giovedì 19 marzo 2026

Tanti nenti ammazzaru u sceccu


Tanti nenti ammazzaru u sceccu... Molte inezie uccisero l'asino

Il proverbio nasce da questo aneddoto.

Un giorno un contadino si recò in montagna con il suo asinello per raccogliere legna. Dopo averne raccolta e affardellata un bel po' la caricò sulla groppa dell'asinello che già traballava sotto quel peso e iniziò a fare ritorno a valle verso casa. Strada facendo trovava qua e là rami e tronchi che continuava a caricare sul povero asino. Chistu è nenti diceva tra sè e sè, quantu po' pisari? Nenti!... Questo è niente, quanto può pesare? Niente!

E cosi ramo dopo ramo, tronco dopo tronco, che a sua giudizio non pesavano niente, il povero somaro collassò, cadde per terra e morì.

"That's the last straw" - dicono gli inglesi - "...è l'ultimo stelo di paglia che spezza la schiena del cammello", oppure: "La goccia che fa traboccare il vaso": massime che mettono in rilievo lo stesso concetto: non sottovalutare i piccoli problemi ed affrontarli prima che diventino insostenibili. Questo perchè una serie di problemi o preoccupazioni apparentemente insignificanti, accumulandosi nel tempo, possono avere conseguenze disastrose.

In positivo, invece, possiamo dire che il cambiamento spesso nasce da un lungo processo di accumulo, piuttosto che da un singolo evento isolato. 



lunedì 16 marzo 2026

Aforismi Quaresima

Non dimenticare mai che ci sono solo due filosofie che possono governare la tua vita: quella della croce, che inizia con il digiuno e termina con la festa; e quella di Satana, che inizia con la festa e termina con il mal di testa. (Card. Fulton John Sheen)


Cristo, l'uomo nuovo

In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo.

Adamo, infatti, il primo uomo, era figura di quello futuro (1) (Rm 5,14) e cioè di Cristo Signore.

Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l'uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione.

Nessuna meraviglia, quindi, che tutte le verità su esposte in lui trovino la loro sorgente e tocchino il loro vertice. Egli è «l'immagine dell'invisibile Iddio» (Col 1,15) (2) è l'uomo perfetto che ha restituito ai figli di Adamo la somiglianza con Dio, resa deforme già subito agli inizi a causa del peccato.

Poiché in lui la natura umana è stata assunta, senza per questo venire annientata (3) per ciò stesso essa è stata anche in noi innalzata a una dignità sublime.

Con l'incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo.

Ha lavorato con mani d'uomo, ha pensato con intelligenza d'uomo, ha agito con volontà d'uomo (4) ha amato con cuore d'uomo. Nascendo da Maria vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché il peccato (5). Agnello innocente, col suo sangue sparso liberamente ci ha meritato la vita; in lui Dio ci ha riconciliati con se stesso e tra noi (6) e ci ha strappati dalla schiavitù del diavolo e del peccato; così che ognuno di noi può dire con l'Apostolo: il Figlio di Dio «mi ha amato e ha sacrificato se stesso per me» (Gal 2,20). Soffrendo per noi non ci ha dato semplicemente l'esempio perché seguiamo le sue orme (7) ma ci ha anche aperta la strada: se la seguiamo, la vita e la morte vengono santificate e acquistano nuovo significato.

Concilio Vaticano II, Lumen Gentium, 22


(1) Cf. Rm 5,14. Cf. TERTULLIANO, De carnis resurr., 6: "Tutto quello che il fango significava, si riferiva a Cristo, l’uomo futuro": PL 2, 802 (848); CSEL 47, p. 33, l. 12-13
(2) Cf. 2 Cor 4,4
(3) Cf. CONCILIO DI COSTANTINOP. II, can. 7: "Né il Verbo Dio passato nella natura della carne, né la carne si trasformata nella natura del Verbo": Dz 219 (428) [Collantes 4.026]. - Cf. anche CONC. DI COSTANTINOP. III: "Come la santissima, immacolata, animata sua carne deificata non fu distrutta ( theótheisa ouk anèrethè), ma rimase nel suo proprio stato e modo d’essere": Dz 291 (556) [Collantes 4.071]. - Cf. CONC. DI CALCED.: "Dev’essere riconosciuto inconfusamente, immutabilmente, senza divisione, inseparabilmente in due nature": Dz 148 (302) [Collantes 4.012]
(4) Cf. CONC. DI COSTANTINOP. III: "Così non stata distrutta la sua volontà umana": Dz 291 (556) [Collantes 4.071]
(5) Cf. Eb 4,15
(6) Cf. 2 Cor 5,18-19; Col 1,20-22
(7) Cf. 1 Pt 2,21; Mt 16,24; Lc 14,27

Oggi sulla terra c'è grande silenzio, grande silenzio e solitudine

La discesa agli inferi del Signore

Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c'è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi.

Certo egli va a cercare il primo padre, come la pecorella smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell'ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva che si trovano in prigione.

Il Signore entrò da loro portando le armi vittoriose della croce. Appena Adamo, il progenitore, lo vide, percuotendosi il petto per la meraviglia, gridò a tutti e disse: «Sia con tutti il mio Signore». E Cristo rispondendo disse ad Adamo: «E con il tuo spirito». E, presolo per mano, lo scosse, dicendo: «Svegliati, tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà.

Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio; che per te e per questi, che da te hanno avuto origine, ora parlo e nella mia potenza ordino a coloro che erano in carcere: Uscite! A coloro che erano nelle tenebre: Siate illuminati! A coloro che erano morti: Risorgete! A te comando: Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell'inferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti. Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui! Tu in me e io in te siamo infatti un'unica e indivisa natura.

Per te io, tuo Dio, mi sono fatto tuo figlio. Per te io, il Signore, ho rivestito la tua natura di servo. Per te, io che sto al di sopra dei cieli, sono venuto sulla terra e al di sotto della terra. Per te uomo ho condiviso la debolezza umana, ma poi son diventato libero tra i morti. Per te, che sei uscito dal giardino del paradiso terrestre, sono stato tradito in un giardino e dato in mano ai Giudei, e in un giardino sono stato messo in croce. Guarda sulla mia faccia gli sputi che io ricevetti per te, per poterti restituire a quel primo soffio vitale. Guarda sulle mie guance gli schiaffi, sopportati per rifare a mia immagine la tua bellezza perduta.

Guarda sul mio dorso la flagellazione subita per liberare le tue spalle dal peso dei tuoi peccati. Guarda le mie mani inchiodate al legno per te, che un tempo avevi malamente allungato la tua mano all'albero. Morii sulla croce e la lancia penetrò nel mio costato, per te che ti addormentasti nel paradiso e facesti uscire Eva dal tuo fianco. Il mio costato sanò il dolore del tuo fianco. Il mio sonno ti libererà dal sonno dell'inferno. La mia lancia trattenne la lancia che si era rivolta contro di te.

Sorgi, allontaniamoci di qui. Il nemico ti fece uscire dalla terra del paradiso. Io invece non ti rimetto più in quel giardino, ma ti colloco sul trono celeste. Ti fu proibito di toccare la pianta simbolica della vita, ma io, che sono la vita, ti comunico quello che sono. Ho posto dei cherubini che come servi ti custodissero. Ora faccio sì che i cherubini ti adorino quasi come Dio, anche se non sei Dio.

Il trono celeste è pronto, pronti e agli ordini sono i portatori, la sala è allestita, la mensa apparecchiata, l'eterna dimora è addobbata, i forzieri aperti. In altre parole, è preparato per te dai secoli eterni il Regno dei Cieli».

Da un'antica Omelia sul Sabato santo (PG 43, 439. 451. 462-463)

domenica 15 marzo 2026

Credere nel Risorto

Credere nel Risorto è rifiutarsi di accettare che la nostra vita sia solo una piccola parentesi fra due immensi vuoti. Appoggiandoci su Gesù risuscitato da Dio, intuiamo, desideriamo e crediamo che Dio sta conducendo verso la sua vera pienezza l’anelito di vita, di giustizia e di pace racchiuso nel cuore dell’umanità e della creazione intera.

Credere nel Risorto è ribellarci con tutte le nostre forze a che l’immensa maggioranza di uomini, di donne e di bambini che in questa vita hanno conosciuto solo miseria, umiliazione e sofferenza, restino dimenticati per sempre.

Credere nel Risorto è confidare in una vita in cui non ci sarà più povertà né dolore, nessuno sarà triste, nessuno dovrà piangere. Alla fine potremo vedere quelli che vengono sui barconi arrivare alla loro vera patria.

Credere nel Risorto è accostarci con speranza a tante persone senza salute, malati cronici, disabili fisici e psichici, persone infossate nella depressione, stanche di vivere e di lottare. Un giorno conosceranno cosa è vivere in pace e in piena salute. Ascolteranno le parole del Padre: «Entra per sempre nella gioia del tuo Signore».

Credere nel Risorto è non rassegnarci a che Dio continui ad essere per sempre un «Dio nascosto», di cui non possiamo conoscere lo sguardo, la tenerezza e gli abbracci. Troveremo Colui che si è incarnato gloriosamente in Gesù.

Credere nel Risorto è confidare che i nostri sforzi per un mondo più umano e più felice non si perderanno nel vuoto. Un felice giorno, gli ultimi saranno i primi e le prostitute ci precederanno nel Regno.

Credere nel Risorto è sapere che tutto quello che qui è rimasto a metà, quel che non ha potuto essere, quello che abbiamo sciupato perché siamo maldestri o con il nostro peccato, tutto arriverà in Dio alla sua pienezza. Niente si perderà di quello che abbiamo vissuto con amore o di quello a cui abbiamo rinunciato per amore.

Credere nel Risorto è sperare che le ore di gioia e le esperienze amare, le «impronte» che abbiamo lasciato nelle persone e nelle cose, quel che abbiamo costruito o di cui abbiamo fruito generosamente, sarà trasfigurato. Non conosceremo più l’amicizia e la festa che finisce né il commiato che intristisce. Dio sarà tutto in tutti.

Credere nel Risorto è credere che un giorno ascolteremo queste incredibili parole che il libro dell’Apocalisse mette in bocca a Dio: «Io sono il Principio e la Fine. A colui che ha sete io darò gratuitamente da bere alla fonte dell’acqua della vita». Non ci sarà più morte, non ci sarà più lamento, non ci saranno pianti né affanni, perché tutto questo sarà passato.

José Antonio Pagola, presbitero e teologo spagnolo

lunedì 9 marzo 2026

Povero è nato, povero visse, povero morì

 Non temiamo, fratelli poveri, ascoltiamo il Povero che raccomanda ai poveri la povertà. Crediamo alla sua esperienza. Povero è nato, povero visse, povero morì. Ha voluto morire, non volle arricchire. Crediamo perciò alla Verità che ci indica la strada che conduce alla vita. Via stretta, ma breve; e la beatitudine sarà eterna. Via stretta, ma che mena alla vita, al largo, e ci farà camminare per vaste distese.

Eppure è un cammino scosceso, perché si eleva e così camminiamo verso il cielo. Di qui la necessità di alleggerirci, di non essere pesanti nel nostro andare. Che cosa vogliamo? Cerchiamo davvero la felicità? La Verità ci mostra la vera beatitudine. Vogliamo poi la ricchezza? Il Re distribuisce i regni e fa i re. Gli uomini si sono lasciati prendere alla rete di questa peste disastrosa che è la vana ricerca: quello che è insufficiente costa poco sforzo; ci si sfinisce per il superfluo.

Cinque paia di buoi, ecco il pretesto che li priva delle nozze e del cielo, le nozze che fanno passare dalla povertà all’abbondanza, dall’ultimo posto al primo, dall’abiezione alla dignità, dalla fatica al riposo. Eliseo ha sacrificato i buoi per seguire più facilmente Elia e noi facciamo lo stesso e seguiamo Cristo!

Isacco della Stella (1100 – 1169), monaco cristiano, teologo e filosofo inglese, venerato come beato dalla Chiesa cattolica

Magnificat! Il testamento spirituale del Card. Eduardo Pironio

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen! Magnificat!

Fui battezzato nel nome della Trinità Santissima; credetti fermamente in Essa, per la misericordia di Dio; ne gustai l’amorosa presenza nella piccolezza della mia anima (mi sono sentito abitato dalla Trinità). Ora entro «nella gioia del mio Signore», nella contemplazione diretta, «faccia a faccia», della Trinità. Finora «ho pellegrinato da lontano verso il Signore», adesso «lo vedo quale Egli è». Sono felice. Magnificat!

«Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo, e vado al Padre». Grazie, Signore e Dio mio, Padre delle misericordie, perché mi chiami e mi attendi. Perché mi abbracci nella gioia del tuo perdono.

Non piangete per la mia dipartita! «Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado dal Padre». Vi chiedo solo di continuare ad accompagnarmi con il vostro affetto e con la vostra supplica e di pregare molto per la mia anima.

Magnificat! Mi affido al cuore di Maria, mia buona Madre, la Vergine Fedele, affinché mi aiuti a rendere grazie al Padre e a chiedere perdono per i miei innumerevoli peccati.

Magnificat! Ti rendo grazie, Padre, per il dono della vita. Quanto è bello vivere! Tu ci ha fatti, Signore, per la Vita. La amo, la offro, la attendo, Tu sei la Vita, come sei sempre stato la mia Verità e la mia Via.

Magnificat! Ringrazio il Padre per il dono inestimabile del mio Battesimo che mi ha reso figlio di Dio e tempio vivo della Trinità. Mi spiace di non aver realizzato bene la mia vocazione battesimale alla santità.

Magnificat! Ringrazio il Signore per il mio sacerdozio. Mi sono sentito straordinariamente felice di essere sacerdote e vorrei trasmettere questa gioia profonda ai giovani di oggi, quale mio migliore testamento ed eredità.

Il Signore è stato buono con me. Che le anime che hanno ricevuto la presenza di Gesù mediante il mio ministero sacerdotale preghino per il mio eterno riposo! Chiedo perdono, con tutta la mia anima, per il bene che ho tralasciato di fare come sacerdote. Sono pienamente consapevole che vi sono stati molti peccati di omissione nel mio sacerdozio, per non essere stato generosamente quello che avrei dovuto essere di fronte al Signore. Forse ora, morendo, inizierò a essere veramente utile: «se il chicco di grano caduto in terra… muore, produce molto frutto». La mia vita sacerdotale è stata sempre caratterizzata da tre amori e presenze: il Padre, Maria Santissima e la Croce.

Magnificat! Rendo grazie a Dio per il mio ministero di servizio nell’Episcopato. Quanto è stato buono Dio con me! Ho voluto essere «padre, fratello e amico» dei sacerdoti, dei religiosi e religiose, di tutto il Popolo di Dio. Ho voluto essere una semplice presenza di «Cristo, Speranza della Gloria». Ho voluto esserlo sempre, nei diversi servizi che Dio mi ha chiesto come Vescovo: Ausiliare di La Plata, Amministratore Apostolico di Avellaneda, Segretario Generale e Presidente del CELAM, Vescovo di Mar del Plata e poi, per disposizione di Papa Paolo VI, Prefetto della Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari e infine, per benigna disposizione di Papa Giovanni Paolo II, Presidente del Pontificio Consiglio per i Laici. Mi spiace di non essere stato più utile come Vescovo, di aver deluso la speranza di molti e la fiducia dei miei amatissimi Padri, i Papi Paolo VI e Giovanni Paolo II. Accetto però con gioia la mia povertà. Voglio morire con un’anima interamente povera.

Desidero esprimere il mio ringraziamento al Santo Padre, Giovanni Paolo II, per avermi affidato, nell’aprile del 1984, l’animazione dei fedeli laici. Da essi dipende, in modo immediato, l’edificazione della «civiltà dell’amore». Li amo enormemente, li abbraccio e li benedico; e ringrazio il Papa per la sua fiducia e per il suo affetto.

Magnificat! Rendo grazie a Dio che, attraverso il Santo Padre Paolo VI, mi ha chiamato a servire la Chiesa Universale nel privilegiato campo della vita consacrata. Come amo i Religiosi, le Religiose e tutti i laici consacrati nel mondo! Come invoco Maria Santissima per loro! Come offro oggi con gioia la mia vita perché siano fedeli! Sono Cardinale della Santa Chiesa. Rendo grazie all’amato Santo Padre Paolo VI per questa immeritata nomina. Rendo grazie al Signore per avermi fatto comprendere che il Cardinalato è una vocazione al martirio, una chiamata al servizio pastorale e una forma più profonda di paternità spirituale. Mi sento così felice di essere martire, di essere Pastore, di essere Padre.

Magnificat! Ringrazio il Signore per il privilegio della croce. Mi sento felicissimo di aver molto sofferto. Solo mi dispiace di non aver sofferto bene e di non aver assaporato sempre in silenzio la mia croce. Desidero che, almeno ora, la mia croce inizi ad essere luminosa e feconda. Che nessuno si senta colpevole di avermi fatto soffrire, perché è stato strumento provvidenziale di un Padre che mi ha amato molto. Sì, chiedo perdono, con tutta la mia anima, perché ho fatto soffrire tante persone!

Magnificat! Ringrazio il Signore perché mi ha fatto comprendere il Mistero di Maria nel Mistero di Gesù e perché la Vergine è stata tanto presente nella mia vita personale e nel mio ministero. A Lei devo tutto. Confesso che la fecondità della mia parola la devo a Lei. Le mie grandi date – di croce e di gioia – sono sempre state date mariane.

Magnificat! Ringrazio il Signore perché il mio ministero si è svolto quasi sempre, in modo privilegiato, al servizio dei sacerdoti e dei seminaristi, dei religiosi e delle religiose, e ultimamente dei fedeli laici. Ai sacerdoti ai quali, nel mio lungo ministero, ho potuto fare un po’ di bene chiedo la carità di una Messa per la mia anima.

Li ringrazio tutti per il dono della loro amicizia sacerdotale. Auguro ai seminaristi – a tutti coloro che Dio ha posto un giorno lungo il mio cammino – un sacerdozio santo e fecondo: che siano anime di preghiera, assaporino la croce, che amino il Padre e Maria! Chiedo agli amatissimi religiosi e religiose, «mia gloria e mia corona», di vivere con profonda gioia la loro consacrazione e la loro missione. Lo stesso dico ai carissimi laici consacrati nella provvidenziale chiamata degli Istituti Secolari. A tutti chiedo di perdonare i miei cattivi esempi e i miei peccati di omissione.

Magnificat! Rendo grazie a Dio per aver potuto consumare le mie povere forze e talenti nella dedizione ai carissimi laici, l’amicizia e la testimonianza dei quali mi hanno arricchito spiritualmente. Ho amato molto l’Azione Cattolica.

Se non ho fatto di più è perché non l’ho saputo fare. Dio mi ha concesso di lavorare con i laici a partire dalla semplicità contadina di Mercedes (Argentina) fino al Pontificio Consiglio per i Laici. Magnificat!

Chiedo perdono a Dio per i miei innumerevoli peccati, alla Chiesa per non averla servita più generosamente, alle anime per non averle amate in modo più eroico e concreto. Se ho offeso qualcuno, gli chiedo perdono: desidero morire con la coscienza tranquilla. E se qualcuno crede di avermi offeso, voglio che provi la gioia del mio perdono e del mio abbraccio fraterno.

Ringrazio tutti per l’amicizia e la fiducia. Ringrazio i miei amati genitori – che ora incontrerò in cielo – per la fede che mi hanno trasmesso. Ringrazio tutti i miei fratelli per la loro compagnia spirituale e per il loro affetto, soprattutto mia sorella Zulema.

Amo con tutta la mia anima Papa Giovanni Paolo II, gli rinnovo la mia completa disponibilità, gli chiedo perdono per tutto ciò che non ho saputo fare come Prefetto della Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari e come Presidente del Pontificio Consiglio per i Laici. Dio è testimone della mia totale dedizione e buona volontà.

Lo ringrazio per la delicatezza e la bontà di avermi voluto nominare Cardinale Vescovo della Diocesi Suburbicaria di Sabina-Poggio Mirteto. Rinnovo alle amate Serve di Cristo Sacerdote, che mi hanno accompagnato per tanti anni, tutta la mia gratitudine, il mio affetto paterno e la mia profonda venerazione per la loro vocazione specifica, tanto provvidenziale nella Chiesa.

Le amo molto, prego per esse e le benedico in Cristo e in Maria Santissima.

Ringrazio il mio caro e fedele Segretario, il R.P. Fernando Vérgez, Legionario di Cristo, per il suo affetto e la sua fedeltà, per la sua compagnia così vicina ed efficiente, per la sua collaborazione, la sua pazienza e la sua bontà.

Chiedo di far celebrare Messe per me e di pregare per la mia anima e per quelle delle tante persone di cui nessuno si ricorda. In modo particolare desidero che si preghi per la santificazione dei sacerdoti, dei religiosi, delle religiose e di tutte le anime consacrate.

Desidero morire tranquillo e sereno: perdonato dalla misericordia del Padre, dalla bontà materna della Chiesa, dall’affetto e dalla comprensione dei miei fratelli. Non ho nemici, grazie a Dio; non provo rancore né invidia per nessuno. Chiedo a tutti di perdonarmi e di pregare per me.

A quando ci riuniremo nella Casa del Padre! Tutti abbraccio di vero cuore per l’ultima volta nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo! Tutti depongo nel cuore di Maria, la Vergine povera, contemplativa e fedele. Ave Maria! A Lei chiedo: «Mostraci dopo questo esilio Gesù, il frutto benedetto del tuo seno».

Roma, 11 febbraio 1996

Beato Card. Eduardo F. Pironio (1920 – 1998), cardinale e arcivescovo cattolico argentino


«Miserere mei, Deus...» Il testamento di Papa Pio XII

 Miserere mei, Deus, secundum (magnam) misericordiam tuam.


Queste parole, che, conscio di esserne immeritevole ed impari, pronunciai nel momento, in cui diedi tremando la mia accettazione alla elezione a Sommo Pontefice, con tanto maggior fondamento le ripeto ora in cui la consapevolezza delle deficienze, delle manchevolezze, delle colpe commesse durante un così lungo Pontificato e in un'epoca così grave ha reso più chiare alla mia mente la mia insufficienza e indegnità. Chiedo umilmente perdono a quanti ho potuto offendere, danneggiare, scandalizzare con le parole e con le opere. Prego coloro, cui spetta, di non occuparsi né preoccuparsi per erigere qualsiasi monumento alla mia memoria; basta che i miei poveri resti mortali siano deposti semplicemente in luogo sacro, tanto più gradito quanto più oscuro. Non mi occorre di raccomandare i suffragi per l'anima mia; so quanto numerosi sono quelli che le norme consuete della Sede Apostolica e la pietà dei fedeli offrono per ogni Papa defunto. Non ho nemmeno bisogno di lasciare un «testamento spirituale», come sogliono lodevolmente fare tanti zelanti Prelati; poiché i non pochi Atti e discorsi, da me per necessità di officio emanati o pronunziati, bastano a far conoscere, a chi per avventura lo desiderasse, il mio pensiero intorno alle varie questioni religiose e morali.

Ciò premesso, nomino mia erede universale la Santa Sede Apostolica, da cui tanto ho avuto, come da Madre amantissima.

15 maggio 1956

Pio XII

«Nato povero, vissuto povero e sicuro di morire poverissimo...» Il testamento spirituale di Pio X

Invocato il Divino aiuto e l'intercessione della Vergine Immacolata e di San Giuseppe, confidente nella divina Misericordia per il perdono delle mie mancanze, specialmente nei doveri del sacro Ministero, estendo l'atto di mia ultima volontà.

Nato povero, vissuto povero e sicuro di morire poverissimo, sono dolente di non poter retribuire i molti, che mi prestarono singolari servigi, particolarmente a Mantova, a Venezia ed in Roma e quindi, non potendo dar loro alcun segno di gratitudine, prego Iddio a compensarli colle migliori grazie.

Dovendo poi provvedere alla mie sorelle Rosa, Maria ed Anna, che essendo sempre vissute con me mi servirono senza il più piccolo compenso, le raccomando alla generosità della Santa Sede, perché assegni loro finché vivrà l'ultima, trecento lire mensili. Essendo poveri tutti gli altri miei consanguinei prossimi, prego la Santa Sede di dare Mille lire all'anno, vita natural durante, a mio fratello Angelo Sarto e alle altre mie sorelle Teresa, Antonia e Lucia.

Ai miei diletti Cappellani Mgr. Gio Bressan e Mgr. Giuseppe Pescini saranno consegnate lire diecimila per ognuno e del primo Canonicato che si renderà vacante dopo la mia morte nelle cattedrali di Treviso e di Venezia saranno investiti Mgr. Bressan a Treviso e Mgr. Pescini a Venezia. Al mio vecchio cameriere Giovanni Gornati di Abbiategrasso sarà continuata dalla Santa Sede, per tutta la vita di lui, la pensione di lire sessanta mensili.

Il premio di lire diecimila che sarà pagato dalla Società delle assicurazioni sulla vita, sarà suddiviso in parti eguali tra mio fratello e le mie sorelle.

Sarà spedita una memoria di qualche oggetto sacro alla Chiesa Patriarcale di Venezia, alla Cattedrale di Mantova, e di Treviso, alle Parrocchiali di Riese, Salzano e Tombolo.

Ordino poi (e per questo mi raccomando all'E.mo Sig. Cardinale Raffaele Merry del Val, che mi ha aiutato in tutto con tanto disinteresse, con tanto affetto e al quale prego dal Cielo i meritati compensi e mi raccomando pure ai diletti Monsignori Bressan e Pescini) ordino che la mia salma non sia tocca e imbalsamata. Per questo, contro le consuetudini, non potrà che essere esposta per poche ore, e poi tumulata nei sotterranei di S. Pietro in Vaticano; ma confido ugualmente nei suffragi dei fedeli, che pregheranno pace per la mia anima.

Iddio mi sia propizio e mi accolga nella Sua infinita Misericordia.

Vaticano, 30 dicembre 1909

Pio X

***   ***   ***

Il seguente è uno degli ultimi discorsi tenuti da Pio X prima di morire. Fu pronunciato il 28 maggio 1914 in occasione della creazione di alcuni nuovi cardinali - il papa morirà il 20 agosto dello stesso anno -, ed è ritenuto il suo testamento spirituale.


Il grave dolore, provato dopo il Concistoro del 1911 per la perdita di tanti ottimi Cardinali, fu in qualche modo temperato dal conforto d’aver potuto riempire quel vuoto, ascrivendo ieri l’altro al sacro Collegio Voi, o miei Figli diletti.

Le prerogative di pietà, di dottrina e di zelo, che Vi distinguono, e soprattutto la devozione, che professate a questa santa Sede apostolica, mi assicurano che mi sarete di valido aiuto per mantenere intatto il deposito della Fede, per custodire l’ecclesiastica disciplina, e per resistere ai subdoli assalti, a cui è fatta segno la Chiesa, non tanto per parte di aperti nemici, ma specialmente degli stessi suoi figli.

Che se è dovuto all’indomabile fermezza dei nostri padri, alla loro sollecita vigilanza, alla loro gelosa premura, e alla loro delicatezza direi quasi verginale in materia di dottrina il trionfo della Chiesa in tutti i pericoli e in tutti gli assalti mossi contro di essa nel corso dei secoli, forse in nessun tempo fu tanto necessario tener d’occhio questo sacro deposito, affinché ne sia mantenuta l’integrità e la purezza.

Siamo purtroppo in un tempo, in cui con molta facilità si fa buon viso, e si adottano certe idee di conciliazione della Fede con lo spirito moderno, idee, che conducono molto più lontano che non si pensi, non solamente all’affievolimento, ma alla perdita totale della Fede.

Non fa più meraviglia il sentire chi si diletta delle parole assai vaghe di aspirazioni moderne, di forza del progresso e della civiltà, affermando l’esistenza di una coscienza laica, d’una coscienza politica opposta alla coscienza della Chiesa, contro la quale si pretende al diritto e al dovere di reagire, per correggerla e raddrizzarla.

Non è nuovo l’incontrarsi in persone, che mettono fuori dubbi, e incertezze sulle verità e anche affermazioni ostinate sopra errori manifesti, cento volte condannati, e ciò nonostante si persuadono di non essersi mai allontanate dalla Chiesa, perché qualche volta hanno eseguite le pratiche cristiane.

Oh! quanti naviganti, quanti piloti, e, Dio non voglia, quanti capitani facendo fidanza con le novità profane e con la scienza bugiarda del tempo, anziché arrivare al porto, hanno fatto naufragio!

Fra tanti pericoli, in ogni contingenza, non ho mancato di far sentire la mia voce per richiamare gli erranti, per segnalare i danni, e per tracciare ai cattolici la via da seguire. Ma non sempre, nè da tutti fu bene intesa e interpretata la mia parola, quantunque chiara e precisa.

Anzi non pochi, seguendo l’esempio funesto degli avversari, che spargono zizzania nel campo del Signore per portarvi la confusione e il disordine, non si peritarono di darle arbitrarie interpretazioni, attribuendole un significato affatto contrario a quello voluto dal Papa e ritenendo come sanzione il prudente silenzio.

Ed in queste dure condizioni ho proprio bisogno del valido ed efficace concorso dell’opera vostra, o miei Figli diletti, tanto nelle varie diocesi alle quali con la dispensa papale farete ritorno, come nella Curia e nelle Congregazioni Romane, perché per la dignità alla quale siete innalzati, uniti di mente e di cuore al Papa, siate tra i primi difensori della sana dottrina, fra i primi maestri della verità, i banditori dei precisi voleri del Papa.

Predicate a tutti, ma specialmente agli ecclesiastici ed agli altri religiosi, che niente tanto dispiace a Nostro Signore Gesù Cristo e quindi al Suo Vicario, quanto la discordia in fatto di dottrina, perché nelle disunioni e nelle contese Satana mena sempre trionfo, e domina sui redenti.

Per conservare l’unione nella integrità della dottrina, premunite specialmente i sacerdoti dalla frequenza di persone di fede sospetta e dalla lettura di libri e giornali, non dirò pessimi, dai quali rifugge ogni onesto, ma anche di quelli che non siano in tutto approvati dalla Chiesa, perché è micidiale l’aria che si respira, ed è impossibile maneggiare la pece e non restarne inquinati.

Se mai Vi incontraste in coloro che si vantano credenti, devoti al Papa, e vogliono essere cattolici ma avrebbero per massimo insulto l’essere detti clericali, dite solennemente che figli devoti del Papa sono quelli che obbediscono alla sua parola ed in tutto lo seguono, e non coloro, che studiano i mezzi per eluderne gli ordini, o per obbligarlo con insistenze degne di miglior causa ad esenzioni o dispense tanto più dolorose quanto più sono di danno e di scandalo.

Non cessate mai di ripetere che, se il Papa ama ed approva le associazioni cattoliche, che hanno di mira anche il bene materiale, ha sempre inculcato che deve avere in esse la prevalenza il bene morale e religioso, e che al giusto e lodevole intento di migliorare le sorti dell’operaio e del contadino dev’essere sempre unito l’amore della giustizia e l’uso dei mezzi legittimi per mantenere tra le varie classi sociali l’armonia e la pace.

Dite chiaramente che le associazioni miste, le alleanze coi non cattolici per il benessere materiale a certe determinate condizioni sono permesse, ma che il Papa predilige quelle unioni di fedeli, che deposto ogni umano rispetto e chiuse le orecchie ad ogni contraria lusinga o minaccia, si stringono intorno a quella bandiera, che, per quanto combattuta, è la più splendida e gloriosa, perché è la bandiera della Chiesa.

Questo è il campo, o miei Figli diletti, nel quale dovete esercitare la vostra attività ed il vostro zelo. Ma poiché a nulla vale il nostro lavoro se non sia dal Cielo benedetto, preghiamo Nostro Signore Gesù Cristo, che strinse e suggellò col Suo Sangue l’universale fratellanza del genere umano, e raccolse tutti coloro, che erano per credere in Lui come in una sola famiglia, a coordinare per l’opera nostra le intelligenze e le volontà di tutti con tale perfezione di concordia che tutti i figli della Chiesa siano una cosa sola fra di loro come una cosa sono Egli ed il Padre.

Ed in questa speranza, Vi impartisco con effusione di cuore l’Apostolica Benedizione,

28 maggio 1914

Pio X

«Miei figli, miei fratelli, arrivederci...» Il testamento spirituale di Papa Giovanni XXIII


 Testamento spirituale e ultime mie volontà


Sul punto di ripresentarmi al Signore Uno e Trino, che mi creò, mi redense, mi volle suo sacerdote e vescovo, mi colmò di grazie senza fine, affido la povera anima mia alla sua misericordia: gli chiedo umilmente perdono dei miei peccati e delle mie deficienze: gli offro quel po' di bene che col suo aiuto mi è riuscito di fare anche se imperfetto e meschino, a gloria sua, a servizio della Santa Chiesa, ad edificazione dei miei fratelli, supplicandolo infine di accogliermi, come padre buono e pio, coi Santi suoi nella beata eternità.

Amo di professare ancora una volta tutta intera la mia fede cristiana e cattolica, e la mia appartenenza e soggezione alla Santa Chiesa Apostolica e Romana, e la mia perfetta devozione ed obbedienza al suo Capo Augusto, il Sommo Pontefice, che fu mio grande onore di rappresentare per lunghi anni nelle varie regioni di Oriente e di Occidente; che mi volle infine a Venezia come Cardinale e Patriarca, e che ho sempre seguito con affezione sincera, al di fuori e al di sopra di ogni dignità conferitami. Il senso della mia pochezza e del mio niente mi ha sempre fatto buona compagnia, tenendomi umile e quieto, e concedendomi la gioia di impiegarmi del mio meglio in esercizio continuato di obbedienza e di carità per le anime e per gli interessi del Regno di Gesù, mio Signore e mio tutto. A lui tutta la gloria: per me ed a merito mio la sua misericordia. Meritum meum miseratio Domini. Domine, tu omnia posti: tu scis quia amo Te. Questo solo mi basta.

Chiedo perdono a coloro che avessi inconsciamente offeso: a quanti non avessi recato edificazione. Sento di non aver nulla da perdonare a chicchessia, perchè in quanti mi conobbero ed ebbero rapporti con me — mi avessero anche offeso o disprezzato, o tenuto, giustamente del resto, in disistima, o mi fossero stati motivo di afflizione — non riconosco che dei fratelli e dei benefattori, a cui sono grato e per cui prego e pregherò sempre.

Nato povero, ma da onorata ed umile gente, sono particolarmente lieto di morire povero, avendo distribuito secondo le varie esigenze e circostanze della mia vita semplice e modesta, a servizio dei poveri e della Santa Chiesa che mi ha nutrito, quanto mi venne fra mano — in misura assai limitata del resto — durante gli anni del mio sacerdozio e del mio episcopato. Apparenze di agiatezza velarono, sovente, nascoste spine di affliggente povertà e mi impedirono di dare sempre con la lar­ghezza che avrei voluto. Ringrazio Iddio di questa grazia della povertà di cui feci voto nella mia giovinezza, povertà di spirito, come Prete del S. Cuore, e povertà reale; e che mi sorresse a non chiedere mai nulla, né posti, né danari, né favori, mai, né per me, né per i miei parenti o amici.

Alla mia diletta famiglia secundum sanguinem — da cui del resto non ho ricevuto nessuna ricchezza materiale — non posso lasciare che una grande e specialissima benedizione, con l'invito a mantenere quel timore di Dio che me la rese sempre così cara ed amata, anche semplice e modesta, senza mai arrossirne: ed è il suo vero titolo di nobiltà. L'ho anche soccorsa talora nei suoi bisogni più gravi, come povero coi poveri: ma senza toglierla dalla sua povertà onorata e contenta. Prego e pregherò sempre per la sua prosperità, lieto come sono di constatare anche nei nuovi e vigorosi germogli la fermezza e la fedeltà alla tradizione religiosa dei padri, che sarà sempre la sua fortuna. Il mio più fervido augurio è che nessuno dei miei parenti e congiunti manchi alla gioia del finale eterno ricongiungimento.

Partendo, come confido, per le vie del Cielo, saluto, ringrazio e benedico i tanti e tanti che composero successivamente la mia famiglia spirituale, a Bergamo, a Roma, in Oriente, in Francia, a Venezia, e che mi furono concittadini, benefattori, colleghi, alunni, collaboratori, amici e conoscenti, sacerdoti e laici, religiosi e suore, e di cui, per disposizione di Provvidenza, fui, benché indegno, confratello, padre o pastore.

La bontà di cui la mia povera persona fu resa oggetto da parte di quanti incontrai sul mio cammino rese serena la mia vita. Rammento bene in faccia alla morte, tutti e ciascuno, quelli che mi hanno preceduto nell'ultimo passo, quelli che mi sopravvivranno e che mi seguiranno. Preghino per me. Darò loro il ricambio dal Purgatorio o dal Paradiso dove spero di essere accolto, ancora lo ripeto, non per i meriti, ma per la misericordia del mio Signore.

Tutti ricordo e per tutti pregherò. Ma i miei figli di Venezia: gli ultimi che il Signore mi pose intorno, ad estrema consolazione e gioia della mia vita sacerdotale, voglio qui nominarli particolarmente a segno di ammirazione, di riconoscenza, di tenerezza tutta singolare. Li abbraccio in ispirito tutti, tutti, del clero e del laicato, senza distinzione, come senza distinzione li amai appartenenti ad una medesima famiglia, oggetto di una medesima sollecitudine e amabilità paterna e sacerdotale. "Pater sancte, serva eos in nomine tuo quos dedisti mihi: ut sint unum sicut et nos" (Gv 17, 11).

Nell'ora dell'addio, o meglio, dell'arrivederci, ancora richiamo a tutti ciò che più vale nella vita: Gesù Cristo benedetto: la sua Santa Chiesa, il suo Vangelo, e, nel Vangelo, soprattutto il Pater noster nello spirito e nel cuore di Gesù e del Vangelo, la verità e la bontà, la bontà mite e benigna, operosa e paziente, invitta e vittoriosa.

Miei figli, miei fratelli, arrivederci. Nel nome del Padre, del Figliuolo, dello Spirito Santo. Nel nome di Gesù nostro amore; di Maria nostra e sua dolcissima Madre; di S. Giu­seppe mio primo e prediletto Protettore. Nel nome di S. Pietro, di S. Giovanni Battista e di S. Marco; di S. Lorenzo Giustiniani e di S. Pio X. Così sia.

Venezia, 29 giugno 1954

*    *   *   *   *

Sotto l'auspicio caro e confidente di Maria, mia Madre celeste, al cui nome è sacra la liturgia di questo giorno, e nell'anno LXXX della mia età, depongo qui e rinnovo il mio te­stamento, annullando ogni altra dichiarazione circa le mie volontà fatta e scritta precedentemente, a più riprese.

Aspetto e accoglierò semplicemente e lietamente l'arrivo di sorella morte secondo tutte le circostanze con cui piacerà al Signore di inviarmela.

Innanzi tutto chiedo venia al Padre delle misericordie pro innumerabilibus peccatis, offensionibus et negligentiis meis come tante e tante volte dissi e ripetei nell'offerta del mio Sacrificio quotidiano.

Per questa prima grazia del perdono di Gesù su tutte le mie colpe, e della introduzione dell'anima mia nel beato ed eterno Paradiso, mi raccomando alle preghiere suffraganti di quanti mi hanno seguito, conosciuto durante tutta la mia vita di sacerdote, di vescovo, e di umilissimo ed indegno Servo dei Servi del Signore.

Poi mi è esultanza del cuore rinnovare integra e fervida la mia professione di fede cattolica, apostolica e romana. Tra le varie forme e simboli con cui la fede suol esprimersi preferisco il «Credo della Messa» sacerdotale e pontificale dalla elevazione più vasta e canora come in unione con la Chiesa uni­versale di ogni rito, di ogni secolo, di ogni regione: dal «Credo in unum Deum patrem omnipotentem» all'«Et vitam venturi saeculi».

 Castelgandolfo, 12 sett. 1961

Discorsi Messaggi Colloqui del Santo Padre Giovanni XXIII, vol. V, p. 609-613

Giovanni XXIII

*    *   *   *   *

Mio caro fratello Severo*,

oggi è festa del tuo grande Patrono — quello del tuo nome vero e proprio che è S. Francesco Zaverio, come si chiamava il nostro caro barba ed ora felicemente il nostro nipote Zaverio.

Penso che sono passati tre anni da quando cessai di scrivere a macchina come mi piaceva tanto: e se mi sono oggi deciso a riprendere l'uso e ad adoperare macchina nuova e tutta per me, l'ho voluto fare per dirti che so di invecchiare, con tanto rumore che si è fatto per i miei 80 anni compiuti; ma che continuo a star bene e che riprendo il buon cammino ancora in buona salute anche se qualche disturbetto mi fa dire che 80 non sono né 60 né so: e per ora almeno posso continuare il buon servizio del Signore e della Santa Chiesa.

Questa lettera che volli proprio scrivere al tuo indirizzo, mio caro Severo come voce che arriva a tutti, ad Alfredo, a Giuseppino, all'Assunta, alla cognata Caterina, alla tua cara Maria, a Virginio e Angelo Ghisleni, come a tutti i componenti le nostre discendenze, desidero che sia per tutti espressione del mio affetto sempre vivo, e sempre giovane. Occupato come sono e come voi sapete in un servizio così importante a cui sono rivolti gli occhi del mondo intero, non posso dimenticare i miei diletti famigliari ai quali nelle giornate torna il mio pensiero.

Ho piacere di constatare come non potendo voi tenervi in corrispondenza personale con me come una volta voi potete tutto confidare a mons. Capovilla che vi vuole molto bene e a cui voi potete dire tutto come fareste con me stesso.

Vogliate ricordare che questa è una delle pochissime lettere private che io ho scritto ad alcuno della mia famiglia durante i passati primi tre anni del mio pontificato: e vogliate compatirmi se non posso fare di più neanche colle persone del mio sangue. Anche questo sacrificio che io mi impongo nei miei rapporti con voi fa a voi ed a me più onore e guadagna più rispetto e simpatia che voi possiate credere ed immaginare.

Ora le grandi manifestazioni di riverenza e di affezione al Papa per la ricorrenza degli 80 anni prendono fine ed io ne godo perché preferisco alle lodi ed agli auguri degli uomini la misericordia del Signore che mi ha eletto ad un impegno così grande che desidero mi sostenga fino al termine della mia vita.

La mia tranquillità personale, che fa tanta impressione nel mondo, è tutta qui. Stare alla obbedienza come ho sempre fatto, e non desiderare o pregare di vivere di più, neanche di un giorno oltre il tempo in cui l'angelo della morte mi verrà a chiamare e a prendere per il Paradiso, come confido.

Ciò non mi impedisce di ringraziare il Signore perché abbia voluto proprio scegliersi a Brusico e alla Colombera quello che doveva chiamarsi successore diretto di tanti Papi durante 20 secoli, ed a prendere il nome di Vicario di Gesù Cristo in terra.

Per questa chiamata il nome Roncalli fu portato alla conoscenza, alla simpatia e al rispetto di tutto il mondo. E voi fate bene a tenervi in umiltà come mi studio di fare anch'io, e a non lasciarvi prendere dalle insinuazioni e dalle ciancie del mondo. Il mondo non si interessa che di far soldi: godere la vita e imporsi ad ogni costo, anche se occorre disgraziatamente con prepotenza.

Gli 80 anni passati dicono a me, come a te caro Severo, e a tutti i nostri, che ciò che più conta è di tenerci ben preparati e sempre a partire d'improvviso: perché questo è ciò che più vale: assicurarci l'eterna vita confidando nella bontà del Signore che tutto vede e a tutto provvede.

Questi sentimenti amo esprimere a te, mio carissimo Severo, perché tu li trasmetta a tutti i nostri più intimi parenti della Colombera, delle Gerole, di Bonate e di Medolago e dovunque si trovino e di cui neanche conosco esattamente il paese. Lascio alla tua discrezione il modo di farlo. Penso che la Enrica potrebbe aiutarti, e don Battista anche.

Continuate a volervi bene fra di Voi tutti Roncalli componenti le nuove famiglie, e sappiate comprendermi se non posso scrivere a ciascuna famiglia. Ha ragione il nostro Giuseppino quando dice a suo fratello Papa: «Voi qui siete un prigioniero di lusso che non può fare tutto ciò che vorrebbe».

Piacemi ricordare i nomi di chi più soffre fra di voi: la cara Maria tua moglie benedetta, e la buona Rita che ha assicurato colle sue sofferenze il Paradiso per sé e per voi due che l'avete assistita con tanta carità; la cognata Caterina che mi ricorda sempre il suo e nostro Giovanni che dal cielo ci guarda, insieme coi nostri parenti Roncalli e parenti più vicini, come quelli della emigrazione Milanese.

So bene che voi avrete a subire qualche mortificazione da parte di chi vuol ragionare senza buon giudizio. Avere un Papa in famiglia, a cui si volgono gli sguardi rispettosi di tutto il mondo, e vivere — i suoi parenti — così modestamente lasciandoli nelle loro condizioni sociali! Intanto molti sanno che il Papa, figlio di umile ma onorata gente, non dimentica nessuno, ha e dimostra cuore buono per tutti i suoi più prossimi parenti: e che del resto la sua condizione è quella di quasi tutti i suoi recenti antecessori: e che l'onore di un papa non è di far arricchire i suoi parenti, ma solo di assisterli con carità secondo i loro bisogni e le condizioni di ciascuno.

Questo è e sarà uno dei titoli di onore più belli e più apprezzati di papa Giovanni, e della sua famiglia Roncalli.

Alla mia morte non mi mancherà l'elogio che fece tanto onore alla santità di Pio X: nato povero e morto povero.

È naturale che avendo io compiuto gli 80, anche tutti gli altri mi vengano dietro. Coraggio: coraggio. Siamo in buona compagnia. Io tengo sempre vicino al mio letto la fotografia che raccoglie coi loro nomi scritti sul marmo, tutti i nostri morti: nonno Angelo: barba Zaverio: i nostri venerati genitori, il fratello Giovanni: le sorelle Teresa, Ancilla, Maria, e Enrica. Oh! che bel coro di anime che ci aspettano e pregano per noi. Io penso a loro sempre. Il ricordarli nella preghiera mi dà coraggio e mi infonde letizia nella fiduciosa attesa di congiungerci a loro tutti insieme nella gloria celeste ed eterna.

Vi benedico tutti insieme ricordando le spose tutte venute ad allietare la famiglia Roncalli o passate ad accrescere la gioia di nuove famiglie di diverso nome ma di eguale sentimento. Oh! i bambini, i bambini quale ricchezza, e quale benedizione.

Vaticano, 3 dicembre 1961


* Lettera inviata da Papa Giovanni XXIII al fratello Zaverio - da Lui chiamato confidenzialmente Severo, in 3 dicembre del 1961, considerata come il suo testamento spirituale ai Roncalli.

Discorsi Messaggi Colloqui del Santo Padre Giovanni XXIII, vol. V, p. 614-617

Giovanni XXIII

L'ultima chiamata. Il testamento spirituale di Papa Giovanni Paolo II

 Totus Tuus ego sum

Nel Nome della Santissima Trinità. Amen.

«Vegliate, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà» (cfr Mt 24, 42) — queste parole mi ricordano l'ultima chiamata, che avverrà nel momento in cui il Signore vorrà. Desidero seguirLo e desidero che tutto ciò che fa parte della mia vita terrena mi prepari a questo momento. Non so quando esso verrà, ma come tutto, anche questo momento depongo nelle mani della Madre del mio Maestro: Totus Tuus. Nelle stesse mani materne lascio tutto e Tutti coloro con i quali mi ha collegato la mia vita e la mia vocazione. In queste Mani lascio soprattutto la Chiesa, e anche la mia Nazione e tutta l'umanità. Ringrazio tutti. A tutti chiedo perdono. Chiedo anche la preghiera, affinché la Misericordia di Dio si mostri più grande della mia debolezza e indegnità.

Durante gli esercizi spirituali ho riletto il testamento del Santo Padre Paolo VI. Questa lettura mi ha spinto a scrivere il presente testamento.

Non lascio dietro di me alcuna proprietà di cui sia necessario disporre. Quanto alle cose di uso quotidiano che mi servivano, chiedo di distribuirle come apparirà opportuno. Gli appunti personali siano bruciati. Chiedo che su questo vigili don Stanislao, che ringrazio per la collaborazione e l'aiuto così prolungato negli anni e così comprensivo. Tutti gli altri ringraziamenti, invece, li lascio nel cuore davanti a Dio stesso, perché è difficile esprimerli.

Per quanto riguarda il funerale, ripeto le stesse disposizioni, che ha dato il Santo Padre Paolo VI. (qui nota al margine: il sepolcro nella terra, non in un sarcofago, 13.3.92). Del luogo decidano il Collegio Cardinalizio e i Connazionali.


«Apud Dominum misericordia
et copiosa apud Eum redemptio» (Sal 129)


Giovanni Paolo II


 


Roma, 6.III.1979


Dopo la morte chiedo Sante Messe e preghiere


«Si avvicina il tramonto della mia vita terrena...» Il testamento spirituale di Papa Francesco

Miserando atque Eligendo


Nel Nome della Santissima Trinità. Amen.

Sentendo che si avvicina il tramonto della mia vita terrena e con viva speranza nella Vita Eterna, desidero esprimere la mia volontà testamentaria solamente per quanto riguarda il luogo della mia sepoltura.

La mia vita e il ministero sacerdotale ed episcopale ho sempre affidato alla Madre del Nostro Signore, Maria Santissima. Perciò, chiedo che le mie spoglie mortali riposino aspettando il giorno della risurrezione nella Basilica Papale di Santa Maria Maggiore.

Desidero che il mio ultimo viaggio terreno si concluda proprio in questo antichissimo santuario Mariano dove mi recavo per la preghiera all’inizio e al termine di ogni Viaggio Apostolico ad affidare fiduciosamente le mie intenzioni alla Madre Immacolata e ringraziarLa per la docile e materna cura.

Chiedo che la mia tomba sia preparata nel loculo della navata laterale tra la Cappella Paolina (Cappella della Salus Populi Romani) e la Cappella Sforza della suddetta Basilica Papale come indicato nell’accluso allegato.

Il sepolcro deve essere nella terra; semplice, senza particolare decoro e con l’unica iscrizione: Franciscus.

Le spese per la preparazione della mia sepoltura saranno coperte con la somma del benefattore che ho disposto, a trasferire alla Basilica Papale di Santa Maria Maggiore e di cui ho provveduto dare opportune istruzioni a Mons. Rolandas Makrickas, Commissario Straordinario del Capitolo Liberiano.

Il Signore dia la meritata ricompensa a coloro che mi hanno voluto bene e continueranno a pregare per me. La sofferenza che si è fatta presente nell’ultima parte della mia vita l’ho offerta al Signore per la pace nel mondo e la fratellanza tra i popoli.


Santa Marta, 29 giugno 2022

Francesco

«Se in quest’ora tarda della mia vita...» Il testamento spirituale di Papa Benedetto XVI

Il mio testamento spirituale


Se in quest’ora tarda della mia vita guardo indietro ai decenni che ho percorso, per prima cosa vedo quante ragioni abbia per ringraziare. Ringrazio prima di ogni altro Dio stesso, il dispensatore di ogni buon dono, che mi ha donato la vita e mi ha guidato attraverso vari momenti di confusione; rialzandomi sempre ogni volta che incominciavo a scivolare e donandomi sempre di nuovo la luce del suo volto. Retrospettivamente vedo e capisco che anche i tratti bui e faticosi di questo cammino sono stati per la mia salvezza e che proprio in essi Egli mi ha guidato bene.

Ringrazio i miei genitori, che mi hanno donato la vita in un tempo difficile e che, a costo di grandi sacrifici, con il loro amore mi hanno preparato una magnifica dimora che, come chiara luce, illumina tutti i miei giorni fino a oggi. La lucida fede di mio padre ha insegnato a noi figli a credere, e come segnavia è stata sempre salda in mezzo a tutte le mie acquisizioni scientifiche; la profonda devozione e la grande bontà di mia madre rappresentano un’eredità per la quale non potrò mai ringraziare abbastanza. Mia sorella mi ha assistito per decenni disinteressatamente e con affettuosa premura; mio fratello, con la lucidità dei suoi giudizi, la sua vigorosa risolutezza e la serenità del cuore, mi ha sempre spianato il cammino; senza questo suo continuo precedermi e accompagnarmi non avrei potuto trovare la via giusta.

Di cuore ringrazio Dio per i tanti amici, uomini e donne, che Egli mi ha sempre posto a fianco; per i collaboratori in tutte le tappe del mio cammino; per i maestri e gli allievi che Egli mi ha dato. Tutti li affido grato alla Sua bontà. E voglio ringraziare il Signore per la mia bella patria nelle Prealpi bavaresi, nella quale sempre ho visto trasparire lo splendore del Creatore stesso. Ringrazio la gente della mia patria perché in loro ho potuto sempre di nuovo sperimentare la bellezza della fede. Prego affinché la nostra terra resti una terra di fede e vi prego, cari compatrioti: non lasciatevi distogliere dalla fede. E finalmente ringrazio Dio per tutto il bello che ho potuto sperimentare in tutte le tappe del mio cammino, specialmente però a Roma e in Italia che è diventata la mia seconda patria.

A tutti quelli a cui abbia in qualche modo fatto torto, chiedo di cuore perdono.

Quello che prima ho detto ai miei compatrioti, lo dico ora a tutti quelli che nella Chiesa sono stati affidati al mio servizio: rimanete saldi nella fede! Non lasciatevi confondere! Spesso sembra che la scienza - le scienze naturali da un lato e la ricerca storica (in particolare l’esegesi della Sacra Scrittura) dall’altro - siano in grado di offrire risultati inconfutabili in contrasto con la fede cattolica. Ho vissuto le trasformazioni delle scienze naturali sin da tempi lontani e ho potuto constatare come, al contrario, siano svanite apparenti certezze contro la fede, dimostrandosi essere non scienza, ma interpretazioni filosofiche solo apparentemente spettanti alla scienza; così come, d’altronde, è nel dialogo con le scienze naturali che anche la fede ha imparato a comprendere meglio il limite della portata delle sue affermazioni, e dunque la sua specificità. Sono ormai sessant’anni che accompagno il cammino della Teologia, in particolare delle Scienze bibliche, e con il susseguirsi delle diverse generazioni ho visto crollare tesi che sembravano incrollabili, dimostrandosi essere semplici ipotesi: la generazione liberale (Harnack, Jülicher ecc.), la generazione esistenzialista (Bultmann ecc.), la generazione marxista. Ho visto e vedo come dal groviglio delle ipotesi sia emersa ed emerga nuovamente la ragionevolezza della fede. Gesù Cristo è veramente la via, la verità e la vita - e la Chiesa, con tutte le sue insufficienze, è veramente il Suo corpo.

Infine, chiedo umilmente: pregate per me, così che il Signore, nonostante tutti i miei peccati e insufficienze, mi accolga nelle dimore eterne. A tutti quelli che mi sono affidati, giorno per giorno va di cuore la mia preghiera.

29 agosto 2006

Benedictus PP XVI


 

domenica 8 marzo 2026

Aforismi Sapienza

Zeus, chi mai esso sia, se con questo nome gli è caro essere chiamato, con questo lo invoco: tutto considerato, non ho nulla che regga il confronto se non Zeus... guidando i mortali verso la sapienza, ha posto in vigore la legge che si apprenda attraverso sofferenza.
(Eschilo, Inno a Zeus dell'Agamennone, vv. 159-165 e 176-178)

Ho deciso allora di conoscere la sapienza e la scienza, come anche la stoltezza e la follia, e ho capito che anche questo è un correre dietro al vento. Infatti:
molta sapienza, molto affanno;
chi accresce il sapere aumenta il dolore.
(Qoèlet, 1 17 - 18)



giovedì 5 marzo 2026

Egli ha steso le braccia

Per inventare nuovi spazi

dove i corpi si rialzeranno,

egli ha steso le braccia:

l’uomo è liberato, il muro è crollato

su cui avevan scritto che Dio è morto.

Perché siete tristi ancora? 


      Dal quel giorno del sangue versato

      sapete ormai che tutto è grazia. 


Per trarvi fuori dalla stretta

e guidarvi in luoghi deserti,

egli ha steso le braccia:

il mare si è alzato, il popolo ha traversato

lo splendido sentiero ch’egli ha riaperto.

Perché non passare il mare?


Per trattenervi accanto a lui

trasfigurati dallo Spirito,

egli ha steso le braccia:

il velo è strappato e il libro dissigillato

che teneva nascosto il Dio vivente.

Perché non correre a lui?


Gli alberi nel mare, Elledici, 1977, pp. 32-33

Didier Rimaud (1922 - 2023), gesuita francese, poeta, compositore, musicista, traduttore


domenica 1 marzo 2026

«Entra anche tu nella pace del tuo Signore!» Il testamento di Don Primo Mazzolari

 Il 4 agosto 1954 aveva stilato il suo « testamento spirituale », un vero capolavoro di mistica sacerdotale.

Non possiedo niente. La roba non mi ha fatto gola e tanto meno mi ha occupato.

Non ho niente e sono contento di non aver niente da darvi.

Intorno al mio altare, come intorno alla mia casa e al mio lavoro, non ci fu mai «suon di denaro»: il poco che è passato nelle mie mani – avrebbe potuto essere molto, se ci avessi fatto caso – è andato dove doveva andare.

Chiudo la mia giornata, come credo di averla vissuta, in piena comunione di fede e di obbedienza alla chiesa e in sincera e affettuosa devozione verso il Papa e il vescovo.

Dopo la messa, il dono più grande è stata la parrocchia. Ho inteso rimanere in ogni circostanza sacerdote e padre di tutti i miei parrocchiani. Se non ci riuscii non fu per mancanza di cuore, ma per le naturali difficoltà.

Verso la casa dell'Eterno, che non conosce assenti, mi avvio confortato dal perdono di tutti, che torno a invocare ai piedi di quell’altare che ho salito tante e tante volte con povertà sconfinata, sperando che nell'ultima messa il Sacerdote Eterno, dopo avermi posto sulla croce, mi serri tra le sue braccia, dicendo anche a me: «Entra anche tu nella pace del tuo Signore!»

Don Primo Mazzolari, 4 agosto 1954 

Da: G. Orrù, Uomini come altri, Roma, Ed. Rogate, 1977, p. 152 - 153

Primo Mazzolari

Una preghiera! Un ricordo! Il testamento di San Bartolo Longo

O fratelli e sorelle in Gesù Cristo! O divoti della Madonna di Valle di Pompei esistenti in ogni terra cristiana! Giammai mi prese tanto ardente desiderio di comunicarvi l’animo mio, come in queste ore tormentose!

Da lunghissimi mesi un’infermità ribelle alle cure dell’uomo mi ha tolto all’usuale lavoro, alle mie predilette occupazioni, alla mia ininterrotta attività, costringendomi ad una penosissima esistenza. Sento sgorgare dal fondo dell’animo mio il grido del santo Giobbe: Spiritus meus attenuabitur... In amaritudinibus moratur oculus meus...[ Il mio respiro è affannoso... Fra i loro insulti veglia il mio occhio ](Gb 17,1-2)

Benedetta sia la mano del Signore!

Dall’alba alla sera, durante le lunghe, amarissime vigilie, io non mi stanco di adorare la sua santa volontà e di benedirne i sapientissimi e misericordiosissimi disegni.

Oramai vi posso dire, o fratelli e sorelle, che il mio pane sono le lagrime e le preghiere.

E pure il bisogno che la mia voce rivolta al Signore e alla carissima Madre e Regina del Santo Rosario sia corroborata da quella di anime fedeli e sincere è ardentissimo nel mio cuore ed è questa la preghiera ch’io voglio indirizzarvi dal letto de’ miei dolori.

O fratelli e sorelle! Per cinquant’anni e più, dall’istante che una prima pietra scese per iniziare Te fondamenta di questo Tempio in cui la Regina del Rosario ha mostrato di trovar le sue celesti compiacenze, dal momento che un primo cuore, un'anima a me sconosciuta si rivolse invocante preghiere, da quell’ora che la Madonna con un primo prodigio iniziò le meraviglie di Valle di Pompei, io non mi sono mai, mai stancato di pregare per ogni dolore, per ogni affanno, per ogni calamità.

Era la preghiera d'un povero peccatore, è vero, ma era pure un desiderio sincero, una brama ardente delle altrui consolazione, del benessere del prossimo: era insomma quanto poteva far l’anima mia, confidando nella onnipotenza di Dio e nella intercessione della sua Madre Divina.

Quale giorno ho dimenticato i benefattori e i divoti di Valle di Pompei? In quale ora io non ho invocato Maria per i suoi figlioli sparsi per ogni terra della cristianità?

E voi pure, o sorelle e fratelli in Gesù, voi pure avete pregato per me, come tante volte mi avete attestato e come, più spesso, ho dovuto riconoscere nel veder compiute opere e intraprese che sarebbero state follie soltanto ad immaginare, senza una straordinaria benedizione del Cielo, senza l’altrui spirituale cooperazione.

Ma ora più che mai io ho bisogno di preghiere, ora più che mai l’anima mia confida nella vostra divozione, nella vostra bontà.

Innalzatela dunque una preghiera speciale al Signore, o fratelli e sorelle, rivolgete un più fidente e affettuoso grido alla nostra cara Madre è Regina perché si degni di rivolgere dal suo trono uno sguardo pietoso sul suo vecchio, sofferente servitore.

Quale sarà l’alba del mio domani?

É il pensiero che mi persiste nella mente, ma a cui quando pure con calma e con grande rassegnazione, con quella rassegnazione che il Signore si compiace di donarmi in queste ore di tribolazioni e di prove.

Ma che importa il domani della mia povera vita, della mia tribolata esistenza?

O fratelli e sorelle, alla preghiera aggiungete un ricordo!

Con la vostra carità, con la vostra generosità voi, da cinquant’anni e più, avete alimentato un vero popolo di piccole anime così care a Dio e alla Madonna e le donate ricche di religiosità e di utili conoscenze alla società; con la vostra fede, con la vostra divozione e con le vostre elargizioni avete reso celebre per bellezza e suntuosità questo Tempio del Rosario. Per le mie mani son passati veri fiumi di danaro, fiumi di cui le sorgenti erano ne' vostri cuori, fiumi che sono scesi ad irrigare una squallida Valle e renderla un prodigioso giardino, fiumi che hanno prodotto opere meravigliose a cui guardiamo benedicendo il Signore, ringraziando voi e rallegrandoci di poter discender nella tomba, quando che sia, ripetendo le parole del santo Giobbe: Nudus egressus sum de utero matris meae et nudus revertar illuc… [Nudo uscii dal grembo di mia madre e nudo vi ritornerò...] (Gb 1,21)

Ma, ohimè, che sarebbe se per poco s’interrompesse questo slancio della vostra beneficenza e del vostro amore?

Non si estinguano, dunque, queste sorgenti della vostra carità!

Chi di voi ha dato in limitata o in generosissima misura o fino al punto talvolta da rasentare il prodigio, chi di voi, ripeto, ha dovuto mai pentirsi d’esser stato così caritatevole?

Continuate, continuate, senza l’interruzione neppure d’un minuto solo nell’opera del vostro amore e della vostra carità.

Vada la vostra preghiera per le mie sofferenze, per i bisogni dell’anima mia; vadano le vostre nobili obla-zioni per il popolo de’ miei figlioli, per quelli che ora vedo e benedico, per tutti quelli che verranno un giorno e ch’io amerò con più perfetto amore, quando si saranno chiusi questi occhi mortali. 

Ricordate infine che non da ieri data la nostra incondizionata, illimitata, fiduciosissima rinunzia fatta al Vicario di Gesù Cristo di quanto si riferisce al Santuario e a tutte le annesse Opere di cristiana beneficenza.

Ricordate che dal giorno della rinunzia ad oggi, la sapienza del Papa e lo zelo ardente di chi lo ha rap-presentato sono stati di immenso giovamento a queste istituzioni; che anzi non solo se ne sono avvantaggiate, ma si sono consolidate su più duraturo fondamento e hanno prodotto uno sviluppò sempre più crescente.

All’Eminentissimo Cardinal Augusto Silj che fu uomo zelantissimo e tutto acceso d’amore per Gesù, per Maria, per le anime innocenti, è succeduto un Prelato oltremodo insigne per pietà, per saggezza, per doti preclarissime di governo: io vi parlo del venerato attuale Rappresentante del Papa, Monsignor Carlo Cremonesi.

Queste ragioni più che ogni altra starei per dire alimentino e accrescano la vostra generosità.

O fratelli e sorelle! Come mai mi riuscirebbe di esprimervi e di enumerarvi tutto quello ch’io dovrò dire per voi, giunto quando sarò, al trono della carissima Madre e Regina del santo Rosario?!...

Negli anni mortali, in mezzo a tanti affanni e a tante occupazioni, giammai m’è sfuggito neppure un solo o minimo particolare di ciò che voi – che pur formate migliaia, migliaia e migliaia – avete fatto per questo Tempio e per le sue Opere, per l’onore di Dio e per la gloria della Madonna.

Oh, quanto più mi saranno vivi e luminosi questi ricordi, spogliato del mortale ingombro, avvicinatomi al mare della luce infinita! Fate ch’io allora debba senza termine pregare non solo per ciò che voi avete fatto nella mia vita, ma, vorrei dire quasi di più, per quanto voi farete allorché al Signore, o presto o tardi, piacerà di togliermi agli affanni della terra.

Con quale inenarrabile gioia vedrò intorno al trono della Celeste Regina non solo quella schiera di santi uomini che mi furono di luce, di consiglio, d’incoraggiamento, ma anche tutto lo stuolo innumerevole dei primi benefattori, dei primi zelatori, dei primi divoti di questo Santuario e delle sue Opere!...

Fratelli e sorelle! Io provo un profondo conforto, io sento un’incrollabile sicurezza nella continuazione della vostra beneficenza, della vostra carità, della vostra generosità, della vostra preghiera, e questo bene che farete l’attribuisco a un sorriso celeste, a un’altra prova di celestiale amore e di protezione che la Regina del Rosario vuol dare al suo vecchio, affezionatissimo per quanto indegno servitore.

Festa dell’Assunta del 1926.

Avv. Bartolo Longo


*   *   *   *

Molte volte, arrivati – dopo lotte e dolori non pochi – al compimento d’un opera voluta dal Cielo, abbiamo detto dal fondo dell’animo: O Signore, sciogli ora i lacci di questa povera anima.
Vivo come sempre e incessante è anche ora in noi il desiderio del Cielo, anzi esso è ormai il nostro unico desiderio.

(8 maggio 1926)

Da: S. Piccolo, Bartolo Longo. L'uomo della Valle, Napoli - Roma, Ed. LER, 1980, p. 95 - 99

San Bartolo Longo (1841 - 1926), avvocato, filantropo e pedagogo, fondatore della Congregazione delle Suore del Rosario e promotore del santuario di Pompei (Napoli)


sabato 28 febbraio 2026

Francesco di Assisi secondo Le Goff

Con i mercanti e gli intellettuali, dunque, la città diventa la culla di una civiltà.

Lo prova una personalità immensa: Francesco d'Assisi, Francesco di Bernardone (1181 o 1182-1266), figlio di un mercante di panni, nato nel momento in cui le città diventano poli di potere. Un conflitto ricorrente segna la sua giovinezza: la lotta di Assisi, sua città natale, con Perugia. Nel 1198 partecipa come cavaliere alla guerra tra i due Comuni. Viene fatto prigioniero. Nel 1205 vuole nuovamente andare a combattere contro i partigiani dell'Impero. Si ammala. Subito dopo rompe clamorosamente con suo padre e con il suo ambiente.

Nel 1209 fonda con qualche compagno un ordine mendicante, dunque mobile, radicalmente distinto dai monaci che per definizione sono sedentari. In tal modo Francesco reagisce alla comparsa dei «nuovi poveri», i miserabili delle città. E, logicamente, ritroviamo in lui la problematica centrale dell'universo mercantile da cui proviene: quella del denaro. «Si giunge prima al cielo da una capanna che da un palazzo», diceva insediandosi su un fazzoletto di terra accanto all'umile cappella della Porziuncola. Preferisce le strade, le piazze, le piccole dimore.

Quando, dopo rapporti difficili con la curia pontificia, scrive la sua Regola del 1221 (che poi la curia gli impose di rifare) Francesco mostra la sua volontà di vivere come un frate «minore», cioè umile, piccolo. Porta il Vangelo a «tutti bambini e neonati, poveri e ricchi, re e principi, lavoratori e agricoltori, servi e signori; a tutte le vergini, continenti e maritate, ai laici, uomini e donne, a tutti i bambini, adolescenti, giovani e vecchi, sani e malati, a tutti gli umili e ai grandi, e a tutti i popoli, famiglie, tribù e lingue, a tutte le nazioni e a tutti gli uomini, ovunque sulla terra». Con quello che diventerà il «Terzo ordine», inventa una forma inedita, duttile e nuova, di vita religiosa nel secolo, nella città. Il Terzo ordine (lo stesso avverrà presso i domenicani e gli altri ordini mendicanti) accoglie infatti persone intenzionate a seguire la spiritualità francescana senza per questo vivere in comunità, senza rompere con la loro vita familiare o professionale. Francesco rende popolare una vita religiosa non clericale, laica.

È vero, Francesco non è portatore di una dottrina economica. Tuttavia ha coscienza dell'economia. Rompendo con la sua famiglia e i mercanti di panni, intende applicare alla lettera il capitolo 10 del Vangelo secondo Matteo: «Ciò che avete avuto gratuitamente, datelo gratuitamente. Non portate né oro né argento nelle vostre cinture, né sacchi per via, né due tuniche, né calzari, né bastone (...) In qualsiasi città o villaggio entrerete, informatevi su chi è degno di ricevervi e dimorate presso di lui fino alla vostra partenza. Entrando in quella casa, salutate dicendo: "Pace a questa dimora!"».

Francesco si erge contro quello che qualcuno recentemente ha chiamato l'«orrore economico». Lo fa con un'intelligenza e un rigore di cui non vedo eguali presso gli attuali avversari della globalizzazione. Giacché non si limita a rifiutare: si interroga. Ha scelto la povertà ma non mette in causa la sincerità, la buona fede reale dei mercanti. Rispetto al denaro si attiene al principio che adotterà in tutti i campi: impone la sua regola solo a se stesso e ai suoi confratelli, non la estende all'intero corpo sociale. Va fino in fondo alla sua vocazione, lasciando liberi gli altri di ascoltarlo e di trarne le loro conseguenze.

Così si spiega il prestigio dei Frati minori e la loro popolarità tra gli ordini mendicanti. Frequentano il ricco e il povero, il potente e il debole, ma stanno nel mondo senza essere del mondo, aspettando che in chi li ascolta si compia dall'interno il cambiamento, la conversione.

A Francesco ripugna l'esercizio del potere, al punto che ha molto esitato a fondare il proprio ordine. Non propone altro programma che la beata povertà, la lode e lo stupore davanti alla Creazione. In lui non vi è utopia, nessuna attesa millenaristica di un grande crepuscolo o di una società perfetta. I francescani, secondo Francesco, non hanno la vocazione al governo. Sono lievito nella crescita del benessere, testimonianza costante di un'inquietudine che deve richiamare ricchi e potenti ai loro doveri.

Jacques Le Goff - Jean-Maurice de Montremy, Alla ricerca del Medioevo, Roma-Bari, Ed. Laterza, 2003, p. 83

Jacques Le Goff

Il Medioevo di Le Goff

#Aforismi Medioevo

Se studiate il Medioevo vi accorgerete che è diverso da ciò che siamo, da ciò che l'Europa è oggi diventata. Avrete come l'impressione di fare un viaggio all'estero. Occorre non dimenticare che gli uomini e le donne di questo periodo sono i nostri antenati, che il Medioevo è stato un momento essenziale del nostro passato, e che quindi un viaggio nel Medioevo potrà darvi il duplice piacere di incontrare insieme l'altro e voi stessi. (Jacques Le Goff, Il Medioevo raccontato da Jacques Le Goff 2015)

Abbiamo visto come qualcuno, ancora oggi, consideri il Medioevo come un’epoca negativa o spregevole, allo stesso tempo violenta, oscura, ed ignorante. Sappiamo adesso che questa immagine è falsa, anche se vi è stato certamente un Medioevo di violenza.

Il Medioevo mi ha affascinato perché aveva il potere quasi magico di rendermi spaesato, di strapparmi dai problemi e dalle mediocrità del presente e al tempo stesso di rendermelo più vivido e chiaro.

Il medioevo è stato anche, e ritengo persino innanzitutto, una grande epoca creatrice. Lo si vede nel campo delle arti, delle istituzioni (ad esempio le università), soprattutto nelle città, o ancora per quanto riguarda le conquiste del pensiero. La filosofia chiamata “Scolastica” ha raggiunto vette altissime di sapere.

Come dice il nome, il Medio Evo è stato sempre considerato come un periodo di passaggio, di transito tra l’Antichità e la Modernità, ma passaggio significa soprattutto sviluppo e progresso. Nel Medio Evo progressi straordinari ci sono stati in tutti i campi, con i mulini a vento e ad acqua, l’aratro di ferro, la rotazione delle culture da biennale a triennale.

Il Medioevo è per noi una gloriosa collezione di pietre: cattedrali e castelli. Ma queste pietre rappresentano soltanto un'infima parte di quello che c'era. (La civiltà dell'Occidente medievale)

La realtà storica ha due lati. Uno è composto da fatti, eventi e realtà materiali e l'altro da idee, immagini e sogni. (The Medieval Imagination / L'immaginario medievale)

I secoli bui non sono mai esistiti.

Il Medioevo non finisce nel XV secolo, ma si prolunga fino alla Rivoluzione industriale. (Faut-il vraiment découper l'histoire en tranches?)


Jacques Le Goff

Il Medioevo di Eco

#Aforismi Medioevo

Il Medioevo è il periodo che, iniziando mentre l’Impero romano si dissolve, fondendo la cultura latina con quella dei popoli che hanno gradatamente invaso l’impero, con il cristianesimo come collante, dà vita a quella che chiamiamo oggi Europa, con le sue nazioni, le lingue che ancora parliamo e le istituzioni che, sia pure attraverso cambiamenti e rivoluzioni, sono ancora le nostre. 

Il Medioevo non è un secolo. Non è un secolo, come il Cinquecento o il Seicento, né un periodo preciso dalle caratteristiche riconoscibili, come il Rinascimento, il barocco o il Romanticismo. È una serie di secoli che è stata così definita per la prima volta da un umanista, Flavio Biondo, vissuto nel XV secolo. 

Convenzionalmente la fine del Medioevo è stata fissata al 1492, anno della scoperta dell’America e della cacciata dei Mori dalla Spagna. 

Bisogna avvicinarsi alla storia del Medioevo con la persuasione che di medioevi ce ne siano stati molti, e se non altro attenersi a un’altra datazione, anch’essa troppo rigida, ma che almeno tiene conto di alcune svolte storiche. Così si suole distinguere l’alto Medioevo, che va dalla caduta dell’impero romano all’anno Mille (o almeno a Carlo Magno), un Medioevo di mezzo, che è quello della cosiddetta rinascita dopo il Mille, e infine un basso Medioevo che, malgrado le connotazioni negative che un termine come “basso” può suggerire, è l’epoca gloriosa in cui Dante finisce la Commedia, scrivono Petrarca e Boccaccio e fiorisce l’umanesimo fiorentino. 

Il Medioevo non è solo un periodo della civiltà europea. Per intanto vi è il Medioevo occidentale e quello dell’impero d’Oriente, che rimane ancora vivo tra gli splendori di Bisanzio per mille anni dopo la caduta di Roma. Negli stessi secoli fiorisce una grande civiltà araba, mentre in Europa circola, più o meno clandestina, ma vivacissima, una cultura ebraica. 

Il Medioevo non aveva solo una visione cupa della vita. È vero che il Medioevo è ricco di timpani di chiese romaniche abitati da diavoli e supplizi infernali, che vi circola l’immagine del Trionfo della Morte; che è un’epoca di processioni penitenziali, spesso di nevrotica attesa della fine, che le campagne e i borghi sono attraversati da torme di mendicanti e di lebbrosi, che la letteratura è spesso allucinata da viaggi infernali. Ma al tempo stesso è l’epoca in cui i goliardi celebrano la gioia di vivere, e soprattutto è l’epoca della luce.

Tuttavia quello che caratterizza il Medioevo occidentale è la sua tendenza a risolvere ogni apporto culturale di altre epoche o civiltà in termini cristiani.

Proprio per sfatare la leggenda degli evi bui, è infatti opportuno riflettere sul gusto medievale per la luce. Il Medioevo identificava la bellezza (oltre che con la proporzione) con la luce e il colore, e questo colore era sempre elementare: una sinfonia di rosso, azzurro, oro, argento, bianco e verde, senza sfumature e chiaroscuri, dove lo splendore si genera dall’accordo d’insieme anziché farsi determinare da una luce che avvolge le cose dall’esterno o far stillare il colore oltre i limiti della figura. Nelle miniature medievali la luce sembra irradiarsi dagli oggetti.

Il Medioevo non era un’epoca in cui nessuno osava superare i limiti del proprio villaggio. Si sa benissimo che è stato un’epoca di grandi viaggi, e basti pensare a Marco Polo. La letteratura medievale è piena di resoconti di viaggi affascinanti, anche se ricchi di elementi leggendari, e grandi navigatori erano stati i Vichinghi e i monaci irlandesi, per non dire delle Repubbliche marinare italiane. Ma soprattutto il Medioevo è stato un’epoca di pellegrinaggi.

Il Medioevo non è stato solo un’epoca di mistici e rigoristi. Il Medioevo, epoca di grandi santi e di potere incontrastato della Chiesa, di influenza delle abbazie, dei grandi monasteri, dei vescovi delle città, non è stato tuttavia soltanto un’epoca dai costumi severi, insensibile alle attrattive della carne e delle gioie sensibili in generale. Tanto per cominciare sono i troubadours provenzali e i minnesänger tedeschi a inventare l’amor cortese come passione casta ma ossessiva per una donna inaccessibile, e pertanto, a detta di molti, a inventare l’amore romantico nel senso moderno del termine. 

Il Medioevo inventa le libertà comunali e un concetto di libera partecipazione di tutti i cittadini ai destini della città, e ancora oggi nei palazzi di quei comuni risiedono le nostre autorità cittadine. In queste stesse città nascono le università: la prima appare, sia pure in forma embrionale, nel 1088 a Bologna.

Infinite sono le invenzioni medievali che ancora usiamo come se fossero cosa del nostro tempo: il camino, la carta (che sostituisce la pergamena), i numeri arabi (adottati nel XIII secolo con il Liber Abaci di Leonardo Fibonacci), la partita doppia e, con Guido d’Arezzo il nome delle note musicali – e qualcuno elenca anche bottoni, mutande, camicia e guanti, cassetti dei mobili, pantaloni, carte da gioco, scacchi, i vetri alle finestre. Nel Medioevo iniziamo a sederci a tavola (i Romani mangiavano sdraiati), a usare la forchetta, e appare l’orologio a scappamento, diretto antenato dei nostri orologi meccanici.

L’uomo medievale vedeva il mondo come una foresta piena di pericoli ma anche di rivelazioni straordinarie, e la Terra come una distesa di Paesi remoti popolati da esseri splendidamente mostruosi.

Forse nessuno ha mai espresso meglio questo tratto della psicologia medievale di Johan Huizinga nel suo Autunno del Medioevo: “Di nessuna grande verità lo spirito medievale era tanto convinto quanto delle parole di san Paolo ai Corinzi: Videmus nunc per speculum in aenigmate, tunc autem facie ad faciem (ora vediamo oscuramente come attraverso uno specchio, allora invece vedremo direttamente). Il Medioevo non ha mai dimenticato che qualunque cosa sarebbe assurda, se il suo significato si limitasse alla sua funzione immediata e alla sua forma fenomenica, e che tutte le cose si estendono per gran tratto nell’aldilà.

Umberto Eco

Io no

C'è qualcuno che fa di tutto

Per renderti la vita impossibile.

C'è qualcuno che fa di tutto

Per rendere questo mondo invivibile.

...

Io no, io no, io no, io no!


C'è qualcuno che dentro a uno stadio

si sta ammazzando per un dialetto.

E c'è qualcuno che da quarant'anni

continua a dire che è tutto perfetto.


C'è qualcuno che va alla messa

e si fa anche la comunione

e poi se vede un marocchino per strada

vorrebbe dargliele con un bastone.


Ma a questo punto hanno trovato

un muro, un muro duro molto, molto duro.

A questo punto hanno trovato un muro

un muro duro, molto, molto duro

siamo noi, siamo noi, siamo noi, siamo noi!

...

E c'è qualcuno che in una pillola

cerca quello che non riesce a trovare

allora pensa di poter comprare

ciò che la vita gli può regalare.

Io no, io no, io no, io no!


Ci sono bimbi che non han futuro

perché magari qualcuno ha deciso.

Ci sono bimbi che non nasceranno

e se ne vanno dritti in Paradiso.

Perché da noi non c'è posto per loro

o solamente non erano attesi.

Ci sono bimbi che non nasceranno

Perché gli uomini si sono arresi.

...

Ma a questo punto hanno trovato un muro

un muro duro, molto, molto duro.

A questo punto hanno trovato un muro

un muro duro, molto, molto duro.

Siamo noi, siamo noi

siamo noi, siamo noi, siamo noi, siamo noi!

...

Oh ragazzi, so che è strano parlare 

di questa cosa mentre se balla,

ma anche quando sei in pista per ballare 

non bisogna mai smetti di pensare.

Che sono tanti le cose da cambierà e che bisogna cominciare

Siamo noi, siamo noi, siamo noi!

Vorrei vedere i fratelli africani

aver rispetto per quelli italiani.

Vorrei vedere i fratelli italiani

aver rispetto per quelli africani.

...per quelli americani.

...per quelli africani.

E quelli americani 

per quelli italiani.

Quelli milanesi per quelli palermitani, napoletani

Roma, Palermo, Napoli, Torino

Get down!


Siamo noi, siamo noi, get down!

C'è qualcuno che fa di tutto

Per renderti la vita impossibile

C'è qualcuno che fa di tutto

Per render questo mondo invivibile!

A questo punto hanno trovato un muro

Un muro duro, molto, molto duro

A questo punto hanno trovato un muro

Un muro duro, molto, molto duro

Siamo noi, siamo noi

...

Siamo noi, siamo noi

Con i piedi, con le mani

Con i piedi, con le mani

Con i piedi, con le mani

Con i piedi, con le mani

Get down!


Jovanotti




mercoledì 25 febbraio 2026

Il legame intrinseco tra il cristianesimo e la storia europea

L’identità europea può essere compresa e promossa solo in riferimento alle sue radici giudaico-cristiane. Il fine di proteggere l’eredità religiosa di questo continente, però, non è semplicemente quello di salvaguardare i diritti delle sue comunità cristiane, né si tratta in primo luogo di preservare particolari abitudini o tradizioni sociali, che comunque variano da un posto all’altro e nella storia. È soprattutto un riconoscimento di un fatto. Inoltre, tutti sono beneficiari del contributo che i membri delle comunità cristiane hanno dato e continuano a dare per il bene della società europea. Basti ricordare alcuni sviluppi importanti della civiltà occidentale, specialmente i tesori culturali delle sue imponenti cattedrali, l’arte e la musica sublime e i progressi nella scienza, per non parlare della crescita e della diffusione delle università. Questi sviluppi creano un legame intrinseco tra il cristianesimo e la storia europea, una storia che deve essere apprezzata e celebrata.

In modo particolare, penso ai ricchi principi etici e ai modelli di pensiero che costituiscono il patrimonio intellettuale dell’Europa cristiana. Questi sono essenziali per salvaguardare i diritti donati da Dio e la dignità inerente di ogni persona umana, dal concepimento fino alla morte naturale. Sono fondamentali anche per rispondere alle sfide presentate da povertà, esclusione sociale, privazione economica, come anche dalla crisi climatica, dalla violenza e dalle guerre in corso. Assicurare che la voce della Chiesa continui a essere udita, non ultimo attraverso la sua dottrina sociale, non significa ripristinare un’epoca del passato, ma garantire che risorse fondamentali per la cooperazione futura e l’integrazione non vadano perse.

Discorso ai membri del gruppo "European conservatives and reformists" del Parlamento europeo, 10 dicembre 2025

Leone XIV

Aforismi Radici cristiane dell'Europa

L'origine cristiana dell'Europa è una evidenza storica. Se l'Europa ignora le sue radici cristiane cesserà di essere una civiltà e di essere solo un mercato. La tortura è stata abolita in Europa solo perché la vita moderna lo è diventata. (Carlo Dante)

L’Europa ha bisogno di Cristo e del Vangelo, perché lì affondano le radici di tutti i suoi popoli. (Giovanni Paolo II)

Le radici cristiane del nostro continente dalle quali è cresciuta la cultura e il progresso della civiltà dei nostri tempi. Non si tagliano le radici dalle quali si è cresciuti. (Giovanni Paolo II, Angelus 20 giugno 2004)

Le radici dell'Europa sono cristiane. Se vengono recise, l'Europa non può prosperare. All'anti-spirito del materialismo e al caos del nichilismo dobbiamo opporre con convinzione l'immagine di un ordine cristiano determinato dai principi di giustizia e carità. (Konrad Adenauer)

Tra le radici della società e delle Nazioni europee vi è certamente il Cristianesimo con le sue fonti letterarie e monumentali. (Leone XIV)

martedì 17 febbraio 2026

Preghiera dell'anima innamorata

Mio Signore, mio Amato, se non compi quello che io ti chiedo perché ancora ti ricordi dei miei peccati, fai pure, o Dio mio, riguardo ad essi la tua volontà, che è quanto io cerco di più; usa la tua bontà e misericordia e sarai conosciuto in essi. E se tu attendi le mie opere per concedermi ciò di cui ti prego, concedimele e compile tu e vengano pure le pene che tu desideri accettare da me, ma se tu non aspetti le mie opere, che cosa aspetti, o clementissimo mio Signore? Perché tardi? Se infine deve essere grazia e misericordia quella che ti chiedo nel tuo Figlio, accetta il mio piccolo contributo perché lo vuoi e concedimi questo bene, poiché vuoi anche questo.

Chi potrà mai liberarsi dal suo modo di agire e dalla sua condizione imperfetta, se tu, o Dio mio, non lo sollevi a te in purezza di amore?

Come si innalzerà a te l’uomo generato e cresciuto in bassezza, se tu, o Signore, non lo sollevi con la mano con cui lo creasti?

Non mi toglierai, Dio mio, quanto una volta mi hai dato nel tuo unico Figlio Gesù Cristo, nel quale mi hai concesso tutto ciò che io desidero; perciò io mi rallegrerò pensando che tu non tarderai, se io attendo.

Perché indugi a lungo, potendo tu subito amare Dio dentro il tuo cuore?

Miei sono i cieli e mia la terra, miei sono gli uomini, i giusti sono miei e miei i peccatori. Gli Angeli sono miei e la Madre di Dio, tutte le cose sono mie. Lo stesso Dio è mio e per me, poiché Cristo è mio e tutto per me.

Che cosa chiedi dunque e che cosa cerchi, anima mia?

Tutto ciò è tuo e tutto per te.

Non ti fermare in cose meno importanti e non contentarti delle briciole che cadono dalla mensa del Padre tuo.

Esci fuori e vai superba della tua gloria. Nasconditi in essa e gustala ed otterrai quanto chiede il tuo cuore.

Opere, p. 108

San Giovanni della Croce (1540 - 1591), al secolo Juan de Yepes Álvarez, presbitero e poeta spagnolo, cofondatore dell'Ordine dei Carmelitani scalzi

lunedì 16 febbraio 2026

Il discorso di Mileto. Il testamento di Paolo

Trovandosi a Milèto, Paolo fece venire da Efeso i responsabili di quella comunità. Quando arrivarono, Paolo disse loro: «Voi sapete come io mi sono comportato con voi per tutto questo tempo: dal primo giorno che arrivai in Asia fino a oggi. Ho lavorato per il Signore con profonda umiltà. Ho sofferto e ho anche pianto. Ho dovuto subire le insidie dei capi ebrei a rischio della vita. Voi sapete che non ho mai trascurato quello che poteva esservi utile: non ho mai cessato di predicare e di istruirvi sia in pubblico che nelle vostre case. A tutti, Ebrei e Greci, ho raccomandato con insistenza di cambiar vita, di tornare a Dio e di credere nel Signore nostro Gesù.

Ed ora, ecco: io devo andare a Gerusalemme senza sapere quel che mi accadrà. È lo Spirito Santo che mi costringe. Durante tutto questo viaggio lo Spirito Santo mi sta dicendo che mi aspettano catene e tribolazioni. Tuttavia, quel che più mi importa non è la mia vita, ma portare a termine la mia corsa e la missione che il Signore Gesù mi ha affidato: annunziare a tutti che Dio ama gli uomini.

Ecco: io sono passato in mezzo a voi annunziando il regno di Dio; ora so che voi tutti non vedrete più il mio volto. Per questo, oggi, vi dichiaro solennemente che se qualcuno di voi non accoglie il Signore, io non ne ho colpa. Io infatti non ho mai trascurato di annunziarvi tutta la volontà di Dio».

Atti degli Apostoli 20,17-27 (TILC)

La Croce di Gesù: scandalo e follia

Da sempre nel cristianesimo ciò che appare “scandalo e follia” è l’evento della croce e, di conseguenza, anche le metafore e i segni della croce. Al cristiano si ripresenta la tentazione di “svuotare la croce”, come denuncia Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi (1,17), così come al non cristiano la croce e la sua logica appaiono disumane se non un falso tentativo di interpretazione della sofferenza. Questo da sempre. Ma oggi – in questi nostri tempi contrassegnati nel mondo occidentale dal benessere materiale, dall’abbondanza di ricchezze e di comodità, dalla ricerca di piacere a basso prezzo, dalla convinzione che tutto ciò che è tecnicamente possibile ed economicamente ottenibile è per ciò stesso lecito e auspicabile – dobbiamo constatare che la rimozione della croce è quotidianamente attestata in mille modi, a volte rozzi, a volte molto sottili, e il fondamento stesso del cristianesimo ha perso evidenza, risulta sbiadito, annebbiato. Si pensi al tentativo di presentare la vita cristiana soltanto sotto il segno della resurrezione, quasi fosse una festa continua; si pensi alle energie spese per presentare ai giovani un vangelo accattivante perché liberato dalle esigenze della “rinuncia” (elemento essenziale della stessa liturgia battesimale, oggi ridotto a termine impronunciabile), della disciplina, del rinnegamento di sé, del prendere su di sé la croce (espressioni evangeliche oggi considerate “sconvenienti” a pronunciarsi); si pensi alla scena, cui si assiste sempre più frequentemente nello spazio ecclesiale, di retori gnostici non cristiani che declinano a loro modo la fede cristiana, riproponendo ai credenti un cristianesimo svuotato dalla follia della croce e arricchito dal discorso intellettuale persuasivo. Ormai Celso non è più il filosofo del II secolo che denigrava i cristiani a causa del loro Signore – un crocifisso – e della composizione sociologica – estremamente povera – della chiesa: no, il nuovo Celso elogia e loda un Gesù che è maestro di filantropia e adula i cristiani così importanti e determinanti nella pólis, ma per fare questo annebbia, oscura, relega nell’oblio ciò che è l’evento fondatore e ispiratore della vita cristiana. E accanto al nuovo Celso c’è il nuovo imperatore, che come l’antico tratteggiato da Ilario di Poitiers, il grande padre della chiesa del IV secolo, “è insidioso e lusinga, non ci flagella la schiena, ma ci accarezza il ventre; non ci confisca i beni (dandoci così la vita), ma ci arricchisce per darci la morte; ci spinge non verso la libertà mettendoci in carcere, ma verso la schiavitù invitandoci e onorandoci nel palazzo; non ci colpisce il corpo, ma prende possesso del cuore; non ci taglia la testa con la spada, ma ci uccide l’anima con il denaro” (Liber contra Constantium 5). Così, senza essere contestata visibilmente e direttamente, la croce è svuotata! Eppure, con quanta insistenza e con che forza Giovanni Paolo II ritorna a chiedere ai cristiani di “non svuotare la croce di Cristo”!

Almeno una volta all’anno, al venerdì santo, la croce è posta davanti ai fedeli in tutta la sua realtà e la sua verità: c’è Gesù di Nazaret, un uomo, un rabbi, un profeta che è appeso a un legno nella nudità assoluta, un uomo crocifisso che appare anatema, scomunicato, indegno del cielo e della terra, un uomo abbandonato dai suoi discepoli, un uomo che muore disprezzato da quanti sono testimoni del suo supplizio ignominioso. Quell’uomo è Gesù il giusto, che muore così a causa del mondo ingiusto in cui ha vissuto, quell’uomo è il credente fedele a Dio anche se muore come peccatore abbandonato da Dio, quell’uomo è il Figlio di Dio cui il Padre darà risposta nel passaggio dalla morte alla resurrezione. Eppure questo evento della croce, avvenuto a Gerusalemme il 7 aprile dell’anno 30 della nostra era, può essere svuotato anche attraverso le sue metafore o i suoi segni, e noi cristiani dobbiamo restare vigilanti per non finire come gli uomini “religiosi” di ogni tempo che sentono nella crocifissione uno scandalo, o come i “sapienti” di questo mondo che la giudicano follia. La croce è la “sapienza di Dio” e san Paolo, coniando l’espressione “la parola della croce”, dice che l’evento che essa crea è l’evangelo, la buona notizia.

Il cristiano non è invitato dalla croce né al dolorismo né alla rassegnazione, né tantomeno a leggere la vita di Gesù a partire da essa, ma deve riconoscere che la vita di Gesù e la forma della sua morte, la crocifissione, sono state narrazioni di Dio, del Dio vivente che ama gli uomini anche quando sono malvagi, del Dio che perdona quelli che gli sono nemici nel momento stesso in cui essi si manifestano come tali, del Dio che accetta di essere rifiutato e ucciso volendo che il peccatore si converta e viva. La croce è allora anche la denuncia del nostro essere malvagi, sedotti dal male, peccatori e ingiusti, sicché il Giusto deve patire, essere rifiutato condannato e crocifisso. Sì, la croce è diventata l’emblema del cristiano – emblema a volte esaltato trionfalisticamente, altre volte ridotto a monile ornamentale o svilito a gesto scaramantico, altre ancora banalizzato a metafora di semplici avversità quotidiane – ma o essa permane memoria dello “strumento della propria esecuzione” per mettere a morte l’ ”uomo vecchio” che è in noi, oppure è un segno non abitato dall’evento e diviene, quindi, una mistificazione. Lutero, meditando sulla croce e facendosi qui eco dei padri della chiesa, scriveva: “Non è sufficiente conoscere Dio nella sua gloria e maestà, ma è anche necessario conoscerlo nell’umiliazione e nell’infamia della croce… In Cristo, nel Crocifisso stanno la vera teologia e la vera conoscenza di Dio”.

(Enzo Bianchi, Le parole della spiritualità, 101-104)