domenica 21 maggio 2017

Il simbolo dell'amicizia


Gesù è venuto per farci comprendere l'amore che Dio ha per noi. E la sua forma d'amore è la strada maestra per comprenderlo. Il modo in cui ci ha fatto capire questo amore ci offre i migliori paragoni e i simboli umani per penetrare il mistero dell'amore che viene da Dio.
In verità già l'Antico Testamento spiega l'amore di Dio mediante i simboli dell'amore umano. Lo paragona all'amore materno (Geremia), all'amicizia (Abramo), alle nozze (Cantico dei Cantici), al fidanzamento (Isaia).
Gesù, da parte sua, nella sua esperienza dell'amore e nei simboli con cui vuole farcelo capire, privilegia l'amore d'amicizia. Così dice ai suoi discepoli: «Vi ho chiamato amici... Nessuno ha amore più grande di colui che sacrifica la propria vita per i suoi amici... » (Gv 15,12-16). Per Gesù l'amore più grande è l'amore d'amicizia.
Avrebbe potuto egli scegliere un altro simbolo altrettanto significativo, come le nozze o l'amore materno? Forse; anche se, ancora una volta, l'analogia con l'amore umano ci aiuta a comprendere la scelta di Gesù. L'esperienza umana insegna infatti che l'amicizia è una componente necessaria di tutte le altre forme d'amore, se esse devono perdurare nel tempo. Il fidanzamento e il matrimonio, senza amicizia, durano finché dura l'innamoramento, il quale, sebbene sia in se stesso più intenso e totale dell'amicizia, non ne ha la durata e la stabilità. Matrimoni senza amicizia, amore di genitori, figli o fratelli senza amicizia, s'indeboliscono a poco a poco con il tempo e con le prove della vita.
Se non è mossa dalla passione o dai vincoli di sangue, l'amicizia ha maggiori possibilità di esprimere la libertà dell'amore, libertà necessaria perché esso giunga alla sua maturità. In qualsiasi tipo d'amore la fedeltà diventa matura quando è libera, e questa libertà si ha nella misura in cui quell'amore si è integrato con l'amicizia.
L'amicizia è l'unica esperienza d'amore universale, quella che ognuno può provare; e per questo come simbolo è ugualmente significativo per tutti. I celibi non avranno mai esperienza d'amore paterno o materno; gli orfani non proveranno mai l'amore filiale; i figli unici non conosceranno l'amore fraterno; molti uomini e donne, per vocazione o per le circostanze, non conoscono né il fidanzamento né il matrimonio (Cristo stesso non ne ha avuto esperienza). Invece, qualsiasi persona può conoscere l'amicizia, come anche Gesù Cristo la conobbe. La vocazione all'amore d'amicizia è universale, come lo è l'amore che Dio offre in Gesù.

L'amicizia di Dio. Il cristianesimo come amicizia, [Cinisello B.], Ed. Paoline, [1990] 2 ed.  p. 9 - 10

Segundo Galilea (1928 - 2010), prete cattolico, teologo e scrittore cileno

domenica 14 maggio 2017

Beatitudini della mamma


Beata la mamma che sa sorridere anche quando tutt'intorno è nuvolo.
Beata la mamma che sa parlare senza urlare.
Beata la mamma che sa amare senza strafare.
Beata la mamma che sa essere ciò che vuole trasmettere.
Beata la mamma che trova il tempo per mangiare con i figli e con papà.
Beata la mamma che non insegna la vita facile ma la via giusta.
Beata la mamma che non smette mai di essere mamma.
Beata la mamma che sa pregare: dal buon Dio sarà aiutata, dai suoi figli sarà ricordata.


Beata la mamma che chiama alla vita e sa donare la vita per i figli.
Beata la mamma che ama i figli ma non fa dell'amore una prigione.
Beata la mamma consapevole che i figli non sono sua proprietà, ma un dono per la vita e per il mondo.
Beata la mamma che sa educare con dolcezza e determinazione, a cui basta uno sguardo per intendersi.
Beata la mamma che sa pregare con i figli e confrontare la vita con il Vangelo.
Beata la mamma che educa alla gratuità, a dire per favore e non "voglio".
Beata la mamma che vive con i figli esperienze d'amore, di rispetto e di solidarietà.
Beata la mamma che intuisce le difficoltà dei figli.
e li sostiene con le parole ed i gesti che vengono dal cuore.
Beata la mamma  che veglia sui figli lasciando che seguano la loro strada.
Beata la mamma che vive con i figli gioie e dolori, successi e disavventure
educandoli alla battaglia della vita.
Beata la mamma che insegna ai figli ad essere migliori e non i migliori.
Beata la mamma convinta che i figli sono semi di un futuro ricco di promesse.
Beata la mamma che è felice di esserlo!


Beata la mamma che educa i figli alla gratuità, inaugurando il nuovo umanesimo della solidarietà e della vita.
Beata la mamma che sa pregare con i figli e confrontare la vita con il Vangelo.
Beata la mamma che trova il tempo per parlare con i figli e ascoltarli.
Beata la mamma che, insieme al papà, fa della vita familiare una casa, luogo di affetto, di aiuto, di speranza, di sostegno.
Beata la mamma che vive i valori che vuole trasmettere.
Beata la mamma che crea in famiglia l'abitudine a usare le tre parole magiche: permesso, grazie, scusa.
Beata la mamma che sa attendere con fiducia che i figli crescano.

Il destino di una mamma



Il destino di una mamma è aspettare i figli.

Li aspetta in gravidanza, li aspetta al ritorno dall'asilo.
Li aspetta all'uscita di scuola.
Li aspetta quando iniziano la loro vita, al ritorno a casa dopo una festa.
Li aspetta quando rientrano dal lavoro per fargli sempre trovare una minestra calda.
Li aspetta con amore, con ansia, a volte, con rabbia che passa subito quando li vede e può abbracciarli.

Fate in modo che la vostra mamma anziana non debba aspettare più.
Fatele visita, amatela, abbracciate colei che vi ha amato come nessun altro farà mai.
Non fatela aspettare: è questo che lei si aspetta da voi.
Perché invecchiano le membra ma il cuore di una mamma non invecchia mai.
Amatela voi che potete!

martedì 9 maggio 2017

Nessuna famiglia è perfetta...


Nessuna famiglia è perfetta.
Abbiamo discussioni, litighiamo.
A volte smettiamo anche di parlarci.
Ma alla fine, la famiglia è la famiglia. 
Là ci sarà sempre amore.

"L'amore non verrà mai meno". San Paolo, 1 Corinzi 13

“Nessuna famiglia è una realtà perfetta e confezionata una volta per sempre, ma richiede un graduale sviluppo della propria capacità di amare”. Papa Francesco, Amoris Laetitia, 325

giovedì 4 maggio 2017

Cos’è la felicità? e se non esiste, cos’è dunque la vita?

Mio caro amico. Comincerò col ringraziarvi delle tante espressioni di benevolenza di cui mi onorate nella vostra incantevole lettera, e soprattutto dei segni di confidenza che voi mi date parlandomi del vostro tenore di vita, dei vostri pensieri, dei vostri sentimenti e dello stato della vostra anima.
Tutto ciò mi interessa infinitamente, e  io non saprei esprimere il piacere che voi mi avete procurato intrattenendomi su questi particolari. È veramente dolce vedere i segreti di un cuore come il vostro. Ma io crederei di non tenere nel debito conto l’affetto che mi testimoniate, se mi lasciassi andare a qualche frase che apparisse cerimoniosa. Non vi ringrazio, dunque; mi accontento di assicurarvi che il mio cuore è tutto vostro per sempre.

Senza dubbio, mio caro amico, bisognerebbe o non vivere proprio o sempre sentire, sempre amare, sempre sperare. La sensibilità sarebbe il più prezioso di tutti i doni, se lo si potesse far valere, o se ci fosse a questo mondo qualche oggetto a cui applicarlo. Vi ho detto che l’arte di non soffrire è di questi tempi la sola che mi sforzo di imparare. Questo accade precisamente perché ho rinunciato alla speranza di vivere. Se dalle prime esperienze non fossi stato convinto che quest’arte era assolutamente vana e frivola per me, io non vorrei, non conoscerei altra via che quella dell’entusiasmo. Per un certo periodo ho sentito il vuoto dell’esistenza come se si trattasse di una cosa concreta che pesasse gravemente sulla mia anima. Il nulla era la sola cosa che esistesse. Mi era sempre davanti come un fantasma terribile; io non vedevo altro che un deserto intorno a me, non concepivo come ci si potesse assoggettare alle cure che la vita quotidianamente esige, pur essendo del tutto certi che non sarebbero approdate mai a niente. Questo pensiero mi occupava tanto che io credevo per causa sua quasi di perdere la ragione.
In verità, mio caro amico, la gente non conosce affatto il proprio reale interesse. Io converrò, se si vuole, che la virtù, come tutto ciò che è bello e tutto ciò che è grande, non sia che un’illusione. Ma se questa illusione fosse comune, se tutti gli uomini credessero di potere e volessero essere virtuosi,  se fossero compassionevoli, caritatevoli, generosi, magnanimi, pieni d’entusiasmo; in una parola, se tutti fossero sensibili (giacché io non faccio alcuna differenza tra la sensibilità e quello che si chiama virtù), non si sarebbe forse più felici?  Ogni individuo non troverebbe mille risorse nella società? Questa, poi, non dovrebbe impegnarsi a realizzare le illusioni degli uomini per quanto le fosse possibile, dal momento che la felicità dell’uomo non può consistere in ciò che è reale?
Nell’amore, tutte le gioie che provano le animi volgari, non valgono il piacere che dà un solo istante di rapimento e d’emozione profonda. Ma come far sì che questo sentimento sia duraturo, o che si rinnovi spesso nella vita?  dove trovare un cuore che gli corrisponda? In più d’una occasione  io ho espressamente evitato per qualche  giorno di  incontrare l’oggetto che mi aveva  affascinato in un sogno delizioso. Io sapevo che quel fascino sarebbe svanito accostandosi alla realtà. Tuttavia io pensavo sempre a   quell’oggetto, ma non lo consideravo per quel che era; lo contemplavo nella mia immaginazione, tale quale mi era apparso nel sogno. Era una follia? Son io romantico? Voi giudicherete.
È vero che l’abitudine di riflettere, che è sempre propria degli spiriti sensibili, li priva spesso della facoltà d’agire e persino di gioire. La sovrabbondanza della vita interiore spinge sempre l’individuo verso l’esterno, ma al tempo stesso essa fa in modo che egli non sappia come condursi. Egli abbraccia tutto, egli vorrebbe sempre essere pervaso; viceversa tutti gli oggetti gli sfuggono, proprio perché essi sono più piccoli della sua capacità. Egli esige anche dalle sue azioni più insignificanti, dalle sue parole, dai suoi gesti, dai suoi movimenti, più grazia e più perfezione di quanto non sia possibile all’uomo raggiungere. Così, non potendo mai essere contento di sé, né cessare di esaminarsi, e diffidando sempre delle proprie forze, egli non sa fare ciò che tutti gli altri fanno.
Che cos’è dunque la felicità, mio caro amico? e se la felicità non esiste, che cos’è dunque la vita? Io non ne so nulla; vi amo, vi amerò sempre così teneramente, così fortemente come ho altre volte amato quei dolci oggetti che la mia immaginazione si compiaceva di creare, quei sogni nei quali voi fate consistere una parte della felicità. In effetti non spetta che all’immaginazione di procurare all’uomo la sola specie di felicità positiva di cui egli sia capace. È vera saggezza cercare questa felicità nell’ideale, come voi fate. Quanto a me, io rimpiango il tempo in cui mi era concesso ricercarla, e vedo »»con una sorta di sgomento che la mia immaginazione sta diventando sterile, e mi rifiuta tutto quel soccorso che mi offriva in passato.
Questa lettera è già troppo lunga. Il piacere di discorrere con voi su degli argomenti che voi affrontate con tanta ragionevolezza e profondità, mi ha fatto dimenticare quella parte della vostra lettera in cui mi chiedete quali siano i nostri migliori filosofi. Io procurerò di rispondere a questa domanda in un’altra occasione. Per ciò che riguarda i teologi, io non so quasi se noi ne abbiamo, assai meno se ne abbiamo che siano eccellenti. Io ignoro persino se ci possa essere eccellenza in questa materia. Il vostro amico, il signore barone de Hert (credo di non saper scrivere il suo nome) è tornato in patria? come sta? Fategli i miei complimenti, e datemi sue notizie, vi prego. Il buon abate Cancellieri si diverte sempre a far dei libri e a pubblicarli. Mio zio Antici lascerà Roma per venire a passare l’estate a Recanati. La mia salute è buona. Io vivo qui come in un eremo; i miei libri e le mie passeggiate solitarie occupano tutto il mio tempo. La mia vita è più uniforme del movimento degli astri, più sciocca e insipida delle parole della nostra opera lirica. Addio, mio caro amico; amatemi, se è possibile, quanto voi meritate d’essere amato. Parlatemi delle vostre occupazioni, dei vostri progetti, delle vostre osservazioni filosofiche: più vi dilungherete su questi soggetti, più mi farete piacere. Io sono, con il più vivo attaccamento e la più intera devozione, il Vostro tenero e sincero amico.

Lettera indirizzata a André Jacopssen il 23 giugno 1823

Giacomo Leopardi (1798 - 1837), poeta, filosofo, scrittore, filologo e glottologo italiano

martedì 2 maggio 2017

Aforismi Dubbio

In dubiis abstine / Nel dubbio, astieniti (locuzione medievale)

É men male l'agitarsi nel dubbio, che il riposar nell'errore (Alessandro Manzoni, Storia della colonna infame)

Quos vult Iupiter perdere, dementat prius / A quelli che vuole rovinare, Giove toglie prima la ragione (Euripide)

In certis unitas in dubiis libertas in omnibus caritas / In necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas / Nelle cose necessarie ci vuole l’unità, in quelle dubbie la libertà, in tutte la carità (Giovanni XXXIII, Ad Petri Cathedram, III)