lunedì 2 maggio 2016

Lettera a San Giuseppe

Caro San Giuseppe,
scusami se approfitto della tua ospitalità e mi fermo per una mezz’oretta nella tua bottega di falegname per scambiare quattro chiacchiere con te. Non voglio farti perdere tempo. Vedo che ne hai così poco, e la mole di lavoro ti sovrasta. Perciò, tu continua pure a piallare il tuo legno, mentre io, seduto su una panca, in mezzo ai trucioli che profumano di resine, ti affido le mie confidenze. Non preoccuparti neppure di rispondermi. So, del resto che sei l’uomo del silenzio, e consegni i tuoi pensieri, profondi come le notti d’Oriente, all’eloquenza dei gesti più che a quella delle parole.
Vedi, un tempo anche da noi le botteghe degli artigiani erano il ritrovo feriale degli umili, vi si parlava di tutto, di affari, di donne, di amori, delle stagioni, della vita, della morte. Le cronache di paese trovavano lì la loro versione ufficiale, e i redattori dell’innocuo pettegolezzo quotidiano affidavano alle rapidissime rotative degli avventori la diffusione delle ultime notizie.
Il tempo passava così lento, che gli intervalli scanditi ogni quarto d’ora dalla torre campanaria sembravano un’eternità, ma forse era proprio questa lusinga di eternità a rendere preziosa un’opera di artigianato e a darle vita era proprio quella angosciante porzione di tempo che vi veniva rinchiusa. Sembrava che la materia prima di una seggiola o di un vomere non fosse tanto il legno od il ferro, ma il tempo; e che la fatica del fabbro o del carpentiere, del sarto o del calzolaio fosse quello di addomesticare i giorni comprimendoli nella materia e crearsi per un istinto di conservazione riserve di tempo negli otri delle cose prodotti dalle sue mani. Il tempo allora era imprigionato nella materia come l’anima nel corpo, ruggiva dentro un oggetto e gli dava movenze di vita se non proprio l’accento della parola. Le cose nascevano perciò lentamente e con i tratti di una fisionomia irripetibile. Come un figlio, prima un atto d’amore, dolcissimo e breve, poi nove mesi.
Oggi purtroppo qui da noi di botteghe artigiane ne sono rimaste veramente poche. Al loro posto sono subentrate le grandi aziende di consumo: non si genera più, o meglio si concepisce solo l’archetipo, ma senza passione e con molto calcolo. L’archetipo poi, questo sordido ermafrodita, riproduce con ritmi di allucinante rapidità, squallidi sosia, con l’unico desiderio che campino poco. Ed eccoli lì, allineati, questi elegantissimi mostriciattoli dalla vita breve, belli, ma senz’anima, perfetti, ma senza identità, lucidi, ma indistinti.
Non parlano perché non sono frutto di amore, non vibrano, perché nelle loro vene non ci sono più i fremiti del tempo prigioniero. Si, Giuseppe! È proprio questa anemia di tempo che rende gelide le nostre opere. Ecco, attraverso l’uscio socchiuso, scorgo di là Maria intenta a ricamare un panno bellissimo, senza cuciture, tutto tessuto d’un pezzo da cima a fondo. Probabilmente è la tunica di Gesù, ma non per quando nascerà, per quando sarà grande: gliela prepara fin d’ora, prima già che lui nasca. Io non me ne intendo, e perciò non so se gli arabeschi che disegna con l’ago siano fatti a punto erba o a punto ombra. Forse sono fatti a punto a croce.
Una cosa, però, intuisco: che quando tuo figlio indosserà quella tunica, lui, l’eterno, si sentirà le spalle amorosamente protette dal fragile tempo di sua Madre. Povera Maria. A suo figlio, vorrebbe dargliela tutta intera la sua vita. Ma non può. Allora gliene regala una porzione, fin da adesso, racchiusa nello scrigno di quella tunica. Forse un giorno, proprio per questo, sulla vetta del Golgota, gli uomini della Croce non vorranno lacerarla.
Oggi da noi, anche i ricami vengono fatti in serie. C’è una ditta, la quale ha inventato una macchina che fa i punti perfetti, e non soltanto quelli! E se tu dopo aver comprato in un negozio della città di san Francesco, un guanciale disegnato o a “punto assisi”, la notte pensi di poggiare il capo su un frammento di tempo regalatoti da un’anonima ricamatrice, bella come Santa Chiara, ti illudi amaramente.
Questo è forse il sacrilegio più grave della nostra civiltà. La distruzione del tempo, e col tempo dell’amore, della fantasia, della bellezza, dell’arte. Abbiamo creduto che per fare un tavolo sia sufficiente il legno! Oh Dio! Riusciamo pure ad ammettere che per fare il legno ci vuole l’albero, e che per fare l’albero ci vuole il seme. E perfino che per fare il seme ci vuole il fiore. Ma non abbiamo più il coraggio di concludere che per fare un tavolo ci vuole un fiore! E lo lasciamo dire solo ai poeti! Ma se oggi qui da noi di botteghe artigiane è rimasto solo qualche nostalgico scampolo, non è tanto perché non si genera più, quanto perché ormai non si ripara più nulla.
Vedi Giuseppe in questi pochi minuti da che sto parlando con te sono già entrati nella tua bottega un bambino in lacrime con la ruzzola a cui rifare l’asse, una vecchietta con la scranna da impagliare di nuovo, un contadino con un mastello a cui si è infracidito una doga, un carrettiere col mozzo di una ruota che si è sgranato dai raggi. Da noi non si usa più!
Quando un oggetto si è anche leggermente incrinato nella sua funzionalità, lo si mette da parte senza appello. Del resto se nelle sue viscere non racchiude un’anima d’amore, per quale scopo accanirsi a ridare la vita ad un corpo già nato cadavere. La nostra la chiamiamo perciò la civiltà dell’usa e getta! Al televisore che sta in cucina si è fulminato un relè, niente paura! Viene messo da parte e sostituito con un altro che ha il video registratore incorporato.
Alla bambola che sembra sia stata sorpresa da un colpo apoplettico perché si sono scaricate le pile, poco importa! Portala al bidone della spazzatura! Ne acquisteremo una di quelle che sono vendute con tanto di certificato di nascita, si sposano, fanno all’amore e vanno nei campeggi estivi. Al fucile giocattolo regalato al bambino il giorno di natale è caduto il grilletto? Presto fatto! Per la Befana sarà pronto un mitra col nastro delle pallottole attorno al carrello, o addirittura un sottomarino lanciamissili con la verifica computerizzata degli obiettivi colpiti. Alla giacca di fustagno è caduto un bottone? Al soprabito di velluto si è scucita la fodera? Al reggiseno di pizzo si è allentato l’elastico? A un paio di sandali si è staccata la fibbia? Non vale la spesa ripararli! Porta via al macero, senza scrupoli.
Anzi no! Un momento! Tra giorni passeranno quelli della Caritas parrocchiale. Così ci liberiamo il guardaroba da ingombri fastidiosi, e poi, diamine! Aiutiamo la gente!facendo contento il Signore il quale ha detto che i poveri li abbiamo sempre con noi.
Un angolo di paradiso, un giorno, non ce lo negherà certamente, visto che ce lo stiamo accaparrando, sia pure con i riciclaggi delle nostre cose superflue. Ma che c’è Giuseppe! Vedo che ti sei fermato col martello, brandito a mezz’aria, e i tuoi occhi dolenti mi trafiggono con uno sguardo di disgusto. Ho capito! Quel tuo sguardo vuol dire: “mi fate pietà”! Altro che usa e getta, valicando davvero ogni limite, avete invertito la fase in “getta e usa”, visto che siete così abbietti da snaturare perfino l’intima essenza della carità, piegandola alla vostra libidine di possesso.
Si, hai ragione falegname di Nazaret. Siamo proprio giunti a tale grado di perfidia, che pretendiamo di elevare a livelli di purezza i liquami delle nostre cupidigie. Traffichiamo persino le scorie del nostro egoismo, verniciamo di solidarietà gli scarti del nostro tornaconto, e con una oscena mascherata di gratuità ci illudiamo di riscattarci dal nostro interminabile inverno dell’amore. E guarda che non ti ho detto tutto! Perché ho ancora paura di quel martello che è rimasto brandito a mezz’aria. Se infatti dovessi raccontarti di quelle operazioni filantropiche tenute a battesimo dalla televisione, son sicuro che metterei a dura prova la tua tenuta di “uomo non-violento”.
Che vuoi farci! Questi si, sono i misteri buffi, di cui dovremmo vergognarci e contro cui dovremmo ribellarci e nel cui oceano stiamo tutti facendo naufragio. Ma se oggi qui da noi, in questo crepuscolo tormentato del secolo ventesimo, le botteghe artigiane sono pressoché sparite non è solo perché non si genera più e neppure perché non si ripara più nulla. È perché non c’è più tempo per la carezza.
Mi spiego! Vedi Giuseppe, da quando sono entrato nella tua bottega, quante carezze non hai fatto su quel legno denudato dalla pialla! Tutte le volte che l’hai strisciato con il ferro, subito vi sei passato sopra con la mano, leggera come la luce che trema sulle acque: non saprei bene se per proteggerne la verecondia; o per velargli, un attimo appena, la bianca intimità; o per compensare con un gesto di tenerezza il trauma della violenza.
E anche ora, mentre ti parlo, passi e ripassi con le dita sugli spigoli smussati dallo scalpello, e ne levighi le asprezze, col medesimo amore con cui la pecora madre asciuga con la lingua l’agnello appena nato. Poi cicatrizzi le ferite del legno, provocate dal trapano e dai chiodi, con gli stucchi, canforati come unguenti d’Arabia. Vi stendi sopra il balsamo delle vernici, che impregnano l’aria d’un acre profumo, e continui a blandire con la colla gli assi di faggio che ora luccicano come uno specchio. Quante carezze: con le palme della mano, con i pennelli, con le spatole, con gli occhi. Sì, anche con gli occhi, perché, ora che hai finito una culla, sei tu che non ti stanchi di cullarla con lo sguardo.
Oggi purtroppo da noi, non si carezza più, si consuma solo, anzi si concupisce. Le mani incapaci di dono, sono divenute artigli, le braccia troppo lunghe per amplessi oblativi, si sono ridotte a rostri che uncinano, senza pietà, gli occhi prosciugati di lacrime ed inabili alla contemplazione, si sono fatti rapaci, lo sguardo trasuda libidine di possesso, e il dogma dell’usa e getta è divenuto il cardine di un cinico sistema binario che regola le aritmetiche del tornaconto e gestisce l’ufficio ragioneria dei nostri comportamenti quotidiani. Perciò si violenta tutto!
E non soltanto le cose, il cui spessore di sostanza si è così rinsecchito da lasciare vibrare soltanto l’immagine esteriore. Ma anche le persone! Il corpo, degradato a merce di scambio, è divenuto spazio pubblicitario e manichino per prodotti di consumo! L’eros mercantile corrode alla radice i rapporti interumani, sgretola la comunione, frantuma l’intimità, irride la famiglia, commercializza la donna. E con i postulati di marketing degli spot televisivi, spersonalizza irrimediabilmente la sessualità, riducendola ad una variabile della cupidigia di potere.
Non c’è da meravigliarsi perciò che tra le allucinanti simbologie di questa civiltà dei consumi Rambo costituisca la testa di serie nelle graduatorie più gettonate della violenza. E tanto meno c’è da scandalizzarci, se stanno così le cose che il Presidente Regan abbia detto, sia pure scherzando, che dopo aver visto Rambo, sa che cosa fare la prossima volta che dei cittadini americani verranno presi in ostaggio. Vedo, però che si fa tardi. Il sole, calando sulla pianura di Esdrelon, illumina di porpora gli ultimi contrafforti dei monti di Galilea.
E io ancora non ti ho detto la ragione fondamentale per la quale sono venuto qui da te. No, non è per affliggerti con le lamentazioni mistiche sulla cattiveria dei tempi, e neppure per evitare gli incroci pericolosi della mia civiltà, che ho trovato rifugio sentimentale nell’oasi della tua bottega, dove, tra tenaglie, lime e seghetti, attaccati in bella mostra alle pareti, sono rimasti attaccati anche i ricordi del tempo che fu; anzi, se ti ho dato quest’impressione di fuga all’indietro non giudicarmi un introverso pure tu, vittima magari di un raptus da regressione; bastano già gli psicanalisti che abbiamo da noi, di fronte ai quali devi difenderti dai tuoi stessi sentimenti, se non vuoi finire nella morsa della loro logica, impietosa, almeno quanto la morsa che sta sul tuo bancone di falegname!
Mio caro San Giuseppe, io sono venuto qui, soprattutto per conoscerti meglio come sposo di Maria, come padre di Gesù, e come capo di una famiglia per la quale hai consacrato tutta la vita. E ti dico subito che la formula di condivisione espressa da te, come marito di una vergine, la trama di gratuità realizzata come padre del Cristo, e lo stile di servizio messo in atto come responsabile della tua casa, mi hanno da sempre così incuriosito, che ora non solo vorrei saperne qualcosa di più, ma mi piacerebbe capire in che misura questi paradigmi comportamentali siano trasferibili nella nostra società dell’usa e getta.
Dimmi, Giuseppe, quand’è che hai conosciuto Maria? Forse un mattino di primavera, mentre tornava dalla fontana del villaggio con l’anfora sul capo e con la mano sul fianco, snello come lo stelo di un fiordaliso? O forse un giorno di sabato, mentre con le fanciulle di Nazareth conversava in disparte, sotto l’arco della sinagoga? O forse un meriggio d’estate, in un campo di grano, mentre abbassando gli occhi splendidi, per non rivelare il pudore della povertà, si adattava all’umiliante mestiere di spigolatrice? Quando ti ha ricambiato il sorriso e ti ha sfiorato il capo con la prima carezza, che forse era la sua prima benedizione e tu non lo sapevi? E la notte tu hai intriso il cuscino con lacrime di felicità. Ti scriveva lettere d’amore? Forse si! E il sorriso con cui accompagni il cenno degli occhi verso l’armadio delle tinte e delle vernici mi fa capire che in uno di quei barattoli vuoti, che ormai non si aprono più, ne conservi ancora qualcuna!
Poi una notte hai preso il coraggio a due mani e sei andato sotto la sua finestra, profumata di basilico e di menta e le hai cantato sommessamente le strofe del Cantico dei Cantici: “Alzati amica mia, mia bella e vieni, perché ecco, l’inverno è passato, è cessata la pioggia, se n’è andata; i fiori sono apparsi nei campi, il tempo del canto è tornato, e la voce della tortora ancora si fa sentire nella nostra campagna. Il fico ha messo fuori i primi frutti e le viti fiorite spandono fragranza. Alzati amica mia, mia bella e vieni! O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso, fammi sentire la tuia voce, perché la tua voce è soave e il tuo viso è leggiadro.
E la tua amica, la tua bella si è alzata davvero, è venuta sulla strada, facendoti trasalire, ti ha preso la mano nella sua e mentre il cuore ti scoppiava nel petto, ti ha confidato lì, sotto le stelle, un grande segreto. Solo tu, il sognatore, potevi capirla. Ti ha parlato di Jahvè. Di un angelo del Signore. Di un mistero nascosto nei secoli e ora nascosto nel suo grembo. Di un progetto più grande dell’universo e più alto del firmamento che vi sovrastava. Poi ti ha chiesto di uscire dalla sua vita, di dirle addio e di dimenticarla per sempre. Fu allora che la stringesti per la prima volta al cuore e le dicesti tremando: “Per me, rinuncio volentieri ai miei piani. Voglio condividere i tuoi, Maria, purché mi faccia stare con te”. Lei ti rispose di sì, e tu le sfiorasti il grembo con una carezza: era la tua prima benedizione sulla Chiesa nascente.
Spero che dietro quegli assi di castagno appoggiati alla parete non ci sia nascosto qualche rabbino, esperto di teologia, se no troverà anche lui un buon capo d’accusa per deferirmi davanti all’“arcisinagogo”! Ma io penso che hai avuto più coraggio tu a condividere il progetto di Maria, di quanto ne abbia avuto lei a condividere il progetto del Signore. Lei ha puntato tutto sull’onnipotenza del Creatore. Tu hai scommesso tutto sulla fragilità di una creatura. Lei ha avuto più fede, ma tu hai avuto più speranza. La carità ha fatto il resto in te e in lei.
Ma ora Giuseppe, cambiamo discorso! Sta arrivando una donna dal forno. Ecco, ti ha portato del pane, e la bottega si è subito riempita di fragranza. Frattanto colgo il destro di questa interruzione per osservare che sono davvero fortunato, dal momento che il Signore mi sta mettendo sotto gli occhi i simboli giusti nel momento giusto!
Stavamo parlando di condivisione, ed ecco il segno più classico: il pane! Si direbbe che il pane, più che per nutrire, è nato per essere condiviso: con gli amici, con i poveri, con i pellegrini, con gli ospiti di passaggio! Spezzato sulla tavola, cementa la comunione dei commensali; deposto nel fondo di una bisaccia riconcilia il viandante con la vita; offerto in elemosina al mendico, gli regala un’esperienza, sia pure fugace di fraternità; donato a chi bussa di notte nel bisogno, oltre a quella dello stomaco, placa anche la fame dello spirito, che è fame di solidarietà; raccolto nelle sporte, dopo un pasto miracolo sull’erba verde, sta ad indicare che a chi sa fare la divisione, gli riesce bene anche la moltiplicazione!
E’ proprio vero, Giuseppe. Il pane è il sacramento più giusto del tuo vincolo con Maria. Lei morde ogni giorno quello di frumento, procuratole da te col sudore della fronte. Tu mordi il pane del tuo destino che l’ha resa Madre del Figlio di Dio. E’ per questo che per noi, o falegname di Nazareth, tu sei provocatore di condivisioni generose e assurde, appassionate e temerarie, al centro della sapienza e al limite della follia. Insegnaci, allora, a condividere il pane con i fratelli poveri, in questo nostro mondo, dove purtroppo muoiono ancora più di cinquanta milioni di persone per fame. Il pane da segno di comunione, si è trasformato in simbolo della scomunica, ed è divenuto il discrimine sul cui filo passa la logica della guerra: viene accaparrato dagli ingordi, non condiviso dai poveri, ammuffisce nelle credenze degli avidi, non allieta la madia degli umili, si accumula negli artigli di pochi, non si distribuisce sulle bocche di tutti! Sovrabbonda nei bidoni della spazzatura d’Europa, ma è sparito sulle mense desolate dell’Eritrea.
Trabocca senza pudore negli opulenti cenoni del Nord, ma è sogno proibito per tutti i Sud della Terra! Viene diviso anche; sì, viene diviso, come gesto munifico di regalità, ma non viene restituito a chi ne ha diritto, con i canti gregoriani della penitenza e in nome della giustizia! Hai sentito mai dire, Giuseppe, che se i ghiacciai eterni dell’Ermon, si sciogliessero d’incanto, le acque sprofonderebbero a valle con pro rose tracimazioni, il lago di Tiberiade diventerebbe un mare, il giordano strariperebbe, rompendo gli argini, e l’arsura dell’intera Palestina, verrebbe per sempre placata! E allora! Visto che presso l’Altissimo, ce ne sono poco di santi così referenziati come te, perché non provochi un fenomeno simile, scongelando le ricchezze dalle mani di pochi e travolgendo la terra in un cataclisma di pane.
E se questo ti sembra un miracolo troppo grosso per i tuoi mezzi, perché almeno non persuadi la Chiesa del Duemila a farsi carico con più fiducia della sorte degli ultimi, non solo spartendo le sue ricchezze con i poveri, ma soprattutto condividendo la miseria degli esclusi.
Oggi più che mai vogliamo sperimentarti così, quale Protector Sancte Ecclesiae, Protettore della chiesa dei derelitti, degli emarginati, dei violentati, dei palestinesi, dei marocchini, dei terzomondiari, degli sfrattati, degli sfruttati, dei prigionieri, e degli inquilini di tutte le più squallide periferie dell’umanità. Capisco che se non mi rispondi non è solo perché tu sei l’uomo del silenzio, ma anche perché la fornaia si è attardata nella tua bottega. Ha visto la culla e non ha smesso di contemplarla per un istante. Poi si è curvata, ha steso il mantello per terra e l’ha riempito di trucioli e di segatura, di ritagli e di assicelle.
Ogni sera, così, lei fa il carico per accendere il forno e a te rimane il pavimento pulito e un pane di granturco per la cena. Ma, a proposito, ora che siamo rimasti soli, vuoi spiegarmi, Giuseppe, come hai accolto il mistero di quella culla? E perché mai tu, l’uomo dei sogni, torni ogni tanto verso quel piccolo nido di legno, e trattieni il respiro, e tendi l’orecchio illudendoti di ascoltare un vagito?
Oh, figlio della casa di Davide, raffrena la tua impazienza: il bambino che sta per nascere è sì un Dio gratuito, tanto gratuito che spunterà come rugiada sul vello, ma tu devi attendere ancora, e anche la culla deve attendere; anzi, non rimanerci male se ti dico che quel nido, costruito da te con tanta tenerezza, resterà vuoto per sempre: sarà troppo piccolo per tuo figlio, quando egli, dopo tanto peregrinare, metterà piede finalmente nella tua casa. Da ben altro legno del resto saranno cullate le membra del Dio fatto uomo! Ma stavolta non spetta a te costruirlo! Vedo che la notizia non ti turba granché.
Hai così tanto imparato dalla gratuità purissima di Dio, da non provare il minimo sgomento al pensiero che la tua fatica non sarà compensata neppure dalla soddisfazione di sentirti utile a qualcosa. Culla o greppia, non t’importa. Non pretendi neppure contropartite affettive e continui ad attendere come dono, come semplice dono, da nulla provocato, se non dalla sua stessa liberalità, il tuo imprevedibile Dio: O cieli piovete dall’alto, o nubi mandateci il Santo, o terra, apriti o terra e germina il Salvatore.
Anche la tua vita si è fatta dono. Un dono così grande, che in paragone quello filtrato dal seme corruttibile della carne, sembra appena l’acconto di un avaro. Un dono così libero che tutte le paternità messe insieme dai titolari della tua genealogia, non pareggiano il tuo diritto di chiamarti padre di Gesù. Un dono così radicale che, pur custodendo la verginità di Maria, ti fa una sola carne con lei infinitamente più di quanto non siano tutt’uno due sposi nel momento supremo dell’amore. Un dono così gioioso, che la tua contabilità non è segnata sui registri a partita doppia, contempla solo la voce in uscita.
Tu non chiedi nulla per te. Neppure da Dio! Ma non per orgoglio, per sovraccarico d’amore, dai tutto senza calcolo, e non accantoni oggi frammenti oscuri di tempo, allo scopo di ritirare domani interessi di gloria per tutta l’eternità. Ssssttt....!!! Silenzio Giuseppe, un carro si è fermato alla tua porta. Entra un uomo, molto stanco, e poggia sul bancone un piccolo otre di vino, e dice: “Ho attraversato tutta la Giudea e la Samaria, e debbo raggiungere, prima che sia notte la terra di Zabulon. Ti ho portato un po’ di vino, dalle vigne di Engaddi, laggiù presso il Mar Morto. E’ di quello buono. Bevilo Giuseppe, alla mia salute con la tua sposa. So che aspettate un figlio”. Beh, stasera il Signore vuole mostrarsi particolarmente generoso anche con me, perché mi ha messo sotto gli occhi un altro simbolo, quello della gratuità e della festa.
Dopo il pane della fornaia, ecco il vino del carrettiere, il vino che rallegra il cuore dell’uomo. Mah, vedo Giuseppe che ti accingi a chiudere, perché hai preso un orciolo di terracotta e stai uscendo per riempirlo d’acqua alla fonte vicina. Io allora approfitto della tua assenza per leggere in negativo quel simbolo della letizia, appoggiato sul bancone, e chiedermi se per caso questa mia irruzione di stasera nella tua bottega di Nazaret, non sia stata un’evasione puramente letteraria, in un mondo, che con quello in cui mi tocca vivere, non ha nulla da spartire.
Ci vuole infatti un bel coraggio a dire che il vino è segno di gratuità e di festa, quando per noi è divenuto l’emblema drammatico dell’evasione e della fuga, che accomuna i tossici agli alcolisti, gli ultras ai barboni! Ma perché mai il vino si è pervertito in idolo fascinoso per chi getta le armi e rinuncia ad un’esistenza troppo faticosa da vivere? Il motivo c’è: abbiamo smarrito l’ebbrezza della gratuità e c’è rimasta solo l’ebbrezza dell’alcol! Sicché in un mondo regolato dai petroldollari, angosciato dai crolli di Wall Street, retto dalle bilance dei pagamenti, che irta con la speculazione, che si infischia dei debiti dei popoli in via di sviluppo, che si lascia sedurre dalla massimizzazione del profitto, che monetizza persino il rischio delle popolazioni, i cui terreni sono espropriati per farne basi militari, che sfrutta i poveri col traffico delle armi, che è sordo alle esigenze di un nuovo ordine economico internazionale. In un mondo del genere, come può esplodere la gioia? Ci si lascia vivere! Si amoreggia con il fatalismo! Ci si appiattisce in un’esistenza che scorre senza più stupore, senza spessore, come le immagini sul video. E noi compiamo le nostre scelte come se spingessimo i tasti di un telecomando.
Crediamo di scegliere e invece siamo scelti! Si muore per anemia cronica di gioia, si moltiplicano le feste, ma manca la Festa! E le letizie diventano sbornie! Gli incontri frastuoni e i rapporti umani, orge da lupa mari! Meno male Giuseppe che hai fatto presto a tornare dalla fonte.
Vedi in tua assenza sono stato colto da un pauroso deficit di speranza e ho temuto addirittura di dover uscire dalla tua bottega per la tangente del pessimismo! Ma ora che sei rientrato anche il vino di Engaddi, lassù sul bancone, torna a rosseggia di letizia pasquale e risplende come simbolo della festa. Bevilo con Maria alla salute del carrettiere che te l’ha regalato; ma anche alla buona fortuna di tuo figlio che sta per nascere. Un giorno egli farà scorrere il vino sulle mense dei poveri, e sceglierà il succo della vite come sacramento del sabato eterno. Anzi, se non ti dispiace, mettimene un poco, in quel boccale di creta, me lo voglio portare come ricordo di quest’incontro, e anche di quell’acqua che sgocciola ancora sul pavimento, dammene un poco! Non è acqua inquinata quella! Le piogge acide, le discariche industriali e gli additivi chimici l’hanno ancora preservata, lasciandola come simbolo di purezza e di armonia ecologica.
Dammi della tua acqua, la quale è molto utile, et humile, et pretiosa et casta. Ma dammela soprattutto perché, da quando tuo figlio la userà per lavare i piedi ai suoi amici, in una sera di tradimenti, del mese di Nisan, diverrà il simbolo di un servizio d’amore che è la spiegazione segreta della condivisione, della gratuità e della festa. E visto che ci siamo, dammi anche di quel pane! No, non tutto! Spezzamelo Giuseppe! Condividilo con me! Un giorno anche tuo figlio lo spezzerà prima di morire, e la speranza traboccherà sulla terra.
L’acqua, il vino, il pane: la trilogia di un’esistenza ridotta all’essenziale! Li porterò con me, nella bisaccia del pellegrino. Mi serviranno tanto, sulla mia strada di viandante un po’ stanco. E serviranno tanto anche alla mia Chiesa, anzi quando mi chiederà qualcosa, spero di non aver null’altro da darle che questo: né denaro, né prestigio, né potere, ma solo acqua, vino e pane! Si è fatto tardi, Giuseppe.
Si è fatto tardi, Giuseppe. Nella piazza non c’è più nessuno. I grilli cantano sul cedro del tuo giardino. sul cedro del tuo giardino. Nelle case, le famiglie recitano lo “Shemà Israel”. Nelle case, le famiglie recitano lo “Shemà Israel”. E tra poco Nazareth si addormenterà sotto la luna.
Tra poco Nazareth si addormenterà sotto la luna. Di là, vicino al fuoco, là, vicino al fuoco, la cena è pronta. Cena di povera gente. L’acqua della fonte, il pane di giornata, e il vino di Engaddi. E poi c’è Maria che ti aspetta. E poi c’è Maria che ti aspetta. Ti prego: quando entri da lei, sfiorala con un bacio. Falle una carezza pure per me. o. Falle una carezza pure per me. E dille che anch’io le voglio bene. Da morire! E dille che anch’io le voglio bene. Da morire!
Buona notte, Giuseppe! Buona notte, Giuseppe!
La carezza di Dio (4 Marzo 1990)
Don Tonino Bello, vescovo italiano (1935 - 1993)

sabato 16 aprile 2016

Aforismi Amore

Come l’amore cresce dentro di te, così cresce la bellezza. Perché l’amore è la bellezza dell’anima (Sant'Agostino)

Un'unica Forza, l'Amore, lega e dà vita a infiniti mondi. (Giordano Bruno [1548-1600])

L'amore non stanca e non si stanca. (San Giovanni della Croce)

Reputo che nulla è difficile per chi ama [ Nihil difficile amanti puto] (Cicerone, Orator, cap. X)

L’amore è un maestro… lo si ottiene a caro prezzo e con fatica e dopo lungo tempo, perché bisogna amare non per l’opportunità del momento, ma per tutta la vita.” (F. M. Dostoevskij, I Fratelli Karamazov)

L'Amore è come uno specchio. Quando ami qualcuno, tu diventi il suo specchio e lui il tuo... E specchiandoti nel reciproco Amore vedi l'Infinito. (Leo Buscaglia)

Nessuno ha amore più grande di colui che sa rispettare la libertà dell'altro. (Simone Weil)

Una parola ci libera di tutto il peso e il dolore della vita: quella parola è amore. (Sofocle, Edipo a Colono,  401 a.C.)

Gesù, lo so bene, l’amore si paga soltanto con l’amore, perciò ho cercato, ho trovato sollievo rendendoti amore per amore. (Santa Teresa di Lisieux)

Amare gli amici lo fanno tutti, i nemici li amano soltanto i cristiani. (Tertulliano, Ad Scapulam 1,3)




domenica 13 marzo 2016

Lettera di Abraham Lincoln all'insegnante di suo figlio


Caro maestro,
lei dovrà insegnare al mio ragazzo
che non tutti gli uomini sono giusti,
non tutti dicono la verità;
ma la prego di dirgli pure
che per ogni malvagio c'è un eroe,
per ogni egoista c'è un leader generoso.
Gli insegni, per favore,
che per ogni nemico ci sarà anche un amico
e che vale molto più una moneta guadagnata
con il lavoro che una moneta trovata.
Gli insegni a perdere,
ma anche a saper godere della vittoria,
lo allontani dall'invidia e gli faccia riconoscere l'allegria profonda di un sorriso silenzioso.
Lo lasci meravigliare del contenuto dei suoi libri,
ma anche distrarsi con gli uccelli nel cielo,
i fiori nei campi, le colline e le valli.
Nel gioco con gli amici,
gli spieghi che è meglio una sconfitta onorevole
di una vergognosa vittoria,
gli insegni a credere in se stesso,
anche se si ritrova solo contro tutti.
Gli insegni ad essere gentile con i gentili
e duro con i duri
e a non accettare le cose
solamente perché le hanno accettate anche gli altri.
Gli insegni ad ascoltare tutti ma,
nel momento della verità, a decidere da solo.
Gli insegni a ridere quando è triste
e gli spieghi che qualche volta
anche i veri uomini piangono.
Gli insegni
ad ignorare le folle che chiedono sangue
e a combattere anche da solo contro tutti,
quando è convinto di aver ragione.
Lo tratti bene, ma non da bambino,
perché solo con il fuoco si tempera l'acciaio.
Gli faccia conoscere
il coraggio di essere impaziente
e la pazienza di essere coraggioso.
Gli trasmetta una fede sublime nel Creatore
ed anche in se stesso,
perché solo così può avere fiducia negli uomini.
So che le chiedo molto,
ma veda cosa può fare, caro maestro.

Abraham Lincoln (1809 – 1865), politico e avvocato statunitense

sabato 12 marzo 2016

Aforismi Arte

Ecco che cos'era la vita, che cos'era l'esperienza, che cosa inseguivano coloro che andavano in cerca d'avventure, ecco a cosa mirava l'arte: ritornare a casa propria, ai propri affetti, riprendere a vivere.
(Boris Pasternak, Il dottor Zivago)

L'umanità ha perduto la sua dignità. Ma l'arte l'ha salvata e conservata in pietre piene di significato. (Friedrich Schiller)

Si usano gli specchi per guardarsi il viso, e si usa l’arte per guardarsi l’anima. (George Bernard Shaw)

La musica è architettura liquida, l'architettura è musica congelata. (Johann Wolfgang von Goethe)

L'arte è uno dei mezzi che uniscono gli uomini. (Lev Tolstoj)

Chi lavora con le mani è un operaio.
Chi lavora con le mani e la testa è un artigiano.
Chi lavora con le mani, la testa ed il cuore è un artista.
(Louis Nizer, Between You and Me, Beechurst Press, 1948)

Il mondo non è stato creato una volta, ma tutte le volte che è sopravvenuto un artista originale. (Marcel Proust)

Ho visto l'angelo nel marmo e l'ho scolpito fino a liberarlo. (Michelangelo Buonarroti)


venerdì 11 marzo 2016

A Ninja-in-training

Never let anyone tell you who you are... Actually, I'm a Ninja-in-training!

martedì 8 marzo 2016

Non posso vivere né con lei né senza di lei!



In principio, quando nell'opera della creazione giunse il momento di creare la donna, Dio vide che aveva usato tutta la materia per la creazione dell’uomo e non gli rimaneva alcun elemento solido. In grave imbarazzo e dopo profonda meditazione, egli procedette nel modo seguente:
prese le rotondità della luna e la flessibilità delle piante sarmentose,
l’elasticità dei viticci e il tremito dell’erba,
la sottigliezza delle canne e il rigoglio dei fiori,
la lievità delle foglie e l’acutezza della proboscide dell’elefante,
lo sguardo della cerbiatta e la compattezza di uno sciame di api,
la giocondità dei raggi del sole,
il pianto delle nuvole e l’instabilità del vento,
la pavidità della lepre e la vanità del pavone,
la morbidezza del petto del pappagallo e la durezza del diamante,
la dolcezza del miele e la crudeltà della tigre,
il bruciare del fuoco e la freddezza della neve,
il chiacchiericcio della gazza e il canto del cuculo,
la falsità della gru e la fedeltà delle anatre selvatiche
e mescolando tutte queste qualità creò la donna e la diede all'uomo.
Ma dopo una settimana venne l’uomo e disse: «Signore, la creatura che tu mi hai dato mi rende la vita infelice. Chiacchiera in continuazione, mi tormenta senza posa e non mi lascia un momento in pace. Vuole che mi occupi continuamente di lei e mi fa sprecare tutto il mio tempo. Strilla per la minima sciocchezza e se ne sta a oziare tutto il santo giorno. sono venuto a riportarla indietro, perché con lei non posso più vivere.»
Dio disse: «Va bene» e la riprese indietro.
Dopo una settimana l’uomo ritornò e disse: «Signore, ho la sensazione che la mia vita sia diventata un deserto, dal momento in cui ti ho restituito quella creatura. Ripenso a come lei danzava e cantava per me, e come mi sbirciava con la cosa dell’occhio, a come mi parlava e si stringeva a me. E il suo riso era come una musica e lei era bella da vedere e morbida da toccare. Ridammela dunque.»
Il Creatore disse: «Va bene». E gliela ridiede.
Dopo tre giorni l’uomo tornò e disse: «Signore, io non so che cosa mi succeda, ma alla fin fine sono arrivato a concludere che essa è per me un disturbo più che un piacere. Ti prego, riprenditela di nuovo!».
Ma il Creatore disse: «Vattene via, sparisci, perché io ne ho abbastanza! Cerca di vivere come meglio puoi!»
E l’uomo rispose: «Ma con lei non posso vivere!»
E il Creatore rispose: «E neppure senza di lei!» Gli voltò le spalle e continuò nella sua opera.
Allora l’uomo domandò: «Che cosa devo fare? Giacché non posso vivere né con lei né senza di lei!»

da: The Indian Stories
Francis William Bain (1863 - 1940), scrittore inglese

domenica 6 marzo 2016

God is compassion



Meister Eckhart [Eckhart von Hochheim] (1260 – 1327/1328), teologo e religioso domenicano