mercoledì 14 aprile 2021

Bevi dove beve il cavallo


Bevi dove beve il cavallo, lui non berrà mai acqua cattiva.

Prepara il letto laddove si stende il gatto.

Mangia il frutto che ha toccato il verme.

Prendi il fungo dove si siede l’insetto.

Pianta il tuo albero dove scava la talpa.

Costruisci la casa dove si scalda al sole la vipera.

Scava un pozzo laddove gli uccelli si annidano quando fa caldo.

Coricati e svegliati insieme alle galline, così il grano d’oro della giornata sarà tuo.

Mangia più verdure e avrai gambe forti e cuore resistente come di un animale robusto.

Nuota spesso e ti sentirai sulla terra come un pesce nell'acqua.

Guarda più spesso il cielo e non i tuoi piedi, così i tuoi pensieri saranno limpidi e leggeri.

Taci di più e parla di meno e nella tua anima regnerà il silenzio e il tuo animo sarà pacifico e tranquillo.


Seraphim di Sarov (1754-1833), monaco e mistico russo 

lunedì 12 aprile 2021

Le virtù del vero dialogo

Ritengo utile, perciò, richiamare qui le qualità di un vero dialogo. Esse si applicano, innanzitutto, al dialogo tra le persone; ma penso anche e soprattutto al dialogo tra i gruppi sociali, tra le forze politiche in una nazione, tra gli Stati in seno alla comunità internazionale. […]

Il dialogo è un elemento centrale e indispensabile del pensiero etico degli uomini, chiunque essi siano. Sotto l'aspetto di uno scambio, di una comunicazione tra gli esseri umani, quale permette il linguaggio, esso è in realtà una ricerca comune.

Fondamentalmente, esso suppone la ricerca di ciò che è vero, buono e giusto per ogni uomo, per ogni gruppo e ogni società, sia nella parte con cui si è solidali, sia in quella che si presenta come avversa. 

Esso dunque esige, in via preliminare, l'apertura e l'accoglienza: che ogni parte esponga i propri elementi, ma ascolti anche l'esposizione della situazione così come è descritta dall'altra parte, la recepisca sinceramente con i veri problemi suoi propri, i suoi diritti, le ingiustizie di cui ha coscienza, le soluzioni ragionevoli che propone. Come potrebbe stabilirsi la pace, se una delle parti non si è neppure data pensiero di considerare le condizioni di esistenza dell'altra? 

Il dialogare suppone, dunque, che ciascuno accetti questa differenza e questa specificità dell'altro, prenda bene la misura di ciò che lo separa dall'altro, e che l'assuma col rischio di tensione che ne risulta, senza rinunciare per viltà o per costrizione a ciò che sa essere vero e giusto, ciò che sfocerebbe in un compromesso zoppicante e, inversamente, senza pretendere di ridurre l'altro ad un oggetto, ma stimandolo come soggetto intelligente, libero e responsabile. 

Il dialogo, nello stesso tempo, è la ricerca di ciò che è e resta comune agli uomini, anche in mezzo alle tensioni, opposizioni e conflitti. In questo senso, vuol dite fare dell'altro il proprio prossimo. Vuol dire accettare il suo contributo, e condividere con lui la responsabilità di fronte alla verità e alla giustizia. Vuol dire proporre e studiare tutte le possibili formule di onesta conciliazione, sapendo congiungere alla giusta difesa degli interessi e dell'onore della parte, che si rappresenta, la non meno giusta comprensione e il rispetto delle ragioni dell'altra parte, come pure le esigenze del bene generale comune ad entrambe. 

Del resto, non è forse sempre più evidente che tutti i popoli della terra si trovano in una situazione di interdipendenza vicendevole sul piano economico, politico e culturale? Chi pretendesse di sottrarsi a questa solidarietà non tarderebbe a soffrirne egli stesso. 

Dal messaggio per la Giornata mondiale della pace (1 gennaio 1983): "Il dialogo per la pace una sfida per il nostro tempo"

Giovanni Paolo II / Karol Jozef Wojtyla (1920 - 2005), papa 

Amato d'un amore d'eternità

«Mi ami tu?»: è l'ultima domanda di Gesù a Pietro. Pietro era triste al pensiero di aver rinnegato tre volte Gesù, prima della sua crocifissione. Ed ecco il Risorto sta dinanzi a lui. Gesù non lo condanna per il suo rinnegamento. Non prende l'atteggiamento del forte. Non tira sulla corda della cattiva coscienza già attaccata al collo di Pietro. Nel Cristo vi sono viscere d'umanità: lui pure durante la sua vita terrena ha percorso cammini d'oscurità.

A Pietro, Cristo dice solo queste tre parole: «Mi ami tu?» E Pietro risponde: «Signore, tu sai che ti amo». Una seconda volta Gesù riprende: «Mi ami tu?». E Pietro di nuovo: «Ma lo sai che ti amo». Una terza volta Gesù insiste: «Mi ami più di tutti costoro?» E Pietro, scosso: «Signore, tu conosci ogni cosa, tu sai che ti amo».

Da quel giorno ad ogni essere umano sulla terra, il Cristo instancabilmente domanda: «Mi ami tu?».

Vi sono giorni in cui ci turiamo le orecchie: la domanda ci è insopportabile. Essa è intollerabile per colui che non ha mai sperimentato l'amore umano, per chi esperimenta solo l'abbandono o la ferita ricevuta nell'innocenza della sua infanzia.

Essa è intollerabile per noi tutti quando ci rivela quella parte di solitudine che nessuna intimità umana può colmare, quella parte di solitudine nella quale Dio ci aspetta. E quando la rivolta si esaspera, la domanda ci appare come una condanna poiché per amare non basta un atto della volontà.

Lo sappiamo abbastanza? Il Cristo non obbliga mai ad amarlo. Ma lui, il Vivente, rimane al fianco di ciascuno, come un povero, come un oscuro. É presente anche negli eventi più squallidi, nella fragilità dell'esistenza. Il suo amore è presenza non d'un solo istante ma di sempre. Quell'amore di eternità apre un al di là al nostro vivere. Senza quell'altrove, senza quell'aldilà, l'uomo non ha più speranza... e svanisce il gusto di procedere. Di fronte a quell'amore d'eternità, lo sentiamo, la nostra risposta concreta non può essere fuggitiva, per un periodo soltanto, con la possibilità di ritornare sulle nostre decisioni in seguito. La nostra risposta non può neppure essere uno sforzo della volontà; taluni vi si infrangerebbero. Essa è innanzitutto un abbandonarsi.

Rimanere dinanzi a lui, con o senza parole, significa sapere dove riposare il nostro cuore, significa rispondergli da poveri. In questo consiste la molla segreta dell'esistenza, il rischio del Vangelo. «Anche se talvolta io non so più se ti amo o no, o Cristo, tu sai tutto, tu sai che ti amo».

Grandi felicità sono offerte a colui che corre il rischio di un tale amore, senza calcolarne troppo le conseguenze. Quando ricerchiamo in primo luogo la felicità per noi stessi, essa a breve o lunga scadenza ci abbandona. Quanto più ardentemente la inseguiamo, tanto più lontano se ne fugge da noi.

Cercatore appassionato del suo amore d'eternità, chiunque tu sia, saprai dove riposare il tuo cuore? Attraverso le tue stesse ferite, egli apre la porta della pienezza: la lode del suo amore. Abbandonati, donati. In questo consiste la guarigione delle ferite, e non solo delle tue: già, in Lui, ci guariamo reciprocamente.

Roger Schutz (1915 – 2005), monaco cristiano svizzero, fondatore della comunità monastica di Taizé


domenica 11 aprile 2021

Quando una mamma dice che è stanca...

Illustrazione di Snezhana Soosh

Quando una mamma dice che è stanca,
non ditele che anche voi oggi avete fatto un sacco di cose.

Quando una mamma dice che ha bisogno di dormire, 
non ditele che anche voi non avete dormito per il caldo.

Quando una mamma chiede un aiuto, 
non datele solo il minimo richiesto.

Quando una mamma dice che è stanca 
vuol dire che lo è già oltre ad ogni suo limite, chissà da quanto tempo.

Quando una mamma dice che ha bisogno di dormire 
vuol dire che non dorme da mesi, 
a volte anni, tanto che forse non è più capace di dormire

Quando una mamma chiede aiuto,
vuol dire che ha già fatto tutto il possibile e anche di più, 
vuol dire che ha bisogno di mangiare, di bere, di lavarsi, 
vuol dire che ha già annullato se stessa per troppo tempo.

Quando una mamma chiede,
ha già fatto uno sforzo che non dovrebbe fare.

Quando una mamma dice che è stanca, 
questo è tutto ciò che voleva dire!

Le mamme dovrebbero sentirsi dire:
«Io ci sono, ti vedo, ti apprezzo, so quello che fai. Vieni che ti abbraccio!»


Anche la mamma si stanca, si arrabbia, ha voglia di sparire... 
Prima di giudicarla per aver perso la pazienza, offri aiuto. 
Chi si prende cura di tutti anche lei ha bisogno di essere curata.

mercoledì 7 aprile 2021

Vorrei insegnarti

Quello che io ti voglio insegnare
è il verbo essere più del verbo fare:
essere in grado di fare da solo,
dopo cadute librarti nel volo;
se non riesci voglio insegnarti,
a esser tenace e mai scoraggiarti,
a esser modesto, chiedere aiuto
senza sentirti deluso e avvilito.

Voglio insegnarti a credere in te,
che è meglio in tre che fare da sé
ad essere unico, esser speciale
senza per questo sentirti il migliore.

Voglio insegnarti ad usare la testa,
a essere chi nessuno calpesta
e che rispetta e sa ascoltare
quello che gli altri hanno da dire.

Voglio insegnarti a chieder perdono
se per errore non sei stato buono,
ad essere in grado di sopportare
un no che mai vorresti sentire.

Io tutto questo vorrei insegnarti,
la chiave giusta vorrei regalarti
perché tu possa entrar nella vita
ed esser capace di affrontar la salita.

Germana Bruno, poetessa e scrittrice italiana 

martedì 6 aprile 2021

Dopo... a volte è troppo tardi!

Dopo ti chiamo.
Dopo lo faccio.
Dopo lo dico.
Dopo io cambio.
Ci penso dopo.

Lasciamo tutto per dopo
come se il dopo fosse il meglio,
...ma non sappiamo che:

dopo il caffè si raffredda…
dopo la priorità cambia…
dopo l’incanto si perde…
dopo il presto si trasforma in tardi…
dopo la malinconia passa…
dopo le cose cambiano…
dopo i figli crescono…
dopo la gente invecchia…
dopo le promesse si dimenticano…
dopo il giorno é notte…

...dopo la vita finisce.


Dum differtur, vita transcurrit.

Mentre si rinvia, la vita passa. (Lucio Anneo Seneca)

domenica 4 aprile 2021

"Oggi è proprio Pasqua per me, perché ho avuto la grazia di vedere te!"


Benedetto però non amava affatto le lodi del mondo: bramava piuttosto sottoporsi a disagi e fatiche per amore di Dio, che non farsi grande negli onori di questa vita. Proprio per questo prese la decisione di abbandonare anche la sua nutrice e nascostamente fuggì. Si diresse verso una località solitaria e deserta chiamata Subiaco, distante da Roma circa 40 miglia, località ricca di fresche e abbondantissime acque, che prima si raccolgono in un ampio lago e poi si trasformano in fiume.

Si affrettava dunque a passi svelti verso questa località, quando si incontrò per via con un monaco di nome Romano, che gli domandò dove andasse.

Conosciuta la sua risoluzione, gli offrì volentieri il suo aiuto. Lo rivestì quindi dell'abito santo, segno della consacrazione a Dio, lo fornì del poco necessario secondo le sue possibilità e gli rinnovò la promessa di non dire il segreto a nessuno.

In quel luogo di solitudine, l'uomo di Dio si nascose in una stretta e scabrosa spelonca. Rimase nascosto lì dentro tre anni e nessuno seppe mai niente, fatta eccezione del monaco Romano. Questi dimorava in un piccolo monastero non lontano, sotto la guida del padre Adeodato; con pie industrie, cercando il momento opportuno, sottraeva una parte della sua porzione di cibo e in giorni stabiliti la portava a Benedetto.

Dal monastero di Romano però non era possibile camminare fino allo speco, perché sopra di questo si stagliava un'altissima rupe. Romano quindi dall'alto di questa rupe, calava abilmente il pane con una lunghissima fune, a cui aveva agganciato un campanello: l'uomo di Dio sentiva, usciva fuori e lo prendeva.

Il bene però non piace mai allo spirito maligno: sentiva rabbia della carità dell'uno e della refezione dell'altro. Un giorno, osservando che veniva calato il pane, scagliò un sasso e ruppe il campanello. Romano però continuò lo stesso, come meglio poteva, a prestare questo generoso servizio.

Dio però, che tutto dispone, volle che Romano sospendesse la sua laboriosa carità e più ancora volle che la vita di Benedetto diventasse luminoso modello agli uomini: questa splendente lucerna, posta sopra il candelabro, doveva ormai irradiare la sua luce a tutti quelli che sono nella casa di Dio.

Per questo il Signore stesso si degnò di trovarne la via. Un certo sacerdote, che abitava parecchio distante, si era preparata la mensa nel giorno di Pasqua. All'improvviso ecco una visione: è il Signore che parla: "Tu ti sei preparato cibi deliziosi, e va bene: ma guarda là; vedi quei luoghi? Lì c'è un mio servo che soffre la fame".

Il buon sacerdote balzò in piedi e nello stesso giorno solenne di Pasqua, raccolti gli alimenti che aveva preparato per sé, volò nella direzione indicatagli. Cercò l'uomo di Dio tra i dirupi dei monti, tra le insenature delle valli e tra gli antri delle grotte: lo trovò finalmente, nascosto nella spelonca.

Tutti e due volarono prima di tutto al Signore, innalzando a Lui benedizioni e preghiere. Sedettero poi, insieme, scambiandosi dolci pensieri sulle cose del cielo.

"Ora - disse poi il sacerdote - prendiamo anche un po' di cibo, perché oggi è Pasqua". "Oh, sì, - rispose Benedetto - oggi è proprio Pasqua per me, perché ho avuto la grazia di vedere te". Così lontano dagli uomini il servo di Dio ignorava persino che quel giorno fosse la solennità di Pasqua.

"Ma oggi è veramente il giorno della Risurrezione del Signore - riprese il sacerdote - e dunque non è bene che tu faccia digiuno. Io sono stato inviato qui proprio per questo, per cibarci insieme, da buoni fratelli, di questi doni che l'Onnipotenza di Dio ci ha messo davanti".

E così, con la lode di Dio sulle labbra, desinarono. Finita poi la refezione e scambiata qualche altra buona parola, il sacerdote fece ritorno alla sua chiesa.

Vita di San Benedetto (Dialoghi, Libro II)

Gregorio Magno (540 - 604), papa e santo