sabato 31 ottobre 2020

La Luce di Natale



Laurence Housman, Nativity

La Luce guardò in basso e vide le Tenebre:
Là voglio andare – disse la Luce.

La Pace guardò in basso e vide la Guerra:
Là voglio andare – disse la Pace.

L’Amore guardò in basso e vide l’Odio:
Là voglio andare – disse l’Amore.

Così apparve la Luce e risplendette,
così apparve la Pace e offrì riposo;
così apparve l’Amore e portò vita.

E la Parola si fece carne e dimorò fra noi.

Laurence Housman (1865 – 1959), drammaturgo e illustratore inglese

Gesù

 

Carl Vogel von Vogelstein, Let the children come to me

E Gesù rivedeva, oltre il Giordano,
campagne sotto il mietitor rimorte:
il suo giorno non molto era lontano.

E stettero le donne in sulle porte
delle case, dicendo: Ave, Profeta!
Egli pensava al giorno di sua morte.

Egli si assise all’ombra d’una meta
di grano, e disse: Se non è chi celi
sotterra il seme, non sarà chi mieta.

Egli parlava di granai ne’ Cieli:
e voi, fanciulli, intorno lui correste
con nelle teste brune aridi steli.

Egli stringeva al seno quelle teste
brune; e Cefa parlò: Se costì siedi,
temo per l’inconsutile tua veste.

Egli abbracciava i suoi piccoli eredi:
 Il figlio  Giuda bisbigliò veloce 
d’un ladro, o Rabbi, t’è costì tra’ piedi:

Barabba ha nome il padre suo, che in croce
morirà  Ma il Profeta, alzando gli occhi,
No, mormorò con l’ombra nella voce;

e prese il bimbo sopra i suoi ginocchi.

Poesie varie, Ed. Zanichelli, 1914

Giovanni Pascoli (1855 – 1912), poeta, accademico e critico letterario italiano

La perla



La perla è splendida e preziosa. Nasce dal dolore. Nasce quando un’ostrica viene ferita da qualcosa d’estraneo. In quel momento la conchiglia, per proteggere il proprio corpo indifeso, inizia ad avvolgere il male che è entrato in lei con la madreperla. Alla fine si sarà formata una bella perla, lucente e pregiata.

Se non viene ferita, l’ostrica non potrà mai produrre perle, perché la perla è solamente una ferita cicatrizzata. Tutto ciò che ha il sapore del limite, racchiude in sé anche la possibilità del suo compimento.

Elogio della vita imperfetta. La via della fragilità, Ed. Effatà, 2014

Paolo Scquizzato, presbitero italiano

mercoledì 28 ottobre 2020

Lei è l'amore della mia vita!


Ha ottant'anni e insiste per guidare sua moglie per mano ovunque vadano. Quando gli ho chiesto: "Perché tua moglie se ne va in giro distratta, come se non seguisse nessuno?"

Ha risposto: "Perché ha l'Alzheimer".

Così gli ho chiesto: "Tua moglie si preoccuperà se la lasci andare o semplicemente ti stacchi?"

Mi ha risposto: "Non si ricorda... non sa più chi sono: da un paio d'anni non mi riconosce più".

Sorpreso, gli ho detto: "E così continui a farle da guida ogni giorno anche se lei non ti riconosce".

Il vecchio sorrise e mi guardò negli occhi. Poi mi disse: "Non sa chi sono, ma io so chi è lei: lei è l'amore della mia vita!"


“...finchè morte non ci separi” recita il rito del matrimonio. In realtà, l’affermazione dovrebbe essere trasformata in:“finché morte non ci unisca”, usando un’espressione di Padre Raniero Cantalamessa: 

«Il matrimonio non finisce del tutto con la morte, ma viene trasfigurato, spiritualizzato, sottratto a tutti quei limiti che segnano la vita sulla terra, come, del resto, non sono dimenticati i vincoli esistenti tra genitori e figli o tra amici. In un prefazio dei morti la liturgia proclama: «Vita mutatur, non tollitur», la vita è trasformata, non tolta. Anche il matrimonio, che è parte della vita, viene trasfigurato, non annullato». (Raniero Cantalamessa, Gettate le reti. Riflessioni sui vangeli, 2001 )

Questa è la storia di due fratelli...


Questa è la storia di due fratelli che vissero insieme d’amore e d’accordo per molti anni. Vivevano in cascine separate, ma un giorno scoppiò una lite e questo fu il primo problema serio che sorse dopo 40 anni in cui avevano coltivato insieme la terra condividendo le macchine e gli attrezzi, scambiandosi i raccolti e i beni continuamente.

Cominciò con un piccolo malinteso e crebbe fino a che scoppiò un diverbio con uno scambio di parole amare a cui seguirono settimane di silenzio.

Una mattina qualcuno bussò alla porta di Luigi. Quando aprì si trovò davanti un uomo con gli utensili del falegname: "Sto cercando un lavoro per qualche giorno - disse il forestiero -, forse qui ci può essere bisogno di qualche piccola riparazione nella fattoria e io potrei esserle utile per questo".

"Sì - disse il maggiore dei due fratelli -, ho un lavoro per lei. Guardi là, dall’altra parte del fiume, in quella fattoria vive il mio vicino, beh! È il mio fratello minore. La settimana scorsa c’era una splendida prateria tra noi, ma lui ha deviato il letto del fiume perchè ci separasse. Egli deve aver fatto questo per farmi andare su tutte le furie, ma io gliene farò una. Vede quella catasta di pezzi di legno vicino al granaio? Ebbene voglio che costruisca uno steccato di due metri circa di altezza, non voglio vederlo mai più".

Il falegname rispose: "Mi sembra di capire la situazione".

Il fratello maggiore aiutò il falegname a riunire tutto il materiale necessario e se ne andò fuori per tutta la giornata per fare le spese in paese. Verso sera, quando il fattore ritornò, il falegname aveva appena finito il suo lavoro. Il fattore rimase con gli occhi spalancati e con la bocca aperta.

Non c’era nessuno steccato di due metri. Invece c’era un ponte che univa le due fattorie sopra il fiume. Era una autentica opera d’arte, molto fine, con corrimano e tutto.

In quel momento, il vicino, suo fratello minore, venne dalla sua fattoria e abbracciando il fratello maggiore gli disse: "Sei un tipo veramente in gamba. Ma guarda! Hai costruito questo ponte meraviglioso dopo quello che io ti ho fatto e detto". E cosí stavano facendo la pace i due fratelli, quando videro che il falegname prendeva i suoi arnesi. "No, no, aspetta... Rimani per alcuni giorni ancora, ho parecchi lavori per te", disse il fratello maggiore al falegname. "Mi fermerei volentieri - rispose lui -, ma ho parecchi ponti da costruire".


Molte volte lasciamo che i malintesi e le stizze ci allontanino dalla gente a cui vogliamo bene, molte volte lasciamo che sia l’orgoglio a prevalere sui sentimenti: non permettere che ciò succeda nella tua vita.
Impara a perdonare e apprezza quanto hai. Ricorda che perdonare non cambia nulla del passato, ma sì il futuro. Non conservare rancore nè sentimenti di amarezza che solo ti feriscono, ti allontanano da Dio e dalle persone che ti vogliono bene, Impara ad essere felice e a godere delle meraviglie che Dio ha creato. Egli ti ama e desidera che tu abbia una vita felice e piena di amore e armonia.
Non permettere che un piccolo incidente rovini una grande amicizia. Ricorda che il silenzio, a volte, è la miglior risposta.
Ciò che più importa è una casa felice. Fa’ tutto quello che è nelle tue mani per creare un ambiente di pace e armonia.
Ricorda che la miglior relazione è quella in cui l’amore tra due persone è più grande del bisogno che hanno l’una dell’altra.

"Padre nostro" dell’anziano


Padre nostro che in cielo stai, 
sempre con amore attento al miei guai.
Ti ringrazio di questi miei anni,
anche se non mancano acciacchi e malanni,
che, arrivato ormai a questa età, 
spuntan ogni giorno di qua e di là.

Ho il mal di schiena e un po’ d'artrite
e soffro le pene per la colite.
Perciò ti prego con questa orazione: 
fammi godere la mia pensione.

Finché avrò l'uso della ragione, 
non fammi cadere in tentazione.
Liberami dal male quale esso sia, 
salvami dalle medicine e dalla chirurgia.

Poiché la mia bocca altro non sa, 
che sia fatta la tua volontà.
E quando un domani sarò rimbambito, 
chiamami lassù nel tuo Regno infinito.

Amen

sabato 24 ottobre 2020

Cos'è la felicità

Vorrei sapere in cosa consiste la felicità e se si può essere felici tutta la vita

Per essere sicuro di non sbagliare a rispondere, sono andato a cercare in un grosso vocabolario la parola «felicità» ed ho trovato che significa «essere pienamente contenti, per sempre o per un lungo tempo».
Ma come si fa ad essere «pienamente contenti», con tutte le cose brutte che ci sono al mondo, e con tutti gli errori che facciamo anche noi, ogni giorno dell’anno? Ho chiuso il vocabolario e l’ho rimesso in libreria, con molto rispetto perché è un vecchio libro e costa caro, ma ben deciso a non dargli retta. 
La felicità deve essere per forza qualche altra cosa, una cosa che non ci costringa ad essere sempre allegri e soddisfatti (e un po’ stupidi) come una gallina che si è riempita il gozzo. Forse la felicità sta nel fare le cose che possono arricchire la vita di tutti gli uomini; nell’essere in armonia con coloro che vogliono e fanno le cose giuste e necessarie. E allora la felicità non è semplice e facile come una canzonetta: è una lotta. Non la si impara dai libri, ma dalla vita, e non tutti vi riescono: quelli che non si stancano mai di cercare e di lottare e di fare, vi riescono, e credo possano essere felici per tutta la vita.

Il libro dei perché*

Gianni Rodari (1920 – 1980), scrittore e pedagogista italiano


*)  Insieme a "La posta dei perché", "Il libro dei perché" era una rubrica per bambini curata da Gianni Rodari su «L’Unità» dal 1955 al 1958.

Il treno degli emigranti


Onofrio Bramante, Emigranti (1976)

Non è grossa, non è pesante
la valigia dell’emigrante…

C’è un po’ di terra del mio villaggio
per non restare solo in viaggio…
Un vestito, un pane, un frutto,
e questo è tutto.

Ma il cuore no, non l’ho portato:
nella valigia non c’è entrato.
Troppa pena aveva a partire,
oltre il mare non vuol venire.

Lui resta, fedele come un cane,
nella terra che non mi dà pane:
un piccolo campo, proprio lassù…
ma il treno corre: non si vede più.

“Il treno delle filastrocche” (1952)

Gianni Rodari (1920 – 1980), scrittore e pedagogista italiano

giovedì 15 ottobre 2020

La libertà di ciascuno si realizza insieme a quella degli altri


«La libertà [è] come una medaglia con due facce: dell’autonomia e della responsabilità. E in questo modo, con questa descrizione e con quest’immagine efficacissima, ha ripreso un antico filone culturale di grande valore che parte dagli antichi filosofi greci sulla libertà che si ferma di fronte a quella degli altri. Lo stesso brocardo del diritto romano “neminem laedere” nasce da questo, esprime questo. E tanti pensatori moderni hanno ripreso questo concetto: la libertà di ciascuno si ferma di fronte a quella degli altri. È un concetto di grande civiltà.

Io credo che […] occorre andare anche oltre questa enunciazione così fortemente avanzata e civile del pensiero di tanti secoli, accantonando l’idea che la libertà degli altri sia un limite alla propria, ma pensando al contrario che la libertà di ciascuno si integra con quella degli altri, che la libertà di ciascuno si realizza insieme a quella degli altri. Altrimenti la libertà non esiste.

La libertà rivendicata o anche soltanto praticata in maniera esclusiva non sarebbe tale; sarebbe, in realtà, una richiesta di arbitrio».

Intervento alla cerimonia di inaugurazione dell’Anno Accademico 2020/2021 dell’Università degli Studi di Macerata, 15 Ottobre 2020

Sergio Mattarella, politico, giurista, accademico e avvocato italiano, Presidente della Repubblica italiana

sabato 3 ottobre 2020

Signore cosa vuoi che io faccia?


Una notte Francesco fu visitato in sogno dal Signore...

Un nobile assisano, desideroso di soldi e di gloria, prese le armi per andare a combattere in Puglia. Venuto a sapere la cosa, Francesco è preso a sua volta dalla sete di avventura. Così, per essere creato cavaliere da un certo conte Gentile, prepara un corredo di panni preziosi; poiché, se era meno ricco di quel concittadino, era però più largo di lui nello spendere. Una notte, dopo essersi impegnato anima e corpo nell'eseguire il suo progetto, e bruciava dal desiderio di mettersi in marcia, fu visitato dal Signore, che volle entusiasmarlo e sedurlo, sapendolo così bramoso di gloria, appunto con una visione fastosa. Stava dormendo quando gli apparve uno che, chiamatolo per nome, lo condusse in uno splendido solenne palazzo, in cui spiccavano, appese alle pareti, armature da cavaliere, splendenti scudi e simili oggetti di guerra. Francesco, incantato, pieno di felicità e di stupore, domandò a chi appartenessero quelle anni fulgenti e quel palazzo meraviglioso. Gli fu risposto che tutto quell'apparato insieme al palazzo era proprietà sua e dei suoi cavalieri. Svegliatosi, s'alzò quel mattino pieno di entusiasmo. Interpretando il sogno secondo criteri mondani (egli non aveva ancora gustato pienamente lo spirito di Dio), immaginava che sarebbe diventato un principe. Così, prendendo la cosa come presagio di eccezionale fortuna, delibera di partire verso la Puglia, per esser creato cavaliere da quel conte. Era più raggiante del solito e, a molti che se ne mostravano sorpresi e chiedevano donde gli venisse tanta allegria, rispondeva: "Ho la certezza che diventerò un grande principe". (1399) 


La nobiltà d’animo e il suo cuore generoso, gli hanno meritato la visione notturna...

Francesco aveva dato una prova sorprendente di cortesia e nobiltà d'animo il giorno precedente a quella visione, e possiamo credere che sia stato quel gesto a meritargliela. Quel giorno infatti aveva donato a un cavaliere decaduto tutti gli indumenti, sgargianti e di gran prezzo, che si era appena fatto fare. (1400)


"Signore cosa vuoi che io faccia?"

Messosi dunque in cammino, giunse fino a Spoleto e qui cominciò a non sentirsi bene. Tuttavia, preoccupato del suo viaggio, mentre riposava, nel dormiveglia intese una voce interrogarlo dove fosse diretto Francesco gli espose il suo ambizioso progetto. E quello: "Chi può esserti più utile: il padrone o il servo?" Rispose: "Il padrone". Quello riprese: "Perché dunque abbandoni il padrone per seguire il servo, e il principe per il suddito?". Allora Francesco interrogò: "Signore, che vuoi ch' io faccia?". Concluse la voce: "Ritorna nella tua città e là ti sarà detto cosa devi fare; poiché la visione che ti è apparsa devi interpretarla in tutt'altro senso". Destatosi, egli si mise a riflettere attentamente su questa rivelazione. Mentre il sogno precedente, tutto proteso com'egli era verso il successo, lo aveva mandato quasi fuori di sé per la felicità, questa nuova visione lo obbligò a raccogliersi dentro di sé. Attonito, pensava e ripensava così intensamente al messaggio ricevuto, che quella notte non riuscì più a chiuder occhio. Spuntato il mattino, in gran fretta dirottò il cavallo verso Assisi, lieto ed esultante. E aspettava che Dio, del quale aveva udito la voce, gli rivelasse la sua volontà, mostrandogli la via della salvezza. Ormai il suo cuore era cambiato. Non gl'importava più della spedizione in Puglia: solo bramava di conformarsi al volere divino. (1401)


"Vuoi forse di prender moglie?" "Sognavo di prendermi la più nobile, ricca e bella"

Tornato che fu dunque ad Assisi, dopo alcuni giorni, i suoi amici lo elessero una sera loro signore, perché organizzasse il trattenimento a suo piacere. Egli fece allestire, come tante altre volte, una cena sontuosa. Terminato il banchetto, uscirono da casa. Gli amici gli camminavano innanzi; lui, tenendo in mano una specie di scettro, veniva per ultimo, ma invece di cantare, era assorto nelle sue riflessioni. D'improvviso, il Signore lo visitò, e n'ebbe il cuore riboccante di tanta dolcezza, che non poteva muoversi né parlare, non percependo se non quella soavità, che lo estraniava da ogni sensazione, così che (come poi ebbe a confidare lui stesso) non avrebbe potuto muoversi da quel posto, anche se lo avessero fatto a pezzi. Gli amici, voltandosi e scorgendolo rimasto così lontano, lo raggiunsero e restarono trasecolati nel vederlo mutato quasi in un altro uomo. Lo interrogarono: "A cosa stavi pensando, che non ci hai seguiti? Almanaccavi forse di prender moglie?". Rispose con slancio: "É vero. Stavo sognando di prendermi in sposa la ragazza più nobile, ricca e bella che mai abbiate visto". I compagni si misero a ridere. Francesco disse questo non di sua iniziativa ma ispirato da Dio. E in verità la sua sposa fu la vita religiosa, resa più nobile e ricca e bella dalla povertà. (1402) 


Smise di adorare se stesso e iniziò ogni giorno a pregare...

E da quell'ora smise di adorare se stesso, e persero via via di fascino le cose che prima amava. Il mutamento però non era totale, perché il suo cuore restava ancora attaccato alle suggestioni mondane. Ma svincolandosi man mano dalla superficialità, si appassionava a custodire Cristo nell'intimo del cuore, e nascondendo allo sguardo degli illusi la perla evangelica, che intendeva acquistare a prezzo di ogni suo avere, spesso e quasi ogni giorno s'immergeva segretamente nell'orazione. (1403)


"Francesco, non vedi che la mia casa sta crollando? Va' dunque e restauramela"

Trascorsero pochi giorni. Mentre passava vicino alla chiesa di San Damiano, fu ispirato a entrarvi. Andatoci prese a fare orazione fervidamente davanti all'immagine del Crocifisso, che gli parlò con commovente bontà: "Francesco, non vedi che la mia casa sta crollando? Va' dunque e restauramela". Tremante e stupefatto, il giovane rispose: "Lo farò volentieri, Signore". Egli aveva però frainteso: pensava si trattasse di quella chiesa che, per la sua antichità, minacciava prossima rovina. Per quelle parole del Cristo egli si fece immensamente lieto e raggiante; sentì nell'anima ch'era stato veramente il Crocifisso a rivolgergli il messaggio. (1411) 

La leggenda dei tre compagni, Fonti francescane, 1399 - 1403. 1411