la scalinata che porta all’atrio superiore si volgono verso il sole e piegano il capo in suo onore”! La meditazione cristiana faceva di quella festa il giorno dell’incarnazione di Dio, il giorno in cui è avvenuto uno scambio: “Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventi Dio”.

Poi, nel secondo millennio, soprattutto in occidente, la meditazione del Natale si è progressivamente concentrata sul “bambino Gesù”, sulla sua umanità, sulla sua debolezza e sulla “novità ordinaria” costituita dal venire al mondo di un uomo: l’evento non fu più letto tanto come manifestazione, venuta di Dio, quanto come mistero della povertà, dell’umiltà, della debolezza di Dio. Francesco d’Assisi seppe interpretare bene questo aspetto, creando il presepe di Greccio: una stalla, una mangiatoia, Maria, Giuseppe e il neonato, un asino e un bue, i pastori venuti ad adorare il bambino su invito dei messaggeri di Dio. Il presepe è la riproposizione iconica o scultorea di quell’evento umile e povero che, se ci pensiamo bene, è tra i più umani e quotidiani: una donna che partorisce un figlio. Scena oggi più rara in occidente, e per lo più relegata negli ospedali, ma scena un tempo abituale anche nelle nostre famiglie... Sì, una nascita, un essere umano che viene al mondo, è di per sé qualcosa che nella sua normalità stupisce: emerge il “terzo”, appare il nuovo e lo si accoglie con gioia e con buona disposizione del cuore. È un evento di speranza: chi vi assiste, in particolare se ormai avanti negli anni, è abitato e consolato dal pensiero che il mondo va avanti, che la vita fiorisce e si moltiplica, che un futuro migliore è possibile: segno tangibile del nostro essere immessi in una catena di generazioni. Credo sia anche per questo che il presepe ha avuto tanta fortuna nell’occidente cattolico, ma anche tanta narrazione iconografica nell’oriente ortodosso.

Nel Nord invece, dove il sole non dà evidenti segni di vittoria nel gelido inverno, la festa è segnata da un albero, l’abete, evocazione dell’albero della vita: un albero che resta vivo e verde nel bianco della neve è il vincitore sul rigore del freddo nelle steppe brulle. Ecco allora l’albero vicino alle case e alle chiese o addirittura al loro interno, addobbato di colori e di luce, quasi obbligato a fiorire e risplendere al cuore della notte invernale.

Se il modo di percepire e celebrare il Natale è cambiato nei secoli, i mutamenti si sono fatti più rapidi in questi ultimi decenni, al punto che chi è anziano può misurarli nell’arco della sua stessa esistenza. Un tempo, negli anni dell’immediato dopoguerra e fino al boom economico, anni da me trascorsi nella campagna monferrina, il Natale era davvero la festa più importante dell’anno e non certo per i regali, allora tali per modo di dire e ben scarsi... Alcuni anni c’era qualcosa da donare ai figli, ma altre volte i genitori sconsolati dicevano con molta naturalezza che non c’era niente perché l’annata era stata cattiva. Quando c’erano, i regali erano frutta secca, cioccolatini, caramelle, il panettone oppure, se ci si scostava dai dolci, un quaderno più bello, una nuova penna, qualche matita colorata...

Eppure, si attendeva il Natale con ansia. All’inizio della novena si iniziava a raccogliere il muschio, a preparare il tavolo o l’angolo della casa dove allestire il presepe. Si tiravano fuori con cura dalla scatola imbottita di paglia le statuine e le si contemplava come se le si vedesse per la prima volta, poi si rispolverava qualche lampadina per illuminare la grotta e qualche anfratto del presepe. Noi bambini ci davamo da fare con un misto di eccitazione e di attenzione perché volevamo che il presepe diventasse una “nostra” opera. Si ricreava così attorno alla grotta una rappresentazione della vita del paese come la conoscevamo: la bottega del falegname, quella del fabbro e dello stagnino, il mulino, il gregge del pastore, e poi l’asino e il bue che furono i primi a rincuorare il neonato scaldandolo con il fiato. Sì, perché, così ci dicevano, quelle due bestie sono più intelligenti degli uomini: infatti, sentono l’erba crescere, mentre noi non siamo capaci di percepire i misteriosi mutamenti della natura... Insomma, era tutto il paese a essere rappresentato attorno alla grotta, come se fosse diventato per qualche giorno Betlemme, e questo messaggio si imprimeva in modo indelebile nel cuore: non si sarebbe mai cancellato, come gli eventi dell’infanzia vissuti con attesa, stupore, gioia.

Qualcuno, invece del presepe, addobbava l’albero, anche se questa usanza non era gradita al parroco, perché aveva un vago sapore “protestante”, e l’ecumenismo doveva ancora trovare spazio nella chiesa. Io li preparavo entrambi, l’uno accanto all’altro, e quando mi mancava il pino, piantavo in un vaso una scopa di saggina capovolta, la scompigliavo e la addobbavo di luci e palle colorate. Sì, nello stupore creativo di noi bambini anche la scopa, così umile e necessaria, a Natale conosceva il suo momento di gloria luminosa.

Ma ciò che faceva percepire a tutti la gioia del Natale erano i preparativi per il pranzo, anche nelle famiglie più povere: le pentole che bollivano con il cappone, le donne che si riunivano per preparare insieme i ravioli e predisporre le sette portate “canoniche”, indispensabili perché il pranzo fosse “il pranzo di Natale”, un unicum in tutto l’anno. Gli uomini invece cercavano il ceppo da mettere nel camino: non la solita legna, ma un ceppo nodoso e grande, che poteva durare dalla sera fino al ritorno dalla messa di mezzanotte, quando si rientrava a casa intirizziti dal freddo, perché la chiesa non era riscaldata e per molti il tragitto fino a casa era lungo... E a quella messa andavano tutti, anche quelli che durante l’anno non si facevano mai vedere in chiesa: l’umile semplicità del Figlio di Dio, che appariva come il figlio di una coppia di poveri in viaggio, inteneriva anche i cuori più duri.

Il parroco dal canto suo sapeva cogliere quell’opportunità unica, sapeva far valere la sua autorità che stava tutta in una parola franca, schietta, nel suo sapersi fare eco della buona notizia del Natale. Così, semplicemente, chiedeva a tutti di essere più buoni, di riconciliarsi con coloro con i quali si era in lite, di perdonare le offese: non chiedeva altro, perché nel suo sapiente discernimento sapeva che per quei contadini che uscivano dal paese solo per andare al mercato nella città vicina, ciò che condizionava la loro vita e la loro felicità, oltre al pane, la casa e il vestito, erano i rapporti quotidiani con gli altri: parenti, vicini conoscenti. Sì, pace, concordia, armonia erano capite così: la pace, quella che era sperimentata con il finire della guerra, era percepita come una “grazia”: “Questo non è più un Natale di guerra – si diceva – siamo contenti e ringraziamo Dio”, ma nella consapevolezza che quel tipo di pace non dipendeva da loro, ma dai potenti che decidevano le sorti della pace e della guerra. Mentre la pace quotidiana, l’armonia nella vita familiare e nei rapporti sociali, quella sì che dipendeva da ciascuno custodirla e farla vivere. Così il parroco non dedicava parole e pensieri ai grandi del mondo, ma esortava con voce accorata quelli che lo ascoltavano anche solo in quell’occasione affinché coltivassero durante tutto l’anno quel desiderio di armonia e concordia sperimentato nella notte di Natale.

Così, anche il Dio che a volte nelle parole del parroco era il Dio irato che mandava la grandine sulla vigna di quelli che lavoravano alla domenica o che bestemmiavano, tornava al suo volto autentico: un Dio buono, che capiva gli uomini e chiedeva loro solo di essere buoni, sull’esempio di suo Figlio, Gesù. E questa immagine di un Dio umanissimo riaccendeva la speranza di una vita migliore anche in quegli uomini rudi, che silenziosi si mettevano in fila come bambini per baciare il piedino di quella che era sì solo una statua, ma capace di rievocare tutta l’inerme innocenza di un neonato.

Oggi queste usanze, così legate a una vita contadina e a un mondo più semplice e più povero che in occidente non conosciamo più, sono scomparse, e i cristiani scoprono di non essere più “padroni” del Natale, una festa ormai strappata loro di mano. Tuttavia sta proprio a loro, con la loro “differenza” nel vivere il Natale, essere i custodi del senso profondo della festa e i testimoni della speranza che celebrano: “l’uomo è un animale chiamato a diventare Dio”. Sì, attraverso un’umanizzazione della loro vita, della vita con gli altri, della vita nella polis, i cristiani saranno più fedeli che mai alla loro identità mentre coloro che cristiani non sono potranno solo beneficiare del servizio per una migliore qualità della vita offerto dai cristiani. Non si celebra la venuta di Cristo nella carne contrapponendosi agli altri, mostrandosi angosciati e cinici e limitandosi a demonizzare quanti non vivono il Natale da cristiani perché non hanno la fede. “Non di tutti è la fede”, ci ricorda sempre l’apostolo Paolo, ma tra tutti è possibile tessere cammini di pace, di giustizia, di perdono, di ascolto reciproco.

La Stampa, 24 dicembre 2005

Enzo Bianchi, saggista italiano, fondatore e priore della Comunità monastica di Bose

Preghiera di ringraziamento

La fede cristiana è costitutivamente eucaristica e solo chi rende grazie fa l’esperienza della salvezza, cioè dell’azione di Dio nella propria vita. E poiché la fede è relazione personale, di un’intera esistenza, con Dio...
Nell’episodio evangelico dei dieci lebbrosi guariti da Gesù (Luca 17,II-19) si afferma che a uno solo di loro si rivolgono le parole del Signore: «La tua fede ti ha salvato» (Luca 17,19): è colui che, vistosi guarito, è tornato indietro per ringraziare Gesù. La fede cristiana è costitutivamente eucaristica e solo chi rende grazie fa l’esperienza della salvezza, cioè dell’azione di Dio nella propria vita. E poiché la fede è relazione personale, di un’intera esistenza, con Dio, la dimensione dell’azione di grazie non riguarda solo la forma di certe preghiere da fare, ma deve arrivare a impregnare l’essere stesso della persona. È ciò che chiede Paolo: «Siate eucaristici!» (Colossesi 3,15).
Pur così fondamentale, il ringraziamento è tutt’altro che facile! Dal punto di vista antropologico esso è linguaggio non spontaneo nel bambino. Il ringraziamento suppone infatti il senso dell’alterità, la messa in crisi del proprio narcisismo, la capacità di entrare in rapporto con un «tu»: solo a una persona, infatti, si dice «grazie»! È grato colui che ha messo a morte l’immagine di sé come di uno che «non deve niente a nessuno»; è grato colui che riconosce di non poter disporre a piacimento della realtà esterna e degli altri. Nel rapporto con il Signore la capacità eucaristica indica la maturità di fede del credente che riconosce che «tutto è grazia», che l’amore del Signore precede, accompagna e segue la propria vita. L’azione di grazie scaturisce in modo naturale dall’evento centrale della fede cristiana: il dono del Figlio Gesù Cristo che Dio Padre, nel suo immenso amore, ha fatto all’umanità (cfr. Giovanni 3,16). È il dono salvifico che suscita nell’uomo il ringraziamento e fa dell’eucaristia l’azione ecclesiale per eccellenza. «È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, renderti grazie sempre e dovunque, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno, per Gesù Cristo, nostro Signore». Questa formulazione dei prefazi del Rituale Romano indica bene il perenne movimento del ringraziamento cristiano. E poiché l’eucaristia, in particolare la preghiera eucaristica, è il modello della preghiera cristiana, il cristiano è chiamato a fare della sua esistenza un’occasione di rendimento di grazie. Infatti, dice Paolo, «che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto?» (1 Corinti 4,7). Alla gratuità di Dio verso l’uomo risponde dunque il riconoscimento del dono e la riconoscenza, la gratitudine dell’uomo. Potremmo dire che anche il ringraziamento umano è dono di Dio: «Noi dobbiamo a Dio la gratitudine di avere la gratitudine», recita una preghiera della liturgia ebraica.
Il ringraziamento è dunque la modalità spirituale peculiare con cui il cristiano si rapporta al mondo, alle cose, agli altri. Ecco perché un gesto assolutamente vitale come il pasto quotidiano è sempre segnato da una preghiera di ringraziamento. Il ringraziamento a Dio al momento del pasto (la «preghiera della tavola») è una confessione di fede: essa esprime che sono dono di Dio tanto la vita quanto il senso della vita. La vita che ci viene trasmessa dal cibo, il senso della vita rappresentato dalla relazione che lega le persone riunite convivialmente per il pasto comune. Vita e senso della vita che nell’eucaristia sono sintetizzati nella persona del Cristo vivente che si dona come cibo di vita eterna ricreando le relazioni di comunione tra i membri dell’assemblea. Al dono della vita piena nel Figlio il cristiano risponde dunque ringraziando per essere stato creato e per il dono della fede. Si pensi alla tradizionale preghiera del mattino: «Vi adoro, mio Dio, e vi amo con tutto il cuore. Vi ringrazio di avermi creato, fatto cristiano, e conservato in questa notte».
Ma soprattutto il cristiano risponde al dono di Dio facendo della propria vita un dono, un ringraziamento, un’eucaristia vivente. Davvero, la preghiera di ringraziamento non è solo risposta puntuale a eventi in cui si discerne la presenza e l’azione di Dio nella propria vita, ma è attitudine profonda di un’esistenza che apre la propria quotidiana trama alla trasfigurazione del Regno veniente. Fino a trasfigurare la morte in evento di nascita a vita nuova. Al momento del martirio l’ultima parola di Cipriano di Cartagine fu «Deo gratias»; Giovanni Crisostomo concluse la sua travagliata esistenza con le stesse parole di ringraziamento a Dio; Chiara di Assisi spirò dopo aver pregato: «Ti ringrazio, Signore, di avermi creata». La loro vita si è compiuta come un’eucaristia. Se dunque è vero che la preghiera di ringraziamento considera il passato, ciò che Dio ha fatto per noi, sicché essa è retrospettiva e nasce dalla memoria, è però altrettanto vero che essa apre al futuro, alla speranza, e si configura come la dimensione peculiare di vivere cristianamente il presente, lo spazio stesso della vita!
Le parole della spiritualità
Enzo Bianchi, saggista italiano, fondatore e priore della Comunità monastica di Bose

venerdì 13 maggio 2016

Ti prego, accendimi!



Un giorno un modesto fiammifero si avvicinò a una bellissima candela bianca, con
lo stoppino teso in alto verso il cielo.
Il fiammifero rivolgendosi alla candela disse: «Ho l'incarico di accenderti».
«Oh no! - rispose la candela spaventata - se brucio, i miei giorni saranno contati, e nessuno ammirerà più la mia bellezza».
Il fiammifero replicò: «Vuoi rimanere tutta la vita fredda e dura, senza aver vissuto prima?»
«Ma bruciare fa male e consuma le mie forze», Sussurrò la candela insicura e piena di paura.
«È vero!» rispose il fiammifero. «Ma è proprio questo il segreto della nostra vocazione: io e te siamo chiamati a essere luce.
Quello che io posso fare da solo è ben poco. Esisto soltanto per accendere il fuoco in te. Se mi impedisci ciò, la mia vita sarà priva di senso.
Tu sei una candela e il tuo compito è splendere per gli altri e offrire calore. Tutto quello che dai con dolcezza, amore e altruismo, viene trasformato in luce.
Non vai persa quando ti abbandoni. Altri continueranno a portare avanti il tuo fuoco. Solo se ti rifiuti di bruciare, perirai».
La candela comprese e senza esitare protese lo stoppino al fiammifero e disse: «Ti prego, accendimi!»
E una calda luce li circondò.

giovedì 12 maggio 2016

C'è sempre qualcosa di buono in chi ti sembra cattivo...


[ Mangiafuoco e Pinocchio ]
- Che mestiere hai detto che fa il tuo babbo?
- Il povero!
- E quanto guadagna a fare il povero?
- Guadagna tanto da non avere mai un centesimo in tasca!
- Oh come fa a campare?
- Per comprarmi l'abbecedario ha venduto la su casacca, che fra toppe e rammendi era tutto una piaga...hai capito?
- Dì a tuo padre quando lo vedrai domani che se vuole lavorare con me gli fo fare fortuna nelle lontane Americhe, parola mia. Ehi! Dagli queste da parte mia così capisce che dico sul serio.
- Cosa sono?
- Cinque monete d'oro.
- Sono tante?
- Non son tante ma nemmeno poche.
- Vorrei comprare al mio babbo una casacca d'oro e d'argento con i bottoni di brillanti...
- Allora credo che siano poche...
(....)
- Addio Pinocchio, ricordati di salutarmi il tuo babbo e stai attento a non perdere quelle monete. Non farle vedere a nessuno, hai capito? E bada Pinocchio, non fidarti mai troppo di chi sembra buono e ricordati che c'è sempre qualcosa di buono in chi ti sembra cattivo...
Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino
Carlo Collodi [ Carlo Lorenzini ] (1826 – 1890), scrittore e giornalista italiano

giovedì 5 maggio 2016

La vita è lunga abbastanza se sai farne buon uso



Noi non disponiamo di poco tempo, ma ne abbiamo perduto molto. La vita è lunga abbastanza e ci è stata data con larghezza per la realizzazione delle più grandi imprese, se fosse impiegata tutta con diligenza; ma quando essa trascorre nello spreco e nell’indifferenza, quando non viene spesa per nulla di buono, spinti alla fine dall’estrema necessità, ci accorgiamo che essa è passata e non ci siamo accorti del suo trascorrere. È così: non riceviamo una vita breve, ma l’abbiamo resa noi, e non siamo poveri di essa, ma prodighi. Come sontuose e regali ricchezze, quando siano giunte ad un cattivo padrone, vengono dissipate in un attimo, ma, benché modeste, se vengono affidate ad un buon custode, si incrementano con l’investimento, così la nostra vita molto si estende per chi sa bene gestirla.
Perché ci lamentiamo della natura delle cose? Essa si è comportata in maniera benevola: la vita è lunga, se sai farne uso.
De brevitate vitae ad Paulinum
Lucio Anneo Seneca, (4 a.C. – 65), filosofo, politico e drammaturgo romano

lunedì 2 maggio 2016

Non amo che le rose che non colsi




Cocotte

I.
Ho rivisto il giardino, il giardinetto
contiguo, le palme del viale,
la cancellata rozza dalla quale
mi protese la mano ed il confetto…

II.
«Piccolino, che fai solo soletto?»
«Sto giocando al Diluvio Universale.»

Accennai gli stromenti, le bizzarre
cose che modellavo nella sabbia,
ed ella si chinò come chi abbia
fretta d’un bacio e fretta di ritrarre
la bocca, e mi baciò di tra le sbarre
come si bacia un uccellino in gabbia.

Sempre ch’io viva rivedrò l’incanto
di quel suo volto tra le sbarre quadre!
La nuca mi serrò con mani ladre;
ed io stupivo di vedermi accanto
al viso, quella bocca tanto, tanto
diversa dalla bocca di mia Madre!

«Piccolino, ti piaccio che mi guardi?
Sei qui pei bagni? Ed affittate là?»
«Sì… vedi la mia mamma e il mio Papà?»
Subito mi lasciò, con negli sguardi
un vano sogno (ricordai più tardi)
un vano sogno di maternità…

«Una cocotte!…»
«Che vuol dire, mammina?»
«Vuol dire una cattiva signorina:
non bisogna parlare alla vicina!»
Co-co-tte… La strana voce parigina
dava alla mia fantasia bambina
un senso buffo d’ovo e di gallina…

Pensavo deità favoleggiate:
i naviganti e l’Isole Felici…
Co-co-tte… le fate intese a malefici
con cibi e con bevande affatturate…
Fate saranno, chi sa quali fate,
e in chi sa quali tenebrosi offici!

III.
Un giorno – giorni dopo – mi chiamò
tra le sbarre fiorite di verbene:
«O piccolino, non mi vuoi più bene!…»
«È vero che tu sei una cocotte?»
Perdutamente rise… E mi baciò
con le pupille di tristezza piene.

IV.
Tra le gioie defunte e i disinganni,
dopo vent’anni, oggi si ravviva
il tuo sorriso… Dove sei, cattiva
Signorina? Sei viva? Come inganni
(meglio per te non essere più viva!)
la discesa terribile degli anni?

Oimè! Da che non giova il tuo belletto
e il cosmetico già fa mala prova
l’ultimo amante disertò l’alcova…
Uno, sol uno: il piccolo folletto
che donasti d’un bacio e d’un confetto,
dopo vent’anni, oggi ti ritrova

in sogno, e t’ama, in sogno, e dice: T’amo!
Da quel mattino dell’infanzia pura
forse ho amato te sola, o creatura!
Forse ho amato te sola! E ti richiamo!
Se leggi questi versi di richiamo
ritorna a chi t’aspetta, o creatura!

Vieni! Che importa se non sei più quella
che mi baciò quattrenne? Oggi t’agogno,
o vestita di tempo! Oggi ho bisogno
del tuo passato! Ti rifarò bella
come Carlotta, come Graziella,
come tutte le donne del mio sogno!

Il mio sogno è nutrito d’abbandono,
di rimpianto. Non amo che le rose
che non colsi. Non amo che le cose
che potevano essere e non sono
state… Vedo la case, ecco le rose
del bel giardino di vent’anni or sono!

Oltre le sbarre il tuo giardino intatto
fra gli eucalipti liguri si spazia…
Vieni! T’accoglierà l’anima sazia.
Fa ch’io riveda il tuo volto disfatto;
ti bacierò; rifiorirà, nell’atto,
sulla tua bocca l’ultima tua grazia.

Vieni! Sarà come se a me, per mano,
tu riportassi me stesso d’allora.
Il bimbo parlerà con la Signora.
Risorgeremo dal tempo lontano.
Vieni! Sarà come se a te, per mano,
io riportassi te, giovine ancora.
Cocotte, da I Colloqui, del 1911
Guido Gozzano (1883 - 1916), poeta italiano