lunedì 30 gennaio 2023

Non iniziò con le camere a gas...

Non iniziò con le camere a gas. 
Non iniziò con i forni crematori. 
Non iniziò con i campi di concentramento e di sterminio. 
Non iniziò con i 6 milioni di ebrei che persero la vita. 
E non iniziò nemmeno con gli altri 10 milioni di persone morte, tra polacchi, ucraini, bielorussi, russi, jugoslavi, rom, disabili, dissidenti politici, prigionieri di guerra, testimoni di Geova e omosessuali.

Iniziò con i politici che dividevano le persone tra “noi” e “loro”. 
Iniziò con i discorsi di odio e di intolleranza, nelle piazze e attraverso i mezzi di comunicazione. 
Iniziò con promesse e propaganda, volte solo all’aumento del consenso. 
Iniziò con le leggi che distinguevano le persone in base alla “razza” e al colore della pelle. 
Iniziò con i bambini espulsi da scuola, perché figli di persone di un’altra religione. 
Iniziò con le persone private dei loro beni, dei loro affetti, delle loro case, della loro dignità. 
Iniziò con la schedatura degli intellettuali. 
Iniziò con la ghettizzazione e con la deportazione. 

Iniziò quando la gente smise di preoccuparsene, quando la gente divenne insensibile, obbediente e cieca, con la convinzione che tutto questo fosse “normale”.

Se questo è un uomo

Primo Levi (1919 – 1987), scrittore, chimico e partigiano italiano

domenica 29 gennaio 2023

Siamo nati per la cooperazione

Dal mattino comincia a dire a te stesso: incontrerò gente vana, ingrata, violenta, fraudolenta, invidiosa, asociale; tutto ciò capita a costoro per l'ignoranza del bene e del male. Io, invece, che ho capito, avendo meditato sulla natura del bene, che esso è bello, e sulla natura del male che esso è turpe e sulla natura di chi sbaglia che egli è mio parente, non perché si sia del medesimo sangue e seme, ma perché egli è, come me, provvisto di mente e partecipe del divino, e che non posso essere danneggiato da alcuno di loro, perché nessuno mi potrà coinvolgere nella sua turpitudine, ebbene, io non posso né adirarmi con un mio parente né provare odio per lui. Siamo, infatti, nati per la cooperazione, come i piedi, le mani, le palpebre, i denti in fila sopra e sotto. L'agire gli uni contro gli altri è dunque contro natura, ed è agire siffatto lo scontrarsi e il detestarsi.

Pensieri

Marco Aurelio (121-180), scrittore, filosofo e imperatore romano

venerdì 27 gennaio 2023

Il discorso del re

In quest'ora grave, forse la più fatidica della nostra storia, mando a ogni famiglia del mio popolo, sia in patria che all'Estero, questo messaggio, pronunciato con la stessa profondità di sentimenti per ognuno di voi come se potessi varcare la soglia della vostra casa e parlarvi di persona.

Per la seconda volta nella vita della maggior parte di noi siamo in guerra. Più e più volte abbiamo cercato di trovare una via d'uscita pacifica alle differenze tra noi e quelli che ora sono i nostri nemici, ma invano. 

Siamo stati costretti a un conflitto perché chiamati insieme ai nostri alleati, ad affrontare la sfida di un principio che, se dovesse prevalere, sarebbe fatale a qualsiasi ordine civile nel mondo.

È il principio che permette a uno Stato, nella ricerca egoistica del potere, di ignorare i suoi trattati e i suoi impegni solenni; che sancisce l'uso della forza, o la minaccia della forza, contro la sovranità e l'indipendenza di altri Stati.

Un tale principio, spogliato di ogni travestimento, non è altro che la dottrina primitiva che afferma che l'uso della forza è giusto; e se questo principio fosse stabilito in tutto il mondo, la libertà del nostro Paese e dell'intero Commonwealth sarebbe in pericolo. Ma, cosa molto più grave, i popoli del mondo sarebbero tenuti nella schiavitù della paura, e tutte le speranze di una pace stabile e della sicurezza della giustizia e della libertà tra le nazioni svanirebbero.

Questo è il punto definitivo che ci riguarda. Per il bene di tutto ciò che ci è caro, per l'ordine mondiale e per la pace, è impensabile rifiutare la sfida.

È a questo alto scopo che chiamo ora il mio popolo in patria e i miei popoli al di là dei mari affinché abbraccino la nostra causa. Chiedo loro di stare calmi, fermi e uniti in questo momento di prova. 

II compito sarà difficile. Davanti a noi potrebbero esserci giorni bui, e la guerra potrebbe non essere più confinata al solo campo di battaglia. Ma noi possiamo solo fare ciò che reputiamo e vediamo essere giusto, e affidare con reverenza la nostra causa a Dio.

Se ognuno di noi vi resterà risolutamente fedele, pronto a qualsiasi servizio o sacrificio, allora, con l'aiuto di Dio, prevarremo.

Che Dio ci benedica e ci protegga tutti.

Discorso trasmesso via radio in Gran Bretagna e in tutto l'Impero britannico, subito dopo la dichiarazione di guerra della Gran Bretagna contro la Germania il 3 settembre 1939.

 Giorgio VI / Albert Frederick Arthur George (1895 – 1952), re del Regno Unito di Gran Bretagna dal 1936 al 1952 

Yossl Rakover si rivolge a Dio


Credo nel Dio di Israele, anche se ha fatto di tutto perché non credessi in lui. 
Credo nelle sue leggi, anche se non posso giustificare i suoi atti. Il mio rapporto con lui non è più quello di uno servo di fronte al suo padrone, ma di un discepolo verso il suo maestro. 
Chino la testa dinanzi alla sua grandezza, ma non bacerò la verga con cui mi percuote. 
Io lo amo, ma amo di più la sua Legge, e continuerei a osservarla anche se perdessi la mia fiducia in lui. Dio significa religione, ma la sua Legge rappresenta un modello di vita, e quanto più moriamo in nome di quel modello di vita, tanto più esso diventa immortale.

Perciò concedimi, Dio, prima di morire, ora che in me non vi è traccia di paura e la mia condizione è di assoluta calma interiore e sicurezza, di chiederTi ragione, per l’ultima volta nella vita.
Tu dici che abbiamo peccato? Di certo è così. Che perciò veniamo puniti? Posso capire anche questo. Voglio però sapere da Te: esiste al mondo una colpa che meriti un castigo come quello che ci è stato inflitto? […]
Tu dici che ora non si tratta di colpa e punizione, ma che hai nascosto il Tuo volto, abbandonando gli uomini ai loro istinti? Ti voglio chiedere, Dio, e questa domanda brucia dentro di me come un fuoco divorante: che cosa ancora, sì, che cosa ancora deve accadere perché Tu mostri nuovamente il Tuo volto al mondo? […]

Il sole tramonta e io Ti ringrazio, Dio, perché non lo vedrò più sorgere. Dei raggi rossi piovono dalla finestra: il pezzetto di cielo che io posso vedere è fiammeggiante e fluido come un flusso di sangue. Tra un’ora al massimo sarò con la mia famiglia, e con milioni di altri uccisi del mio popolo, in quel mondo migliore in cui non vi sono più dubbi e Dio è l’unico pietoso sovrano. Muoio tranquillo, ma non appagato, colpito, ma non asservito, amareggiato, ma non deluso, credente, ma non supplice, colmo d’amore per Dio, ma senza rispondergli ciecamente “Amen”.
Ho seguito Dio anche quando mi ha respinto. Ho adempiuto il suo comando anche quando, per premiare la mia osservanza, Egli mi colpiva. Io L’ho amato, Lo amavo e Lo amo ancora, anche se mi ha abbassato fino a terra, mi ha torturato fino alla morte, mi ha ridotto alla vergogna e alla derisione. [...] 

Tu puoi torturarmi fino alla morte, io crederò sempre in Te; Ti amerò sempre, anche se non vuoi. E queste sono le mie ultime parole, mio Dio di collera: Tu non riuscirai a far si che io Ti rinneghi. Tu hai tentato di tutto per farmi cadere nel dubbio, ma io muoio come ho vissuto: in una fede incrollabile in Te. Lodato sia il Dio dei morti, il Dio della vendetta, il Dio della verità e della fede, che presto mostrerà nuovamente il Suo volto al mondo e ne farà tremare le fondamenta con la Sua voce onnipotente.

Shema’ Jsrael, Adonaj Elohenu, Adonaj echad. 
Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno. (Deutonomio 6,4)
Nelle tue mani, Signore, affido il mio spirito. (Salmo 31,6)


Yossl Rakover si rivolge a Dio, Ed. Adelphi, Milano 1997, pp. 23-24 e 27-29.

Zvi Kolitz (1912 – 2002), scrittore lituano

Il libro, pubblicato per la prima volta nel 1946 come l'ultimo messaggio scritto da un combattente del ghetto di Varsavia mentre il cerchio della morte si stringeva, minuto dopo minuto, intorno a lui, fu definito da Emmanuel Lévinas, che ne scrive la postfazione, un «salmo moderno» nel quale «tutti noi superstiti riconosciamo con sbalordito turbamento la nostra vita».

domenica 22 gennaio 2023

Aforismi Domenica

Senza Domenica non possiamo vivere. / Sine dominico non possumus. (Atti dei Martiri di Abilene - Tunisia)

La domenica è per eccellenza il giorno dell’assemblea liturgica, giorno in cui i fedeli si riuniscono. (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1167)

Il giorno del Signore [Kyriaké heméra / Dies dominicus], riunitevi; spezzate il pane e rendete grazie: però dopo aver confessato i vostri peccati, affinché il vostro sacrificio sia puro.
Chiunque ha qualche dissenso con il suo vicino, non si unisca a voi, prima che essi non si siano riconciliati, altrimenti il vostro sacrificio sarebbe profanato.
Infatti di questo sacrificio il Signore ha detto: In ogni luogo e in ogni tempo mi viene offerto un sacrificio puro, perché io sono un grande re — dice il Signore — e il mio nome è ammirabile tra le genti (Ml 1,11). (Didachè, 14,1-3 - II secolo)

[La domenica è] il giorno dei cristiani, il nostro giorno. (San Girolamo, In die dominica Paschae, II, 52).

Il giorno che si chiama il giorno del Sole, tutti, in città e in campagna si riuniscono in un medesimo luogo: si leggono le memorie degli Apostoli e gli scritti dei profeti. Quando il lettore ha finito, chi presiede fa un discorso per esortare a imitare quegli insegnamenti. Poi ci alziamo tutti in piedi e preghiamo ad alta voce. Poi quando la preghiera è terminata, si porta del pane con vino ed acqua. Colui che presiede leva al cielo preghiere e ringraziamenti come può e tutto il popolo risponde acclamando: Amen. Poi si dividono e si distribuiscono a ciascuno le cose consacrate, pane e vino, anche agli assenti si porta la loro parte per mezzo dei diaconi. (Giustino, I Apologia)

 [I cristiani sono] coloro che sono giunti alla nuova speranza [e] viventi secondo la domenica [...iuxta dominicam viventes]. (Sant’Ignazio di Antiochia, Lettera ai Magnesi 9,1 - II secolo)

Noi celebriamo la domenica a causa della venerabile risurrezione del nostro Signore Gesù Cristo, non soltanto a Pasqua, ma anche a ogni ciclo settimanale. (Papa Innocenzo 1, Epist. ad Decentium, XXV, 4,7)

[La domenica] noi celebriamo ogni settimana la festa della nostra Pasqua. (Tertulliano, De sollemnitate paschali, 7). 

[I cristiani ] avevano la consuetudine di ritirarsi e riunirsi poi nuovamente per prendere un cibo, ad ogni modo comune e innocente, cosa che cessarono di fare dopo il mio editto nel quale, secondo le tue disposizioni, avevo proibito l’esistenza di sodalizi. (Plinio il Giovane, Lettera a Traiano (anno 110 / 113), Epistolario, X, 96)

La domenica è il “giorno nuovo”, in cui il tempo mondano si fa tempo della grazia. Essa ci dice che non solo una giornata, ma tutto il tempo è del Signore, e che Lui deve stare all'origine, al centro, al termine del nostro vivere. (Don Tonino Bello)

mercoledì 18 gennaio 2023

Lasceranno la terra come un'osteria...

Nel corso di un viaggio, alcuni si fermano all'osteria e passano la notte nel letto; altri sostano all'addiaccio e dormono gagliardamente come i primi. Al mattino, quando la notte è passata, gli uni e gli altri riprendono la via, lasciando l'osteria e portandosi dietro ciò che loro veramente appartiene. Così quelli che percorrono i sentieri dell'esistenza: tanto chi ha condotto una vita misera, quanto chi è vissuto nella ricchezza e negli onori, lasceranno la terra come un'osteria, non portandosi dietro i conforti e i beni avuti, ma solo il frutto delle loro opere buone o cattive.

I 170 testi sulla vita santa, 80

Antonio abate (251 - 356), eremita egiziano, santo 

domenica 15 gennaio 2023

Perché i tuoi discepoli trasgrediscono la tradizione degli antichi?

“Perché i tuoi discepoli trasgrediscono la tradizione degli antichi?” (Mt 15, 2a).

Carissimi Amici, queste parole, rivolte a Gesù dagli scribi e dai farisei appositamente venuti da Gerusalemme, ci interrogano sul nostro modo di vivere la festa del nostro Santo Patrono, San Barsanofio di Gaza e, più in generale, sul nostro modo di vivere la fede cristiana, alla quale crediamo di appartenere.

È necessario porre una premessa alla nostra riflessione: cosa ci vuole per rendere un culto gradito a Dio? E ancora di più: quale culto ci ottiene la partecipazione alla salvezza realizzata da Gesù Cristo con la Sua morte e resurrezione ed offertaci quale reale dono prezioso con l’effusione dello Spirito Santo nei nostri cuori?

Il termine “culto” deriva dal verbo latino “colere”, che vuol dire “adorare, venerare”, ed in generale significa relazione con ciò che è sacro. In questa prospettiva, il vocabolo “culto” racchiude in sé tutte le usanze e gli atti per mezzo dei quali si esprime il sentimento religioso.

La storia precristiana ed extracristiana ci insegna che spesso molte usanze e riti, vissuti come culto, cioè come mezzo per rendere lode e gloria alla divinità, erano in realtà un obbrobrio agli occhi di Dio. Basti pensare ai sacrifici umani.

Già nell’Antico Testamento Dio manifesta ciò che Gli è veramente gradito, ciò che costituisce un culto che sia relazione con Lui: non adorazione di oggetti, il vitello d’oro, o di astri e potenze naturali, ma comunione con Dio e comunione con il proprio popolo, partendo dalla parola rivelata da Dio stesso.

I profeti sono stati spesso inviati a denunciare la deviazione del popolo da un culto gradito a Dio. Ascoltiamo, ad esempio, il grido di Dio attraverso il profeta Ezechiele: “E ciò che v'immaginate in cuor vostro non avverrà, mentre voi andate dicendo: «Saremo come le nazioni, come le tribù degli altri paesi, che prestano culto al legno e alla pietra». Com'è vero che io vivo - oracolo del Signore Dio -, io regnerò su di voi con mano forte, con braccio possente e con ira scatenata” (Ez 20, 32-33).

Ma è con l’incarnazione del Verbo di Dio che viene rivelato il vero culto che rende onore al Padre e salva l’uomo. Parlando alla Samaritana, Gesù dice: “Ma viene l'ora - ed è questa - in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano” (Gv 4, 23). Ecco il culto che Dio vuole dai suoi figli: un’adorazione in spirito e verità.

E San Paolo specifica in modo chiaro ed inequivocabile quale deve essere il culto: “Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto” (Rm 12, 1-3). Il culto spirituale che Dio ci chiede parte dal rinnovamento del nostro modo di pensare.

Non si tratta, carissimi Amici, di cambiare bandiera, di indossare una nuova casacca senza, però, porsi in una vera nuova prospettiva, come spesso avviene tra i politici, che cambiano simbolo ma non mentalità, tradendo, tra l’altro, la fiducia di coloro che li hanno eletti. Il rinnovamento del nostro modo di pensare deve portarci alla comprensione della volontà di Dio, a discernere ciò che è buono, gradito a Dio e perfetto. Il non rinnovare il nostro modo di pensare porta alla sclerotizzazione del nostro pensiero, ad una visione del mondo e della stessa nostra vita fatta con il paraocchi o, ancor peggio, con gli occhi chiusi. E la conseguenza di questo atteggiamento è che vediamo solo ciò che ci fa piacere e non ciò che ci giova, ci aggrappiamo ad un pensiero che è originato dalla debolezza e dalla peccaminosità umana e non dalla visione di Dio, dalla Sua volontà, che, oltre che buona e bella, è anche portatrice di salvezza per chiunque l’accolga.

Chi non è disposto a rinnovare il proprio modo di pensare, ovviamente si conforma a questo mondo e si trincera dietro presunte tradizioni che portano, spesso, a tradire il comandamento di Dio o, quantomeno, allontanano dalla volontà di Dio, da ciò che a Lui è gradito. E così il proprio culto non è un culto rivolto a Dio ma a sé stessi: il pensiero mondano diventa il culto da seguire. E così le processioni, che sono un atto di culto a Dio attraverso l’ostensione di coloro che in vita si sono impegnati sino al martirio per vivere il vangelo di Gesù Cristo, i Santi, diventano “sfilate”, come si sono espressi i giornalisti proprio in questi giorni, quasi che i Santi abbiano bisogno di mostrare la propria immagine. Essi, invece, sono coloro che si fanno compagni di viaggio di chi sceglie di percorrere le vie del vangelo, sostenendoci con la loro santa testimonianza e con la loro fervida intercessione, facendoci concretamente vedere a cosa porta il cambio di mentalità, la conversione del cuore e l’obbedienza a chi ha l’onere e l’onore di annunciare il vangelo in modo autentico.

Nel vangelo che è stato proclamato, agli scribi e ai farisei che lo avevano interrogato sulla trasgressione alla tradizione degli antichi da parte dei Suoi discepoli, Gesù risponde con un’altra domanda: “E voi, perché trasgredite il comandamento di Dio in nome della vostra tradizione?” (Mt 15, 3).

Vedete, Amici cari, quale pesantissima accusa muove Gesù verso i capi del popolo di Israele e, vorrei dire, verso tutti i capi della storia che hanno scelto, lungo i secoli e sino ad oggi, di rimanere ancorati a tradizioni che un tempo esprimevano un sentimento vero ma che poi hanno perso la propria forza evangelizzatrice: in nome di una tradizione, peraltro spesso non conosciuta proprio da chi la sostiene, si trasgredisce il comandamento di Dio.

Chiediamocelo con totale sincerità […]: cosa vale di più, una tradizione o il comandamento di Dio? Cosa siamo disposti a seguire: un pensiero mondano che diventa culto o ciò che Dio, oggi e qui, ci chiede? Quale rispetto abbiamo di Dio e anche del prossimo? Con quale decoro trattiamo le cose di Dio? Siamo veramente disposti a sacrificare il decoro dovuto a Dio per soddisfare le nostre velleità? Siamo davvero tanto ciechi da voler “costringere” uomini e donne che hanno fatto altra scelta a dare culto a Dio nel momento in cui noi decidiamo, senza tenere conto che nemmeno Dio ci costringe al culto, ma ci invita e ci sollecita con amore di Padre?

Mi chiedo e vi chiedo, a Voi che siete qui per libera scelta, senza essere costretti e, ritengo, per amore a Dio e devozione a san Barsanofio: Come ci siamo preparati ad offrire questo atto di culto e di devozione? Abbiamo ascoltato di più la parola di Dio? Abbiamo dedicato più tempo alla preghiera? Ci siamo accostati al sacramento della Riconciliazione per riconoscere quanto la nostra vita sia distante dal vangelo e, allo stesso tempo, ricevere abbondante la misericordia di Dio che ci rinnova e ci salva? Siamo nelle condizioni morali di ricevere il Corpo eucaristico di Gesù, che è pegno di vita immortale e anticipazione della nostra gloria futura? Abbiamo teso la mano ai nostri fratelli e sorelle più bisognosi? Abbiamo tenuto a freno la nostra mente e la nostra lingua o abbiamo espresso pesanti giudizi sul prossimo offendendo l’altrui dignità? Non dimentichiamo ciò che dice il libro dei Proverbi: “C'è chi chiacchierando è come una spada tagliente…” (12, 18a). E gli fa eco il Salmo 64: “Affilano la loro lingua come spada, scagliano come frecce parole amare” (Sal 64, 4). E San Giacomo così puntualizza: “Così anche la lingua: è un membro piccolo ma può vantarsi di grandi cose. Ecco: un piccolo fuoco può incendiare una grande foresta!” (Gc 3, 5). Altro che “le parole sono parole”! Nel nostro cuore c’è la luce di Dio?

Amatissimi figli, non intendevo sottoporvi ad un esame di coscienza, quantunque faccia sempre bene farlo quotidianamente. Il mio desiderio è che il Signore Gesù, nostro Salvatore ma anche nostro Giudice, non debba esprimere sui cristiani della Città […] il giudizio formulato per gli scribi e i farisei, e che il vangelo proclamato ci ha ricordato: “Così avete annullato la parola di Dio con la vostra tradizione. Ipocriti! Bene ha profetato di voi Isaia, dicendo: «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini»” (Mt 15, 6b-9).

[…] Adoperiamoci perché il nostro cuore non sia lontano da Dio, che il nostro culto non sia vano e odiato da Dio anche se apprezzato da alcuni uomini, non accogliamo dottrine che sono precetti di uomini e non volontà di Dio, la sola che salva. Cerchiamo la comunione con tutti, anche nella gestione della cosa pubblica, perché solo l’unità di intenti è la carta vincente, è l’espressione della ricerca del bene comune […]. Amen.

Omelia del 30 Agosto 2022 in occasione della Solennità di San Barsanofio Abate

Mons. Vincenzo Pisanello, Vescovo di Oria